Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post
domenica 22 marzo 2020

l'ansia sociale ai tempi del coronavirus

Diciamolo subito e togliamoci il pensiero: il coronavirus, per noi ansiosi sociali, ha i suoi vantaggi. Non fraintendetemi, me la faccio sotto come tutti all'idea di ammalarmi e potenzialmente morire pure male, come tutti temo per i miei cari e faccio il tifo per i malati e il personale medico che sta diventando trasparente come un eroinomane di vecchia data a furia di lavorare, e come tutti credo nell'impegno civico, nel fare la propria parte restando a casa e nello spammare meme di dubbio gusto a tutti quelli che conosco, così, per spirito di cameratismo. 
Però è un dato di fatto che gente come noi non può negare che questa emergenza sanitaria ha portato con sé un dono che neanche Babbo Natale con il suo esercito di elfi sottopagati avrebbe mai potuto regalarci: la QUARANTENA. 
Se per la Treccani la quarantena è "un periodo di isolamento di persone o animali della durata variabile fatto per motivi sanitari", per il vocabolario dell'Ansioso Sociale invece, quarantena significa una sola cosa: VACANZA! Vacanza con tanto di manine alzate e limbo celebrativo, vacanza dal Serraglio a tempo indeterminato con omaggio di ombrellino giallo da mettere nel cocktail e coroncina di fiori di benvenuto. Le ferie migliori che potremmo mai avere. Provate a rifletterci: ci viene chiesto di rintanarci in casa, chiudere la porta a doppia mandata e restare accoccolati nelle coperte come volpi nelle tane fino a nuovo ordine. Cosa c'è di meglio per gente come me, che teme il contatto sociale tanto quanto Shrek teme l'igiene? Ve lo dico io: NIENTE! Assolutamente niente. Era più probabile che ricevessi la lettera di Hogwarts. La cosa forse più ironica in questa faccenda che di ironico non ha niente è che improvvisamente, da sfigati pieni di problemi che nessuno riesce a capire, diventiamo paladini della Civiltà cittadini modello pronti a "sacrificarsi" per il benessere collettivo non mettendo il naso fuori di casa neanche per buttare la spazzatura. In una parola, passiamo dall'essere Clark Kent a Superman. Mica male, per gente se andava bene veniva accettata come "quello timido che non parla mai". Solo in un contesto da apocalisse poteva accadere un miracolo del genere. Durante la quarantena non troverete nessun ansioso sociale a guardarsi spaesato i palmi delle mani chiedendosi cosa fare di tutta quella montagna di ore libere, perché noi abbiamo affinato l'arte dell'auto intrattenimento per anni, sviluppando i più disparati hobbies, che vanno dalla cucina alla pittura, dalla lettura alla costruzione di modellini di castelli fatti di stuzzicadenti. Se la pensione non ci ha mai fatto paura, la quarantena a noi fa un baffo (a manubrio). Siamo sereni come bonzi, incastrati tra le quattro mura delle nostre case/casseforti, la solitudine non ci morde la coda e ci sentiamo rilassati come se ci fossimo fumati una canna particolarmente di buona qualità. E non è mica finita qui. non solo siamo invitati alla clausura niente meno che dal primo ministro in persona, ma viene addirittura creato un hashtag che sembra dedicato a noi: #iorestoacasa. 
Roba da tatuarselo sul cuore, tanta è la commozione. Il mondo ci autorizza ad assecondare i nostri sintomi, ad abbracciarli ed avvolgercisi dentro e lasciare che pascolino liberi per la nostra mente come pecore belanti, consapevoli che, qualsiasi cosa accada, non potranno calpestarci, incornarci o inseguirci fino al più vicino albero su cui ci arrampicheremo terrorizzati. Di colpo siamo intoccabili, una pace da Buddha regna tra le parti della nostra sgangherata psiche, il nostro lato panico e quello razionale condividono una tazza di tè e smezzano kitkat come se non avessero fatto altro per tutta la loro esistenza. Come vi dicevo, vacanza. Senza penalità e senza condizioni. Vacanza senza quella sensazione, fastidiosa come un nocciolino attaccato al dente, che dovremmo fare altro, che dovremmo normalizzarci, socializzare, continuare a lottare con le nostre ansie, invece di tapparci in casa come un sughero nella bottiglia e trasformarci in un burrito di coperte. Ferie senza ripercussioni, rimproveri o senso di inadeguatezza. Pausa dalla vita senza sensi di colpa, solitudine o fallimento. Per una volta, forse l'unica nella nostra vita, possiamo essere i nevrotici fobici che siamo senza dover dare spiegazioni o inventare scuse per giustificare le nostre assenze scolari, senza doverci sentire inadatti a tutto fuorché alla vita da scaffalista notturno e soprattutto, senza lotte intestine in stile Guerra di Secessione Americana. E badate bene, noi, vacanze del genere, non le abbiamo MAI. Neanche quando siamo effettivamente in vacanza. Perché mentre noi ci chiudiamo in casa a riprendere fiato dopo mesi di un'apnea spaventata, il resto del mondo si muove, fa esperienze, cresce e intreccia legami come i fili di lana in un braccialetto dell'amicizia, creando nuove storie e nuovi capitoli a cui noi, spaventati da tutti, sembriamo condannati ad essere esclusi. Perché, anche in vacanza, siamo dolorosamente consapevoli che il nostro modo di vivere, sempre teso ad evitare che ci scoppino le coronarie per la paura, ci isola, ci aliena dagli altri, ci fa perdere opportunità e ci condanna alla solitudine, quella vera e definitiva, non quella temporanea della quarantena. Quindi capite bene che, di fronte ad un miracolo del genere, una parte di noi rimane inevitabilmente sbigottita da una tale golosa concessione, da questa uscita gratis di prigione che ci catapulta nel Valhalla dei normali senza dover muovere un dito, anzi, che ci rende i migliori tra i migliori perché non ci lamentiamo, non diamo di matto e abbracciamo con gioia questo momento di ripiegamento in noi stessi, rendendoci esempio da imitare senza il minimo sforzo, essendo, per una volta, noi stesso, pacchetto completo, ansie incluse. Niente mal di testa, lacrime a cascata o autoflagellazione psichica. Niente felicità strozzata dalla colpa. Solo una calma beatitudine mentre facciamo ciò che ci viene meglio: chiudere la porta e buttare la chiave. 

