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domenica 22 marzo 2020
l'ansia sociale ai tempi del coronavirus
Diciamolo subito e togliamoci il pensiero: il coronavirus, per noi ansiosi sociali, ha i suoi vantaggi. Non fraintendetemi, me la faccio sotto come tutti all'idea di ammalarmi e potenzialmente morire pure male, come tutti temo per i miei cari e faccio il tifo per i malati e il personale medico che sta diventando trasparente come un eroinomane di vecchia data a furia di lavorare, e come tutti credo nell'impegno civico, nel fare la propria parte restando a casa e nello spammare meme di dubbio gusto a tutti quelli che conosco, così, per spirito di cameratismo.
Però è un dato di fatto che gente come noi non può negare che questa emergenza sanitaria ha portato con sé un dono che neanche Babbo Natale con il suo esercito di elfi sottopagati avrebbe mai potuto regalarci: la QUARANTENA.
Se per la Treccani la quarantena è "un periodo di isolamento di persone o animali della durata variabile fatto per motivi sanitari", per il vocabolario dell'Ansioso Sociale invece, quarantena significa una sola cosa: VACANZA! Vacanza con tanto di manine alzate e limbo celebrativo, vacanza dal Serraglio a tempo indeterminato con omaggio di ombrellino giallo da mettere nel cocktail e coroncina di fiori di benvenuto. Le ferie migliori che potremmo mai avere. Provate a rifletterci: ci viene chiesto di rintanarci in casa, chiudere la porta a doppia mandata e restare accoccolati nelle coperte come volpi nelle tane fino a nuovo ordine. Cosa c'è di meglio per gente come me, che teme il contatto sociale tanto quanto Shrek teme l'igiene? Ve lo dico io: NIENTE! Assolutamente niente. Era più probabile che ricevessi la lettera di Hogwarts. La cosa forse più ironica in questa faccenda che di ironico non ha niente è che improvvisamente, da sfigati pieni di problemi che nessuno riesce a capire, diventiamo paladini della Civiltà cittadini modello pronti a "sacrificarsi" per il benessere collettivo non mettendo il naso fuori di casa neanche per buttare la spazzatura. In una parola, passiamo dall'essere Clark Kent a Superman. Mica male, per gente se andava bene veniva accettata come "quello timido che non parla mai". Solo in un contesto da apocalisse poteva accadere un miracolo del genere. Durante la quarantena non troverete nessun ansioso sociale a guardarsi spaesato i palmi delle mani chiedendosi cosa fare di tutta quella montagna di ore libere, perché noi abbiamo affinato l'arte dell'auto intrattenimento per anni, sviluppando i più disparati hobbies, che vanno dalla cucina alla pittura, dalla lettura alla costruzione di modellini di castelli fatti di stuzzicadenti. Se la pensione non ci ha mai fatto paura, la quarantena a noi fa un baffo (a manubrio). Siamo sereni come bonzi, incastrati tra le quattro mura delle nostre case/casseforti, la solitudine non ci morde la coda e ci sentiamo rilassati come se ci fossimo fumati una canna particolarmente di buona qualità. E non è mica finita qui. non solo siamo invitati alla clausura niente meno che dal primo ministro in persona, ma viene addirittura creato un hashtag che sembra dedicato a noi: #iorestoacasa.
Roba da tatuarselo sul cuore, tanta è la commozione. Il mondo ci autorizza ad assecondare i nostri sintomi, ad abbracciarli ed avvolgercisi dentro e lasciare che pascolino liberi per la nostra mente come pecore belanti, consapevoli che, qualsiasi cosa accada, non potranno calpestarci, incornarci o inseguirci fino al più vicino albero su cui ci arrampicheremo terrorizzati. Di colpo siamo intoccabili, una pace da Buddha regna tra le parti della nostra sgangherata psiche, il nostro lato panico e quello razionale condividono una tazza di tè e smezzano kitkat come se non avessero fatto altro per tutta la loro esistenza. Come vi dicevo, vacanza. Senza penalità e senza condizioni. Vacanza senza quella sensazione, fastidiosa come un nocciolino attaccato al dente, che dovremmo fare altro, che dovremmo normalizzarci, socializzare, continuare a lottare con le nostre ansie, invece di tapparci in casa come un sughero nella bottiglia e trasformarci in un burrito di coperte. Ferie senza ripercussioni, rimproveri o senso di inadeguatezza. Pausa dalla vita senza sensi di colpa, solitudine o fallimento. Per una volta, forse l'unica nella nostra vita, possiamo essere i nevrotici fobici che siamo senza dover dare spiegazioni o inventare scuse per giustificare le nostre assenze scolari, senza doverci sentire inadatti a tutto fuorché alla vita da scaffalista notturno e soprattutto, senza lotte intestine in stile Guerra di Secessione Americana. E badate bene, noi, vacanze del genere, non le abbiamo MAI. Neanche quando siamo effettivamente in vacanza. Perché mentre noi ci chiudiamo in casa a riprendere fiato dopo mesi di un'apnea spaventata, il resto del mondo si muove, fa esperienze, cresce e intreccia legami come i fili di lana in un braccialetto dell'amicizia, creando nuove storie e nuovi capitoli a cui noi, spaventati da tutti, sembriamo condannati ad essere esclusi. Perché, anche in vacanza, siamo dolorosamente consapevoli che il nostro modo di vivere, sempre teso ad evitare che ci scoppino le coronarie per la paura, ci isola, ci aliena dagli altri, ci fa perdere opportunità e ci condanna alla solitudine, quella vera e definitiva, non quella temporanea della quarantena. Quindi capite bene che, di fronte ad un miracolo del genere, una parte di noi rimane inevitabilmente sbigottita da una tale golosa concessione, da questa uscita gratis di prigione che ci catapulta nel Valhalla dei normali senza dover muovere un dito, anzi, che ci rende i migliori tra i migliori perché non ci lamentiamo, non diamo di matto e abbracciamo con gioia questo momento di ripiegamento in noi stessi, rendendoci esempio da imitare senza il minimo sforzo, essendo, per una volta, noi stesso, pacchetto completo, ansie incluse. Niente mal di testa, lacrime a cascata o autoflagellazione psichica. Niente felicità strozzata dalla colpa. Solo una calma beatitudine mentre facciamo ciò che ci viene meglio: chiudere la porta e buttare la chiave.
Duille
domenica 3 novembre 2019
Crisi millefoglie, parte seconda
Quando sono incastrata in una delle mie crisi millefoglie (ne abbiamo parlato qui), mi ritrovo a guardare con occhi nuovi e più comprensivi i k-way. Sì, avete letto bene, sto proprio parlando di quelle mantelle di plastica leggerissima che si usano per proteggersi dalla pioggia ma che tutti odiano perché A- sono brutte e B- sono emblema fisico della presenza del temporale, che sappiamo essere l'acerrimo nemico delle streghe di Oz e, inspiegabilmente, di tutta l'umanità urbanizzata. Ecco, in questi momenti di grande dolore esistenziale, quando gli strati di fatiche si sono accumulati nella tipica conformazione a millefoglie, io sento di capirli profondamente, i k-way, in tutta lo loro esile sfigataggine.
