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domenica 17 dicembre 2017
Appesa teneramente ad un ramo
Ho sempre avuto lo stesso albero di Natale, fin da quando ho memoria. Un vecchio albero di plastica verde, con spruzzi di finta neve e sporadiche pigne che appesantiscono i rami come seni particolarmente abbondanti.
Negli anni, il mio albero è andato invecchiando, così come io sono andata crescendo: alcuni perni hanno iniziato a cedere, facendo scivolare stancamente verso il basso i rami che sorreggevano e qualche ago sintetico ha finito per staccarsi, come singoli capelli in una testa che incanutisce e si incalvisce un po'. E nel tempo, il mio albero si è rimpicciolito, come un anziano nonno che si restringe nel susseguirsi degli inverni. Forse però, sarebbe più giusto dire che sono io ad essermi ingrandita. Guardando quell'albero di cui riesco agevolmente a toccare la cima, ricordo la me bambina che lo osservava, carica dell'ammirazione che solo le cose che ci sovrastano riescono a suscitare. Ero fiera di quell'albero così alto ed eterno. Ricordo anche di come venivo presa in braccio da mio padre per essere issata fino alla cima e poter fissare il puntale di plastica rossa che campeggia ancora sull'abete. Solo che oggi posso fare tutto da sola, semplicemente sporgendomi un po', alzando solo i talloni di un piede cresciuto in scarpe sempre più grandi. Guardandolo, oggi come allora, mi rendo conto che il mio albero artificiale ha qualcosa di materno. Mi scalda sempre il cuore di un affetto familiare, perché è come un fratello che torna ogni anno, in vista delle feste, a prendere il suo posto nella famiglia, a completare il cerchio. Come tutti gli alberi artificiali, il mio abete non ha radici, ma una base in metallo con tre piedini su cui lui si incunea, rimanendo quasi sospeso in aria, un po' come l'illusione ottica di carta che Ichabod Crane mostra a Katrina in Sleepy Hollow. Ed in fondo, riflettendoci bene, tutto il mio albero è una bella illusione ottica. "E' la verità, ma la verità non è sempre ciò che appare". Il mio abete invecchiato, il mio Nonno abete, non è infatti solo un albero. E' anche un percorso di ricordi. E' come un vecchio album di fotografie che ritrovi in soffitta e che affascina al punto da spingerti a sedere sul primo scatolone sufficientemente solido che incontri, solo per sfogliarlo, con gli occhi pieni di nostalgia. Ogni foto riaccende una memoria del passato, un odore, una risata, un colore.
E sfogliando le pagine, è come se ti accendessi a tua volta di decine di lampadine, un neurone alla volta, illuminandoti da dentro, fino a renderti una ghirlanda luminosa. Il mio albero porta le sue fotografie appese ai rami orami invecchiati ma ancora solidi, le indossa con affetto, accendendomi ogni volta di migliaia di lucine, mischiando deliziosamente il passato con il presente. Ecco le decorazioni di ceramica a forma di elefante e cigno, ormai mangiucchiate dagli anni. La mia famiglia le aveva comprate ad una fiera, quando ero solo una bambina. Ricordo che ero poco più alta dello stand su cui le decorazioni erano disposte accuratamente, splendide nei loro brillanti colori smaltati. Ricordo soprattutto la sorpresa e la gioia provata quando la mamma permise a me e a mia sorella di sceglierne una a testa. Fu un momento importante, il primo vero acquisto della mia vita, a cui dedicai tutta la concentrazione che una bambina di 8 anni poteva racimolare. Ironia della sorte, non ricordo se scelsi l'elefante o il cigno. Le decorazioni che ammiccano poco più in alto mi fanno fare un salto temporale di vent'anni. Sono due biscotti per cani fatti di feltro imbottito che cucii a mano poco dopo la morte dei miei cani. Quelle decorazioni furono un conforto per me, un modo di affrontare il lutto, un simbolo della loro eterna presenza nel momento più importante dell'anno e che guardo ancora con tutto l'amore che mi hanno regalato e che, spero, io ho regalato a loro. E poi, naturalmente, c'è quell'unica decorazione che da bimba mi terrorizzava: una testa di Babbo Natale barbuto con due occhi a palla che strabuzzano minacciosi. Era un regalo dei nonni, inviato direttamente dall'altro lato del mondo e, in quanto regalo familiare, era sacro, intoccabile e incestinabile, anche di fronte al primordiale terrore infantile. Odiavo quella decorazione e odiavo quegli occhi porcini che mi guardavano carichi di promesse da incubo. Così cercavo di metterla nell'angolo più nascosto dell'albero ed evitavo accuratamente di guardarlo.
Negli anni, quella decorazione ha perso la sua carica maligna, ma la tradizione è rimasta e ancora oggi fa brutta mostra di sé nell'angolo più nascosto dell'abete, in una sorta di omaggio all'infanzia. C'è anche la stellina di cotone imbottito che feci alle superiori con estrema fatica e numerose punture di spillo a sagomare la punta delle mie dita inesperte. Ne feci una per ciascuna delle mie amiche, a sugello del nostro legame, il pegno di un amore mai davvero corrisposto. C'è però anche il simbolo di un legame autentico maturato più avanti, la dimostrazione che non bisogna mai perdere la speranza: è un cuore di legno fatto di ramoscelli intrecciati che si mimetizza timido tra il fogliame. E' naturale e disordinatamente armonico, flessibile nelle sue parti eppure perfettamente in forma. E' solido ma non soffocante, pieno di fessure in cui far fischiare il vento. E' onesto e sicuro, senza zone d'ombra. Si può persino vedere la guida che ne costituisce la forma. Il segno perfetto di un'amicizia certa come la legge di gravità. Di alcune decorazioni è rimasto solo il ricordo a dondolare vivace sui rami non addobbati: le palline rivestite di filo diligentemente devastate dal mio gatto, i kilometri di ghirlande dorate fatte a brandelli dallo stesso piccolo vandalo e le luci di Natale, mandate in pensione anni fa in nome di una festa più ecosostenibile. Il mio abete quindi è una verità ed un'illusione, è un albero e un insieme di aghi sintetici e rami metallici, è un addobbo Natalizio e un album di fotografie, è un oggetto d'arredo e un membro della famiglia, è il simbolo del Natale e il simbolo della mia storia e di quella della mia famiglia. E' la verità, ma la verità non è sempre ciò che appare. E' meravigliosamente molto di più.
Duille
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lunedì 11 dicembre 2017
Natale con il micio
Come dice la canzone, il periodo Natalizio è il più meraviglioso momento dell'anno. La città si decora a festa, i negozi si inselvatichiscono di splendide decorazioni d'abete e nastri di raso rosso e sugli scaffali delle vetrine pacchetti perfettamente incartati fanno l'occhiolino carichi di promesse. Tutto è pronto per l'attesa. Il culmine di questo momento è quando lo spirito natalizio entra come uno spiffero sotto la porta delle nostre case e si materializza nell'albero di Natale. Una cascata di palline variopinte dondolano frizzanti sui rami verdeggianti, brillando alle luci delle lampade come diamanti.