Duille



domenica 3 novembre 2019

Crisi millefoglie, parte seconda

Quando sono incastrata in una delle mie crisi millefoglie (ne abbiamo parlato qui), mi ritrovo a guardare con occhi nuovi e più comprensivi i k-way. Sì, avete letto bene, sto proprio parlando di quelle mantelle di plastica leggerissima che si usano per proteggersi dalla pioggia ma che tutti odiano perché A- sono brutte e B- sono emblema fisico della presenza del temporale, che sappiamo essere l'acerrimo nemico delle streghe di Oz e, inspiegabilmente, di tutta l'umanità urbanizzata. Ecco, in questi momenti di grande dolore esistenziale, quando gli strati di fatiche si sono accumulati nella tipica conformazione a millefoglie, io sento di capirli profondamente, i k-way, in tutta lo loro esile sfigataggine. 
Capisco la loro eventuale convinzione che il mondo sia solo un'enorme piscina in cui gente imbronciata cerca di sopravvivere alla giornata schivando pozzanghere e rischiando la rissa al minimo colpo di tosse mal rivolto. Li capisco perché, in questi periodi, anche io mi sento come loro: eternamente infradiciata da una pioggia di rammarico, arrancando in un mondo bellicoso come un negozio di elettrodomestici durante il black friday. E posso solo immaginare l'angoscia con cui un k-way si avventura in questo mondo ostile, conscio di essere composto solo di una plastica sottile come un'ostia di carta velina, perché anche io mi sento come lui, anche io sento di diventare un origami a forma di umano dentro ad una galleria del vento. Quindi sì, lo capisco, e fraternizzo con il suo desiderio di pre-pensionarsi nell'armadio, perché anche io vorrei fare la stessa cosa: appallottolarmi come un paio di vecchi collant e chiudermi in un silenzio meditabondo e cimiteriale. E tutto questo perché la mia ansia sociale fa la muta, cambia pelle come un vecchio serpente, diventando una nuvola di fitta nebbia londinese saltata fuori da un romanzo dickensiano. Lo so, molto allettante, soprattutto se non si è dei vampiri. Ed in effetti, questa crisi è un po' come quella pioggerellina leggerissima che ci perseguita in certi giorni di novembre, con la complicità della più ostinata coltre di nubi grigiastre dell'anno. Non sai che fartene, non capisci se sia o meno il caso di aprire l'ombrello, ti mette in difficoltà in ogni modo possibile e ti lascia bagnata come un tortellino abbandonato in un brodo freddo. L'emblema della tristezza. Ed in effetti è così che ci si sente durante la crisi millefoglie: tristi e spaventati in proporzioni variabili, come in un saliscendi stregato. A volte la paura è intrisa di una tristezza umida, altre volte è la tristezza ad essere resa ispida dall'incursione della paura, come se fosse fatta di lana grezza. In ogni caso, non è proprio la festa della cuccagna. Un'altra cosa che piace molto alla crisi millefoglie è giocare alla matematica: sottrae e addiziona come se avesse intenzione di diventare il Frankenstein del nuovo millennio. Ad esempio, ci lascia pieni e vuoti allo stesso tempo. Ci svuota come con un cucchiaio da gelato, creando dei vuoti rotondi, in cui si vedono ancora le forme di ciò che c'era prima. Sembrano quasi dei morsi perfettamente lisci. Stranamente però questo svuotarci come zucche ad Halloween non ci fa sentire più leggeri ma, al contrario, ci rende pesantissimi, perché ora si è pieni di sabbia, che si accumula soprattutto sulle gambe, spesse come capitelli romani, e nel petto, che assume le fattezze di un'armatura medievale in cui il cuore sbatacchia come una falena impazzita. Qua e là, in mezzo a tutta quella sabbia, ci sono anche degli spilli, che pungono mentre ci muoviamo, senza preavviso, quando meno ce lo si aspetta, mentre siamo dal fruttivendolo, ad esempio, o ad una festa in cui ci stiamo quasi divertendo. Proprio in quei momenti, mentre stiamo ridendo o ci stiamo guardando i piedi in attesa del nostro turno, ecco che lo spillo trova spazio nella sabbia e punge la pelle, rendendo tutto improvvisamente spaventoso e davvero troppo frastornante. 
Vorremmo correre via, ma mica è facile correre con 100 kg di sabbia in corpo. Non è proprio come aver mangiato una ciambella di troppo, ecco. Ma l'esperimento non finisce qui. La crisi millefoglie ci sottrae anche la volontà: vorremmo piangere ma non ne abbiamo voglia, parlare con qualcuno sarebbe davvero un toccasana ma non ne abbiamo voglia, distrarsi aiuterebbe non poco ma non ne abbiamo voglia, vorremmo urlare fuori tutto il dolore e la rabbia ma, di nuovo, non ne abbiamo proprio voglia. L'unica cosa che siamo in grado di fare è restarcene inerti come una sogliola sotto la sabbia fino a nuovo ordine, magari crogiolandoci in un po' di sana autocommiserazione di passaggio, ma comunque sprecando meno energie possibili. E questo perché siamo stanchi di una stanchezza tutta particolare, malaticcia, che ci fa il respiro da influenza, sapete, quel respiro che sembra avere una consistenza diversa, più solida, quasi gelatinosa. Il nostro però non è carico di germi, ma di tutte le lacrime che, a furia di sottrarci volontà, non riusciamo più a direzionare verso gli occhi, e che restano quindi intrappolate nella maglia dei nostri respiri gravi come l'espressione di un maggiordomo inglese. Siamo stanchi ma nel frattempo dobbiamo continuare ad andare avanti, lottare per non uscire in pigiama ogni mattina, affrontare gente paurosa, beccarci tutti i ganci del Serraglio in forma più che smagliante mentre a noi dondola anche l'ultimo dente rimastoci in bocca e abbiamo gli occhi così pesti che anche un panda s'impressionerebbe. Siamo stanchi perché ci dobbiamo difendere da tutto, dagli altri fuori, nel mondo, ma anche da noi stessi, e dalla consapevolezza, vecchia come le Dolomiti, che, per quanto possiamo dibatterci, per quanto potremo cambiare strada, muoverci come gamberi o fare le linguacce al mondo come Julius il cane, alla fine ci ritroveremo sempre lì, inchiodati al punto di partenza, davanti alla sfilata dei nostri impossibili. E allora, in quel momento, troviamo il comune denominatore di tutte le sensazioni che proviamo durante la crisi millefoglie: la sensazione di essere senza scampo. Inesorabilmente. E arrivati a quel punto, le cose di solito prendono una duplice piega: prima ci deprimiamo, perché è cosa buona e giusta e sicuramente da qualche parte è scritto anche nel manuale delle giovani marmotte, ma poi iniziamo a capire che per uscire dalla crisi non c'è bisogno di fare gesta eroiche alla Sailor Moon, che rischiava la morte ad ogni finale di stagione, ma è sufficiente un piccolo cambio di prospettiva. Un aggiustamento di sguardi. Non c'è bisogno di un titanico tentativo di trovare nuove parole per frantumare violentemente quella sensazione di essere senza scampo. Non è nella nostra indole e forse non avremo mai le forze per un cambiamento così drastico. Ma, in fondo, non è neanche necessario farlo. Basta uno scambio di lettere. Barattare una "o" per una "i", per esempio, e trasformare un terrificante "senza scampo" in un più accettabile "senza scampi". Perché senza crostacei, si può vivere tranquillamente, ma senza scampo l'esistenza diventa fastidiosamente opprimente, non credete? Ed è in questo modo che, piano piano, si esce dalla crisi millefoglie. Riconoscendo che la nostra è una vita che sicuramente ha i confini più stretti di altre, ma è ben lontana dall'essere piena di impossibili, e che i cambiamenti si sviluppano non frase per frase o parola per parola, ma una lettera alla volta. A colpi di "i" al posto delle "o". Barattando una vita senza scampo per una vita senza scampi.  

Duille





domenica 15 settembre 2019

Quando procrastinare è un'arte

Procrastinare. L'arte del rimandare fino a quando non è più possibile farlo, la scienza della segmentazione costante del tempo in granelli sempre più infinitesimali, la disciplina agonistica del resettare il timer ogni volta che si avvicina la fatidica scadenza, bestia sacra degli iniziatori di dieta, dei pigri, dei compilatori di buoni propositi, degli studenti universitari e, naturalmente, degli ansiosi. Tutti la conosciamo, tutti ce la portiamo dentro come il batterio del fuoco di Sant'Antonio che, si sa, finisce sempre col bussare alla porta nei momenti meno opportuni e senza neanche portare una conveniente bottiglia di vino. 
 La procrastinazione non è di certo prerogativa dell'ansia sociale e non sono neanche certa che tutti noi ansiosi la usiamo allo stesso modo, ma di sicuro la sottoscritta ne usa e abusa a piene mani, al punto che, se esistesse un suo equivalente del barattolo delle parolacce, a quest'ora avrei già potuto comprarmi una capannina alle Maldive, con quel giusto grado di modestia dato dalle mie umili origini. Dato che suppongo che la procrastinazione agisca per vie oscure e personalissime, lasciate che vi racconti come essa si declini nella mia nervosissima personcina. Prima di tutto, per me la procrastinazione è fortemente legata all'ansia, detta anche il buco nella ciambella della mia esistenza. Ansia e procrastinazione sono amiche per la pelle, tipo la pizza e l'ananas per gli americani, e in me diventa lo strumento supremo dell'autosabotaggio, proprio come la pizza hawaiana. Vorrei dire che la uso per evitare eventi spaventosi, ma questo significherebbe affermare che agisco su di lei una qualche forma di controllo, quando, diciamocelo, è molto più probabile che io riesca a convincere telepaticamente i piccioni a liberare i loro intestini sulle auto dei miei nemici piuttosto che controllare il piccolo sabotatore interno. No, direi piuttosto che lei si attiva quando ho paura di fare un qualcosa collocabile in un futuro dall'imminenza variabile e sempre in occasione di eventi da evitare assolutamente, anche a costo di dover espatriare sotto falso nome. In questo senso non so se dovrei considerarla, almeno nelle intenzioni, una sorta di salvavita Beghelli, un salvagente nel mezzo di un oceano senza neanche lo sputo di un atollo all'orizzonte, oppure la mazzata definitiva sui denti, stile bastone che si abbatte sul cucciolo di foca. Penso che in definitiva sia un mezzo con cui cerco di illudermi di poter evitare il problema che mi affligge senza prendermene davvero la responsabilità, proprio per la mancanza di controllo di cui sopra. Per me la procrastinazione gode di vita propria, come la ricrescita post epilazione: non la puoi evitare, non la puoi rallentare, puoi solo continuare a combatterla come si lotta per estirpare il male dai posseduti (the exorcist insegna). La mia procrastinazione poi, proprio perché è una veterana e ha molti anni di fidato (e non richiesto) servizio alle spalle, col tempo ha iniziato a diventare creativa, così da riuscire a svicolare meglio al mio già lasso controllo razionale. Il mio piccolo sabotatore interno quindi ha diversificato l'offerta, comprendendo:

