sabato 25 ottobre 2014

Telefilm addicted #4 - Finestre su un passato ormai dimenticato: The Knick

Questa estate il panorama seriale non ha regalato grandi soddisfazioni. Tra serie soporifere, banali, se non addirittura da atti lesivi contro il pc, una serie ha spiccato tra tutte, salvando, da sola, 3 mesi solari decisamente da dimenticare! Sto parlando di The Knick, una serie che si è palesata, con la sua faraonica perfezione, ad agosto di quest'anno, quando ormai avevamo rinunciato a sperare in qualche novità decente e ci eravamo rifugiati nel tempio degli evergreen telefilmici. The Knick mi ha entusiasmato fin dall'inizio: la trama era incentrata sul personale di un ospedale di New York all'inizio del '900. La prima puntata si è rivelata un gioiellino in quanto ad ambientazioni, personaggi, tempi e attenzione ai dettagli, per non parlare dell'azzeccata quanto azzardata scelta di utilizzare una sigla dalle sonorità elettroniche per un telefilm ambientato in un epoca in cui a malapena si illuminavano le strade!

Ma si sa, una buona premessa non è indicativa di una buona serie e la proverbiale buccia di banana è sempre in agguato dietro ogni angolo. Beh, The Knick questo scivolone lo ha accuratamente evitato puntata dopo puntata, rivelandosi un vulcano di idee, un calderone di tematiche vastissimo ma mai pesante, snocciolate lentamente, pennellata dopo pennellata, fino a dipingere un quadro complesso e sorprendente. La serie infatti sembra quasi offrirci una finestra sul passato, mostrandoci uno spaccato vivente della vita di New York, con tutte le sue innovazioni e i suoi numerosi problemi, trattati qui con crudo realismo, senza ritocchi, minimizzazioni o esagerazioni. E questa fedeltà si incarna perfettamente nei personaggi protagonisti: complessi, ambivalenti, nobili e vili, pieni di sentimenti, di entusiasmo e di crudeltà. Personaggi che ripetutamente compiono errori, che seguono antidiluviane convinzioni, ma che sono anche in grado di superarle in nome di un ideale più grande. Personaggi che, quando non visti, svelano le loro più profonde debolezze, la loro sottile disperazione, la loro quotidiana lotta per l'affermazione e l'equilibrio, in una società che non ha nulla di equilibrato. Nelle storie di questi personaggi si intrecciano le tematiche sociali, di cui si fanno esempi viventi.
L'affermato Dottor Thackery, grande scienziato sempre alla ricerca di un modo per sconfiggere la morte dalle mille facce, ma che si trova a sua volta legato a doppio filo alla sua personalissima malattia, la dipendenza dalla cocaina che, puntata dopo puntata, ne condizionerà la vita, la carriera, e l'amore. Il giovane Dottor Edwards, unico afroamericano ad aver mai varcato le porte del Knick come medico e colpevole di ciò proprio in virtù del colore della sua pelle. Un uomo che lotterà letteralmente ogni minuto di ogni puntata per ottenere il rispetto che merita seguendo le regole, per poi lasciarsi andare a momenti di rabbiosa disperazione nel ghetto in cui è relegato. La stupenda Cornelia, figlia del maggior mecenate del Knick, espressione dell'emancipazione femminile, della saggezza della donna e dell'amore che non conosce confini etnici. E questi sono solo alcune delle vite che si dipanano nel mondo complesso e ricchissimo di questa serie, che non si tira indietro di fronte ad alcuna questione, in un'altalena musicale in cui non vi è mai una stonatura. Ogni tema ha il suo referente e i personaggi si muovono l'uno intorno all'altro in un balletto di apparenze, dietro al quale si cela il loro essere specchio della società. Il tema della dipendenza, dell'aborto, della corruzione dilagante, della criminalità a cui tutti si rivolgono, compresi uomini nobili, la pazzia e il razzismo, dipingono un mondo difficile, un mondo organizzato in rigidi ceti, un mondo in cui vivere è davvero sopravvivere.
E tutto ruota intorno al tema principale, che si sviluppa all'interno dell'ospedale: la ricerca fatta dai medici per salvare vite umane, lo studio di nuove procedure chirurgiche per ridurre il numero di morti, le scoperte che cambiano le sorti della medicina in un momento storico in cui le tecnologie erano poche e le tecniche terapiche ancora molto rudimentali. Ci viene mostrato tutto, le manovelle per risucchiare il sangue durante gli interventi, le mani nude all'interno dei corpi, la disperazione di fronte all'ennesima morte sul tavolo operatorio. Ma tutto viene fatto quasi per onor di cronaca, senza indugiare in macabri dettagli atti a sconvolgere il pubblico. Non c'è malizia in ciò che vediamo, ma solo verità, solo umanità. Sfaccettata, complessa umanità. Umanità che è soprattutto controsenso. Umanità che arranca nel fango di una società violenta ed egoista, ma che, anche in mezzo a tutto questo dolore, riesce a far emergere prepotentemente nobili sentimenti, che bonificano tutto, anche solo per un attimo. E che ricorda che, anche nei momenti peggiori, c'è sempre speranza. The Knick ha superato la prima stagione brillantemente, rivelandosi il gioiello che prometteva di essere, rendendoci spettatori, attraverso quella finestra che ha aperto per noi, di un viaggio nel tempo che svela l'attualità nell'ormai dimenticato, tenendoci col fiato sul collo, amando profondamente quei personaggi così incredibilmente umani, così capaci di cambiare e fare del bene nei momenti più impensati. Aspettando la seconda stagione, non possiamo fare altro che alzarci in piedi e applaudire questo piccolo capolavoro storico.


