domenica 18 gennaio 2015

Iniziando da un salto nel buio

Gli inizi sono momenti difficili per tutti, anche per i più coraggiosi avventurieri. Anche se sono contornati da un'aura luccicante e dal profumo di bucato appena lavato, la verità è che gli inizi sono la spina nel fianco di molti, se non di tutti. Ovunque sentiamo parlare di voltare pagina, ricominciare con un nuovo spirito, iniziare un nuovo percorso pieno di avvincenti novità.
L'inizio sembra l'occasione per reinventarsi, rinnovarsi e migliorarsi, quasi stessimo parlando di una gita dal parrucchiere o di una plastica facciale. Ma in realtà gli inizi spaventano e anche molto. Ogni inizio è carico di interrogativi sospesi, come se stessimo tenendo la cima di un nastro da bucato che si perde nella nebbia con tanti punti di domanda agganciati con delle mollette di legno. E se gli inizi fanno già paura al mondo, che effetto pensate possano fare ad un ansioso sociale? Esatto, il terrore più cupo! Iniziare per noi significa soprattutto tanta fatica, perché siamo persone a carburazione lentissima, ci muoviamo a un kilometro annuale, abbiamo bisogno di tempo per riadattarci ai ritmi, siano essi nuovi o vecchi. E poi, ogni inizio, nella nostra testa, fa rima con ignoto e l'ignoto è il buio. Inizio è una porta aperta sul buio, senza cartelli che ci diano un indizio di ciò che ci aspetta. Un buio nerissimo, quasi denso, in cui ci viene chiesto di buttarci senza avere neanche un piccolo spoiler, neanche una recensione microscopica dello scenario in cui andremo a parare. Senza neanche un paracadute (o un panettone) per attutire la caduta. Ed è allora, guardando quel buio che risucchia anche la luce, che ci assale la paura. La nostra, in fondo è una malattia degli inizi. Funzioniamo meglio nella routine, nel movimento pigro delle onde di un mare lontano. Anche perché, di fronte agli inizi, ci ricordiamo di aver dimenticato la scorta di coraggio a casa, nella tasca dell'altro cappotto (Accidenti!). Quindi, ricapitolando

INIZIO = IGNOTO = BUIO = PAURA + CUORDICONIGLIO (che poi sarei io) 

E se a tutto questo aggiungiamo il Rimugiserpe che ci rema contro, direi che il quadrato è completo. Quando sei davanti a quella porta buia che sai di dover varcare, l'ultima cosa che vuoi sentire è una vocetta sibilante che ti ricorda quanto sei debole. Dovresti allearti con te stesso, ripeterti frasi di incoraggiamento, magari persino qualche elogio sulle grandi doti di combattente che sai non avere, ma che in certi momenti sei disposto a credere di possedere. Così, giusto per darsi la carica necessaria a fare il suddetto salto nel buio.
Ma l'ansia sociale ha un solo compito nella sua esistenza di grassa mangiapaure: metterti i bastoni tra le ruote in ogni modo possibile. E quindi s'ingegna, la fetente, scava nel profondo, apre tutti i faldoni della memoria per scovare ogni minimo difetto, ogni microscopico fallimento, ogni maledetta pagliuzza nel tuo maledetto occhio. E una volta trovata, perché la trova sempre, inizia il suo lento lavoro che non è solo un sussurrare all'orecchio: è una nenia che viene da dentro, come se le cellule stesse si unissero in un unico coro di sfiducia, e con loro lo stomaco, che si attorciglia come l'urlo di Munch, e i muscoli, che si pietrificano diventando granito, e i polmoni, che perdono il fiato, e il cuore, che dirige il ritmo di questo canto muto come un tamburo funebre. E alla fine ti ritrovi a farti scappare dalle labbra quella frase, che sentenzia la presa della tua Bastiglia personale: "Non ce la farai". Adesso, in questi momenti si possono fare due cose: allontanarsi dalla porta e farsi un giretto, con la scusa che ci riproverai più tardi ("Ritenta, sarai più fortunato!") oppure radunare le poche truppe partigiane rimaste fedeli ed iniziare la difesa della tua roccaforte psichica. Di nuovo. Ad ogni cambio di guardia - ad ogni nuovo anno, nuovo lavoro, fine delle vacanze, inizio di un ciclo scolastico - ci ritroviamo a fare la stessa battaglia, che ormai sa di vecchio e già visto come l'ennesima replica di Balto a Natale. Puzza anche già un po' di gorgonzola. Ogni inizio ci ritrova più stanchi del precedente, con sempre minori energie, e non esiste bacca di goji che ci possa rienergizzare.


Iniziare un nuovo percorso, muovere un passo verso quella strada futura ed ignota è una vera prova di determinazione, l'esito dell'ennesima litigata intrapsichica, che ovviamente ci lascia stanchi e rancorosi, il che ci rende i peggiori compagni di noi stessi. Non sono esattamente delle ottime premesse per un nuovo inizio dal sapor di bucato. Ogni inizio ci trova cercando di convincerci a fare le cose diversamente, a  partire verso il futuro stringendo un'alleanza con noi stessi,  solo per trovare il solito dispotico "No" della nostra controparte ansiosa. che non ne vuole proprio sapere di partire verso l'ignoto da soli e senza un falegname nerboruto inguantato nella sua camicia di flanella con i riquadri scozzesi e la barba da hipster. Non si fida di noi, dice, ci vede troppo gracilini e malaticci, non siamo un investimento vincente. E la maggioranza parlamentare, ricordo, ce l'ha lei! Quindi la nostra lotta è ancora più dura, dobbiamo essere creativi per strappare voti alla despota che si è installata sulla poltrona, lassù, nel Centro Operativo. La maggior parte delle volte, miracolosamente, la spuntiamo, ma sempre di poco. Riusciamo almeno a partire, ma sappiamo che sarà l'ennesima strada costellata da mille battibecchi, mille tentativi di sabotaggio e rabbiosi silenzi, che si sa, valgono più di mille parole. Quindi, nuovo inizio, vecchia vita. Almeno fino a quando anche l'ansia sociale non deciderà che il nuovo non è più nuovo, ma è diventato parte della routine. A pensarci bene, forse, la verità, è che, in fondo, un po' di paura ce l'ha anche lei!