1. uno starter pack, fatto delle classiche frasi standard tipo "lo faccio dopo", "finisco questo e vado", "stasera mi ci metto, giurin giurello", "cascasse il mondo, domani lo faccio" e svariate altre versioni del "perché fare oggi quello che potresti fare domani, soprattutto se quella cosa che devi affrontare te la fa fare nelle mutande peggio di un abbondante piatto di lenticchie in brodo?". Lo Starter pack mi si attiva di solito quando la Diabolica Scadenza è molto lontana o quando l'evento in questione non è per me di grande importanza, quindi probabilmente riuscirò ad evitarlo senza troppi sensi di colpa. Questo perché di solito è la forma di procrastinazione più facilmente rilevabile dalla mia coscienza, che io immagino sempre come dei Nasi che subodorano le palle che mi racconto da sola. Se dovessimo paragonarlo ad un odore, il pacchetto base saprebbe molto di gorgonzola. E si sa, la puzza di piedi è inconfondibile e impossibile da ignorare.

2. Bugie, in vasto assortimento e a diversi livelli di raffinatezza, che vanno dal non ho tempo, al sono stanca, lavoro troppo, sono molto impegnata, ci sono le pulizie da fare, i gatti da nutrire, l'aria da respirare, il senso della vita da cercare, fino a contorti ragionamenti scagionanti che si supporrebbero a prova di bomba. E non iniziamo neanche a parlare delle indulgenze papali che mi regalo quando ho affrontato altre situazioni ansiose durante la giornata e che mi permettono di giustificare la procrastinazione della scadenza al giorno dopo in nome del mio essere Giovanna D'Arco. Come si potrà intuire, la bugia è particolarmente conveniente perché, oltre a permettere di procrastinare, mi ammanta anche di un'aura di santità stakanovista, praticamente divento una mondina dei primi del Novecento. Di fatto, mi da' la scusa perfetta per mettere al tappeto i cani del senso di colpa già pronti a spolparmi viva. 

3. Le amnesie. Qui siamo già a livelli di creatività da Triennale di Venezia. Dato che nel corso degli anni i Nasi hanno iniziato a subodorare puzza di bruciato anche nelle bugie (ve lo dicevo che la mia coscienza è un po' lassa), la procrastinazione ha fatto un salto di qualità arrivando direttamente a farmi dimenticare le scadenze che mi spaventano, ripalesandole nella mia mente quando, per vari motivi, sono impossibilitata a portare a termine quelle azioni. Uno dei momenti più deliziosamente disturbanti è la ricomparsa del ricordo la sera tardi quando, già indossato il pigiama con le pecorelle e comodamente sistematami sotto le coltri, inizio ad abbioccarmi felicemente. A quel punto, in un lampo da fulmine a ciel sereno, mi ricordo di aver dimenticato di fare quella cosa, La Terribile Cosa che mi mette un'ansia assurda. Risultato? Sonno rovinato, ansia a pallettoni e cuore che tenta di sfondare il petto in stile cartone dei looney toones. Il mio futuro prossimo è costellato di occhiaie grandi quanto piccoli monolocali e irritabilità da gatto a cui hanno pestato la coda. 

4. Le somatizzazioni. Somatizzare significa trasferire sul piano fisico questioni che riguardano l'emotività: crampi allo stomaco, problemi intestinali vari, dermatiti, tachicardia e altri deliziosi flagelli fuori elenco sono tutti classici esempi in cui il corpo reagisce alla psiche. Quando è la procrastinazione ad avvalersi di questo meccanismo, si raggiungono però livelli da magia nera perché è la forma che agisce direttamente sul corpo e la percezione e che viene usata solo nelle situazioni di emergenza, cioè quando, evidentemente per intercessione divina, sono riuscita a superare tutte le precedenti tecniche di sabotaggio e mi ritrovo catapultata nell'imminenza della Terribile Cosa. A quel punto, maestro entra in azione. Innanzi tutto il tempo improvvisamente assume due velocità diverse: c'è il tempo accelerato nella mia mente, che corre come una volpe inseguita da altolocati cani britannici, e il tempo esterno, che continua a muoversi alla solita velocità. Il risultato è che mentre per me passa un secondo (quel secondo in cui io ragiono sul da farsi) fuori, nel mondo, di secondi ne sono passati cinque. L'obiettivo è quello di farmi perdere l'occasione e credo di costellare il tutto con la classica figura da cioccolataia. Lo sfasamento temporale si associa poi con l'atteggiamento da stoccafisso del corpo, che rifiuta di fare qualsiasi cosa che vada oltre al tenersi in vita. Fine di ogni comunicazione tra centro e periferia e marmorizzazione istantanea da attacco d'ansia. Sciopero dei mezzi fino a nuovo ordine. Silenzio siderale in ogni direzione. La tundra praticamente. Alla fine, in questo tipo di procrastinazione, il mondo, che non ha tempo da perdere con me, decide al posto mio, lasciandomi sola in mezzo ai rotolacampi a domandarmi cosa diavolo sia successo. E naturalmente, a piangere. Quello è un evergreen intramontabile che pepa le mie giornate dagli inizi del nuovo millennio. 

Questi sono le tecniche che la mia procrastinazione ha sviluppato nel corso di decenni di lotta armata e non oso immaginare quali incredibili altre meraviglie da incubo abbia in serbo per me in futuro.
Se per ognuno di noi la procrastinazione crea un campionario di tecniche pensate ad hoc per la nostra persona, penso di poter parlare con certezza nel dire che l'obiettivo sarà sempre quello di impedirci di prendere di petto la situazione, crogiolandoci piuttosto in una lenta agonia da verdura in cottura nella minestra che, sorprendentemente, troveremo essere comunque un'alternativa molto più valida e ragionevole alla folle idea di risolvere la questione una volta per tutte. In fondo, credo, ci si abitua a tutto, anche al vapore del bollito. 

