venerdì 30 dicembre 2016

All I want for Christmas is a tissue (retrospettive natalizie)

L'ultima settimana prima del Natale è una delle più belle ed eccitanti di tutto l'anno. Si sente tutta la frenesia degli ultimi acquisti, la dolcezza degli ultimi pacchettini da confezionare, l'entusiasmo frizzante dell'attesa (e l'attesa non è essa stessa un piacere?) e sì, per alcuni anche il sollievo dell'imminente termine di una stagione fin troppo stressante.
L'ultima settimana di Natale è infatti amplificante, fa schizzare alle stelle ogni valore emotivo, rendendoci euforici, felicissimi, ma anche irritabili, stressatissimi, talvolta addirittura rissosi. Insomma, diventiamo temporaneamente dei soggetti particolarmente bipolari, con vistose oscillazioni tra euforia maniacale, crisi depressive con pianti disperati per la montagna di cose da fare e momenti mordaci da volpino a cui hanno pestato la coda. La verità è che c'è tanto da fare e tanta voglia di rendere ogni angolo della casa una fedele rappresentazione simbolica del Polo Nord, o almeno di un negozio di dolciumi. Per questo motivo essere malati l'ultima settimana di Natale è una delle controindicazioni più fastidiose dell'anno. Se beccarsi l'influenza in estate è da sfigati, prendersela sotto Natale è un crimine contro l'umanità, almeno per persone come me, che il primo Dicembre fanno una trasfusione di sangue per sostituirlo con zucchero e cannella. Quando si è malati a Natale si è immediatamente catapultati fuori dallo spirito della festa e la sensazione è quella della piccola fiammiferaia che, in mezzo alla neve, spia invidiosa la casa finemente addobbata a festa. Così io, renna mancata di Babbo Natale, piccolo elfo natalizio in incognito, mi ritrovo a letto con la febbre, con fuori tutto un mondo brulicante di nataliziosità. Mentre nelle case si cucinano caldi biscotti allo zenzero, io sforno tappeti di fazzoletti usati, in una brutta e umidiccia imitazione della neve. Mentre ovunque si canta Jingle Bells, dietro le pareti di casa Duille si sente solo lo strombazzare del mio naso, in una versione avveniristica e cacofonica di un brano dadaista. Mentre tutti sentono i profumi della mela, della cannella, del vin brulè, io sono esclusa da qualsivoglia tipo di odore, a causa di un naso a cui qualcuno ha cementato gli orifizi durante la notte, con il risultato di avere l'espressione di un bambino eternamente stupito, anche se di cosa, non si sa. Nota ancora più grave, mentre il naso si improvvisa un Gandalf nelle miniere di Moria che, contro un Balrog tutto fiocchi e campanelli, urla la famosa frase "Tu non puoi passare", la bocca, quella stessa bocca che garantisce la mia sopravvivenza respiratoria, si rivela subdolamente infida a riguardo, accogliendo malignamente quegli stessi profumi: gli odori di biscotti, cioccolata calda, torte salate e sugo arricchito iniziano a pattinare sulla lingua, ingolosendo le papille gustative e illuminandomi gli occhi di una speranza che si rivela ben presto maledizione quando mi ritrovo catapultata in una versione culinaria de La scelta di Sophie: respirare senza poter neanche addentare quel frollino al burro che ammicca da sopra il tavolo o scegliere una dolce morte tra le braccia degli zuccheri lavorati? Come molti di voi, anche io opto per una goffa via di mezzo, intervallando momenti di sgranocchiamento in apnea a veri e propri attacchi d'asma, con il rischio tra l'altro di morire soffocata dalle briciole che ancora saltellano sul fondo del palato.
Ma le disgrazie dell'influenza a Natale non finiscono certo qui! Mentre infatti i bambini aprono le finestrelle del calendario dell'avvento, scoprendo ammirati piccole renne dal naso rosso e pacchetti regali al cioccolato, io apro con la stessa febbrile attesa i blister con l'antibiotico, facendo tintinnare le pastiglie colorate sul tavolo, prima di tentare l'utopica impresa di mantenere un briciolo di dignità inghiottendole senza affogarmici o, peggio, evitando il panico conseguente dal contatto con quell'amarissimo, insopportabile sapore di alga marina, che risveglia il mio lato bianconiglio. E mentre le famiglie fanno pupazzi di neve nei cortili gelati, io interpreto un Jack Frost brasiliano, sepolta nelle mie coperte variopinte e con il naso irritato a sostituire la carota nel mezzo della mia faccia tutt'altro che pallida. Mentre nelle case attrezzate scoppietta e crepita il fuoco di un camino, in casa mia si sente solo l'aerosol a tutta manetta che emana vapori medicinali e mi fa sbuffare come un toro. E se almeno fosse arrivata un anno fa, questa influenza, avrei perlomeno potuto improvvisare un omaggio a Darth Vader (ricordate? blink link), ma no, mai una gioia! In ritardo di un anno, la visita virale impedisce ogni riferimento all'orgoglio nerd, rendendomi solo una ciminiera su sfondo plumbeo, una rivisitazione in chiave farmaceutica della Londra vittoriana di Dickens, un'immagine, insomma, che farebbe intristire persino il Grinch! E mentre tutta la mia famiglia esce alla ricerca dell'ultimo regalino, infilandosi in negozi variopinti, in librerie brulicanti di sfiziose tentazioni e magari concedendosi anche una bella tazza di cioccolata calda dentro un bar con le vetrine spruzzate di finta neve, io sono lasciata a casa insieme ai gatti, sepolta nella mia coltre di coperte, fazzoletti e nostalgico rimpianto per il tempo natalizio che mi sfugge dalle mani, mentre guardo per l'ennesima volta Love Actually in un disperato tentativo di aggrapparmi allo spirito del Natale e riuscendoci quasi, almeno fino allo starnuto successivo. Se però volessi vedere il bicchiere mezzo pieno (di latte e miele), potrei se non altro notare che il mio abbigliamento da febbre assomiglia vagamente a quello degli abitanti di Chinonsò. Il naso arrossato dai troppi sfregamenti, le labbra rinsecchite al punto da sparire alla vista e gli occhi luccicanti dalla febbre mi rendono una degna controfigura horror della piccola Cindy Lou. Ma il colpo di grazia lo da il cipollone ormai sfatto sulla testa che, durante le mie influenze, diventa un ordine architettonico nuovo, una specie di colonna pelosa che sfida ogni legge di gravità, svettando sulla mia testa come un mausoleo delle mie speranze deluse e vagamente simile alle improbabili pettinature dei Nonsochì. Alla fine quindi, un po' di spirito del Natale scalda anche me, spingendomi ad un tossicchiante, tiratissimo, catarroso ma speranzoso "Oh, Oh, Oh", seguito dal proverbiale pisolino ristoratore che chiude il sipario su un Natale che, quest'anno, si annuncia decisamente virale.

