Visualizzazione post con etichetta il baule in soffitta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta il baule in soffitta. Mostra tutti i post
martedì 7 aprile 2020
Assaggi #6: Città sola
Dicono che durante la quarantena, per combattere l'inevitabile tristezza e il senso di claustrofobia, si dovrebbero leggere solo cose ariose ed allegre. Io, che sono involontariamente allergica ad ogni forma di precetto generale, ho fatto come al solito di testa mia e mi sono tuffata in Città Sola, di Olivia Laing. Già dal titolo si potrà capire che questo libro non è esattamente l'anima della festa e la sua struttura non aiuta certo a sfatarne il mito. Città sola è infatti l'incontro tra un memoir e un saggio: è un memuaggio (sì, lo so, è una battuta terribile, scusate).
La cosa è divertente, se si pensa che l'opera si propone di raccontare il tema della solitudine, che è il non-incontro per eccellenza. L'autrice cerca di fissare sulla carta il profondo struggimento della solitudine, il dolore cavo dell'isolamento, la campana a morto dell'invisibilità. Ma, si sa, il concetto di solitudine è vasto come l'ignoranza di Trump e stratificato come una torta millefoglie, troppo grande quindi per essere affrontato con le sole proprie forze, forse perché si è pensato di racchiudere in una singola parola tutto un universo di sfumature del sentire che meriterebbero termini autonomi in cui abitare più comodamente. Un po' come è accaduto alla neve nel vocabolario esquimese. Olivia Laing sembra saperlo molto bene e per questo motivo decide di intrecciare la sua personale esperienza della solitudine, vissuta a New York dopo la rottura improvvisa di una relazione importante, con i racconti visivi di grandi artisti moderni, da Edward Hopper ad Andy Warhol, includendo anche personalità che i più di noi non avevano mai neanche sentito nominare e che, forse anche per questo, si rivelano le sorprese più grandi. In questo senso potremmo definire quest'opera quasi un racconto corale, che si avvale di tante voci che esplorano i diversi significati che la parola "solitudine" assume per loro e rivelandone perciò la natura profondamente intima e personale e, allo stesso tempo, la sua universalità. Naturalmente, quel "quasi" è d'obbligo, dato che noi lettori ci insinuiamo nella mente di questi artisti attraverso lo sguardo meticoloso ed emozionato dell'autrice, che tenta di ricostruire i loro pensieri attingendo a diari, biografie ed autobiografie, interviste, articoli, saggi critici. E, naturalmente, guardando le loro opere, che sono la finestra più diretta sulla loro interiorità. Le cose che si imparano da questo viaggio è che la solitudine ha molto a che fare con l'amore e con le sue altrettante infinite declinazioni: l'amore perduto e l'amore mai trovato, l'amore mancato che ha bruciato le radici del Sé, l'amore per il proprio valore, l'amore che ci fa essere degni dell'amore stesso.
La solitudine ha anche a che fare con l'identità, con l'accettazione di tutte le proprie parti, e con la politica e la società, capace di polverizzare una vita relegandola nel ghetto dell'invisibilità e della vergogna e che trasforma chi non si conforma in un nemico da abbattere e disprezzare. In definitiva, la solitudine è il non-amore, l'assenza dell'amore, che secondo la Laing è un prodotto dell'interazione tra le persone, o meglio, della mancanza di un'interazione empatica e genuinamente interessata all'altro, che lascia solchi profondi su chi la subisce, come se fossero stati prodotti da un aratro. Da questi solchi, gli artisti passati in rassegna dall'autrice dimostrano di poter far crescere qualcosa, piante addolorate e bellissime, che ne svelano tutta la fragilità. Un atto creativo, sublimatorio direbbe Freud, che trasforma il dolore in amore e attraverso il quale gli artisti cercano di cicatrizzare il loro passato, spesso traumatico, ricucendolo, a volte letteralmente, come farà David Wojnarowicz, nell'Arte. Nelle loro opere, la solitudine viene messa a nudo, smascherata, stanata dal suo angolo e, così facendo, la si rende esorcizzabile. Certo, la natura ibrida di quest'opera potrebbe non piacere a tutti e sicuramente esige un tempo di abituazione al mezzo ma, una volta superato questo scoglio, il volume scorre velocissimo ed è quasi doloroso interromperne la lettura. Quindi vi do questo consiglio spassionato: non leggetelo prima di andare a dormire. Altro neo, e qui si entra nell'alveo dei gusti personali, è lo stile, che a momenti ho trovato troppo artificiale, inutilmente impreziosito, quasi forzato, anche se non è una costante dell'opera. Nonostante ciò, il libro è assolutamente godibile e con un delizioso effetto collaterale, quello di farci entrare in contatto con autori del tutto nuovi, buttandoci dentro la loro affascinante turbolenza, la loro mente ammatassata, la loro disfunzionalità relazionale, incuriosendoci al punto da volerne sapere di più e quindi amplificando potenzialmente questo viaggio all'infinito. Città sola, per concludere, è un lavoro appassionante, istruttivo, ricco e ben documentato, che affronta la materia senza la presunzione del Soggetto-supposto-sapere, per rubare il termine allo psicoanalista francese Jacques Lacan, ma trattandola come una ricerca di senso nell'emozione che, più di tutte, ci fa sentire scollati dagli altri pur essendo quella che ci accomuna di più.
La cosa è divertente, se si pensa che l'opera si propone di raccontare il tema della solitudine, che è il non-incontro per eccellenza. L'autrice cerca di fissare sulla carta il profondo struggimento della solitudine, il dolore cavo dell'isolamento, la campana a morto dell'invisibilità. Ma, si sa, il concetto di solitudine è vasto come l'ignoranza di Trump e stratificato come una torta millefoglie, troppo grande quindi per essere affrontato con le sole proprie forze, forse perché si è pensato di racchiudere in una singola parola tutto un universo di sfumature del sentire che meriterebbero termini autonomi in cui abitare più comodamente. Un po' come è accaduto alla neve nel vocabolario esquimese. Olivia Laing sembra saperlo molto bene e per questo motivo decide di intrecciare la sua personale esperienza della solitudine, vissuta a New York dopo la rottura improvvisa di una relazione importante, con i racconti visivi di grandi artisti moderni, da Edward Hopper ad Andy Warhol, includendo anche personalità che i più di noi non avevano mai neanche sentito nominare e che, forse anche per questo, si rivelano le sorprese più grandi. In questo senso potremmo definire quest'opera quasi un racconto corale, che si avvale di tante voci che esplorano i diversi significati che la parola "solitudine" assume per loro e rivelandone perciò la natura profondamente intima e personale e, allo stesso tempo, la sua universalità. Naturalmente, quel "quasi" è d'obbligo, dato che noi lettori ci insinuiamo nella mente di questi artisti attraverso lo sguardo meticoloso ed emozionato dell'autrice, che tenta di ricostruire i loro pensieri attingendo a diari, biografie ed autobiografie, interviste, articoli, saggi critici. E, naturalmente, guardando le loro opere, che sono la finestra più diretta sulla loro interiorità. Le cose che si imparano da questo viaggio è che la solitudine ha molto a che fare con l'amore e con le sue altrettante infinite declinazioni: l'amore perduto e l'amore mai trovato, l'amore mancato che ha bruciato le radici del Sé, l'amore per il proprio valore, l'amore che ci fa essere degni dell'amore stesso.
La solitudine ha anche a che fare con l'identità, con l'accettazione di tutte le proprie parti, e con la politica e la società, capace di polverizzare una vita relegandola nel ghetto dell'invisibilità e della vergogna e che trasforma chi non si conforma in un nemico da abbattere e disprezzare. In definitiva, la solitudine è il non-amore, l'assenza dell'amore, che secondo la Laing è un prodotto dell'interazione tra le persone, o meglio, della mancanza di un'interazione empatica e genuinamente interessata all'altro, che lascia solchi profondi su chi la subisce, come se fossero stati prodotti da un aratro. Da questi solchi, gli artisti passati in rassegna dall'autrice dimostrano di poter far crescere qualcosa, piante addolorate e bellissime, che ne svelano tutta la fragilità. Un atto creativo, sublimatorio direbbe Freud, che trasforma il dolore in amore e attraverso il quale gli artisti cercano di cicatrizzare il loro passato, spesso traumatico, ricucendolo, a volte letteralmente, come farà David Wojnarowicz, nell'Arte. Nelle loro opere, la solitudine viene messa a nudo, smascherata, stanata dal suo angolo e, così facendo, la si rende esorcizzabile. Certo, la natura ibrida di quest'opera potrebbe non piacere a tutti e sicuramente esige un tempo di abituazione al mezzo ma, una volta superato questo scoglio, il volume scorre velocissimo ed è quasi doloroso interromperne la lettura. Quindi vi do questo consiglio spassionato: non leggetelo prima di andare a dormire. Altro neo, e qui si entra nell'alveo dei gusti personali, è lo stile, che a momenti ho trovato troppo artificiale, inutilmente impreziosito, quasi forzato, anche se non è una costante dell'opera. Nonostante ciò, il libro è assolutamente godibile e con un delizioso effetto collaterale, quello di farci entrare in contatto con autori del tutto nuovi, buttandoci dentro la loro affascinante turbolenza, la loro mente ammatassata, la loro disfunzionalità relazionale, incuriosendoci al punto da volerne sapere di più e quindi amplificando potenzialmente questo viaggio all'infinito. Città sola, per concludere, è un lavoro appassionante, istruttivo, ricco e ben documentato, che affronta la materia senza la presunzione del Soggetto-supposto-sapere, per rubare il termine allo psicoanalista francese Jacques Lacan, ma trattandola come una ricerca di senso nell'emozione che, più di tutte, ci fa sentire scollati dagli altri pur essendo quella che ci accomuna di più.
Duille
domenica 1 dicembre 2019
Capitolo 29: City
Ho sempre pensato che Baricco non si leggesse ma si esperisse. Lo si respira con gli occhi, lo si lascia entrare come quell'aria carica di promesse nelle prime giornate di aprile. Baricco, insomma, è un'esperienza, anche se non delle più facili. E questo per almeno due motivi: primo, è un autore sperimentale, che gioca con tutto, dalla trama alla sintassi, fino alla punteggiatura. Tanto è vellutato il suo modo di scrivere, tanto è spezzata la geometria della trama.