Capisco la loro eventuale convinzione che il mondo sia solo un'enorme piscina in cui gente imbronciata cerca di sopravvivere alla giornata schivando pozzanghere e rischiando la rissa al minimo colpo di tosse mal rivolto. Li capisco perché, in questi periodi, anche io mi sento come loro: eternamente infradiciata da una pioggia di rammarico, arrancando in un mondo bellicoso come un negozio di elettrodomestici durante il black friday. E posso solo immaginare l'angoscia con cui un k-way si avventura in questo mondo ostile, conscio di essere composto solo di una plastica sottile come un'ostia di carta velina, perché anche io mi sento come lui, anche io sento di diventare un origami a forma di umano dentro ad una galleria del vento. Quindi sì, lo capisco, e fraternizzo con il suo desiderio di pre-pensionarsi nell'armadio, perché anche io vorrei fare la stessa cosa: appallottolarmi come un paio di vecchi collant e chiudermi in un silenzio meditabondo e cimiteriale. E tutto questo perché la mia ansia sociale fa la muta, cambia pelle come un vecchio serpente, diventando una nuvola di fitta nebbia londinese saltata fuori da un romanzo dickensiano. Lo so, molto allettante, soprattutto se non si è dei vampiri. Ed in effetti, questa crisi è un po' come quella pioggerellina leggerissima che ci perseguita in certi giorni di novembre, con la complicità della più ostinata coltre di nubi grigiastre dell'anno. Non sai che fartene, non capisci se sia o meno il caso di aprire l'ombrello, ti mette in difficoltà in ogni modo possibile e ti lascia bagnata come un tortellino abbandonato in un brodo freddo. L'emblema della tristezza. Ed in effetti è così che ci si sente durante la crisi millefoglie: tristi e spaventati in proporzioni variabili, come in un saliscendi stregato. A volte la paura è intrisa di una tristezza umida, altre volte è la tristezza ad essere resa ispida dall'incursione della paura, come se fosse fatta di lana grezza. In ogni caso, non è proprio la festa della cuccagna. Un'altra cosa che piace molto alla crisi millefoglie è giocare alla matematica: sottrae e addiziona come se avesse intenzione di diventare il Frankenstein del nuovo millennio. Ad esempio, ci lascia pieni e vuoti allo stesso tempo. Ci svuota come con un cucchiaio da gelato, creando dei vuoti rotondi, in cui si vedono ancora le forme di ciò che c'era prima. Sembrano quasi dei morsi perfettamente lisci. Stranamente però questo svuotarci come zucche ad Halloween non ci fa sentire più leggeri ma, al contrario, ci rende pesantissimi, perché ora si è pieni di sabbia, che si accumula soprattutto sulle gambe, spesse come capitelli romani, e nel petto, che assume le fattezze di un'armatura medievale in cui il cuore sbatacchia come una falena impazzita. Qua e là, in mezzo a tutta quella sabbia, ci sono anche degli spilli, che pungono mentre ci muoviamo, senza preavviso, quando meno ce lo si aspetta, mentre siamo dal fruttivendolo, ad esempio, o ad una festa in cui ci stiamo quasi divertendo. Proprio in quei momenti, mentre stiamo ridendo o ci stiamo guardando i piedi in attesa del nostro turno, ecco che lo spillo trova spazio nella sabbia e punge la pelle, rendendo tutto improvvisamente spaventoso e davvero troppo frastornante.
Vorremmo correre via, ma mica è facile correre con 100 kg di sabbia in corpo. Non è proprio come aver mangiato una ciambella di troppo, ecco. Ma l'esperimento non finisce qui. La crisi millefoglie ci sottrae anche la volontà: vorremmo piangere ma non ne abbiamo voglia, parlare con qualcuno sarebbe davvero un toccasana ma non ne abbiamo voglia, distrarsi aiuterebbe non poco ma non ne abbiamo voglia, vorremmo urlare fuori tutto il dolore e la rabbia ma, di nuovo, non ne abbiamo proprio voglia. L'unica cosa che siamo in grado di fare è restarcene inerti come una sogliola sotto la sabbia fino a nuovo ordine, magari crogiolandoci in un po' di sana autocommiserazione di passaggio, ma comunque sprecando meno energie possibili. E questo perché siamo stanchi di una stanchezza tutta particolare, malaticcia, che ci fa il respiro da influenza, sapete, quel respiro che sembra avere una consistenza diversa, più solida, quasi gelatinosa. Il nostro però non è carico di germi, ma di tutte le lacrime che, a furia di sottrarci volontà, non riusciamo più a direzionare verso gli occhi, e che restano quindi intrappolate nella maglia dei nostri respiri gravi come l'espressione di un maggiordomo inglese. Siamo stanchi ma nel frattempo dobbiamo continuare ad andare avanti, lottare per non uscire in pigiama ogni mattina, affrontare gente paurosa, beccarci tutti i ganci del Serraglio in forma più che smagliante mentre a noi dondola anche l'ultimo dente rimastoci in bocca e abbiamo gli occhi così pesti che anche un panda s'impressionerebbe. Siamo stanchi perché ci dobbiamo difendere da tutto, dagli altri fuori, nel mondo, ma anche da noi stessi, e dalla consapevolezza, vecchia come le Dolomiti, che, per quanto possiamo dibatterci, per quanto potremo cambiare strada, muoverci come gamberi o fare le linguacce al mondo come Julius il cane, alla fine ci ritroveremo sempre lì, inchiodati al punto di partenza, davanti alla sfilata dei nostri impossibili. E allora, in quel momento, troviamo il comune denominatore di tutte le sensazioni che proviamo durante la crisi millefoglie: la sensazione di essere senza scampo. Inesorabilmente. E arrivati a quel punto, le cose di solito prendono una duplice piega: prima ci deprimiamo, perché è cosa buona e giusta e sicuramente da qualche parte è scritto anche nel manuale delle giovani marmotte, ma poi iniziamo a capire che per uscire dalla crisi non c'è bisogno di fare gesta eroiche alla Sailor Moon, che rischiava la morte ad ogni finale di stagione, ma è sufficiente un piccolo cambio di prospettiva. Un aggiustamento di sguardi. Non c'è bisogno di un titanico tentativo di trovare nuove parole per frantumare violentemente quella sensazione di essere senza scampo. Non è nella nostra indole e forse non avremo mai le forze per un cambiamento così drastico. Ma, in fondo, non è neanche necessario farlo. Basta uno scambio di lettere. Barattare una "o" per una "i", per esempio, e trasformare un terrificante "senza scampo" in un più accettabile "senza scampi". Perché senza crostacei, si può vivere tranquillamente, ma senza scampo l'esistenza diventa fastidiosamente opprimente, non credete? Ed è in questo modo che, piano piano, si esce dalla crisi millefoglie. Riconoscendo che la nostra è una vita che sicuramente ha i confini più stretti di altre, ma è ben lontana dall'essere piena di impossibili, e che i cambiamenti si sviluppano non frase per frase o parola per parola, ma una lettera alla volta. A colpi di "i" al posto delle "o". Barattando una vita senza scampo per una vita senza scampi.
Duille
sabato 9 aprile 2016
Kyngyosukui
Il kyngyosukui è un gioco tradizionale che si pratica durante i festival giapponesi e che consiste nell'acchiappare pesci rossi muniti solo di un retino in carta di riso. E' un gioco arduo, in cui il tempismo, la costanza e una mastodontica dose di pazienza sono essenziali.