Duille


martedì 13 dicembre 2016

Magica, magica Fiera

Fiera dell'artigianato, o il mondo in un francobollo. Tutti i maggiori stati del nostro piccolo pianeta blu concentrati in uno spazio a dir poco ridicolo, come ridicole sono le conversazioni che si sviluppano all'interno di quei 14 padiglioni: "ci incontriamo in Africa?" "Dove siete? Noi in Europa." "Andiamo a farci un aperitivo in Australia? D'accordo, ma prima passiamo per la Francia che devo recuperare un croissant."
La fiera è un luogo confuso, caotico, colorato e vivace, l'unico posto sulla faccia della Terra in cui, guardando a sinistra, ammiri la Spagna in tutta la sua colorata passionalità da sangria e, voltandoti a destra, puoi sentire i profumi delle spezie turche e il borbottare del caffè sul fuoco. E' un luogo che addensa spazi come una marmellata in corso di cottura e che è capace di attirare maree di persone provenienti da tutti i luoghi, tutti i laghi, tutti gli oceani e tutte le strade, sputati fuori come un magma dalle uscite della metropolitana e brulicanti come formiche negli stretti corridoi della fiera, con il loro carico di giubbottini, borsoni, trolley (sì, anche loro) e cuoricini palpitanti (un po' per l'emozione, un po' per gli inevitabili attacchi di claustrofobia che si sviluppano lì dentro). E' chiaro che quando tutte le leggi della fisica si annullano, quando i confini si restringono a tal punto da poter confermare la teoria della terra piatta e il mondo si concentra come una crema pasticcera, la logica collassa e si entra nel magico mondo della metafisica. Ebbene sì, perché questa è la scoperta che ho fatto quest'anno: la fiera dell'artigianato è il luogo in cui la magia diventa realtà. Dimenticatevi Harry Potter, Hogwarts, Scamander e perfino le tre sorelle Halliwell, perché qui si parla di vera magia che aleggia nell'aria, mischiata ai profumi d'oriente e alla frittura delle empanadas argentine. Molti infatti vi diranno che trovare ciò che si cerca all'interno della fiera è a dir poco impossibile, il classico ago nel pagliaio, a meno che non si opti per una capillare organizzazione, sfruttando la mappa meglio che in un gameplay di Silent Hill e sviluppando una temporanea memoria eidetica alla Sheldon Cooper per ricordare dove si trovasse lo stand con quel liquorino alla menta piperita che tanto ci era piaciuto l'anno prima. In realtà però, anni di fiera mi hanno portato alla verità massima: non siamo noi a doverci ingegnare per trovare ciò che vogliamo, ma è la fiera che ci guiderà a ciò di cui abbiamo bisogno. E' lei che, guardandoci nell'anima, sotto i venti strati di maglioni, la coltre di sudore e quella leggera nebbia di fastidio camuffato che sviluppiamo tutti dopo due ore lì dentro, guiderà i nostri passi verso ciò che è più giusto per noi. Basta desiderarlo, e per una volta, saremo esauditi.
Non necessariamente però ciò che vogliamo è ciò di cui abbiamo bisogno. La fiera non esaudisce desideri futili, non è un semplice prodotto del consumismo ma è IL consumismo, nella sua versione più ottimistica, più poetica, più idealista (sempre che ne esista una). Lei ci guida, che ci piaccia oppure no. Sta a noi seguire il flusso, come direbbero gli australiani, e vedere dove si andrà a finire. Magari non troveremo il liquore alla menta, ma potremmo incappare in un'altrettanta gradita sorpresa: un dolce alla mandorla, un braccialetto fatto di conchiglie del Madagascar, un piccolo bruciaessenze a forma di elefante. Io negli anni ho trovato borse che mi sono accanto ancora oggi, giacche che non ho mai potuto comprare (desiderare non è sempre potere) e sì, anche il famoso liquorino. La magia più grande però è stata fatta quest'anno, quando mi sono letteralmente imbattuta in alcuni amici all'angolo di un padiglione, pochi minuti dopo aver distrattamente formulato il desiderio di incontrarli. Parliamoci chiaro: la possibilità che questo accadesse era paragonabile a quella di trovare una banconota da cinquecento euro sul sedile della metropolitana nell'ora di punta. Eppure è accaduto, garantendomi un memorabile ingresso alla Caramba che sorpresa con tanto di frase ad effetto ("E quando non ci si cerca, ci si trova").  La fiera è quindi una specie di fata madrina estremamente ingombrante, un fiume magico in cui immergersi senza troppi pensieri, lasciandosi andare, fluendo nella massa, ramingando per le strade come un vero esploratore e concedendosi il lusso di perdersi tra le bancarelle, di entrare in Germania e uscire in Thailandia, di mangiare un pasticciotto in Puglia per poi bere un sakè in Giappone, senza farsi troppe domande su come diavolo ci si sia arrivati lì. La fiera chiede un atteggiamento sognante, un galleggiare senza troppe pretese, un affidarsi al magico tocco del mondo in bottiglia. Nel suo sfrenato consumismo, ci insegna l'arte della contemplazione, il gusto della passeggiata, la fiducia un po' infantile nei nostri passi, o, semplicemente e molto meno raffinatamente, quella che io chiamo la modalità pony. Andare, senza una meta, solo per il gusto di farlo, non avere obiettivi né compiti da portare a termine, perché in quel caso la fiera sarà implacabile: se cercheremo attivamente non troveremo mai. Dobbiamo smettere di cercare, finire di preoccuparci e iniziare a goderci il momento, desiderando distrattamente e lasciando che la magica fiera faccia il resto. E alla fine scopriremo che quando non ci si cerca, ci si trova sempre.  
Duille

