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domenica 8 settembre 2019
Assaggi #5 : L'altra Marilyn
Circa un mesetto fa, mentre praticavo lo sport in cui riesco meglio in assoluto (lo zapping agonistico sul divano), sono incappata in un film su Marilyn Monroe ("Marilyn", appunto) che mi ha catturata subito, perché racchiudeva nella sua patinata pellicola due cose che mi piacciono moltissimo, ovvero
A. elementi biografici e
B. approfondimenti psicologici.
Il film, per chi non l'avesse visto, racconta della settimana cui Marilyn, già famosissima, volò in Gran Bretagna per recitare nel film Il Principe e la Ballerina. In realtà questo spaccato temporale diventa il pretesto per indagare sulla tormentata personalità di Marilyn, di cui, personalmente, non sapevo assolutamente nulla, a parte il fatto che aveva avuto una brutta infanzia e non era proprio un modello di virtù sul set. Ma quei 96 minuti di pellicola sono bastati ad accendere il mio lato da delfino curioso con occhialetti freudiani (lo so, che accoppiata improbabile).
La domanda che mi sono posta, quindi, è stata la seguente: ma qualcuno avrà cercato di fare il profilo psicologico a questa povera creatura piagata apparentemente da ogni sorta di disturbo psicopatologico? E se sì, esistono libri a riguardo? Da qui segue
1. ricerca febbrile sull'internet di informazioni a riguardo, neanche ne andasse della mia vita,
2. scoperta sconcertante della mole antonelliana di libri esistenti sull'argomenti, tali da poter riempire comodamente la biblioteca della Bestia,
3. attivazione dei miei superpoteri di ex studentessa di psicologia al fine di scandagliare questo oceano di testi alla ricerca del volume che, a mio avviso, sembrava più affidabile, 4. approdo sull'isola felice del testo di cui parliamo oggi, grazie al mio pusher di fiducia, la biblioteca. Il saggio che vi propongo oggi è l'Altra Marilyn, scritto a quattro mani dalla psichiatra Liliana dell'Osso e dallo psicoterapeuta Riccardo Dalle Luche, uniti in un sodalizio lavorativo dai cognomi infiniti. Il saggio ha due pregi fondamentali: primo, è organizzato come un manuale, il che significa che è schematico (ma non sbrigativo), organizzato (ma non rigidamente), esplicativo (senza ridursi al semplicismo superficiale di certi testi), approfondito (senza eccedere) e sequenziale (senza rinunciare alle meritate pause caffè riflessive). Secondo, si propone di rivolgersi a lettori non addetti ai lavori, cioè a tutti coloro che di psicologia ne sanno quanto basta per sapere socraticamente di non saperne nulla. E lo so che spesso, parlando di saggi, queste promesse si rivelano fin troppo simili ai buoni propositi per l'anno nuovo snocciolati con finta convinzione a Capodanno, finendo così col trovarsi tra le mani libri che sembrano scritti in ostrogoto mischiato con la lingua farfallina, ma in questo caso gli autori hanno fatto bene i compiti e hanno seguito questo faro luminoso fino all'ultima pagina, sforzandosi ampiamente di semplificare il linguaggio senza impoverirlo e trattando il lettore come un non esperto e non come un bimbo di quattro anni a cui si stanno insegnando i rudimenti del vasino. Il risultato è un bel manualetto chiaro, interessante e approfondito, in cui si analizza l'intera psicopatologia di Marilyn Monroe partendo dalla sua biografia, compresa la storia familiare, analizzando le perizie dei numerosissimi analisti che l'hanno presa in carico (una fra tutte, Anna Freud) e ricostruendo da queste evidenze l'ipotesi diagnostica su cui si poggia l'intera seconda metà del volume, ovvero una diagnosi di disturbo borderline a spettro autistico. La cosa sicuramente più interessante di questo testo è l'approccio estremamente metodico del saggio, che può essere considerato un esercizio diagnostico, una simulazione che si rivelerà molto interessante per coloro che vogliono sapere come ci si muova effettivamente nel processo analitico e diagnostico e che vede nell'anamnesi il punto di partenza per la ricostruzione della storia psicopatologica del paziente e nella esplicitazione delle motivazioni che soggiacciono all'ipotesi diagnostica il verso segno della validità del lavoro. Che è come dire, niente illazioni alla Vanna Marchi qui.