Baricco ha uno stile di scrittura rarefatto, da stratosfera, con poco ossigeno ma molto denso. Richiede concentrazione, disponibilità e fiducia perché funzioni. Secondo, racconta delle verità, che a volte sono delicate carezze su una guancia, ma a volte sono mani che aprono le ferite e scavano nel corpo fino a trovare il proiettile che ci vive dentro, incandescente come la prima volta che fu sparato dalla canna della pistola. Di nuovo, dovremo fidarci perché tutto funzioni, e abbassare i ponti levatoi che ci proteggono dai nostri angoli bui. City, come tutti i libri di Baricco, non fa eccezione, e ci propone un'esperienza che parla soprattutto di noi, prima ancora che dei sui protagonisti, che sono i veicoli di una riflessione sull'esistenza che supera i confini delle pagine, e che assumerà significati diversi a seconda degli occhi che vi si poseranno. Shatzy e Gould, i due protagonisti del romanzo, sono anime affini nella loro unicità: Shatzy è una ragazza che fa qualsiasi lavoro e che vive la vita come se fosse una nuvola di panna, sfiorando appena le cose reali e addensandosi in alto, nei suoi sogni e nelle riflessioni sulla vita. Desidera solo una cosa: scrivere il più bel western del mondo, su cui lavora da tutta la vita, mettendo un mattoncino dopo l'altro, e registrando tutto su una cassetta. Gould, invece, è un ragazzino prodigio di 11 anni che capisce tutto di fisica quantistica ma molto poco degli altri esseri umani e che guarda da lontano, come un ornitologo. E' uno spettatore della vita, che si rifugia nei suoi amici immaginari e in una storia, per lo più sviluppata durante le permanenze in bagno, che vedono protagonista un boxeur dalle grandi aspirazioni. Shatzy e Gould non trovano un posto che li calzi bene, sono sempre un po' scomodi nelle convenzioni sociali e trovano l'uno nell'altro quel mistero così familiare che li circonda entrambi. Ma in fondo, come dicevo, Shatzy e Gould sono soprattutto un veicolo, uno sguardo con una storia attorno.
Infatti ogni capitolo si potrebbe quasi leggere come qualcosa di slegato da tutto il resto, una specie di panoramica sulla realtà di cui i due protagonisti sono solo il punto di messa a fuoco. Perché il vero racconto sta nella verità che il lettore percepisce e su cui costruisce la sua personale storia. In questo modo, diventa a sua volta un protagonista del romanzo, così come lo sono Shatzy e Gould, con le sue unicità, la sua irriducibilità ad ogni incasellamento, le sue fantasie e le sue fragilità. City è un intrico di strade che si muovono, è una storia polmonare, che si espande e si contrae di pagina in pagina. I respiri a volte rallentano, durante le notti silenziose, in cui briciole di rumori, lasciati indietro durante il giorno, si rimettono in pari con il giorno. Altre volte, improvvisamente, si accelera, nel fantasticare, nell'emozionarsi mentre si vive nei guantoni di un altro. Ci sono momenti in cui si corre così tanto da perdere il fiato, e anche la punteggiatura rimane indietro, non c'è tempo da perdere, il pensiero è troppo impetuoso, è come un'onda che si infrange sulla pagina, sommergendo il lettore in uno stato di apnea decisamente familiare. City ci chiede quindi di buttarci in questo mare di respiri, di seguire le onde, come una foglia rimasta a galleggiare sul pelo dell'acqua. E' anche una storia di strade: strade che si incrociano per diventare una sola, anche se solo per un po', strade che invece si muovono parallele, con solo un filo del telefono a collegarle. Strade che sono state programmate prima di noi, ma che non sono state scelte e che forse, in realtà, non sono neanche adatte a noi, strade che invece non sono mai state pensate o costruite e che riempiono di domande e strade che non sono strade, ma crocicchi che collegano strade, ma che non portano in nessun posto. City quindi è una storia fatta di strade, vie, sterrati e sentieri, che seguiremo in base all'ispirazione e che, alla fine, se saremo pronti a calpestarle, ci porteranno da qualche parte, dentro di noi.
Duille
"[…] magari siamo un crocicchio […], sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto" (p.186).
Etichette:baricco,city,il baule in soffitta | 0
commenti
domenica 8 settembre 2019
Assaggi #5 : L'altra Marilyn
Circa un mesetto fa, mentre praticavo lo sport in cui riesco meglio in assoluto (lo zapping agonistico sul divano), sono incappata in un film su Marilyn Monroe ("Marilyn", appunto) che mi ha catturata subito, perché racchiudeva nella sua patinata pellicola due cose che mi piacciono moltissimo, ovvero
A. elementi biografici e
B. approfondimenti psicologici.
Il film, per chi non l'avesse visto, racconta della settimana cui Marilyn, già famosissima, volò in Gran Bretagna per recitare nel film Il Principe e la Ballerina. In realtà questo spaccato temporale diventa il pretesto per indagare sulla tormentata personalità di Marilyn, di cui, personalmente, non sapevo assolutamente nulla, a parte il fatto che aveva avuto una brutta infanzia e non era proprio un modello di virtù sul set. Ma quei 96 minuti di pellicola sono bastati ad accendere il mio lato da delfino curioso con occhialetti freudiani (lo so, che accoppiata improbabile).
La domanda che mi sono posta, quindi, è stata la seguente: ma qualcuno avrà cercato di fare il profilo psicologico a questa povera creatura piagata apparentemente da ogni sorta di disturbo psicopatologico? E se sì, esistono libri a riguardo? Da qui segue
1. ricerca febbrile sull'internet di informazioni a riguardo, neanche ne andasse della mia vita,
2. scoperta sconcertante della mole antonelliana di libri esistenti sull'argomenti, tali da poter riempire comodamente la biblioteca della Bestia,
3. attivazione dei miei superpoteri di ex studentessa di psicologia al fine di scandagliare questo oceano di testi alla ricerca del volume che, a mio avviso, sembrava più affidabile, 4. approdo sull'isola felice del testo di cui parliamo oggi, grazie al mio pusher di fiducia, la biblioteca. Il saggio che vi propongo oggi è l'Altra Marilyn, scritto a quattro mani dalla psichiatra Liliana dell'Osso e dallo psicoterapeuta Riccardo Dalle Luche, uniti in un sodalizio lavorativo dai cognomi infiniti. Il saggio ha due pregi fondamentali: primo, è organizzato come un manuale, il che significa che è schematico (ma non sbrigativo), organizzato (ma non rigidamente), esplicativo (senza ridursi al semplicismo superficiale di certi testi), approfondito (senza eccedere) e sequenziale (senza rinunciare alle meritate pause caffè riflessive). Secondo, si propone di rivolgersi a lettori non addetti ai lavori, cioè a tutti coloro che di psicologia ne sanno quanto basta per sapere socraticamente di non saperne nulla. E lo so che spesso, parlando di saggi, queste promesse si rivelano fin troppo simili ai buoni propositi per l'anno nuovo snocciolati con finta convinzione a Capodanno, finendo così col trovarsi tra le mani libri che sembrano scritti in ostrogoto mischiato con la lingua farfallina, ma in questo caso gli autori hanno fatto bene i compiti e hanno seguito questo faro luminoso fino all'ultima pagina, sforzandosi ampiamente di semplificare il linguaggio senza impoverirlo e trattando il lettore come un non esperto e non come un bimbo di quattro anni a cui si stanno insegnando i rudimenti del vasino. Il risultato è un bel manualetto chiaro, interessante e approfondito, in cui si analizza l'intera psicopatologia di Marilyn Monroe partendo dalla sua biografia, compresa la storia familiare, analizzando le perizie dei numerosissimi analisti che l'hanno presa in carico (una fra tutte, Anna Freud) e ricostruendo da queste evidenze l'ipotesi diagnostica su cui si poggia l'intera seconda metà del volume, ovvero una diagnosi di disturbo borderline a spettro autistico. La cosa sicuramente più interessante di questo testo è l'approccio estremamente metodico del saggio, che può essere considerato un esercizio diagnostico, una simulazione che si rivelerà molto interessante per coloro che vogliono sapere come ci si muova effettivamente nel processo analitico e diagnostico e che vede nell'anamnesi il punto di partenza per la ricostruzione della storia psicopatologica del paziente e nella esplicitazione delle motivazioni che soggiacciono all'ipotesi diagnostica il verso segno della validità del lavoro. Che è come dire, niente illazioni alla Vanna Marchi qui.
1. ricerca febbrile sull'internet di informazioni a riguardo, neanche ne andasse della mia vita,
2. scoperta sconcertante della mole antonelliana di libri esistenti sull'argomenti, tali da poter riempire comodamente la biblioteca della Bestia,
3. attivazione dei miei superpoteri di ex studentessa di psicologia al fine di scandagliare questo oceano di testi alla ricerca del volume che, a mio avviso, sembrava più affidabile, 4. approdo sull'isola felice del testo di cui parliamo oggi, grazie al mio pusher di fiducia, la biblioteca. Il saggio che vi propongo oggi è l'Altra Marilyn, scritto a quattro mani dalla psichiatra Liliana dell'Osso e dallo psicoterapeuta Riccardo Dalle Luche, uniti in un sodalizio lavorativo dai cognomi infiniti. Il saggio ha due pregi fondamentali: primo, è organizzato come un manuale, il che significa che è schematico (ma non sbrigativo), organizzato (ma non rigidamente), esplicativo (senza ridursi al semplicismo superficiale di certi testi), approfondito (senza eccedere) e sequenziale (senza rinunciare alle meritate pause caffè riflessive). Secondo, si propone di rivolgersi a lettori non addetti ai lavori, cioè a tutti coloro che di psicologia ne sanno quanto basta per sapere socraticamente di non saperne nulla. E lo so che spesso, parlando di saggi, queste promesse si rivelano fin troppo simili ai buoni propositi per l'anno nuovo snocciolati con finta convinzione a Capodanno, finendo così col trovarsi tra le mani libri che sembrano scritti in ostrogoto mischiato con la lingua farfallina, ma in questo caso gli autori hanno fatto bene i compiti e hanno seguito questo faro luminoso fino all'ultima pagina, sforzandosi ampiamente di semplificare il linguaggio senza impoverirlo e trattando il lettore come un non esperto e non come un bimbo di quattro anni a cui si stanno insegnando i rudimenti del vasino. Il risultato è un bel manualetto chiaro, interessante e approfondito, in cui si analizza l'intera psicopatologia di Marilyn Monroe partendo dalla sua biografia, compresa la storia familiare, analizzando le perizie dei numerosissimi analisti che l'hanno presa in carico (una fra tutte, Anna Freud) e ricostruendo da queste evidenze l'ipotesi diagnostica su cui si poggia l'intera seconda metà del volume, ovvero una diagnosi di disturbo borderline a spettro autistico. La cosa sicuramente più interessante di questo testo è l'approccio estremamente metodico del saggio, che può essere considerato un esercizio diagnostico, una simulazione che si rivelerà molto interessante per coloro che vogliono sapere come ci si muova effettivamente nel processo analitico e diagnostico e che vede nell'anamnesi il punto di partenza per la ricostruzione della storia psicopatologica del paziente e nella esplicitazione delle motivazioni che soggiacciono all'ipotesi diagnostica il verso segno della validità del lavoro. Che è come dire, niente illazioni alla Vanna Marchi qui.