domenica 4 dicembre 2016

Estetica del fan service

Ogni generazione, fin dall'alba dei tempi, si è identificata in un elemento pop che la rappresentasse: i pantaloni a zampa degli '70, i terribili brillantini e i capelli cotonati degli anni '80, i cartoni animati che lasciavano indelebili dubbi esistenziali degli anni '90, le serie tv degli anni 2000. Probabilmente l'uomo di Neanderthal, se interpellato, si sarebbe orgogliosamente identificato nella sua pelle di mammut. Di fronte a questi sacri mostri generazionali, tutto il sistema di intrattenimento si è ingolosito al punto da cercare di inserirlo nei suoi prodotti, sotto l'insegna dei bei tempi andati. Niente infatti vende quanto un bel ricordo.
Ciò è particolarmente vero quando si parla di prodotti cinematografici e televisivi, che hanno sempre raccolto intorno a sé fan affezionatissimi, almeno quanto i vecchietti davanti ai cantieri aperti. Era nato il fan service, anche se ancora nella forma di un segreto di marketing. La situazione è poi esplosa negli ultimi anni, diventando argomento di punta nei social, nell'internet e forse anche dal barbiere. Non è un caso infatti che questa sia l'epoca dei remake, dei sequel e di svariati tentativi di riesumazione di mummie a diversi stadi di decomposizione. Rispuntano eroi da fumetto in statuari corpi nuovi fiammanti, guerrieri intergalattici con qualche chilo di troppo, mondi magici che strizzano l'occhio a studenti ormai cresciuti e che continuano ad aspettare una certa lettera via gufo. Il fan service è diventato il condimento principale di ogni opera omnia che si rispetti, nascosto nelle pieghe della trama o sbandierato come una sorta di piffero magico a cui, diciamoci la verità, nessun bambino che fu può resistere in alcun modo. Il problema del fan service è però quello di essere uno strumento potenzialmente distruttivo, come l'altofuoco o, per uscire un attimo dalle mie ormai stantie metafore del Trono di Spade (scusatemi), come una clava infuocata nelle mani di un  poco esperto giocoliere.
Mettiamola così: il fan service è come un neo: può regalare un look attraente alla Marilyn Monroe oppure trasformare tutto il pacchetto in una versione, molto meno sexy, di Bruno Vespa. Dipende tutto da quanto ci si lascia prendere la mano e, naturalmente, da quale materiale si parte. Il fan service infatti deve essere un tocco in più ad un prodotto che si tiene in piedi da solo, è una spilla che si appunta sul petto per rendere tutto un po' più bello, ma di cui si potrebbe anche fare a meno. Purtroppo invece troppo spesso il fan service diventa la colonna portante dell'intera narrazione, cercando di nascondere carenze di trama e una evidente mancanza di idee sotto estenuanti riferimenti alle opere precedenti, quando non addirittura un palese intento di lucro, celato sotto uno stile narrativo che profuma dei tempi che furono, ma che serve solo a coprire la puzza dei soldi. Spesso funziona, diciamolo, ma ai più attenti non sfuggirà una certa noia di fondo durante la visione e la sensazione che qualcosa proprio non vada. Uno scorfano resta uno scorfano anche se gli mettiamo un papillon.  Infatti un buon uso del fan service può fare il miracolo oppure nascondere malamente un fumo privo di arrosto: riesce a trasformare un prodotto semplicemente godibile in un vero capolavoro, come ci insegnano opere come Star Wars, il risveglio della forza, che ci ha regalato momenti di grande commozione, o Stranger Things, che ha saputo infarcire tutta la narrazione principale di riferimenti al mondo degli anni '80, creando un prodotto mozzafiato.
Queste due opere hanno in comune una cosa: tutti i riferimenti inseriti sono corollari della trama principale, che ha una sua sostanza, anche in assenza di originalità (parlo di te, Star Wars). Nel caso di Star Wars soprattutto, l'inserimento dei personaggi della saga originale, panciuti e decisamente anziani, è stato sapientemente dosato, rendendoli personaggi secondari finalizzati unicamente a dare un senso di continuità con le opere precedenti. Come dire, dove c'è Han Solo, c'è casa. Molto meno ci sono riusciti gli ultimi lavori sul mondo di Harry Potter, come il discutissimo nuovo capitolo della saga o, mi spiace dirlo, il recente nuovo lungometraggio, Animali fantastici e dove trovarli, un mare di noia salvato solo dai riferimenti, del tutto pretestuosi, al Potterworld e, per fortuna, da comprimari assolutamente adorabili. Ma il cappello da somaro del 2016, dal canto mio, va decisamente a Gilmore Girls, una serie che ha saputo deludermi quanto la nuova fiamma adolescenziale di Johnny Depp e che credo sia un ottimo esempio di pessimo uso del fan service. L'ultima ministagione della serie infatti è un cocktail indigesto di tutte le stagioni precedenti, unite insieme dal niente più assoluto. Il fan service la fa letteralmente da padrone e gli sceneggiatori non si sono neanche impegnati a costruire una trama convincente, o quantomeno godibile. Camei forzatissimi, intrecci lassi e privi di senso, intere scene inutili che sono portate avanti fino al logoramento dello spettatore, solo nel disperato tentativo di restituire la magia di dieci anni prima (vedi il noiosissimo musical di Stars Hollow) e personaggi buttati nella trama come se fossero stati spinti da un treno in corsa e senza motivazioni valide. Semplicemente spuntano fuori come cimici in inverno. Insomma, ore e ore di inutilità e incredulità che neanche il fan più cieco avrebbe potuto ignorare. Si ha quasi l'impressione che gli autori abbiano messo tutti i personaggi in una scatola e la abbiano poi scossa come maracas per vedere l'effetto che faceva. E l'effetto che fa è quello di essere presi in giro ad ogni scena, senza tra l'altro compensare questo tedio infinito, a cui si sottoporrebbe solo un vero fan, con una conclusione degna di nota. In sostanza quindi, Gilmore Girls si è rivelato una scatola vuota piena di infiocchettamenti, dando ragione alla mia precedente metafora dello scorfano. Ricapitolando: per fare fan service, bisogna essere bravi, dannatamente bravi, e ricordarsi di usarlo per quello che è, un condimento ad una pietanza ben cucinata. Altrimenti ci ritroveremo a dover immaginare i cibi come i bimbi sperduti di Hook, Capitano Uncino. Con la differenza che non siamo nell'Isola che Non C'è e l'aria fritta non ha mai saziato nessuno.
Duille


