domenica 10 luglio 2016
Telefilm addicted #10 - Orange is The New Black: il mondo in una stanza
Le serie tv sono come dei lunghi libri visivi che invece di svilupparsi in kilometri di pagine, si dischiudono lungo il tempo, avvolgendosi in mantelli di minuti. E come i libri, le serie tv, figlie di un Dio cinematografico minore, sono creature che si prendono il tempo di raccontare una storia in tutte le sue parti, senza correre, perché loro non hanno una vita di 120 minuti, ma di 10, 12 ore. Più che farfalle, sono gatti selvatici. E' forse per questo che le amo così tanto. E come i libri, le serie tv hanno un grande potere, quello di dire Qualcosa, e sì, qualcosa con la lettera maiuscola, che fuor di simbolo significa mandare un messaggio che non passi troppo per il cervello ma arrivi dritto allo stomaco, come una freccia scagliata direttamente nella cornea.
Un esempio mirabile è Orange is the New Black, una serie che ha fatto scalpore per essere un pout-pourrì di questioni sociali, politiche ed esistenziali da far girare la testa. Tratto dall'omonimo (e molto più insipido) libro di Piper Kerman, Orange is The New Black è quella che viene definita una serie corale, ovvero una serie a più voci, in cui non c'è un vero protagonista che traina la storia, ma piuttosto un personaggio/chaperon che ci introduce nella vicenda, diventandone poi parte integrante. E in Orange is The New Black di personaggi ce ne sono tanti, tanti quanti sono le etnie rinchiuse all'interno della prigione femminile di Litchfield, sezione di Minima Sicurezza. Una serie corale, quindi, e quasi interamente al femminile, in cui le donne vengono rappresentate nella loro interezza e complessità. Non c'è nessun appiattimento dei personaggi in facili stereotipi di genere, ma un attento studio del background culturale, etnico e individuale di ogni detenuta, che emerge prepotentemente nella sua psicologia e ne giustifica le azioni. Ne emerge quindi un'esaltazione del femminile in cui non trova spazio il modello iperfemminista moderno, ma che punta a dipingere un'immagine vera e differenziata della donna, che tenga conto delle radici individuali di ogni personaggio. Questo è un elemento che amplifica il divario tra la prigione e le sue detenute.
Laddove infatti la prigione tende a differenziare in modo grossolano le sue "ospiti", accalcandole per etnia, la serie mostra una realtà ben diversa, fatta di storie, di personalità definite e sensibilità uniche. Così ad esempio nel ghetto, sede delle detenute di colore, troviamo Poussey, che parla tre lingue ed è figlia di un rigido soldato americano, mentre nella sezione delle caucasiche convivono americane, russe, hawaiane e cinesi provenienti dalle più diverse estrazioni socio-economiche, comprese famiglie altolocate come quella di Piper. Come dire, l'abito non fa il monaco. Un altro elemento fortemente presente nella serie, e che all'epoca dell'uscita suscitò grande scalpore, è la presenza di temi legati al mondo LGBT, anche in questo caso mai polarizzato verso estremismi irrealistici. L'amore lesbico è descritto con grande onestà e sensibilità, considerandone i diversi aspetti e le sue più variegate sfumature: l'amore tra donne esplode per un bisogno di calore umano, per combattere la solitudine, per svago, ma anche per scelta, per affinità, per amore insomma. E come il rapporto tra donne è affrontato seriamente, allo stesso modo vengono descritte le donne lesbiche: mi ha particolarmente colpita la cura con cui hanno descritto le lesbiche più mascoline, che non sono ridotte a macchiette di uomini pettoruti e non ricalcano i modelli maschili, come troppo spesso siamo stati abituati a vedere, ma che piuttosto esprimono la libertà di essere loro stesse in quanto donne.
E' un po' questa la chiave di lettura con cui Orange is The New Black analizza la dimensione femminile, ovvero quella di considerare il femminile come una questione mentale più che fisica, rendendo in questo modo ovvio tanto il delicato e frivolo temperamento di Lorna, come la grezza femminilità di Boo o l'incredibile eleganza di Sophia, transgender in continua lotta per il riconoscimento della sua identità. Orange is The New Black si rivela quindi un vero manifesto del mondo femminile, che non si lascia ammaliare da facili rappresentazioni della donna e che invece ne sottolinea ogni piega, compreso lo straordinario potere dell'amicizia e della solidarietà, capace di superare ogni differenza ideologica. Accanto a questo tema, se ne sviluppa uno parallelo, che trova massima espressione soprattutto durante la quarta stagione, ovvero quello del carcere e del potere nel carcere. Come ci insegna il celebre esperimento di Zimbardo (vedi qui), l'estremizzazione dei poteri, senza alcun controllo, porta inevitabilmente ad una deumanizzazione collettiva, in cui le guardie diventano sadici dei a cui tutto è concesso e le detenute schiave costrette a sottostare in silenzio ad ogni forma di vessazione, consapevoli dell'assenza di ogni loro libertà umana. Se nelle prime due stagione questa deumanizzazione si esprimeva soprattutto nell'annullamento delle libertà personali e della privacy, con perquisizioni corporali costanti, spesso ad opera di uomini, molestie verbali, sfruttamento lavorativo delle detenute e insopportabili giorni in cella di isolamento, nella quarta stagione la situazione precipita in modo vistoso, complice anche l'acquisizione del carcere da parte di una compagnia privata che considera la struttura come un qualsiasi altro investimento di cui massimizzare i benefici. Questo produce scelte superficiali che non considerano gli interessi delle detenute e che rende la prigione solo un luogo in cui sopravvivere, annullandone quindi lo scopo rieducativo e rendendone tutti i frequentatori meno di animali. Quello a cui assistiamo è la caduta di ogni valore positivo della detenzione, l'evaporazione delle regole civili e della sensibilità così tanto acclamatamente attribuita all'essere umano.