Marilyn viene qui trattata come una paziente, ne vengono individuate le caratteristiche patologiche tipiche del disturbo borderline, come l'oscillazione velocissima tra idealizzazione e svalutazione delle persone a lei care, la dipendenza dall'opinione degli altri, veri e propri Io ausiliari per l'attrice, ma soprattutto la maschera Marilyn, a cui Norma Jean, vero nome dell'attrice, si identifica adesivamente per dare senso ad un vuoto identitario incolmabile e che si manifesta , in tutta la sua distruttiva profondità, nella vita privata dell'attrice, esponendola a continui vissuti di abbandono, reali o presunti, e al bisogni di cercare un costante ottundimento in varie forme di dipendenza (alcol, farmaci, relazioni, telefono). Marilyn è un doppio privo di nucleo, è la donna sicura di sé, evidentemente consapevole della sua prorompente sessualità che non esita ad esibire, e contemporaneamente è anche la persona insicura, rimuginativa, che vorrebbe tanto diventare una vera attrice, pur non avendo un vero talento per esserlo completamente. E questo perché la maschera Marilyn, come ci dicono gli autori, non può mai essere sostituita con un'altra maschera recitativa, perché dietro ad essa c'è il vuoto terrificante, un vuoto che l'attrice cercherà di colmare in ogni modo, per essere più dell'icona in cui è e sarà per sempre intrappolata. L'analisi della paziente Marilyn verrà considerata con lo sguardo clinico e privo di giudizio degli autori, che ne rivelano tutta l'umanità e la complessità, ne fanno emergere luci e ombre, comprovando tutto con il riferimento alla benedetta corposissima bibliografia a fine volume. Ultima chicca da non sottovalutare è poi l'album fotografico a fine opera, utile compendio visivo alla narrazione del saggio. Naturalmente non si tratta di un lavoro perfetto: le note a piè di pagina a volte si rivelano solo prolissi approfondimenti che sembrano più uno sfoggio di cultura che un reale ampliamento del discorso, e il taglio psichiatrico spesso prende il sopravvento su quello psicoterapeutico, rendendo il tutto un po' troppo asettico e un filo ambulatoriale. Inoltre, per quanto ci sia un forte tentativo di snellire il linguaggio per renderlo più fruibile al lettore, non sempre questo tentativo arriva ad avere successo, cadendo in qualche tecnicismo di troppo che si poteva evitare. Ma si tratta di casi isolati che si possono tranquillamente superare con un bel "boh" privo di conseguenze. In conclusione, l'Altra Marilyn si rivela essere un libro ben studiato, approfondito, ampiamente documentato, che non dimentica mai il target di destinazione e che si sforza di alleggerire il linguaggio sfruttando metafore, esemplificazioni, ripetizioni e prendendosi il tempo per spiegare i concetti più difficili senza darli per scontati. Consigliatissimo a coloro che vogliono scoprire come si fa diagnosi, agli appassionati di Marilyn e agli addetti ai lavori interessati ad un profilo clinico che si rivelerà roba da leccarsi i baffi.
Duille
domenica 24 marzo 2019
Assaggi #4: Pensieri di uno psicoanalista irriverente
Quando vidi per la prima volta il saggio di Antonino Ferro era una sera estiva, una di quelle notti in cui il calar delle tenebre concede un attimo di tregua al caldo grigliato tipico della Pianura Padana, lasciando il posto ad una leggerissima brezza, come una carezza di seta appena percepibile. Lui era lì, appollaiato nella vetrina di una libreria che costeggiava la mia università.
Mi strizzava l'occhio dalla sua copertina pulitissima e sembrava sorridermi di un sorriso particolare, come se avesse appena fatto una marachella di cui non si pentiva minimamente. "Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi". Non sapevo niente dell'autore né ovviamente ho avuto la possibilità di leggere la quarta di copertina, dato che un vetro e un orario di apertura ci dividevano come nei migliori film romantici. Eppure ho deciso all'istante che quel libricino dalla faccia furba meritava un incontro più formale, un caffè al bar, per esempio, o una cena insieme, rigorosamente in un ristorante etnico, in cui si mangiano i cibi con le mani e si divide lo stesso bicchiere. La mia sempiterna scarsità di dobloni e l'assenza del suddetto dispettoso in biblioteca, mi è costata un'attesa di un anno, che non ha scalfito di una virgola la mia curiosità. E così, quando finalmente lui ha deciso che era il momento di rendersi disponibile nel catalogo della mia spacciatrice di fiducia (sempre la biblioteca), l'ho subito ordinato e l'ho letto. Quindi, eccomi qui, a parlare di questo saggio mentre lui continua a strizzarmi l'occhio e a fare le linguacce al mondo, come Julius il cane. Per rendere giustizia a questo volumetto di appena 153 pagine, però, si deve affrontare il discorso per punti/precisazioni, adottando un metodo più schematico del solito, allo scopo di non perdersi in quello spazio tra terra e cielo che è, di fatto, la psicoanalisi. Quindi partiamo.
PRIMO, è necessario specificare che non si tratta di un saggio, ma di un'intervista, di quelle in cui c'è chi domanda e chi risponde. Ma non aspettatevi un'intervista dal sapore giornalistico, perché la psicoanalisi fa provincia a parte ed è irriducibile a qualsiasi imbrigliamento in schemi precostituiti, il che significa che non è mai lei ad adattarsi al mezzo, semmai il contrario. Ciò significa che davanti a noi si snocciolerà un'intervista psicoanalitica, in cui alla domanda non sempre segue una risposta precisa e chiara, e assolutamente non aspettatevi l'esaustività (questa sconosciuta), quanto un sogno, un viaggio, un racconto per immagini molto in linea con lo stile della psicologia dinamica, secondo cui la domanda non si esaurisce nella risposta perché non esiste un'unica risposta accettabile, ma molteplici possibilità che spesso si esprimono in nuove domande. Una costruzione impossibile, insomma, come un quadro di Escher, e che ad alcuni potrebbe suonare come un po' troppo evasiva, quando non direttamente frustrante.
SECONDO, è necessario fornire due informazioni al volo sui suoi protagonisti, ovvero Luca Nicoli (l'intervistatore) e Antonino Ferro (l'intervistato). Ringraziamo Sua Santità L'Internet per le pillole di saggezza che seguiranno. Luca Nicoli è uno psicoanalista e redattore della Rivista di Psicoanalisi, che praticamente è la versione per strizzacervelli del Science, in cui vengono pubblicate tutte le ricerche e gli articoli di psicoanalisi. Una Bibbia, per quelli del settore. Ferro, invece, è stato il presidente della Società Psicoanalitica Italiana, che è come dire che è stato il Presidente della Repubblica di quella psicologia che ha fondato la psicologia, ovvero quella freudiana. Insomma, due personcine di un certo spessore.
TERZO, urge specificare che in questo libro non si parla di teorie psicoanalitiche, ma di pratica psicoanalitica (che, per parafrasare Pollon, sembra uguale ma non lo è). Niente approfondimenti sulle teorie freudiane, niente spiegoni sul complesso di Edipo, niente pipponi sul significato dei sogni. Qui si parla di psicoanalisti, più che di psicoanalisi. Più precisamente, si entra nel complesso mondo della pratica clinica, di cosa significhi essere uno psicoanalista oggi, di come esserlo, di quanto applicare la tecnica e a quale tecnica affidarsi, di quanto parlare e quanto tacere, di quanto lasciare spazio alla propria irriducibile ed unica individualità e quanto sparire dietro la maschera imperscrutabile dell'analista-basset hound. Soprattutto, il libro si interroga su come adattare al nuovo millennio e alle sue realtà un bagaglio teorico e metodologico che rifiuta lo statuto di documento storico preferendo vestire i panni dell'evergreen sempre attuale.
QUARTO, questo libro si prefigge di mettere in discussione tutto questo, dal vocabolario psicoanalitico all'applicazione delle regole, al concetto stesso di regola. Qualcuno direbbe elegantemente, che questo libro si fa un bel po' di seghe mentali. Non troveremo quindi spiegazioni su come applicare il transfert, quanto la domanda se ancora si possa parlare di transfert e controtransfert, non ci saranno indicazioni su cosa dire e come dirlo, quanto su cosa significhi essere vivo nella seduta (se compaiono punti di domanda sulla vostra testa, non vi preoccupate. E' normale).
Il tutto detto e fatto con l'irriverenza promessa nel titolo, con un linguaggio ironico, ricchissimo di citazioni pop e cinematografiche dal sapore squisitamente personale, pregno di metafore culinarie e fantascientifiche che buttano spavaldamente alle ortiche ogni classicismo, rendendo il volume rinfrescante, togliendogli di dosso la polvere dei secoli, nonostante l'autore abbia ormai più di 70 anni, e soprattutto dando sollievo a noi, giovani psicologi, che ci siamo tormentati con le stesse domande e gli stessi dubbi che l'autore e il suo intervistatore esprimono con la semplicità e il candore di chi ha l'autorità per farlo. Ferro quindi scardina ogni caposaldo della tecnica analitica e lo guarda, come diceva Paul Valery, "allo stesso modo con cui una mucca guarda un treno", ovvero come se fosse la prima volta, senza dargli quell'importanza monumentale degli intoccabili.
E proprio da questi due ultimi punti emerge la mia unica perplessità in merito al volume: credo infatti che il testo non sia così alla portata di quelli che Ferro chiama "pazienti curiosi". Nonostante la indispensabile presenza di un glossario creato apposta per chiarire i termini tecnici mutuati soprattutto dalla teoria bioniana, semisconosciuta ai non addetti ai lavori, il discorso entra molto nel dettaglio della pratica, parlando di concetti come l'unisono, l'0attenzione fluttuante, gli elementi beta e alfa, il campo, la O (sì, la lettera, e no, non è un errore di battitura), dando per scontato che si sappia minimamente di cosa si parla. E vi assicuro che il glossario in questi casi non sarà sufficiente.
Pensieri di uno psicoanalista irriverente è quindi un volume frizzante e tonificante che parla della tecnica psicoanalitica, ma che, secondo me, è riservato a chi di psicologia ha più di un'infarinatura. E' sicuramente dedicato a tutti i giovani psicologi che si affacciano alla professione con quel desiderio di rinnovamento tipico della giovinezza ma con ancora addosso la soggezione nei confronti dell'Istituzione che li ha formati, a partire da Nonno Freud, e che si chiedono come fare a far parte di una professione che, oltre ad un lavoro, nasce come vocazione, quindi allergica a tutto ciò che esula dalla mente e che riguarda il pragmatismo un po' sporco della vita. Un libro squisitamente psicoanalitico, quindi, che lascerà il lettore/professionista assolto da ogni peccato, semplicemente perché scoprirà che il peccato per cui si è tanto affannato, non esisteva in partenza.
Duille
Etichette:Antonino Ferro,assaggi,freud,il baule in soffitta,psicoanalisi | 0
commenti
domenica 27 gennaio 2019
Capitolo 28: Una vita come tante
Una delle parole che un lettore ama di più, quando si parla di libri, è book serendipity: la fortuna di fare per caso l'incontro giusto al momento giusto. E' una scoperta casuale che di casuale sembra non avere niente, è un campo magnetico che fa sì che ci si attragga e ci si scelga proprio in quel momento. Ha del magico e forse è proprio per questo che piace tanto ai lettori, perché in fondo la serendipità, come i libri, è un po' capace di cambiarti la vita, di rimescolare le carte del tuo essere e dare corpo a qualcosa che prima era solo fuliggine.
