Visualizzazione post con etichetta inizio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta inizio. Mostra tutti i post
domenica 1 settembre 2019
Promesse
E' tornato Settembre, e con lui la prima promessa d'autunno. L'ho sentita chiaramente ieri, quando Agosto sgocciolava le sue ultime ore. Ero raggomitolata in un angolo del letto, incuneata tra il muro bianco della mia camera e il legno rosso scuro della cassettiera dell'IKEA.
Settembre mi si è parato davanti agli occhi improvvisamente, come una lucciola nel giardino di casa. Erano solo poche note sospese nell'aria, giusto qualche goccia di suono in stand-by, ma erano già un preludio carico, come una di quelle nuvole temporalesche che non vedi l'ora di ascoltare. Mi ha fatto sorridere sapere che cosa la natura aveva in serbo per noi, anche se lontana, per ora. Fuori è ancora estate, io indosso ancora i pantaloncini leggeri che lasciano respirare le gambe ed i calzini sono ancora in letargo, nel buio di un cassetto. Dentro però, sotto la pelle che memorizza le consistenze del pavimento e delle ciabattine in legno, così simili a quei teli da mare in bambù chiaro, c'è già un'aria diversa, una stringa che mi collega a quella solitaria lucciola che brilla fioca all'altezza degli occhi, in un incontro carico di significato. Ci sono suoni nuovi che si risvegliano e che hanno bisogno di silenzio per essere sentiti: soffiano i respiri a pieni polmoni, scrocchiano le foglie sotto le scarpe, scivolano le lane sulle braccia e tintinnano i cucchiaini nelle tazze. Sono ancora in viaggio, ma io li sento già, sto già accordando l'orecchio per non perdermene nemmeno uno. In fondo, l'autunno è un'attitudine mentale più che una stagione. Richiede lentezza, pazienza, domanda il coraggio di fermarsi anche quando il mondo corre più veloce delle nostre gambe. Non s'imporrà mai, ma lascerà che siamo noi a decidere se e quando ascoltare. E quando lo faremo, ne varrà sempre la pena. Settembre, in quel suo singolo lampo di futuro, settembre che ancora brilla sgargiante come una moneta d'oro ben lucidata, mi ha promesso tutto questo, anche se solo in una lieve vibrazione dell'aria mattutina, anche lei già in cambiamento, come una pelle di serpente. Ha la frizzantezza di un atomo di neve, l'alone umido di una goccia di pioggia e il silenzio che si spande a volute rotonde dalla prima tazza di tè. E' ancora solo un frullo d'ali, appena un riflesso color delle zucche, ma è già una promessa mantenuta che m'increspa le labbra in un sorriso dalle tinte dorate.
Duille
Etichette:atmosfera,autunno,felicità,floating thoughts,inizio,settembre | 0
commenti
domenica 2 settembre 2018
Settembre
Settembre è considerato da molti una specie di secondo Capodanno. Un Capodanno che non si copre di paillettes e non pretende di annunciarsi con roboanti boati che fanno drizzare i peli ai gatti e che costringono i paranoici a fuggire nei rifugi antipanico, certi dell'arrivo della terza guerra mondiale (seguendo l'incontestabile modo di dire, secondo cui "non c'è due senza tre").