Duille 



sabato 10 gennaio 2015

Libertà senza geografie

Qualche giorno fa a tutta l'Europa è andata di traverso la brioches in simultanea, mentre la televisione annunciava la morte di 11 vignettisti del giornale satirico Charlie Hebdo, freddati da due terroristi islamici che avevano fatto irruzione nella sede parigina della rivista armati di kalashnikov. Il mondo occidentale si è fermato alla vista di queste immagini incomprensibili ed ho avuto l'impressione di vivere una replica in salsa europea dell'11 settembre: all'epoca avevo 13 anni e facevo la terza media. 
Non ho molti ricordi di quel giorno, ma solo delle immagini, come istantanee di un momento che ha sorpreso tutti, me compresa. Ricordo il tavolino basso su cui solevo fare i compiti, di legno chiaro e vetro temperato, che mi permetteva di osservare le mie gambe come se fossero tentacoli di polipo in un acquario. Ricordo la televisione accesa davanti a me che mostrava le immagini delle Torri Gemelle che esplodevano all'impatto degli aerei. Credo che allora non avessi davvero capito cosa stesse accadendo, ma penso che la sensazione interna che provai fosse quella che ho sentito adesso, in questa 11 settembre 2.0: un silenzio irreale. La mia mente non aveva proprio parole, niente da dire. Eravamo due bocche spalancate dalla sorpresa e dall'incredulità. L'unico momento in cui la mia testa smette di blaterare è quando succedono disastri di proporzioni bibliche a quanto pare. Oppure basta solo spiazzarla. In ogni caso credo di non essere l'unica ad avere questo genere di reazione quando succedono cose di questo tipo perché a giudicare dalla stasi generale di quel giorno direi che le cose erano due: o avevano tutti un principio di assideramento da tormenta di neve invisibile oppure erano sorpresi come lo ero io. Quando i cervelli hanno finalmente chiuso la bocca e hanno iniziato ad elaborare la mole di informazioni che ci intasavano i bulbi oculari e le orecchie, ci siamo finalmente resi conto della situazione. 11 persone erano morte. 11 giornalisti, per di più. Ed erano morti per aver pubblicato vignette satiriche. Adesso, a prescindere dalle proprie idee a riguardo, morire per aver fatto un disegno è una cosa terribile, inconcepibile ed inaccettabile. La Francia sicuramente l'ha pensata così, perché 66 milioni di persone si sono strette intorno ad un'unica lacrima e ad un ashtag, #jesuischarlie, che ha corso lungo la rete come una piccola luce elettrica. Il mondo si è indignato di fronte a queste matite spezzate, che sono diventate il simbolo di una libertà di stampa e di opinione a cui non si vuole e non si può fare a meno.

In onore di questi involontari martiri della libertà, migliaia di matite e quaderni sono state sollevate in silenzio nei cieli francesi, al rintocco delle campane di Notre-Dome.Io stessa mi sono trovata a commuovermi di fronte a quei silenzi carichi di dolore, a quei rintocchi funebri che facevano accapponare la pelle e soprattutto a quelle matite che volavano nell'aria come bandiere statiche. Per un attimo ho visto una parte del mondo sana, che protesta in difesa di un ideale senza calpestarne altri, che sceglie la marcia silenziosa alla violenza e i simboli alle percosse. Per una volta non si sentivano canti di guerra contro il nemico, ma gesti di amore indignato per la libertà ferita. Per una volta non c'erano voci di odio, ma silenzi carichi di dolore e di cura verso quell'ideale violato. Corpi raggomitolati intorno a quella parola bruciata, come a volerla proteggere maternamente, senza desiderio di vendetta, ma solo con il bisogno di far battere tutti i cuori all'unisono in un tamburo funebre. Mi sono commossa e quasi inorgoglita a vedere questo lato del mondo che credevo ormai non esistesse più, e anche io mi sono unita a quella culla di corpi e di anime. Ma, man mano che passavano i giorni, mi sono ritrovata a vergognarmi di me stessa. Mi sono indignata ed orrorizzata di fronte a questo gesto gravissimo, al punto da scriverne anche qui, ma non ho mai dedicato parola alle migliaia di persone che muoiono nelle guerre in cui spesso anche l'Europa combatte, non ho mai versato lacrime per i giovani che combattono per i propri diritti in Russia rischiando la vita, non ho mai osservato un minuto di silenzio per tutti gli innocenti che vengono spazzati via ancor prima di conoscerla, la parola libertà. Ho lasciato che la geografia decidesse per chi fosse giusto raccogliersi in preghiera.Mi sono indignata per la ingiusta morte di 11 persone che esprimevano la loro libertà di stampa, ma non ho donato un pezzo del mio cuore a tutti coloro che, nel mondo, combattono per la stessa libertà e di cui spesso non conosco neanche il nome. 
Ho reso la mia sofferenza un gesto discriminatorio. Si piange per i francesi, non per i palestinesi, per gli afghani, per i cinesi o i congolesi. Sono arrivata al punto di trovare quasi quotidiano la morte di queste persone, tanto da non concedergli più di qualche ruga sulla fronte, per poi dimenticarli e continuare la mia vita, senza ashtag e senza pensarci troppo. E' più facile accettare quelle morti piuttosto che queste? E che diritto ho di preferire queste vite a quelle? Che diritto ho di scegliere per chi piangere? Può una vita avere meno valore di un'altra, se ugualmente innocente? Quanta disparità, quanto egoismo possiamo creare mentre crediamo di slanciarci in un gesto di compassione? Ed è allora che mi sono arrabbiata, soprattutto con me stessa e poi con il mondo; anche quel gesto così nobile e così positivo che avevo visto in quelle matite ha cominciato a puzzarmi di bruciato. Quelle matite hanno cominciato a marcire e quei quaderni a sciogliersi di fronte alla rivelazione che l'indifferenza si interrompe solo quando l'orrore arriva sotto casa. Ed io sono stata la prima a cadere in questa trappola. Da qui la mia rabbia per me stessa. Da qui anche la paura di essermi ormai assuefatta ad una morte lontana, come se ormai alcune zone del mondo fossero associate alla morte come l'Italia alla pizza. E quindi, risvegliandomi da questo momento di idealismo adolescenziale, ho deciso di fare tesoro di questa esperienza e di riparare, almeno per oggi, al mio errore passato e, purtroppo, futuro. E non cercherò di fare la moralista né riversare in questo spazio parole di melensante tristezza. Credo che questo breve momento di lucidità sia adatto a ricordare tutte quelle persone troppo spesso dimenticate e passate sotto i miei occhi senza toccarmi davvero. Voglio dedicare questo momento di dolore a tutti coloro che sono morti cercando la libertà che a noi è data così scontata, ai morti di oggi e ai morti del passato, ad Ahmed, il giovane poliziotto che è stato ucciso insieme ai vignettisti, a tutti gli omosessuali che ancora oggi, nel mondo, non hanno diritto di amare, e a tutte le persone etichettate come "diverse", che non hanno diritto di essere, pur essendo le più speciali di tutte. Dedico le mie lacrime ai compagni di Nelson Mandela, a Martin Luther King e ai suoi seguaci, a Peppino Impastato e a tutte le vittime di mafia, che sono state uccise per aver chiesto giustizia ed uguaglianza, ai desaparecidos argentini e cileni, lanciati dagli aerei per aver voluto essere liberi di scegliere cosa pensare e da chi essere rappresentati. Dedico i miei nastri a lutto a tutti i bambini morti sotto le bombe, che non hanno mai conosciuto un giorno senza sirene, alle donne che muoiono sotto le mani dei loro compagni solo perché hanno deciso di voler essere libere, e agli immigrati senza nome che dormono sul letto del Mediterraneo, strappati da una terra che amavano e alla ricerca di un mondo migliore che, con tutta probabilità, non avrebbero mai trovato. E dono tutto il mio cuore agli immigrati che invece ce l'hanno fatta, a passare quel mostruoso piccolo mare, e che ora lavorano schiavi nei campi di qualche uomo italiano per 15 ore a 20 euro al giorno. Presto la mia voce a tutti coloro che, come Malala, lottano, hanno lottato o sono morte in nome del diritto all'istruzione, per una vita migliore, per una felicità che sentono di meritare. Dono una parte della mia memoria agli schiavi del passato, ai dissidenti politici delle dittature di tutto il mondo, ai partigiani che hanno sacrificato la vita per un ideale di libertà. 


