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domenica 6 gennaio 2019

Una cosa di cui avevo bisogno

Qualche giorno fa stavo ascoltando un podcast di Francesco Costa, un giornalista che si occupa di politica americana. Durante una delle sue puntate, occasionalmente registrata in diretta da un locale di Milano, all'incirca verso la conclusione della seconda stagione del programma, Francesco ha tirato le somme di un'epifania vissuta in un momento molto particolare, uno di quei momenti un po' cinematografici in cui tutto sembra concludersi là dove era iniziato (che nel suo caso, era davanti ad un discorso di Obama). Era la chiusura di un cerchio, come l'ha definita lui stesso. 
"Senza eccedere nelle retoriche sui sogni, perché li sappiamo tutti ed è anche un po' svenevole ed esagerato, però se c'è una cosa che volete fare e non trovate lo spazio per farla, cercate di creare quello spazio dove non esiste, e si può fare senza che un qualcuno vi assuma […], si può fare senza che qualcuno vi dia l'incarico, senza che qualcuno vi dia soldi […]". A rileggerlo, è chiaramente un discorso di una semplicità estrema, alla Canto di Natale ( della serie "se non sarai buono morirai triste e solo"), forse anche un po' banale, se ci pensiamo bene. Ma come accade spesso, non è il modo in cui vengono dette le cose a stravolgerti il mondo, ma la particolarità del momento in cui quelle stesse cose vengono ricevute. Un po' come un libro, che letto in un momento della vita non trasmette nulla, è insipido come il piatto di pasta preparato ad un iperteso, ma che il momento dopo è il sorprendente specchio di come ti senti, la bussola delle tue emozioni, la stella polare che guiderà la tua zattera fatta di bottiglie di plastica attraverso la burrasca. E' stato così anche per me quando, mentre pulivo casa, mi sono sentita arrivare addosso una manciata di parole che ho scoperto essere ciò di cui avevo bisogno, come se fossi un piccione particolarmente affamato a cui venivano lanciate briciole di pane da un signore uguale a tutti gli altri, su una panchina identica alle altre di un parco qualunque. Era l'attimo perfetto ed evidentemente avevo il cuore orientato nella giusta direzione, come un aquilone lanciato su una gentile onda di vento ascensionale, che solleva senza strappare. Forse questa linfa vitale è stata particolarmente rinvigorente perché arrivava in uno dei periodi che meno amo, il cambio dell'anno, quel difficile momento in cui secondo la società dovrebbe cambiare tutto, in cui si dovrebbe ripartire da zero, pianificare incredibili cambiamenti di connotati esistenziali, riesumarsi dalle feste freschi come rose ed energici come all'uscita da una Spa ma che, per la natura (e per i nostri fisici provati da troppe fette di panettone), è solo l'ennesimo giorno di un ciclo senza fine di albe e tramonti. Ormai è chiaro che per me il capodanno ed il primo dell'anno siano passaggi ruvidi da affrontare, come carta vetrata sulla pelle o quelle difficili ore estive in cui sei costretta a soffrire le pene dell'inferno per la ceretta mentre, in fondo alla tua mente, ti chiedi insofferente che senso abbia torturarsi in questo modo, dato che, tanto, la selva ricrescerà con un ghigno malefico sulla faccia di ogni pelo. 