Essendo meno pretenzioso, Settembre si dimostra anche un capodanno clemente, che non vuole torturarci con bilanci dolceamari che ci trovano sempre un po' fallimentari, o mettere alla prova la nostra desiderabilità sociale a colpi di inviti a feste più o meno riuscite. Settembre è perciò un capodanno migliore, che regala a molti seconde possibilità, un'ultima chance di portare a termine quello che ci si era prefissati all'inizio di questa gravidanza temporale, sapendo di avere ancora un trimestre prima dell'inevitabile momento delle pagelle. Come dicevo, settembre è considerato da molti un secondo capodanno ( o un primo, a seconda del lato del calendario da cui si guarda la cosa). Da molti, ma non da me. La mia idea di questo mese è cambiata con l'età e con la vita che con essa passeggiava a braccetto. E' stato una condanna, durante l'adolescenza, perché coincideva con l'inizio della scuola, che per me significava la fine della mia già scarsissima vita personale e la trasformazione in topo di biblioteca, in schiava dell'istruzione, in massacratrice di carte, in culturista del cervello, tutta lavoro e niente divertimento. In una parola, settembre annunciava la mia trasformazione in un filetto di Giovane Leopardi (taglio pregiato, perché ancora tenero) su un letto di occhiaie, accompagnato da un canapè di nevrosi imburrate e guarnite da gobbe delle proporzioni di un dromedario. Con la fine delle superiori, e il mio ingresso nell'età delle grandi avventure della prima età adulta, settembre è diventato il mese dell'ultima sessione di esami estivi, quella in cui accumulavo tutte le prove che avevo programmato/posticipato/non superato/rifuggito come la peste durante il periodo estivo. Lì si giocava il tutto per tutto, perché dopo di loro, con ottobre, sarebbe iniziato il nuovo anno scolastico, con tutta la sua carrellata di corsi ed esami annessi che, come nelle migliori parabole bibliche, avevano il dono di moltiplicare di tre o anche quattro volte la pila di testi a cui trovare domicilio nel monolocale della mia memoria e che allontanavano dolorosamente l'utopico giorno della laurea, alimentando i vari meme sull'universitario disperato.
Per un po' è stato l'inizio del nuovo anno di volontariato, che portava con sé, insieme ai primi freddi e a sotterranei entusiasmi, tempestose ansie da rientro, con tutta quella nuvolosità carica di pioggia data dalle incertezze, dall'insicurezza, dal dover cominciare nuove sfide, da vecchie routine da rinverdire e nuovi ritmi da recuperare. Era una messa alla prova della mia immancabile ansia sociale.
Di certo, non era mai il mese in cui ricevevo, in ritardo, la mia lettera da Hogwarts.
Settembre era quindi un mese da superare a denti stretti, faticosamente e la cui unica nota positiva era la certezza che sarebbe presto finito. E adesso? Adesso che non sono più tediata dalle scadenze scolastiche e che la luce del sole non è più nascosto da sequoie di libri da fagocitare, adesso che il mio tempo è scandito da impegni lavorativi acrobatici che annullano il concetto di pausa, cosa è diventato Settembre? Sinceramente, guardandolo adesso, con l'occhio del frequentatore abituale di pinacoteche, continuo a non vederci nessun capodanno dentro. Nessun momento di nuovi propositi, di progetti da iniziare, di vette da scalare, di recuperoni dell'ultimo minuto. Forse anche perché non credo nei buoni propositi, o almeno non ci crede il mio lato intasato dall'ansia. Quello che però vedo in Settembre è una promessa. Una promessa di autunno. Di maglioni morbidi che avvolgono il corpo come un abbraccio e di gonne pesanti portate su calze coprenti. Di colori caldi che scaldano lo sguardo, indossati con orgoglio da persone e alberi. Di tè profumati che senti scivolare lungo tutto il corpo. Di acquerelli di riflessi e rimbalzi di luce creati da soli tiepidi e da foglie vanitose. Di tempi più lenti e meno euforici. Di passeggiate piene di pensieri in cui cadere e pomeriggi umidi ad ascoltare lo zampettio delle idee tra i capelli. Di scrocchianti tappeti di foglie secche sotto i piedi, che fanno quel delizioso suono accartocciato da cui non vorresti più separarti. E naturalmente, promessa di meno cerette e meno rasoi nel mio quotidiano (che sarà poco romantico, ma è pur sempre la verità. Una Scomoda verità, come direbbe Bill Gates). Settembre, quindi, ha subito in me una metamorfosi, ha perso quell'ombra maligna da poltergeist, per diventare un mese che vale la pena assaporare, l'ultimo respiro dell'estate ormai al termine che si mischia con il primo profumo dell'autunno, un mese in cui ciascuna stagione insegna qualcosa all'altra, migliorandola, e lasciandomi piacevolmente felici, in compagnia della prima candela, al profumo di mora e salvia, accesa per l'occasione.