Quelle campane a morto suonano anche per voi, quella voce rugginosa è anche la vostra, dimenticati numeri sul cartellone della Morte, ed in ognuna di quelle matite potrete riposare anche voi, anime sparse per il mondo, potrete scrivere una nuova storia, con un finale diverso, che inizi con quella parola calpestata e avoi tanto cara, Libertà. E potrete accoccolarvi in quei cuori che adesso piangono questi 11 morti, perché cureranno anche le vostre ferite e quelle voci sussurreranno anche i vostri nomi, e se non li conosceranno, inventeranno parole che vi rappresentino, suoni che vi richiamino e melodie che faranno sentire a casa anche là, in quelle terre straniere. Oggi voglio piangere tutte le vite spezzate, come quelle matite, in nome di un ideale di libertà, soprattutto quelle che ho inevitabilmente dimenticato, ma che hanno sacrificato tutto in nome di quella piccola parola così tanto importante.
Oggi voglio piangere per chi è caduto o combatte ancora, con coraggio, per la Libertà di Essere.

Duille



lunedì 5 gennaio 2015

Pochi grammi di coraggio

La fine di un anno ci lascia con il bilancio di quanto abbiamo fatto - o non fatto - in quei 365 giorni. Facciamo i conti con i successi ottenuti e con quanto non siamo riusciti a realizzare. E, come sempre, ci ripromettiamo che nell'anno nuovo volteremo pagina, taglieremo la zazzera di insicurezze e diventeremo le superstar a cui siamo destinate. La dodicenne del nostro passato sarà fiera di noi, perché quest'anno spaccheremo! Ed è così che ci ritroviamo a fare la nostra lunghissima lista di buoni propositi, per motivarci ed iniziare con lo sprint giusto il nuovo anno. Abbiamo 365 giorni nuovi di zecca da riempire della nostra effervescente personalità. Il problema dei buoni propositi è però sempre lo stesso: spesso rimangono tali, piccole paroline di inchiostro su un foglio di carta che, nel migliore dei casi, perderemo dopo un paio di settimane e nel peggiore ci perseguiteranno come il miglior fantasma certificato dagli zii di Casper.
In fondo, diciamocelo, sembra che pianificare il futuro non sia mai stata garanzia di successo nella vita, no? Decidiamo che quest'anno mangeremo più sano, più verdure e meno schifezze e due giorni dopo scopriamo che è arrivata la befana e ci ha lasciato la calza più grassa, zuccherosa e peccaminosa mai vista, tanto che la nostra lista dei buoni propositi comincia già a sudare freddo. Ci riproponiamo di fare più ginnastica all'aria aperta ed ecco che di colpo compriamo un divano nuovo di zecca, ancora tutto da plasmare con le nostre forme morbide, rispettando i dettami del nostro nuovo sensei, Sheldon Cooper. E poi ci sono le persone come me, che convivono con quella simpatica canaglia dell'ansia sociale. Io ho imparato presto che i buoni propositi nel nostro caso non solo sono inutili, ma addirittura nocivi, per almeno due motivi: 
1- la nostra lista dei buoni propositi di solito è piuttosto triste e deprimente, con frasi del tipo "berrò un caffè da sola in un bar" oppure "non mi affamerò più per imbarazzo". Converrete con me che non è il massimo iniziare l'anno nuovo ricordandoci che la pazzia ci accompagna allegramente durante la notte di San Silvestro indossando il cappellino con gli strass e sventolando lumini brillanti. A volte invece, proprio per non cadere nel grigiume di propositi che ci facciano sentire ancora più sfigate di quanto non siamo, ci lanciamo in voli pindarici proponendoci imprese impossibili, del tipo "diventerò più socievole", "sarò meno giudicante verso me stessa", o addirittura "avrò meno paura". Tanto vale farla proprio fuori dal vaso e dire "diventerò la nuova padrona dell'universo" e non se ne parli più. 
2- Qualunque sia la lista dei buoni propositi, un ansioso sociale difficilmente la rispetterà. Basterà che la nostra amica ansia sociale faccia un salto portando biscottini alla fifa e croissant alla doppia insicurezza per farci distruggere tutti i nostri bei sogni dorati. Useremo la lista dei buoni propositi per soffiarci il naso dopo la prima violenta crisi di pianto dell'anno e ci dedicheremo subito alla nostra attività preferita: crogiolarci nel nostro dolore sentendoci delle fallite incomprese (infrangendo così il primo dettame della nostra lista ormai ricettacolo di germi) e fantasticando sulla possibilità di far carriera come monaca di clausura.


Quindi potete capire il mio scetticismo riguardo a queste liste improbabili. Ma nonostante ciò non sono certo immune al fascino di rinnovamento del nuovo anno. Semplicemente ho deciso di non iniziare un anno facendo la lista delle cose che dovrei cambiare nella mia vita. Insomma, mi sembra che ciascuno di noi sappia molto bene ciò che non va nella propria vita, non abbiamo bisogno di infierire ulteriormente scrivendolo nero su bianco infiocchettando il tutto di gloria propositiva. Vogliamoci un po' bene e lasciamolo nella nebulosa della nostra mente, a popolare piccole silent hill personali. E direi che sarebbe anche inutile filosofeggiare sul senso della vita scrivendo liste che inneggiano ad assaporare la semplicità delle cose, a prendersi del tempo per sè o ricordarsi di essere riconoscente di ciò che abbiamo. Anche quelle sono cose che abbiamo a mente tutti i giorni, semplicemente tendiamo a spedire anche loro a Silent Hill quando arriva il momento di applicarle. In fondo, chi ha voglia di essere riconoscente quando si sente una versione brutta di un ragno peloso? E chi può davvero avere voglia di assaporare le piccole gioie quotidiane quando scopriamo che la nostra amica se ne va in vacanza alle maldive, mentre la nostra idea di vacanza è montare una tenda nel salotto di casa? Per non parlare del solito tasto ansia sociale! Dovrei essere riconoscente di ciò che ho quando non riesco neanche ad andare dal parrucchiere senza sudare freddo? Diciamocelo, in quei momenti tutti vogliamo solo sentirci delle piccole fiammiferaie maltrattate dal destino e soffocare il dolore annegando in vagonate di dolci, patatine e tutto ciò che la nostra seconda guru, Bridget Jones, suggerisce per placare il mal di vita.