Per me questo è stato l'effetto di Una vita come tante, di Hanya Yanagihara, e per la mia serendipità devo ringraziare Julia, di Books and Kimonos, che mi ha accompagnata dolcemente per mano fino alla decisione di posare gli occhi sulla prima pagina di questo volume e che ha scritto una splendida recensione che vi invito a leggere. Una vita come tante è un libro gigantesco e non solo per il suo corposo numero di pagine (1094 e no, non è un errore di battitura), ma anche per il coraggio dell'autrice nel trattare tematiche così profondamente umane da sentire quasi il bisogno di rifiutarle, perché sanno troppo di terra per essere vere. Una vita come tante parla di tanto, pur sembrando poco, e parla di tutti, pur narrando solo di alcuni: racconta infatti di quattro amici che si conoscono il primo anno di college e che non si lasceranno più per il resto della vita. Ognuno è ambizioso in un modo tutto suo: Jb è un artista dall'ambizione quasi presuntuosa ma mai fastidiosa, Malcolm si approccia al suo sogno, l'architettura, con la tenacia senza fronzoli di un'aspirazione disciplinata, Willem vorrebbe fare l'attore e si dedica alla recitazione con tutta la disperata caparbietà di chi sa bene di avere pochissime possibilità. E poi c'è Jude, intelligentissimo futuro avvocato che sembra non essere sfiorato dalla tensione quasi dolorosa dell'ambizione struggente che vivono i suoi compagni. Sono tutti diversi, i quattro amici, hanno caratteri diversi e vengono da mondi diversi, eppure sono legati da un affetto autentico e profondo, che supera ogni differenza ed ogni incomprensione, anche l'ostinato bisogno di Jude di non raccontarsi mai, a qualunque costo. E l'intero romanzo ruota intorno a questa misteriosità ed al segreto che è la vita di Jude. Perché Jude è un mistero che sanguina sotto gli occhi di tutti ma che scivola come un'anguilla ad ogni tentativo di essere conosciuto, se non entrando nella sua mente, attraverso i suoi occhi e nei suoi ricordi. L'autrice riesce a dipanare questa massa di parole non dette, come un singhiozzo bloccato in gola, grazie alla sua scrittura semplice e lineare, tutta concentrata nel raccontare più che nel decorare con le parole e che salta da una mente all'altra come pulviscolo sulle giacche dei protagonisti, permettendoci di conoscere profondamente molti dei personaggi di questa lunga storia, che è davvero una vita, e forse neanche come tante. Nonostante questa semplicità linguistica, l'autrice dimostra di avere una padronanza del dispositivo narrativo davvero eccezionale, dato che propone descrizioni del quotidiano vivide, immersive ed innamorate dei piccoli momenti di ogni esistenza, ed è capace di concentrare tutte le sue doti nelle riflessioni psicologiche ed emotive dei personaggi e in piccoli e frequenti guizzi di eleganza o di frizzante ironia, che producono l'effetto del primo seme di mais che esplode nella padella diventando un leggerissimo popcorn bianco.
Sono questi "pop" improvvisi, ma collocati in modo strategico, che permettono di alleggerire i toni drammatici del racconto senza privarlo di spessore, insieme ad una narrazione che naturalmente mantiene le giuste distanze dalla vicenda narrata, permettendo di essere abbastanza vicini da sentire l'odore delle lacrime sulle guance ma senza rischiare di rimanere ustionati dall'incandescenza dell'argomento. Perché, diciamocelo chiaro, Una vita come tante è un vero e proprio dramma. Un dramma che riguarda i suoi personaggi, certo, ma che, se spogliato della trama, diventa un discorso fatto al lettore, una messa a nudo di tutte le emozioni più umane che ci contraddistinguono e che non sempre sono piacevoli o accettabili. Questo libro è quindi una confessione di tutto ciò che di più autentico e fragile esiste nell'essere umano. A volte sono le meschinità inconfessate a tutti e di cui ci si vergogna un po', altre volte è la colpa per non fare abbastanza, per scegliere se stessi all'altro, ma la maggior parte delle volte è la paura. La paura della vita, per esempio, e di come tutto sia dannatamente difficile, anche quando tenti di essere il meglio che puoi. Una vita come tante è anche la storia del dolore causato da una vita capace di toglierti tutti e di darti tutto in un attimo, e che rivela così tutta la sua strutturale insensatezza. E' la storia della sofferenza di vivere ingabbiati in una profezia che si autoavvera, in un convincimento di acciaio che taglia la pelle e lascia cicatrici come la lametta di un rasoio. E' anche la storia di chi guarda questo male di vivere e muore un po' soffocato dal peso schiacciante dell'impotenza. E' la storia della maschera e della paura di essere smascherato, del silenzio che da scelta diventa obbligo, come una bocca cucita con fili di metallo. Ma Una vita come tante è anche la storia di quanto vi è di più prezioso al mondo, delle piccole gioie del quotidiano, dell'aria frizzante dell'inverno, degli affetti sinceri, di chi resta anche quando ci si autosabota, di chi capisce anche senza conoscere, di chi rispetta e ama, a prescindere da tutto, di chi vede il bello in noi anche quando noi stessi non lo percepiamo e che insiste a mostrarcelo fino a riuscire nel miracolo di farci venire un piccolo dubbio.
E' quindi anche un libro sulla resistenza, sul fatto che nessuno si salva da solo ma che ci salviamo ogni giorno l'un l'altro, anche se non per sempre, anche se non del tutto. E' un libro che racconta l'importanza di credere, anche solo per un attimo, anche solo per un respiro, allo sguardo innamorato dell'altro e a ciò che questo sguardo trasmette. Una vita come tante è un respiro che si dilata diventando sospiro e poi urlo e quindi sbadiglio e sorriso e tremula espirazione. E' una catarsi che mette in contatto con la parte più profonda di noi, che ci restituisce più umanamente consapevoli del nostro essere umani. Potreste piangere leggendo questo grande tomo, potreste arrabbiarvi fino al punto di voler abbandonare il libro e il personaggio che vi ha fatto arrabbiare. Potreste volerlo abbracciare e sussurrargli che andrà tutto bene, che c'è sempre speranza. Potreste voler scappare dal libro o scappare dalla vita per non lasciare il libro e la sua storia, che scivola sotto gli occhi fin troppo in fretta. Una vita come tante funziona perché, oltre alla storia c'è un'altra storia, che riguarda ciascuno di noi, e ci mette di fronte alle sfumature del sentire, alle gioie più sciabordanti e all'angoscia più asfissiante. Per questo motivo possiamo dire che, sì, Una vita come tante parla di vite come tante perché racconta di tutte le vite scegliendo di seguirne alcune, mettendo all'universale l'abito del particolare perché seppur le storie cambiano, le emozioni che le abitano restano le stesse, sono come i fili con cui si tesse un arazzo e che ci permette di comprenderci l'un l'altro. Potreste sentirvi in tante parole e potreste avere paura di quello che troverete o forse, più probabilmente, potreste provare sollievo nel sapere che non siete soli, in quel sentimento a volte davvero scomodo. E così Una vita come tante assolverà ad un'altra funzione, quella di redimerci restituendoci dolorosamente completi. Ma non si fermerà qui. Ci metterà anche alla prova, ci chiederà di capire cose che potremmo non aver mai visto, ci chiederà di credere anche quando diremo che è troppo, ci chiederà di restare a guardare anche quando vorremmo solo salvare tutti e ci chiederà di ascoltare davvero e non solo superficialmente, di andare oltre a facili pregiudizi e di capire cosa significhi essere qualcos'altro. Una vita come tante sarà difficile da leggere per alcuni e fin troppo facile per altri. Ma d'altronde, così è la vita.
Duille
"Annika parlava a macchinetta, e doveva aver deciso che la strategia migliore fosse trattare Willem come un'eclissi, limitandosi a non guardarlo". (p.22)
("pop")
domenica 18 novembre 2018
Capitolo 27: Ink
Esiste un tacito accordo tra editore e lettore che fa sì che un libro, a dispetto del motto, possa essere giudicato dalla copertina, almeno in merito alla sua qualità. Potremmo chiamarla "La regola della merendina": c'è una bella differenza tra la Kinder Paradiso e una fetta di torta fatta in casa. Possono piacere entrambe, ma è indubbio che a livello di qualità ci passi un abisso. E' così anche per i libri: copertine curate suggeriscono libri scritti bene, copertine arrangiate alla meno peggio suggeriscono libri scritti male.
Una differenza essenziale e che non ha nulla a che vedere con l'effettivo piacere di leggere quel determinato libro: è semplicemente una bussola implicita che permette di orientare il lettore tra i diversi livelli di qualità, un po' come il muschio sulla corteccia degli alberi che indica sempre il Nord. Ci sono ovviamente le eccezioni che fanno sì che, ad esempio, ci si ritrovi tra le mani la più brutta copia esistente del Grande Gatsby o che, al contrario, ci si imbatta in libri le cui copertine sono così belle da spingere all'acquisto compulsivo, ma che si rivelano più deludenti di un cioccolatino ripieno di gelatine alla frutta. Un esempio di questa seconda categoria è Ink, di Alice Broadway, primo capitolo di una nuova trilogia chiamata Skin Trilogy. Ink è un romanzo con così tanti problemi che non si riesce neanche ad insultarlo a dovere perché sarebbe come prendere in giro un malato terminale: semplicemente crudele. E' un pasticcio confezionato alla perfezione però, come quando a Natale ricevi un pacco gigantesco avvolto in splendida carta da regalo al cui interno finisci col trovare un paio di calzini così brutti che potrebbero piacere solo a Dobby. In questo romanzo non funziona niente, a partire dal genere a cui vorrebbe fare riferimento. Infatti, per definire questo romanzo, urge adottare la massima di Balto: "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è". E infatti Ink sembra vivere in un'eterna crisi d'identità che lo porta ad appropriarsi di elementi propri di generi diversi, facendolo pure molto male. Inserisce mappe inutili, che cavalcano l'onda dei fantasy classici, e tenta, fallendo, di proporre una distopia a tema religioso che resta talmente abbozzata da continuare a sembrare più un ceppo di legno che un burattino, figurarsi diventare un bambino vero. Cerca anche di attingere a temi mitologici e folkloristici, finendo drammaticamente nel plagio e anche come Young adult è decisamente insufficiente, dato che la protagonista non si limonerà mai il belloccio di turno. Diciamo che, sulla carta, Ink dovrebbe essere un romanzo distopico: racconta infatti di un mondo in cui, per motivi religiosi, le persone si tatuano tutti gli avvenimenti significativi della loro vita, nella prospettiva che, alla morte, il loro corpo verrà trasformato in un libro di pelle e giudicato degno di essere ricordato o meno in una cerimonia chiamata la pesatura dell'anima. Se la vita del defunto sarà giudicata priva di macchie, il libro verrà consegnato alla famiglia che lo custodirà e ricorderà, altrimenti verrà bruciato e condannato all'oblio. Come in molte distopie, anche qui il conflitto si crea nel momento in cui la protagonista si ritrova a mettere in discussione tutto il funzionamento sociale su cui ha costruito la sua esistenza e che nel caso di Leora, la nostra eroina, parte dalla scoperta che il padre morto aveva dei segreti tali che rischiano di condannarlo a diventare un bel fiammifero di carne (immagino la puzza!).