1. ricerca febbrile sull'internet di informazioni a riguardo, neanche ne andasse della mia vita,
2. scoperta sconcertante della mole antonelliana di libri esistenti sull'argomenti, tali da poter riempire comodamente la biblioteca della Bestia,
3. attivazione dei miei superpoteri di ex studentessa di psicologia al fine di scandagliare questo oceano di testi alla ricerca del volume che, a mio avviso, sembrava più affidabile, 4. approdo sull'isola felice del testo di cui parliamo oggi, grazie al mio pusher di fiducia, la biblioteca. Il saggio che vi propongo oggi è l'Altra Marilyn, scritto a quattro mani dalla psichiatra Liliana dell'Osso e dallo psicoterapeuta Riccardo Dalle Luche, uniti in un sodalizio lavorativo dai cognomi infiniti. Il saggio ha due pregi fondamentali: primo, è organizzato come un manuale, il che significa che è schematico (ma non sbrigativo), organizzato (ma non rigidamente), esplicativo (senza ridursi al semplicismo superficiale di certi testi), approfondito (senza eccedere) e sequenziale (senza rinunciare alle meritate pause caffè riflessive). Secondo, si propone di rivolgersi a lettori non addetti ai lavori, cioè a tutti coloro che di psicologia ne sanno quanto basta per sapere socraticamente di non saperne nulla. E lo so che spesso, parlando di saggi, queste promesse si rivelano fin troppo simili ai buoni propositi per l'anno nuovo snocciolati con finta convinzione a Capodanno, finendo così col trovarsi tra le mani libri che sembrano scritti in ostrogoto mischiato con la lingua farfallina, ma in questo caso gli autori hanno fatto bene i compiti e hanno seguito questo faro luminoso fino all'ultima pagina, sforzandosi ampiamente di semplificare il linguaggio senza impoverirlo e trattando il lettore come un non esperto e non come un bimbo di quattro anni a cui si stanno insegnando i rudimenti del vasino. Il risultato è un bel manualetto chiaro, interessante e approfondito, in cui si analizza l'intera psicopatologia di Marilyn Monroe partendo dalla sua biografia, compresa la storia familiare, analizzando le perizie dei numerosissimi analisti che l'hanno presa in carico (una fra tutte, Anna Freud) e ricostruendo da queste evidenze l'ipotesi diagnostica su cui si poggia l'intera seconda metà del volume, ovvero una diagnosi di disturbo borderline a spettro autistico. La cosa sicuramente più interessante di questo testo è l'approccio estremamente metodico del saggio, che può essere considerato un esercizio diagnostico, una simulazione che si rivelerà molto interessante per coloro che vogliono sapere come ci si muova effettivamente nel processo analitico e diagnostico e che vede nell'anamnesi il punto di partenza per la ricostruzione della storia psicopatologica del paziente e nella esplicitazione delle motivazioni che soggiacciono all'ipotesi diagnostica il verso segno della validità del lavoro. Che è come dire, niente illazioni alla Vanna Marchi qui.