Le guardie si rivelano aguzzini senza cuore, che torturano in vari modi le carcerate, e spesso si sentirà la parola Guantanamo, come a sottolineare con più enfasi la direzione della denuncia verso cui la serie protende. Tutto ciò pone lo spettatore di fronte alla domanda delle domande: qual'è lo scopo del carcere? E' solo una scatola in cui chiudere persone che hanno commesso un delitto oppure è un'opportunità per creare, in un ambiente protetto, un cittadino migliore laddove la società non è stata in grado di farlo? E chi è il buono in questa storia di continui ribaltamenti, in cui chi dovrebbe rappresentare la legge finisce coll'abusare così selvaggiamente del suo potere dimenticando le stesse regole di cui dovrebbe farsi propulsore? E se ancora non bastasse, qual'è il ruolo dell'istituzione di fronte al disagio psichico? E' quello di abbandonare a se stesso il detenuto disturbato, nella speranza di trovare qualcuno, come nel caso di Suzanne, che lo accolga e lo protegga da sè, dagli altri e dall'istituzione stessa, per poi chiuderlo nella sezione psichiatrica, fantasma dal sapore di incubo, quando la situazione sfugge al controllo? Guardando la storia dall'interno, dal punto di vista delle carcerate, Orange is The New Black annulla la distanza tra lo spettatore e il carcerato, costringe ad entrare in contatto emotivo con loro ponendolo di fronte ad un vero dilemma morale, che poco ha da spartire con quei giudizi morali dati dalle persone comuni nei bar, lontani dalla trincea, o sedute nelle poltrone della MCC, la ditta acquisitrice del carcere. La serie non si risparmia quindi, proponendo tanti temi di grande spessore e mettendo le mani in pasta con consapevolezza e cura, al fine di smuovere le coscienze e fare ciò che una serie dovrebbe far fare: riflettere.
Laddove infatti la prigione tende a differenziare in modo grossolano le sue "ospiti", accalcandole per etnia, la serie mostra una realtà ben diversa, fatta di storie, di personalità definite e sensibilità uniche. Così ad esempio nel ghetto, sede delle detenute di colore, troviamo Poussey, che parla tre lingue ed è figlia di un rigido soldato americano, mentre nella sezione delle caucasiche convivono americane, russe, hawaiane e cinesi provenienti dalle più diverse estrazioni socio-economiche, comprese famiglie altolocate come quella di Piper. Come dire, l'abito non fa il monaco. Un altro elemento fortemente presente nella serie, e che all'epoca dell'uscita suscitò grande scalpore, è la presenza di temi legati al mondo LGBT, anche in questo caso mai polarizzato verso estremismi irrealistici. L'amore lesbico è descritto con grande onestà e sensibilità, considerandone i diversi aspetti e le sue più variegate sfumature: l'amore tra donne esplode per un bisogno di calore umano, per combattere la solitudine, per svago, ma anche per scelta, per affinità, per amore insomma. E come il rapporto tra donne è affrontato seriamente, allo stesso modo vengono descritte le donne lesbiche: mi ha particolarmente colpita la cura con cui hanno descritto le lesbiche più mascoline, che non sono ridotte a macchiette di uomini pettoruti e non ricalcano i modelli maschili, come troppo spesso siamo stati abituati a vedere, ma che piuttosto esprimono la libertà di essere loro stesse in quanto donne.
Le guardie si rivelano aguzzini senza cuore, che torturano in vari modi le carcerate, e spesso si sentirà la parola Guantanamo, come a sottolineare con più enfasi la direzione della denuncia verso cui la serie protende. Tutto ciò pone lo spettatore di fronte alla domanda delle domande: qual'è lo scopo del carcere? E' solo una scatola in cui chiudere persone che hanno commesso un delitto oppure è un'opportunità per creare, in un ambiente protetto, un cittadino migliore laddove la società non è stata in grado di farlo? E chi è il buono in questa storia di continui ribaltamenti, in cui chi dovrebbe rappresentare la legge finisce coll'abusare così selvaggiamente del suo potere dimenticando le stesse regole di cui dovrebbe farsi propulsore? E se ancora non bastasse, qual'è il ruolo dell'istituzione di fronte al disagio psichico? E' quello di abbandonare a se stesso il detenuto disturbato, nella speranza di trovare qualcuno, come nel caso di Suzanne, che lo accolga e lo protegga da sè, dagli altri e dall'istituzione stessa, per poi chiuderlo nella sezione psichiatrica, fantasma dal sapore di incubo, quando la situazione sfugge al controllo? Guardando la storia dall'interno, dal punto di vista delle carcerate, Orange is The New Black annulla la distanza tra lo spettatore e il carcerato, costringe ad entrare in contatto emotivo con loro ponendolo di fronte ad un vero dilemma morale, che poco ha da spartire con quei giudizi morali dati dalle persone comuni nei bar, lontani dalla trincea, o sedute nelle poltrone della MCC, la ditta acquisitrice del carcere. La serie non si risparmia quindi, proponendo tanti temi di grande spessore e mettendo le mani in pasta con consapevolezza e cura, al fine di smuovere le coscienze e fare ciò che una serie dovrebbe far fare: riflettere.
Duille
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sabato 2 luglio 2016
Lettera agli amanti estivi
Passi veloci sul pavimento. Piedi nudi che macinano il terreno. Una sedia stride sorpresa di fronte allo spostamento prodotto dalla mano nervosa che l'ha agguantata di sorpresa. Tonfo di corpo sul sedile, dita veloci che si allungano sulla tastiera. Pensieri che saettano dal cranio direttamente alla punta delle dita. Una lettera è in arrivo. E non è una lettera allegra.
"Caro amante dell'estate,
tu non mi conosci, probabilmente non bazzichiamo neanche le stesse zone. In realtà potresti avermi vista di sfuggita, durante il tuo inneggiare alla bella stagione. Sono la tizia accartocciata sulla panchina, col fiato corto, o quella che cerca l'ombra come un pipistrello cerca il buio. Probabilmente non mi hai degnata neanche di uno sguardo, mentre ti godevi quel sole arcigno e perché avresti dovuto? Chiaramente non faccio parte del fan club dell'estate. Ti scrivo, anche se non mi conosci, perché vorrei farti una domanda: come fa a piacerti l'estate? Cosa ha di così allettante questa stagione da farti gridare di gioia nel momento in cui strappi dal calendario la pagina di maggio e vedi sbucare giugno in tutto il suo ardente entusiasmo? Perché forse il problema sono io, o forse viviamo in due realtà climatiche parallele. La verità è che io non trovo niente di buono nell'estate, o almeno non in quella che si adagia sulla mia schiena da giugno a settembre in questa specie di pozza mancata che si chiama Pianura Padana. I problemi fondamentalmente sono due: il caldo e il sudore. Partiamo dalla cosa peggiore, ovvero quella specie di griglia da barbecue in cui vengo posata nei mesi estivi trasformandomi in una salsiccia a contenuto grasso variabile. Hai presente cosa succede alle salsicce sulla griglia? Si arrostiscono, assumono colorazioni fuliggine e SUDANO. Sudano come se non ci fosse un domani, sudano come se avessero una pistola puntata alla tempia, perdono liquidi come un gavettone bucato. E anche io, salsiccia umana, sudo come se fossi affetta da un esodo di massa dell'acqua corporea. Cos'è, le particelle d'acqua abbandonano la nave che affonda come i topi del celebre motto? Sanno qualcosa a me ignoto? Perché io, invece di scappare, corro ai ripari di fronte a questa fuga liquida! Mi spunta un terzo braccio (o forse è un corno?) a forma di bottiglia, che è la mia unica fonte di vitalità ed evita fastidiosi cali di pressione che mi annebbiano la vista e mi intontiscono neanche mi fossi scolata il proverbiale shottino di troppo. Tutto questo sudare, intontirmi e reidratarmi si somma ad una cappa di calore che si adagia stile coperta di lana, di quella che pizzica, e che mi rende estremamente consapevole della massa di ogni pianeta del sistema solare ora accoccolatosi sulla mia cervicale e, contemporaneamente, mi permette di identificarmi completamente nella mela caduta sulla testa di Newton ormai secoli or sono.