Peccato che l'autrice non abbia fatto bene i compiti a casa e non abbia tenuto conto del fatto che affinché una distopia sia tale, è necessario che le regole siano imposte in modo dittatoriale, che soffochino la libertà di espressione e che si crei un senso di claustrofobia intollerabile che spinge il personaggio ad un'azione disperata, rischiando la vita. Qui non c'è niente di tutto questo: il conflitto morale è così poco stringente da essere facilmente soppiantato da problemi ben più importanti per la protagonista, come le ondate ormonali verso l'Adone di turno e le lunghe sessioni imbronciate allo specchio analizzandosi le smagliature. Inoltre non c'è controllo né imposizione legale al tatuaggio, tanto he viene espressamente detto che i clienti chiedono ai tatuatori simboli ambigui per celare le loro manchevolezze, e ovviamente scordiamoci di trovare punizioni esemplari per i dissidenti. Cosa più importante, non esiste una reale minaccia di morte o pericolo oggettivo per la protagonista, dato che né Leora né i suoi familiari amici rischieranno più di un buffetto sulla guancia di fronte ai "crimini" di cui si macchieranno. Quindi, di che distopia parliamo? Direi di nessuna. Sicuramente la pessima caratterizzazione dei personaggi contribuisce largamente a far evaporare quel poco di sostanza che il romanzo vorrebbe avere: i nemici sono così inconsistenti e poco curati che al confronto Mignolo e il Prof sono dei super villain alla Hellraiser, i comprimari sono piatti come le tette dell'ispettore Van Thian nei panni della vedova Ho (spoiler: due bistecche) e la protagonista stessa ha l'acume di un piccione a passeggio sulla tangenziale. Diciamo che il problema principale di Ink (tra i tanti) è che sembra eternamente fermo ai blocchi di partenza, è un prologo lungo 370 pagine in cui non succede letteralmente niente. La trama principale non decolla mai e snerva il lettore sotto la martellante domanda: "ma quando inizia?", vengono cominciate mille sottotrame che restano monche e mai sviluppate (un esempio per tutti: gli intonsi), sono presentati personaggi che non hanno alcuna funzione né alcuna storia personale a dargli spessore e tutta la narrazione è un ripetersi continuo e snervante di momenti di vita quotidiana fini a se stessi che non funzionano neanche ai fini del world building. Quest'ultimo, poi, è addirittura disastroso. L'intero mondo di Leora ruota intorno ad un francobollo della città in cui vive, Saintstone, e ai quattro luoghi che la ragazza frequenta e che il lettore si trova a ripercorrere fino alla nausea, come una pallina da ping pong con il mal di mare. Queste poche locations, oltretutto, sono descritte malissimo, sono tutte identiche tra loro e non creano nessuna atmosfera riconoscibile, tanto che alla fine non riusciamo neanche a capire in che diavolo di epoca ci troviamo. Questa pochezza contenutistica infetta tutto, compresi i temi, che sono più oscuri della vista di un cieco, e lo stile, che è basico come i pensierini scritti dai bambini alle elementari.
L'autrice, ad esempio, si sofferma continuamente ed inutilmente su descrizioni del meteo invernale e usa due coppie di aggettivi per descrivere tutto, dall'ambiente ai sentimenti: caldo/freddo, sicuro/insicuro. E lì si ferma. Inoltre la Broadway cerca maldestramente di inserire elementi comici all'interno della narrazione che però, più che divertire, finiscono col risultare grotteschi, come quando Leora, leggendo il libro di pelle del nonno, si accorge di star fissando le ex chiappe del defunto antenato. La cosa però forse più fastidiosa è il fatto che il testo è infarcito di fiabe che dovrebbero contribuire al world building ma che non solo non ci riescono ma sono anche degli incredibili plagi. Tutte le fiabe sono infatti la copia sputata di fiabe realmente esistenti, dalla Bella addormentata nel bosco al mito del vaso di Pandora, fino alla leggenda di Iside e Osiride. Tutto copiato. E a quel punto anche la compassione viene meno di fronte al dubbio sempre più crescente che l'autrice ci stia prendendo in giro o ci consideri particolarmente ignoranti. Ai posteri l'ardua sentenza. Alla fine, comunque, in questo romanzo non c'è niente. Niente di bello, niente di interessante, niente da giudicare. E' scritto male, ha un'idea che, più che embrionale, è ancora alla fase della morula, lascia in sospeso ogni filone narrativo, non ha antagonisti, i plot-twist sono sorprendenti come scoprire che l'acqua è bagnata e il testo finisce così come è iniziato: nel nulla più totale. L'unica cosa che si salva? La copertina. Quella è davvero bella.
Una differenza essenziale e che non ha nulla a che vedere con l'effettivo piacere di leggere quel determinato libro: è semplicemente una bussola implicita che permette di orientare il lettore tra i diversi livelli di qualità, un po' come il muschio sulla corteccia degli alberi che indica sempre il Nord. Ci sono ovviamente le eccezioni che fanno sì che, ad esempio, ci si ritrovi tra le mani la più brutta copia esistente del Grande Gatsby o che, al contrario, ci si imbatta in libri le cui copertine sono così belle da spingere all'acquisto compulsivo, ma che si rivelano più deludenti di un cioccolatino ripieno di gelatine alla frutta. Un esempio di questa seconda categoria è Ink, di Alice Broadway, primo capitolo di una nuova trilogia chiamata Skin Trilogy. Ink è un romanzo con così tanti problemi che non si riesce neanche ad insultarlo a dovere perché sarebbe come prendere in giro un malato terminale: semplicemente crudele. E' un pasticcio confezionato alla perfezione però, come quando a Natale ricevi un pacco gigantesco avvolto in splendida carta da regalo al cui interno finisci col trovare un paio di calzini così brutti che potrebbero piacere solo a Dobby. In questo romanzo non funziona niente, a partire dal genere a cui vorrebbe fare riferimento. Infatti, per definire questo romanzo, urge adottare la massima di Balto: "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è". E infatti Ink sembra vivere in un'eterna crisi d'identità che lo porta ad appropriarsi di elementi propri di generi diversi, facendolo pure molto male. Inserisce mappe inutili, che cavalcano l'onda dei fantasy classici, e tenta, fallendo, di proporre una distopia a tema religioso che resta talmente abbozzata da continuare a sembrare più un ceppo di legno che un burattino, figurarsi diventare un bambino vero. Cerca anche di attingere a temi mitologici e folkloristici, finendo drammaticamente nel plagio e anche come Young adult è decisamente insufficiente, dato che la protagonista non si limonerà mai il belloccio di turno. Diciamo che, sulla carta, Ink dovrebbe essere un romanzo distopico: racconta infatti di un mondo in cui, per motivi religiosi, le persone si tatuano tutti gli avvenimenti significativi della loro vita, nella prospettiva che, alla morte, il loro corpo verrà trasformato in un libro di pelle e giudicato degno di essere ricordato o meno in una cerimonia chiamata la pesatura dell'anima. Se la vita del defunto sarà giudicata priva di macchie, il libro verrà consegnato alla famiglia che lo custodirà e ricorderà, altrimenti verrà bruciato e condannato all'oblio. Come in molte distopie, anche qui il conflitto si crea nel momento in cui la protagonista si ritrova a mettere in discussione tutto il funzionamento sociale su cui ha costruito la sua esistenza e che nel caso di Leora, la nostra eroina, parte dalla scoperta che il padre morto aveva dei segreti tali che rischiano di condannarlo a diventare un bel fiammifero di carne (immagino la puzza!).L'autrice, ad esempio, si sofferma continuamente ed inutilmente su descrizioni del meteo invernale e usa due coppie di aggettivi per descrivere tutto, dall'ambiente ai sentimenti: caldo/freddo, sicuro/insicuro. E lì si ferma. Inoltre la Broadway cerca maldestramente di inserire elementi comici all'interno della narrazione che però, più che divertire, finiscono col risultare grotteschi, come quando Leora, leggendo il libro di pelle del nonno, si accorge di star fissando le ex chiappe del defunto antenato. La cosa però forse più fastidiosa è il fatto che il testo è infarcito di fiabe che dovrebbero contribuire al world building ma che non solo non ci riescono ma sono anche degli incredibili plagi. Tutte le fiabe sono infatti la copia sputata di fiabe realmente esistenti, dalla Bella addormentata nel bosco al mito del vaso di Pandora, fino alla leggenda di Iside e Osiride. Tutto copiato. E a quel punto anche la compassione viene meno di fronte al dubbio sempre più crescente che l'autrice ci stia prendendo in giro o ci consideri particolarmente ignoranti. Ai posteri l'ardua sentenza. Alla fine, comunque, in questo romanzo non c'è niente. Niente di bello, niente di interessante, niente da giudicare. E' scritto male, ha un'idea che, più che embrionale, è ancora alla fase della morula, lascia in sospeso ogni filone narrativo, non ha antagonisti, i plot-twist sono sorprendenti come scoprire che l'acqua è bagnata e il testo finisce così come è iniziato: nel nulla più totale. L'unica cosa che si salva? La copertina. Quella è davvero bella.
Etichette:alice Broadway,distopia,il baule in soffitta,ink | 1 commenti
domenica 16 settembre 2018
Capitolo 26: Ragazze Elettriche
Ogni romanzo distopico che si rispetti parte da una premessa solitamente semplice come una ghianda, ma che racchiude al suo interno il potenziale secolare di una quercia. Il tutto ha gli inizi delle grandi scoperte scientifiche e delle più grandi innovazioni artistiche: Cosa succederebbe se…? Cosa succederebbe se cambiassi i colori delle cose, se puntassi il telescopio sulla Luna, se immaginassi un mondo in cui improvvisamente tutti diventano ciechi? Cosa succederebbe? E' come una matassa di filo di cui si trova un capo e che poi si segue, lungo tutto il gomitolo, seguendone i metri, assecondandone le curve improvvise, le sparizioni sotterranee e gli intrecci improbabili, senza sapere in realtà cosa si troverà alla fine.