Marilyn viene qui trattata come una paziente, ne vengono individuate le caratteristiche patologiche tipiche del disturbo borderline, come l'oscillazione velocissima tra idealizzazione e svalutazione delle persone a lei care, la dipendenza dall'opinione degli altri, veri e propri Io ausiliari per l'attrice, ma soprattutto la maschera Marilyn, a cui Norma Jean, vero nome dell'attrice, si identifica adesivamente per dare senso ad un vuoto identitario incolmabile e che si manifesta , in tutta la sua distruttiva profondità, nella vita privata dell'attrice, esponendola a continui vissuti di abbandono, reali o presunti, e al bisogni di cercare un costante ottundimento in varie forme di dipendenza (alcol, farmaci, relazioni, telefono). Marilyn è un doppio privo di nucleo, è la donna sicura di sé, evidentemente consapevole della sua prorompente sessualità che non esita ad esibire, e contemporaneamente è anche la persona insicura, rimuginativa, che vorrebbe tanto diventare una vera attrice, pur non avendo un vero talento per esserlo completamente. E questo perché la maschera Marilyn, come ci dicono gli autori, non può mai essere sostituita con un'altra maschera recitativa, perché dietro ad essa c'è il vuoto terrificante, un vuoto che l'attrice cercherà di colmare in ogni modo, per essere più dell'icona in cui è e sarà per sempre intrappolata. L'analisi della paziente Marilyn verrà considerata con lo sguardo clinico e privo di giudizio degli autori, che ne rivelano tutta l'umanità e la complessità, ne fanno emergere luci e ombre, comprovando tutto con il riferimento alla benedetta corposissima bibliografia a fine volume. Ultima chicca da non sottovalutare è poi l'album fotografico a fine opera, utile compendio visivo alla narrazione del saggio. Naturalmente non si tratta di un lavoro perfetto: le note a piè di pagina a volte si rivelano solo prolissi approfondimenti che sembrano più uno sfoggio di cultura che un reale ampliamento del discorso, e il taglio psichiatrico spesso prende il sopravvento su quello psicoterapeutico, rendendo il tutto un po' troppo asettico e un filo ambulatoriale. Inoltre, per quanto ci sia un forte tentativo di snellire il linguaggio per renderlo più fruibile al lettore, non sempre questo tentativo arriva ad avere successo, cadendo in qualche tecnicismo di troppo che si poteva evitare. Ma si tratta di casi isolati che si possono tranquillamente superare con un bel "boh" privo di conseguenze. In conclusione, l'Altra Marilyn si rivela essere un libro ben studiato, approfondito, ampiamente documentato, che non dimentica mai il target di destinazione e che si sforza di alleggerire il linguaggio sfruttando metafore, esemplificazioni, ripetizioni e prendendosi il tempo per spiegare i concetti più difficili senza darli per scontati. Consigliatissimo a coloro che vogliono scoprire come si fa diagnosi, agli appassionati di Marilyn e agli addetti ai lavori interessati ad un profilo clinico che si rivelerà roba da leccarsi i baffi.
Duille
sabato 29 novembre 2014
La copia di mille riassunti
Sembra che nel mondo di oggi ciò che conta maggiormente sia la confezione, più che il contenuto. Ogni prodotto è contornato da pubblicità oniriche, pacchetti dalle tinte sfumate o sponsor dallo sguardo lascivo. Anche i libri sono scelti per la loro copertina, che deve incuriosire, stregare, ammaliare, anche se poi il contenuto c'entra poco o nulla. Ma alla fine, guardando bene, in queste costosissime, studiatissime confezioni, si trova subito l'inganno, scritto in microscopiche letterine relegate nell'angolo più sfigato del pacchetto, in quella piega che noti solo quando ti accingi ad aprire il dolce che ha fatto diventare iperattive le tue papille gustative, improvvisatesi per l'occasione accidentali killer che ti annegano a furia di salivare.