Forse, quindi, è proprio in virtù di questa difficoltà personale e della malinconia che il primo dell'anno porta con sé, che queste parole, semplici come briciole di pane condivise con un piccione, sono state così efficaci. Quello di Francesco Costa è un discorso onesto, realista e soprattutto, fattibile. Non è infarcito di retoriche disneyane o di romantici idealismi che fanno sempre a pugni con la noiosa e faticosa quotidianità. E' proprio come la mia visione del Capodanno: nulla più che un altro giorno che si inanella a quelli precedenti, nulla più che un altro sogno che potrebbe restare tale. Perché, diciamocelo, non siamo mica tutti J. K. Rowling, o Barack Obama. Rovesciando la celebre massima, è vero che non tutte le ciambelle riescono col buco, ma noi siamo i triliardi di ciambelle, mentre loro, le ciambelle senza buco, sono in realtà delle krapfen piene di crema che noi fingiamo di non riconoscere come tali perché l'invidia è una brutta bestia ma è anche l'animale da compagnia implementato in ogni confezione di essere umano, come i piedini minuscoli della Barbie che sfidano le leggi della fisica. Ma anche così, pur rischiando di scoprire di non essere eccezionali, vale comunque la pena di far crescere questi germogli, anche se senza la pretesa che un pomodoro diventi una quercia secolare. Magari resterà un pomodoro, ma comunque un ottimo pomodoro. E' un cerchio che si chiude, insomma. E per me, diventa la parola del 2019: coltivare. Coltivare le mie passioni per il gusto di farlo e non per cercare riconoscimenti, per inseguire carriere da sogno o trovare uno spazio di visibilità. Come dice Francesco Costa, creare quello spazio dove non esiste e, aggiungo, farlo perché se ne ha l'urgenza, perché fa stare bene, perché si ha bisogno di fare uscire quella parte di noi che non trova spazio nel piccolo mondo in cui viviamo ma che non possiamo ignorare, forse perché è la parte più importante di noi, la più autentica, la più frizzante, ribollente di vita, l'aria fresca di montagna che passa nel buco della nostra ciambella. Ritagliare uno spazio in cui vivere a modo nostro, secondo regole che potrebbero assomigliare più a quelle del Paese delle Meraviglie che della società moderna, in cui si festeggiano i non compleanni perché sono di più dei compleanni, in cui la logica è ribaltata ma resta pur sempre logica, solo un po' diversa. Un fazzoletto di vita, che sia una stanza tutta per noi, come diceva Virginia Woolf, in cui essere febbricitanti di entusiasmo mentre ci compare sulla faccia uno di quei sorrisi idioti da persone innamorate. Un luogo in cui rifugiarsi quando i capelli diventano bianchi per lo stress e quando gli inevitabili pugni nello stomaco ci mozzeranno il fiato. E fare tutto questo, senza la pretesa che diventi più di quanto non sia in partenza, onestamente, realisticamente, senza costruire utopistiche fantasie, senza inquinare una bolla di sapone perfettamente rotonda pretendendo che assuma la forma di una stella, ma arrivando alla dorata via di mezzo: la testa completamente tra le nuvole, mentre i piedi sono ben radicati a terra. 
Una vita da albero, insomma.
Duille