Duille
Etichette:autunno,capodanno,floating thoughts,inizio,new year,settembre | 2
commenti
domenica 25 febbraio 2018
Metamorfosi
L'adolescenza è un momento né carne né pesce. Si cresce ma non abbastanza, si è responsabili, ma non del tutto pronti per esserlo. Si vuole di più, ma si è intrappolati in un presente troppo spesso fatto di freddo acciaio ricoperto di cera bollente. Guardando indietro, con lo sguardo dell'oggi rivolto al passato, mi rendo conto che l'adolescenza, anche la mia adolescenza, è stata anche il tempo delle promesse fatte a se stessi. Si era tutti protesi in avanti, verso un futuro da costruire che, in molti casi, era anche l'unica consolazione ad un presente sofferto e stringente, da cui non sembrava esserci via d'uscita se non quella dell'attesa e della resistenza. Il futuro, in adolescenza, era una promessa tenuta in punta di dita.
A volte, per crederci davvero, perché le radici affondassero in profondità nella terra umida, diventava necessario, anzi, indispensabile, urlare questa promessa a gran voce, cantarla, danzarla, farla esplodere nello spazio fino a farlo riecheggiare su ogni superficie. In fondo, era il manifesto di un'identità ancora in divenire, la chiave di catene invisibili che ci si portava addosso tutti i giorni, sotto allo zaino carico di libri di scuola. A volte queste esplosioni erano forti, pirotecniche, bellissime come cigni o potenti come ringhi di tigri. Altre volte, però, erano sommerse, ittiche, come una bolla d'aria che affiorava sul pelo dell'acqua e che alludeva l'esistenza di altro, sotto la superficie, qualcosa di cui nessuno si accorgeva. Ma che, comunque, esisteva. Era il manifesto dei timidi, degli introversi, degli insicuri, dei poeti nascosti sotto maglioni sformati e occhiali rotondi. A volte, era così importante, quella promessa di futuro, da non poter nemmeno essere sussurrata all'orecchio dell'acqua. Era così determinante, da diventare un segreto da avvolgere in una pergamena e nascondere nel buio di un cassettino, custodito da una fata. Non poteva essere detto perché era fatto di trasparenze, di foglie di Lunaria che si spezzavano al tocco. Allora le si fissava su una pagina, le si intingeva in punta di penna e le si srotolava sulla carta, in un movimento acquoso da rigagnolo di pioggia che accompagna il fianco di un marciapiede. Le si liberava in uno spazio ristretto, che poteva essere piegato e tenuto nascosto in un taschino, all'altezza del cuore, o che poteva essere imbottigliato in una minuscola ampolla capace di contenere tutto il proprio nucleo.
Lo si lasciava celato in piena vista, come un pensiero che galleggia sulla testa e che increspa le labbra, rassicurantemente invisibile a tutti tranne che a sé. Oppure lo si proteggeva, custodendolo in un angolo remoto di un luogo misterioso, accessibile solo con una mappa scritta nel linguaggio delle suggestioni e delle fantasticherie ad occhi aperti. In ogni caso, ovunque questi segreti fossero celati, restavano in attesa. Aspettavano di liberarsi dalla pagina e di aprirsi a ventaglio sulla realtà, coprendola tutta, aderendovi come un guanto fino a sciogliervisi dentro, una pagliuzza di grafite dietro l'altra, cambiandone la trama, arricchendone i colori. E quel giorno sarebbe arrivato, quando ormai ci si fosse dimenticati di quel foglio sgualcito addormentato in un letargo apparentemente eterno. Quel giorno arriva, magari dopo anni di buio, sia nel cassetto che fuori, dopo stagioni di dubbi, cadute e lotte al limite del sopportabile, dopo attimi senza fiato fatti di speranze vacillanti sostenute solo da una determinazione disperata. Quel giorno è arrivato, e ci trova di nuovo, come allora, davanti a quel cassetto, di fronte a quel foglio di pergamena ancora intatta, sebbene sottilissimo, faccia a faccia con quelle parole, alla mano che le scrisse, al braccio che sostenne l'impresa, al collo piegato in atto di devozione, al mento silente, alle labbra ermetiche ed al naso sospirante. Ci trova ad indugiare davanti al ricordo di quegli occhi adolescenti di cui resta ancora una traccia e, più in alto, davanti al fantasma di quella fronte concentratissima, dietro cui brillavano, come lucciole, i pensieri, solo per un attimo, prima di scorrere veloci nelle terminazioni nervose, per iniziare la loro metamorfosi da bruco a crisalide cartacea. E riguardandosi, iride dell'oggi nell'iride di ieri, si può sorridere, complici di se stessi, consapevoli, per la prima volta fin nelle ossa, di essere gli artefici di questo miracolo definitivo, del traguardo raggiunto, della prima conclusione di una grande, personale metamorfosi: il volo della farfalla.