"L'immagine è prodotta ai soli fini promozionali", recita quella piccola Cassandra ignorata da tutti. Ed infatti, aperto il pacchetto delle meraviglie, troviamo la più sfigata, insipida e depressa merendina che tu possa incontrare in un triste giorno d'inverno. La clochard delle merendine, il cane abbandonato dei dolcetti industriali, invitante quanto un intero piatto di cavoletti di bruxelles su letto di lumache. Eppure la confezione era così promettente, così ben fatta, così apparentemente costosa e raffinata! E la pubblicità, così romantica, con quelle note di casa e quelle ambientazioni rustiche! E sapete qual'è la cosa più assurda? Nonostante questo incontro decisamente sotto le nostre aspettative, nonostante i soldi spesi inutilmente per un prodotto di infinita bruttura, la prossima volta che ci troveremo di fronte allo stand dei dolci, ricadremo nello stesso errore. Ancora una volta, la confezione vincerà sul contenuto, a cui non daremo neanche una sbirciatina. Cassandra, la regina delle verità non filate da nessuno, subirà di nuovo l'onta di essere il gufo di turno, portatore di infauste notizie che nessuno vuole sentire, forse proprio perchè sono vere. Ma perché parlarvi di merendine e pacchetti plasticosi? Beh, credo sia interessante notare come il modo in cui compriamo rifletta molto la maniera in cui guardiamo il mondo. E dato che l'80% della popolazione italiana compra in base all'apparenza, ai bei visini sulle pubblicità e ai colori delle confezioni, direi che possiamo affermare, senza rischiare grossi ustioni mettendoci le mani sul fuoco, che la nostra società giudichi le persone esattamente allo stesso modo. La confezione vince sul contenuto, anche se dentro il pacchetto non c'è assolutamente niente. Ed ognuno di noi lo sa bene, perché passiamo le nostre giornate affannandoci alla ricerca della giusta confezione che ci renda interessanti, gradevoli, eleganti, belli ma professionali, insomma, per usare un termine non proprio elegante, appetibili. Non importa come, ma da fuori dovremo risultare dei vincenti, anche se dentro ci sentiamo dei falliti o se siamo pieni di problemi irrisolvibili con la mamma, gli amici e pure con il cane. Trucco perfetto anche quando andiamo in piscina, a costo di cazzuolare il tutto con un colpo di cemento, tacco dodici anche in alta montagna, giacchetta all'ultima moda anche se siamo in Groenlandia. E fosse solo questo il problema!
C'è un secondo aspetto di questo mascheramento consapevole che ci rende ancora più oscuri, ancora più simili a quella confezione di plastica che tanto ci ha attirati quando abbiamo fatto l'acquisto. Insieme a vestiti, trucco e scarpe perfette, indossiamo anche la maschera perfetta, che ci renda barbie dal sorriso smagliante e non incrinabile, anche se schiacciati da manine troppo entusiaste, e Action men dai muscoli mentali tonici e vigorosi. L'obiettivo è apparire brillanti, intelligenti, sempre sul pezzo. La nostra maschera deve essere versatile, incastrarsi alla perfezione in ogni scenario, non stridere mai né stonare di fronte al cambio dello sfondo. Una maschera che non deve dire nulla di noi, pur dando agli altri l'impressione di essere perfettamente trasparenti. Ma si sa, le maschere sono maschere e possono dire ben poco di noi. Sono bidimensionali, sono statiche, non mutano mai espressione, proprio come quella delle barbie sempre sorridenti, anche se scendono le lacrime.Perché chi vuole perdere tempo con una persona fragile? Questa è una società che schifa le emozioni, aborre il dolore, tranne in televisione. Vuoi piangere? Vai da Barbara D'Urso a raccontare la tua tragica storia, perché qui, nel mondo reale, tutti stanno peggio di te e sono comunque dei vincenti. Capite che, da questa premessa, aprire le porte al rubinetto emozionale ha solo una possibile conseguenza: il balcone o il ponte più vicino. E quindi, teniamo saldamente la maschera, anche se dietro anneghiamo nelle nostre lacrime. Usiamo la maschera per proteggerci, per non mostrare le nostre debolezze, per non sentirci sbattere la porta in faccia, ma a scapito dell'autenticità.