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domenica 2 settembre 2018

Settembre

Settembre è considerato da molti una specie di secondo Capodanno. Un Capodanno che non si copre di paillettes e non pretende di annunciarsi con roboanti boati che fanno drizzare i peli ai gatti e che costringono i paranoici a fuggire nei rifugi antipanico, certi dell'arrivo della terza guerra mondiale (seguendo l'incontestabile modo di dire, secondo cui "non c'è due senza tre"). 
Essendo meno pretenzioso, Settembre si dimostra anche un capodanno clemente, che non vuole torturarci con bilanci dolceamari che ci trovano sempre un po' fallimentari, o mettere alla prova la nostra desiderabilità sociale a colpi di inviti a feste più o meno riuscite. Settembre è perciò un capodanno migliore, che regala a molti seconde possibilità, un'ultima chance di portare a termine quello che ci si era prefissati all'inizio di questa gravidanza temporale, sapendo di avere ancora un trimestre prima dell'inevitabile momento delle pagelle. Come dicevo, settembre è considerato da molti un secondo capodanno ( o un primo, a seconda del lato del calendario da cui si guarda la cosa). Da molti, ma non da me. La mia idea di questo mese è cambiata con l'età e con la vita che con essa passeggiava a braccetto. E' stato una condanna, durante l'adolescenza, perché coincideva con l'inizio della scuola, che per me significava la fine della mia già scarsissima vita personale e la trasformazione in topo di biblioteca, in schiava dell'istruzione, in massacratrice di carte, in culturista del cervello, tutta lavoro e niente divertimento. In una parola, settembre annunciava la mia trasformazione in un filetto di Giovane Leopardi (taglio pregiato, perché ancora tenero) su un letto di occhiaie, accompagnato da un canapè di nevrosi imburrate e guarnite da gobbe delle proporzioni di un dromedario. Con la fine delle superiori, e il mio ingresso nell'età delle grandi avventure della prima età adulta, settembre è diventato il mese dell'ultima sessione di esami estivi, quella in cui accumulavo tutte le prove che avevo programmato/posticipato/non superato/rifuggito come la peste durante il periodo estivo. Lì si giocava il tutto per tutto, perché dopo di loro, con ottobre, sarebbe iniziato il nuovo anno scolastico, con tutta la sua carrellata di corsi ed esami annessi che, come nelle migliori parabole bibliche, avevano il dono di moltiplicare di tre o anche quattro volte la pila di testi a cui trovare domicilio nel monolocale della mia memoria e che allontanavano dolorosamente l'utopico giorno della laurea, alimentando i vari meme sull'universitario disperato. 
Per un po' è stato l'inizio del nuovo anno di volontariato, che portava con sé, insieme ai primi freddi e a sotterranei entusiasmi, tempestose ansie da rientro, con tutta quella nuvolosità carica di pioggia data dalle incertezze, dall'insicurezza, dal dover cominciare nuove sfide, da vecchie routine da rinverdire e nuovi ritmi da recuperare. Era una messa alla prova della mia immancabile ansia sociale.
Di certo, non era mai il mese in cui ricevevo, in ritardo, la mia lettera da Hogwarts. 
Settembre era quindi un mese da superare a denti stretti, faticosamente e la cui unica nota positiva era la certezza che sarebbe presto finito. E adesso? Adesso che non sono più tediata dalle scadenze scolastiche e che la luce del sole non è più nascosto da sequoie di libri da fagocitare, adesso che il mio tempo è scandito da impegni lavorativi acrobatici che annullano il concetto di pausa, cosa è diventato Settembre? Sinceramente, guardandolo adesso, con l'occhio del frequentatore abituale di pinacoteche, continuo a non vederci nessun capodanno dentro. Nessun momento di nuovi propositi, di progetti da iniziare, di vette da scalare, di recuperoni dell'ultimo minuto. Forse anche perché non credo nei buoni propositi, o almeno non ci crede il mio lato intasato dall'ansia. Quello che però vedo in Settembre è una promessa. Una promessa di autunno. Di maglioni morbidi che avvolgono il corpo come un abbraccio e di gonne pesanti portate su calze coprenti. Di colori caldi che scaldano lo sguardo, indossati con orgoglio da persone e alberi. Di tè profumati che senti scivolare lungo tutto il corpo. Di acquerelli di riflessi e rimbalzi di luce creati da soli tiepidi e da foglie vanitose. Di tempi più lenti e meno euforici. Di passeggiate piene di pensieri in cui cadere e pomeriggi umidi ad ascoltare lo zampettio delle idee tra i capelli. Di scrocchianti tappeti di foglie secche sotto i piedi, che fanno quel delizioso suono accartocciato da cui non vorresti più separarti. E naturalmente, promessa di meno cerette e meno rasoi nel mio quotidiano (che sarà poco romantico, ma è pur sempre la verità. Una Scomoda verità, come direbbe Bill Gates). Settembre, quindi, ha subito in me una metamorfosi, ha perso quell'ombra maligna da poltergeist, per diventare un mese che vale la pena assaporare, l'ultimo respiro dell'estate ormai al termine che si mischia con il primo profumo dell'autunno, un mese in cui ciascuna stagione insegna qualcosa all'altra, migliorandola, e lasciandomi piacevolmente felici, in compagnia della prima candela, al profumo di mora e salvia, accesa per l'occasione.   