Sì, sono consapevole del mio corpo, che per questi tre mesi sviluppa una specie di infatuazione molto potente per il pavimento. Diciamo che la sensazione che provo spostandomi per il mondo è quella di avere la stazza di un lottatore di sumo fuori allenamento avvolto in una pelliccia d'orso. Ogni ossicino, ogni granello di carne pesa come se fossi in un ascensore che sale ad altissima velocità. Divento un'incudine praticamente! Potrai quindi capire che deambulare diventa abbastanza difficoltoso, anche con il terzo braccio a bottiglia. Ragazzo, io MUOIO DI CALDO in questa estate umidiccia di pianura che si è portata via il vento lasciando in baratto una sauna a cielo aperto che deprime anche i capelli, decisamente ad un passo dal suicidio. E non voglio neanche toccare l'argomento ceretta! Su quello facciamo che stendo un velo pietoso per non traumatizzare ulteriormente gli animi. Ma anche così, la questione è tutt'altro che esaurita: l'estate non è solo un dramma per il corpo, che mi trasmuta nel lupo ripieno di pietre dei sette capretti, ma anche per la mente!!! In estate soffriamo in due: io, che collasso ad ogni angolo di strada e riscopro una certa affinità con i vampiri, e il mio povero criceto cerebrale, chiaramente affaticato dentro la sua pelliccia. Guardalo, fa quasi pena lì appeso alla sua ruota come un vecchio paio di calzini brutti. Ci prova a tirare avanti, gira su quella rotella mettendocela tutta, ma lo vedi che arranca, va in iperventilazione ogni cinque minuti, lasciandomi troppo spesso a dovermi gestire con il pilota automatico (ti assicuro che non è il massimo della vita). A volte ho addirittura la sensazione di avere la testa dentro un acquario pieno d'acqua, tipo un palombaro al rovescio, o che una nuvola sia entrata nella testa passando per un orecchio, mentre dormivo. Si può avere la testa piena di nuvole?
E' diverso dall'essere TRA le nuvole, perché lì è la testa che va a prendersi una tazza di té sul soffitto, come nella scena di Mary Poppins, mentre qui è una vera invasione di casa e le nuvole, si sa, sono fatte di aria e acqua. Quindi, ricapitolando: palude nell'aria, palude nella testa e un sole cocente a farci bollire per bene come delle patate. Il che mi riporta alla domanda originale: cosa diavolo ti piace dell'estate? Ti piace il caldo torrido? Il biglietto lasciato dall'anima che si accomiata fino al ritorno del vento del Nord? Il criceto a cui devi fare la respirazione artificiale ogni mezz'ora? La convinzione che, entro settembre, ti cresceranno le branchie? Cosa, cosa santo cielo, cosa? Forse sei un alieno che ha vissuto sempre su Mercurio, oppure sei un mutante, tipo la torcia umana, che del fuoco se ne infischia. O magari sei molto religioso e vuoi espiare in questo modo i tuoi peccati, invece di rovinare il tuo corpo con digiuni e cilici sulla schiena. O forse sei semplicemente pazzo. Certo, probabilmente la verità è che vivi in qualche zona costiera di mare o in quei paradisi nordici che sono le montagne. In quel caso, d'accordo, ti concedo una certa dose di comprensione, anche se concedimi di dirti che ti piace vincere facile! Ma se sei uno di quelli che vivono come me nella pentola a pressione della pianura, beh, allora mi dispiace, ma sei per forza pazzo, masochista o hai l'aria condizionata a casa. In tutti questi casi non posso che detestarti, caro amante dell'estate, perché in estate la mia sensibilità è evaporata insieme ai fluidi corporei, è sgusciata fuori dalle ascelle insieme a litri d'acqua. E non mi dire che quello che ho appena detto è schifoso, perché l'estate non ha niente di poetico, è proprio questo: puzza nelle metropolitane, pelli appiccicaticce e sguardi incarogniti dalla stanchezza. E' una lotta e tu, che te ne vai a zonzo felice sotto la canicola non meriti nient'altro che il mio astio, un astio stanco, certo, ma pur sempre tutto l'astio che posso rivolgere a qualcuno che non ha neanche la decenza di uniformarsi alle esigue masse che soffrono in questo momento di intenso dolore collettivo. Quindi questa, alla fine, si rivela essere una lettera di ira, come quelle che mi becco io tutto l'inverno, all'arrivo della neve o sotto lo scroscio della pioggia autunnale. Che vuoi che ti dica? Mi sembrava doveroso pareggiare i conti.
Saluti rancorosi,
Duille."
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sabato 18 giugno 2016
Crisi e carote
Qualche tempo fa ho visto un documentario sul Polo Nord in cui veniva spiegata la tecnica del carotaggio. Il carotaggio, spiegava il documentario, è una tecnica che prevede la perforazione del suolo e l'estrazione di campioni di terreno di forma cilindrica, chiamate carote appunto, che rivelano importanti informazioni sulla composizione del suolo. Esistono due tipi di carotaggio: il carotaggio di fondo, che produce carote verticali, e il carotaggio di parete, che estrae carote dalle pareti del foro principale.