Duille





sabato 18 ottobre 2014

La convinzione del soffione

Ci sono domande a cui non è facile rispondere. Perché piace tanto il caffè? Cos'è il rosso? Cosa si prova guardando l'oceano per la prima volta? E questo, senza addentrarci nel magico mondo delle domande esistenziali, tipo "Che senso ha la vita?" "Esiste Dio?" "Perché non ci diamo tutti al baratto?" e via discorrendo. Ma gli ansiosi sociali hanno un piccolo corredo personale di domande irrisolvibili che rende loro la vita un po' difficile. Oltre al solito "Perché sono così?", vero evergreen nelle nostre solitarie serate tutte fazzoletti, gelato e telefilm, c'è anche la domanda delle domande, il Santo Graal delle interrogazioni: "Cosa si prova ad essere un ansioso sociale?". Domanda difficile, incognita che tormenta le nostre giornate e che stropiccia migliaia di maglie sotto le nostre nervose mani intente ad assistere il cervello a corto di idee. Come spiegare ad una persona che non ha questo problema cosa significhi vivere in compagnia di questa simpatica burlona convinta che sia Halloween tutto l'anno? E come fare a trovare una definizione che permetta di riassumere in poche parole anni di rabbia, cisterne di lacrime ed un campionario di rinunce da far invidia al più inconcludente degli esseri umani? In fondo, a nostra disposizione abbiamo solo delle minuscole letterine, segni che, in queste circostanze, si ricordano di essere solo scarabocchi sulla carta, movimenti di penna che sembrano aver perso tutta loro capacità espressiva. Parole, dove avete lasciato il vostro pathos? Voi, che siete gli He-men (He-words?) della situazione, di colpo vi riducete a piccoli vermetti neri che si spalmano sulla pagina bianca. E io che me ne faccio di questo pugnetto di vermicelli al nero di seppia? Eh? Qualcuno può venire ad aggiustarli? Come dite? Non si può? Ah. Ho capito. Allora mi tocca arrangiarmi. Mi inventerò qualcosa alla McGiver, o mi improvviserò Doc di Ritorno al Futuro. E nel caso di un blogger, diventare McGiver significa una cosa sola: RICORRERE ALLE IMMAGINI. Quando le parole ti danno il benservito e ti lasciano in mezzo alle sabbie mobili della spiegazione interminabile, la soluzione è mandarle bellamente a quel paese e affidarsi alla forza primordiale delle figure. Loro di certo non dimenticano a casa la borsa contenente l'impatto emotivo! E quindi, ecco qui: 



Li vedete questi? Sono Soffioni. Soffici, delicati soffioni. Tanto belli quanto fragili. Bisogna avere una laurea in delicatezza per poterli cogliere. Si devono avere mani di nuvola per sfiorarli, perché anche le carezze possono farli sciogliere in pulviscoli volatili. Quante volte, da bambini, presi dall'entusiasmo, li abbiamo afferrati con energico amore, con "intenso trasporto", come direbbe la buona Carmen, ritrovandoci con un mucchietto di ciuffi bianchi in una mano ed un stelo tutto spelacchiato ancora attaccato al suolo? E questo perché i soffioni sono fiori tremendamente sensibili, si stressano con un niente. Vanno protetti dal vento di maggio che fa il solletico ai prati, ma anche dal soffio gentile di chi li protegge. I soffioni vanno colti lentamente, facendo attenzione che non si accorgano di noi, e vanno guardati un po' di sottecchi, per evitare che il nostro respiro li spogli della loro bella chioma di sogni. Possiamo avvicinarci, ma non toccarli davvero, se non con la punta delle dita, affidando a quei piccoli polpastrelli tutta la nostra energia cuoriciosa. Questi fiori sono una prova di autocontrollo, di disciplina.
Ci impongono un limite alla passione. Possono essere amati a distanza, toccati solo da nebbia di amore, rugiada di affetto, polvere di sguardo. Inspiegabilmente esistono, loro, così apparentemente inadatti a questo mondo rude e pieno di vichinghi che li circonda, loro, veri misteri viventi. Ed in fondo, è questo che un ansioso sociale sente di essere: un soffione al vento, sempre intento a trattenere i suoi semi, moderno bianconiglio floreale. Naturalmente un ansioso sociale DOC (e DOP) non si paragonerebbe mai ad un soffione. Si sentirebbe più affine ad un tubero. Una patata per esempio, oppure lo zenzero. Avete mai visto lo zenzero? E' piuttosto bruttino, poverino. O magari, se proprio si sentisse in vena di complimenti, si sentirebbe un po' lumaca. Di certo non un tenero e delicato fiorellino che accende i sogni e la fantasia. Ma io ho all'attivo 5 anni di terapia e sono stata contagiata da un germe di autostima che mi fa scegliere immagini un po' meno viscide di una lumaca! E quindi, lasciate che raccatti con il cucchiaino tutto l'amor proprio che ho (poco e ben nascosto per i momenti di vera necessità) e vi racconti cosa significhi sentirsi fragile come un soffione. E attenzione, ho detto proprio sentirsi. Perché la verità è che siamo più forti di quanto pensiamo. Nella realtà abbiamo una corazza di ferro battuto che, di fronte al peggiore degli starnuti naneschi, non ci smuoverebbe neanche un capello. Ma la convinzione è tutto in questi casi. Sapete come si dice, no? Se ti senti bella e attraente, avrai la fila degli uomini dietro la porta, anche se sei la sorella brutta di Maga Magò. E questo vale anche al rovescio naturalmente.  Quindi, anche se avrai la corazza di Iron man fatta in Mithril appositamente per te, se non crederai nel potere di quella armatura sarai davvero solo un soffione al vento tra le mani di un bambino troppo entusiasta. E noi siamo proprio questo: gente convinta nel non essere convinta della durezza della propria corazza. O meglio, persone certe di essere fatta di carta velina, di vetro soffiato, come quelle terrificanti palline di Natale che i genitori si ostinano a comprare ma che tu, povero figlio, non devi assolutamente far cadere/rompere/scheggiare, pena lo stordimento eterno a suon di predicozzi sul costo della suddetta opera d'arte dicembrina. Siamo davvero convinti che una parola un po' più spinosa o uno sguardo un po' più duro potrà mandarci in pezzi. La conseguenza è che finiamo coll'andare davvero in frantumi di fronte alle persone. Pur non essendolo, diventiamo soffioni (o lumache, scegliete voi). E per questo, se mai vorrete toccarci, dovrete farlo come si fa con un soffione: dolcemente, teneramente, rinunciando a tutto, se non al tocco di due dita sulla corolla.
Considerateci come quei pacchi contenenti le porcellane della trisnonna defunta e seguite le sagge indicazioni sul nostro scatolone corporeo: FRAGILE. MANEGGIARE CON CURA. E con amore, aggiungo io.  