Ma se non possiamo fare né la lista dei buoni propositi né glorificare la nostra esistenza con pensieri di fasulla saggezza, cosa potremmo fare per festeggiare l'inizio del nuovo anno? Beh, di cose da fare ce ne sono tante. Per esempio, potremmo fare una lista di tutto quello che non faremo quest'anno, ad esempio "non diventerò ipocrita", oppure "non ucciderò gattini". Quella sarebbe una bella botta di autostima, perché di certo rispetteremo quei propositi. Io personalmente preferisco scegliere una sola parola che sia il mio faro per l'anno che verrà. L'idea è quella di scegliere un leitmotiv annuale, un punto fermo nel caos delle giornate. Non importa quante volte cadrò e quante volte uscirò dalla strada che ho scelto. Quando mi rialzerò potrò guardare il mio faro, laggiù, in fondo all'anno che mi ammicca allegro, e continuare a seguirlo, magari prendendo dei nuovi sentieri, ma indirizzandomi sempre verso quella luce. Niente di trascendentale, ovviamente, ma che volete, sono un'ansiosa sociale! Noi funzioniamo solo se voliamo basso e lavoriamo tanto di fantasia. La parola che ho scelto per me quest'anno è

Coraggio

 L'anno che è passato è stato molto duro, ho perso alcune persone care e ho avuto un paio di sberle di verità che mi hanno fatto girare su me stessa per diversi mesi. Quest'anno non mi aspetto che sia migliore nè peggiore, ma voglio affrontare tutto con coraggio, senza paura di faticare. So già che ci sarà tanto lavoro da fare, che in alcuni giorni sarà difficile convivere con me stessa e che spesso mi vorrò anche parecchio male. So che vorrò gettare la spugna più e più volte, che mi domanderò perché sono così e perché sto facendo questo percorso doloroso. So che mi fermerò sul ciglio della mia strada a piangere tutte le mie lacrime e che ad un certo punto del percorso sarò esausta e priva di forze. So che sentirò ogni giorno di non farcela e in alcuni momenti non ce la farò davvero. Ma, quando tirerò fuori il naso dal fazzoletto e alzerò la testa, voglio che quel faro laggiù, alla fine dell'anno, mi dica "Coraggio!" Solo questo. Coraggio. E questa parola mi darà la forza per rimettermi in cammino e ripartire ogni giorno. Quel faro mi darà la giusta prospettiva sul mondo. Perché in realtà il punto non è imparare ad apprezzare le piccole cose, ma imparare ad amare profondamente la propria vita, a godersi il panorama mentre si va a destinazione e a toccare con orgoglio le proprie cicatrici. Il coraggio ci permette di sentirci eroi di noi stessi, di prendere in mano la nostra vita e metterci in cerca del nostro destino. Essere coraggiosi per me non significa fare grandi cose, ma essere fieri di noi stessi anche quando avremo la faccia simile a quella di un sacco di iuta ripieno di paglia. Essere coraggiosi significa cercare il germoglio verde anche nel fango della palude, cercare fino a trovarlo, anche a costo di piantarlo noi.
Quindi per me questo sarà l'anno del coraggio, l'anno del sudore sulla fronte e della fatica, sempre alla ricerca del sorriso caduto nella polvere. Pochi grammi di coraggio alla volta.
Buon anno a tutti
Duille


sabato 27 dicembre 2014

Due facce della stessa medaglia

La mia è una piccola famiglia composta da 5 persone, 2 gatti e 1 cane. Nonostante l'esiguità numerica però siamo stati in grado di collezionare un interessante campionario umano delle reazioni al Natale che mi ha reso una sorta di etologa del Christmas mood. Come sapete, il Natale ha la curiosa capacità di produrre un caleidoscopio di atteggiamenti che vanno ben oltre al classico "o si odia o si ama". Il Natale, come tutte le grandi cose, non lascia indifferenti. 
In linea di massima, però, questa coloratissima festa tende a produrre tre grandi tipologie di reazioni: depressione, odio, entusiasmo, ciascuna declinabile a sua volta in una miriade di sottocategorie personalizzate in base a storia di vita e carattere del singolo. La tristezza è sicuramente una delle categorie più diffuse e fastidiose della festa. Il depresso infatti durante il mese di dicembre rivive tutti i Natali passati, come nella miglior tradizione del celebre Canto di Natale di Dickens. Questi Ebenizer Scrooge malinconici contano i caduti, rimembrano passati lontani in cui anche loro solevano essere invasi dalla frizzantezza dello spirito di Santa Claus, quello spirito ormai perduto, o meglio, accoppato a furia di sassi e padellate dalla malefica e velenosa vita che smonta i sogni più granitici come se fossero armadi dell'IKEA comprati in sconto. La compagnia di questi individui è una prova di resistenza per il nostro spirito festaiolo e sognante, un rito di iniziazione per verificare se siamo davvero fedeli a sua barbosità Babbo Natale. Servirà tutto il nostro coraggio e ogni briciolo di spirito natalizio per affrontare questi buchi neri risucchia gioia. Dovremo aprire le cantine del nostro cuore e stappare la miglior bottiglia di allegria della nostra riserva segreta per non soccombere al prosciugamento emotivo dei depressi, che non sembrano voler altra cosa al mondo che un compagno di lacrime e bevute intonando "un cordiale fanculo ad un altro Natale". 
Di tutt'altra pasta sono invece una tipologia umana che si sta diffondendo a macchia d'olio nelle società occidental-capitaliste e che è stata ribattezzata dall'etologa che c'è in me con il termine Grinch. Il Grinch è la persona che inizia a lanciare scorati occhi al cielo il primo di dicembre e continua a far rimbalzare quelle due palline da ping pong verso l'aria fino al 26, in una solitaria partita che ammorba tutti tranne gli appassionati di tennis. 
Nel migliore dei casi ci toccherà sopportare la sua trasformazione in vaporetto sbuffante, che almeno avrà una sua qualche utilità domestica. Con un po' di fantasia potremo considerare il nostro congiunto alla stregua di un elettrodomestico e piazzarlo davanti ad un tavolo a soffiar briciole o adagiarlo sul pavimento come un Eolo spazza gomitoli di polvere. Più problematico sarà invece occuparlo qualora esca dal suo mutismo d'indignazione e decida di improvvisare un comizio anti-natale. Di solito la tradizione anti-Xmas vuole una invettiva forconata contro l'anima consumistica del Natale, contro la sua ipocrisia e la perdita di valori, in cui l'unica magia rimasta è quella del conto in banca prosciugato il primo di gennaio. Io credo che in realtà queste persone siano un po' pigre e affette da una leggera fobia alla porporina. Fosse per loro, il Natale non esisterebbe o almeno sarebbe fortemente ridimensionato. Niente mastodontici alberi multicolore ad ingombrare il salotto, ma minuscoli alberini in legno da piazzare su una mensola a rappresentanza sindacale della categoria; niente luci fuori dalle finestre, che sono accecanti e fin troppo abusate. In effetti, diciamocelo, ci sono persone che confondono le ghirlande luminose con segnaletiche di atterraggio visibili dai satelliti. E non tocchiamo i canti natalizi! Se potessero, i Grinch imbraccerebbero i loro fucili e impallinerebbero televisioni, radio e computer intonanti canti polari, insieme alle natiche che hanno osato ondeggiare al ritmo di quelle sinfonie candite. Per i Grinch il Natale è un'esplosione di zucchero che trasforma le persone in caramelle salterine, una sorta di versione invernale dei fagioli messicani. Troppa melassa nei loro ingranaggi robotici!
D'altro canto, i Grinch non hanno poi tutti i torti. Dall'altro lato della barricata infatti ci siamo noi, principianti folletti con la patente rosa, persone adrenalinizzate da una sniffata generosa di magia del Natale, come ogni bravo drogato che si rispetti.