Il kyngiosukui potrebbe anche essere lo sport nazionale dell'ansioso sociale, se al posto dei pesci ci fossero pensieri, emozioni e angosce. Mi spiego meglio: l'ansia sociale è un disturbo che ci fa vivere con la testa perennemente affollata e il cuore eternamente accelerato. E' un lavoro a tempo pieno, il nostro, fatto di continui litigi interiori, analisi al microscopio di ogni azione compiuta in cerca dell'inevitabile errore, di panico di fronte ad ogni nuova situazione e di tentativi di calmare questa angoscia prima che ci produca un infarto. Essere ansioso sociale in molti casi ci rende simili ad una pentola di minestra sul fuoco, fatta di quadretti di carote, foglie di spinaci e listarelle di sedano che si mescolano in continuazione a causa del ribollire dell'ansia tenuta sempre in caldo dal focolare collocato all'altezza dello stomaco. In mezzo a questo movimento convezionale e tra tutti questi pezzetti di verdura cerebrale che affiorano alla vista per poi sfuggire un istante dopo, capire cosa succede dentro di noi in ogni momento è un'impresa decisamente ardua, quasi quanto cercare di togliere un frammento di guscio dall'albume crudo di un uovo. Arduo, ma non impossibile. Ed è qui che rientra in gioco il kyngyosukui. Ciò che un ansioso sociale molto motivato impara presto a fare è quello di sviluppare la pazienza, la determinazione e la costanza del pescatore di pesci rossi, cercando di individuare, in mezzo a tutta quella brodaglia in ebollizione che è la sua mente in ansia, i singoli pezzetti di carota che sguazzano velocemente, per poi tentare di afferrarli prima che affondino nuovamente verso la base della pentola. Il nostro retino non è fatto però di carta di riso, ma di attenzione e silenzio. In una parola, di ASCOLTO. Si tratta però di un ascolto particolare, che con l'udito ha poco o nulla a che fare. Ascoltarsi è simile al fermarsi su una collina, durante una passeggiata, e sedersi sull'erba, senza un apparente motivo, per poi rimanere lì, ad aspettare qualcosa senza aspettarsi poi nulla. Si resta in silenzio ad ascoltare qualsiasi cosa voglia farsi sentire, fino al punto da riuscire a sentire quel grillo che frinisce in qualche angolo di prato e in lontananza il rumore delle campane di paese.
Nel caso dell'ansia sociale, ascoltarsi significa abbandonare tutta la razionalità che utilizziamo per arginare il fiume d'angoscia sempre sul punto di esondare, rinunciare alle sovrastrutture fatte di pregiudizi e non accontentarsi più delle risposte facili che quotidianamente l'ansia sociale ci propina come una pappa riscaldata troppe volte. Ascoltarsi significa cercare di capire perché si sta male in quel determinato momento, ponendo domande e poi facendo silenzio, lasciando che il corpo e la mente rispondano. All'inizio riusciremo solo a comunicare con l'angoscia e solo in termini quantitativi, arrivando a cogliere un picco di paura maggiore nell'incontro con l'evento che ha provocato la crisi. C'è sempre un motivo molto preciso per cui stiamo male, ma spesso l'ansia è talmente rumorosa e pervasiva da impedirci di individuare quel nucleo problematico. In un secondo momento riusciremo anche a distinguere le singole sensazioni che compongono l'angoscia: vergogna, rabbia, impotenza, paura, imbarazzo e talvolta, molto in fondo, addirittura gioia, felicità, entusiasmo. Non sempre, infatti, tutto quello che etichettiamo come paura è davvero tale. Anche situazioni che ci rendono felici sono nascoste dalla spessa coperta di ansia che ci fa da leitmotiv esistenziale. Quindi bisogna imparare a fare silenzio e ad ascoltare oltre il rumore, per capire che siamo più della nostra paura e che a volte abbiamo paura di ciò che desideriamo. L'ansia sociale ci da' questo compito che diventa presto un dono, perché ci renderà più ricchi e sensibili a noi stessi, capaci di collaborare con la nostra mente per capire cosa vogliamo davvero di momento in momento e di quanto possiamo osare senza crollare nel panico, trasformando quindi un limite, la paura, in un termometro emozionale capace di orientarci nelle nostre scelte. Inoltre, riusciremo ad intuire quegli stessi guizzi di coda dei pesci rossi anche negli sguardi, nei gesti e nelle parole degli altri. Ancora una volta, quindi, la parola è la stessa: kyngyosukui.
Duille
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domenica 7 febbraio 2016
Elogio dell'In-sicurezza
Qualche giorno fa stavo riprendendomi dall'ennesimo attacco di paranoia (tanto per cambiare). Avevo nuovamente permesso a qualcuno di percepirmi più vulnerabile di quanto volessi, il che aveva comportato una lavata di capo da lavanda gastrica da parte del Procione, che per l'occasione si era affilato le unghiette per farmi sentire una persona orribile e degna della stima di una pulce.
Avevo mostrato insicurezza, non avevo tenuto il controllo della situazione e non mi ero presentata al meglio, e per questo dovevo essere punita con l'autofustigazione emotiva e con qualche notte sui ceci. Ma non tutto il male viene per nuocere, per fortuna: infatti, ripensandoci oggi (dopo aver rimesso il guinzaglio al Procione), mi sono trovata a chiedermi cosa ci fosse di male, in fondo, ad essere insicura. Cosa c'è di così terribilmente sbagliato nel non essere sempre sul pezzo? Non è forse l'insicurezza un'emozione umana che tutti condividiamo? Perché allora nasconderla così accanitamente? E perché convocare il gabinetto di Stato interiore qualora si venga associati a questa caratteristica? Ecco, in questo caso ascoltare il Rimugiserpe si è rivelato insolitamente utile, perché ha fornito la risposta che cercavo: mostrarsi insicuri fa apparire deboli e nella nostra società, caratterizzata dal giudizio veloce, apparire deboli significa diventarlo. E nessuno vuole la compagnia di una persona piena di debolezze, diventa troppo impegnativa. L'insicurezza, per il nostro mondo, è paragonabile a quel mucchietto di polvere che si cerca disperatamente di nascondere sotto al tappeto persiano prima dell'arrivo dell'ospite di riguardo. Nessuno lo vuole vedere, nessuno vuole saperne nulla. Vogliamo tutti crogiolarci nell'illusione di un mondo in cui l'erosione delle rocce e la perdita cellulare siano frutto dell'immaginazione dei produttori di detersivi e continuare a vivere con l'utopica immagine patinata di una copertina di design conficcata nelle cornee, a guisa di un google glass cerebrale. La nostra società aspira ad un futurismo fatto di cyborg razionali e prestazionali che rispondano alla regola che ho ribattezzato "E.S.C.E.":
E= efficace
S = socievole
C = certo
E = esperto
In questo quadro non c'è spazio per il prefisso In-, né tantomeno per qualunque emozione che implichi quelle che generalmente chiamiamo "pippe mentali", "fisime", "crisi", "ansia" o anche, forse più propriamente, "dubbi". Però io credo che il prefisso In- vada rivalutato perché è ciò che, se usato a dovere, potrebbe salvarci dal suicidio di massa, dall'eremitaggio definitivo (con conseguente affollamento delle montagne - e allora, addio eremitaggio-) o peggio, dallo sgozzamento di piccoli cuccioli di dalmata allo scopo di farci una pelliccia.
Essere sanamente in-sicuri ci permette di coltivare le nostre emozioni, così da non rimanere appiattiti in sentimenti monocromatici da quaterback americano o da incappare in fughe precipitose da qualsiasi emozione che alteri i livelli di base del cardiogramma. L'in-sicurezza ci mette di fronte a quello che siamo, e ciò che siamo non è l'armadio perfettamente etichettato dell'ossessivo compulsivo, con le mutande organizzate per giorno d'uso, bensì un gran casino di emozioni dai nomi più o meno complicati. Possiamo anche vederla in modo più poetico: l'in-sicurezza ci fa conoscere una tavolozza di sensazioni che aspettano solo di mischiarsi, pasticciarsi, confondersi l'uno nell'altro, fino a rendere ogni momento un piccolo quadro impressionistico in cui il bianco di un abito è tutto fuorché bianco, ma la somma di minuscole pennellate di gialli, azzurri, rosa e ocra.