domenica 27 novembre 2016

Telefilm addicted #11 - Gilmore Girls o l'orgoglio del secchione

Quando sei una quindicenne secchiona e topo di biblioteca è difficile trovare dei modelli di riferimento nel mondo delle serie tv. Se poi, sei una secchiona che non ha gravi problemi relazionali con la propria madre, beh, le cose si fanno ancora più complicate. Io ero tutte queste cose insieme, e la tv mi aveva insegnato che questo era un crimine che non pagava in quanto a visibilità. 
La maggior parte dei telefilm a cui avevo accesso all'epoca (quando lo streaming era tanto possibile quanto  il teletrasporto) relegavano le studentesse modello e senza grilli per la testa al ruolo di comprimari o, peggio, di macchiette da prendere in giro. Dawson's Creek mi aveva da tempo insegnato che per essere degna dell'attenzione di una cinepresa dovevi essere una hippy 2.0 con la lettera scarlatta sul capoccione, avere familiari galeotti e il carattere di un gatto a cui hanno pestato ripetutamente la coda oppure essere emotivamente instabile (in quello, potevo avvicinarmici). E se pescavamo più indietro nel tempo, la situazione peggiorava come un formaggio stagionato male. Tutte le sitcom americane prendevano i poveri secchioncelli, li vestivano come dei simpatizzanti del Gay Pride ante litteram (riuscendo nell'incredibile impresa di insultare contemporaneamente due categorie umane) e regalavano loro una personalità da stalker condita da espressioni innaturali come la risata alla Picchiarello che sfoderavano come biglietto da visita. Anche la mia adorata Buffy, che vantava un certo avanguardismo nella sua narrazione, relegava la povera Willow delle superiori al ruolo di amica del cuore, importante ma comunque mai vera protagonista, almeno fino a quando non ha deciso di diventare lesbica e di darsi alla magia. In ogni caso, ovunque mi girassi, un cartello gigante con luci al neon mi diceva sempre che essere carini e coccolosi non pagava. Ma il vero guru del "teorema secchio" fu O.C., il quale mi insegnò che, se volevi essere protagonista in un telefilm degli anni 2000 dovevi appartenere ad una di queste tre categorie:
1. essere una super figa iperproblematica o l'ape regina con lo spessore di uno starnuto;
2. essere una secchiona e aspettare che la figa di turno iperproblematica morisse così da prendere il suo posto (anche se non sarebbe mai stato lo stesso per i fan)
3. essere secchione, ma uomo. Questa mi piacerebbe chiamarla la categoria del sessismo.
Poi tutto è cambiato quando sono finita nel mondo di Gilmore Girls.
La storia, per quanto banale, era decisamente innovativa per i canoni dell'epoca: in questa serie non c'erano esagerati drammi esistenziali, né complicati intrecci amorosi o colpi di scena faraonici quanto irrealistici. Semplicemente c'era una madre, Lorelai, che cresceva sua figlia Rory in un minuscolo paesino di provincia. L'identificazione con i personaggi era massima, perché tutte le situazioni presentate potevano facilmente appartenere al background culturale di chiunque: i rapporti genitori-figli, le amicizie, il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, le ambizioni lavorative e scolastiche, le difficoltà economiche e relazionali, gli errori quotidiani e i gesti di coraggio che non avevano niente di straordinario, se paragonati alle serie concorrenti. Ancora più importante, per la occhialuta me quindicenne, era il personaggio di Rory: per la prima volta vedevo una secchiona protagonista indiscussa di una serie, senza che venisse presentata come un'idiota o come una sfigata totale (sia lode agli dei!). Rory è il prototipo della brava ragazza, ma presentata in modo realistico: grande lettrice, timida, impacciata con i ragazzi, sensibile, intelligente, studiosa e con grandi ambizioni lavorative (andare ad Harvard e diventare una giornalista). Per una volta, una secchiona era presentata come un personaggio brillante, interessante, senza bisogno di circondarla di situazioni al limite del credibile o di darle una personalità esplosiva (in tutti i sensi possibili). I problemi che Rory affronta nella serie possono quasi sempre fare il paio con situazioni affini che anche lo spettatore può aver vissuto nella vita reale. Rory semplicemente affronta la sua adolescenza normale di ragazza normale in un paesino in cui si conoscono tutti, vive i suoi banali drammi amorosi (che non contemplano gravidanze indesiderate o adesioni dei fidanzati a sette che venerano l'invisibile unicorno rosa) e fa scelte relativamente difficili che potremmo dover fare anche noi, una per tutte quella dell'università che, se analizzata, rivela tutta la complicatezza di una scelta dal forte valore simbolico dal punto di vista delle rivendicazioni familiari. Rory è quindi qualcuno in cui riconoscersi senza dover fare troppi compromessi con se stessi e che fa sentire fieri di essere ciò che si è. E' un inno al "Sono secchia e fiera di esserlo".
Rory ci insegna che essere studiosa non ci renderà Leopardi con fondi di bottiglia agli occhi, la gobba e la vita sociale di una pulce di mare, che una cosa non esclude l'altra e decisamente che studiare e amare la lettura non ci renderà per forza delle ferventi sostenitrici dell'apparecchio o creature che ignorano l'esistenza del make up e dei negozi di abbigliamento. Soprattutto ci insegna che l'intelligenza e la cultura vanno coltivate, perché non sono repellenti anti maschio ma sono punti di forza che aumentano il nostro charme, tanto quanto la bellezza e la simpatia. Ricordiamo che Dean, il primo fidanzato di Rory, si è innamorato di lei mentre la guardava leggere Moby Dick su una panchina. E con questo direi che potrei chiudere la mia arringa! Lo stesso  principio vale anche per il rapporto con la madre, che è considerato un pregio nella serie, un punto di forza da ostentare, e non da nascondere. Tutti sanno che per piacere ad una Gilmore, bisogna per forza ingraziarsi l'altra. Ed è bello vedere che, per una volta, una madre e una figlia non cercano di farsi lo scalpo a vicenda, ma sono capaci di condividere preziosi momenti e di costruire un rapporto di fiducia e complicità, pur con momenti di litigi e incomprensioni. E' bello soprattutto sei hai quindici anni e non vorresti vedere tua madre schiacciata sotto un pianoforte a coda. La genialità di Amy Sherman Palladino (ovvero la creatrice della serie) è stata poi quella di affiancare questo estremo realismo delle tematiche e delle categorie umane ad un totale surrealismo dei comprimari (uno per tutti, Kirk) e dei dialoghi, completamente scardinati dai soliti binari e molto più vicini alle battute veloci delle sitcom e delle stand up comedy. I dialoghi infatti sono la punta di diamante di questa serie, che ha introdotto un elemento di totale novità: sono velocissimi, brillanti, intrisi di cultura pop americana e quasi sempre caratterizzati dal botta e risposta. Un ulteriore elemento a cui svariate categorie di spettatori possono facilmente identificarsi (me compresa). Il punto è, quindi, che Gilmore Girls ha insegnato a tutti che la normalità è interessante, anche se non è movimentata. E' il modo in cui viviamo la nostra quotidianità a rendere la vita stimolante e questa è una cosa che non troviamo in nessun altra serie. Personalmente, poi, Gilmore Girls mi ha fatto sentire orgogliosa di essere una secchiona fissata con i libri, perché mi ha dimostrato che anche io posso essere protagonista, anche quando tutti gli altri mi dicevano che potevo essere solo una comprimaria.