Dalle scatole emergono code di stelle fatte di ghirlande splendenti e minuscole lucine elettriche si camuffano tra i rami boscosi, dando l'impressione che il nostro abete sia abitato da decine di fate o lucciole invernali attirate dai frutti colorati che crescono sui rami. Questo è il Natale: un momento magico, di gioia ed armonia. O almeno, così dicono. Perché esiste una parola che, da sola, scombina ogni equilibrio karmico, che fa morire in gola il più carnoso OH OH OH di Babbo Natale e che spazza via ogni sorriso da infante davanti al sonaglino. Quella parola è GATTO. Ebbene sì, il gatto è una creatura che ha una particolare predilezione, oserei dire un'ossessione, per l'albero di Natale e tutto ciò che vi cresce sopra, un po' come le gazze ladre, o il buon Geremia con la sua passione irrefrenabile per i "luccichini". Va da sé che, di fronte alla indiscutibile determinazione del gatto (e all'inequivocabile vantaggio di avere tonnellate di tempo libero), tutto il periodo natalizio si trasforma in una guerra di posizione logorante da cui, generalmente, usciremo pressoché sconfitti. E tutto questo inizia con il fatidico, dolceamaro, momento dell'addobbo. Immaginiamo la scena: gli scatoloni che hanno fatto la muffa in soffitta per un intero anno atterrano nel vecchio salone come una coppia di gemelli consegnati dalla cicogna e già il gatto ci si fionda incuriosito, pronto ad ispezionare quella che ha deciso essere la sua nuova dimora per le prossime settimane. E' il primo segno del risveglio della Creatura dentro di lui. E' come se, aprendo quegli scatoloni, avessimo inscenato una versione natalizia della lettura del Necronomicon de La casa, spalancando di fatto le porte dell'inferno e liberando il demone felino che alberga nel nostro panciuto gattone. Ma noi non ci scoraggiamo da queste premesse inquietanti: armati della nostra migliore caparbietà e cosparsi di spirito natalizio fin nei calzini, ci prepariamo a montare l'albero, decisi che quest'anno le cose andranno diversamente e che nessun gatto, NESSUN GATTO, oserà disfare la nostra opera d'arte incompresa. Lotteremo con le unghie, i denti e le ciabatte, se sarà necessario, daremo fondo alla nostra artiglieria sonora di urla e schiamazzi, tutto pur di tenere alla larga quel piccolo demonietto peloso dal nostro monumento al Natale. Con la determinazione in una mano e un festone nell'altra, guardiamo nelle palle degli occhi il nostro gatto che, di rimando, ci restituisce lo sguardo determinato del predatore. Ed in quel momento i cori angelici scemano, Michael Bublè batte strategicamente in ritirata ed improvvisamente riecheggia una nota canzone del film Ragazze nel pallone, il cui incipit è decisamente evocativo:
"PREPARATEVI ALLA DOMINAZIONE TOTALE".
La guerra è ufficialmente iniziata.
Ci avviciniamo guardinghi all'albero con il nostro festone già trionfante di ferite di guerra, ma ecco il primo attacco. Il gatto lancia un fendente contro la coda della ghirlanda svolazzante, tranciando di netto una manciata di preziosi peletti dorati. Rapido scatto del nostro braccio che salva i superstiti da un destino di calvizie. Mettiamo la prima catena di campanelle ed una nuova zampata tenta l'arpionaggio, le unghie sguainate come piccole lame ninja perfettamente affilate. Nuovo colpo di reni che quasi ci fa partire un'anca ed evitiamo l'abbordaggio. Punto per noi. Tiriamo fuori le palline dallo scatolone e veniamo quasi sfregiati dall'impeto omicida del micio. La lotta è senza quartiere e senza esclusione di colpi. Volano i primi strilli e iniziano le prime fughe. L'angioletto di ceramica che faticosamente abbiamo conservato per anni, raggiunge il ramo più alto della punta dell'albero per puro miracolo, evitando di striscio l'entusiastica accoglienza del felino.
E, tra una schivata e uno zompo, tra un urlo e una battuta in ritirata, tra un inseguimento ed un nascondiglio tattico del micio, l'albero si monta, in sette camicie e svariate cadute non programmate di santi dal calendario. L'abete natalizio è compiuto. Ma, attenzione, la guerra non è vinta. Questa è stata solo la prima battaglia. Da adesso, inizia il piantonamento ad oltranza. Perchè il gatto è paziente e sicuro della vittoria, sa che arriveranno altri momenti in cui pescare le ghiottonerie che tanto ama. "Pazienza" si dice, "sulla striscia luccicante ci torneremo dopo. Tanto dovrai pure andare a dormire, vero?". E noi, di fronte a questo apparente, quanto improvviso disinteresse verso quello che poco prima era l'oggetto di tutti i desideri, pensiamo (speriamo, PREGHIAMO) che lui non abbia più voglia di tormentare l'albero, che quell'ammasso di luccichini, palline e stelle filanti abbia esaurito la sua funzione di giocattolo nuovo e che quindi finisca ad accumularsi insieme alla montagna di pupazzetti, topolini e gomitoli di lana che, negli anni, hanno svuotato il nostro portafogli, attirando l'attenzione del micio per non più di 5 minuti. Invochiamo, a sostegno della nostra argomentazione, un'innegabile invecchiamento del gatto, una stanchezza data dalla vita sedentaria, un incicciottimento dei lombi dato dall'eccesso di croccantini, addirittura speriamo nella misericordia felina, nel legame decennale che ci lega. "In fondo", pensiamo "siamo parenti. Sarai misericordioso micio, vero?" Lui ci risponde guardandoci con l'espressione della Sfinge. Noi l'interpretiamo come la firma del trattato di pace e ci rassereniamo. Ma, come detto prima, il gatto è paziente, infido e serpentino, proprio come i parenti, e sa quando attaccare. Infatti, quando cala la notte, il Grinch si risveglia. Dapprima il silenzio del riposo viene interrotto da un sinistro sfarfallio di campanelle ovattate dai rami dell'abete. Poi, il sonno viene squarciato dal rumore ripetuto e sempre più ravvicinato della pallina che cade e rimbalza impietosa sul pavimento di linoleum, ancora, ancora e ancora, un urlo di agonia e di terrore seguito dai suoni felpati di quattro zampette a caccia. Il sonno si dissolve all'istante, lo scatto fuori dalle coperte è immediato, la corsa al salvataggio subitanea, la fuga del delinquente preso con le zampe nella marmellata, veloce e precisa. Siamo consapevoli che non lo acciufferemo, gonfi di sonno, scalzi e resi miopi dal nero di seppia notturno che ci circonda i nostri occhi, ma almeno salveremo la pallina in ostaggio.