Duille



domenica 7 gennaio 2018

Buoni propositi

Anno nuovo, vita nuova, si dice sempre. Ma obiettivi vecchi, vecchie illusioni, vecchie smentite. Non capisco per quale motivo si debba caricare ogni anno del peso dei nuovi propositi. Cosa rende il primo gennaio un momento di svolta, chi gli ha conferito l'onorificenza di Destino Supremo?
Perché appendere un nuovo calendario dovrebbe far sì che tutte le nostre cattive abitudini, i nostri difetti, le nostre paure, sparissero improvvisamente, come starnutite via dall'ultima raffica di brillantini lanciati in aria allo scoccare della mezzanotte? E' il fascino del nuovo? Dell'intonso? Vedere tutte quelle caselline vuote, perfettamente lisce e brillanti, ha un effetto catartico? E allora perché non abbiamo un effetto simile anche con altri Nuovi? Perché, ad esempio, non riempiamo di buoni propositi i calzini appena comprati, invece di ingombrarli solo dei nostri piedi? Perché non ci lanciamo in articolati progetti di alimentazione sostenibile davanti alla nuova padella antiaderente comprata in sconto al supermercato? Perché un quaderno nuovo non suscita aspirazioni poetiche shakespeariane, oltre alla classica soggezione della pagina bianca? No, solo il calendario smuove il magma interiore come un piatto di lenticchie particolarmente ricco di fibre, solo il nuovo anno rivolta il fondale psichico come una carpa affamata nel letto di un fiume, e per fare cosa? Per metterci alla lavagna durante l'interrogazione di matematica, a fare conti che sappiamo già non torneranno, a rivedere tutto per l'ennesima volta, a fare un bilancio di quello che non va. Il primo dell'anno ha lo stesso effetto del cambio di guardaroba primaverile, in cui si prende ogni singolo maglione e si decide se avrà ancora un posto nel nostro cassetto o sarà eliminato come un concorrente di X Factor bravo ma a cui manca quel quid. Solo che qui si mette alla berlina ogni singolo giorno, ogni morbidezza colpevole che ci arrotonda, ogni giornata triste, ogni occasione sprecata in nome della pigrizia, della paura o di una svista. In realtà l'ultimo dell'anno, più che un momento di festeggiamento, è il Giorno del Giudizio a cui ci prestiamo in nome di non si sa quale incantesimo. Si scandaglia tutto, come un avvocato deciso a smascherare la colpevolezza, a sottolineare le mancanze, a trovare le incongruenze tra il verbale dell'anno prima e le azioni compiute. "Qui c'è scritto che avrebbe smesso di mangiarsi le unghie." "Sì, è vero..." "E allora perché indossa i guanti?" "No, è per bellezza...io non..." "Sia messo agli atti la prova numero 2, nella fattispecie una foto che mostra come, in data 16 giugno, il teste si addentava voracemente le dita durante l'esame di biologia." "Ma era un esame stressante, è stato un crollo momentaneo!" "Ah, sì, e come spiega allora la testimonianza del signor Giacomo, che afferma di averla vista tormentarsi le unghie durante il vostro appuntamento di febbraio? E questo scontrino, che dimostra la richiesta di una ricostruzione delle unghie in data 24 settembre?" "E' vero, sono colpevole, colpevole! Ma l'anno prossimo sarà diverso! Lo giuro!"