Duille

sabato 11 ottobre 2014

Welcome to the generation Crisis

La vita delle persone è scandita da una serie di tappe, momenti chiave che sanciscono il passaggio da un periodo all'altro, come spille attestanti l'avvenuta maturità. L'inizio della scuola, i primi amori, i viaggi con gli amici, il diploma di maturità, l'inizio dell'università o delle prime esperienze lavorative, la prima casa propria, il primo grande amore, il matrimonio, i figli. E, anche se si riusciranno a rispettare tutte queste tappe, immancabile arriverà la fatidica crisi di mezza età che metterà in dubbio tutto il lavoro fatto, tutto quello che si è costruito in una vita, sconvolto da una sola domanda: era ciò che volevo? Di colpo, le donne si ritrovano a domandarsi se hanno fatto le scelte giuste, a chiedersi in che momento hanno rinunciato al loro sogno nel cassetto per sostituirlo con un pugno di pannolini e un lavoro mal pagato che in fondo neanche piace.
Si guardano allo specchio e si vedono sfiorite, riconoscendo in ogni ruga un dispiacere, una rinuncia, un addio alla persona che avrebbero voluto diventare. Gli uomini tendono a zittire la domanda più in fretta, risolvendo tutto sul piano pratico. E' il momento in cui, in barba alla pancia etilica che si rifiuta di essere costretta nei pantaloni e alla pelatina che fa l'occhiolino alle signore sedute in autobus, gli uomini si vestono come se fossero ventenni con pessimo gusto per l'abbigliamento. Camice sbottonate fino all'ombelico, pantaloni fascianti che si domandano cosa fasciare (si sa, gli uomini tendono a donare le loro chiappette adipose alle mogli) e finta aria da giovincello aitante che si rivela però un tantinello asmatico. Tutti passano per questa fase, tra domande esistenziali che producono momenti depressivi (e un significativo incremento di massa grassa da pasticcini) e movimenti di ribellione proporzionati alle tasche del tormentato (porsches e botox per i ricconi, nuova tinta esplosiva e sguardo da marpione per i poveracci). Ma la nostra generazione, già toccata dal progresso tecnologico e dalla comunicazione sempre più veloce, ha potuto sperimentare l'ebrezza della crisi di mezza età nel fiore degli anni! Perché, in fondo, perché aspettare? Possiamo concederci il lusso di domandarci cosa ne faremo della nostra vita quando ancora non ce la siamo neanche fatta, una vita. Non sono sicuro di riuscire a fare ciò che vorrei. Ho tante idee ma niente soldi. Chissà se troverò mai un lavoro. Vorrei sposarmi, ma non ho le possibilità per farlo. Ditemi, non vi suona familiare? E magari, i più fortunati di voi, sentono anche un leggero stato di ansia addosso, tipo principio di infarto a tempo indeterminato. 
Beh, complimenti e benvenuti nella crisi di mezza età anticipata! Buon inizio vita! Prego, prenda questa simpatica maglietta omaggio con scritto: "Come ho fatto a diventare un perdente se neanche ho iniziato a giocare?" Sì, siamo una generazione in crisi, una generazione che ai sogni non ci pensa neanche più, e che l'unica cosa che desidera al mondo è ottenere tutto ciò che per i nostri genitori significava accontentarsi. Ecco, la nostra generazione sogna di potersi accontentare. Un lusso che oggi sembra destinato a pochi fortunati lavoratori a tempo indeterminato. Alla domanda "cosa vorresti fare da grande?" noi rispondiamo, qualsiasi cosa, basta che duri. La nostra massima aspirazione è portare a casa la pagnotta, magari riuscire a trovare un micro appartamentino di una stanza e mezza da far diventare il nido d'amore che tanto desideriamo, fingendo che sia il massimo della trendaggine vivere in una scatola di fiammiferi nella periferia della periferia della periferia. Non ci azzardiamo neanche a chiedere un matrimonio, per non parlare dei figli. No, quelle sono utopie alla Guida galattica per autostoppisti! E se proprio proprio dobbiamo sognare in grande, tutto ciò che ci viene in mente è la possibilità di farsi una vacanzina, di tanto in tanto. Siamo una generazione senza grosse speranze, ammalati di realismo, senza aspettative che però non riesce proprio a rinunciare a sognare. Sogni che però sembrano fin troppo lontani, fin troppo impossibili. Sogni che rimarranno tali, o che al massimo, diventeranno hobbies. I più temerari cercheranno di trovare un modo per incastrare le proprie aspirazioni in lavori nuovi, bypassando il sistema, ricercando in internet quel trampolino che non avrebbero mai nella realtà. E quindi ecco fioccare gli aspiranti youtubers, guru del makeup, vloggers convinte o artisti deviantartiani che tentano di mostrare al mondo quanto valgono dalla cameretta della casa di mamma. Se si sfonda si sfonda e se no, rimarrà almeno un posticino, un cassettino nel grande caos della nostra vita in cui rispolverare i nostri sogni un po' arrugginiti e stropicciati, e farli vivere, almeno per un attimo. E sapete una cosa? Invece di prenderli in giro, dovremmo proprio imparare da loro.