Si diventa Teseo che entra nel labirinto per trovare il Minotauro, o un occhio puntato su un microscopio che scopre l'esistenza dei globuli rossi. Le premesse di Ragazze Elettriche, di Naomi Alderman, sono altrettanto semplici quanto incredibilmente esplosive: cosa succederebbe se tutte le donne, un giorno, scoprissero di poter emettere delle scariche elettriche, anche mortali, dalle mani? Cosa accadrebbe al mondo così come lo conosciamo? Cambierebbe? Resterebbe uguale? Le donne governerebbero il mondo, in una realizzazione della celebre canzone di Beyoncè? La Alderman ci conduce nei meandri di queste domande, nelle loro conseguenze e ne segue gli sviluppi, scegliendo una struttura narrativa ad ampissimo respiro, quasi cinematografica, e molto originale per il genere di cui fa parte. L'autrice infatti, differentemente da quanto accade solitamente in questi romanzi, non incolla il suo sguardo su un protagonista solo, di cui si appropria di conoscenze ed ignoranze, ma opta per una visione ad ampio raggio, abbracciando quattro o più personaggi alla volta, appartenenti a geografie, classi sociali e generi differenti e coprendo un arco temporale ampissimo, di quasi un decennio. L'obiettivo sembra quindi quello di raccontare un fenomeno socio-politico, più che una storia, un evento mondiale più che i suoi protagonisti. Così facendo, le è possibile approfondire il discorso, arrivando al nucleo incandescente della questione senza saltare nessuna tappa, senza produrre lo strappo violento che si verifica spesso nelle distopie, che spinge gli autori a presentarci un mondo già così modificato da risultare pressoché irriconoscibile. In questo senso, ricorda molto una versione ampliata, e molto più dettagliata, del romanzo di Saramago, Cecità, anche se senza la componente apocalittica. In Ragazze Elettriche, il flusso degli eventi è precisissimo, coerente e snocciolato davanti agli occhi del lettore come le briciole di pane nel racconto di Hansel e Gretel e ha la potenza di un'onda sonora che lentamente cresce fino a diventare un urlo che prima esalta ma che, presto, diventa assordante. Il discorso di Ragazze Elettriche è doppio ed incatenato, l'uno soggiacente all'altro. C'è il discorso femminista, la realizzazione definitiva di quel desiderio di rivalsa quasi rabbioso delle donne, che si concretizza in un dono biologico che permette loro di essere più forti degli uomini e quindi di pretendere, e non chiedere, il rispetto e la dignità troppo a lungo negate. L'impianto narrativo è costruito magistralmente al fine di produrre un impatto emotivo crescente ed intensissimo, soprattutto se a leggerlo è una donna, dando la sensazione di un'onda di crescente energia, di eccitazione elettrizzante, di recupero di controllo, di frenetica felicità.
Il ribaltamento degli equilibri di forza, che rendono le donne più pericolose degli uomini, le spinge ad un moto di ribellione ed emancipazione rumorosa che le porta ad autoproclamarsi libere, indipendenti, senza paura e, soprattutto, forti, una spinta a cui, inevitabilmente, la lettrice non potrà che partecipare con un trasporto quasi affamato. Ma ben presto, l'autrice ci mostra che il discorso femminista è solo un pretesto, inteso in senso letterale, come testo precedente, introduzione a quello che è poi il vero tema del romanzo. Gradualmente, infatti, questa onda energetica ubriacante si trasforma, sfugge al controllo, impazzisce. Lo shock è fortissimo, la fuga dall'identificazione inevitabile. Tutto ha lo scopo di farci collidere con il cuore della questione nel momento di massimo coinvolgimento emotivo, lasciandoci stordite. Sfruttando l'ancestrale desiderio femminista di liberazione dal giogo patriarcale, la Alderman apre le porte al vero tema di ogni romanzo distopico e al cuore di ogni ordine sociale attuale: il tema del potere, come ci suggerisce emblematicamente (e più pertinentemente) il titolo originale dell'opera, The Power. La questione non è infatti la lotta femminista, né il femminismo portato agli eccessi, ma i disequilibri di potere. L'opera infatti vuole mostrare le conseguenze della disparità di forze, che qui viene provocatoriamente espresso attraverso il ribaltamento radicale della supremazia, consegnata alla categoria fisicamente più debole, quella delle donne, solo per rivelare l'innegabile trappola. Ovunque ci sia diseguaglianza di forze, in qualunque realtà in cui l'equità non sia centrale e coltivata come un albero sacro, il mondo è destinato a trovare nuovi ordini che si basano sempre sulla ripetizione dello stesso. Così facendo, la Alderman completa e chiude il cerchio sia delle narrazioni distopiche classiche, sia dell'opera a cui deve tutto, il Racconto dell'Ancella, andando ad ampliare ed esplicare ciò che, nel romanzo della Atwood, era più sotterraneo. Qui il tema è chiaro, lampante e terrificante. Non è il cambiamento degli equilibri di potere che produrrà un'evoluzione reale, ma l'abbandono della logica della forza come unico modo per rivendicare la propria libertà. Ragazze elettriche, apparendo come un romanzo che rovescia, smontandolo, lo stereotipo femminista di un mondo migliore se guidato dalle donne, si rivela una aspra e coraggiosa riflessione sul potere e un avvertimento a tutte le donne, affinché non applichino le stesse meccaniche maschili, degenerando in un patriarcato femminile. Credo sia interessante anche sottolineare come l'opera possa essere una lettura particolarmente consigliata anche ad un pubblico maschile: il ribaltamento di prospettiva sarà infatti talmente radicale da far scivolare l'uomo in una posizione di dipendenza forzata e di inferiorità di condizioni, molto simile a quella che vivono attualmente le donne. L'augurio è che in questo modo, identificandosi con Tunde, Tom o Neil, il lettore maschio possa comprendere davvero la snervante, terribile condizione femminile moderna. In fondo, come diceva Cremonini, "gli uomini e le donne sono uguali".
Il ribaltamento degli equilibri di forza, che rendono le donne più pericolose degli uomini, le spinge ad un moto di ribellione ed emancipazione rumorosa che le porta ad autoproclamarsi libere, indipendenti, senza paura e, soprattutto, forti, una spinta a cui, inevitabilmente, la lettrice non potrà che partecipare con un trasporto quasi affamato. Ma ben presto, l'autrice ci mostra che il discorso femminista è solo un pretesto, inteso in senso letterale, come testo precedente, introduzione a quello che è poi il vero tema del romanzo. Gradualmente, infatti, questa onda energetica ubriacante si trasforma, sfugge al controllo, impazzisce. Lo shock è fortissimo, la fuga dall'identificazione inevitabile. Tutto ha lo scopo di farci collidere con il cuore della questione nel momento di massimo coinvolgimento emotivo, lasciandoci stordite. Sfruttando l'ancestrale desiderio femminista di liberazione dal giogo patriarcale, la Alderman apre le porte al vero tema di ogni romanzo distopico e al cuore di ogni ordine sociale attuale: il tema del potere, come ci suggerisce emblematicamente (e più pertinentemente) il titolo originale dell'opera, The Power. La questione non è infatti la lotta femminista, né il femminismo portato agli eccessi, ma i disequilibri di potere. L'opera infatti vuole mostrare le conseguenze della disparità di forze, che qui viene provocatoriamente espresso attraverso il ribaltamento radicale della supremazia, consegnata alla categoria fisicamente più debole, quella delle donne, solo per rivelare l'innegabile trappola. Ovunque ci sia diseguaglianza di forze, in qualunque realtà in cui l'equità non sia centrale e coltivata come un albero sacro, il mondo è destinato a trovare nuovi ordini che si basano sempre sulla ripetizione dello stesso. Così facendo, la Alderman completa e chiude il cerchio sia delle narrazioni distopiche classiche, sia dell'opera a cui deve tutto, il Racconto dell'Ancella, andando ad ampliare ed esplicare ciò che, nel romanzo della Atwood, era più sotterraneo. Qui il tema è chiaro, lampante e terrificante. Non è il cambiamento degli equilibri di potere che produrrà un'evoluzione reale, ma l'abbandono della logica della forza come unico modo per rivendicare la propria libertà. Ragazze elettriche, apparendo come un romanzo che rovescia, smontandolo, lo stereotipo femminista di un mondo migliore se guidato dalle donne, si rivela una aspra e coraggiosa riflessione sul potere e un avvertimento a tutte le donne, affinché non applichino le stesse meccaniche maschili, degenerando in un patriarcato femminile. Credo sia interessante anche sottolineare come l'opera possa essere una lettura particolarmente consigliata anche ad un pubblico maschile: il ribaltamento di prospettiva sarà infatti talmente radicale da far scivolare l'uomo in una posizione di dipendenza forzata e di inferiorità di condizioni, molto simile a quella che vivono attualmente le donne. L'augurio è che in questo modo, identificandosi con Tunde, Tom o Neil, il lettore maschio possa comprendere davvero la snervante, terribile condizione femminile moderna. In fondo, come diceva Cremonini, "gli uomini e le donne sono uguali".
Duille
"Non conta la consapevolezza che non dovrebbe, che non lo farebbe mai. Ciò che importa è che potrebbe farlo, se volesse. Il potere di fare del male è uno stato di benessere." (p.105)
domenica 1 luglio 2018
Capitolo 25: I Parassiti
Ci sono tanti motivi che ci spingono ad iniziare un libro: curiosità, passione, noia, amicizia o l'evergreen di tutti i tempi, il bisogno di farne qualcosa di sé mentre si è in una sessione particolarmente lunga al gabinetto. Nonostante l'incipit di questo nuovo incontro possa non sempre essere poetico e romantico, alla fine il risultato sarà lo stesso: lasciare che il libro ci dia una chance e ci racconti la sua storia, sperando che noi, seduti sul nostro trono di porcellana, possiamo coglierne il messaggio.
Nel mio caso, l'incontro con I Parassiti, di Daphne du Maurier, è stato dettato da un motivo meno nobile del colpo di fulmine ma di certo più raccontabile rispetto al momento di rumba intestinale. La mia avventura con questo romanzo dallo sguardo altero e dalla compattezza monolitica, è iniziata grazie ad un invito indiretto di una splendida amica, Julia (qui il link al suo post: in omnia paratus) ed io mi ci sono buttata dentro con tutta la determinazione che l'affetto può conferire e con l'ignoranza propria di un bambino che impara a scrivere le prime aste sul quaderno a quadrettoni grandi. Che è un modo carino per dire che su questo libro ne sapevo quanto una pecora di fisica quantistica (o anche quanto IO ne so di fisica quantistica....quindi, se Socrate non ci inganna, questo fa di me una pecora, giusto?) I Parassiti si sono quindi dischiusi davanti ai miei occhi, trascinandomi in un mondo che, già dal titolo e dalla copertina, prometteva più variazioni di grigio di una vecchia stampante. Il romanzo ci racconta la vita di una famiglia di artisti, i Delaney, che vive calcando i palcoscenici di tutto il mondo e viene venerata dal pubblico per il suo incredibile talento. E' una famiglia immersa nell'arte fino a sfumarvisi dentro, addirittura ebbra di arte, come un babà al Rhum. I coniugi Delaney sono tumultuosi, turbinosi, luccicanti come un racconto di Fitzgerald, un tripudio di ori e di forme perfette, come un quadro di Klimt. Sono l'emblema dell'art for art's sake. Insieme a loro volteggiano i 3 figli, Maria, Niall e Celia, che pur essendo i protagonisti di questo romanzo, non sembrano essere i protagonisti della loro storia. I tre fratelli vivono nel riflesso della luce dei genitori, lottano per entrare nel quadro, per essere dipinti, per essere guardati dai genitori nello stesso modo in cui questi guardano l'arte. I giovani Delaney narrano la storia di questo romanzo ma non sembrano accorgersene perché il loro sguardo è sempre altrove, teso ad aggirare un vuoto di cui nessuno parla, ma che di pagina in pagina si fa sempre più evidente, più ingombrante, più imbarazzante per il lettore, che sembra essere l'unico a notarlo. E' in virtù di questo vuoto che il lettore non riuscirà mai a condannare i tre protagonisti, pur non potendo identificarsi in essi, pur disapprovandone comportamenti, egoismi, narcisismi e distorti equilibri su cui si poggiano le loro relazioni. Infatti sotto tutti quei lustrini e quegli egoismi, si percepirà forte la solitudine, la domanda mai fatta ma che ha scavato dentro un vuoto innominabile. I tre protagonisti crescono intorno a questo buco di cui non sanno parlare, gravitano intorno ad una verità che non sono in grado di vedere e che guida ogni loro passo. Agganciati, ciascuno in un modo unico, alla storia familiare, a quei genitori che erano soprattutto artisti, vivono una vita che non è la loro, rincorrendo la risposta ad una domanda che, di fatto, è riposta nei luoghi sbagliati. E così si crea un gioco di sostituzioni, in cui l'amore si sostituisce con l'arte, nella disperata speranza che diventando tutto Arte, si sarà finalmente amati, si sarà visti, si sarà scelti. L'arte diventa un surrogato dell'amore in questa narrazione, la porta d'oro che dovrebbe rimuovere quel fischio sordo nel centro del petto, che dovrebbe completare.