L'in-certezza ci apre alla domanda, ci spinge ad analizzare le situazioni da punti di vista diversi, ora guardando a testa in giù, ora coprendo l'occhio destro annullando l'effetto di profondità, ora spiando con la coda dell'occhio, regalandoci un effetto tridimensionale che, diciamolo, nessuna stampante 3D potrebbe mai raggiungere. Così facendo, smuovendo dubbi come la marea smuove la sabbia, scrosta noi, piccole cozze di mare, dalla roccia della certezza, ci allontana dal pregiudizio, ci scardina dal granitico verdetto senza fondamento, ci fa cadere con uno sgambetto dal piedistallo su cui troppo spesso tendiamo a sostare e ci invita a guardare dal basso, per una volta.
L'in-esperienza smuove la nostra curiosità, ci affama di sapere, ci fa bruciare di una sete deliziosa di comprensione, ci rende avventurosi, ci fa tornare bambini, riempiendoci di domande troppo acute a cui spesso nessuno ha risposta. L'in-esperienza ci dà un nuovo obiettivo, che non è, come si potrebbe pensare, quello di capire, ma di cercare di capire, di inseguire una visione piena delle cose, che scava negli angoli, infila il naso nelle fessure e talvolta, ficca anche le dita nella presa di corrente.
L'in-efficacia ci scopre fallimentari, sensibili alle bruciature, col naso colante dalla troppa pioggia, ma anche resistenti al fallimento, superstiti alla perdita, come alberi secolari dopo una tempesta o come quei palloncini che scivolano vittoriosi dai culetti dei bambini che li vogliono schiacciare durante le feste di compleanno.
La non socievolezza, infine, ci invita all'introspezione, all'ascolto ad occhi chiusi, al raccoglimento a conchiglia per sentire il suono del mare che dondola dentro di noi.
Dovremmo capire che questi prefissi che sembrano renderci precari, fragili e claudicanti come denti in procinto di cadere, sono in realtà gli stessi che ci permettono di essere sensibili, creativi e forti, insegnandoci che nel fondo di ogni caduta ci sarà solo un brutto ematoma da sfoggiare allo specchio e che tutte le persone sono più dell'immagine che mostrano. Quel prefisso, insomma, ci renderà un po' segugi e un po' sensitivi, un po' fiutatartufi e un po' bambini che incastrano la testa nelle sbarre di ferro del balcone.
L'insicurezza, più che un dente che cade, può essere una bella altalena che spicca il volo.
Duille
sabato 16 maggio 2015
What does the fox say?
In quanto ansiosa sociale ho sempre dovuto lottare con desideri irraggiungibili, opportunità mancate e strade evitate per paura. Quando si rinuncia a qualcosa a cui si tiene molto, la frustrazione arriva a pacchi raccomandati e con ricevuta di ritorno e può diventare complicato portarsi questi sacchi di sabbia in giro per la vita quando il postino della tristezza si presenta due o tre volte a settimana. In poco tempo ci si ritrova con la casa inondata di sacchi di iuta di dimensioni variabili che fanno capolino da ogni angolo e che si cerca di camuffare come meglio si riesce: creando dei divani in stile "fabbrica del caffè del Mississipi", trasformandoli in morbide cucce per il cane, il gatto e il porcellino d'india e, quando si è davvero disperati, usandoli come mattoni per il fortino anti pirati che si è sempre desiderato fin dalla tenera età. Ad un certo punto però, di fronte a tutti questi mobili di sacchetti, ci si comincia a sentire un po' stanchi del monocromatismo e anche il sedere comincia a pizzicare un po' per tutta quella iuta che fodera divani, sedie, lenzuola, tavolette del water e asciugamani. Di fronte a questa situazione da sepolti in casa, con il rischio continuo di essere davvero schiacciati dalla montagna di borse impilate alla meglio in ogni angolino libero, ci si deve difendere come si può, soprattutto quando si ha l'ansia sociale.
Ognuno trova il suo modo: alcuni ignorano il problema, altri evitano situazioni che possano offrire l'occasione all'ansia di fornire i simpatici gadget di consolazione succitati, altri ancora scavano una fossa aperta, ci buttano dentro i sacchi e poi si tuffano in quella piscina di frustrazione e tristezza affogandoci lentamente dentro, dopo aver dato un drammatico addio alla vita con tanto di lacrimuccia e teatrale mano sulla fronte. Io posso dire di averle provate un po' tutte, compreso il tuffo carpiato da melodramma siculo nella sconsolazione. Recentemente però ho trovato un nuovo modo per difendermi dal dolore dei fallimenti e dalla delusione. Non so se si possa definire una tecnica salutare e sana come potrebbe essere una mela succosa lanciatami tra le mani direttamente dal campo in cui è stata coltivata ("Marleeeeneeee") oppure se si tratti di una nuova forma di intossicazione simile a quelle droghe dai nomi pittoreschi che ti infilano in tasca il biglietto da visita della morte. Solo il tempo potrà rendere conto della bontà di questo nuovo metodo. Sicuramente però è efficace e mi toglie dall'impiccio di dover riciclare e reinventare ogni volta i miei sacchi di frustrazione, che nessuno vuole neanche regalati. Per questo metodo mi sono ispirata alla celebre favola di Esopo "La volpe e l'uva", un racconto noto a tutti e diventato allegoria di coloro che, di fronte alla sconfitta od impossibilitati ad ottenere qualcosa, sottolineano i difetti veri o presunti dell'oggetto conteso finendo con il disprezzarlo e negarne il desiderio. Sappiamo tutti che si tratta di una favola che porta con sé un alone di rimprovero nei confronti di questa volpe golosa che però appare del tutto incapace di accettare la sconfitta. Si può quasi sentire la puzzetta di ipocrisia aleggiare dietro la coda della nostra amica pelosa. Io credo però che, se si gira un po' la testa di lato, si arriccia il naso e si aguzza la vista, si possa ribaltarne la morale, rendendola addirittura un modello di virtù.