Duille


domenica 20 novembre 2016

Il valzer del toast: un monologo in due atti

Da fuori, sembrerà una persona qualunque in panetteria, in attesa del suo turno. Scruta attenta la vetrina, scegliendo il suo prossimo spuntino, o forse addirittura il suo imminente pranzo al volo. Ha l'aria distratta, sembra non accorgersi delle altre persone che le mulinano intorno, altrettanto distratte dalla ricca varietà di panini, focacce, pasticcini e prodotti da forno.
Una tra tanti, esattamente come gli altri. Se però si potesse scrutare cosa accade dietro gli occhi, sotto la cascata di capelli castani spettinati dall'elettricità statica del cappello, il verdetto sarebbe decisamente diverso. Ma, a differenza degli altri, che possono solo accontentarsi di osservare l'involucro epidermo-sociale di quella persona, noi possiamo miniaturizzarci e, passando attraverso l'orecchio, entrare direttamente nella sua mente, per guardare cosa succede. Ed allora scopriamo che quella persona silenziosa e distratta, apparentemente noncurante, in realtà è intenta in un lunghissimo monologo interiore a cui sembra fin troppo abituata.
"Allora, quando arriva il mio turno - aspetta, qual è il mio numero? Ah, il 37, ok - quando arriva il 37 chiederò un toast. Quali saranno le parole giuste? "Buongiorno, vorrei un toast al prosciutto". No, forse è meglio un "Salve, vorrei un toast al prosciutto". Ma no, salve è troppo generico, e poi da qualche parte avevo letto che è un termine rude, un po' ruvido. Non voglio mica sembrare maleducata! Allora "buongiorno" sia. "Buongiorno, vorrei un toast al prosciutto." O meglio, "buongiorno, potrei avere un toast al prosciutto?". La domanda suona meglio, è meno impositiva, ha un bel tocco di gentilezza, mentre la richiesta diretta ha un sapore di comando che deumanizza. E poi, rende anche antipatici! Chi sono io? Luigi XV? Siamo forse in un libro di Orwell? Se c'è una cosa che mi dà fastidio sono le persone scortesi. No, no, meglio la domanda. La domanda è carina. Ehi, ma a che numero siamo? 35? E io, che numero sono? 37? Sì, 37. Ok, attenzione, non distraiamoci che altrimenti perdo il numero e dovrò prenderne un altro. Perché figuriamoci se sarei in grado di scavalcare qualcun altro dopo di me perché mi sono distratta prima. Mi vergognerei troppo. Già mi vedo la scena: "Scusi, io ho il 37. Lo so che state già servendo il 38, ma non avevo sentito chiamare il mio numero. Toccherebbe a me." E intanto Mr. 38 mi squadra come uno squalo davanti ad un umano che gli ha tirato per sbaglio un calcio sulla testa. No, no! Non voglio neanche pensarci! Non riuscirei mai a farlo. E poi, che figura ci farei? Sono qui da almeno cinque minuti, come faccio a non sentire (o vedere, dato che c'è anche il tabellone), l'arrivo del mio numero? Passerei per la svampita di turno! Quindi sarà meglio fare attenzione per evitare questo tipo di scenario. Quanto manca al 37? Ma ero davvero il 37? Ah sì. 37. Dunque, quanto manca? Ancora due numeri? Ma il 35 sta svaligiando il negozio? Ah, no, ha finito. Sono passati al 36. Mamma mia, tra poco tocca a me. Che ansia! Calma, calma. Non ci agitiamo! Non è che stia per fare un discorso alle Nazioni Unite, devo solo fare una ordinazione. Un'ordinazione in panetteria. E poi, sto comprando un toast, mica un etto di cocaina. Di cosa devo avere paura? Ce la posso fare.
Allora, ripassiamo. "Buongiorno, potrebbe darmi un toast al prosciutto?" Ma poi, lo dovrò specificare che deve essere al prosciutto? Non è scontato? In fondo, i toast non sono fatti con prosciutto e formaggio? Non è che finisco col fare la figura della cioccolataia? Non vorrei beccarmi un commento sarcastico da parte della panettiera. Non lo sopporterei. Mi farebbe arrabbiare e vergognare terribilmente. E io non sono capace di rispondere per le rime. E poi non mi verrebbe in mente niente da dire. Rimarrei solo lì impalata a farmi prendere in giro. Una cosa decisamente da evitare, soprattutto visto che ho ancora un lungo pomeriggio da affrontare e non vorrei dovermi trascinare dietro questo senso di disagio. So benissimo che poi si spargerebbe a macchia d'olio per tutto il corpo. "Buongiorno, potrebbe darmi un toast, per favore?". Ecco, meglio. Il per favore finale, poi, è proprio un tocco di classe. Molto british. Ci sta bene. E poi aggiungerei un sorrisone a 32 denti. Oh, cavolo, il 36 sta pagando. Calma, calma. "Buongiorno potrebbe darmi un toast, per favore?" "Buongiorno, mi darebbe un toast?" "Buongiorno, potrebbe..." 