Diciamoci la verità, l'ultimo dell'anno è un bagno di sangue per tutti, un mattatoio a cui ci esponiamo quasi inconsapevolmente, pronti ad ammettere le nostre malefatte e promettere che il prossimo anno sarà diverso, noi saremo diversi, e che tutto quello che non è arrivato o non abbiamo fatto arrivare quest'anno, l'anno prossimo ci sarà, oh, sì, puoi giurarci. Forse l'ultimo dell'anno ha una vocazione ecclesiastica di cui siamo all'oscuro ma di cui subiamo irrimediabilmente il fascino, spingendoci alla confessione espiatoria. Più probabilmente, il Capodanno ci scopre masochisti, un masochismo camuffato da impeto di rinnovamento, un po' come bere la Coca Cola zuccherata all'agave. Il nome sarà diverso, ma resta pur sempre catrame. E così, come con la Coca Cola, il primo dell'anno ci ritroviamo a ruttare a pieni polmoni propositi faraonici e stormi di idee grandiose che non raggiungeremo mai. Perché, oltre a riempirci di obiettivi riciclati di anno in anno, chissà perché finiamo sempre col prefiggerci scopi che sono costituzionalmente incompatibili con le nostre essenze, con le nostre fibre più nucleari. "Perderò 20 chili", "Sarò più in contatto con il mio Io interiore", "Troverò l'amore", "Mi vorrò più bene", "Coglierò al volo ogni occasione". Certo. Potremmo aggiungere anche "Sconfiggerò la morte", "Imparerò a volare muovendo su e giù le braccia" e "Griderò così forte che mi sentiranno in Australia". Io penso che, spinti dall'ebrezza dell'alcool e farciti dello zucchero che durante il periodo natalizio imburra le nostre vene, ci sentiamo come Ethan Hunt, capaci di ogni missione impossibile. Ma diciamoci la verità, è l'iperglicemia che parla per noi perché, nella maggior parte dei casi, questa resterà una missione impossibile e, in aggiunta, tremendamente frustrante, come chiedere ad un fuoco di non spegnersi durante un acquazzone. Perché quindi, se proprio dobbiamo, non possiamo proporci obiettivi che rispettino il nostro essere e che, perciò, non siano così mortificanti e privi di fondamento? Perché non potremmo proporci di usare meno carta igienica, ad esempio, o di controllare i tempi di cottura della pasta prima di buttare la confezione?
E se proprio vogliamo lanciarci nell'impresa eccezionale, che è cosa buona e giusta, perché non facciamo un bagno di realismo e inseriamo semplicemente la voce "iniziare una psicoterapia", con conseguente "trovare i soldi per iniziare una psicoterapia"? Crediamo davvero che, se non abbiamo mai iniziato o portato a termine una dieta in tutti questi anni, ci riusciremo solo grazie al cambio di un numero alla fine di una cifra? Se non riusciamo proprio a smettere di rimproverarci, cosa ci fa credere che il nuovo calendario ci darà la forza che serve? Neanche Luke Skywalker avrebbe potuto fare molto senza l'aiuto di Obi Wan Kenobi. Sia chiaro, non è che io sia contraria ai buoni propositi in toto (ok, forse un po' sì), ma sono contraria a questa fede cieca nel potere del numero. Personalmente credo nella parola totem, una sorta di guida spirituale a cui aggrapparsi in quei momenti in cui l'anno che tanto riempiamo di speranze, ci prenderà inevitabilmente a schiaffi come Piedone con un paio di malcapitati. Sono dell'idea che, buoni propositi o no, sarà la vita a farla da padrone, insieme alle onnipresenti sfighe, i cattivi incontri, le prove insormontabili e qualche chilo di troppo durante i binge watching televisivi. Avere un salvagente a cui aggrapparsi quando si perde la rotta non ci impedirà di andare alla deriva per un po', ma almeno ci aiuterà a non affogare in noi stessi. Il che, secondo me, è già un traguardo di tutto rispetto. Sia che si decida di scrivere una lista di buoni propositi, quindi, o che si opti per la parola totem, il punto credo sia sempre lo stesso: guardare in faccia la realtà, accettarsi un po' per il complicato ammasso di cellule che si è, e navigare il meglio che si può in questi 365 giorni, che sì, sono nuovi, ma che non ci omaggiano ancora dei tre desideri della Lampada di Aladino. Per ora. 