Duille
Etichette:cambiamenti,fine,floating thoughts,inizio,scrivere,segreti,tempo,traguardi | 0
commenti
domenica 7 gennaio 2018
Buoni propositi
Anno nuovo, vita nuova, si dice sempre. Ma obiettivi vecchi, vecchie illusioni, vecchie smentite. Non capisco per quale motivo si debba caricare ogni anno del peso dei nuovi propositi. Cosa rende il primo gennaio un momento di svolta, chi gli ha conferito l'onorificenza di Destino Supremo?
Perché appendere un nuovo calendario dovrebbe far sì che tutte le nostre cattive abitudini, i nostri difetti, le nostre paure, sparissero improvvisamente, come starnutite via dall'ultima raffica di brillantini lanciati in aria allo scoccare della mezzanotte? E' il fascino del nuovo? Dell'intonso? Vedere tutte quelle caselline vuote, perfettamente lisce e brillanti, ha un effetto catartico? E allora perché non abbiamo un effetto simile anche con altri Nuovi? Perché, ad esempio, non riempiamo di buoni propositi i calzini appena comprati, invece di ingombrarli solo dei nostri piedi? Perché non ci lanciamo in articolati progetti di alimentazione sostenibile davanti alla nuova padella antiaderente comprata in sconto al supermercato? Perché un quaderno nuovo non suscita aspirazioni poetiche shakespeariane, oltre alla classica soggezione della pagina bianca? No, solo il calendario smuove il magma interiore come un piatto di lenticchie particolarmente ricco di fibre, solo il nuovo anno rivolta il fondale psichico come una carpa affamata nel letto di un fiume, e per fare cosa? Per metterci alla lavagna durante l'interrogazione di matematica, a fare conti che sappiamo già non torneranno, a rivedere tutto per l'ennesima volta, a fare un bilancio di quello che non va. Il primo dell'anno ha lo stesso effetto del cambio di guardaroba primaverile, in cui si prende ogni singolo maglione e si decide se avrà ancora un posto nel nostro cassetto o sarà eliminato come un concorrente di X Factor bravo ma a cui manca quel quid. Solo che qui si mette alla berlina ogni singolo giorno, ogni morbidezza colpevole che ci arrotonda, ogni giornata triste, ogni occasione sprecata in nome della pigrizia, della paura o di una svista. In realtà l'ultimo dell'anno, più che un momento di festeggiamento, è il Giorno del Giudizio a cui ci prestiamo in nome di non si sa quale incantesimo. Si scandaglia tutto, come un avvocato deciso a smascherare la colpevolezza, a sottolineare le mancanze, a trovare le incongruenze tra il verbale dell'anno prima e le azioni compiute. "Qui c'è scritto che avrebbe smesso di mangiarsi le unghie." "Sì, è vero..." "E allora perché indossa i guanti?" "No, è per bellezza...io non..." "Sia messo agli atti la prova numero 2, nella fattispecie una foto che mostra come, in data 16 giugno, il teste si addentava voracemente le dita durante l'esame di biologia." "Ma era un esame stressante, è stato un crollo momentaneo!" "Ah, sì, e come spiega allora la testimonianza del signor Giacomo, che afferma di averla vista tormentarsi le unghie durante il vostro appuntamento di febbraio? E questo scontrino, che dimostra la richiesta di una ricostruzione delle unghie in data 24 settembre?" "E' vero, sono colpevole, colpevole! Ma l'anno prossimo sarà diverso! Lo giuro!"