In effetti, se ci si pensa bene, la volpe ci insegna come essere felici. Lo so, sembra che l'abbia sparata grossa o, più volgarmente, che l'abbia fatta fuori dal vaso, ma suvvia, in fondo, se vi ascoltate bene, non sentite una parte di voi che annuisce dicendo con la sua vocina da vecchia nonna "Io l'ho sciempre pensciato"? No? Allora lasciatemi argomentare e convincere il vostro scettico sopracciglio aggrottato lassù, sopra l'occhio. La volpe che non può raggiungere l'uva, invece di struggersi per ciò che non ha potuto ottenere, decide semplicemente di ricordarsi che nulla è perfetto e non lo è neanche quella succulenta, luccicante uva baciata dal sole di settembre. E attenzione, questo non significa denigrarla o disprezzarla, ma vagliare tutte le possibilità che fino a quel momento, colpa lo stomaco gorgogliante o il cuore palpitante, non si erano considerate. Infatti la nostra saggia volpe si ricorda che non vale la pena struggersi per dell'uva che probabilmente è anche acida. Non si tratta di ipocrisia, ma di semplice matematica, calcolo delle probabilità, lista dei pro e contro, esame di realtà o comunque la vogliate chiamare. Non viviamo in un mondo bianco e nero, ma in una stampa in scala di grigi, oppure potremmo dire che in ogni cosa esiste lo ying e lo yang, il dolce e il salato, la vasca delle palline e quella delle sabbie mobili. La nostra volpe si fa portavoce di questo pensiero e io semplicemente faccio la stessa cosa per non essere seppellita dalle sabbie del Sahara o peggio, per non ridurmi a collezionare i miei sacchetti di tristezza annotandone data e ora come il miglior nostalgico pieno di rimpianti. Ma come applicare alla vita di tutti i giorni questa massima? In realtà è molto semplice e sorprendentemente liberatorio. Facciamo un esempio. In quanto ansiosa sociale le mie possibilità di avere un ragazzo sono pari a quelle di essere colpita da una cicogna sulle cui ali si è incastrato un meteorite cosmico sviluppando così la capacità di volare? Beh, pazienza. Significa che sarò risparmiata dalla depilazione infinita, dalle paranoie dettate dall'insicurezza, dalla biancheria di pizzo elegante ma comoda come il letto di un fachiro, dall'incontro con i suoi genitori con inevitabile inizio della guerra fredda con sua madre, dalla terrifica presentazione ai suoi amici a cui dovrò fare di tutto per piacere, anche se ciò dovesse significare funambolare su un filo interdentale con una tazzina sul naso recitando a memoria il Macbeth di Shakespeare, dal discutere di religione, politica, società, valori rischiando di rimanere terribilmente delusa quando scoprirò che lui è a favore del disboscamento selvaggio o è un simpatizzante di Scientology, dall'essere inevitabilmente condizionata dai suoi umori, dai suoi gusti e dalla paura, patologicamente mia, di essere abbandonata perché poco interessante o a causa del mio comportamento, sapendo già che, ai miei occhi, sarò
un disastro su tutta la linea e che finirò col rimproverarmi per essere troppo spaventata, troppo timida, troppo insicura, troppo ansiosa, troppo inibita, troppo pigra, troppo carente. E questo nonostante tutta la fatica e le oceaniche distese di stress che dovrei affrontare semplicemente per convincermi ad accettare di andare con lui a prendere un caffè, con buona pace delle mie rughe. Tutto sommato, non avere un ragazzo mi concede una certa libertà, un cuore tutto mio che è condizionato solo da me stessa e che non devo condividere con nessuno, oltre che a ritmi personali che non devo adattare e a cui nessuno si deve adattare. Come vedete non si tratta di denigrare l'altro, ma di vedere il lato positivo della questione, il classico bicchiere mezzo pieno, per intenderci. Certo, un bicchiere di plastica con una bel taglio laterale, ma pur sempre un bicchiere. Il bicchiere che mi è stato concesso e che per ora mi devo far bastare. L'unica cosa che posso scegliere al momento, aspettando i saldi dell'IKEA, è la prospettiva da cui guardare le cose. E posso scegliere se crogiolarmi nell'arsura di una gola secca, di labbra screpolate di fronte a quell'aria che riempie il mezzo bicchiere prosciugandomi, oppure se bere a grandi sorsate l'acqua fresca proveniente da quella metà allegramente liquida e sciabordante di vita che è il mio bicchiere. La volpe ha scelto il bicchiere mezzo pieno. Io scelgo di seguire la volpe.
Duille
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sabato 7 febbraio 2015
Principianti emotivi
Ci sono tante parole che spaventano un ansioso sociale. Alcune sono parole che spaventano tutto il mondo in ugual misura: dolore, morte, perdita, solitudine, abbandono. Altre sono paure che tutti sentono, ma che rimangono segreti nascosti sotto le pieghe delle occhiaie o negli angoli delle labbra. Infine, ci sono le paure marchiate dalla nostra lettera scarlatta, terrori che nessuno capisce e che ci rendono fragili: telefonare, comprare, domandare, amare, fidarsi, muoversi, dire. E' difficile capire in quale scatola mettere ogni parola, cosa appartenga solo a noi e cosa ci renda parte dell'umanità.
Siamo circondati da bolle di silenzio: il nostro silenzio, che ci protegge da quello sguardo giudicante che ci manderebbe in frantumi, e il silenzio degli altri, che avvolge nella vergogna e nel pudore le paure che la società non vuole riconoscere. Ma noi siamo principianti emotivi, ancora impegnati a comprendere le regole del gioco, soprattutto cosa si può dire e cosa no. Sentiamo tutto come se fosse la prima volta, dando ad ogni emozione tutta l'importanza di una cometa avvistata nel cielo notturno. Ogni meteorite cade forte sulla nostra terra e fa anche parecchio rumore. Forse fa più rumore che quello degli altri, o forse siamo noi che, non conoscendoli completamente, li facciamo risuonare all'infinito cercando di carpirne i segreti, cercando di capire dove collocarlo e come chiamarlo. Spesso guardiamo fuori per vedere se anche gli altri conoscono queste meteore, oppure se sono realtà tutte nostre. In fondo, siamo amplificatori di emozioni, casse da cui rimbombano forte le paure che il mondo tiene silenti. Questo essere ancora principianti ci spinge più spesso di quanto vogliamo a mostrarci e nel farlo smascheriamo anche coloro che le regole del gioco, ormai, le conoscono a memoria. Involontariamente, le nostre fragilità, così attentamente nascoste sotto strati di controllo, emergono da quella coltre di fango molle che continuiamo a modellare e che ci sfugge sempre di mano, e si mostrano al mondo nella loro nudità. Per noi è una sconfitta, un inutile pericolo che non riusciamo ad evitare e che ci lascia pietrificati come un bambino colto in fallo con le mani nel barattolo delle caramelle. Ma paradossalmente, più spesso di quanto non pensiamo, questa evidente fragilità nei nostri occhi e nei nostri movimenti diventa un colpo d'aria che scuote i panni ordinatamente stesi al sole di chi ci sta di fronte, mostrando che anch'essi, così bianchi e puliti, nascondono macchie stranamente familiari, scuciture agli angoli delle gonne e cicatrici di filo a richiudere le lenzuola immacolate. In alcuni casi, siamo noi, delicati come carta velina sotto una grandine, a fare involontariamente il primo coraggioso passo verso l'altro, mostrandoci semplicemente imperfetti, noi che ci sentiamo drammaticamente sbagliati e abnormi in un mondo di perfezione.
Non siamo eroi che sfidano il pericolo, ma solo incauti viaggiatori a cui sfugge di mano la valigia piena della propria storia, aprendosi in un tripudio di biancheria e fazzoletti di carta usati. Eppure, con questo gesto maldestro, permettiamo all'altro di sentirsi libero di essere a sua volta meravigliosamente imperfetto, splendidamente tagliato. Noi, così profondamente convinti di essere un cesto pieno di gomitoli di lana aggrovigliati, diventiamo in un momento creature capaci di squarciare il velo della consuetudine che definisce i confini del giusto e dello sbagliato, del normale e dell'anormale, della sanità e della pazzia. Semplicemente, il nostro essere principianti emotivi ci rende incauti esploratori fanciulli, che ancora non sanno come muoversi nel mondo e che, nella loro esplorazione maldestra, finiscono coll'aprire anche porte che devono rimanere chiuse, segrete, e che confinano gli individui in maschere di solitudine, in danze di apparenza, in contatti sospesi che non arrivano mai alla pelle. E spesso, nel farlo, nell'inciampare sempre nostro malgrado nel vuoto, finiamo col rompere quella bolla di silenzio e diventiamo quella rete di sicurezza che permette ad altri di dire una semplice, potentissima parola: Anch'io. Anch'io sento ciò che senti tu, anch'io soffro, anch'io ho paura, così tanta che devo tenerla chiusa in una scatoletta sotto il letto, nascosta da tutti come un calzino sporco, protetta da tutti perché nessuno capirebbe.