Ed è così che ci troviamo accompagnati da lupi travestiti da agnelli, tanto interessanti perché, dietro quelle miti pecorelle, si cela un guizzo d'occhio lupesco che li rende incredibilmente affascinanti, irresistibili. E quando li smascheriamo, quei lupi in finta lana merino e dal belato preregistrato, ci chiediamo come mai tutto il gregge continui a seguirli, come mai, anche di fronte a quei belati che sanno di ululato, loro siano comunque più interessanti di noi, che ci ostiniamo ad indossare una maschera di pecora su un viso da pecora. Stiamo sbagliando tutto? Davvero l'apparenza conta più dell'autenticità? Davvero una confezione perfetta è più appetibile del tortino fatto in casa, anche se un po' bruciacchiato? La plastica vince sulla carne? Apparentemente sì, dato che, in fondo, tutti cerchiamo la perfezione, anche se significa perdere diverse ore a fine serata per eliminare il catafalco di ciglia finte, extensions, trucco e cerone di fondotinta. Della serie che, quando andiamo a dormire, siamo altre persone. Ed in fondo, non stiamo ad ingioiellare e truccare fino all'inverosimile anche la nostra personalità? I lupi si travestono da agnelli e gli agnelli cercano, maldestramente, di diventare lupi con maschere di agnello solo per poter stare con i lupi travestiti da agnelli senza farsi mangiare. Il risultato è che la solitudine regna sovrana, tutti pensiamo di conoscere tutti ma alla fine dimentichiamo anche noi stessi. Siamo lupi o agnelli? E soprattutto, cosa vogliamo essere? Siamo disposti a perdere un po' di autenticità per un po' di successo? Perché ci sono vantaggi in questi travestimenti raffinati. Se riusciamo a mascherarci bene, siamo davvero in una botte di ferro! Successo assicurato, popolarità ad ogni grado scolastico e interesse da parte di ogni ambiente sociale e lavorativo. Sfileremo sul red carpet della vita, guardando quelli che ancora non sono stati in grado di fare il salto. Ma poi, osservando le foto di gruppo, vedremo tanti esseri con maschere di lupo e piedi di papera, agnello, cane, albero e ci accorgeremo che quelle persone non le conoscevamo affatto e che loro non conoscevano noi. E alla fine scopriremo che, in fondo, abbiamo perso così tanto tempo a levigarci per costruire quella maschera identica alle altre che ci siamo dimenticati di coltivare ciò che siamo. Siamo davvero solo la copia di mille riassunti, come dice Bersani. E poi, chi dice che si debba essere tutti lupi? Non possiamo essere il serraglio di fantastiche creature che popolano questo libro illustrato che è il mondo? All'apparenza sì, ma nessuno ci scommetterebbe un dannato penny su una affermazione come questa. Così, eccoci di nuovo qui, a diventare quelle confezioni vuote che attirano ma che non hanno sostanza. Riusciamo quasi a vedere, nell'incavo dell'ascella, la profetica frase di Cassandra: l'immagine è prodotta a soli fini promozionali. E allora che fare? Come dosare autenticità e confezione? Perché non possiamo certo essere falsi moralisti, viviamo tutti in una società che ci impone la maschera e tutti aspiriamo alla felicità. Ma se la felicità non può darcela né la maschera da lupo né l'assenza di maschera, come fare? Forse l'unica soluzione è proprio puntarlo, quel penny, su quella scommessa e cominciare a usare una maschera da agnello su un corpo da agnello e una maschera da lupo su un corpo da lupo. Bidimensionali sì, ma sempre fedeli a noi stessi. Così la sera, quando toglieremo vestiti e trucco, ci troveremo più belli di quando siamo usciti, perché saremo sempre noi, con o senza maschera.