Al momento della visione non avevo capito perché questa tecnica mi avesse così colpita, a parte forse il nome da cartone animato che mi aveva intenerita come davanti ad un bastoncino di zucchero filato (tanto belli quanto insopportabilmente dolci, non credete?). Oggi però, in preda alla più potente coprinuvola degli ultimi mesi, sono giunta ad una epifania: in ansia sociale, la stessa funzione delle carote è compiuta dalle crisi. La crisi emotiva, come ormai saprete, va a braccetto con l'ansia sociale, è un vero evergreen, ci piaga dall'alba dei tempi, come un vecchio B-movie che non riusciamo proprio a smettere di guardare. Ma, quindi, cosa centrano le carote? Come nel caso delle carote, sono convinta che anche le crisi ci rivelino delle cose sulla condizione del nostro suolo cerebrale, solo che sono molto più dolorose, molto più seccanti, e molto più stancanti. Decisamente più stancanti. Possiamo analizzare le Crisicarote sulla base di quantità e qualità. La prima categoria è di più immediata comprensione: se siamo bucati come groviera, con un bell'orto di carote di parete e di fondo, probabilmente significa che siamo ancora ben piantati nella condizione di ansiosi a basso potenziale, mentre se saranno più rade indicheranno un bradiposo e acciaccato miglioramento interiore. Di tutt'altra pasta è invece l'analisi di tipo qualitativo: se saremo grovierati di carote di parete, la situazione si risolverà in tempi più celeri perché le crisi che dovremo affrontare riguarderanno aspetti superficiali, situazioni di dolore determinate dall'esterno ed estremamente circoscritte, come la rinuncia ad una cena a causa di un attacco d'ansia. Con quelle, una bella mano di stucco e un quadro posizionato strategicamente risolve tutto. Se invece abbiamo la sfiga di beccarci una crisi di fondo, allora lì sono dolori. In quei casi ci si deve preparare a lacrime, angoscia, paura e, nel mio caso, a serate intere passate guardando film romantici di dubbia qualità con la faccia affondata nei fazzoletti (a ciascuno la sua discesa negli inferi). Le crisi di fondo sono cattivissime perché sono crisi esistenziali che ti impongono di dare uno sguardo a volo d'uccello sul futuro, sulle tue chance di essere felice e ti fanno fare i conti con questioni come il tempo che passa, la faccia che avvizzisce, le ambizioni che si spengono, le occasioni che si sprecano e con un'unica costante: non stai guarendo. Non stai guarendo. Sinceramente, una crisi di fondo non la auguro proprio a nessuno. E' una sensazione orribile, che ti corrode dentro come se avessi ingerito soda caustica: brucia l'esofago, polverizza le corde vocali, scioglie le pareti dell'intestino.
La crisi di fondo ammutina corpo e mente, imprigiona nella carne e rende ostaggio del cervello: si diventa solo nuda anima in una terra nemica, papaveri sotto la grandine, soffioni in mezzo ad una folata di vento nordico. Se quotidianamente non ci sentiamo padroni in casa nostra, durante la crisi questa sensazione si accentua, perché corpo e mente si coalizzano per annientarci: il corpo si siede sul nostro petto mozzandoci il respiro e la mente ci tortura sciogliendo veleno di dubbio nelle orecchie e tintinnando le catene che ci legano all'ansia che ribolle nello stomaco fino a liquefarci. Un albero nel mezzo di un incendio boschivo, questa è la crisi. Ed in quei momenti, in mezzo a quel crepitare di legno che muore e allo sfrigolare della pelle che si accartoccia, ammettiamolo, abbiamo paura. Paura di non farcela a vivere in questo modo e in questo mondo, paura della tentazione di arrenderci, paura del futuro, di un'infelicità che non finirà mai, di essere per sempre l'hamburger che cuoce sulla griglia. E poi, improvvisamente, in quel culmine di paura, tutte le luci si spengono e restiamo soli, immersi nel buio ed in un silenzio innaturale e terrificante. Restiamo soli, con il respiro veloce a cui hanno mozzato l'estensione come ad una fisarmonica bucata. Restiamo soli e ci sentiamo soli, in mezzo a tutti quei demoni che lanciano stoccate di lingua ad un passo dalle guance e vorremmo disperatamente che qualcuno ci prendesse per mano e dicesse che va tutto bene, che ce la faremo e che saremo felici, felici davvero. Forse non ci crederemmo, ma sarebbe una bella cosa da sentire. Dalle crisi di fondo infatti si deve uscire da soli, anche se ammettiamolo, il balsamo aiuta parecchio, soprattutto visto che ci aspetta una scalata dal fondo del foro di carotaggio. E noi, ricordo, siamo papaveri, soffioni di anima alla base di quel tunnel verticale. Dovremo sradicarci e, con la sola forza delle nostre foglie (capite quanto siamo messi male?), uscire dal pozzo prima di diventare come Samara...vendicativi e con la pelle raggrinzita. Alla fine probabilmente saremo più forti, tipo dei papaveri culturisti e qualcuno, magari anche io, potrei dirvi che alla fine il gioco valeva la candela. Ma sapete una cosa? Sarà anche vero, ma questa nuova consapevolezza ci costa così tanto in termini di tempo, energia, lotta e felicità che alla fine, forse, non ne vale davvero la pena.
Duille
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domenica 12 giugno 2016
Offerta 2x1: Ransom Riggs e i bambini speciali di Miss Peregrine.
Non mi considero una persona particolarmente astuta. Certo, non sono neanche una di quelle che finisce col comprarsi l'orologio patacca convinta di star acquistando un rolex solo perché "così dice il venditore". Sono pur sempre una milanese nell'anima, solo un po' meno volpe degli altri. Partendo da una premessa simile, quando mi capita di avere un momento di allineamento dei pianeti cerebrali, ovvero una specie di micro scossa di genialità, rimango colpita e ammirata da me stessa, almeno quanto si potrebbe rimanere basiti di fronte ad una botta di diplomazia di Sgarbi.