- 37!-
- Bluonffsohrno, mi dahjgrebbe un tolbkjlst? - 
- Certo. -
Qui urge una piccola incursione del narratore, che poi sarei io (Salve). Riavvolgiamo un attimo il nastro e usciamo per un secondo dalla mente della nostra protagonista e ripetiamo la scena vista da fuori. Giusto per chiarezza. Motore....Azione!
- 37! -
- Buongiorno, mi darebbe un toast?-
- Certo. -
Ecco, come vedete qui c'è stato un piccolo corto circuito dovuto ad un eccesso di adrenalina. Niente, di grave, da fuori nessuno se ne è accorto, ma cosa sta succedendo dentro? Torniamo a buttarci un occhio?
"Ma cosa ho detto? Non si è capito niente! Ho sicuramente balbettato e biascicato! Tutti avranno notato che ero agitata! Ma il "per favore" almeno l'ho inserito? Sicuramente no! Maledetta amnesia da ansia! E poi, guardatemi! Sono tutta rossa, mi sento le guance in fiamme, ho gli occhi fuori dalle orbite come una triglia dopo un'ora in padella! Per non parlare di tutta la situazione sotto le braccia. Una vasca olimpionica! Meno male che ho il giaccone perché adesso puzzerò come un paio di calzini vecchi! Ok, diamoci un minimo contegno. Ormai è andata. Adesso prendo qualsiasi cosa mi allunghi e scappo via. Prima pago però. Ci manca pure concludere questa esperienza a dir poco imbarazzante con un furto di toast. O di qualsiasi cosa abbia capito la commessa. Cavolo, perché sono un tale disastro?"
- Ecco a lei. Sono due euro e cinquanta.-
"Due euro e cinquanta. Ok, adesso li prendo e...NO! Il mio portamonete è vuoto! Ho solo un campionario di cinque centesimi! Le devo dare una banconota da venti! Quella minimo mi sputa in un occhio! Che vergogna. Va beh, diamoglieli. Adesso mi scuso per non avere moneta."
- Mi scusi, sono senza moneta. -
"Basta fare quella risatina da anatra! Mica siamo in uno stagno! Certo che però anche la commessa poteva almeno dire qualcosa. Io sono stata carina in fondo. Ah, ecco il resto. Fiuu! Finalmente è finita, adesso me ne vado con il mio toast e...aspetta un attimo. Ma è bruciato! Dovrei chiederle di cambiarmelo. Ok, adesso glielo chiedo. In fondo è un mio diritto. Ho pagato un toast, non del prosciutto tra due fette di carbone. Ma se si offendesse? Perché d'altronde le sto dicendo che il toast non va bene. Che non è un buon prodotto. Magari me lo tengo così. Basterà solo grattare via la crosta nera. No! No, la ragione è dalla mia. Questo toast è bruciato e io ne voglio un altro. Io ne esigo un altro. Con gentilezza, le chiederò un altro toast. Al mio tre, ok? Uno...due..."
- 38!-
"NOOOO! Ha chiamato il 38! Adesso come faccio? Non posso mica intrufolarmi così nel tempo dedicato ad un altro! E' troppo imbarazzante! Ecco, ho aspettato troppo! Ho perso tempo a farmi coraggio, a rimuginare e a convincermi e adesso la situazione si è fatta ancora più ansiogena. Stupida! Basta, me lo tengo così. Non è poi così bruciato in fondo. Ci sono giusto un paio di angoli scuri. Si può fare. Si può fare. L'importante è avere qualcosa da mettere sotto i denti. E poi, è un toast. Direi che è comunque una vittoria."
Saltiamo nuovamente fuori dalla mente della nostra protagonista giusto in tempo per vederla uscire dal negozio dopo aver dato un saluto frettoloso. Guarda dritto davanti a sé, tenendo il suo toast nel sacchetto. Appare tranquilla, ha solo la schiena un po' irrigidita, ma potrebbe essere dovuto al freddo. E' distratta, come tutti, probabilmente sta già pensando al prossimo segmento della sua vita. E' una tra tanti, esattamente come gli altri. O forse no?