"L'immagine è prodotta ai soli fini promozionali", recita quella piccola Cassandra ignorata da tutti. Ed infatti, aperto il pacchetto delle meraviglie, troviamo la più sfigata, insipida e depressa merendina che tu possa incontrare in un triste giorno d'inverno. La clochard delle merendine, il cane abbandonato dei dolcetti industriali, invitante quanto un intero piatto di cavoletti di bruxelles su letto di lumache. Eppure la confezione era così promettente, così ben fatta, così apparentemente costosa e raffinata! E la pubblicità, così romantica, con quelle note di casa e quelle ambientazioni rustiche! E sapete qual'è la cosa più assurda? Nonostante questo incontro decisamente sotto le nostre aspettative, nonostante i soldi spesi inutilmente per un prodotto di infinita bruttura, la prossima volta che ci troveremo di fronte allo stand dei dolci, ricadremo nello stesso errore. Ancora una volta, la confezione vincerà sul contenuto, a cui non daremo neanche una sbirciatina. Cassandra, la regina delle verità non filate da nessuno, subirà di nuovo l'onta di essere il gufo di turno, portatore di infauste notizie che nessuno vuole sentire, forse proprio perchè sono vere. Ma perché parlarvi di merendine e pacchetti plasticosi? Beh, credo sia interessante notare come il modo in cui compriamo rifletta molto la maniera in cui guardiamo il mondo. E dato che l'80% della popolazione italiana compra in base all'apparenza, ai bei visini sulle pubblicità e ai colori delle confezioni, direi che possiamo affermare, senza rischiare grossi ustioni mettendoci le mani sul fuoco, che la nostra società giudichi le persone esattamente allo stesso modo. La confezione vince sul contenuto, anche se dentro il pacchetto non c'è assolutamente niente. Ed ognuno di noi lo sa bene, perché passiamo le nostre giornate affannandoci alla ricerca della giusta confezione che ci renda interessanti, gradevoli, eleganti, belli ma professionali, insomma, per usare un termine non proprio elegante, appetibili. Non importa come, ma da fuori dovremo risultare dei vincenti, anche se dentro ci sentiamo dei falliti o se siamo pieni di problemi irrisolvibili con la mamma, gli amici e pure con il cane. Trucco perfetto anche quando andiamo in piscina, a costo di cazzuolare il tutto con un colpo di cemento, tacco dodici anche in alta montagna, giacchetta all'ultima moda anche se siamo in Groenlandia. E fosse solo questo il problema!
C'è un secondo aspetto di questo mascheramento consapevole che ci rende ancora più oscuri, ancora più simili a quella confezione di plastica che tanto ci ha attirati quando abbiamo fatto l'acquisto. Insieme a vestiti, trucco e scarpe perfette, indossiamo anche la maschera perfetta, che ci renda barbie dal sorriso smagliante e non incrinabile, anche se schiacciati da manine troppo entusiaste, e Action men dai muscoli mentali tonici e vigorosi. L'obiettivo è apparire brillanti, intelligenti, sempre sul pezzo. La nostra maschera deve essere versatile, incastrarsi alla perfezione in ogni scenario, non stridere mai né stonare di fronte al cambio dello sfondo. Una maschera che non deve dire nulla di noi, pur dando agli altri l'impressione di essere perfettamente trasparenti. Ma si sa, le maschere sono maschere e possono dire ben poco di noi. Sono bidimensionali, sono statiche, non mutano mai espressione, proprio come quella delle barbie sempre sorridenti, anche se scendono le lacrime.Perché chi vuole perdere tempo con una persona fragile? Questa è una società che schifa le emozioni, aborre il dolore, tranne in televisione. Vuoi piangere? Vai da Barbara D'Urso a raccontare la tua tragica storia, perché qui, nel mondo reale, tutti stanno peggio di te e sono comunque dei vincenti. Capite che, da questa premessa, aprire le porte al rubinetto emozionale ha solo una possibile conseguenza: il balcone o il ponte più vicino. E quindi, teniamo saldamente la maschera, anche se dietro anneghiamo nelle nostre lacrime. Usiamo la maschera per proteggerci, per non mostrare le nostre debolezze, per non sentirci sbattere la porta in faccia, ma a scapito dell'autenticità.