Sì, anche dal più incapace degli youtuber, anche dal più sfigato scrittore che si ostina a popolare deserti blog ormai decessi, anche dalla muffa pagina facebook in cui ci si improvvisa grandi pensatori. Loro, hanno capito tutto! Hanno deciso di far prevalere l'ostinazione dei loro sogni al cinismo spinto che va tanto di moda adesso. Hanno preso la realtà che gli è stata cucita addosso e l'hanno plasmata, rendendola un pochino più loro. Si può imparare da tutto, anche da perfetti sconosciuti che popolano l'infinito mondo virtuale. Questi sognatori incalliti ci dimostrano, video dopo video, disegno dopo disegno, scritto dopo scritto, che anche se il mondo di oggi non ci permette di diventare ciò per cui siamo nati, non significa che dobbiamo rinunciarvi per forza. Possiamo coltivare i nostri sogni, anche se sembra la cosa più inutile del mondo, anche se ci pare stupido o insensato. Forse non sarà mai più che un passatempo, ma ci manterrà in vita e ci ricorderà che sopravvivere non è l'unica opzione che abbiamo. Scoraggiamoci pure di fronte alla landa desolata che sembrerà essere la nostra vita, ma aggrappiamoci a quel sogno nel cassetto che ci portiamo nel cuore, lasciamolo librarsi nell'aria e facciamone il nostro più fedele compagno. Anche se faremo i commessi per tutta la vita, con orari tremendi, salari da fame e capi insopportabili che ci trattano come gli ultimi degli scemi (pur avendo una laurea in scienze politiche) non ingrigiremo se continueremo a ricordare che esiste un pezzetto di vita e un frammento di mondo che è fatto su misura per noi, e che ci siamo costruiti noi, facendoci spazio tra le palate di cinismo che ci seppelliscono quotidianamente. Un piccolo angolo di paradiso in cui rifugiarsi. Tra un sopravvivere e un altro, inseriamo un vivere e, perché no, magari, anche un amare! Ribelliamoci creativamente, lottiamo per ciò che siamo, concediamoci il lusso di non arrenderci. Se continueremo a credere nei nostri sogni, saremo in grado di vivere in quella scintilla che ci darà la forza di combattere per un futuro migliore. Tutti insieme, tutti inseguendo lo stesso obiettivo: poter essere. 

Duille


sabato 4 ottobre 2014

Imparare a disimparare

MI piacerebbe avere un libretto di istruzione per la vita. Quando nasceremmo, ci metterebbero un piccolo libricino attorno al collo, con una corda, per quando finalmente sapremmo leggere. In quel libricino sarebbe spiegato tutto: come amare, come parlare, ma soprattutto, come essere felice. Sia chiaro, non felice in un modo stereotipato e seriale, ma in un modo personale e genuino. Un modo di essere felice che ti renda davvero felice. Perché le felicità plasticose non sono vere felicità, ti annullano dietro ad immagini patinate da pubblicità. Una cosa alla Mulino Bianco, con donne appagate di servire in tavola, bambini allegri ma composti e padri che leggono il giornale ma trovano il tempo per i figli. No, io parlo di un'autentica felicità, particolarissima, unica, una felicità che ha inciso sopra il nostro nome. Cose che non si trovano facilmente, soprattutto se davanti alla parola "felicità" aggiungiamo "essere umano" che, in un linguaggio arcaico e che mi sono inventata di sana pianta, è sinonimo di complicazione! Sì, noi esseri umani siamo complicati, impossibili, la dimostrazione che evoluzione non fa rima con autorealizzazione. Gli animali sono molto più all'avanguardia di noi, hanno capito fin da subito che la razionalità non era la chiave del successo nella vita. Bastavano gli istinti per sopravvivere e poi una bella vita godereccia. Dormire pancia all'aria al sole pomeridiano. Giocare alla lotta con i fratelli. Smangiucchiare della succosa frutta su un albero.Guardare le stelle in una notte senza luna.
Senza troppe domande complicate sul cosa siano, da dove vengano e perché siano qui. Perché, in fondo, a cosa serve sapere che le stelle sono soli lontani eoni che riusciamo a vedere solo come puntolini luminosi? E a cosa serve sapere che, probabilmente, quello che stiamo guardando non è neanche in diretta, ma già una replica? Sia chiaro, non sono contraria alla scienza, ma credo che a volte, in questa smania di conoscenza a tutti i costi, perdiamo un po' il centro della questione. E qual'è il centro, direte voi? Ecco, secondo il mio modesto parere di filosofa dei poveri, il succo di tutto è l'emozione. L'essere nell'attimo. Il carpe diem, insomma. Siamo così impegnati ad accumulare conoscenze, ad adeguarci al mondo sociale in cui siamo immersi, che ci scordiamo di essere. Ci dimentichiamo di perderci nelle cose solo per il gusto di provare qualcosa di vero e profondamente nostro. Ci affanniamo a limarci, a perfezionarci, a diventare identici al modello che abbiamo pensato per  noi, convinti che questo ci renderà felici, ma nel farlo, ci perdiamo il bello della vita, che è soprattutto flusso, è essere presenti nell'adesso, senza troppe costruzioni artificiose da film americano. E invece no. A noi piace la strada difficile. Continuiamo a correre dietro al tempo, alla ricerca di una felicità che non potremo mai raggiungere, perché semplicemente ci ostiniamo a viaggiare sul binario parallelo a quello della felicità. E lasciate che ve lo dica una infelice patologica, che sta ancora cercando di capire come saltarci, su quel binario. Se ci concentrassimo un attimo su quello che stiamo vivendo adesso, ci renderemmo conto che essere felici è più semplice di quanto non si pensi. Che la felicità eterna non esista, direi che ormai è più che appurato. Ci sono centinaia di film, libri, trattati e manuali che ce l'hanno indicato in modi diversi, e persino i sequel dei cartoni animati ci dimostrano che il "e vissero per sempre felici e contenti" non esiste. Ci saranno sempre delle complicanze che renderanno falsa questa conclusione. Infatti ciò che questi film e romanzi sembrano volerci ricordare è che la felicità è fatta di piccoli momenti, attimi che durano pochissimo.