Duille


domenica 21 luglio 2019

Sindrome dell'impostore

Qualche settimana fa ho rincontrato una vecchia compagna del liceo e siamo andate a cena insieme. Da brava ansiosa quale sono, non ho mancato l'opportunità di farmela sotto come una donna in attesa del suo turno per l'ecografia a vescica piena. In effetti questo incontro aveva tutti gli ingredienti necessari per terrorizzarmi a dovere, un po' come un film horror costruito su misura: io e questa compagna non ci vedevamo da più di 10 anni e, di solito, in questi casi ci si aspetta di trovarsi molto cambiati (si spera in meglio), con una vita ormai avviata, di avere un poderoso effetto nostalgia dei tempi d'oro dell'adolescenza e l'inevitabile spolvero dei vecchi album di ricordi per mettersi in pari. 
Che non sono esattamente cose che posso annoverare nel mio inventario personale. Prima di tutto, io continuo ad essere la solita ansiosa patologica di sempre, forse un po' migliorata, ma decisamente non ancora nella condizione di vantarsene. Secondo, la mia adolescenza è sicuramente materiale da dimenticare e terzo non ho nessun album dei ricordi da sfogliare in allegria osannando i bei tempi andati. E non iniziamo neanche a parlare della voce "vita avviata", che è meglio. Piuttosto, potevo vantare solchi lacrimali profondi come il canale di Suez e una collezione di diapositive incentrate su eventi a cui ero stata invitata ma a cui avevo rinunciato per restare in compagnia di Madre Gothel l'ansia. Insomma, mi trovavo in una situazione a dir poco spiacevole. La cena alla fine si è rivelata molto carina (come quasi sempre accade quando sono prossima ad infartuarmi dalla paura) ma quella familiare sensazione di essere seduta su un cactus provata tutta la sera, mi ha fatto riflettere. Cosa c'era di sbagliato in questa equazione? Volevo evitare di cadere nella solita risposta passepartout alla Billie Eilish ("I'm the anxious guy, duh!") e così sono andata un po' più a fondo, facendo la palombara interiore in caccia di vecchi relitti dell'anteguerra. Da questa immersione nelle profondità del mio triangolo delle Bermuda sono arrivata ad esumare un'idea, che ho ribattezzato, con la mia solita fantasia da plagio seriale, SINDROME DELL'IMPOSTORE. La sindrome dell'impostore declinata all'ansia sociale è una paura sottile, strisciante ma costante, di essere smascherati per quello che siamo, ovvero dei disadattati patologici che anche prima di ordinare un caffè al bar hanno bisogno della preparazione che fu necessaria agli alleati per organizzare lo sbarco in Normandia (per un esempio, vedi qui). Da qui, la sensazione di essere sempre seduti sul cactus di cui sopra. Potrete intuire da questa premessa che la nostra sindrome dell'impostore non fa sì che mentiamo allo scopo di essere diversi, noi non ci fingiamo fachiri su un letto di chiodi quando in realtà abbiamo la soglia del dolore di un uomo al primo colpo di ceretta, no, noi tendiamo piuttosto a schivare disperatamente gli argomenti che potrebbero stanarci, che poi sono quasi tutti quelli che si affrontano in una conversazione normale. Io definisco questo comportamento "anguillare". Noi, come le anguille, scivoliamo tra le conversazioni senza toccarne nessuna perché il nostro principale obiettivo non è quello di raccontarci, di quello non ce ne frega niente, tanto siamo convinti di avere la ricchezza esperienziale di un rombo impiattato. Quello che per noi assume l'urgenza di un trapianto di cuore è la necessità di nascondere la lettera scarlatta che abbiamo tatuata sulla fronte, quella A di Ansia che pesa su di noi come una palla da carcerato e che siamo convinti nessuno possa capire. 
Ci mascheriamo, anguilliamo e sudiamo freddo, accettando di restare in bilico su quel cactus pronto a pungerci le chiappe perché non vogliamo che ci scoprano difettosi, mancanti e, conseguentemente, che ci percepiscano come stramboidi da cui tenersi alla larga, da compatire o, peggio, da consigliare (male, di solito).Alla base di tutto c'è sempre la paura del Grande Mostro, il giudizio altrui, il timore che, se sputassimo questo rospo interiore, verremmo superficialmente liquidati sulla base dei nostri vuoti, senza considerare il fatto che intorno a quegli spazi ci sono tantissimi pieni, e saremmo ridotti ad essere solo quel rospo che gracida spacconamente sul tavolo, tra i piatti e i bicchieri, con tutto ciò che conseguentemente significa avere un anfibio bavoso e molliccio accanto al piattino del pane. E' proprio a causa di questo timore che, ad ogni conversazione, si crea l'effetto prestazionale di uno scambio di figurine davanti ai propri album, in cui si fa la conta dei "celo" e dei "manca", ma con una pistola puntata alla tempia. Una sorta di roulette russa versione figurine Panini. Celo, celo, manca, manca, manca, manca e, sì, manca anche quella. Certo, l'elefante nella cristalleria che nessuno vuole riconoscere è che ci ostiniamo a confrontare album diversi, che NOI siamo album diversi, ma questo gli altri non lo sanno e noi non vogliamo assolutamente che ne vengano a conoscenza, sempre per la questione "voglio essere un bambino vero" alla Pinocchio. Quindi sfruttiamo quelle poche figurine simili che graziano il nostro album della loro presenza e ne facciamo i pilastri della nostra fittizia identità "normale", infiocchettandoli di capitelli corinzi e bassorilievi su tutta la lunghezza, sperando che questo distragga dal fatto che queste bellissime colonne sono praticamente dei monoliti in mezzo ad un prato. Riassunto: Sindrome dell'impostore. Vorrei pensare che in buona parte, questa paura sia generata dal fatto che l'ansia sociale fa parte di quel novero di disturbi sfigati che non inducono la comprensione né la preoccupazione di nessuno, uno di quei problemi che nessuno conosce, approfondisce o capisce ma su cui tutti, stranamente, hanno un'opinione non richiesta. E forse in parte è proprio così, ma dato che non ho ancora tolto la tuta da palombaro, è giusto essere onesti fino in fondo e riconoscere che c'è anche un'altra ragione per la nostra sindrome dell'impostore ed è la nostra patologica tendenza all'Autosvalutazione (guarda caso, un'altra lettera scarlatta), l'abitudine a giudicarci spietatamente, al non darci mai tregua, a non abbonarci neanche un piccolissimo errore, a non consentirci di essere niente meno che perfetti. E se siamo così crudeli con noi stessi, come possiamo pensare che gli altri saranno più misericordiosi? La realtà di solito ci smentisce, ma è raro che noi diamo una possibilità alla realtà. Sarà sempre molto più pericoloso sputare un grassoccio rospo che sedersi su un cactus per un'intera serata. Le spine di un cactus si possono estrarre e curare. Una volta che il rospo è sul tavolo, invece, non si può più tornare indietro. E a quel punto, l'unica soluzione, si sa, è la legione straniera. 