Ed è così che ci troviamo accompagnati da lupi travestiti da agnelli, tanto interessanti perché, dietro quelle miti pecorelle, si cela un guizzo d'occhio lupesco che li rende incredibilmente affascinanti, irresistibili. E quando li smascheriamo, quei lupi in finta lana merino e dal belato preregistrato, ci chiediamo come mai tutto il gregge continui a seguirli, come mai, anche di fronte a quei belati che sanno di ululato, loro siano comunque più interessanti di noi, che ci ostiniamo ad indossare una maschera di pecora su un viso da pecora. Stiamo sbagliando tutto? Davvero l'apparenza conta più dell'autenticità? Davvero una confezione perfetta è più appetibile del tortino fatto in casa, anche se un po' bruciacchiato? La plastica vince sulla carne? Apparentemente sì, dato che, in fondo, tutti cerchiamo la perfezione, anche se significa perdere diverse ore a fine serata per eliminare il catafalco di ciglia finte, extensions, trucco e cerone di fondotinta. Della serie che, quando andiamo a dormire, siamo altre persone. Ed in fondo, non stiamo ad ingioiellare e truccare fino all'inverosimile anche la nostra personalità? I lupi si travestono da agnelli e gli agnelli cercano, maldestramente, di diventare lupi con maschere di agnello solo per poter stare con i lupi travestiti da agnelli senza farsi mangiare. Il risultato è che la solitudine regna sovrana, tutti pensiamo di conoscere tutti ma alla fine dimentichiamo anche noi stessi. Siamo lupi o agnelli? E soprattutto, cosa vogliamo essere? Siamo disposti a perdere un po' di autenticità per un po' di successo? Perché ci sono vantaggi in questi travestimenti raffinati. Se riusciamo a mascherarci bene, siamo davvero in una botte di ferro! Successo assicurato, popolarità ad ogni grado scolastico e interesse da parte di ogni ambiente sociale e lavorativo. Sfileremo sul red carpet della vita, guardando quelli che ancora non sono stati in grado di fare il salto. Ma poi, osservando le foto di gruppo, vedremo tanti esseri con maschere di lupo e piedi di papera, agnello, cane, albero e ci accorgeremo che quelle persone non le conoscevamo affatto e che loro non conoscevano noi. E alla fine scopriremo che, in fondo, abbiamo perso così tanto tempo a levigarci per costruire quella maschera identica alle altre che ci siamo dimenticati di coltivare ciò che siamo. Siamo davvero solo la copia di mille riassunti, come dice Bersani. E poi, chi dice che si debba essere tutti lupi? Non possiamo essere il serraglio di fantastiche creature che popolano questo libro illustrato che è il mondo? All'apparenza sì, ma nessuno ci scommetterebbe un dannato penny su una affermazione come questa. Così, eccoci di nuovo qui, a diventare quelle confezioni vuote che attirano ma che non hanno sostanza. Riusciamo quasi a vedere, nell'incavo dell'ascella, la profetica frase di Cassandra: l'immagine è prodotta a soli fini promozionali. E allora che fare? Come dosare autenticità e confezione? Perché non possiamo certo essere falsi moralisti, viviamo tutti in una società che ci impone la maschera e tutti aspiriamo alla felicità. Ma se la felicità non può darcela né la maschera da lupo né l'assenza di maschera, come fare? Forse l'unica soluzione è proprio puntarlo, quel penny, su quella scommessa e cominciare a usare una maschera da agnello su un corpo da agnello e una maschera da lupo su un corpo da lupo. Bidimensionali sì, ma sempre fedeli a noi stessi. Così la sera, quando toglieremo vestiti e trucco, ci troveremo più belli di quando siamo usciti, perché saremo sempre noi, con o senza maschera.
Duille
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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