Ma se quegli attimi li passiamo a pensare al domani, a sistemarci il trucco per essere perfetti, o (come faccio sempre io) a domandarci perché siamo come siamo, allora è ovvio che non riusciremo mai a vedere quei battiti d'ali. Ci sgusceranno sotto i nostri occhi, intenti a ripassare mentalmente i passi falsi, sotto la guida solerte del Rimugiserpe. Con questo discorso non voglio dire che dobbiamo ignorare tutto ciò che riguarda il sapere su noi stessi o sul mondo. Siamo ciò che siamo proprio perché ci facciamo domande e cerchiamo di migliorarci. Ma dobbiamo imparare anche ad ascoltare un po' la pancia, oltre che il cuore.  E come cavolo facciamo? Bella domanda! No, davvero, bella domanda. In fondo, noi non siamo più animali da molto tempo ormai. Siamo un groviglio di pensieri chiusi dentro una teca di riflessioni dentro una stanza di idee all'interno di un edificio di opinioni. Un bel casino, come dicevo all'inizio. Ma non scoraggiamoci. In fondo, fa parte di noi, abbiamo solo disimparato a spegnere il cervello per qualche minuto. Ma ci sono persone che sono in grado di farlo, anche se per pochi attimi alla volta: poeti, musicisti, romanzieri, pittori e scultori, che riescono ad immortalare in un suono, in un'immagine o in un idea le emozioni. E cosa possiamo imparare da loro, che hanno carpito il santo Graal che noi non riusciamo neanche a vedere? Sembra proprio che loro, per poter dare voce alle emozioni, debbano forzatamente fermarsi. Quindi, tutto inizia da uno stop.
 Da due piedi che interrompono la loro corsa. E da occhi che si aprono al mondo. Una cosa semplice, banale quasi, ma che non siamo più abituati a fare e che, perciò, dobbiamo imparare di nuovo. Dobbiamo imparare a disimparare. E probabilmente lo faremo per tutta la vita: Fermarci. Ascoltare. Respirare. Saremo eterni studenti di noi stessi. E quindi emozioniamoci di fronte ad una lumaca che scivola per la strada, lasciamo che le sue forme pulite ed affusolate ci solletichino la vista. Dimentichiamo il tempo, chi siamo e quanto ridicoli appariremo nel rimanere appollaiati come galline in cova ad un centimetro dal suolo. Per una volta, urliamo un mentale chissenefrega al Rimugiserpe e lanciamoci nel mondo dell'ora, cristallizziamo i secondi, fermiamo il tempo e rompiamo gli orologi, in un degno omaggio a Capitano Uncino. Apriamo la scatoletta delle emozioni e lasciamole uscire, giusto per prendere un po' d'aria e ricordarci che ci si può perdere, giusto per un po'. E quando ci ritroveremo, scopriremo di aver trovato qualcosa che avevamo dimenticato di aver perso: una voce, che non sarà la copia di quelle udite dagli altri e non sarà neanche la voce che usiamo per comunicare nel mondo. Sarà la nostra vera voce, probabilmente un po' polverosa e arrochita dal poco uso. Potrebbe anche non piacerci il suono che ha. In fondo, è sempre stata rinchiusa, non vi aspettate che sappia di velluto. Se siete fortunati, sarà più simile a quella di Gandalf il grigio. Ma è una voce autentica, non costruita per cullare le orecchie del mondo, ma per parlare. Non è finta. E' più vera del vero, come le spine delle rose. E ha da dirci molto. Diamole una mentina per togliere le ultime ragnatele dalla gola e lasciamo che ci racconti la più bella storia mai inventata. La nostra.
Quindi, dopo tutto, sembra proprio che non abbiamo bisogno di un libretto d'istruzione per la felicità, perché ce l'abbiamo incollato addosso da sempre, solo che non ci siamo mai presi la briga di fermarci a leggerlo. Godere di ciò che si fa nel momento in cui lo si fa. Lasciarsi emozionare dalle cose. Essere nel momento. Ascoltarsi.
Tutte cose che, guarda caso, gli animali hanno sempre saputo.