Entrarci tutti dentro, per sentirsi sempre un passo fuori, o non entrarci affatto, per rendersi indispensabili a quel genitore che amava ma da cui non si era mai scelti, diventa l'unico modo per sopravvivere, l'unica risposta possibile per arginare il vuoto. In questo modo, Maria, Niall e Celia diventano parassiti, che si cibano di tutto e di tutti senza potersi mai saziare, eterne solitudini che s'incastrano tra loro in modo famelico, amandosi solo per il loro essere riflesso di altro e arrivando quindi a non riconoscersi vicendevolmente nella loro irriducibile unicità, come d'altronde accadeva da bambini. Tutto questo dolore sotterraneo e strisciante è magistralmente diretto e padroneggiato dalla scrittura dell'autrice, dalle scelte stilistiche e di costruzione del romanzo, che di fatto è un grande memoriale soggettivo dei tre narratori. L'autrice allude senza mai rivelare, sfida il lettore, lo invita a ragionare, dissemina briciole lungo il percorso, a partire dalla voce narrante, decisamente inusuale ed estremamente originale, dato che si tratta di una narrazione corale in cui le voci dei tre narratori spesso si intrecciano fino a fondersi in un indifferenziato "noi" che sembra rappresentare alla perfezione questa loro impossibilità di esistere al di fuori dell'immagine familiare, di essere individualità. Si tratta quindi di un romanzo che non punta tanto sugli eventi, quanto sulla psicologia dei personaggi, che ci vengono presentati così come essi si vedono, e che costringe così il lettore ad un accurato ascolto delle parole, dei ricordi, dei non detti, delle verità nascoste tra le righe e rivelate più dagli agiti dei personaggi che da un vero esame di coscienza. E' un libro che richiede pazienza, attenzione e rispetto, perché non palesa mai niente, non esplicita niente, non spiega quasi niente. E' un romanzo che si co-costruisce insieme al lettore, che è invitato ad intessere, tra le trame della narrazione, la propria visione della storia, fino a darle un significato del tutto personale. In questo modo, I Parassiti diventa una moltitudine di storie in un solo romanzo, l'intreccio di sguardo e penna, un labirinto di cui si è invitati a trovare il centro e, in ultima analisi, una storia nuova ad ogni sguardo che vorrà avventurarvisi.
Duille
"I vecchi tempi erano meglio. I bei tempi passati dei duelli. Un calice da vino che andava in pezzi. Una macchia di vino su un foulard di pizzo. Una mano sull'impugnatura della spada. Domani? Sì, all'alba... Nel frattempo non facciamo nulla. Occupiamoci della coscia di pollo." (p.294)
domenica 20 maggio 2018
Capitolo 24: L'una e l'altra
Quando penso a L'una e l'altra, di Ali Smith, non riesco a togliermi di mente la stessa immagine: una fila di perle tenute insieme da un filo di nylon. C'è un inizio che incontra una fine ed una fine che incontra un inizio, come una collana che si chiude intorno ad un collo. Ci sono due storie che si intrecciano senza intrecciarsi mai, la storia di una pittrice ferrarese del 1400 che si finge uomo per poter dipingere, e la storia di una ragazza dal nome maschile che ha perso sua madre e che finge di stare bene quando crede di non sentire niente perché in realtà sente troppo.
Ci sono due vite molto diverse: la vita votata all'arte, coraggiosa, intrepida, anche un po' sfacciata, e la vita annullata dal dolore, piena di buchi, di strappi e pareti che marciscono dietro vecchi poster. C'è la storia dei colori, degli azzurri veneziani e degli ori, e la storia della perdita di ogni colore, il dominio del nero, della muffa che cresce dentro e fuori. E poi l'immagine nella mia mente cambia e le perle iniziano a sfilarsi dal loro filo di nylon, una dopo l'altra, lentamente. E' quello che succede anche al mio libro di biblioteca: l'inizio e la fine si sfilano e mi rimangono in mano. Non si staccano, non si strappano, ma si sfilano, come se non fossero mai state attaccate a nulla, come se fossero fascicoli da portare via. La fine e l'inizio, per la precisione. Potrei attaccarle insieme e si formerebbe una nuova storia. O la stessa storia. Ed è un po' la sensazione che mi dà questo romanzo. Un bel collier di perle che si perde nella mia incomprensione. Perché la narrazione di Ali Smith è perfetta, un flusso di coscienza capriccioso come solo il pensiero può essere, una vera collana di perle che, a mio avviso, racchiude il pregio e il difetto dell'opera. Si salta infatti deliziosamente da una perla alla successiva, sentendo tutta la distanza che le divide, guardando il vuoto in mezzo, il filo di nylon, la frase tronca, lo spazio bianco. Ci si lascia prendere dal flusso di un pensiero che perde i vincoli temporali e addirittura la sintassi, un esperimento alla Joyce che funziona alla perfezione. Ci si immerge nella storia di un fantasma del 1400, che era femmina ed era maschio, l'una e l'altra cosa, ma che in fondo, forse, era solo lesbica. Ci si perde nel lutto di una sedicenne che ha perso la madre e che, suo malgrado, deve continuare a vivere. Ci si muove tra gli affreschi all'uovo del pittore ferrarese e la puntigliosità grammaticale della sardonica studentessa. Eppure. Eppure tutto è sfiorato, tutto è accarezzato e mai toccato. La vita di una pittrice che fu costretta ad essere uomo per essere presa sul serio, il dolore di una morte improvvisa che non si riesce ad elaborare. Ma qual è il punto? Cosa ci vuole dire l'autrice?

Le perle si vedono, ma si vede troppo anche il vuoto che le separa l'una dall'altra, vuoto che gradualmente si inizia fastidiosamente a sentire. E l'una non è più anche l'altra, ma solo due realtà separate che non si fondono mai insieme. Così ho la sensazione che le perle non siano la metafora giusta, perché, più che perle, quelle che leggo sono gocce di rugiada su una ragnatela. Avrei voluto guardarci dentro, a queste gocce, capire come ci si sente ad essere acqua, cosa si vede, se si prova freddo. Volevo vedere il mondo alla rovescia, i confini allungati, il morso del dolore, la sensazione della solitudine di un segreto inconfessabile di cui tutti erano già a conoscenza e, per questo, ancora più inconfessabile. Volevo annegarci dentro e uscirne viva per miracolo. E invece si vedono i fili, si evita di bagnarsi, ci si perde in discorsi profondi che suonano laminati e in descrizioni pittoriche che sembrano compiacersi di se stesse ma dimenticare il senso, si arriva vicino ma mai al cuore. Forse il problema è che si è voluto essere per forza l'una e l'altra cosa, il dialogo filosofico e l'emozione più pura, la pittrice e l'orfana, lo stile e il contenuto. E per essere l'una e l'altra cosa, in 312 pagine, si è finito con lo sfiorare tutto e non toccare niente. Alla fine non è rimasta che l'ombra di un ricordo che sparirà al primo raggio di sole. Un inizio e una fine che si sfileranno via dal volume, una serie di perle che spariranno sotto il letto. O forse, semplicemente, sono io che non ho capito niente (cosa molto, molto probabile).
Duille
"L'arte non fa succedere niente in un modo che fa sembrare che sia successo qualcosa".
Etichette:Ali Smith,il baule in soffitta,L'una e l'altra,leggere,libri | 2
commenti
domenica 15 aprile 2018
Assaggi #3: Lavoretti
Dei saggi si possono dire tante cose: che siano accurati o superficiali, limpidi come l'acqua della Sardegna o oscuri come le parole di una Pizia greca, asciutti come una fetta di carne lasciata troppo tempo sulla piastra oppure scorrevoli ed infiocchettati come un chihuahua nelle mani di Paris Hilton. I saggi possono essere lunghi come la Muraglia Cinese o brevissimi, come uno starnuto emesso sottovoce. Possono essere esaustivi ed appassionanti oppure lasciare tiepidi e pronti ad essere sepolti nei recessi della memoria. Difficilmente però si è sentito dire di un saggio che sia, a tratti, divertente. Diciamoci la verità: "divertente" e "saggio" sembrano quasi due parole antitetiche, gli opposti che violano le leggi dell'amore, non attraendosi mai. Eppure, di tanto in tanto, ecco l'eccezione, il bassethound letterario, tanto serio all'esterno quanto vivace all'interno.
Il mio bassethound è stato Lavoretti, di Riccardo Staglianò. Un libro iniziato come una sfida, forse addirittura frutto di un momento di entusiasmo irrazionale, perché talmente fuori dalla confort zone di un'umanista come me da far impallidire anche la distanza tra Milano e la Luna.