Duille





domenica 13 novembre 2016

Pillole di bellezza: l'aviatore

Ho incontrato l'aviatore del Piccolo Principe. L'ho incontrato ad un semaforo stradale, mentre la mia vita procedeva immersa nella zuppa della sua routine. Era bello e romantico, nella sua giacca di pelle marrone pesante, con lo stemma disegnato sul lato del braccio sinistro. Lui attraversava la strada, e io lo guardavo sorpresa dall'interno dell'abitacolo dell'automobile. Non poteva avere più di cinque anni.
Aveva capelli castani, a caschetto, un taglio perfetto per indossare la cuffia da aviatore senza spettinarsi troppo, e l'elettricità nel corpo, come chi passa troppo tempo lontano dalle cose che ama. Forse stava andando a recuperare il suo aeroplano, in un angolo segreto e remoto della città, alla vista di tutti però, perché, si sa, la gente è così distratta che le cose gliele si possono nascondere alla luce del sole senza che loro neanche le notino. Ma io l'avevo visto, l'aviatore. Avevo visto lui e il violino che portava sulla schiena, protetto da una bella custodia nera. Chissà cosa ne avrebbe fatto, di quel violino. Magari avrebbe suonato una ninnananna alle stelle, per emozionarle al punto da farle brillare di notte per gli amanti nostalgici. O forse avrebbe iniziato una giga per permettere al vento di invitare le foglie secche a ballare. Avevo di fronte un aviatore musicista, qualcosa che il romanzo aveva tenuto nascosto. Un segreto, che dovevamo forse scoprire aprendo gli occhi? O un pezzetto di sé che l'aviatore aveva scelto di non raccontare? Ora me lo regalava, in quel passare pasticciato che è proprio dei bambini. Ma l'aviatore è generoso e anche a me ha voluto fare un regalo, come al Piccolo Principe. Io non avevo bisogno di una pecora, non avrei saputo dove metterla. Ma lui lo sapeva, sapeva di cosa avevo bisogno prima ancora che lo sapessi io. Voltandosi verso di me, in quella sua marcia allegra, mi ha guardata e mi ha salutata con la mano, sorridendo.
Aveva mani piccole e rotonde, perfette per un musicista volante. Io l'ho imitato e gli ho sorriso a mia volta, di quei sorrisi caldi e materni che noi adulti conserviamo gelosamente per i più piccoli, quei sorrisi di burro caldo e caramello che ci piace tanto regalare, ma che, chissà perché, doniamo sempre troppo poco. Ho agitato la mia piccola grande mano, una mano che si supponeva grande, ma che aveva scelto di mantenere le dimensioni infantili, forse nell'illusione di conservarne anche l'incanto. Di quell'illusione erano rimaste quindi solo le grandezze, mentre la vita si era portata via la morbidezza, scoprendo le nocche dure e tirando gli archi dei tendini. Le mani dell'aviatore bambino, invece, avevano ancora il candore dei cuccioli e le morbide forme delle fragole appena raccolte nel sottobosco. Il piccolo aviatore aveva però un altro regalo per me, un bel regalo inatteso, anche da un bambino: un bacio, lanciato in aria, come un fiocco di neve sfuggito alla sua nuvola. Un aviatore di cinque anni, con un violino sulla schiena e un bacio che spiccava il volo come un minuscolo coriandolo a forma di cuore. E' stato allora che ho capito di cosa avessi bisogno: stupore. Un vero momento di meraviglia, di quelli che ti fanno sentire un bel tepore nella pancia e che di colpo rilassano tutti i muscoli, perché non c'è più bisogno di tenere duro, di raccogliere tutti i pezzi insieme, non c'è niente da cui difendersi. C'è solo quel minuscolo aviatore violinista che, dall'alto dei suoi sessanta centimetri, ti insegna la vita.
Duille