Duille


sabato 27 settembre 2014

Si alza il vento. Un addio con l'amaro in bocca

Quando ho saputo che "Si alza il vento" sarebbe stato l'ultimo lavoro del grande Hayao Miyazaki, ho avuto un momento di profonda tristezza. I film di Miyazaki non mi hanno accompagnata nel corso della vita, non sono stati miei fedeli compagni di infanzia, ma hanno comunque inciso profondamente sul mio essere. E' stata un'epifania durata diversi anni della mia adolescenza. Miyazaki ha forgiato il mio modo di pensare a me stessa, ha modellato i miei occhi perché potessero vedere oltre al visibile.
Mi ha insegnato cosa significhi sognare per immagini, mi ha mostrato le meravigliose creature che la fantasia può animare e mi ha sorpresa dimostrandomi come sia possibile commuoversi guardando un paesaggio di carta e matita. Mi ha fatto conoscere amici meravigliosi, personaggi dalle storie incredibili seppur, talvolta, incredibilmente semplici. Mi ha mostrato le sfumature dell'amore, i confini del cuore. Ha avuto coraggio, il buon Miyazaki, perché, guardando i suoi capolavori, emergono chiaramente le sue scelte fuori dal comune, a volte addirittura improbabili, ma che, chissà come, funzionano, come ingranaggi perfettamente oliati di un sogno fatto di fotogrammi. I personaggi spesso sono inseriti in mezzo alla vicenda senza alcun riferimento al passato, alla loro storia, senza agganci, senza il filo rosso della vita che li definisca. Sono solo le loro azioni ed espressioni a caratterizzarli, a darci le coordinate della loro anima. Spesso sono appena abbozzati, quasi bidimensionali, tranne quella piccola caratteristica che li riempie totalmente, e che li rende completi, nonostante non lo siano affatto. E' così che dimentichiamo che non hanno null'altro che loro stessi per descriversi, non hanno radici, non hanno apparente scopo, se non quello di continuare ad esistere, infinitamente. E' sorprendente, quasi una magia. Miyazaki, in fondo, da' consistenza ai sogni. I film di Miyazaki a volte sono senza storia come i suoi personaggi. Solo sequenze di eventi che si succedono senza un apparente fine, senza uno scopo più grande di loro.
Porco Rosso è solo un maiale volante che si affianca ad una ragazzina con una bella cotta per lui; Satsuki e Mei sono solo due ragazzine che sognano amici immaginari mentre aspettano la guarigione della madre; Kiki è solo una streghetta che cerca di iniziare una vita tutta sua in una nuova città, vicino al mare. Si racconta la vita, semplicemente, senza pretese, ma dimostrando la più grande verità: le piccole vite sono piene di energia, piene di senso, proprio perché sono vite.
E proprio perché raccontano di vite piccole in mondi grandi, sono film lenti, fatti di silenzi, di camminate in meravigliosi paesaggi ad acquerello, di sguardi d'intesa e capelli ritti dalla paura. Le parole sono curate nel dettaglio, ma spesso non sono essenziali. E per tutto questo, i film funzionano. Funzionano talmente bene che ci fanno sognare come bambini.
Così, di fronte al ritiro di questo grande creatore di sogni, ho sentito il desiderio di omaggiarlo andando per la prima volta a vedere una sua pellicola al cinema. Ho comprato il biglietto, mi sono seduta sulla poltroncina, ho aperto gli occhi e il cuore e ho guardato "Si alza il vento".
E ne sono rimasta piuttosto delusa. Cosa? Ho detto delusa? Cavolo! Ho detto delusa! Io! Da Miyazaki! Io, che ho fatto di Nausicaa la mia musa adolescenziale! Io, che sono stata incantata da Heidi! Io sto davvero per bocciare un film del grandissimo Miyazaki? Ma sono forse impazzita? Ma no, dai, sicuramente c'è un errore! Vergogna, Duille! Eppure...dai, guardiamo in faccia la realtà: il film non funzionava! E vi assicuro che il silenzio tombale che si è creato a fine proiezione la diceva lunga sull'opinione degli altri spettatori! Mai visto un silenzio più assoluto! Dicono che esistano tanti tipi di silenzi diversi e questo era sicuramente un "Non mi posso permettere di dire che il film faceva venire attacchi di narcolessia a più riprese". Ci sarebbe stato il linciaggio da parte della folla e del piccolo fan dentro di noi! E che fuggi fuggi! Nel giro di tre minuti eravamo tutti fuori, appartati in qualche angolino a metabolizzare la sconvolgente verità: il film non ci era piaciuto! Vi assicuro che la sorpresa (insieme alla noia) sono state le due emozioni che mi hanno accompagnata per tutto il tempo! Sono rimasta sorpresa ad annoiarmi e a domandarmi, a fine spettacolo, cosa non avesse funzionato per me. Perché gli elementi che portavano la firma di Miyazaki c'erano tutti: i personaggi un po' fuori fuoco ma iconici, la storia semplice e delicatissima, i meravigliosi paesaggi, la poesia ed i momenti onirici. C'era tutto.
Eppure, tutto non filava liscio, gli ingranaggi cigolavano troppo. Ho trovato la storia molto noiosa, troppo lenta, con troppi elementi accennati e poco approfonditi, come se il regista avesse voluto muoversi su diverse direzioni senza riuscire però a dare un orientamento definitivo alla narrazione. Gli elementi onirici sono interessanti, ma suonano un po' forzati, soprattutto visto che sono fortemente sganciati dalla vicenda principale. La poesia sembra inserita macchinosamente, quasi come se fosse obbligata. Il rapporto tra il protagonista e la sua amata è quasi trascurabile, poco incisivo, eccessivamente diluito. Lei è poi così abbozzata da non riuscire a ritagliarsi un posticino nel mio cuore. Non ricordo neanche come si chiamava! Vive solo in funzione del protagonista, ma non ha nessuna anima quando non è pensata da Giro. Ed è strano, perché i personaggi di Miyazaki, anche i più piccoli, esistono sempre, dentro e fuori dalla scena. Calcifer, il gatto bus, i mostri-tarlo e persino i demoni della polvere sono rimasti nell'immaginario collettivo, incisi indelebilmente nella nostra mente, più veri del vero, ad arricchire il mondo dei protagonisti. E  poi si è dato troppo spazio alle ricerche tecniche di Giro, ma questo credo che fosse inevitabile, dato che la storia parlava di un progettista. Non so, secondo me non ha funzionato affatto. L'ho trovato faticoso, a tratti noioso, forzatamente poetico. Può darsi che l'argomento non fosse di mio interesse, ma Miyazaki ha sempre saputo rendere interessante tutto ciò che toccava! Mi avrebbe catturata anche se avesse fatto un film di due ore su una maniglia della porta! Naturalmente, essendo un lavoro di Miyazaki, ci sono tanti piccoli particolari che lo hanno reso comunque valido, se non altro per il legame nostalgico con i precedenti lavori. I paesaggi tolgono il fiato, sono di una delicatezza e di una intensità che fanno vibrare il cuore, quasi commuovere. La scena del treno che viaggia nei campi sotto un gigantesco cielo di nuvole mi ha fatto sorridere di tutta la meraviglia di cui ero capace. Ho quasi sperato in un fermo immagine, per godermi quel quadro meraviglioso.