Ma, nonostante le ripetute escursioni notturne sempre più snervanti e i vari interventi per placcare il piccolo Diabolik che si nasconde nelle tenebre, il mattino dopo troveremo la scena del delitto imbrattata di sangue dorato. I festoni impietosamente attaccati, dilaniati da fauci attente, quasi chirurgiche, pagliuzze dorate che innevano tragicamente il pavimento alla base dell'albero e Lui, il gatto, che dorme placidamente sul divano. La sua beatitudine da un lato, e il nostro trauma dall'altro, con l'occhio dilatato e la bocca spalancata dalla tragedia a ricordarci che siamo solo comuni mortali in lotta contro la Natura più primordiale che nessun chilo di troppo e nessun croccantino strategico potranno mai assopire definitivamente. Una lezione Leopardiana che impariamo ogni anno, a spese di decine di commilitoni spirati ingiustamente. Il lutto, il tentativo di salvare quel poco che resta del festone, la raccolta dei caduti è il passo successivo. Un cimitero di palline, solitamente, affianca e completa questo atto di vandalismo estremo, lasciandoci inerti, frustrati e vagamente incazzati. Ma sarà l'ultima volta che quel gatto toccherà il nostro albero, questo è poco ma sicuro. Fantastichiamo di mettere gabbie intorno all'abete, di elettrificare il perimetro, di prendere un cane pastore a difesa del nostro gregge natalizio. Ma sono tutte speranze vane. Nessuna strategia si rivelerà vincente. Via via che passano i giorni, gli attacchi del terrorista a quattro zampe diverranno più eclatanti, più sfacciati, e le corse più sfrenate, gli inseguimenti più al cardiopalma, i tentativi di agguantarlo più disperati e spericolati, mentre lui, fin troppo intelligente, si nasconderà provocatoriamente nell'unico angolino dell'albero in cui le nostre maledette membra improvvisamente diventate giganti non arrivano, o peggio, s'intarmerà direttamente all'interno dell'albero come un Alien, possedendolo e facendolo sussultare di tremarelle da recita scolastica. Neanche un approccio freddo e calcolatore da giocatore di scacchi riuscirà a prenderlo alla sprovvista: anche se si sacrificheranno delle pedine, lui le ignorerà nel momento esatto in cui toccheranno il pavimento. Lui vuole tutto. Vuole la distruzione totale. Vuole tirare giù ogni dannata pallina che ha avuto la malaugurata idea di sostare sull'abete e vuole divorare ogni spruzzetto di festone che si troverà davanti. A costo di causarsi un blocco intestinale. Evidentemente, è una questione di principio. Alla fine di questo calvario, metà delle palline saranno sparite, rotte o, se lanose, completamente smontate dagli abbracci troppo vigorosi del nostro peloso amico, i festoni torneranno nelle scatole sempre più spelacchiati e il gatto assumerà nuovamente le fattezze del piccolo, pacifico Buddha che è sempre stato. Il Necronomicon è stato chiuso, lasciandosi una scia di cadaveri perfettamente rotondi che continueremo a trovare sotto i divani fino ad agosto. E, mentre porteremo in soffitta le ultime scatole, sentiremo un colpevole, aleggiante alone di sollievo.
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venerdì 30 dicembre 2016
All I want for Christmas is a tissue (retrospettive natalizie)
L'ultima settimana prima del Natale è una delle più belle ed eccitanti di tutto l'anno. Si sente tutta la frenesia degli ultimi acquisti, la dolcezza degli ultimi pacchettini da confezionare, l'entusiasmo frizzante dell'attesa (e l'attesa non è essa stessa un piacere?) e sì, per alcuni anche il sollievo dell'imminente termine di una stagione fin troppo stressante.
L'ultima settimana di Natale è infatti amplificante, fa schizzare alle stelle ogni valore emotivo, rendendoci euforici, felicissimi, ma anche irritabili, stressatissimi, talvolta addirittura rissosi. Insomma, diventiamo temporaneamente dei soggetti particolarmente bipolari, con vistose oscillazioni tra euforia maniacale, crisi depressive con pianti disperati per la montagna di cose da fare e momenti mordaci da volpino a cui hanno pestato la coda. La verità è che c'è tanto da fare e tanta voglia di rendere ogni angolo della casa una fedele rappresentazione simbolica del Polo Nord, o almeno di un negozio di dolciumi. Per questo motivo essere malati l'ultima settimana di Natale è una delle controindicazioni più fastidiose dell'anno. Se beccarsi l'influenza in estate è da sfigati, prendersela sotto Natale è un crimine contro l'umanità, almeno per persone come me, che il primo Dicembre fanno una trasfusione di sangue per sostituirlo con zucchero e cannella. Quando si è malati a Natale si è immediatamente catapultati fuori dallo spirito della festa e la sensazione è quella della piccola fiammiferaia che, in mezzo alla neve, spia invidiosa la casa finemente addobbata a festa. Così io, renna mancata di Babbo Natale, piccolo elfo natalizio in incognito, mi ritrovo a letto con la febbre, con fuori tutto un mondo brulicante di nataliziosità. Mentre nelle case si cucinano caldi biscotti allo zenzero, io sforno tappeti di fazzoletti usati, in una brutta e umidiccia imitazione della neve. Mentre ovunque si canta Jingle Bells, dietro le pareti di casa Duille si sente solo lo strombazzare del mio naso, in una versione avveniristica e cacofonica di un brano dadaista. Mentre tutti sentono i profumi della mela, della cannella, del vin brulè, io sono esclusa da qualsivoglia tipo di odore, a causa di un naso a cui qualcuno ha cementato gli orifizi durante la notte, con il risultato di avere l'espressione di un bambino eternamente stupito, anche se di cosa, non si sa. Nota ancora più grave, mentre il naso si improvvisa un Gandalf nelle miniere di Moria che, contro un Balrog tutto fiocchi e campanelli, urla la famosa frase "Tu non puoi passare", la bocca, quella stessa bocca che garantisce la mia sopravvivenza respiratoria, si rivela subdolamente infida a riguardo, accogliendo malignamente quegli stessi profumi: gli odori di biscotti, cioccolata calda, torte salate e sugo arricchito iniziano a pattinare sulla lingua, ingolosendo le papille gustative e illuminandomi gli occhi di una speranza che si rivela ben presto maledizione quando mi ritrovo catapultata in una versione culinaria de La scelta di Sophie: respirare senza poter neanche addentare quel frollino al burro che ammicca da sopra il tavolo o scegliere una dolce morte tra le braccia degli zuccheri lavorati? Come molti di voi, anche io opto per una goffa via di mezzo, intervallando momenti di sgranocchiamento in apnea a veri e propri attacchi d'asma, con il rischio tra l'altro di morire soffocata dalle briciole che ancora saltellano sul fondo del palato.