La libertà di quelle parole, di quel semplice "anch'io" sussurrato sottovoce, come un gesto di ribellione dall'ordine preformato, ci mette davvero in contatto, ci lega in un abbraccio fatto di mutua comprensione, seppur nella nostra diversità. Noi ansiosi sociali di fatto siamo casse di risonanza, diapason che invadono l'aria con la loro nota in cerca di uno strumento che la riconosca e la suoni. Apriamo spazi di parola nonostante vorremmo chiuderci in noi stessi, liberiamo emozioni e paure dalle gabbiette appese nella mente delle persone semplicemente mostrando lo stormo di volatili che vola selvaggio dentro di noi e che le gabbie, non le ha mai conosciute. Ma ciò che mi sorprende ogni volta è che, nel mostrare casualmente le nostre paure, bloccandoci in un respiro trattenuto dopo aver lanciato per sbaglio la nostra nota, si finisce sempre per trovare un altro diapason che riconosca quel suono e ce lo restituisca, in un gesto di somiglianza che lascia stupiti e commossi. L'emozione più bella esistente è sentirsi simili, è far volare le proprie paure insieme, in una danza nel cielo che non sa più di solitudine e che le rende un po' meno terrificanti, perché non le si affronta più da soli. Per noi, significa sentirci un po' meno alieni, un po' meno folli, significa riporre quelle ignote paure nella scatola giusta, svuotando quella marchiata dalla nostra stigmate. Per loro significa dare dignità a qualcosa che non ha mai trovato spazio di espressione, sentirsi liberi per una volta di essere ciò che si è, di scrollarsi di dosso quella cappa di convenzioni che definiscono cosa si possa o non si possa sentire. A volte inciampando, si cade in un abbraccio.
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sabato 30 agosto 2014
Gratitudine all'infinito periodico
Esiste una cosa che accomuna l'ansia sociale al resto dell'umanità. No, non è l'amore per gli One Direction. No, non è neanche la bavuscia alla vista dei bignè alla crema. E' L'INSICUREZZA. La conoscete, suppongo, quella simpatica sensazione di star facendo tutto male, compreso respirare. E non metterei troppo la mano sul fuoco neanche sull'esistere. L'ansia sociale, che non si fa mancare nulla, ne ha presa a pacchi nell'ultima stagione dei saldi prenascita, giusto per sicurezza, e ce la propina a cucchiaiate ogni giorno, dall'alba dei tempi, come fosse lo sciroppo per la tosse di Mary Poppins. Risultato? Siamo un fascio di nervi ambulante, facciamo di ogni spostamento di spillo una questione di stato, siamo convinti che il modo stesso in cui diremo "ciao" sconvolgerà l'assetto planetario e la nostra vita in particolare, spingendo le persone che ci sono più care ad abbandonarci. Ed eccoci al cuore del problema: LA PAURA DI ESSERE ABBANDONATI. Non chiedetemi perché, ma, nonostante siamo insicuri come un merluzzo davanti ad un esame di chimica avanzata, abbiamo 3 certezze granitiche ed inscalfibili:
1- siamo dei totali impiastri
2- nessuno ci amerà davvero
3- rimarremo soli fino alla fine dei nostri giorni
(sì, siamo drammatici, ma questo ormai dovreste averlo capito!)
Indi per cui non abbiamo esattamente fiducia nel prossimo, ecco. Per il timore di essere abbandonati da tutti, compreso il gatto, tendiamo a sviluppare un sottile cinismo, di quelli che ti fanno diventare triste e grigio, disilluso e con una leggera vena di rabbia sul viso, convinti di essere novelli Cassandre che hanno capito tutto della vita, ma a cui nessuno crede. Per questo motivo quando, per caso, qualcuno ci mostra gentilezza, o dimostra vagamente di tenere a noi, la sola emozione che emerge è la SORPRESA. Sì, siamo sorpresi, confusi, quasi un po' turbati. Di colpo ci ritroviamo ad essere cani randagi di vecchia data all'angolo di una strada con davanti una simpatica persona che ci allunga un po' di cibo. Come può qualcuno interessarsi ad un cane magro e pulcioso come noi? Siamo tutti sporchi, con il raffreddore, e ci vediamo pure poco da un occhio. Eppure, questa persona ci sta tendendo la mano. Perché? Perché?
Sobbalziamo di fronte a questa domanda. In fondo, il maledetto ci sta smascherando! Sappiamo che in realtà non vorremmo fare altro che dare una leccatina a quel cibo, magari beccarsi anche una carezza. Sì, ma se poi ci si becca uno schiaffone? Ma la vogliamo così tanto, quella carezza, che finiamo per avvicinarci, ed in men che non si dica siamo lì che trotterelliamo allegramente accanto al nostro nuovo amico. Ogni carezza sul pelo è fonte di delizia e ci muoviamo nel mondo con la bocca spalancata in un eterno stupore.
Qualcuno mi vuole bene! Incredibile! Deve essere pazzo! O non ha ancora capito con chi ha a che fare! Ed ecco che emerge la paura: mi abbandonerà, quando scoprirà chi sono davvero? Forse dovrei allontanarmi, fintanto che sono in tempo. Ma ormai è troppo tardi: siamo talmente inebriati dalla sensazione di vita che rinasce dentro di noi, dalla voglia di ballare, di cantare, da quel sorriso che increspa le labbra ad ogni ora, in pieno stile singing in the rain, che non possiamo proprio più farne a meno. Siamo pieni di stupore, di amore, e soprattutto, di GRATITUDINE.
Siamo grati che quella persona abbia visto in noi qualcosa, una scintilla che neanche noi riusciamo a vedere, e che probabilmente neanche c'è, e questa sensazione di felicità ci invade come la gioia di un bambino davanti ai regali di Natale, con tanto di lucette e coretti di campane! E, di fronte ad un dono così grande, gratuito e benefico, sentiamo il bisogno quasi fisico di dimostrare quanto siamo riconoscenti, di far capire quanto quella persona, con quello sguardo e quella mano tesa, ci abbia salvato la vita. Perché è davvero quello che ha fatto. Ci ha salvato da un lungo destino di cinismo! Da un futuro fatto di cibo precotto, divani mai consumati da sederi amici e commenti acidi sulla falsità di certi film che osannano le amicizie eterne, il tutto riassunto dalla nostra massima alla Ebenizer Scrooge ("BUBBOLE!")
Con il tempo, impariamo dal nostro amico, ascoltiamo le meraviglie che vede in noi ma a cui non crediamo davvero. Finché un giorno, guardandoci allo specchio, ci vediamo per la prima volta con i suoi occhi. Vediamo che, in fondo, non siamo così tremendi. E la vena di rabbia si sta anche sgonfiando!
Sobbalziamo di fronte a questa domanda. In fondo, il maledetto ci sta smascherando! Sappiamo che in realtà non vorremmo fare altro che dare una leccatina a quel cibo, magari beccarsi anche una carezza. Sì, ma se poi ci si becca uno schiaffone? Ma la vogliamo così tanto, quella carezza, che finiamo per avvicinarci, ed in men che non si dica siamo lì che trotterelliamo allegramente accanto al nostro nuovo amico. Ogni carezza sul pelo è fonte di delizia e ci muoviamo nel mondo con la bocca spalancata in un eterno stupore.