Splendide anche le carrellate che mostrano la vita quotidiana del Giappone del Novecento, suggestive e struggenti! Ed ho amato follemente l'uso delle voci per interpretare i suoni del vento, dei motori degli aerei, del terremoto e degli incendi. La perfezione di quei suoni valeva da solo tutto il film. Se non posso salvare completamente il lavoro, non posso che dire che comunque Miyazaki si riconferma un genio, un delicatissimo bardo che sa usare ogni strumento umano per rendere magica la storia più semplice e microscopica.
Anche se stavolta ha fatto cilecca.

Duille


sabato 20 settembre 2014

Impossibile, impossibile amore.

Un vecchio splendido film iniziava con una frase emblematica: "La cosa più importante che tu possa fare è amare e lasciarti amare". Una frase semplice, quasi scontata. Ma non così scontata, se si tenta di applicarla ad un ansioso sociale. Se vista dalla nostra prospettiva, è una verità difficile da ricevere. Perché noi siamo campioni della prima metà della frase, ma siamo decisamente delle schiappe se ci spostiamo oltre quella piccola congiunzione. Quella "e" così innocua, così semplice, che vuole solo aprire possibilità, diventa ponte verso un mondo tutto nuovo, misterioso, pieno di parole impronunciabili, sentieri impraticabili, opportunità infattibili. Alla rassicurante campagna fatta di casupole, campi arati e prati fioriti, si sostituisce una foresta fitta, piena di alberi dalle folte chiome su cui arrampicarsi, cascate dal ruggito impetuoso e montagne da scalare. Un mondo tutto nuovo, selvatico, che ci chiede ciò che ci terrorizza maggiormente: Affidarci.


In fondo, non è questo che chiede l'amore? Ci chiede di depositare le armi, di togliere le corazze, e lasciarci guardare per quello che siamo, nuda pelle sull'aria. Ci chiede di essere indifesi. O meglio, ci chiede di scegliere di essere indifesi. Ci chiede di fare la massima delle follie, solo sulla base di un presentimento, di un colpo di cuore più forte degli altri. E questo noi proprio non possiamo permettercelo. La nostra è una pelle perennemente ustionata, costantemente delusa da carezze troppo intense. Il nostro viso è solcato da canali in cui scorre la paura, sulla fronte, sulle guance, sugli angoli delle labbra e che scava certezze a forma di depressione. I nostri occhi parlano, ma nascosti dietro persiane fatte di diffidenza, che riproducono la forma di una pupilla. Non possiamo affidarci all'amore, perché il mondo è troppo intenso per noi. Gli abbracci tolgono il fiato, le parole tagliano la carne, gli sguardi scoprono con violenza. Togliere l'armatura, significa abbandonare la propria pelle, essere viva carne in un incendio di passione. Affidarci significa credere che l'amore sappia: sappia come avvicinarci senza scottarci, accarezzarci senza consumarci, guardarci senza distruggerci. Ma noi, in fondo, non crediamo nell'amore e non crediamo nella sua sapienza. Noi crediamo nell'abbandono, crediamo nella nostra imperfezione. Non crediamo nel legame che soffoca le paure, nei battiti del cuore che scaldano l'anima, non crediamo nell'eternità. Crediamo a ciò che conosciamo, cioè alla nostra fragilità e all'unicità di ogni attimo.
Siamo soffioni, per sopravvivere dobbiamo rimanere sotto la nostra teca di vetro, al riparo dai venti e anche dai sospiri dei sognatori. Noi non sappiamo come fare a farci amare, perché non crediamo che sia possibile amarci. Abbiamo paura dell'amore, di quello che potrebbe svelare, abbiamo paura del suo sguardo ardente. Perché quello sguardo, che agli altri chiede di essere indifesi, a noi chiede anche di essere perfetti. Perfetti ai suoi occhi, senza errori. Ci chiede di essere ciò che non siamo: brillanti, loquaci, intelligenti, interessati e interessanti, ma soprattutto, ci chiede di essere normali. Ma noi siamo l'opposto della normalità. Siamo atomi di luce che hanno imparato a giocare con le ombre che gettavano sugli steli d'erba, rassegnati all'idea di non poter mai diventare Sole. Abbiamo imparato ad alimentarci dei piccoli dettagli del mondo, arricchiti dalla nostra fantasia e dai nostri desideri. Abbiamo costruito una vita di sogni al bordo della nostra esistenza, facendocela bastare, saziandoci di illusioni ottiche. Siamo davvero solo nei suoni, nelle immagini, nelle parole scritte su minuscoli foglietti di carta, custoditi gelosamente. Siamo nel minuscolo, nell'inosservato. Come possiamo chiedere di capire e amare il secondo, quando si è tempo che scorre? Si può amare un battito di farfalla o un gomitolo di lana poggiato sul letto? E soprattutto, lo si potrà amare, quando si scoprirà che sarà sempre e solo un gomitolo di lana e non diverrà mai maglione? Così. scegliamo di amare di un amore a distanza, che si consuma lentamente, come una fiamma che però non avrà mai camino in cui ardere, perché non esisterà mai camino che possa convincerci che la nostra fiamma sia più speciale delle altre. 