Ma le disgrazie dell'influenza a Natale non finiscono certo qui! Mentre infatti i bambini aprono le finestrelle del calendario dell'avvento, scoprendo ammirati piccole renne dal naso rosso e pacchetti regali al cioccolato, io apro con la stessa febbrile attesa i blister con l'antibiotico, facendo tintinnare le pastiglie colorate sul tavolo, prima di tentare l'utopica impresa di mantenere un briciolo di dignità inghiottendole senza affogarmici o, peggio, evitando il panico conseguente dal contatto con quell'amarissimo, insopportabile sapore di alga marina, che risveglia il mio lato bianconiglio. E mentre le famiglie fanno pupazzi di neve nei cortili gelati, io interpreto un Jack Frost brasiliano, sepolta nelle mie coperte variopinte e con il naso irritato a sostituire la carota nel mezzo della mia faccia tutt'altro che pallida. Mentre nelle case attrezzate scoppietta e crepita il fuoco di un camino, in casa mia si sente solo l'aerosol a tutta manetta che emana vapori medicinali e mi fa sbuffare come un toro. E se almeno fosse arrivata un anno fa, questa influenza, avrei perlomeno potuto improvvisare un omaggio a Darth Vader (ricordate? blink link), ma no, mai una gioia! In ritardo di un anno, la visita virale impedisce ogni riferimento all'orgoglio nerd, rendendomi solo una ciminiera su sfondo plumbeo, una rivisitazione in chiave farmaceutica della Londra vittoriana di Dickens, un'immagine, insomma, che farebbe intristire persino il Grinch! E mentre tutta la mia famiglia esce alla ricerca dell'ultimo regalino, infilandosi in negozi variopinti, in librerie brulicanti di sfiziose tentazioni e magari concedendosi anche una bella tazza di cioccolata calda dentro un bar con le vetrine spruzzate di finta neve, io sono lasciata a casa insieme ai gatti, sepolta nella mia coltre di coperte, fazzoletti e nostalgico rimpianto per il tempo natalizio che mi sfugge dalle mani, mentre guardo per l'ennesima volta Love Actually in un disperato tentativo di aggrapparmi allo spirito del Natale e riuscendoci quasi, almeno fino allo starnuto successivo. Se però volessi vedere il bicchiere mezzo pieno (di latte e miele), potrei se non altro notare che il mio abbigliamento da febbre assomiglia vagamente a quello degli abitanti di Chinonsò. Il naso arrossato dai troppi sfregamenti, le labbra rinsecchite al punto da sparire alla vista e gli occhi luccicanti dalla febbre mi rendono una degna controfigura horror della piccola Cindy Lou. Ma il colpo di grazia lo da il cipollone ormai sfatto sulla testa che, durante le mie influenze, diventa un ordine architettonico nuovo, una specie di colonna pelosa che sfida ogni legge di gravità, svettando sulla mia testa come un mausoleo delle mie speranze deluse e vagamente simile alle improbabili pettinature dei Nonsochì. Alla fine quindi, un po' di spirito del Natale scalda anche me, spingendomi ad un tossicchiante, tiratissimo, catarroso ma speranzoso "Oh, Oh, Oh", seguito dal proverbiale pisolino ristoratore che chiude il sipario su un Natale che, quest'anno, si annuncia decisamente virale.
L'ultima settimana di Natale è infatti amplificante, fa schizzare alle stelle ogni valore emotivo, rendendoci euforici, felicissimi, ma anche irritabili, stressatissimi, talvolta addirittura rissosi. Insomma, diventiamo temporaneamente dei soggetti particolarmente bipolari, con vistose oscillazioni tra euforia maniacale, crisi depressive con pianti disperati per la montagna di cose da fare e momenti mordaci da volpino a cui hanno pestato la coda. La verità è che c'è tanto da fare e tanta voglia di rendere ogni angolo della casa una fedele rappresentazione simbolica del Polo Nord, o almeno di un negozio di dolciumi. Per questo motivo essere malati l'ultima settimana di Natale è una delle controindicazioni più fastidiose dell'anno. Se beccarsi l'influenza in estate è da sfigati, prendersela sotto Natale è un crimine contro l'umanità, almeno per persone come me, che il primo Dicembre fanno una trasfusione di sangue per sostituirlo con zucchero e cannella. Quando si è malati a Natale si è immediatamente catapultati fuori dallo spirito della festa e la sensazione è quella della piccola fiammiferaia che, in mezzo alla neve, spia invidiosa la casa finemente addobbata a festa. Così io, renna mancata di Babbo Natale, piccolo elfo natalizio in incognito, mi ritrovo a letto con la febbre, con fuori tutto un mondo brulicante di nataliziosità. Mentre nelle case si cucinano caldi biscotti allo zenzero, io sforno tappeti di fazzoletti usati, in una brutta e umidiccia imitazione della neve. Mentre ovunque si canta Jingle Bells, dietro le pareti di casa Duille si sente solo lo strombazzare del mio naso, in una versione avveniristica e cacofonica di un brano dadaista. Mentre tutti sentono i profumi della mela, della cannella, del vin brulè, io sono esclusa da qualsivoglia tipo di odore, a causa di un naso a cui qualcuno ha cementato gli orifizi durante la notte, con il risultato di avere l'espressione di un bambino eternamente stupito, anche se di cosa, non si sa. Nota ancora più grave, mentre il naso si improvvisa un Gandalf nelle miniere di Moria che, contro un Balrog tutto fiocchi e campanelli, urla la famosa frase "Tu non puoi passare", la bocca, quella stessa bocca che garantisce la mia sopravvivenza respiratoria, si rivela subdolamente infida a riguardo, accogliendo malignamente quegli stessi profumi: gli odori di biscotti, cioccolata calda, torte salate e sugo arricchito iniziano a pattinare sulla lingua, ingolosendo le papille gustative e illuminandomi gli occhi di una speranza che si rivela ben presto maledizione quando mi ritrovo catapultata in una versione culinaria de La scelta di Sophie: respirare senza poter neanche addentare quel frollino al burro che ammicca da sopra il tavolo o scegliere una dolce morte tra le braccia degli zuccheri lavorati? Come molti di voi, anche io opto per una goffa via di mezzo, intervallando momenti di sgranocchiamento in apnea a veri e propri attacchi d'asma, con il rischio tra l'altro di morire soffocata dalle briciole che ancora saltellano sul fondo del palato.
Duille
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martedì 13 dicembre 2016
Magica, magica Fiera
Fiera dell'artigianato, o il mondo in un francobollo. Tutti i maggiori stati del nostro piccolo pianeta blu concentrati in uno spazio a dir poco ridicolo, come ridicole sono le conversazioni che si sviluppano all'interno di quei 14 padiglioni: "ci incontriamo in Africa?" "Dove siete? Noi in Europa." "Andiamo a farci un aperitivo in Australia? D'accordo, ma prima passiamo per la Francia che devo recuperare un croissant."
La fiera è un luogo confuso, caotico, colorato e vivace, l'unico posto sulla faccia della Terra in cui, guardando a sinistra, ammiri la Spagna in tutta la sua colorata passionalità da sangria e, voltandoti a destra, puoi sentire i profumi delle spezie turche e il borbottare del caffè sul fuoco. E' un luogo che addensa spazi come una marmellata in corso di cottura e che è capace di attirare maree di persone provenienti da tutti i luoghi, tutti i laghi, tutti gli oceani e tutte le strade, sputati fuori come un magma dalle uscite della metropolitana e brulicanti come formiche negli stretti corridoi della fiera, con il loro carico di giubbottini, borsoni, trolley (sì, anche loro) e cuoricini palpitanti (un po' per l'emozione, un po' per gli inevitabili attacchi di claustrofobia che si sviluppano lì dentro). E' chiaro che quando tutte le leggi della fisica si annullano, quando i confini si restringono a tal punto da poter confermare la teoria della terra piatta e il mondo si concentra come una crema pasticcera, la logica collassa e si entra nel magico mondo della metafisica. Ebbene sì, perché questa è la scoperta che ho fatto quest'anno: la fiera dell'artigianato è il luogo in cui la magia diventa realtà. Dimenticatevi Harry Potter, Hogwarts, Scamander e perfino le tre sorelle Halliwell, perché qui si parla di vera magia che aleggia nell'aria, mischiata ai profumi d'oriente e alla frittura delle empanadas argentine. Molti infatti vi diranno che trovare ciò che si cerca all'interno della fiera è a dir poco impossibile, il classico ago nel pagliaio, a meno che non si opti per una capillare organizzazione, sfruttando la mappa meglio che in un gameplay di Silent Hill e sviluppando una temporanea memoria eidetica alla Sheldon Cooper per ricordare dove si trovasse lo stand con quel liquorino alla menta piperita che tanto ci era piaciuto l'anno prima. In realtà però, anni di fiera mi hanno portato alla verità massima: non siamo noi a doverci ingegnare per trovare ciò che vogliamo, ma è la fiera che ci guiderà a ciò di cui abbiamo bisogno. E' lei che, guardandoci nell'anima, sotto i venti strati di maglioni, la coltre di sudore e quella leggera nebbia di fastidio camuffato che sviluppiamo tutti dopo due ore lì dentro, guiderà i nostri passi verso ciò che è più giusto per noi. Basta desiderarlo, e per una volta, saremo esauditi.