Duille


domenica 12 maggio 2019

Into the war

Ci sono momenti in cui vivere con l'ansia sociale significa ritrovarsi in un contesto di guerra. L'ansia però è notoriamente perfezionista e non si limita a buttarci nel mezzo della mischia di una guerra qualsiasi. Niente brutte copie delle guerre puniche per noi, nessuna riedizione della guerra dei Cent'anni e nemmeno una rivisitazione in chiave moderna di qualche battaglia Pokemon particolarmente epica. Lei, creativamente sadica per natura, prende in prestito niente di meno che dalla Storia dei conflitti internazionali, pescando un po' di qua, tagliuzzando un po' di là, abbinando i colori e confezionando un bouquet nuovo fiammante che ha un non so che di funereo (vai a sapere perché). 
L'ansia quindi ci confeziona LA GUERRA, facendoci entrare di diritto nell'Olimpo di personaggi con conflitti pluriennali dedicati, come Elena di Troia, Ned Stark e il famosissimo Piero (che potrete trovare a riposare nel campo di grano). Grandi onorificenze di cui - mi sento di parlare a nome degli altri - avremmo tutti fatto volentieri a meno. Ma così è. A differenza dei colleghi succitati però, la nostra è una guerra invisibile, per cui non si canteranno ballate in stile Signore degli Anelli o si bruceranno ettari di foresta per narrarli. La guerra dell'ansia sociale nessuno la conosce, nessuno la comprende e, soprattutto, nessuno la considera tale. Siamo solo una manciata di persone un po' troppo fifone per essere normali. La nostra guerra però, anche se una guerra fatta di fantasmi, è comunque una guerra vera, che inizia con la chiamata alle armi, quando viene annunciato il Terribile Evento che, capirete dal nome, non avrà esattamente le stesse sfumature emotive di una gita a Disneyland. La chiamata alle armi ha più le sonorità esotiche della guerra in Vietnam, quando la roulette russa americana sorteggiava un anno di nascita che faceva vincere ai suoi "fortunati" portatori un viaggio di sola andata per l'inferno. Se i futuri soldati americani, da quel momento in poi, avevano negli occhi la morte, il sangue e le budella sparse un po' ovunque, noi ansiosi sociali veniamo invasi da scenari apocalittici fatti di pianti destrutturati come un piatto gourmet, pensieri snervanti quanto una zanzara notturna, sguardo disperato da malato terminale e giornate passate a camminare in un mondo diventato un campo minato, pregando tutti gli dei, noti e ignoti, in carica o pensionati, di aiutarci a non mettere i piedi in fallo. Il tutto con il corpo completamente elettrificato, come se dieci murene sguazzassero rabbiose nel nostro intestino o come se continuassimo a mettere le dita in tutte le prese di corrente che ci capitassero sotto al naso. In una parola, la chiamata alle armi ci getta nel Disturbo Pre-traumatico da stress. E da allora sono dolori, perché finché il Terribile Evento non sarà passato, annullato o noi avremo trovato la scusa a prova di bomba per schivarlo, l'ansia ci farà vedere i famigerati sorci verdi. Caschetto in testa, anfibi ai piedi, tuta mimetica che fa pandant con il nostro colorito itterico sfoggiato per l'occasione, veniamo catapultati indietro nel tempo, scomodando un'altra famosa guerra, forse una delle più note, tanto da avere l'altisonante nome di Prima Guerra Mondiale, e in men che non si dica ci troviamo in trincea per affrontare il difficile momento dell'Attesa, ovvero i giorni che separano la chiamata alle armi (aka, l'annuncio che il Terribile Evento s'ha da fa') e l'assalto (ma lì ci arriviamo dopo). 
L'Attesa ha il sapore degli umidi inverni europei, del fango molliccio sotto le suole, della puzza di polvere da sparo, del silenzio vigile, dei tentativi di mantenere una quotidianità che finisce coll'avere la consistenza del pane vecchio di giorni. Continuiamo a vivere, giorno dopo giorno, ma sui gomiti, pancia a terra, testa china per schivare i sibili dei proiettili, attendendo l'arrivo di qualche sparata della nostra ansia che dovremo combattere con il solo ausilio di un fucile di cui abbiamo perso le istruzioni per l'uso, di una lettera dalla persona cara a proteggerci il cuore e di una piccola riserva di buona sorte (che, in tempi di guerra, si sa, scarseggia). L'Attesa è una guerra di posizione che sfilaccia i nervi, che ci getta nel panico e ci svuota come lumache sotto l'impietoso assalto del cucchiaio. Da fuori non si vedrà niente, se non forse una minore energia, un'ombra più spessa sulle occhiaie, un occhio che si rifugia nell'orbita dandoci un aspetto Burtoniano che potrebbe anche ammaliare qualche groupie degli zombie (della serie, non tutti i mali vengono per nuocere). Dentro però, friggiamo sulla sedia elettrica, intrappolati in quella buca di terra che è rifugio e allo stesso tempo prigione. Dentro, ci logoriamo, nell'Attesa. Spesso, durante queste giornate, cerchiamo strategie per gestire il male di vivere che ci strozza come una flatulenza canina. Alcuni di noi si aggrappano a piccoli oggetti come fossero amuleti protettivi: collanine fortunate, portachiavi, piccole cianfrusaglie pelose capaci di rassicurarci, anche se per una frazione di secondo. E' come se avessimo bisogno di sentire la consistenza dei materiali sotto le dita, come se necessitassimo di un legame con la realtà quando ci sentiamo evaporare nell'immaterialità solida di un brutto sogno. Altre volte ci stordiamo, proprio come dei tossici, per far tacere per un paio d'ore quel rumore intorno a noi: ci spariamo film uno dietro l'altro come fossero cucchiaini di Nutella, ci ingozziamo di serie tv (eccomi), facciamo splendere la casa come neanche Bree Van De Kamp avrebbe saputo fare, ci ammazziamo di lavoro, sport, hobbies, impegni, commissioni, studio, litigi e condiamo tutto con una bella carrellata di titoli di coda insonni in compagnia della tv. (Piccola parentesi: io sono tra i pochi fortunati che, anche se stesse cascando il mondo, ad una certa fa subentrare il turno di notte e il custode corporeo spegne le luci e manda a letti i bambini come la più efficace delle tate. Ve lo dico così, giusto perché possiate rosicare un po'). 
Alla fine però, comunque agiamo, ovunque ci nascondiamo, qualunque azione stancamuscoli possiamo fare, ci ritroveremo sempre lì, nella trincea dell'Attesa, ad aspettare il momento in cui verrà urlata la carica, in pieno stile Napoleonico, e, baionette in mano e sgargianti divise rosse che ci rendono perfettamente visibili al nemico, ci slanceremo dalle retrovie, supereremo le linee difensive, ci fionderemo come mucche impazzite nella no man's land, scavalcheremo i cadaveri di chi ci ha provato prima di noi, e correremo incontro alla morte mentre tutto il nostro corpo farà di tutto per trattenerci, ci peserà addosso come un sacco di pulci su un pastore maremmano, si condenserà alla base dei piedi per rallentarci, ci darà delle taglie in più di scarpe che ci faranno inciampare, ma noi dovremo correre, correre incontro al pericolo, perché è l'unica cosa da fare, dannazione, o la va o la spacca, si deve andare, ci si deve schiantare contro il muro di corpi di fronte a noi, perché è quella la strada giusta, paradossale, certo, terrificante, sicuro, ma giusta come se fosse il tom tom stesso ad indicarcela. "Tra trecento metri, schiantarsi a sinistra". E poi, superato lo scoglio nemico, ci si ritroverà dall'altra parte, stropicciati come fazzoletti tra le mani di un adolescente tormentato, con qualche osso rotto, la dignità acciaccata e una città interiore squassata dai bombardamenti e tutta da ricostruire, ma saremo sopravvissuti all'Assalto. Vivi. Miracolosamente. Stanchi come se avessimo circumnavigato il globo in monopattino, ma vivi. Sparpagliati sul terreno come pezzi di un puzzle, ma un puzzle a cui non manca neanche un pezzo. Anzi, a ben vedere, ce ne potrebbe essere anche qualcuno in più, un pezzo jolly che brilla tra gli altri, come una medaglia al valore o il biglietto dorato di Willy Wonka. Saremo ufficialmente sopravvissuti al Terribile Evento (che poi si rivela immancabilmente non così terribile) e probabilmente ci aspetteranno ancora giorni di rimorsi e di rimproveri da smaltire come una brutta influenza, ma di certo siamo e saremo ancora in piedi, alla faccia di chi non credeva in noi. Alla faccia nostra. 

Duille



domenica 3 marzo 2019

Essere un ornitorinco

Sono sempre stata attratta dal concetto di ossimoro: l'accostamento, nella stessa frase, di parole che esprimono concetti opposti, come "lucida follia", "sprofondare verso l'alto", "birra analcolica" o "hamburger vegano". Gli ossimori fanno risaltare le parole, le fanno emergere come sottomarini tedeschi della Seconda Guerra Mondiale davanti alla spiaggia di Rimini in un agosto del 2018. Non puoi non notarle. 
Forse mi piacciono così tanto perché a mia volta mi sono sempre sentita ossimorica, ma non in un modo elegante e poetico come i veri ossimori, ma più in un modo alla dottor Jeckyll e Mr. Hyde, senza la parte all'arancia meccanica, ovviamente. Io, ad esempio, sono una persona fondamentalmente timida, come un coniglio uscito di malavoglia dal cappello, ma allo stesso tempo sono combattiva come un granchio a cui hanno fatto girare le chele, sono riservata come un politico davanti ad un giornalista ma con sogni da pop star di un teen drama. Mi imbarazza essere notata ma mi piace vestirmi con abiti dai colori impossibili e dalle inclinazioni romanticamente vintage e possibilmente fantasy. Un controsenso ambulante, insomma. Mi sono sempre sentita doppia, ma non come le figurine dei calciatori. Il mio doppio non ha mai avuto niente di gemellare ma era più come cercare di far coesistere nello stesso acquario dei pesci d'acqua salata e dei gamberi di fiume. C'entravano come i proverbiali cavoli a merenda. Con il tempo mi sono fatta l'idea che fosse tutta colpa dell'ansia sociale, che era lei a compormi di parti opposte che sembravano c'entrare tra loro come un attivista vegano ed il cacciatore Van Pelt di Jumanji. Credevo di essere come quegli edifici in ristrutturazione, completamente annegati dietro impalcature di acciaio che lasciano solo intuire le forme e che nascondono le decorazioni pittoriche intorno alle finestre ed i bassorilievi dei sottotetti. Io ero quella dietro l'impalcatura, che allungava il collo per avere una visuale migliore e che ogni tanto stendeva un braccio stracarico di braccialetti per guardarli luccicare al sole. Io ero quei braccialetti. In parte sono ancora convinta di ciò, perché quando si è così strettamente intrecciati ad un sintomo, come può essere quello dell'ansia, diventa difficile capire cosa ci appartenga davvero e cosa invece sia farina della sua saccoccia angosciata. Per anni ho cercato di leggere le mie etichette e capire cosa fosse made in Duille e cosa fosse prodotto nelle piantagioni ansiogene del mio personale Delta del Mississippi. Ma presto ho capito che, più che Spiderman e Venom, io ero più simile ad Yu e Creamy. Non si trattava di eliminare un alieno venuto dal cosmo con difficoltà a comprendere il concetto di spazio personale, ma di fare i conti con la doppia versione di me stessa, la cantante desiderosa della fama e la ragazzina un po' impacciata che non si filava nessuno (a parte Midori, naturalmente). La mia raccolta differenziata interiore puntava a separare parti che mi appartenevano entrambe, anche se un entrambe fatto di opposti che si scontrano tra loro come due atomi dentro l'acceleratore di particelle del Cern o come gatti rabbiosi che si soffiano e si mandano inequivocabili minacce di morte passandosi un dito artigliato lungo il collo. 
La mia ansia non è arrivata dallo spazio, né mi è stata iniettata come il virus G di Resident Evil 2, ma è figlia mia, anche se sicuramente uno di quei figli che metti al mondo e che poi, giunti all'adolescenza, non riconosci più perché "non sono questi i valori che gli avevi insegnato". Capite bene che la situazione si fa abbastanza inquietante se consideriamo che quei due felini che si strappano i peli di dosso sono entrambi partoriti dalla stessa mente. Davvero per niente preoccupante. Compresa questa scioccante verità, la domanda si è fatta ancora più stringente: se sono entrambi gli opposti, io cosa sono? "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è" diceva l'oca di Balto. E neanche io so bene se sono cane o lupo, pur avendo fatto la mappatura completa del mio pelo irsuto. Perché qui non si parla di conoscersi poco o superficialmente, ma di un'irriducibile contrapposizione da malattia autoimmune, in cui, nel tentativo di proteggersi, si finisce col farsi fuori da soli. Significa essere bianco e nero ma non in un modo inclusivo alla Amnesty International, ma più alla figli di immigrati di seconda generazione che, pur essendo nati, cresciuti e pasciuti nel nostro paese, sono persi tra due identità e appartenenze culturali che non sembrano mai calzare loro perfettamente, pur appartenendogli entrambe. Ma se sono entrambe, se sono il bianco e il nero, il vegano e il Van Pelt, allora cosa sono? Cosa dovrei inserire nel mio biglietto da visita esistenziale? "Indecisa cronica"? "Eterno Work in Progress"? O magari un più onesto "Fate voi"? A volte però mi chiedo, date le premesse, se abbia davvero senso continuare a chiedersi se sono formaggio stagionato o crescenza o se preferisco i gatti o i cani. Ha senso cercare di scegliere tra Sé e Sé? Non diventa una specie di scelta di Sophie? Forse, proprio come un ossimoro, anche noi, che siamo divisi tra lo yin e lo yang, splendiamo proprio nell'opposizione che ci confonde tanto, come un mosaico a contrasto o un quadro di Caravaggio che punta tutto sul gioco di luci ed ombre. Forse siamo qualcosa di improbabile che ha perfettamente senso, come una banana flambé o un disegno di Escher. Forse siamo ornitorinchi. E allora non ha senso continuare a domandarci se siamo mammiferi o pennuti perché siamo entrambe le cose o magari qualcosa che non ha ancora un nome. Un ossimoro, appunto. E allora saremo timidamente estroversi, teatranti invisibili, cinici ottimisti, comici spaventati guerrieri, come direbbe Benni, sognatori con i piedi per terra, esibizionisti sotto copertura, ballerini sordi. Ornitorinchi, appunto. Di conseguenza, la domanda cambierà e inizieremo a chiederci che verso faccia l'ornitorinco. Ma questa sarà tutta un'altra storia.
Duille