Qualcuno mi vuole bene! Incredibile! Deve essere pazzo! O non ha ancora capito con chi ha a che fare! Ed ecco che emerge la paura: mi abbandonerà, quando scoprirà chi sono davvero? Forse dovrei allontanarmi, fintanto che sono in tempo. Ma ormai è troppo tardi: siamo talmente inebriati dalla sensazione di vita che rinasce dentro di noi, dalla voglia di ballare, di cantare, da quel sorriso che increspa le labbra ad ogni ora, in pieno stile singing in the rain, che non possiamo proprio più farne a meno. Siamo pieni di stupore, di amore, e soprattutto, di GRATITUDINE.
Siamo grati che quella persona abbia visto in noi qualcosa, una scintilla che neanche noi riusciamo a vedere, e che probabilmente neanche c'è, e questa sensazione di felicità ci invade come la gioia di un bambino davanti ai regali di Natale, con tanto di lucette e coretti di campane! E, di fronte ad un dono così grande, gratuito e benefico, sentiamo il bisogno quasi fisico di dimostrare quanto siamo riconoscenti, di far capire quanto quella persona, con quello sguardo e quella mano tesa, ci abbia salvato la vita. Perché è davvero quello che ha fatto. Ci ha salvato da un lungo destino di cinismo! Da un futuro fatto di cibo precotto, divani mai consumati da sederi amici e commenti acidi sulla falsità di certi film che osannano le amicizie eterne, il tutto riassunto dalla nostra massima alla Ebenizer Scrooge ("BUBBOLE!")
Con il tempo, impariamo dal nostro amico, ascoltiamo le meraviglie che vede in noi ma a cui non crediamo davvero. Finché un giorno, guardandoci allo specchio, ci vediamo per la prima volta con i suoi occhi. Vediamo che, in fondo, non siamo così tremendi. E la vena di rabbia si sta anche sgonfiando!
Certo, non posso dirvi che tutta l'insicurezza che avete ciucciato dalla nascita sparirà per il solo fatto che avete un amico, ma comincerete ad usarla a vostro vantaggio. Scoprirete un altro grande insegnamento dell'ansia sociale: potrete giocare, tra voi e voi, a perdere fiducia, solo per un attimo, per potervi sorprendere di nuovo di fronte a quella mano tesa, come fosse la prima volta, come se foste ancora quel cane all'angolo della strada. Potrete vivere quella sensazione di inebriante felicità e di gratitudine, ancora e ancora. Potrete sentire dentro di voi i campi di erica che si allargano sconfinati, bagnati dai raggi di sole. Potrete sentirvi infiniti ogni volta, rinnovando eternamente quell'attimo di felicità, quel momento in cui vi siete sentiti amati davvero. Sarete in grado di non dare mai per scontata quell'amicizia, di non dimenticare, di essere sempre pieni di amore e di entusiasmo, sempre pronti a ricambiare ogni gesto, ogni parola, ogni carezza. Saprete sempre cosa significa allargare le braccia e accogliere quella raffica di vento, che stravolge, lascia senza fiato e completamente, perfettamente felici. E questo, non potrà togliervelo mai nessuno. Neanche la più incattivita e incrostata ansia sociale.
Duille
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venerdì 11 luglio 2014
Emozioni in apnea: la terapia d'urto dell'ansia sociale
Le emozioni sono una delle spine nel fianco dell'ansia sociale. Le amiamo, le odiamo. Le vorremmo spegnere, ma non possiamo farne a meno. E' la nostra linfa e la nostra maledizione. Perchè, vedete, noi viviamo le emozioni in un modo tutto particolare: fondamentalmente sono incontenibili, incontrollabili, indomabili.
Nel mio immaginario, sono come quei treni che passano correndo vicino alla banchina della stazione: si annunciano rumorosi, con il loro schiamazzare, ma non sei mai totalmente preparato al loro arrivo. E poi, semplicemente, ti sommergono, mandandoti in apnea. Un corridoio di vento ti travolge, facendo volare i capelli, smuovendo il corpo premuto dalla pressione dell'aria.
Il suono del treno, il clang-clang delle ruote sui binari, il rumore dell'aria spostata prepotentemente ti rende sorda alla tua stessa voce e ti ruba la parola. Sei pesce. Le parole della tua mente cadono una ad una nel silenzio riempito rabbiosamente da quel suono schiacciante, da quella forza che irrompe noncurante, interrompendo tutto e lasciandoti lì, ad aspettare. Il treno è, e nel suo essere, contagia tutto, che tu lo voglia o no.
E l'emozione non è forse la stessa cosa? Non è forse una forza che irrompe nella vita, interrompendo tutto, ammutolendo tutto, riempiendo corpo e mente del suo suono, del suo corpo, della sua parola che non è mai davvero parola? Non è forse un'energia che altera gli equilibri, spezza legami e ne crea di nuovi? Non è una scarica che confonde, annullando i sensi e la voce interiore, e che disorienta, scardinando e facendo impazzire la nostra bussola guida? E come possiamo noi, ansiosi sociali, giunchi costantemente sull'orlo di spezzarci, sopravvivere a questo canto vitale che non conosce tenuità? Ci nascondiamo, aspettando che passi, proteggendoci come meglio possiamo. Ma sopravviviamo sempre. Inspiegabilmente, siamo ancora lì dopo il passaggio del treno. Scompigliati, ma ben piantate a terra. E da qualche parte, dentro di noi, un ricciolo di vento si fa il nido, diventando parte di noi.
E qui sta la doppia valenza del nostro rapporto con l'emozione. Immaginate cosa significhi essere travolte completamente da un'emozione come l'amore, la gioia, l'allegria, l'affetto. E' una sensazione meravigliosa, magica. Ci illuminiamo da dentro, respiriamo a pieni polmoni quella luce dorata e frizzantina che risveglia ogni cellula, rendendoci brillanti stelline fiammeggianti. Penso che in quei momenti, saremmo addirittura capaci di trasmettere quelle bollicine di gioia, con un solo gesto. Non riusciamo quasi a contenerle, eppure non ne siamo mai sazi, inebriati dalla scarica di vita che ci attraversa, esondando dai nostri occhi, dal nostro sorriso, dalla nostra risata, dalle nostre braccia aperte.
Ma purtroppo, questa apparente assenza di scudi, che ci permette di essere toccati completamente dall'emozione, è anche la principale causa delle nostre ferite. Quando quel vento impetuoso è portatore di un'emozione negativa, che sia paura, tristezza, sconforto o frustrazione, ci invaderà allo stesso modo, con un unico urlo acuto di terrore che ci gela, fa sobbalzare, ci ribalta come colpiti da uno schiaffo, bloccandoci nell'attesa che finisca. Come la sirena che annuncia un bombardamento, questo treno nero ci spaventa terribilmente, e ci rannicchiamo su noi stesse, le braccia che avvolgono le gambe, e la testa nascosta nelle ginocchia, aspettando semplicemente che passi. Dopo un'emozione negativa, di solito ci servono almeno un paio di giorni di assoluta calma: chiudiamo fuori dalla porta il mondo e ci curiamo le ferite. Siamo scottati, abbiamo bruciature emotive sull'ottanta per cento del corpo, anche un alito di vento ci potrebbe far sobbalzare. Quindi la soluzione è bunkerizzarci in casa, stacchiamo telefoni, cellulari, social networks, diciamo bye bye agli amici e lasciamo che il silenzio ricostruisca la nostra pelle ustionata. E solo allora possiamo, con passi incerti, uscire di nuovo nel mondo.