Non necessariamente però ciò che vogliamo è ciò di cui abbiamo bisogno. La fiera non esaudisce desideri futili, non è un semplice prodotto del consumismo ma è IL consumismo, nella sua versione più ottimistica, più poetica, più idealista (sempre che ne esista una). Lei ci guida, che ci piaccia oppure no. Sta a noi seguire il flusso, come direbbero gli australiani, e vedere dove si andrà a finire. Magari non troveremo il liquore alla menta, ma potremmo incappare in un'altrettanta gradita sorpresa: un dolce alla mandorla, un braccialetto fatto di conchiglie del Madagascar, un piccolo bruciaessenze a forma di elefante. Io negli anni ho trovato borse che mi sono accanto ancora oggi, giacche che non ho mai potuto comprare (desiderare non è sempre potere) e sì, anche il famoso liquorino. La magia più grande però è stata fatta quest'anno, quando mi sono letteralmente imbattuta in alcuni amici all'angolo di un padiglione, pochi minuti dopo aver distrattamente formulato il desiderio di incontrarli. Parliamoci chiaro: la possibilità che questo accadesse era paragonabile a quella di trovare una banconota da cinquecento euro sul sedile della metropolitana nell'ora di punta. Eppure è accaduto, garantendomi un memorabile ingresso alla Caramba che sorpresa con tanto di frase ad effetto ("E quando non ci si cerca, ci si trova"). La fiera è quindi una specie di fata madrina estremamente ingombrante, un fiume magico in cui immergersi senza troppi pensieri, lasciandosi andare, fluendo nella massa, ramingando per le strade come un vero esploratore e concedendosi il lusso di perdersi tra le bancarelle, di entrare in Germania e uscire in Thailandia, di mangiare un pasticciotto in Puglia per poi bere un sakè in Giappone, senza farsi troppe domande su come diavolo ci si sia arrivati lì. La fiera chiede un atteggiamento sognante, un galleggiare senza troppe pretese, un affidarsi al magico tocco del mondo in bottiglia. Nel suo sfrenato consumismo, ci insegna l'arte della contemplazione, il gusto della passeggiata, la fiducia un po' infantile nei nostri passi, o, semplicemente e molto meno raffinatamente, quella che io chiamo la modalità pony. Andare, senza una meta, solo per il gusto di farlo, non avere obiettivi né compiti da portare a termine, perché in quel caso la fiera sarà implacabile: se cercheremo attivamente non troveremo mai. Dobbiamo smettere di cercare, finire di preoccuparci e iniziare a goderci il momento, desiderando distrattamente e lasciando che la magica fiera faccia il resto. E alla fine scopriremo che quando non ci si cerca, ci si trova sempre.
La fiera è un luogo confuso, caotico, colorato e vivace, l'unico posto sulla faccia della Terra in cui, guardando a sinistra, ammiri la Spagna in tutta la sua colorata passionalità da sangria e, voltandoti a destra, puoi sentire i profumi delle spezie turche e il borbottare del caffè sul fuoco. E' un luogo che addensa spazi come una marmellata in corso di cottura e che è capace di attirare maree di persone provenienti da tutti i luoghi, tutti i laghi, tutti gli oceani e tutte le strade, sputati fuori come un magma dalle uscite della metropolitana e brulicanti come formiche negli stretti corridoi della fiera, con il loro carico di giubbottini, borsoni, trolley (sì, anche loro) e cuoricini palpitanti (un po' per l'emozione, un po' per gli inevitabili attacchi di claustrofobia che si sviluppano lì dentro). E' chiaro che quando tutte le leggi della fisica si annullano, quando i confini si restringono a tal punto da poter confermare la teoria della terra piatta e il mondo si concentra come una crema pasticcera, la logica collassa e si entra nel magico mondo della metafisica. Ebbene sì, perché questa è la scoperta che ho fatto quest'anno: la fiera dell'artigianato è il luogo in cui la magia diventa realtà. Dimenticatevi Harry Potter, Hogwarts, Scamander e perfino le tre sorelle Halliwell, perché qui si parla di vera magia che aleggia nell'aria, mischiata ai profumi d'oriente e alla frittura delle empanadas argentine. Molti infatti vi diranno che trovare ciò che si cerca all'interno della fiera è a dir poco impossibile, il classico ago nel pagliaio, a meno che non si opti per una capillare organizzazione, sfruttando la mappa meglio che in un gameplay di Silent Hill e sviluppando una temporanea memoria eidetica alla Sheldon Cooper per ricordare dove si trovasse lo stand con quel liquorino alla menta piperita che tanto ci era piaciuto l'anno prima. In realtà però, anni di fiera mi hanno portato alla verità massima: non siamo noi a doverci ingegnare per trovare ciò che vogliamo, ma è la fiera che ci guiderà a ciò di cui abbiamo bisogno. E' lei che, guardandoci nell'anima, sotto i venti strati di maglioni, la coltre di sudore e quella leggera nebbia di fastidio camuffato che sviluppiamo tutti dopo due ore lì dentro, guiderà i nostri passi verso ciò che è più giusto per noi. Basta desiderarlo, e per una volta, saremo esauditi.
Non necessariamente però ciò che vogliamo è ciò di cui abbiamo bisogno. La fiera non esaudisce desideri futili, non è un semplice prodotto del consumismo ma è IL consumismo, nella sua versione più ottimistica, più poetica, più idealista (sempre che ne esista una). Lei ci guida, che ci piaccia oppure no. Sta a noi seguire il flusso, come direbbero gli australiani, e vedere dove si andrà a finire. Magari non troveremo il liquore alla menta, ma potremmo incappare in un'altrettanta gradita sorpresa: un dolce alla mandorla, un braccialetto fatto di conchiglie del Madagascar, un piccolo bruciaessenze a forma di elefante. Io negli anni ho trovato borse che mi sono accanto ancora oggi, giacche che non ho mai potuto comprare (desiderare non è sempre potere) e sì, anche il famoso liquorino. La magia più grande però è stata fatta quest'anno, quando mi sono letteralmente imbattuta in alcuni amici all'angolo di un padiglione, pochi minuti dopo aver distrattamente formulato il desiderio di incontrarli. Parliamoci chiaro: la possibilità che questo accadesse era paragonabile a quella di trovare una banconota da cinquecento euro sul sedile della metropolitana nell'ora di punta. Eppure è accaduto, garantendomi un memorabile ingresso alla Caramba che sorpresa con tanto di frase ad effetto ("E quando non ci si cerca, ci si trova"). La fiera è quindi una specie di fata madrina estremamente ingombrante, un fiume magico in cui immergersi senza troppi pensieri, lasciandosi andare, fluendo nella massa, ramingando per le strade come un vero esploratore e concedendosi il lusso di perdersi tra le bancarelle, di entrare in Germania e uscire in Thailandia, di mangiare un pasticciotto in Puglia per poi bere un sakè in Giappone, senza farsi troppe domande su come diavolo ci si sia arrivati lì. La fiera chiede un atteggiamento sognante, un galleggiare senza troppe pretese, un affidarsi al magico tocco del mondo in bottiglia. Nel suo sfrenato consumismo, ci insegna l'arte della contemplazione, il gusto della passeggiata, la fiducia un po' infantile nei nostri passi, o, semplicemente e molto meno raffinatamente, quella che io chiamo la modalità pony. Andare, senza una meta, solo per il gusto di farlo, non avere obiettivi né compiti da portare a termine, perché in quel caso la fiera sarà implacabile: se cercheremo attivamente non troveremo mai. Dobbiamo smettere di cercare, finire di preoccuparci e iniziare a goderci il momento, desiderando distrattamente e lasciando che la magica fiera faccia il resto. E alla fine scopriremo che quando non ci si cerca, ci si trova sempre.