domenica 6 novembre 2016

Capitolo XVI: Fisica della malinconia

Nel mondo letterario esistono tanti tipi di libri difficili. Ci sono libri con trame complicate, che si accartocciano su loro stessi rendendo ogni passaggio un argomento da decifrare; altri che hanno prose elaborate o parole altisonanti, evidenti esercizi di stile che li rendono pavoni da ammirare; altri ancora che partono da argomenti complessi e che solitamente regalano tomi da 1000 pagine. E poi ci sono libri difficili perché sembrano non avere una trama. Semplicemente fluiscono sotto gli occhi, mentre ci si chiede dove vogliano andare a parare.  
Sono creature totemiche, Sibille di cui capiamo le parole ma non il messaggio, pezzi di puzzle impressionisti di cui non cogliamo il disegno generale. Cosa mi stai dicendo? Dove stiamo andando? Da dove siamo partiti? E, soprattutto, chi sei? Questa è la domanda che mi sono portata in tasca per tutta la durata della mia lettura di Fisica della Malinconia, di Georgi Gospodinov. Si tratta di un libro irraccontabile, perché apparentemente senza trama. O almeno, così sembra perché, se ci si lascia sommergere dal testo, se si accetta di essere ospite nel corpo del narratore, se ci si concede di passare dall'"Io sono" all'"Io siamo", di colpo ci si ritrova in un labirinto dai molteplici corridoi, tutti da esplorare. Le tematiche profonde in questa opera si sprecano, si confondono, si camuffano, si nascondono per poi riapparire improvvisamente, talvolta ombre annidate nel sottotesto e talvolta manifesti urlati a squarciagola, che dimostra l'incredibile padronanza del mezzo da parte di questo autore. Ma la domanda resta: cos'è Fisica della malinconia? Partiamo dall'ovvio: è un lungo monologo, un soliloquio rivolto ad un pubblico di lettori. Non è solo un atto introspettivo o un'ostentazione di bravura (che, per inciso, ha a pacchi), ma un lascito. Gospodinov ha una grande umiltà di fondo, non s'improvvisa mai altisonante dio letterario da antico testamento. E' consapevole di spiazzare il lettore con un testo ostico e determinato a farsi comprendere, perciò, mano tesa, ci accompagna lungo questo percorso verso la fine del libro, regalandoci delle "stazioni di sosta" fuori pagina in cui riprendere fiato. Luoghi in cui l'autore sveste i panni di protagonista/narratore per tornare ad essere uomo, o meglio, padre accudente. Si tratta di un atto di amore su carta, un gesto di relazione che sposta il lettore dalla posizione di pubblico a quella di soggetto partecipante. In quanto monologo, si avvicina molto anche ad un testo teatrale, che va letto ad alta voce, facendo risuonare ogni parola; sembra quasi il testo stesso a chiederlo: "leggimi, recitami, parlami". E' poi il racconto di una vita, che inizia dalla nascita e termina con la morte, tutta vissuta nell'adesso, eppure con la strana consapevolezza che quell'adesso non esista più nel momento stesso in cui lo leggiamo, creando un delizioso paradosso temporale. Man mano che procediamo nella lettura, c'è una graduale sensazione di invecchiamento, una perdita di empatia, di meraviglia e fiducia e l'acquisizione di riflessione, nostalgia, malinconia e verità. E' contemporaneamente il racconto di una vita al singolare, quella di Gospodinov, e al plurale, quella di ogni creatura che nasce, nascerà o nacque e che è morta, muore o morirà, pur non morendo mai del tutto. Questa pluralità di vite che s'intrecciano è giustificata dallo splendido artificio letterario scelto dall'autore, l'empatia patologica del narratore, che lo catapulta continuamente da un corpo all'altro, da un tempo al precedente e da un'esistenza all'altra, sia essa quella del nonno, della zingara Rosalija o di una lumaca. Il libro diventa così la storia delle vite in una vita, come a suggerire che ognuno di noi sia l'intreccio degli incontri, dei ricordi tramandati, dell'impronta di memoria di chi ci ha cresciuto, educato o solo sfiorato.
E questo introduce un'altra identità dell'opera: Fisica della malinconia è infatti anche una capsula del tempo contenente le storie di coloro che non saranno ricordati, una collezione di attimi, di oggetti, di creature, l'eternizzazione di ciò che scade e va a male, della mela che marcisce e dell'uomo che muore. E' nel dettaglio che si annida la vita, ci dice l'autore. Gospodinov colleziona quindi storie in una matrioska di contenitori dentro altri contenitori. Il primo contenitore è il suo corpo e la sua mente, in cui raccoglie come biglie le storie in cui è caduto tramite la sua empatia o che ha comprato dalla bocca di altri; il secondo contenitore è la cantina piena di vecchi scatoloni carichi di pagine, quaderni, ritagli di giornale, maschere antigas, ottusità umana e meraviglia del sublime naturale; il terzo contenitore, il più importante, è il libro in cui ha racchiuso tutte le altre scatole immaginarie, la vera arca di Noè; il quarto inevitabile contenitore, infine, siamo noi lettori che, leggendo le sue pagine, diventiamo il nuovo guardiano di quello che è, è stato e sarà. Un brulicare di vite sparse in due occhi e in migliaia di neuroni, a cui si aggiunge la nostra storia, magari raccontata attraverso il post di un blog. Fisica della malinconia quindi è un ibrido, non è un genere puro, come dice l'autore, ma un labirinto in cui scegliamo quale corridoio percorrere di volta in volta, quale storia ascoltare per poi ricominciare da capo ad ogni nuova lettura, seguendo le assonanze con il nostro sentire in quel momento della vita. Così oggi potremmo seguire il filo di Arianna che ci porta nei percorsi della vita, nelle sue domande esistenziali, nei suoi antipodi che si scoprono sovrapposti, e domani potremmo invece cercare il Minotauro, l'uomo-animale, l'archetipo dell'abbandono, dell'emarginato, di un mostro che in realtà è solo un bambino. Tra due anni potremmo svoltare l'angolo e guardare l'umanità sciocca e violenta, incapace di cambiare anche dopo la fine del mondo, confrontandola con una specie così diversa, quella animale, e magari, tra cent'anni, finire per sbaglio in un corridoio che racconta il regime, la povertà, i libri letti di nascosto e le frasi di protesta intrappolate nelle mura di casa. Nel labirinto tutto è possibile, tranne rimanervi intrappolati. Il sapiente ed amorevole filo di Gospodinov ci aiuterà sempre a trovare l'uscita.

P.s. trovate una recensione davvero bella anche sul blog If you have a garden and a library you have everything you need: link blink!
Duille





"Da dove sappiamo, ad esempio, che le api non scrivono romanzi? Abbiamo letto almeno un favo di miele?" (p.195)

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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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