Noi siamo quelli che il primo dicembre iniziano la metamorfosi in bastoncini di zucchero ricoperti di glassa a forma di fiocchi di neve. I Grinch esistono perché li abbiamo creati noi. La loro protesta intellettuale è frutto del nostro entusiasmo smodato, dei nostri trilli di gioia spaccatimpani e dei nostri canti stonati ma pieni di passione che eruttiamo peggio di un juke-box in loop dal '64. Noi siamo i loro Frankestein e quindi abbiamo un debito d'onore nei loro riguardi. In effetti in certi momenti siamo davvero delle palline in un flipper innevato, al punto da sembrare pignatte pronte ad esplodere stelle filanti e carta da regalo brillante. Non mi sorprende che i Grinch ci vedano come esserini che vomitano arcobaleni al ritmo di Rocking around the Christmas Tree. Il minimo che possiamo fare è lanciargli una manciata extra di biscotti, così, tanto per rabbonirli prendendoli un po' per la gola. In fondo, comunque lo si guardi, il Natale è un momento di dialogo e compromessi, il tempo in cui Grinch e bastoncini di zucchero si guardano negli occhi e si allungano una mano, trovando conforto e sostegno nella loro differenza. Loro, tenendoci con i piedi ancorati alla terra; noi, facendoli volare un pochino quando il vento è abbastanza forte. 
E' la magia del Natale. Tranne che per i depressi. 
Duille


lunedì 22 dicembre 2014

Quando il destino ci mette lo zampino...

Esiste una legge non scritta secondo cui quando sei nelle peggiori condizioni che tu possa immaginare (calze bucate a causa dell'unico chiodo non ben fissato, occhiaie fino alle ginocchia per un brutto episodio di insonnia, capelli che decidono giusto quel giorno di ribellarsi alle leggi della fisica e diventare le serpi di Medusa), in poche parole, quando sei un rottame, incontri di sicuro almeno una persona degna di nota, uno di quegli individui per il quale vorresti apparire al meglio. I motivi possono essere variabili: narcisismo, interesse romantico, voglia di rivalsa. Tutte ottime ragioni per apparire come una Venere del Botticelli vestita di stelle.
Ma il destino è malandrino e ci tiene a farci fare bella figura solo con piccioni e auto parcheggiate.
Lo saprete meglio di me: quando siamo belli come il sole, usciti dall'adattamento in chiave moderna di Cenerentola al ballo, al punto che sentiamo la nostra personale colonna sonora in sottofondo e il vento che ci scompiglia elegantemente i capelli, mentre ci doniamo al mondo in tutta la nostra sfolgorante bellezza, spesso più unica che rara, il resto del mondo si ricorda di avere un impegno urgente.
Il risultato è un paesaggio post apocalittico, The Walking dead alla sua quarta stagione, la bottiglia dell'acqua Lete in cui noi siamo la solitaria particella di sodio (C'è nessuuuuno?). Una Silent Hill senza nebbia in cui gli unici a guardarci sono i cani a passeggio e qualche vecchietto occasionale. Ma guarda caso, se invece siamo davvero dei copertoni sgonfiati dopo una tempesta di sabbia, se siamo noi gli zombie di The Walking Dead, allora ecco di colpo l'esplosione demografica, improvvisamente il nostro paesino diventa il centro di New York durante la settimana della moda. E tra questa moltitudine di gente sconosciuta troveremo sicuramente una (o se siamo proprio sfortunato, più di una) di queste categorie di persone: l'amica/o che non vedevamo da un triliardo di anni, il/la nemico/a giurata (che può anche essere l'ex fidanzato di turno) per il quale vogliamo apparire al meglio solo per farla/o rosicare oppure il classico figo di turno su cui vogliamo lasciare una bella impronta retinica. Ecco, io sono una di quelle persone che finisce sempre per incontrare il vicino di casa quando è vestita con un pigiamone viola di pile, il cipollotto sulla testa e lo sguardo da rana, e che invece trova il deserto dei tartari quando, per una volta, si sente bella come Lisa Hannigan (la strafiga nella foto sopra, per intenderci). Credevo di aver toccato il fondo quando, a capodanno dell'anno scorso, durante un attacco particolarmente violento di ansia sociale, avevo incontrato una mia compagna del liceo che non vedevo da tantissimo tempo. Lei, bella come un bacetto perugina perfettamente incartato nella sua frangetta sbarazzina, e io, che avevo assunto i tratti di un rospo bavoso: pelle rossa a furia di piangere, capelli afflosciati (dal dispiacere suppongo, non saprei), vestito buttato addosso solo perché le convenzioni sociali vietano il pigiama in luoghi pubblici e sguardo da malata terminale di peste bubbonica. Sempre per mantenere il paragone di prima, la Venere di Botticelli vs la Venere degli stracci. Vi lascio immaginare il mio entusiasmo nel farmi trovare in quelle condizioni!
Ma recentemente ho toccato un nuovo record di rottamaggio e sento che è il momento di condividerlo con voi. 
E' martedì. Sono in condizioni disastrose: ho il collo bloccato per un violento crampo al muscolo della spalla che mi ha colpito il venerdì precedente, ho un raduno di Woodstock sulla fronte, tutta concentrata in un unico enorme, gigantesco brufolo proprio nel centro della fronte, i miei capelli sono mollissimi e sporchi perché, grazie al collo bloccato, non posso neanche lavarli come si deve e ho l'espressione di una patata dopo la bollitura a causa delle notti insonni per il dolore.
Insomma, sono un gobbo con la faccia da patata a cui hanno impiantato un corno da unicorno. Una patanicorno gobbuta. Non certo il massimo dello charme. Ma decido di uscire lo stesso a portar fuori il cane. Convinta che sarei stata fuori poco (e che avrei evitato i posti affollati) mi vesto nel peggior modo possibile: jeans larghi (di quelli che fanno sembrare il sedere afflitto dalla legge di gravità), scarponcini a carro armato neri e giubottone da tuttofare squattrinato, con tanto di brutto cappuccio sulla testa. Sì, perché pioveva pure. Quindi, tutta imbragata in questo modo, esco di casa e, caso vuole che incontri mia madre, che decide di unirsi a me per la passeggiatina. Promemoria per la futura Duille: MAI FARE GIRETTI CON MAMMA SE SEI UNO STRACCIO!!! Perchè? Perché le mamme ad una certa età dimenticano che anche l'occhio vuole la sua parte e non si accorgono che siete davvero delle cozze ambulanti. Se vi volessero davvero bene, dovrebbero rispedirvi a casa e togliere tutti gli specchi dalle pareti, onde evitare A- che vi spaventiate nel vedervi e B- che rompiate i suddetti specchi al contatto con la vostra mefitica immagine. Ci mancano pure i proverbiali sette anni di sfighe. Ma ripeto, ad una certa età le mamme si dimenticano che noi figlie siamo ancora in età da marito e che ci teniamo a non far scappare la popolazione umana degna di nota. Insomma, per farvela breve, siamo finite nel centro del mio paese, io, lei, il cane e il mio corno francese sulla fronte. Ed è allora che il destino ha puntato il suo occhio monello su di me. In un banchettino nel centro della piazza c'era un ragazzo bellissimo, di quelli con gli occhi azzurri e il visino simpatico che fa sciogliere i cuori anche ai ghiaccioli, un principe azzurro moderno bello come il miele artigianale che vendeva (che per me è un altro punto a favore).