Duille
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domenica 20 dicembre 2015
Buon Natale Stellare
Era una tranquilla mattina al Polo Nord. Dopo una nottata di intense
nevicate, il sole si era fatto spazio tra le nubi facendo brillare le colline
invernali come se fossero fatte di polvere di stelle. Un raggio curioso
rimbalzò sopra una montagnetta di neve ed attraversò una finestra, riuscendo
nella difficile impresa di passare attraverso la minuscola feritoia creata
dalle tende di velluto verde che nascondevano l’interno della casa.
Sbirciando
all’interno, il raggio di sole vide una grande massa rossa che si alzava e
abbassava producendo un rumore cavernoso e potente, che faceva tremare l’acqua
dentro il bicchiere posato sul comodino. Il raggio fece un piccolo balzo
calcolato e ricadde proprio sulla cima di quella massa, che si rivelò essere
morbida e calda. Scivolò divertito lungo il pendio e s’incastrò in un paio di
grossi baffoni bianchi, posizionati proprio sotto un nasone rossastro. I baffi
si mossero a destra e sinistra e di colpo il rumore profondo si fermò,
sostituito da una risatina divertita. –Ehi, che solletico! Ma cosa….ah, ma sei
tu, piccolo birichino!- la montagna rossa si sollevò e si rivelò essere un
omone decisamente in carne, con una lunga barba scarmigliata e lunghi capelli
bianchi come la neve. Babbo Natale liberò il raggio di sole e lasciò che questi vagasse libero per la stanza, saltellando qua e là, rimbalzando su specchi, bicchieri e giocando sui pomelli di ottone
della testata del letto. Quindi si avvicinò alla finestra, ancora chiusa e,
guardando con occhi lucenti il raggio di sole, disse: - Che ne dici se lasciamo
giocare anche i tuoi amici? – e spalancò le tende, illuminando l’intera stanza.
Centinaia di raggi di sole entrarono felici, facendo brillare tutto di una luce splendente, come
se ne vedevano solo al Polo Nord. Babbo Natale aprì le finestre e respirò
profondamente l’aria frizzante della mattina. “E’ decisamente Dicembre. Solo
dicembre ha quell'odore di cannella e pino” pensò. Adorava Dicembre, era il
mese in cui tutto si colorava dei suoi colori preferiti, i bambini gli
scrivevano letterine e un po’ ovunque compariva il suo faccione felice. Non era
mai stato un tipo particolarmente egocentrico ma aveva sempre apprezzato questo
modo speciale con cui gli uomini lo salutavano, in quel mese di festa. Babbo
Natale, sorridendo felice, si vestì e scese velocemente le scale, pronto per
una deliziosa colazione. Canticchiando canzoncine natalizie e salutando gli
elfi che passavano in cucina per una tazza di zabaione, prese il cartone
del latte, pronto a specchiarsi in un’immagine più o meno stilizzata di sé. Ma
rimase deluso quando, al posto del suo faccione felice, scorse un coso verde
con le orecchie oblunghe in quello che sembrava essere un accappatoio
particolarmente logoro. Che diavolo era quella specie di elfo post nucleare che
teneva in mano un neon come fosse una spada? Turbato, prese lo scatolone dei
cereali che piacevano tanto ai folletti e vi scorse un uomo dallo sguardo
serio, anche lui ammantato in una tunica marrone e con la stessa lampada tra le
mani. – Ma…che…cosa diamine sta succedendo? Chi sono questi?- domandò ad alta
voce. Gli elfi, raggrupatisi un po’ ovunque per assistere alla scena, lo
guardarono divertiti, senza osare però pronunciar parola. – Chiamatemi subito
Percy!- tuonò Babbo Natale ed immediatamente tutti i folletti sparirono, alla ricerca del responsabile del settore comunicazioni e marketing. Pochi minuti
dopo Percy, con in mano il suo immancabile tablet, si avvicinò ossequioso. –
Buongiorno Babbo Natale, mi hai mandato a chiamare?-
- Sì, Percy. Potresti dirmi che diavolo sta succedendo? E’ o non è il
primo di Dicembre? Chi o cosa diavolo sono questi tizi in accappatoio sulle
scatole dei cereali? E dove sono io? –
- Beh, è molto semplice da spiegare Babbo Natale. Hai mai sentito
parlare di Star Wars? –
- Vagamente. –
- Beh, forse è il caso che tu cominci ad interessartene perché sono
diventati il tuo peggior nemico. Questo mese uscirà il nuovo film di Star Wars, l'episodio sette, un kolossal che tutti aspettano da almeno il 1983. Quelli che vedi sulle confezioni del latte
sono jedi. Sono loro che hanno preso il tuo posto sulle confezioni di tutto il
mondo. –
- Di tutto il mondo? –
- Di tutto il mondo. –
- E lo spirito del natale? –
- Sostituito dalla Forza. –
- E le canzoncine carine piene di campanelli?-
- Niente canzoni su babbi o renne, quest’anno. Solo la colonna sonora
di Star Wars. –
- Ma è una cosa terribile. Non posso crederci. –
- Guarda tu stesso. – Percy accese la televisione. Immediatamente
comparve la pubblicità di una confezione di batterie in cui un coniglietto
vestito da jedi brandiva una spada laser accompagnato da una canzone a tutta
orchestra che fece venire la pelle d’oca a Babbo Natale.
- Però, mica male la canzone. Chi è che l’ha musicata? Potremmo
scritturarlo per scrivere una versione più potente di Jingle Bells. Un po’ come
facemmo per Celtic Carols che, personalmente, ha un tocco dark che non mi
dispiace affatto. –
- Babbo, la canzone è l’ultimo dei nostri problemi. Continua a
guardare. –
La pubblicità successiva vedeva una macchina che si trasformava in una
nave spaziale con all'interno una specie di cane gigante che barriva come un
elefante, accompagnato dalla stessa musichetta da concerto lirico. Solo dopo
altre tre pubblicità, tra cui quella di un panettone che si rivolgeva ad un
panettone più piccolo annunciandogli di esserne il padre, comparve una
pubblicità natalizia. Seguita poi da altre due pubblicità a tema Star Wars e
l’inizio di un programma di intrattenimento.