Lavoretti infatti, è un saggio di economia sulla cosiddetta sharing economy, quell'economia fatta di piattaforme multimediali che propongono di instaurare un modello di economia circolare in cui, attraverso l'uso della tecnologia, domanda e offerta si incontrino senza intermediari indiretti, eccetto la piattaforma stessa, scambiandosi beni, tempo o servizi. Un po' come farebbe la zia ambientalista che, invece di andare al supermercato, compra le mele direttamente nella cascina scovata su internet. La realtà che ci racconta Staglianò, invece, è la degenerazione di questo bel concetto nel capitalismo più sfrenato e sregolato (data l'assenza quasi totale di leggi a riguardo) al punto di rendere necessaria una nuova nomenclatura, quella di gig economy, economia dei lavoretti. Si tratta di un'economia in cui il lavoro viene pagato in base alla prestazione erogata e non è vincolata a veri e propri contratti. E' il lavoro dei fattorini di Foodora e Deliveroo, dei drivers di Uber, dei migliaia di moderatori dei social networks (rigorosamente freelance) che si occupano di censurare e/o segnalare le immagini e le frasi che contengono contenuti offensivi, dagli incitamenti di morte dei ragazzini su Ask fino ai messaggi di suicidio su Facebook, e che ha regalato a molti di loro uno stipendio da fame e una bella Sindrome da Stress Post traumatico, con tanto di diagnosi scritta nera su bianco. La Gig economy, ci dice Staglianò, non è il futuro ma un ritorno al passato feudale, in cui le piattaforme, lungi dall'essere l'eroico distruttore delle catene del proletariato ottocentesco, è diventato un nuovo latifondista che estrae una commissione dal servo della gleba che svolge la prestazione, manipola i "collaboratori" affinché lavorino oltre i limiti delle loro possibilità, li punisce riducendo il numero di lavori offerti qualora questi non rispettino i requisiti stakanovisti esigiti o ricevano recensioni negative dai consumatori, non li tutela, li sottopaga, li controlla continuamente. E' così che i drivers di Uber si ritrovano a lavorare anche quando hanno le doglie del parto e a dormire in macchina nei parcheggi delle grandi città per guadagnare tempo ed evitare di tornare in periferia. E' così che i fattorini di Foodora vengono pagati a cottimo 2,50€ a consegna e viene loro ridotta la proposta di lavori se, per qualche motivo, si ritrovano con una gomma bucata per un'ora. E' così che i lavoretti diventano stili di vita e il precariato più estremo si cronicizza come un brutto caso di bronchite.
In questa panoramica disastrosa, che ci vede tutti condannati ad essere allodole davanti ad uno specchio, capite bene che l'ironia diventa non solo gradita, ma addirittura necessaria per ingoiare questo boccone amaro come cicoria e l'autore, fortunatamente, ne fa ampio uso. Staglianò adotta infatti un linguaggio tagliente e amaro, irriverente, cinico e provocatorio, dissacrante e divertentissimo a cui associa una demolizione sistematica, accurata e documentata delle favole moderne a cui i leader di queste nuove piattaforme digitali, comprese Amazon e Facebook, vogliono farci credere. L'obiettivo dell'autore è quello di divulgare e di sviluppare il pensiero critico, di offrire alle persone, soprattutto ai non addetti ai lavori, gli strumenti per promuovere un vero progresso in avanti che sia basato sui diritti acquisiti e non sulla perdita degli stessi in nome di una citofonata flessibilità e autonomia. Per questo motivo, opta per un linguaggio chiaro, accessibile, colloquiale e poco tecnico, e sceglie una esposizione esemplificata, fatta di interviste ai lavoratori, di articoli, di ricostruzioni storiche della nascita e dello sviluppo delle più grandi piattaforme attualmente attive (in particolare Uber e Airbnb) e di diversi capitoli nel quale allarga il discorso, mostrando al lettore il percorso che, di crisi in crisi, ha portato allo smantellamento delle economie tradizionali in nome della nuova economia del futuro, non ultima la crisi attuale, iniziata nel 2008. Ciò che Staglianò sottolinea è quindi che ci troviamo nell'avvenire di un'illusione, per citare Freud, un'illusione che però sta già assumendo la dimensione di un incubo, fatto di precariato, di diritti violati, di pochi che si arricchiscono e di molti che si ritrovano nelle condizioni dei minatori londinesi dell'epoca vittoriana. Un incubo che, alle condizioni attuali, porterà a squilibri economici che non interesseranno solo i singoli ma l'intero sistema e che causeranno un collasso del welfare state (il sistema di assistenza sociale statale) per colpa dell'evasione fiscale legalizzata delle piattaforme e dell'impossibilità di tassare efficacemente i lavoratori che di fatto non hanno contratto dipendente. Conseguentemente, ciò che si delinea è il futuro di una generazione di anziani che, privi di una pensione, si ritroveranno a pesare su finanze pubbliche sempre più esigue e di un presente che esige una "perma-giovinezza" in cui si vive ogni giorno come se fosse l'ultimo. In conclusione, Lavoretti è un libro adatto a tutti coloro che hanno sempre voluto capire qualcosa di economia senza di fatto capirci mai niente, che leggerete tutto d'un fiato (o quasi), che vi farà indignare e, paradossalmente, ridere, che vi aprirà gli occhi e dopo il quale - vi assicuro - inizierete a guardare i fattorini di Foodora con lo sguardo della chioccia davanti al pulcino.
Lavoretti infatti, è un saggio di economia sulla cosiddetta sharing economy, quell'economia fatta di piattaforme multimediali che propongono di instaurare un modello di economia circolare in cui, attraverso l'uso della tecnologia, domanda e offerta si incontrino senza intermediari indiretti, eccetto la piattaforma stessa, scambiandosi beni, tempo o servizi. Un po' come farebbe la zia ambientalista che, invece di andare al supermercato, compra le mele direttamente nella cascina scovata su internet. La realtà che ci racconta Staglianò, invece, è la degenerazione di questo bel concetto nel capitalismo più sfrenato e sregolato (data l'assenza quasi totale di leggi a riguardo) al punto di rendere necessaria una nuova nomenclatura, quella di gig economy, economia dei lavoretti. Si tratta di un'economia in cui il lavoro viene pagato in base alla prestazione erogata e non è vincolata a veri e propri contratti. E' il lavoro dei fattorini di Foodora e Deliveroo, dei drivers di Uber, dei migliaia di moderatori dei social networks (rigorosamente freelance) che si occupano di censurare e/o segnalare le immagini e le frasi che contengono contenuti offensivi, dagli incitamenti di morte dei ragazzini su Ask fino ai messaggi di suicidio su Facebook, e che ha regalato a molti di loro uno stipendio da fame e una bella Sindrome da Stress Post traumatico, con tanto di diagnosi scritta nera su bianco. La Gig economy, ci dice Staglianò, non è il futuro ma un ritorno al passato feudale, in cui le piattaforme, lungi dall'essere l'eroico distruttore delle catene del proletariato ottocentesco, è diventato un nuovo latifondista che estrae una commissione dal servo della gleba che svolge la prestazione, manipola i "collaboratori" affinché lavorino oltre i limiti delle loro possibilità, li punisce riducendo il numero di lavori offerti qualora questi non rispettino i requisiti stakanovisti esigiti o ricevano recensioni negative dai consumatori, non li tutela, li sottopaga, li controlla continuamente. E' così che i drivers di Uber si ritrovano a lavorare anche quando hanno le doglie del parto e a dormire in macchina nei parcheggi delle grandi città per guadagnare tempo ed evitare di tornare in periferia. E' così che i fattorini di Foodora vengono pagati a cottimo 2,50€ a consegna e viene loro ridotta la proposta di lavori se, per qualche motivo, si ritrovano con una gomma bucata per un'ora. E' così che i lavoretti diventano stili di vita e il precariato più estremo si cronicizza come un brutto caso di bronchite.
In questa panoramica disastrosa, che ci vede tutti condannati ad essere allodole davanti ad uno specchio, capite bene che l'ironia diventa non solo gradita, ma addirittura necessaria per ingoiare questo boccone amaro come cicoria e l'autore, fortunatamente, ne fa ampio uso. Staglianò adotta infatti un linguaggio tagliente e amaro, irriverente, cinico e provocatorio, dissacrante e divertentissimo a cui associa una demolizione sistematica, accurata e documentata delle favole moderne a cui i leader di queste nuove piattaforme digitali, comprese Amazon e Facebook, vogliono farci credere. L'obiettivo dell'autore è quello di divulgare e di sviluppare il pensiero critico, di offrire alle persone, soprattutto ai non addetti ai lavori, gli strumenti per promuovere un vero progresso in avanti che sia basato sui diritti acquisiti e non sulla perdita degli stessi in nome di una citofonata flessibilità e autonomia. Per questo motivo, opta per un linguaggio chiaro, accessibile, colloquiale e poco tecnico, e sceglie una esposizione esemplificata, fatta di interviste ai lavoratori, di articoli, di ricostruzioni storiche della nascita e dello sviluppo delle più grandi piattaforme attualmente attive (in particolare Uber e Airbnb) e di diversi capitoli nel quale allarga il discorso, mostrando al lettore il percorso che, di crisi in crisi, ha portato allo smantellamento delle economie tradizionali in nome della nuova economia del futuro, non ultima la crisi attuale, iniziata nel 2008. Ciò che Staglianò sottolinea è quindi che ci troviamo nell'avvenire di un'illusione, per citare Freud, un'illusione che però sta già assumendo la dimensione di un incubo, fatto di precariato, di diritti violati, di pochi che si arricchiscono e di molti che si ritrovano nelle condizioni dei minatori londinesi dell'epoca vittoriana. Un incubo che, alle condizioni attuali, porterà a squilibri economici che non interesseranno solo i singoli ma l'intero sistema e che causeranno un collasso del welfare state (il sistema di assistenza sociale statale) per colpa dell'evasione fiscale legalizzata delle piattaforme e dell'impossibilità di tassare efficacemente i lavoratori che di fatto non hanno contratto dipendente. Conseguentemente, ciò che si delinea è il futuro di una generazione di anziani che, privi di una pensione, si ritroveranno a pesare su finanze pubbliche sempre più esigue e di un presente che esige una "perma-giovinezza" in cui si vive ogni giorno come se fosse l'ultimo. In conclusione, Lavoretti è un libro adatto a tutti coloro che hanno sempre voluto capire qualcosa di economia senza di fatto capirci mai niente, che leggerete tutto d'un fiato (o quasi), che vi farà indignare e, paradossalmente, ridere, che vi aprirà gli occhi e dopo il quale - vi assicuro - inizierete a guardare i fattorini di Foodora con lo sguardo della chioccia davanti al pulcino.
Duille
Etichette:assaggi,economia,il baule in soffitta,Lavoretti,saggi,Staglianò | 2
commenti
Iscriviti a:
Post
(Atom)
Here I am!
- Duille
- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
Visite
Powered by Blogger.
I miei post
ansia sociale
(69)
floating thoughts
(65)
il baule in soffitta
(36)
il cucchiaio di Minù
(26)
opinioni non richieste sulle cose
(18)
racconto
(5)
telefilm addicted
(22)
Cerca nel blog
Lettori fissi
Archivio blog
- aprile (1)
- marzo (1)
- dicembre (1)
- novembre (1)
- ottobre (1)
- settembre (4)
- luglio (1)
- giugno (2)
- maggio (1)
- aprile (1)
- marzo (4)
- febbraio (1)
- gennaio (3)
- novembre (2)
- ottobre (2)
- settembre (3)
- luglio (3)
- giugno (1)
- maggio (3)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (3)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (4)
- luglio (4)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (4)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (4)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (3)
- luglio (5)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (4)
- marzo (2)
- febbraio (2)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (5)
- settembre (3)
- agosto (4)
- luglio (2)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (4)
- febbraio (4)
- gennaio (5)
- dicembre (4)
- novembre (5)
- ottobre (4)
- settembre (3)
- agosto (3)
- luglio (4)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (5)
- febbraio (3)






