Duille



 
domenica 8 gennaio 2017

Ansia da Capodanno

Che Capodanno sia una piaga umana, lo abbiamo appurato da tempo, ma per un ansioso sociale può essere davvero il bubbone sotto l'ascella sinistra che tanto preoccupava Don Rodrigo.
Capodanno infatti ci mette di fronte alla prova impossibile per eccellenza: partecipare ad un evento sociale di massa obbligatorio, estremamente frenetico ed interattivo, che ha il sadico compito di definire il tuo status nella carta d'identità dello stile e la tua posizione nella scala sociale per tutto l'anno che verrà. In pratica è uno sfigometro molto patinato. D'altronde, la minaccia è stampata nero su bianco: quello che fai a Capodanno lo fai per tutto l'anno, come dire "attento a quello che scegli". Gli altri forse lo potranno vedere come uno scocciante rito sociale che assecondano per quieto vivere, ma per persone come me è più simile ad un Hunger Games a cui accediamo solo con una piuma per fare il solletico, è la casa stregata in cui dobbiamo passare la notte, è una catastrofe che Nostradamus non aveva previsto, per citare il buon Ernie Smuntz. In fondo la nostra paura è anche comprensibile: la pressione è tanta, soprattutto quando si chiede ad un principiante di giocarsi tutto il jackpot annuale in una sola mano notturna di poker. Il fatalismo di San Silvestro, con la sua dicotomia "tutto o niente" è il male assoluto per una persona che, come me, si sforza tutto l'anno di vedere le sfumature di grigio in un mondo che esiste solo per contrasti. Eppure, eccoci qui, a decidere tutto sulla base della densità demografica della nostra stanza. Per noi, poi, le cose generalmente possono andare in due modi: nel migliore dei casi, ci inviteranno ad una festa a cui finiremo immancabilmente col non andare; nel peggiore, non saremo invitati neanche dal cane di turno e ci ritroveremo a rammaricarci della nostra totale invisibilità sociale. Alla fine, comunque vada, il risultato sarà sempre lo stesso: saremo a casa, con il nostro pigiamone di flanella, nascondendo a noi stessi e ai nostri cari la nostra rassegnazione da vongola immersa nell'acqua inquinata da idrocarburi. 
Non credo di dovervi spiegare la mastodontica delusione di essere lasciati a casa nella giornata mondiale del divertimento: diciamo che è paragonabile allo scoprirsi un cavoletto di bruxelles in un piatto di patatine fritte. E lasciate che ve lo dica, non mi sorprenderebbe scoprire che il buon Kafka abbia scritto la sua Metamorfosi proprio in una notte a cavallo tra i due anni. Spiegherebbe tante cose. A Capodanno, essere l'unico a non avere piani ci rende ancora più dolorosamente consapevoli di essere pantofole a forma di coniglio in mezzo a decollete con tacco dodici. E, chiariamoci, non è un'epifania di cui abbiamo bisogno. Sappiamo fin troppo bene di avere la rubrica più corta del mondo ed il diario soporifero come un libro pieno di codici binari. Eppure Sir Capodanno ci tiene a ricordarcelo. La cosa peggiore però, paradossalmente, è quando Buddha guarda dalla nostra parte e, impietosito, fa sì che qualcuno ci inviti ad una festa. A questo punto di solito, dopo aver riagganciato il telefono o aver finito di leggere il fatidico messaggio tanto desiderato, scatta l'apocalisse, il conto alla rovescia per l'autodistruzione, le sette piaghe d'Egitto e l'invasione degli ultracorpi in un unico lungometraggio dalle tinte trash. Per rendere la cosa un po' più comprensibile, immaginate uno scenario alla Guerra dei Mondi in versione melodramma sudamericano e con molte paillettes (perché è pur sempre Capodanno). Il dilemma morale ci consuma come cerini e ben presto si inizia una partita a tennis tra le nostre due metà. Andare o non andare? Perché in entrambi i casi ci sarà un bel po' di ansia