Secondo i miei calcoli, solo
il 20% delle pubblicità sono a tema natalizio, mentre abbiamo una vera
invasione di tunichette, discorsi poco chiari su filosofie energetiche e
respiri asmatici che sembrano inneggiare all’uso smodato dell’aerosol. E anche
i social networks sono intasati da questa specie di febbre da Star Wars. I
trending topics danno Star Wars in prima posizione su twitter, facebook e
instagram, mentre il Natale è caduto in fondo alla classifica. Per non parlare
della drastica riduzione dei downloads di canzoni natalizie su Itunes. Persino
deviantart si rifiuta di popolarsi di tue raffigurazioni. E’ un disastro senza
paragoni! Non si parla altro che di Star Wars. Anche la tradizionale puntata natalizia di The
Big Bang Theory è stata sostituita con una a tema Star Wars. Solo il dottor Who
resiste. Per ora. –
- Ma è terribile. E noi cosa possiamo fare?-
- Passare al lato oscuro della Forza?-
- Smettila di dire sciocchezze. Ci sarà pure qualcosa che ci riporti
al centro dell’attenzione! Che ne so, un bel flashmob, una comparsata sulla
slitta prima di Natale, la promessa di un regalo extra per tutti i bambini che
preferiranno Miracolo sulla 34° strada a Star Wars….-
- Rassegnati Babbo. Almeno per quest’anno, sei bello che dimenticato.
–
- Chi parla? –
- Io. – Un raggio di luce illuminò un uomo in saio e sandali.
- Gesù? –
- No, sono Luke Skywalker. Ma certo che sono Gesù!-
- Sei venuto a gongolare?-
- Ma per chi mi hai preso? Io sono superiore a certe cose. Sono qui
per aiutarti.-
- A ritornare in carreggiata?-
- Ad accettare la cosa, o come dicono in Frozen, to let it go.-
- Ma assolutamente no! Non accetto di essere soppiantato da un branco
di gente uscita or ora dalla doccia e che evidentemente non ha pagato la
bolletta della luce. –
- Anche io la pensavo come te, quando sei comparso tu. Non potevo
accettare che i miei sacrifici per l’umanità fossero annullati da un vecchio in
sovrappeso vestito di rosso e che forse aveva qualche sospetto problema di
alcolismo, dato il rossore del naso e la tendenza a ridacchiare in
continuazione. Senza offesa, sia chiaro. –
- Ma figurati. –
- Beh, caro Babbo, ti consegno la mia verità: lottare non serve a
nulla. Qui non si tratta di fede o di magia del Natale. Qui si tratta di moda.
E nella moda vince chi è più affascinante. Mi dispiace dirlo, ma ormai sei
vecchio, desueto, da rottamare. Hai fatto il tuo tempo, sei vintage, per essere
gentile.
Non fai più brillare gli occhi ai bambini e di certo le tue renne non
reggono il confronto con la possibilità di soffocare qualcuno con la sola forza
della mente. Io stesso ho dovuto soccombere a questa sconvolgente verità e
capire che il mio predominio era stato spazzato via da un tizio in tuta di flanella rossa inventato dalla Coca Cola.
Avessi saputo che sarebbe finita così, mi sarei risparmiato il supplizio di
essere impalato ad una croce. Che poi, lo sapevi ciò che quella bevanda riesce
a combinare ad una monetina arrugginita? -
- Guarda, senza offesa, ma non credo che sia esattamente la stessa
cosa. Io sono lo spirito del Natale, sono transgenerazionale, sovrareligioso,
vado oltre ad ogni orientamento…-
- Qualcuno potrebbe dire che la scelta dei colori sia un pelino
filocomunista, non ti pare?-
- No, no, no! Il rosso è il colore della passione, del calore del
fuoco nel caminetto, delle bacche in mezzo alla neve…è il rosso dell’amore che
imperla le guance. –
- Sì, certo. Anche le aragoste e i pomodori sono rossi ma non mi
sembra che per questo siano gli sponsor ufficiali del Natale.-
- Lo sapevo che venivi per gongolare! La verità è che ti brucia il
fatto di essere stato spodestato da me ormai secoli fa e che da allora la mia
bonaria notorietà non abbia fatto altro che crescere. –
- Non mi brucia affatto. Ma non lo vedi che non hai sostanza? Tu sei
solo frutto del consumismo e i prodotti del consumismo sono destinati ad essere
soppiantati da altri prodotti analoghi, come Star Wars. E poi, visto che stiamo
parlando di spodestamenti, vorrei farti notare che per soppiantare me si è
dovuto creare un uomo che vola su una slitta e produce giocattoli al polo Nord,
mentre per dimenticare te sono bastate una lampada al neon e un saio passato in
candeggina. Mi verrebbe quasi da dire che minimal è meglio. –
- Ma come ti permetti! Nessuno, e dico proprio NESSUNO, mi ha
dimenticato. Star Wars è una moda passeggera e non potrà mai competere con la
magia che riesco a creare ogni anno, grazie ai folletti e agli elfi che mi
danno una mano. –
- Suvvia, non litigate voi due, che siete messi meglio di altri. –
- Toh, chi si vede! Lucia?-
- Buongiorno Gesù, buongiorno Babbo. –
- Qui ci si sta affollando un po’ troppo. Ma chi vi ha invitati a casa
mia?-
- Nessuno, sono stata svegliata dagli schiamazzi. Direi che il
disturbo della quiete pubblica mi legittimi ad irrompere in casa tua e
chiederti cortesemente di tacere. –
- Ma oggi ce l’avete tutti con me? Quello lì è venuto per gongolare…-
- Prego, "quello lì" ha un nome. Sono il figlio di Dio in fondo, mica un
gelataio qualunque! –
- Sì, va beh, abbiamo capito. Non c’è bisogno di ripeterlo ogni volta.
Tu invece, che sei venuta a fare qui? –
- A ricordarvi che avete ben poco di che lamentarvi. Voi siete
conosciuti in tutto il mondo, mentre nel
mio caso appena si varcano le porte di Milano divento solo un nome su un
calendario, eppure non faccio tante storie. Per me non ci sono grandi feste nazionali o rievocazioni storiche
mondiali. Sono solo una santa che copre le zone delle colline bergamasche e sono felice anche così.-
- Se posso aggiungere, mi fai anche un po' di concorrenza. –
- Suvvia, Babbo, non fare il difficile e cerca di capire il punto. –
- No, no, per carità, ho capito. Anch'io adoro fare i regali ai bambini e leggere le loro lettere, ma qui si tratta di un attacco allo spirito del Natale. -
- Diciamo che è un attacco al tuo narcisismo.-
- Non sono narcisista, Gesù, sto difendendo un pilastro culturale, i valori della bontà, della generosità...-
- E la tua immagine a rappresentarli.-
- Esatto. Anche quella. Ma solo come strumento di valori morali da non dimenticare. Quindi il problema rimane. Come mi disfo di questa
piaga che è Star Wars? –
- Credo che non ci sia molto da fare. Starwarizzati. –
- Eh?-
-Ma sì. Togli quella puzzolente tuta che poteva funzionare negli anni ’80,
perdi un po’ di chili, sistema quella barba e licenzia le renne. –
- Ottima idea Gesù. Potrebbe anche usare un look più futurista, in
fondo un po’ assomiglia ad Obi-Wan-Kenobi. Potresti diventare un suo sosia,
come quelli che imitano Elvis Presley. Potresti chiamarti Obi-Wan-Natale –
- MA STIAMO SCHERZANDO? Sono gli altri che imitano me! Io non imito
nessuno, sono originale al 100% e non intendo snaturarmi perché un branco di
idioti ha deciso di far uscire un film a ridosso della mia festa!-
- Fino a prova contraria, il compleanno è il mio.–
- Gesù, prima che dica cose di cui potrei pentirmi, ti invito caldamente
ad uscire da casa mia e portarti dietro la tua compare improvvisatasi
consulente d’immagine! –
- Ma…-
-FUORI! Fuori da casa mia! –
- Andiamo Lucia, qui il buon vecchio Natale sta avendo una crisi isterica. Questi
sono i risultati dei prodotti commerciali. Non tengono il passo con i tempi. –
Gesù e Lucia sparirono con un piccolo, elegante “plop”.