Diciamoci la verità, l'ultimo dell'anno è un bagno di sangue per tutti, un mattatoio a cui ci esponiamo quasi inconsapevolmente, pronti ad ammettere le nostre malefatte e promettere che il prossimo anno sarà diverso, noi saremo diversi, e che tutto quello che non è arrivato o non abbiamo fatto arrivare quest'anno, l'anno prossimo ci sarà, oh, sì, puoi giurarci. Forse l'ultimo dell'anno ha una vocazione ecclesiastica di cui siamo all'oscuro ma di cui subiamo irrimediabilmente il fascino, spingendoci alla confessione espiatoria. Più probabilmente, il Capodanno ci scopre masochisti, un masochismo camuffato da impeto di rinnovamento, un po' come bere la Coca Cola zuccherata all'agave. Il nome sarà diverso, ma resta pur sempre catrame. E così, come con la Coca Cola, il primo dell'anno ci ritroviamo a ruttare a pieni polmoni propositi faraonici e stormi di idee grandiose che non raggiungeremo mai. Perché, oltre a riempirci di obiettivi riciclati di anno in anno, chissà perché finiamo sempre col prefiggerci scopi che sono costituzionalmente incompatibili con le nostre essenze, con le nostre fibre più nucleari. "Perderò 20 chili", "Sarò più in contatto con il mio Io interiore", "Troverò l'amore", "Mi vorrò più bene", "Coglierò al volo ogni occasione". Certo. Potremmo aggiungere anche "Sconfiggerò la morte", "Imparerò a volare muovendo su e giù le braccia" e "Griderò così forte che mi sentiranno in Australia". Io penso che, spinti dall'ebrezza dell'alcool e farciti dello zucchero che durante il periodo natalizio imburra le nostre vene, ci sentiamo come Ethan Hunt, capaci di ogni missione impossibile. Ma diciamoci la verità, è l'iperglicemia che parla per noi perché, nella maggior parte dei casi, questa resterà una missione impossibile e, in aggiunta, tremendamente frustrante, come chiedere ad un fuoco di non spegnersi durante un acquazzone. Perché quindi, se proprio dobbiamo, non possiamo proporci obiettivi che rispettino il nostro essere e che, perciò, non siano così mortificanti e privi di fondamento? Perché non potremmo proporci di usare meno carta igienica, ad esempio, o di controllare i tempi di cottura della pasta prima di buttare la confezione?
E se proprio vogliamo lanciarci nell'impresa eccezionale, che è cosa buona e giusta, perché non facciamo un bagno di realismo e inseriamo semplicemente la voce "iniziare una psicoterapia", con conseguente "trovare i soldi per iniziare una psicoterapia"? Crediamo davvero che, se non abbiamo mai iniziato o portato a termine una dieta in tutti questi anni, ci riusciremo solo grazie al cambio di un numero alla fine di una cifra? Se non riusciamo proprio a smettere di rimproverarci, cosa ci fa credere che il nuovo calendario ci darà la forza che serve? Neanche Luke Skywalker avrebbe potuto fare molto senza l'aiuto di Obi Wan Kenobi. Sia chiaro, non è che io sia contraria ai buoni propositi in toto (ok, forse un po' sì), ma sono contraria a questa fede cieca nel potere del numero. Personalmente credo nella parola totem, una sorta di guida spirituale a cui aggrapparsi in quei momenti in cui l'anno che tanto riempiamo di speranze, ci prenderà inevitabilmente a schiaffi come Piedone con un paio di malcapitati. Sono dell'idea che, buoni propositi o no, sarà la vita a farla da padrone, insieme alle onnipresenti sfighe, i cattivi incontri, le prove insormontabili e qualche chilo di troppo durante i binge watching televisivi. Avere un salvagente a cui aggrapparsi quando si perde la rotta non ci impedirà di andare alla deriva per un po', ma almeno ci aiuterà a non affogare in noi stessi. Il che, secondo me, è già un traguardo di tutto rispetto. Sia che si decida di scrivere una lista di buoni propositi, quindi, o che si opti per la parola totem, il punto credo sia sempre lo stesso: guardare in faccia la realtà, accettarsi un po' per il complicato ammasso di cellule che si è, e navigare il meglio che si può in questi 365 giorni, che sì, sono nuovi, ma che non ci omaggiano ancora dei tre desideri della Lampada di Aladino. Per ora.
Duille
Etichette:beginning,capodanno,fine,floating thoughts,inizio,new year | 2
commenti
lunedì 10 luglio 2017
La fine e l'inizio
La fine e l'inizio. Due parole che vengono sempre insieme e che definiscono una linea di confine netta, drastica, tra ciò che è improvvisamente diventato un "fu" e ciò che è gravido di un misterioso "sarà". E nel mezzo, nessun presente.