Recentemente ho avuto uno di questi momenti di illuminazione interiore (lampadina piccola, ma pur sempre accesa) quando, per caso, ho scoperto che Tim Burton avrebbe diretto un nuovo film tratto da un libro a me totalmente sconosciuto: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine. La prima cosa che ho fatto è stata esultare, la seconda chiedermi se questo avrebbe comportato la resurrezione di un Burton che recentemente da' molte poche soddisfazioni e la terza è stata quella di ordinare immediatamente il libro in biblioteca. Nel caso non si capisse, quest'ultimo rappresenta il colpo di genio. Per una volta, avevo giocato d'anticipo e non mi ero ridotta ad aspettare mesi per poter leggere un libro che mi interessava solo perché era da poco uscito il film. Ovviamente mi avvicinavo a questo libricino con un'innocenza da fanciulla illibata, quasi mi commuovevo da sola di fronte a cotanta ignoranza. Immaginate poi la mia sorpresa nello scoprire che non si trattava di un solo libro, come pensavo, ma di ben 3 tomi, di cui solo due pubblicati in italiano. Ebbene sì, la storia dei bambini speciali è una trilogia fantasy che, secondo il quarto di copertina, prometteva di essere un incrocio tra Harry Potter, David Lynch e Tim Burton. Io non so se il recensore stesse tentando di sabotare il libro prima del tempo, ma proporre questo trittico di autori secondo me era un pessimo biglietto da visita, paragonabile solo al battezzare una nave da crociera con il nome "Titanic 2". Ora che li ho letti, posso dirvi che i libri sono ben lontani dall'essere paragonabili ad Harry Potter, ma la situazione non è neanche drammatica come temevo. Da Harry Potter ereditano la fibra morale, da Burton prendono il gusto per il gotico e da Lynch...beh, da Lynch proprio non saprei. Ma due punti azzeccati su tre mi sembra comunque degno di nota. La casa per bambini speciali di Miss Peregrine è un fantasy adolescenziale che non si dà troppe arie e che è molto consapevole di cosa sia e a chi sia destinato: non ha crisi d'identità, non si improvvisa maestro letterario, non divaga e non si perde in troppe chiacchiere. Tutto il libro è completamente incentrato sulla storia, unica vera protagonista, con un registro linguistico modellato sul narratore/protagonista, Jacob, un adolescentissimo ragazzino di sedici anni che un giorno, dopo la morte del nonno, vola dalla calda Florida fino al nebbioso Galles per scoprire se tutte le storie che aveva sentito dal suo vetusto nonnino (bambini invisibili, gente con le api nella pancia, mostri tentacolari) avessero fondamento o fossero solo una versione creepy di Big Fish. Beh, non credo di rivelarvi molto se vi dico che era tutto vero. Altrimenti, non ci avrebbero fatto tre volumi!
Per il resto, è un classico fantasy, con una bella storia lineare che scorre veloce come una sorsata d'acqua, un protagonista dal carattere mite e dalla psicologia sufficientemente approfondita e non scontata (e soprattutto, senza quella maledetta sindrome dell'eroe che affliggeva Harry di tanto in tanto) e una carrellata di fotografie d'epoca più o meno ritoccate che, sempre secondo il quarto di copertina, sarebbero la fonte di ispirazione dei due volumi. In effetti Ransom Riggs si definisce un grande appassionato di fotografie d'epoca (lo scrive anche nella sua biografia) e, a quanto pare, ha sfruttato la sua passione per sfornare queste pagnottelle farcite di funghetti allucinogeni. Sempre a detta del quarto di copertina, infatti, il buon Riggs avrebbe spulciato mercatini dell'antiquariato e collezioni private meglio di un macaco, trovando infine questo Walhalla di fotografie di dubbia origine e dubbio gusto che io personalmente non avrei trovato neanche in una vita e che sono diventati la sua musa. Sinceramente sono un po' scettica sull'autenticità delle foto, non credo cioè che l'autore non abbia apportato alcun ritocco, ma alla fine questo conta poco. Il punto è che anche le foto fanno egregiamente il loro lavoro, corollando alla perfezione il romanzo e suggestionando il lettore quel tanto che basta da fargli venire dei piccoli brividini di gioia lungo la schiena. Una cosa da sottolineare però è l'enorme differenza tra il primo volume, molto più statico, ripetitivo e circoscritto, e il secondo, che prende letteralmente il volo, in una carambola di avvenimenti, sfighe bioniche da far invidia pure a Manzoni, prove da superare e antagonisti terrificanti che sono l'incrocio tra un fanatico religioso e il lupo di cappuccetto rosso. Se il primo libro è pieno di tempi morti, paragonabile ad una lunga visita per il té delle cinque, nel secondo volume (Hollow City) non si ha un attimo di respiro e si arriva alla fine della lettura stremati, come i bambini che stanno affrontando questa terrificante avventura per la loro salvezza. Se il primo libro mi ha instillato moltissimi dubbi, coinvolgendomi relativamente poco, il secondo ha corretto il tiro, sistemato tutti gli errori del suo predecessore e lasciatomi tra le mani un fantasy di tutto rispetto, con personaggi interessanti, approfonditi quel tanto che basta per essere credibili, e una lettura perfetta per un adolescente che cerchi avventura, amore e una punta di ironia, il tutto innaffiato da una scura salsa di soia proveniente direttamente dalla Transilvania. Per concludere, La casa per bambini speciali di Miss Peregrine è un libro carino, coinvolgente, dal titolo eccessivamente lungo, ma non se la tira e tiene compagnia. E ora, per rimediare al disastro del quarto di copertina più pretenzioso e boicottante della storia, vi presento il quarto di copertina made in Duille: i libri di Ransom Riggs sono l'incrocio tra i Goonies e la Famiglia Addams, con una spolveratina di Harry Potter e i doni della morte.
Provare per credere.
Duille
sabato 4 giugno 2016
Storia di una ladra di libri: "è portato ma si impegna troppo".
Ci sono libri che non penseresti di leggere e che invece sembrano sceglierti. Tu pensi ad un segno del destino, ma forse anche i libri sono smossi dalla stessa curiosità che avvolge i tuoi occhi e che ti spinge ad aprirli, con religiosa reverenza. Forse, qualche volta, sono loro a voler leggere te. Se fosse così, posso ben dire di essere stata scelta da Storia di una ladra di libri. Un libro che non ho comprato, che non ho cercato, ma che mi sono ritrovata tra le mani e che mi sono portata a casa, le dita incollate alla copertina rigida, o forse era la copertina rigida ad essere saldamente determinata a non lasciarmi andare.
La mia copia ha le pagine sottili come carta velina, leggermente ingiallite, e sotto la sovracopertina di cartoncino lucido, riportante la locandina del film che gli ha dato la fama, si scopre una copertina di cartone su cui è crollata un'intera vita, con la superficie sbiadita decorata da macchie di muffa, concentrate soprattutto al bordo più esterno del volume, quello che si slancia a strapiombo sulle 562 pagine sottostanti. Un piccolo fiordo di carta, praticamente. Aprendolo, scopro che si tratta di un libro che, al pari della sua copertina, ha avuto una lunga storia punteggiata di tanti nomi. Fu prima "La bambina che salvava i libri" e poi "Storia di una ladra di libri", anche se il vero titolo, quello originale, è semplicemente "The Book Thief", la ladra di libri. Tra tutti i titoli, è quello che preferisco. Mi piacciono i titoli semplici, mi sembrano più autentici, non pretendono di dire più di quanto dicono. Lo dicono e basta, senza girarci troppo intorno. A me fanno venire in mente piume, foglie secche e conchiglie. Tremendamente poetiche, senza sapere di esserlo. Avrei voluto che l'autore abbracciasse questa filosofia, che trasformasse questa storia in una conchiglia in cui sentire il mare. Invece, purtroppo, ha voluto così tanto essere poetico che alla fine ha finito col passare dalla leggerezza delle piume alla vischiosità di una penna sintetica. Il suo stile è volutamente ricercato, a tratti forzatamente poetico. Ci sono interi momenti in cui si possono vedere le rotelle dell'autore girare alla ricerca della metafora più improbabile e d'effetto per descrivere una data scena, producendo così frasi all'odor di naftalina come "versò le sue parole nel lavandino", oppure "ciliegie di sangue filtravano attraverso le bende". Credo che l'autore l'abbia voluta troppo, questa poesia, ed è finito con il cercarla anche quando non voleva essere trovata e, forse, proprio quando non doveva essere trovata. Non è sempre così, ci sono momenti felici in cui la poesia è naturale, spontanea e dà al lettore quella soddisfazione della bella prosa da annotare in qualche angolo di mente e, magari da rileggere ad alta voce per rigirarsi le parole in bocca. Un peccato, questa forzatura nello stile, perché la storia è sicuramente interessante, ben studiata, con un punto di vista innovativo e delle belle trovate narrative, prima fra tutte la scelta del narratore esterno. Chi altro se non la Morte può raccontarci la storia di Liesel Meminger, che un giorno fu adottata dalla famiglia Hubermann un freddo inverno del 1939?