Duille



sabato 6 settembre 2014

Tra un Niente e un Qualcosa

Leggere è un modo diverso di stare al mondo. E' un modo di arricchirsi abitando piccoli spazi e piccoli momenti. E' la porta di ingresso per una seconda vita, che si dipana nelle pause della nostra esistenza. E', insomma, una delle vie che ci permette di trasformare il Niente in Qualcosa. Foer ne parla a lungo nel suo ultimo libro, "Molto forte, incredibilmente vicino": nella loro casa, Anna e Thomas hanno costruito centinaia di spazi di Niente, che intervallano gli angoli di Qualcosa. Luoghi di Niente in cui essere niente, invisibili agli occhi dell'altro, incatturabili, come atomi di luce.
Attimi di Niente che diventano attimi di Qualcosa, appena si entra negli spazi della condivisione, spazi in cui ci si riveste dei propri ruoli, dei legami, in cui si torna ad essere un tassello del puzzle, un filo nella rete delle relazioni, in cui ci si ricorda di essere importante per qualcuno. E, leggendo quelle pagine, mi sono ritrovata a pensare a tutti i miei spazi di Niente, che sono anche i Niente di tante persone. I tragitti da un luogo all'altro, sono momenti di Niente tra due Qualcosa. L'attesa dal dottore è un momento di Niente statico. E talvolta, ci si ritrova incollati una mattonella di Niente ai piedi, diventando un Niente vivente, che desidera solo essere Qualcosa, disperatamente. Non c'è bisogno di scavare a lungo per trovare quelle maioliche, le collezioniamo sotto il letto, come piccole reliquie che a volte portano il nome di una persona, di un luogo o di un frammento di tempo. Tutti ne abbiamo qualcuna, nascosta sotto il tappeto. E accanto a quei Niente personali, che ci definiscono, ci forgiano e ci tagliano in modi del tutto unici, ci sono i Niente condivisi, momenti in cui si è Niente insieme, invisibili e soli non essendo del tutto soli. Sono i Niente in cui navighiamo mentre ci dirigiamo verso Qualcosa, i Niente in cui a volte anneghiamo ed in cui a volte ci rifugiamo. Niente dai mille colori, dai mille odori e dalle molteplici sfumature emotive. Possiamo restarvi per una vita intera, in quei Niente, aspettando l'arrivo di un Qualcosa che potrebbe o non potrebbe esistere, oppure possiamo permanervi solo un attimo, ritrovandoci bruscamente in un Qualcosa senza che ce l'aspettassimo. Basta uno sguardo a fissare i nostri colori, a dare forma al nostro movimento luminoso. Basta un pensiero, a trasformarci in Qualcosa. Un sorriso, a darci corpo. Un tocco a renderci pieni. In fondo, siamo noi, e gli altri in noi, a segnare con il gessetto gli spazi di Niente e di Qualcosa e a decidere quando siamo solo macchia di colore sparso nell'aria e quando siamo ricatturati come aquiloni sottratti alla luce troppo forte del sole. Speriamo spesso che siano gli altri a riunirci nella forma dell'amore, ma più spesso gli altri sono talmente impegnati ad essere Niente a loro volta, che non vedono altro che ombre di colore che si muovono sfuggevoli accanto a loro.
Ed anche noi, aggrappandoci a questa speranza di cotone, aspettando di essere riconosciuti dalle altre ombre, finiamo col perderci nel baluginio di luci che si mischiano davanti a noi, e dentro di noi. Ma rendendocene conto, possiamo ribaltare questo legame e darci corpo diventando lo sguardo che noi stessi bramiamo. Rendendo noi stessi, con i nostri occhi, il nostro pensiero e il nostro sorriso, il Niente in Qualcosa.Un cane che ci passa accanto. Un ragazzo con la testa per aria. Una bambina che mangia un gelato. Un riflesso di luce alla finestra di un palazzo. Una foglia che ci sfiora il viso. Riempiendo quei Niente di Qualcosa, ci diamo corpo e, nel farlo, rendiamo corpo anche le altre ombre. Trasformando i nostri Niente in Qualcosa, forse, potremo far diventare Qualcosa anche i Niente degli altri. E' quello che fanno gli artisti di strada, i pittori, i ragazzi che offrono abbracci gratuiti. Ma anche la fotografa in erba che si china in un angolo ad immortalare qualcosa di misterioso e che cattura la curiosità delle ombre, solo per un momento. Ma quel momento, non è già più Niente. E' diventato Qualcosa. E così leggere, attorcigliata al palo di un autobus per non cadere, completamente coinvolti nel testo, può essere un Qualcosa, qualcosa per sè, che vive nella vita parallela offerta dal testo, e qualcosa per un altro, che potrebbe domandarsi cosa provoca quel sorriso divertito e trattenuto, o quella lacrima frenata da una ruga sulla fronte. Lasciarsi coinvolgere dalle ombre, o perdersi al di là dello specchio di Alice, sono tutti modi di diventare Qualcosa, di dare senso ad un Niente che non esiste in quanto tale, ma solo come accumulo di Qualcosa che ancora non vediamo, ma che possiamo vedere.

Duille





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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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