Solo il movimento di una pagina che si volta, e noi sull'orlo sottilissimo di quella carta, tentando di tenerci in equilibrio almeno il tempo necessario. Col fiato sospeso, come tutto il nostro essere, come il nostro destino. La fine spezza un presente finora esteso come la superficie dell'oceano, scoprendone i bordi scivolosi da cui siamo costretti a cadere, e inspiegabilmente condensa l'adesso in una manciata di parole già passate su un diario da riaprire tra qualche tempo, a data da destinarsi, magari in un momento di nostalgia per la gioventù che fu. Inspiegabilmente, la fine ci lancia nel passato. Senza che neanche ce ne fossimo accorti. In un battito di ciglia, siamo già nel ricordo. La fine ci riassume simbolicamente in un maglione vecchio improvvisamente infeltritosi e lasciato in un cassetto. Un'identità archiviata troppo presto e di cui resta lo strappo sulla pelle e una ruga in più sulla coda dell'occhio. Soprattutto, la fine trasforma il futuro di cui eravamo certi in un condizionale malinconico, dal sapore portoghese, che ci scruta dallo specchio in un riflesso sfocato del se fosse, del se fossi. L'inizio, invece, è l'incognita, è il buio di un sipario ancora calato, è il suono denso di attesa degli strumenti che si accordano, è il non ancora nato. E' l'inizio del resto della vita, ad un solo respiro di distanza. L'inizio fa paura perché non promette garanzie. Sarà un buon inizio? O un groviglio di cavi in cui ci perderemo, immobilizzandoci , stavolta, in un presente senza futuro? Resteremo inchiodati sul capolettera di quella nuova pagina fino alla prossima, inevitabile fine? O troveremo una nuova identità che ci completerà ed in cui intrecciare le antiche radici? L'inizio parte, si lancia, apre, impone una ricostruzione da capo, una levigatura per entrare nei nuovi confini, un battito accordato alla nuova melodia e lo sguardo riposizionato alla giusta altezza. La fine conclude, estingue, archivia, saluta una parte di vita e una parte di sé, spinge ad una rincorsa all'indietro, tentando di afferrare quell'ultimo alito di fumo, indugiando sulla porta, ancora un istante, solo per dare un ultimo sguardo a ciò che pensavamo ci sarebbe appartenuto per sempre e che ora già si annacqua come un bel paesaggio visto da una finestra piovosa. La fine ci svuota e l'inizio ci riempie, anche se non so bene di cosa. La fine ci abbandona e l'inizio ci accoglie, anche se non so bene come. La fine è lo ieri e l'inizio il domani. In fondo, l'inizio ha sempre una fine e ogni fine ha un inizio. La fine, in realtà, sfuma nell'inizio, come la spiaggia sfuma nel mare. La fine, quindi, è l'inizio.
Duille
Etichette:cambiamenti,fine,floating thoughts,inizio | 8
commenti
Iscriviti a:
Commenti
(Atom)
Here I am!
- Duille
- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
Visite
Powered by Blogger.
I miei post
ansia sociale
(69)
floating thoughts
(65)
il baule in soffitta
(36)
il cucchiaio di Minù
(26)
opinioni non richieste sulle cose
(18)
racconto
(5)
telefilm addicted
(22)
Cerca nel blog
Lettori fissi
Archivio blog
- aprile (1)
- marzo (1)
- dicembre (1)
- novembre (1)
- ottobre (1)
- settembre (4)
- luglio (1)
- giugno (2)
- maggio (1)
- aprile (1)
- marzo (4)
- febbraio (1)
- gennaio (3)
- novembre (2)
- ottobre (2)
- settembre (3)
- luglio (3)
- giugno (1)
- maggio (3)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (3)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (4)
- luglio (4)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (4)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (4)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (3)
- luglio (5)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (4)
- marzo (2)
- febbraio (2)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (5)
- settembre (3)
- agosto (4)
- luglio (2)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (4)
- febbraio (4)
- gennaio (5)
- dicembre (4)
- novembre (5)
- ottobre (4)
- settembre (3)
- agosto (3)
- luglio (4)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (5)
- febbraio (3)