Mia mamma proprio quel giorno ha deciso di avere una voglia irrefrenabile di miele ed ha trascinato me e il cane fino al suddetto stand. Non vi dico il mio imbarazzo! Ho cercato di sfuggire in ogni modo, mi sono affondata dentro il cappotto nella speranza di essere percepita come un giubbotto con le gambe e mi sono tenuta a distanza di sicurezza, usando il cane come scusa. Insomma, non potevo certo avvicinarmi troppo, il mio corno da unicorno avrebbe immediatamente fatto le presentazioni per tutti sbattendo contro la sua fronte! E sia chiaro, non è che avessi chissà quali aspirazioni romantiche nei confronti del suddetto venditore di miele, ho pur sempre l'ansia sociale e prima di avvicinarmi a qualcuno così, i mari sarebbero evaporati per poi riformarsi nuovamente dopo una lunga glaciazione. Ma ho ancora un po' di dignità femminile e vorrei almeno apparire al meglio di fronte ad un tipo che sembra aver parcheggiato il suo aitante ronzino dietro l'angolo!!! Purtroppo mia madre quel giorno aveva deciso di dare la giornata libera al suo acume e ha cominciato a tempestarmi di domande su quale miele avrei preferito. Nella mia testa echeggiava solo una frase; MADRE!!! IO TI STRAPPO LA LINGUA ADESSO!!! Ovviamente non avrei mai potuto dire una cosa del genere, sarebbe stato il coronamento della mia disfatta: una patanicorno gobbuta con la proprietà di linguaggio di uno scaricatore di porto. No, no! Dovevo agire. In un momento di coraggio, ho alluso a bisogni del cane e sono fuggita verso casa, senza voltarmi indietro e anticipata dal mio corno da narvalo, che faceva strada come un faro dell'orrore nella nebbia dei miei pensieri!
In sostanza, invece del classico bell'incontro di cui parla il buon Arthur Abbott in The Holiday, c'è stato un incontro alla Bella e la Bestia al rovescio, con una spruzzatina di Gobbo di Notre Dome e fettina di limone direttamente da ventimila leghe sotto i mari.
Con un inizio così si può solo migliorare, giusto? 
Duille 


domenica 14 dicembre 2014

Fiera dell'artigianato: istruzioni per l'uso

Milano a Natale è sinonimo di una cosa sola: FIERA DELL'ARTIGIANATO. Tutti i milanesi non sentono odor di Natale finché la città non inizia ad essere tappezzata dai rossi manifesti che avvisano dell'arrivo del mondo in una stanza. E la fiera non ha bisogno di squilli di trombe per annunciarsi: bastano poche semplici parole che indichino dove e quando, come le migliori rock star del momento. La fiera dell'artigianato è il James Bond delle festività, l'Indiana Jones del Natale milanese, il Michael Jackson dicembrino. La sua fama la precede. Un giro del mondo concentrato in 10 padiglioni giganteschi da girare tutti con il fiato sospeso e con la bocca spalancata dalla sorpresa. Un luna park di colori, odori, sapori, una festa per i sensi e un dissanguamento per il portafogli. I neofiti potranno pensare che si tratti di una deliziosa passeggiatina tra anfore, formaggini e abiti variopinti, ma in realtà si tratta di una vera e propria avventura, un giro del mondo in 8 ore che esige preparazione, allenamento e organizzazione! Non si può certo pensare di uscire con Indie e non portarsi dietro corda, padellino e sciabola! 
E siccome io sono una veterana della fiera, vi propongo una pratica guida per sopravvivere al mostro multicolore ed uscirne con un ricordo felice e non troppo traumatico! 