da smaltire. Conosciamo fin troppo bene la procedura: l'eclissi di Luna immediatamente oscura i cieli della nostra mente, i sussurri striscianti ci fanno gelare il sangue, il panico fa il riscaldamento prima di entrare in campo, il presentimento tanto superstizioso quanto reale che qualcosa di terribile accadrà da un momento all'altro si annuncia. La verità è che partecipare a queste feste è terribilmente stressante: significa socializzare con persone che non si conosce quasi, essere brillanti e divertenti proprio quando, a causa dell'agitazione, il cervello parte per le Fiji lasciandoci solo un biglietto sul comodino con scritto "ti chiamo io", significa vestirsi elegantemente quando noi non sappiamo neanche cosa significhi dress code, in una parola, significa fingere.
Fingere di essere allegri quando si è terribilmente spaventati, fingere di entusiasmarsi per un conto alla rovescia che in realtà ci fa accapponare la pelle (abbracciare estranei ci fa irrigidire come insetti stecco), fingere di essere simpatici e spontanei quando nella nostra testa si spolverano i copioni con battute imparate a memoria in anni di solitari esercizi, fingere di non sudare, fingere un sorriso preconfezionato per l'occasione ma che tira come un paio di collant di una taglia più piccola, fingere di essere rilassati quando nella nostra testa ci sono bombardamenti aerei e cellule che si buttano a mare all'urlo "si salvi chi può". Lasciate che ve lo dica, è stancante non perdere la faccia in questi momenti, mentre si cerca di tenere a bada questa versione interiore de La notte del Giudizio. Alla fine è inevitabile che, mentre ci si sta confrontando con l'ansia dell'abito, del trucco e dei capelli, mentre si immaginano ipotesi di conversazioni e si snocciolano rosari di possibili risposte passepartout, mentre ci si prepara alle inevitabili gaffes, mentre si trovano strategie per svicolare dagli argomenti che immancabilmente rivelerebbero la nostra inadeguatezza sociale, ci si chieda se ne valga davvero la pena. Vale la pena stressarsi tanto, rischiare di essere vittima del Petrificus Totalus sfuggito accidentalmente dalla nostra bacchetta e iniziare l'anno nuovo sull'orlo di una crisi di nervi ben controllata? Non meritiamo anche noi una notte di pausa dalla nostra dilagante follia? Se mai ci arriveremo, alla porta di casa della festa di turno, sarà dopo lunghissime battaglie, con la faccia gonfia dal pianto, il cuore che scoppia, e dopo aver litigato con ogni fibra delle nostre gambe che hanno optato per una conveniente trasmutazione in radici. Davvero, ne vale la pena? Vale la pena infilarsi in quella vasca piena di insetti e serpenti solo perché forse potrebbero rivelarsi di gomma? Nella maggior parte dei casi la stanchezza prende il sopravvento e, mandato al diavolo tutto, finisce che ci inventiamo una scusa vagamente plausibile ma a cui non crede nessuno, appendiamo di nuovo l'abito buono al chiodo e, infilato sul corpo il rassicurante pigiamone di flanella e un'aspirina contro il mal di testa in bocca, ci prepariamo all'ennesimo capodanno a casa, alimentando il sollievo per aver evitato una serata sui carboni ardenti ma nascondendo sotto sotto un'anima riscopertasi vecchio dell'Alpe, ovvero arrabbiata con il mondo e maledicente Sir Capodanno e i suoi lustrini, la società che promuove l'apparenza prima della sostanza, il sistema dell'abbigliamento corrotto che impone minidress fatti d'aria nelle fredde notti dicembrine, l'inspiegabile euforia dei fuochi d'artificio e la lobby dello spumante. Alla fine brinderemo con un grugnito all'ennesimo inizio anno che di nuovo ha soltanto il calendario, sollevati dell'allettante promessa che per i prossimi 365 giorni non ce ne dovremo più preoccupare.
Duille