Babbo Natale si lasciò cadere su una sedia, mentre la televisione
mostrava uno speciale in diretta dal cinema di Roma inondato da webstars.
Percy si avvicinò con fare professionale.
- Babbo Natale? Forse ho trovato una soluzione al problema. –
L’uomo lo guardò con occhio stanco.
- Che ne dici di modificare un po’ il tuo slogan? Invece di “Oh Oh Oh,
Buon Natale”, potresti dire “Buon Natale stellare”, mentre in sottofondo
facciamo partire i suoni delle spade laser. Non è un’idea geniale?-
Percy scappò dalla stanza, schivando la ciabatta di lana lanciatagli
da Santa Claus.
Forse, in fondo, non era poi una così buona idea.
Duille
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lunedì 7 dicembre 2015
Gomitoli e corse sul ghiaccio: Dicembre
Quando andavo al liceo, l'arrivo di Dicembre era un momento eccitato e magico. Voleva dire Natale, certo, ma era anche il primo mese che mi prometteva un po' di vacanza e riposo dalla frenesia scolastica. Ho sempre creduto che Dicembre fosse il mese patrono degli studenti, pieno di promesse vellutate impacchettate in perfetti sacchettini rossi. Ad aprirli, quei sacchetti, potevi quasi sentire i sussurri delle cioccolate calde in capienti tazze di ceramica dal manico avvolgente, potevi avere un assaggio del calore delle coperte di pile sulla pelle e sentire le pile di libri che ridacchiavano facendosi scappare sillabe dalle pagine fitte. Dicembre ha sempre avuto la consistenza dei gomitoli di lana, il sapore del ritorno a casa, il suono del respiro assonnato.
E' un mese che offre un ritorno alla calma dei flutti e al silenzio di una strada ricoperta di neve, trafficata solo da qualche passante occasionale. Ti da la curiosa sensazione di avere la testa immersa nell'acqua, ascoltando il canto del mare, fuori da tutto eppure, paradossalmente, nel centro del mondo. Dicembre promette e mantiene sempre. Per qualche giorno ti garantisce la serenità della tana, la tranquillità del silenzio, la contemplazione senza tempo del pigro movimento delle maree invernali, il contatto con le ginocchia in un raggomitolo del corpo. Ma Dicembre è anche un paradosso, un mese a contrasti. E' un mese freddo, dalle tonalità polari, un'infinita sfumatura di grigi, azzurri, neri, blu che brillano sui lampioni illuminati, sull'erba brinata, sui bruni rami nudi di alberi letargici.
Su questa tela nordica, pallida come la Luna, zampettano i colori caldi delle feste: i gialli lattiginosi lampeggiano nelle sfere delle luminarie, come falene in orbite di vetro o lucciole in un frammento di fiaba trapuntato nella realtà; i rossi scivolano lungo i nastri che pendono dalle buste o fanno il giro del mondo in una pallina di Natale, i verdi si protendono eleganti nei loro vestiti di aghi di pino, nelle puntute forme del pungitopo, nel materno sguardo del vischio, saggi muschiati che guardano le esistenze mutevoli dall'alba dei tempi, prima ancora che il rosso si legasse ad un filo di lana, quando il giallo era ancora il riflesso della Luna in un lago ghiacciato e l'oro si nascondeva timido nelle profondità della terra. Il caldo e il freddo, a Dicembre, si fondono in una corrente temporalesca che fa girare la testa, che ubriaca e rende gli occhi affamati. Vogliono di più, quelle iridi inebriate, più contrasti, più colori, più vita che cresce sotto quei cieli grigi, vogliono vedere ancora il miracolo dei bucaneve spuntare sotto la monotonia dell'inverno. Perché Dicembre ha il dono di invitare al grande sonno invernale ma anche, allo stesso tempo, di concederci una seconda primavera fatta di questo caleidoscopio di colori che strizzano gli occhi da vetrine, marciapiedi e cancellate. E così, coperti da cappotti pesanti, i piedi inguantati in calzettoni colorati, le persone si riversano nelle strade per godere di questi fiori elettrici, per diventare un attore di questo sogno collettivo, arrossando le guance, aprendo i sorrisi di bianchi denti che spuntano da sotto le sciarpe, trasformando i capelli in rami nudi infiocchettati da nastri color cannella. A Dicembre si corre sul ghiaccio, ci si ubriaca di colore, ci si inebria di profumi di zenzero e pino, di mela e vin brulé, di cioccolato e chiacchiere, di baci rosso fuoco e di abbracci morbidi come un letto di muschio in una foresta estiva. Dicembre è tempo per respirare forte, per vagare senza meta, per tirare un sospiro di sollievo, per vivere di piccoli momenti, perché anche se si tornerà a casa a mani vuote, si avrà pur sempre il cuore pieno.
Su questa tela nordica, pallida come la Luna, zampettano i colori caldi delle feste: i gialli lattiginosi lampeggiano nelle sfere delle luminarie, come falene in orbite di vetro o lucciole in un frammento di fiaba trapuntato nella realtà; i rossi scivolano lungo i nastri che pendono dalle buste o fanno il giro del mondo in una pallina di Natale, i verdi si protendono eleganti nei loro vestiti di aghi di pino, nelle puntute forme del pungitopo, nel materno sguardo del vischio, saggi muschiati che guardano le esistenze mutevoli dall'alba dei tempi, prima ancora che il rosso si legasse ad un filo di lana, quando il giallo era ancora il riflesso della Luna in un lago ghiacciato e l'oro si nascondeva timido nelle profondità della terra. Il caldo e il freddo, a Dicembre, si fondono in una corrente temporalesca che fa girare la testa, che ubriaca e rende gli occhi affamati. Vogliono di più, quelle iridi inebriate, più contrasti, più colori, più vita che cresce sotto quei cieli grigi, vogliono vedere ancora il miracolo dei bucaneve spuntare sotto la monotonia dell'inverno. Perché Dicembre ha il dono di invitare al grande sonno invernale ma anche, allo stesso tempo, di concederci una seconda primavera fatta di questo caleidoscopio di colori che strizzano gli occhi da vetrine, marciapiedi e cancellate. E così, coperti da cappotti pesanti, i piedi inguantati in calzettoni colorati, le persone si riversano nelle strade per godere di questi fiori elettrici, per diventare un attore di questo sogno collettivo, arrossando le guance, aprendo i sorrisi di bianchi denti che spuntano da sotto le sciarpe, trasformando i capelli in rami nudi infiocchettati da nastri color cannella. A Dicembre si corre sul ghiaccio, ci si ubriaca di colore, ci si inebria di profumi di zenzero e pino, di mela e vin brulé, di cioccolato e chiacchiere, di baci rosso fuoco e di abbracci morbidi come un letto di muschio in una foresta estiva. Dicembre è tempo per respirare forte, per vagare senza meta, per tirare un sospiro di sollievo, per vivere di piccoli momenti, perché anche se si tornerà a casa a mani vuote, si avrà pur sempre il cuore pieno.
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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