In un periodo in cui la Morte era ovunque, mi è sembrata una scelta perfetta, di grande impatto per il lettore, un messaggio chiaro e diretto: non ti puoi dimenticare della morte in questo libro, perché la sua è un'onnipresenza che sconfina dalla storia e diventa voce narrante. E' la Morte quindi a raccontarci le giornate di una bambina nella Germania Nazista sull'orlo della guerra. Vedremo la vita di Liesel che si snocciola negli anni, toccheremo con mano la leggerezza di una vita ancora troppo piccola per capire davvero quale terribile storia le passi davanti a ritmo di marcia e assisteremo alla crescente consapevolezza che si scaverà nei suoi occhi, grazie agli incontri che la ragazzina farà nella piccola strada in cui vive. A volte la consapevolezza nascerà dolcemente, come una nota di violino che scorre lenta sull'archetto, altre volte sarà nascosta nelle pieghe dell'affetto in fondo ad una cantina, altre ancora sarà improvvisa, come un bagno nel freddo fiume Amper in un novembre qualsiasi. La scoperta della realtà sarà confinata interamente nella quotidianità della Himmelstrasse, fatta di Gioventù Hitleriana, di "Heil Hitler" all'ingresso del negozio della signora Dillon, di falò di libri proibiti nelle piazze, di strade delle stelle gialle desertificate dal fantasma della deportazione. E in mezzo a tutto, ci saranno loro, le parole. La grande metafora di questo libro. Sinceramente trovo questa metafora leggermente superflua, apparentemente molto voluta dall'autore e forse per questo, al pari della poesia nello stile, poco efficace. Le parole sono ovunque in questo libro, sono nella mente di Liesel che cerca di carpirne i segreti, sono nei libri che ruba, diventano addirittura oggetti fisici che piombano sui tavoli sotto gli occhi di tutti. Come dicevo, sono vere e proprie metafore, equiparate a semi che possono far sbocciare alberi o cadaveri. Se ne voleva sottolineare l'incredibile potenza, ma credo che il libro possa facilmente vivere e suggestionare anche senza questa metafora un po' troppo elaborata, che a me personalmente non è arrivata del tutto.
In definitiva, è un libro che consiglio? Direi di sì, purché si accetti una certa macchinosità nello stile e non ci si aspettino grandi colpi di scena. E' un libro che propone una visione diversa del periodo nazista, a tratti troppo romanzato, ma comunque un interessante spaccato della vita di un bambino di quell'epoca, soprattutto dal punto di vista sociale. Non sarà un capolavoro, ma sicuramente è una dignitosissima lettura estiva.
Duille
"Era lunedì, e camminavamo verso il sole su una corda tesa". (pagina 257)
domenica 29 maggio 2016
Condivisite acuta
Oggigiorno per ogni cosa esiste un microcosmo corrispondente, soprattutto per la realtà dell'hobbistica. Chiunque si voglia avvicinare a queste realtà alternative finirà inevitabilmente con il diventare un astronauta, un personaggio alla Star Trek che approda su un pianeta sconosciuto, con le sue regole, il suo sistema sociale e le sue gerarchie. Tra questi, uno di quelli più antichi è il pianeta Leggio, dove spopolano i lettori nelle loro più diverse sfumature di fanatismo. I lettori sono sognatori, maestri dell'escapologia fantastica, divoratori di storie come il serpente Rosicchiamondo di Stranalandia e, nella maggior parte dei casi, terribilmente gelosi della loro collezione di volumetti. Li trattano come figli, li accarezzano, concedono loro sguardi amorosi che i fidanzati possono solo sognarsi e difficilmente permettono loro di finire in mani altrui. Solitamente hanno una lista brevissima di fedelissimi a cui hanno precedentemente richiesto curriculum, referenze e ispezione della libreria domestica.
Ovviamente però, come ci insegna la terza legge della mucca lilla e, credo, anche la sociologia, là dove c'è una maggioranza, si annida sempre anche una minoranza, e in questo caso questa piccola fetta del grafico a torta è formato da lettori diversamente gelosi che, lontano da sguardi indiscreti, si scambiano libri in vie secondarie a cui si accede solo conoscendo la parola d'ordine. Sono i lettori indisciplinati, come la sottoscritta. Tra di noi si annoverano i lettori prestanti (quelli che prestano i libri), i lettori post it (quelli che scrivono sui bordi delle pagine), i lettori neon (quelli che evidenziano le frasi che amano di più) e i lettori sbrodoloni (quelli che rovesciano di tutto sopra i libri). Siamo tanti e tutti diversi, ma oggi ci concentreremo solo sulla prima categoria, quella dei lettori prestanti. La domanda che tutti i bibliofili si pongono è sempre la stessa: cosa ci spinge al prestito? Autolesionismo? Ebrezza per il rischio? Follia? I motivi sono tanti, ma sicuramente non è il disinteresse o la superficialità che muove le nostre azioni. Io, per esempio, amo i mie libri come il più incallito dei bibliofili, di molti ricordo addirittura il momento dell'acquisto. In più sono terribilmente nostalgica, credo che in ogni oggetto si instilli una perla di memoria, che nella mia fantasia ha la forma di una goccia di miele che cade diretta dalla mia mente nelle fibre di un vecchio paio di pantofole, nel freddo metallo di una mollettina per capelli da quattro soldi o tra le pagine di un libro, appunto. Questo fa di me una vera accumulatrice compulsiva di tutto ciò che ai miei occhi è un contenitore di ricordi, ma che nella realtà sono scatole e scatole di cianfrusaglie che di poetico non hanno nemmeno l'alito. Quindi, sulla carta dovrei essere una specie di Gollum del libro che abbraccia i suoi preziosi volumi sibilando "I miei tessoooriii". E invece no.