domenica 3 gennaio 2016

Sir Capodanno e i suoi lustrini.

Capodanno.
Io ODIO Capodanno. Se Pasqua mi è del tutto indifferente e l’Epifania mi compra prendendomi per la gola, Capodanno mi fa salire l’istinto omicida e l’odio nei confronti dell’umanità tutta. Capodanno è una festa pretenziosa, altezzosa e dannatamente esigente! Insomma, chi può competere con una festività che ha come suo mantra il divertimento sfrenato dal tramonto all’alba (ma senza vampiri)? 
Capodanno è l’incrocio tra un tamarro discotecaro e un baronetto inglese. Personalmente l’ho sempre immaginato come una sorta di aristocratico allevato secondo solidi principi calvinisti, del tipo orat e laborat, che inevitabilmente finisce col ribellarsi alla morale medievale ritrovandosi agli arresti per aver rapito una capra e tentato di venderla su Ebay; uno di quei figli della società bene, i cui genitori frequentano i country club e nel tempo libero si divertono a perpetrare la tradizione familiare facendo sentire inadeguati i propri figli, no matter what; uno di quei figli che poi, in un contesto di pari, riversa la propria frustrazione facendo sentire il prossimo importante come uno stuzzicadenti usato da un tricheco con l'alitosi. Ecco, per me il Capodanno è questo: un’ape regina dai tratti sadici. Puzza sotto al naso, abito di paillettes, sguardo annoiato e gusto per la trasgressione, il Capodanno smarca tutte le altre feste in fatto di anima festaiola e tendenze del momento, dettando legge su cosa si debba fare per passare l’ultimo dell’anno in modo da non finire nella lista nera degli sfigati. Perché puoi anche spendere tutti i giorni della tua vita facendoti venire le piaghe da decubito giocando ai videogiochi o facendoti esplodere i capillari oculari a furia di guardare serie tv, ma l’ultimo dell’anno se non ti ritrovi a spaccarti di cocktails con un milione di amici finché il tuo sangue potrà essere usato come bevanda alcolica da offrire agli ipotermici, beh, allora sei ufficialmente uno sfigato, un reietto della società, una persona triste che non è riuscita neanche a farsi invitare dal vicino di casa alla festa del suo oratorio. Quante persone si sono sentite allegre come un verme all’amo mentre, l’ultimo dell’anno, reggevano un bicchiere di plastica pieno di spumante da quattro soldi, circondati da una manciata di parenti che facevano il conto alla rovescia davanti al concertone di anime disperate su Rai 1? Quanti hanno scoperto una strana affinità emotiva con la pasta scotta mentre la loro anima si prosciugava giocando al tradizionale tombolone? 
E tutto questo forse perché la famiglia sembrava uscita dalla soffitta insieme al servizio buono delle grandi occasioni o perché la tombolata era noiosa? No! Nella maggior parte dei casi questa sensazione di mollezza nel fondo dello stomaco era dovuta solo a lui, lo spocchioso Capodanno, e al suo maledetto manuale dell’ultimo giorno dell’anno. A lui, che non accetta come outfit tutone in pile e babbuccia calda, a lui che non sopporta la mischia generazionale, a lui che impone lo sballo senza tenere conto che magari sei astemio, diabetico o emotivamente arido (e felice di esserlo). Se il Capodanno fosse solo una festa come tante, senza tutto quell’entourage di idiozie riassunte nel celebre detto “Ciò che fai a capodanno, lo fai tutto l’anno”, forse ce lo godremmo di più, senza quell’ansia da prestazione che fa collassare tutti ore prima dell’inizio del conto alla rovescia, a causa del vestito da indossare, rigorosamente estivo anche se il Polo Nord si è parcheggiato fuori dalla porta di casa, del luogo elegante ma giovanile da trovare, della musica adatta sia all’amico amante dell'elettronica sia alla ragazza che non vive un giorno senza Laura Pausini, della giusta dose di alcool (abbastanza da bastare per tutti ma non troppo da alludere a qualche problemino di alcolismo) e poi, il dilemma dei dilemmi: fare il trenino è ancora “in”? Alla fine di tutto e dopo attente riflessioni, sono giunta alla conclusione che forse ci danniamo a festeggiare il capodanno perfetto perché in fondo non sappiamo con certezza se stiamo assistendo alla nascita di un nuovo anno oppure ad un funerale particolarmente chic. Per sicurezza, meglio sbronzarci su.
Duille

     

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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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