 1- Costumi di scena

Innanzitutto l'abbigliamento è essenziale. Lasciate perdere abitini carini e scarpette all'ultima moda: alla fiera dell'artigianato le parole d'ordine sono COMODITA' e CIPOLLA! Vestirsi a strati è fondamentale, soprattutto perché si passa dai soliti -2 gradi milanesi ai 180° di media interni. Non è un caso che le persone si agglutinino negli ingressi pelandosi come patate pronte alla bollitura: la fiera ha temperature tropicali, rese ancora più sahariane dalle mandrie umane che pascolano tra le bancarelle, in corridoi strettissimi. Va da sé che l'attrito da sfregamenti e i classici 36° corporei emanati da ogni essere umano che vaga ramingo per le viuzze innalzano le temperature a livelli di fissione nucleare. In poche parole, girare per la fiera è come fare un giretto su Mercurio. Quindi urge un abbigliamento consono all'esplorazione planetaria. Il mio consiglio? La mattina, quando decidete cosa mettervi per la giornata in fiera, pescate un capo per ogni stagione: t-shirt direttamente riesumata dall'estate, maglioncino di cotone pesante per primavera e autunno e il piumino superleggero ma caldissimo che tenete per le rare gite invernali in montagna, quando fa così freddo che anche lo yeti preferisce restare a casa a bersi una cioccolata mentre voi, poveri sfigati, vi ritrovate a fingere di saper andare sugli sci anche se non avete la minima idea di come si chiamino le aste a cui affiderete la vostra incolumità fisica. Per tutti i forestieri: a Milano d'inverno fa maledettamente freddo e durante la fiera di solito il cielo ci concede gelate da record, roba che, se non sbatti spesso gli occhi, ti si congela anche l'umor vitreo! Quindi vestirsi a cipolla è l'unica possibilità di sopravvivenza se volete circolare nella fiera dell'artigianato senza morire di disidratazione e di congelamento. Contemporaneamente. 
 2- Provviste    

Alla fiera dell'artigianato il cibo non manca e verrete tentati da ogni ben di Dio mai concepito nel mondo (letteralmente). A parte gli assaggini gratuiti, ci saranno una miriade di ristorantini pieni di leccornie fantastiche che vi faranno seriamente pensare di affittare uno stomaco extra per contenere tutto ciò che le vostre papille vi indicheranno con abbondanza di salivazione. Ma attenzione: alla fiera il mondo è alla portata di mano, ma spesso non di portafogli. Non dico che non ci si possa concedere un piatto caldo in uno dei trilioni di ristoranti mondiali, ma la media è di circa 10 € a libagione, il che può diventare un problema se la vostra idea è farvi la scorpacciata della vostra vita E acquistare il proverbiale regalino per mammà. Una soluzione a questo problema scovata dai milanesi squattrinatissimi come me è la seguente: portate da casa tutto ciò che vi serve per sopravvivere alla visita e attingete al portafogli solo per togliervi l'eventuale sfizio. Di solito il mio arsenale personale comprende: bottiglietta d'acqua (una per partecipante), focaccina/paninetto (da addentare in caso di calo di zuccheri mattutino) e dolcino da secondo calo di zuccheri pomeridiano, quando le gambe iniziano a protestare per il kilometraggio raggiunto. Se avrete questi accorgimenti, non vi troverete ad essere invasi da attacchi di fame alla zombie, che vi porteranno a fiondarvi su qualsiasi cosa odori vagamente di cibo e potrete valutare tranquillamente, in partnership con lo stomaco, cosa degustare (degustare, non divorare!). Il tutto senza dover poi lanciarvi in qualche supermercato e comprare due biscotti in sottocosto da spacciare per prelibatezze libanesi ai vostri congiunti.

 3- La Mappa 
   
Quando arriverete alla fiera, la prima cosa che vedrete saranno cartelloni giganti, gente che si muove in ogni direzione peggio che in un aeroporto nell'ora di punta e luci sfavillanti che promettono le sette meraviglie del mondo in un clic. Ma, prima di lasciarvi catturare dal vortice ciocconesquickoso di odori, suoni e luci, fate subito una virata alla vostra destra. Lì troverete la vostra unica alleata in questa avventura tra giungle, deserti e spezie: la mappettina che gli organizzatori della fiera stampano a frotta. Credo che ogni Natale facciano fuori un ettaro di foresta solo per stampare quei foglietti di carta. Ma non aspettatevi di aver risolto i vostri problemi una volta agguantata la vostra copia di cartina: lungi dall'essere una stella polare che vi guiderà nel magico mondo della fiera, la mappa è più un vademecum dei padiglioni, un Virgilio sfigato a cui, vostro malgrado, affiderete il vostro orientamento. Una sorta di bigino made in Taiwan, giusto per non perdervi troppo quando, desiderosi di andare in Francia, vi ritroverete inspiegabilmente in Ecuador. Purtroppo le vie della fiera sono senza nome, quindi perdervi sarà più semplice che centrare la bocca con il cucchiaio. E tecnicamente c'è un ordine della disposizione degli stand, ma inspiegabilmente, sembreranno perderli non appena vi ci troverete in mezzo. I paesi del mondo si rimescoleranno come carte della briscola e vi ritroverete a chiedervi se non sia il caso di fare una ripassatina di geografia, perché non è proprio possibile che, mentre state camminando allegramente per le vie della Spagna, vi ritroviate a cacciar bufali con i cowboys americani. La mappa vi permetterà se non altro di capire cosa vi aspetta andando a sinistra o a destra e, in questi casi, è confortante almeno sapere di non andare completamente allo sbando. Quindi prendete la mappa, anche se è inutile. Le vostre gambe ringrazieranno

 4- Il giorno della spedizione    


Ultimo punto fondamentale, oggetto di dibattito e di discussioni infinite è sempre il solito: quando andare alla fiera? Dato che è un'attrazione ormai riconosciuta e consolidata e dato che Milano è una città bella grande, vi lascio immaginare cosa significhi andarci. Una città di circa 1 milione di abitanti si riversa ad imbuto in una piccola fiera già strapiena di stand di ogni tipo. Il risultato? Il delirio. Parliamo davvero di fiumi di gente, stormi di persone che si accalcano per le microscopiche viette di tessuto, orde di milanesi imbruttiti che si concentrano come sugo di pomodoro nei padiglioni fino a farli scoppiare. Mandrie di esseri umani che entrano entusiasti ma che, dopo un paio di ore, sono presi dall'ira da calca, peggiorato anche dal caldo torrido della fiera. Il risultato è una polveriera ambulante, un ammasso di acido lattico distribuito, un odore di rissa ad ogni angolo. Questo porta molti a desistere dalla spedizione. Chi invece alla fiera non vuole proprio rinunciare, si ritrova a fare calcoli complicatissimi, analizzando date, piani astrali e allineamento dei pianeti, arrivando sempre alla stessa conclusione: andare alla fiera in settimana. Per l'amore del Cielo, non andate nel weekend! Non ne uscireste vivi! Vi trovereste in una scena simile a quella di un film post apocalittico, durante un terremoto che separa le placche mentre i vulcani eruttano l'eruttabile, il mare decide di trasformarsi in un'unica onda di dimensioni bibliche e il panico imperversa in città. Andate in settimana, fidatevi. Giorni papabili per eccellenza: dal lunedì al giovedì, con una forte probabilità sul martedì. E sapete perché? Semplicemente perché il resto del mondo in settimana lavora! Quindi il mio consiglio è di maturare i giorni di ferie proprio in quel periodo, non ve ne pentirete. Non solo i corridoi saranno più accessibili e la gente più affabile, ma potrete accedere ai famosi e ghiottissimi assaggi gratuiti senza dover staccare un braccio a morsi ai concorrenti. Insomma, sarete meno branco di iene affamate che non mangiano da mesi e più Mary Poppins che si gode la passeggiatina nel suo dipinto in compagnia di Bert! La qualità della vita ne gioverà! 