Il problema, come potete vedere, sta proprio in questa assenza di filtri, in questa congenita perdita di armatura: siamo nudi davanti all'emozione, non abbiamo neanche un piccolo misero scudo di cartone a difenderci dal treno emotivo. Forse prima di nascere abbiamo mancato la grande svendita di protezioni, forse non ci è arrivato l'invito alla annuale distribuzione di armature. Il dato di fatto è che non abbiamo neanche un caschetto da bicicletta, neanche un rattoppato paio di ginocchiere. Niente. Solo la nostra pelle delicata contro i fuochi del drago. E mi sa che fabbricarne una, di armatura, non è semplice come si possa pensare.
Ci abbiamo provato, in passato, ma alla fine sceglievamo sempre il materiale sbagliato, o avevamo incollato male i pezzi, oppure i nostri chiodi erano di cattiva qualità...alla fine quell'esile scudo che ci eravamo faticosamente costruiti a forza di buoni propositi, discorsetti allo specchio e inneggiamenti al "mai più soffrire", quello scudo su cui riponevamo così tante speranze, finisce sempre irrimediabilmente con il venir spazzato alle prime avvisaglie di treno.
Ed è così che finiamo a fantasticare su quanto sarebbe bello se avessimo un bel bottone rosso piantato nella schiena, da premere all'occorrenza, così da spegnere il nostro recettore emotivo. Allora sì che saremmo invincibili: lo scudo d'acciaio temperato che tanto desideravamo. Passa pure treno. Non ti temo affatto, non potrai farmi male. Sono indistruttibile, stavolta. Ma quel bottone non esiste, e penso che sarebbe anche un po' antiestetico, quindi è un bene che non ci sia. Però resta il problema: come fare a proteggersi dalle emozioni? Beh, da quel poco che ho capito dalle mie frequenti apnee emotive, l'unico modo per difendersi dalle emozioni negative è togliere la testa dalle ginocchia, alzarsi in piedi e, a testa alta, lasciarsi inondare dall'emozione. All'inizio saremo ustionati come non mai, completamente carbonizzati, neri pece peggio che Dick Van Dike dopo una passeggiatina nei camini di Londra. Ma, di fuliggine in fuliggine, noteremo che, ad ogni colpo di treno, una parte sempre più estesa della nostra pelle sarà intatta e riusciremo a prendere una boccata di aria, di tanto in tanto. In sintesi, la parola chiave è
ESERCITARSI.
So che è difficile, impossibile talvolta, ma non bisogna per forza iniziare a fronteggiare treni ad alta velocità. Cominciamo con un trenino a vapore, che va piano, ma che comunque spaventa a sufficienza. Facciamoci le ossa su quello, finchè non farà più paura e potremo guardarlo arrivare con il sorriso di sfida sulle labbra e la spada sguainata.
E, una volta che avremo imparato a conoscere bene le nostre paure, e saranno meno pericolose, scopriremo che l'ansia sociale ci ha fatto un'altro importante regalo: ci ha resi recettivi all'emozione pura. Il nostro scudo è stato forgiato dalla nostra mano, dal nostro sudore, sangue e lacrime, è il frutto di migliaia di scottature, non ci è stato dato. E quindi sappiamo esattamente come abbassarlo quando sentiamo la frizzantezza nell'aria. Siamo nati nudi di fronte alle emozioni, e possiamo tornarvi in qualsiasi momento. Quindi, adesso lavoriamo per costruire uno scudo sufficientemente forte da proteggerci dalle paure che conosciamo, e godiamoci appieno le emozioni che noi sceglieremo di vivere. Ora saremo capaci di farlo.
Duille
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venerdì 13 giugno 2014
Da un'altra angolazione: piccoli momenti di felicità
Stavo riflettendo un po' in questi giorni, leggendo e rileggendo gli ultimi post, e mi sono accorta di aver parlato solo di un aspetto dell'ansia sociale, quello negativo. Certo, l'ansia è una gran seccatura, a volte addirittura un dolore fortissimo: una gabbia che schiaccia il cuore e lega le braccia. Però ho imparato che in tutte le cose esiste anche il rovescio della medaglia. Non crediate che non esista. Semplicemente, bisogna capire da quale angolazione guardare. E anche la nostra gabbietta mangia-respiri ci insegna qualcosa. Ma ce lo sussurra così sottovoce che spesso non lo sentiamo, soffocato dal battito furioso del nostro cuore che cerca di uscire da quelle grate troppo strette. Cosa mi ha insegnato l'ansia sociale? Tante cose, e non le ho ancora scoperte tutte. Sto ancora ascoltando, tra un battito e il successivo. Il primo grande insegnamento che ho ricevuto è stato quello di apprezzare le piccole bellezze della vita. Noi ansiosi sociali non ci concediamo tanto, ma sappiamo guardare bene e trovare tesori nascosti che ai più passano inosservati. Ci riempiamo gli occhi del bello del mondo, nella sua semplicità. Sappiamo far parlare i sensi, li facciamo cantare ed esplodere dentro di noi di mille colori. Per la maggior parte del tempo sopravviviamo, schivando i colpi, ma sappiamo trovare momenti in cui essere completamente vivi, totalmente presenti. Un esempio? Il breve tragitto dall'autobus a casa.
Ho imparato a vivere ogni istante intensamente, per quanto banale: ogni passo davanti all'altro, ogni ciottolo che sfiora il mio sguardo, ogni fruscio di foglia, ogni profumo speziato che proviene dalle case.
Ho imparato a vivere ogni istante intensamente, per quanto banale: ogni passo davanti all'altro, ogni ciottolo che sfiora il mio sguardo, ogni fruscio di foglia, ogni profumo speziato che proviene dalle case.
Adoro soprattutto quelle giornate ventose di primavera, in cui si formano mulinelli di petali, in cui c’è quel buonissimo odore di erba appena tagliata che ti stuzzica il naso, e il sole fa capolino tra le nuvole. E quanto è elettrizzante essere sorpresa da una raffica di vento, di quelle potenti, che ti scompigliano tutti i capelli, che ti attraversa come una scarica di energia vitale e ti fa venire voglia di volare via con quella forza invisibile ma fortissima? Quella elettricità mi corre dentro tutto il corpo, fino alle gambe, che chiedono di correre libere, di sentire ancora quella brezza, di essere genuinamente felici nel fare ciò per cui sono nate. Ogni volta le vorrei accontentare, ma il mio procione mi dice “No, sembreresti ridicola! Vuoi che tutti ti guardino?” E allora mi limito a scrollare le spalle, con accondiscendenza, come una madre con un bambino monello, e lascio che l’energia risalga dalle gambe fino al mio viso e mi illumini di spazi infiniti, ed esca attraverso il sorriso, grande radura della mia felicità, che neanche la mia gabbia può contenere. E mi dico: “un giorno volerete, mie care gambe, ma per ora camminate, sentite il peso del corpo sopra di voi e l’asfalto sotto di voi, e l’aria che vi accarezza accanto, facendovi venire la pelle d’oca, e il calore che vi bacia su ogni centimetro di pelle.” E in quei momenti, il mio corpo e la mia mente accettano di essere in armonia, si parlano come due vecchi amici seduti davanti ad un caffè, ed è allora che mi sento completa, intera, unita. Mi lascio trasportare dalla musica nelle cuffie e
mi godo il momento.
Anche nel peggiore dei momenti, quindi, ci sarà sempre spazio per un attimo di felicità, da custodire gelosamente, come un piccolo cerchio di luce tra le mani. Cercarlo è ciò che ci permette di vivere, anche quando non ce lo consentiamo. Trovarlo, ci permette di essere liberi, anche se solo per un attimo. E questo è l'insegnamento più grande che ci può dare l'ansia sociale: la felicità è in ogni cosa, basta solo avere occhi per guardarla.
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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