domenica 13 gennaio 2019

Se telefonando io potessi non infartuarmi ti chiamerei

Ci sono suoni che terrorizzano e che trasformano subitaneamente nella gelatina verde sul cucchiaio di Lex in Jurassic Park. Ognuno ha il suo, che sia l'abbaiare furioso di un cane o lo sfarfallio inquietante e sinistro di una cimice ancora non individuata nella stanza. A volte si tratta di suoni dalla comprovata e condivisa spaventosità, come una forte esplosione, un urlo raggelante nel cuore della notte o quei maledetti petardi lanciati da incauti preadolescenti a cui vorresti poi staccare arti e testa (che, tanto, è evidentemente inutilizzata). 
Altre volte invece, questi suoni sono Hill Houses personali, case infestate che solo pochi eletti possono davvero percepire e comprendere e che, per la maggior parte delle persone, sono solo espressione di menti un po' troppo impressionabili. Noi ansiosi sociali amiamo trattarci bene e abbiamo due suoni della cripta che, in linea di massima, ci producono uno stato di disagio di gravità variabile (dal tenderci semplicemente come corde di violino fino al desiderio smodato di seguire l'esempio di Van Gogh e staccarci le orecchie): il primo, di cui parleremo oggi, è lo squillo del telefono. Il secondo, come direbbe Papà Castoro, è storia per un'altra volta. Dunque, il telefono. Lo squillo del telefono per noi ansiosi sociali è qualcosa di terrificante, capace di scombussolarci al punto da sospettare di essere diventati dei quadri cubisti picassiani. I danni inferti da quel primo squillo mortale si sviluppano su più fronti e i più attenti di voi avranno già capito che l'eruzione vulcanica investirà, con le sue ceneri e lapilli, tanto il fisico come la psiche. Dal punto di vista fisico si potrà assistere ad uno spettacolo circense di occhi fuori dalle orbite, cuore martellante dai virtuosismi heavy metal, guance incendiate delle tonalità di aragoste cotte, sudorazione alla Pumba ("ma dopo ogni pranzo lui puzzava di più, tutti quanti svenivano e cadevano giù") e tutto il corpo irrigidito come se fosse stato inzuppato nell'amido ma comunque pronto ad una fuga precipitosa. Dal punto di vista psicologico, il telefono squillante rivela avere per noi la stessa carica batterica di un bambino urlante, ci impanica come la piccola Verdun durante il cambio del pannolino e ha la stessa portata mortale di una pistola puntata alla tempia durante il gioco della roulette russa. Ma, più semplicemente, possiamo paragonarne l'effetto psicologico a quello di una sirena che annuncia l'imminenza di un bombardamento aereo. Solo che, invece del consueto "si salvi chi può", a noi viene chiesto di restare dove siamo e continuare a conversare come se nulla stesse accadendo, cioè come se non stessimo per diventare carne grigliata. Un po' illogico, non vi pare? E spesso, molto più spesso di quanto non vorremmo, ci viene pure chiesto l'apoteosi dell'insensatezza, roba che farebbe impallidire anche Maccio Capatonda in persona: rispondere al telefono. In quel momento, la situazione diventa critica perché il nostro corpo si oppone strenuamente a quello che considera essere un vero atto suicidario. Il braccio si finge morto come un opossum nel deserto, le vie neurali improvvisano uno sciopero che paralizza tutte le arterie comunicative e la parte razionale del nostro cervello apre delle trattative che già sa saranno difficili. 
Da un lato, quindi, la parte razionale tenta di mostrare l'assurdità della situazione, dall'altra i sindacati neuro-muscolari si ribellano alla dittatura logica in nome del sacrosanto diritto al panico e all'autoconservazione. Il muscolo cardiaco, d'altronde, ha parlato: quando c'è la tachicardia si attivano i protocolli di emergenza, ovvero fuga scomposta verso nuove galassie con lascito di nuvoletta di fumo o sagoma del nostro corpo contro la parete sfondata. Tutto ciò accade, di solito, mentre la cornetta continua ad urlare iraconda, riempiendoci le orecchie della sua furente disapprovazione. Il cervello razionale sa di avere poco tempo e una credibilità da difendere e, di solito, dopo una fiacca quanto inutile strategia diplomatica, finisce col chiamare la cavalleria in tenuta antisommossa. Se le premesse sono le stesse ogni volta (o quasi), i risultati di questa manovra militare possono portare a due esiti, a seconda della gravità della nostra ansia: la resa popolare con il sollevamento della cornetta oppure una riproduzione in scala delle Cinque giornate di Milano, che lasceranno morti, ammaccature e stanchezza, ma anche la vittoria contro il demoniaco telefono. Come si potrà capire, quindi, rispondere al telefono per noi è come chiedere di strapparci un braccio a morsi, o una versione personalizzata di un episodio di Saw - L'enigmista. E la cosa peggiore è che siamo continuamente circondati da questi infernali strumenti strombazzanti che esigono presuntuosamente la nostra attenzione e che, ad ogni squillo, ci fanno sentire sempre più in trappola, sempre più con le spalle al muro. Un aguzzino sempre in tasca verso cui non riusciamo neanche a sviluppare la sindrome di Stoccolma. A questo punto, la domanda emerge, conseguente come una bolla d'aria nello stagno dopo il passaggio di un ranocchio o, meno poeticamente, come un bel rutto dopo una poderosa mangiata: cosa ci spaventa tanto? Ci sono due elementi problematici del rispondere al telefono: da un lato l'ignoto, l'imprevedibilità della situazione, a partire dal mistero della voce che risponderà al nostro "pronto". Questo primo problema ci impedisce di attivare qualsiasi meccanismo difensivo da noi abitualmente usato: non possiamo pianificare la risposta o prepararci alle possibili direzioni che prenderà la conversazione, né possiamo richiuderci nella nostra conchiglia di invisibilità da Wallflower. Siamo indifesi come gli alieni della Guerra dei Mondi all'arrivo dei virus, insomma. E sappiamo tutti come sono finiti. Il secondo elemento problematico è l'immediatezza della risposta insita nella natura stessa del dispositivo, che ci impedisce di avere il benché minimo controllo su quello che diremo, dato che sarà indispensabile una certa spontaneità ed improvvisazione, tutte cose in cui noi ci sentiamo capaci quanto un lamantino alle prese con un apriscatole manuale. Se quindi per gli altri rispondere al telefono è solo un gesto, per noi è un'interrogazione a sorpresa alla lavagna su un argomento che non abbiamo studiato. E questo vale esattamente allo stesso modo sia che siamo costretti a rispondere al telefono che nel caso in cui dobbiamo fare la telefonata. L'ansia può poi estendersi anche al citofono, al campanello, al messaggio istantaneo e, nei casi di ansia grave, anche alle mail, soprattutto quelle formali. La situazione poi peggiora drasticamente quando questo mini colpo apoplettico si sviluppa in un contesto allargato, come quello lavorativo, dato che, oltre alle paure sopra citate, si aggiungerà anche l'ansia causata dal bisogno di nascondere la propria fragilità e l'autoimposizione (perché non si può parlare di esigenza, ma di obbligo) di fornire una prestazione perfetta. Capite bene che il rischio di sovraccarico cognitivo è praticamente scontato ed infatti dopo pagheremo pegno, quando passeremo tutto il pomeriggio a letto con addosso la stanchezza di un raccoglitore di pomodori africano e l'angosciosa immagine di un futuro arricciato su se stesso. In realtà, fortunatamente per noi, le cose non sono così drammatiche come vorremmo credere: il tempo, la terapia e la pratica portano consiglio e rendono sempre più semplice affrontare il terribile strumento comunicativo. Gradualmente, telefonare al migliore amico non sarà più paragonabile a strapparsi i denti con una pinza arrugginita e il citofono sembrerà sempre meno il libro Mostro dei Mostri di Harry Potter. Ci vorrà pazienza, ci vorrà coraggio, ci vorrà speranza. Ma stranamente, di quella, ne abbiamo a pacchi. 