Io sono una di quelle lettrici che, pur ripromettendosi di non prestare mai ad anima viva i suoi tomi, finisce sempre col tradire la propria parola, consegnando i propri amati nelle mani di amici e parenti. Il problema è che io soffro di condivisite acuta, una malattia del bibliofilo che è molto più diffusa di quanto si creda. La condivisite fa sì che il lettore senta un irrefrenabile impulso non solo di leggere, ma anche di commentare, consigliare e discutere di libri. Se la congiuntivite si palesa con sintomi che riducono la distanza che separa l'essere umano dal pesce telescopio, la condivisite si manifesta con uno strano brillo negli occhi facilmente confondibile con lo sguardo sadico di un serial killer di fronte alla sua preda. E' un impulso irrefrenabile che ci impone di condividere con qualcuno un libro, e la gravità del disturbo è direttamente proporzionale all'apprezzamento del volumetto che abbiamo letto. Credo che se ci imponessimo di resistere all'impulso di condividere, in qualche modo finiremmo con il gonfiarci come dei palloncini diventando molto simili alla prugnobimba della Fabbrica di Cioccolato. Io soffro di condivisite da moltissimo tempo e questo è il motivo per cui, anche se mi riprometto di perseguire la strada della custodia esclusiva dei miei volumi, finisco sempre con il prestarli, posseduta come in un film horror di quart'ordine dal demone dell'entusiasmo. Naturalmente i bibliofili smeagoliani hanno perfettamente ragione nel non affidare i propri libri a mani indiscrete perché i libri, quando sono prestati, non sai mai se tornano all'ovile e, anche nel caso in cui tornino, non sai mai in che condizioni ritornano. Io stessa ho libri che hanno preso il volo e non sono mai più tornati (andati ad Honolulu come Merlino?), altri che si sono fatti vacanze lunghe mesi, a volte addirittura anni, per poi magari tornare da me con una recensione negativa del lettore di turno. Altri libri sono tornati a casa inzuppati come pulcini per uno sfortunato incontro con una vasca da bagno piena, per una pioggia particolarmente intensa o semplicemente perché erano troppo vicini alla brocca dell'acqua. E poi ci sono i libri che si sono portati dietro souvenir a forma di gocce di té, di chiazze di marmellata o addirittura di macchie di Rorschach fatte con la tinta per capelli (grazie mamma). Molti libri mi tornano spettinati, con orecchiette agli angoli delle pagine, oppure ingravidati di fogli di carta, ricette del medico, biglietti del tram, numeri di telefono, liste della spesa. Sono libri vissuti da altri, oltre che da me. Se ci si pensa bene, però, questo di per sé non è male, soprattutto se si è una collezionista di memorie come me. Guardano quelle macchie, quelle pieghe, quelle grinze sui dorsi di copertina, riesco quasi a vedere la goccia di miele caduta dalla mente di qualche amico e che ora è diventata parte della cellulosa di quelle pagine, proprio accanto alle mie. E' l'apoteosi della condivisite.
Ovviamente però, come ci insegna la terza legge della mucca lilla e, credo, anche la sociologia, là dove c'è una maggioranza, si annida sempre anche una minoranza, e in questo caso questa piccola fetta del grafico a torta è formato da lettori diversamente gelosi che, lontano da sguardi indiscreti, si scambiano libri in vie secondarie a cui si accede solo conoscendo la parola d'ordine. Sono i lettori indisciplinati, come la sottoscritta. Tra di noi si annoverano i lettori prestanti (quelli che prestano i libri), i lettori post it (quelli che scrivono sui bordi delle pagine), i lettori neon (quelli che evidenziano le frasi che amano di più) e i lettori sbrodoloni (quelli che rovesciano di tutto sopra i libri). Siamo tanti e tutti diversi, ma oggi ci concentreremo solo sulla prima categoria, quella dei lettori prestanti. La domanda che tutti i bibliofili si pongono è sempre la stessa: cosa ci spinge al prestito? Autolesionismo? Ebrezza per il rischio? Follia? I motivi sono tanti, ma sicuramente non è il disinteresse o la superficialità che muove le nostre azioni. Io, per esempio, amo i mie libri come il più incallito dei bibliofili, di molti ricordo addirittura il momento dell'acquisto. In più sono terribilmente nostalgica, credo che in ogni oggetto si instilli una perla di memoria, che nella mia fantasia ha la forma di una goccia di miele che cade diretta dalla mia mente nelle fibre di un vecchio paio di pantofole, nel freddo metallo di una mollettina per capelli da quattro soldi o tra le pagine di un libro, appunto. Questo fa di me una vera accumulatrice compulsiva di tutto ciò che ai miei occhi è un contenitore di ricordi, ma che nella realtà sono scatole e scatole di cianfrusaglie che di poetico non hanno nemmeno l'alito. Quindi, sulla carta dovrei essere una specie di Gollum del libro che abbraccia i suoi preziosi volumi sibilando "I miei tessoooriii". E invece no.