In conclusione, la fiera dell'artigianato è sicuramente un'esperienza da fare, ma non va presa sotto gamba. Urge disciplina, organizzazione, esercizio e tanta voglia di avventura. Ma una volta vista, non ne potrete più fare a meno. Almeno fino a quando vi reggeranno le gambe.

Duille

sabato 6 dicembre 2014

Con amore, Dicembre.

Quando arriva dicembre il mio mondo si ribalta completamente. Per un mese tutto ciò che sono viene dimenticato, prendo il groviglio di lana che cerco di dipanare tutto l'anno e lo chiudo in un cassetto. A dicembre niente ansia sociale, niente paura e niente angosce. A Dicembre, metto in pausa la vita e divento ciò che desidero essere, alle mie condizioni, senza preoccuparmi di null'altro che di spargere la mia felicità come un folletto che lancia brillantini dorati. L'ansia sociale non può varcare le porte di questo freddo mese di fine anno.
E' come se Dicembre avesse una piccola porticina ricoperta di polvere di stelle, che avvera i desideri e che lascia indietro ciò che ci tormenta quotidianamente. La mia ansia sociale rimane lì, invischiata in quei fili d'oro stellari, guardandomi torva nel suo completo nero. Niente nero a Natale. L'unico nero consentito è quello della notte, la trapunta dei sogni che ci culla ogni sera, sull'orlo del sonno. L'ansia sociale dovrà fare il giro lungo, andando alla prossima porta, quella di Gennaio, perché nel mese di Dicembre lei non ci entra. Dicembre è magico anche per questo: illumina tutto con le sue luci calde e soffuse, con i suoi profumi e i suoi colori natalizi, non lasciando neanche uno spazio d'ombra dove far rintanare i nostri mostri. Non ci sono angoli bui sotto al letto dove far acquattare le paure e ogni armadio terrificante è aperto e inondato di deliziosi completi natalizi. A Dicembre c'è solo gioia declinata in ogni modo possibile: gioia estatica, gioia entusiastica, gioia romantica e sì, anche gioia nostalgica e malinconica, per coloro che abbiamo perso e che ricordiamo in un momento di struggimento del cuore. Ma Dicembre ha la capacità di non farci indugiare troppo nel dolore di un momento, ha sempre qualcosa da donarci: una ghirlanda che fa capolino su un balcone, un fiocco di neve che strizza l'occhio da una vetrina, un albero di Natale che si affaccia dalla finestra di casa, osservando i passanti. A Dicembre camminare per strada significa entrare in un sogno fatto di luci splendenti, di rossi, di verdi aghi di pino, di dorate sfere variamente decorate e pacchetti tra le braccia delle persone. E tutto questo è reso ancora più bello da quel variegato mondo di cappelli, sciarpe, cappotti e guantini invernali, con pon pon che troneggiano oscillando sulle teste delle ragazzine, fiocchi di neve che sembrano scivolare sugli slittini lungo le sciarpe penzolanti dai colli e scarponi caldi che avvolgono calzettoni dal sapore montano. E quando si ha ancora più voglia Natale e di una spruzzatina di montagna, ci si può rifugiare nel bar preferito e sorseggiare una cioccolata calda con la panna montata e un bacio di cannella.

O magari, se si vuole fare i raffinati, ci si può concedere un tè in compagnia degli amici, chiacchierando e mangiando biscotti, mentre il baluginio delle luci fuori, nelle strade, solletica le guance ed il freddo, che di tanto in tanto fa capolino con l'ingresso di un altro cliente, cerca di rubare qualche granello di pasta frolla che è sfuggito all'assaggio. Dicembre è il mese dei sensi, non del pensiero. Questo mese non ha niente da dire al cervello, vuole parlare solo con il cuore, usando parole che la mente non può capire, ma che sono proprie di quel muscolo che batte dentro al petto e così sottovalutato durante il resto dell'anno. Le parole del cuore sono fatte di suoni, di immagini, di profumi, di sensazioni. E Dicembre ce le regala tutte, queste sensazioni. Vediamo le luci più belle e i colori più allegri, che si accordano come melodie di ciocchi di legno nel camino, sentiamo i canti di Natale nelle sfumature del jazz, del blues, del pop, del country, in un giro del mondo sonoro tenuto insieme da questa ghirlanda musicale di cui non ci stanchiamo mai. Sentiamo gli odori dell'arancia, dello zenzero e della cannella, veri protagonisti olfattivi di questo mese, e qua e là questi odori iniziano una danza con il freddo del vento e con il profumo dei biscotti, eterni viaggiatori pronti a scoprire il mondo al di là della cucina dove sono nati. Assaggiamo dolci sapori, resi più speciali dalle mani cariche di amore che li hanno generati. In fondo, a Natale ci nutriamo di amore, non di cibo. 
E, se siamo molto fortunati, il cielo parteciperà ai festeggiamenti con una coltre bianca che annulla i rumori dei passi e delle ruote, lasciandoci immersi in una nuvola di silenzio, in cui amplificare il battito dei nostri cuori e il suono delle nostre risate. Dicembre ha una magia dentro di sé che nessun altro mese possiede: ha il dono di zittire il cervello, di spegnere le preoccupazioni e di farci nutrire corpo e anima delle piccole gioie del quotidiano, di un fiocco rosso, di una stella dorata, di un ricciolo di profumo che stuzzica il naso, di un sorriso dato gratuitamente ad uno sconosciuto, di un abbraccio sincero tra amici. Dicembre fa venire voglia di pensare al momento, di non rimpiangere ciò che è stato e di non angosciarsi per ciò che sarà. Dicembre è il carpe diem dell'anno. E' il vivere momento per momento, secondo per secondo, godendosi ogni respiro ghiacciato, ogni passo sulla terra e ogni sorso di allegria che ci si concede. 
Bisogna ascoltare le sue parole, perché Dicembre sa molte cose, è un mese vecchio e invernale, un mese che racconta storie vicino al fuoco dall'alba dei tempi, su una vecchia sedia a dondolo in una baita sperduta tra i monti, circondata da pini innevati. Dicembre ci chiede di credere nella possibilità di essere felici, anche se per un attimo e lo fa silenziosamente, dimostrandoci quanto si possa essere felici di ciò che esiste intorno a noi e che aspetta solo un nostro sguardo per brillare e farci brillare. Anche se il mondo tende a pensare che Natale sia una festa commerciale, Dicembre ci ricorda che la vera magia del Natale è essere totalmente nel proprio corpo e sparso nel mondo, in un attimo eterno di continua meraviglia cristallizzato nella neve.

Duille




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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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