Duille




domenica 4 novembre 2018

Fuori sincrono

 Immaginate un coro pronto ad iniziare la sua performance canora. I cantanti sono tutti lì, ordinatamente in schiera come birilli pronti a ricevere uno strike, nei loro abiti fotocopia e negli sguardi impassibili da monaci tibetani, in attesa del segnale di partenza dato dal direttore d'orchestra. E quando il via arriva, ogni componente prende fiato nello stesso momento, come se ciascuno fosse una cellula dello stesso polmone, e in un secondo, esplode la voce, nella più perfetta sincronia. 
Immaginate adesso che in quel flusso sonoro calcolato al millisecondo, tutto diapason e metronomo, si senta un ritardo o un'anticipazione, magari impercettibile ai non addetti ai lavori, ma rumorosa come un pescivendolo in biblioteca per i compagni canori. Un fuori sincrono ben riconoscibile che presto porterà le teste ordinate dei cantanti a voltarsi verso una direzione precisa. Che guarda caso, è la nostra. Vi lascio immaginare la conseguente quanto scontata vergogna, l'imbarazzo e il desiderio disperato di trasformarsi in struzzo (sia per la folkloristica questione "testa nella sabbia" sia per la più scientifica dote da velocista dei suddetti pennuti tutto gambe). Questa è, in sostanza, la sensazione che vive tutti i giorni un ansioso sociale. Senza la parte del coro, naturalmente. Noi ansiosi ci sentiamo perennemente fuori sincrono, leggermente indietro o in avanti rispetto alle lancette interiori delle altre persone, come se fossimo immersi a bagnomaria in un fuso orario diverso. Siamo come una videochiamata su Skype afflitta da un irrisolvibile ritardo, per cui a battuta o domanda seguono secondi di imbarazzante sospensione, con sorrisi incerti che galleggiano nell'etere e microperle di sudore che ammazzano il tempo giocando a partita di Zuma sulla fronte, fino al momento in cui misericordiosamente arriva la risposta o la risata, frantumando il nervosismo ed il silenzio. Ma, in pratica, cosa significa essere fuori sincrono? Diciamo che l'ansioso sociale è afflitto da due piani di asincronia, uno macroscopico, che chiameremo Rivoluzione, per omaggiare Mamma Terra, ed uno microscopico, che, indovinate un po', chiameremo Rotazione (dieci punti a Grifondoro per chi ha indovinato). La Rivoluzione riguarda il nostro ciclo vitale da bruco, la nostra crescita verso una possibile trasformazione in farfalla cavolaia (perché aspirare a diventare delle Vanesse sarebbe come chiedere ad una mucca di farsi spuntare le ali). Qui lo sfalsamento temporale si manifesta nel fare le cose in tempi diversi,  spesso più lentamente, nel raggiugere il traguardo quando le luci sono già spente e tutti se ne sono andati e nell'arrivare a consapevolezze cosmiche che per gli altri sono già storia vecchia. In sostanza, significa essere sempre in ritardo, come il Bianconiglio. Se la Rivoluzione però spesso ci accoglie più preparati al nostro destino da roditore, la Rotazione è sovente uno schiaffo in faccia di consapevolezza non gradita, perché riguarda il piano delle interazioni sociali e quotidiane, causa dei nostri più grandi pianti autocommiseranti. 
Qui essere asincronico significa arrivare in anticipo o in ritardo al proprio turno di parola, sovrapporsi all'altro nel parlare, non capirsi mai al volo, non avere la prontezza di offrire il compassionevole salvagente della risata di cortesia davanti a battute incomprensibili come un cubo di Rubik o palesemente brutte come un centrotavola a forma di caciocavallo. Significa anche non riuscire a fare gruppo nei momenti goliardici e faticare a trovare uno spazio di silenzio in cui infilare una frase faticosamente pescata nel fondo di un cassetto della nostra mente e che, per qualche motivo, ci sembra adeguata alla situazione. Insomma, non riusciamo mai a fare parte di qualcosa più grande di noi, non riusciamo ad essere uno dei pastelli nel set di matite o l'ingranaggio all'interno di un meccanismo. Si resta a margine, come una parola scritta sul bordo di una pagina e che si perde di vista. E alla fine, un po' per necessità, un po' per ridurre l'imbarazzo di tutti, finiamo col rimanere in silenzio e limitarci ad occupare quello spazio di confine tra il tempo degli altri e il nostro al quale sembriamo essere condannati. E' un po' come cercare di inserire una pagina nuova tra due pagine contigue dello stesso capitolo: è faticoso, richiede moltissimo impegno e non sempre è possibile, tanto che ci si potrebbe chiedere se valga davvero la pena perdere minuti preziosi e neuroni indispensabili per inserire quella pagina che, in fondo, è anche un po' strana e altera tutto l'equilibrio del capitolo. E' questa una delle cose che personalmente trovo più faticose dell'essere fuori sincrono: quella patina di stranezza incomprensibile che vediamo attribuitaci dall'occhio del nostro interlocutore, quello sguardo dubbioso e perplesso che leggeremo sempre negli occhi degli altri all'ennesima volta in cui mancheremo il colpo, salteremo la battuta, resteremo muti invece di avere la reazione attesa, fraintenderemo il comando o risponderemo troppo tardi all'esortazione. Qualcosa non quadra, se ne rendono conto anche loro, e non capiscono cosa sia: siamo lenti di comprendonio, goffi come pinguini sugli scogli, eremiti a cui è stato concesso un giorno di permesso o siamo semplicemente incompatibili? Alla fine, di solito, le persone decidono che a loro, in fondo, non importa sapere se siamo impacciati come un bambino a cui hanno annodato tra di loro i lacci delle scarpe o se siamo alieni venuti da un altro pianeta e vestiti con un Edgarabito. La verità è che non sono abbastanza in confidenza con noi e, d'altro canto, non siamo neanche così interessanti da stuzzicare la loro curiosità, così alla fine ci lasciano nel nostro margine, ad un passo dall'entrare in un insieme del diagramma di Eulero Venn ma sempre con quella caratteristica X che ci lascia fuori. E sia chiaro, non c'è niente da rimproverare o condannare in questo comportamento perché sarebbe come giudicare un ascoltatore perché preferisce la musica tonale a quella dodecafonica di Schonberg che, diciamoci la verità, sarà anche famosa ma è ascoltabile quanto un violino stonato sparato a tutto volume. 
E' più facile e più rilassante stare con le persone simili a sé, piuttosto che faticare, magari per nulla, dietro a persone comprensibili come un puzzle smontato che, una volta ricomposto, potrebbe rivelarsi solo una rappresentazione di natura morta. Vale la pena rischiare, quando neanche le premesse sembrano giocare a nostro favore? In fondo, è una domanda legittima. Una volta capito cosa significhi essere fuori sincrono e aver affrontato il dilemma morale dell'interlocutore, resta una sola domanda da porsi, la domanda del giornalista d'assalto e del Poirot più navigato: perché siamo così caparbiamente fuori sincrono? La risposta a cui sono arrivata io, nell'infinita saggezza di anni di rimuginii è che, alla base di tutto, ci sia sempre lei, la nostra Voldemort personale: l'ansia. E' lei a farci tentennare, aspettare, soppesare per la milionesima volta i pro e i contro e, in sostanza, a farci accumulare secondi e minuti in un'immobilità da Pensatore di Rodin in ciccia e nevrosi. Valutiamo il valutato, e poi il valutato del valutato, e così facendo perdiamo tempo, rallentiamo le tappe e ci perdiamo nei bicchieri d'acqua, nel tentativo di controllare i nostri bisonti emotivi, di nascondere il disagio e l'insicurezza, in una parola, nel tentativo di essere perfetti. Ma in fondo, mi dico, se Schonberg è finito ad essere osannato nei libri di storia della musica per aver creato una tecnica strumentale piacevole come il pianto di un gatto alle tre del mattino, forse anche noi, più che fuori sincrono, siamo avanguardisti in attesa di essere scoperti. O forse dobbiamo solo darci una calmata e smettere di farci ispirare dagli spot della Nike per costruire i nostri obiettivi di vita. Basta quindi esigere l'impossibile ed iniziare ad accettare una buona volta che l'imperfezione è forse l'unica cosa che davvero ci rende uguali agli altri e che ci permetterà, una volta per tutte, di coronare un sogno ed entrare in uno degli insiemi di quel dannato diagramma di Eulero Venn. 