Io sono una di quelle lettrici che, pur ripromettendosi di non prestare mai ad anima viva i suoi tomi, finisce sempre col tradire la propria parola, consegnando i propri amati nelle mani di amici e parenti. Il problema è che io soffro di condivisite acuta, una malattia del bibliofilo che è molto più diffusa di quanto si creda. La condivisite fa sì che il lettore senta un irrefrenabile impulso non solo di leggere, ma anche di commentare, consigliare e discutere di libri. Se la congiuntivite si palesa con sintomi che riducono la distanza che separa l'essere umano dal pesce telescopio, la condivisite si manifesta con uno strano brillo negli occhi facilmente confondibile con lo sguardo sadico di un serial killer di fronte alla sua preda. E' un impulso irrefrenabile che ci impone di condividere con qualcuno un libro, e la gravità del disturbo è direttamente proporzionale all'apprezzamento del volumetto che abbiamo letto. Credo che se ci imponessimo di resistere all'impulso di condividere, in qualche modo finiremmo con il gonfiarci come dei palloncini diventando molto simili alla prugnobimba della Fabbrica di Cioccolato. Io soffro di condivisite da moltissimo tempo e questo è il motivo per cui, anche se mi riprometto di perseguire la strada della custodia esclusiva dei miei volumi, finisco sempre con il prestarli, posseduta come in un film horror di quart'ordine dal demone dell'entusiasmo. Naturalmente i bibliofili smeagoliani hanno perfettamente ragione nel non affidare i propri libri a mani indiscrete perché i libri, quando sono prestati, non sai mai se tornano all'ovile e, anche nel caso in cui tornino, non sai mai in che condizioni ritornano. Io stessa ho libri che hanno preso il volo e non sono mai più tornati (andati ad Honolulu come Merlino?), altri che si sono fatti vacanze lunghe mesi, a volte addirittura anni, per poi magari tornare da me con una recensione negativa del lettore di turno. Altri libri sono tornati a casa inzuppati come pulcini per uno sfortunato incontro con una vasca da bagno piena, per una pioggia particolarmente intensa o semplicemente perché erano troppo vicini alla brocca dell'acqua. E poi ci sono i libri che si sono portati dietro souvenir a forma di gocce di té, di chiazze di marmellata o addirittura di macchie di Rorschach fatte con la tinta per capelli (grazie mamma). Molti libri mi tornano spettinati, con orecchiette agli angoli delle pagine, oppure ingravidati di fogli di carta, ricette del medico, biglietti del tram, numeri di telefono, liste della spesa. Sono libri vissuti da altri, oltre che da me. Se ci si pensa bene, però, questo di per sé non è male, soprattutto se si è una collezionista di memorie come me. Guardano quelle macchie, quelle pieghe, quelle grinze sui dorsi di copertina, riesco quasi a vedere la goccia di miele caduta dalla mente di qualche amico e che ora è diventata parte della cellulosa di quelle pagine, proprio accanto alle mie. E' l'apoteosi della condivisite.
Duille
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lunedì 23 maggio 2016
Topiche dell'ansia sociale
Sigmund Freud, nella sua esplorazione della mente umana, aveva intuito ciò che Shrek avrebbe poi ampiamente riassunto in una sua celebre frase: gli orchi sono come le cipolle. E la mente umana è come un orco. Cipollosa. In quanto essere bulboso, la nostra testolina non può certo essere liquidata in una descrizione di poche righe. Infatti il primo strizzacervelli della storia gli ha dedicato non una, ma ben due classificazioni, a cui ha dedicato libri, seminari, articoli e, secondo me, anche parecchi sollevamenti d'occhi dei parenti durante il Natale. Freud ha chiamato queste classificazioni TOPICHE.
Nella prima topica Freud ha avuto una visione alla Titanic: un iceberg, le cui parti sommerse rappresentavano l'inconscio, quelle a pelo d'acqua il preconscio e quelle su cui bivaccano abusivamente pinguini imperatore e orsi polari, il conscio, o la coscienza, come preferite. La seconda topica era più simile ad una linea del tempo, in cui ogni parte occupava un posto nella storia dell'uomo: la preistoria, con i suoi uomini tutto pelliccia, clave e suoni gutturali, era l'Es. Nell'epoca delle grandi monarchie illuminate era localizzato il Super Io, che però poteva velocemente scivolare verso l'epoca dittatoriali, facendosi crescere inquietanti baffetti a spazzola. Infine, l'epoca moderna era caratterizzata dall'Io. Queste due topiche si incastravano insieme come quei bellissimi rompicapi in legno che restano tali (ovvero bellissimi) fino a quando non vengono lanciati con violenza contro lo stesso muro che ha già visto l'assalto della sveglia insolente. Riflettendoci, sono giunta alla conclusione che anche l'ansia sociale possa essere organizzata in due topiche: la prima topica è quella del Serraglio, un A-team formato dal Procione incazzato alla batteria, pronto a suonarci come tamburi, alla voce il Rimugiserpe, che ci dedica le più accorate canzoni di scoraggiamento, e al basso il pipistrello, che ci regala quel sound traumatizzato che ci contraddistingue. La seconda topica invece, nella mia esperienza, vede lo sdoppiamento (strippiamento?) della mia persona in tre, ovvero tre versioni di Duille che convivono nella stessa stanza, con letto a castello, tavolo e un bel pavimento di parquet.
La prima Duille è quella panica: è la prima a svegliarsi, l'ultima ad andare a letto e la più celere a rispondere al campanello che annuncia il postino e la sua lista dell'attività del giorno. Ad ogni missiva, la sua reazione è sempre la stessa: urla da albatros, corsa intorno alla stanza come se fosse inseguita da uno sciame di vespe e lacrime che bagnano il pavimento causando non pochi scivoloni. La Duille panica non argomenta, non spiega, non parla. Lei piange e urla come se avesse nell'ugola l'ibrido di un maiale davanti alla mannaia, una scimmia urlatrice e una sirena particolarmente ligia al suo dovere.
La seconda Duille è quella razionale: vive, mangia, prega e ama indossando sempre lo stesso tailleur grigio con decollete dal tacco anziano, occhialetti tondi e crocchia professionale ad abbottonarle la nuca. La sua vocazione è quella dell'analista e la sua massima aspirazione è calmare la Duille panica a colpi di discorsi perfettamente sensati. O almeno, a calmarla abbastanza da evitare l'ennesima fossa ad anello sul pavimento causata dalla sua corsa. Inutile dire che è tutta fatica sprecata, perché raramente le sue parole, lucide come un foglio di acetato e scritte in perfetta calligrafia nell'aria, riescono a sovrastare le urla paniche quel tanto che basta per arrivare alle orecchie della Duille panica. E anche quando il miracolo accade, l'effetto benefico dura il tempo di un respiro di sollievo, per poi ripristinare il giusto caos interiore che fa tanto casa.
In tutto questo parapiglia di parole, urla, scope dei vicini che sbattono sul soffitto e cani del quartiere che abbaiano allarmati, c'è lei, la terza Duille, la Duille della spontaneità: eternamente relegata in sottofondo, ha la voce di una puntina sul disco di vinile, inudibile a meno di non fare silenzio. E' lei che cerca di dirmi come mi sento davvero rispetto all'attività proposta, ma invano, perché spesso non la riesco a sentire. Tuttavia talvolta, durante il riposino recupera-energia della Duille Panica e mentre la Duille razionale è intenta ad organizzare i suoi appunti in vista del secondo round, la Duille Spontanea si siede sul pavimento della camera, le gambe incrociate e il viso concentrato, a leggere la lettera postale. E in quel momento di silenzio, fa sentire la sua ruvida voce da grammofono, sussurrando uno slancio di entusiasmo, un caldo moto di tenerezza, un rotondo sguardo curioso da gatto, ma anche un totale disinteresse, il fastidio di una cosa non gradita, a volte persino il rifiuto. Lei è l'unica che dice la verità, con la sua voce croccante avvolta in strati di ovatta e anni.
Il resto, è solo rumore.
Duille
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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