Duille


domenica 23 settembre 2018

Doppi standard ovvero la sindrome della cornetta occupata

Con l'ansia sociale esistono due pesi e due misure per ogni cosa, un concetto che si può riassumere nell'ormai stantia dicotomia tu-altri: c'è quello che fai tu e quello che fanno gli altri. E naturalmente tutta una mole di aggettivi che vi gravitano intorno come satelliti circumnaviganti un pianeta. Tutto ciò che fanno gli altri è in buona misura costellato di caratteristiche positive, come lucciole intorno ad un fiore notturno. 
Tutto ciò che fai tu, ansioso sociale, invece è più simile ad una riunione condominiale di mosche intorno ad una mela. Certo, sempre di insetti si tratta, ma non c'è bisogno che vi spieghi io la differenza. Diciamo solo che le lucciole ispirano poesie romantiche mentre le mosche ispirano solo modi sempre più efficaci per stecchirle. La situazione in realtà è semplice come una scarpa con gli strappi: siamo afflitti dai doppi standard. E non mi riferisco ai doppi standard culturali, di genere o etnici. Sto parlando del doppio standard che è arrivato installato nel nostro sistema operativo, simile ad un grosso, grasso bug, tanto per restare in tema entomologico. Un bug che ci si deve essere piazzato da qualche parte nel cervello, scalzando quella porzione spugnosa di sostanza grigia che codificava le informazioni inerenti l'autostima. Perché sì, come ogni doppio standard che si rispetti, la dicotomia tu-altri fa sì che il tu in questione, ovvero l'ansioso sociale di turno, esca sempre violentemente perdente da ogni qualsivoglia valutazione. Bocciato in partenza per pessimo pedigree. Così, ad esempio, il discorso degli altri sembra avere la caratura della celebre oratoria di Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington, anche se il suddetto fraseggio riguarda l'opinione sull'ultima pubblicità della Muller. Se lo stesso discorso lo fai tu, ansioso sociale, più che un'oratoria sembra che ti stia uscendo dalla bocca un'orata, stecchita e di tre kili, con l'occhio sporgente, la bocca aperta in uno stupore ormai perpetuo ed il vago aroma del proverbio che ogni esponente ittico sembra portarsi dietro come un bagaglio. Se la voce degli altri è vellutata, floreale, calda come una tazza di caffè o calma come quella di un erborista, la tua voce pubblica ha le strane fattezze dell'entusiasmo del macaco o la nasalità dell'allergico cronico immerso fino alla cintola in un campo primaverile. Se gli altri fanno una gaffe, si tratta di piccoli errori che li rendono teneri come orsetti del cuore. Se la stessa gaffe la fai tu, ansioso, sei automaticamente una versione più alta e meno pieduta (ma ugualmente colpevole) di Pipino dopo aver fatto cadere l'armatura nel pozzo di Moria, causando l'inevitabile arrivo di orde di orchetti, la disperata corsa (con tanto di bestemmie) dei tuoi compagni verso l'uscita più vicina e l'epico quanto non desiderato exit di Gandalf che, subodorando il poco tempo che gli restava, ti aveva preventivamente lanciato una sassaiola di insulti che avrebbe fatto impallidire anche Vittorio Sgarbi. Ogni argomentazione altrui sembra brillantemente sostenuta e giustificata, ogni opinione è densa di sostanza e ricca di spunti di riflessioni. Ogni tua argomentazione, invece, ti avvicina sempre di più ad un Teletubbies ad un convegno di astrofisica.
"Dottoressa, cosa ne pensa delle recenti teorie sul tempo che rimetterebbero in discussione la teoria della relatività di Einstein?"
"Tinky-Winky, oooooh!"
Ecco, una cosa del genere.
Insomma, il doppio standard ci consuma come una sigaretta accesa, rendendoci insicuri, indecisi e propendenti al rassicurante immobilismo della colonna dorica, che se è rimasta in piedi dall'epoca dei greci fino ad adesso vuol dire che la sa sufficientemente lunga da essere assunta come life coach personale. In fondo sappiamo già che ogni nostro passo, ogni sillaba, ogni gesto verrà notato, additato, deriso e criticato sadicamente dal nostro Serraglio interiore.
C'è poco da fare: gli altri hanno il VIP pass per l'ingresso alla festa, il biglietto dorato per visitare la fabbrica di Willy Wonka, mentre tu sei solo il ragazzino con la bocca sporca di cioccolata che ha speso tutti i suoi risparmi per ritrovarsi con qualche chilo di troppo addosso e una carie agguerrita nel molare destro. E a questo punto, con un bug congenito nel software e una sfilza di gratta e vinci pieni di "lascia perdere, tanto non ce la farai mai", c'è solo una cosa sensata che si possa fare, per aggirare (ma non spezzare) la dicotomia tu-altri: prendere appunti. Ed è quello che facciamo, ve lo giuro, con lo zelo di uno scolaro particolarmente secchione o dell'etologo sdraiato per ore su una collinetta sabbiosa ad osservare i suricata. Studiamo, guardiamo, registriamo ogni mossa spontanea, ogni parola ed intonazione della voce altrui, ogni più piccolo ed insignificante argomento di conversazione, compresi quelli da ascensore, e poi copiamo le movenze, ricicliamo i temi per le chiacchiere da salotto, impariamo a fare domande, imitiamo il modo in cui gli altri collocano geograficamente le braccia e le mani durante le interazioni. Costruiamo un personaggio che sia il più vicino possibile alla nostra versione di noi stessi e che ci permetta di mimetizzarci come camaleonti in questa realtà di laureati in public relations, nella speranza che anche il Serraglio resti soddisfatto. Certo, il rischio di smascheramento è altissimo e questo significherà una percentuale di stress e paranoia variabile, ma alla lunga, se tutto va bene, interiorizzeremo un po' di quelle procedure e ridurremo i tempi di depressurizzazione in cui dovremo togliere il nostro Edgar-abito e lasciar respirare i pori.
In definitiva, però, se si guarda attentamente, si noterà che questa faccenda dei doppi standard nasconde, e neanche troppo bene, qualcosa che conosciamo perfettamente. Se grattiamo un po' la superficie di questa ennesima pippa mentale, troveremo sempre la stessa, identica cantilena che ci affligge da quando abbiamo scoperto l'esistenza delle emozioni complesse: sei tu ad essere sbagliato. E da lì non si scappa, non c'è trattativa che tenga né dibattito possibile. E' per questo che possiamo parlare di una vera e propria sindrome della cornetta occupata. Un tu-tu-tu accusatorio della linea, che suona a vuoto perché non c'è nessuno disponibile dall'altro lato del filo. Solo un'accusa sterile che potremo combattere in un solo modo: riagganciando.
Chissà perché, però, è sempre tanto difficile fare un gesto così semplice.   
Duille



Here I am!

La mia foto
Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

Visite

Powered by Blogger.

Cerca nel blog

Lettori fissi

Archivio blog