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domenica 31 marzo 2019
World Congress of Families: il medioevo bussa alla porta.
A quanto pare è possibile viaggiare nel tempo. Doc e Marty lo avevano già fatto nel 1985, in effetti, e il Doctor Who lo ha reso un marchio di fabbrica da diverse ri-generazioni, ma finora tutto sembrava relegato a quel fantastico mondo che è la fantascienza, in cui basta pensare ad una possibilità, condirla di un po' di tecnologia e, voilà, il piatto è servito.
E invece.
E invece a quanto pare, come dicevo all'inizio, si può fare davvero. Solo così si può spiegare come nel 2019, in un'epoca in cui esiste la macchina elettrica, i viaggi spaziali sono diventati meta turistica dei milionari e si è riusciti a rendere popolare il gelato al puffo, ci si trovi davanti al World Congress of Families, una delle cose più anacronistiche e antidiluviane esistenti dai tempi della Santa Inquisizione Spagnola.
Il WCF (che già dall'acronimo rivela la sua eloquente natura espulsiva da toilet) è un convegno anti-LGBT, anti-abortista, anti-divorzista, anti-femminista, non dichiaratamente ma di fatto anti-progressista e sicuramente anti-patico come una cacca di piccione che ti crolla sulla testa prima di un colloquio di lavoro importante. Si presenta a noi come un'opinione non richiesta su internet per "affermare, celebrare e difendere" (da chi non si sa) "la famiglia naturale" qualunque cosa essa voglia significare, dato che, in natura
A- gli animali prevalentemente figliano con perfetti sconosciuti con cui non hanno condiviso neanche un conto al ristorante
B- solo pochi animali, come il castoro e il pinguino degli Antipodi, restano insieme per la vita;
C- fino a prova contraria, noi non discendiamo dai pinguini ma dalle scimmie e,
D- nel mondo animale è presente (e non come devianza) l'omosessualità, l'ermafroditismo (basta guardare i pesci rossi che scommetto molti di questi aulici promulgatori del concetto di normalità hanno regalato ai loro pargoli) e più modi diversi di accoppiarsi. Come a dire che per la natura, il mondo è bello perché è vario.
Ad aggiungere controsenso all'ambiguità, la famiglia "naturale" è tale, secondo i relatori di questo congresso, perché "unita nel matrimonio". Adesso, qualcuno del convegno, per favore, mi trovi una gallina ed un pollo che, prima di deporre l'uovo, abbiano convolato a nozze davanti allo sguardo di genitori commossi e dell'immancabile zio ubriacone. Già da queste premesse si può facilmente intuire come le ideologie portanti del convegno si tengano insieme con lo sputo (un virile sputo eterosessuale, ovviamente) ma se ciò non bastasse, possiamo tornare indietro fino alle origini dell'evento, partorito dalla mente di Allan C. Carlson, storico ed ex funzionario del governo Reagan, che se lo inventò per contrastare il calo demografico nelle società occidentali imputato alla rivoluzione sessuale e al femminismo. Un concetto che sembra avere una inquietante affinità di forma con un assioma del Pastafarianesimo, secondo cui l'aumento dei fenomeni del cambiamento climatico sono correlati alla riduzione del numero dei pirati nel globo. La differenza tra i due concetti però, e qui sta la mia inquietudine, è che il secondo è volutamente provocatorio e goliardico, mentre il primo si avvale della serietà profetica di Matusalemme e della prepotenza dello sfollagente sul cranio del manifestante.
E se anche questo non fosse sufficiente, si può sempre snocciolare una serie di affermazioni di inconfutabile valenza scientifica (a scanso di equivoci: sarcasm ON) promulgate da alcuni degli esponenti del convegno di quest'anno, che sostengono ad esempio come il sesso anale sia collegabile ai rituali satanisti oppure che la lotta contro la violenza sulle donne sia distruttivo per la famiglia tradizionale, dandoci quindi, oltre ad una visione evidentemente galileiana di queste affermazioni, anche uno spaccato sociologico del tutto nuovo, che vede la stretta correlazione tra tradizione e botte da orbi. Cose che le mamme del passato, con il battipanni, il mattarello, la ciabatta e la più moderna cucchiarella di legno sempre a portata di mano, avevano capito perfettamente e tramandato a noi figli. Scemi noi che non l'avevamo capito. Ovviamente non mancano mai gli evergreen di turno, più longevi dei dischi in vinile e dei risvoltini nei pantaloni che non vogliono proprio saperne di sparire, ovvero l'associazione tra aborto e omicidio e tra omosessualità e pedofilia, anche questi corroborati da studi scientifici probabilmente condotti da Joseph Gall in persona, inventore della Supercazzola Suprema del 1800, ovvero la frenologia, ma dalla pericolosità dell'eugenetica, che ricordiamo è stata molto apprezzata da un certo omino isterico con i baffi a spazzola (e no, non sto parlando di Charlie Chaplin). E non voglio neanche entrare in quella trita e ritrita questione della "teoria del Gender", di cui ovviamente il WCF si fa portavoce, e che si basa su una campagna di disinformazione di proporzioni paragonabili alle teorie che affermano che i bambini nascano sotto i cavoli, che quando si ha il ciclo non lievitino i dolci e che la Luna sia fatta di formaggio.
Date tutte queste premesse, resta e si rafforza una domanda: chi ha deciso che queste persone fossero meglio di altre per poter parlare di diritti civili, di famiglia e di genere? Chi ha deciso che loro fossero le più indicate per dire cosa formi un nucleo familiare? Sono forse il CAF, che decide chi dobbiamo includere nell'ISEE? Chi ha deciso che avessero un'autorità maggiore di altri per prendersi il diritto di giudicare ciò che per antonomasia è ingiudicabile e decidere cosa sia normale, naturale e giusto? Non vedo, tra i relatori di questo convegno, psicologi, antropologi, sociologi e tantomeno, visto che tirano in ballo questo benedetto concetto del "naturale", qualche biologo o naturalista. Quello che vedo sono un mucchio di politicanti, tutti appartenenti all'estrema destra di stampo religioso, scrittori, presidenti di associazioni pro life, duchi e principesse (davvero), calciatori, una manciata di psichiatri, e preti. Nessuno di loro (a parte forse gli psichiatri) ha competenze tecniche per poter parlare di questo argomento, se non una nebulosa dottrina morale che sembra emergere da cassetti polverosi, teorie antidiluviane o da una macchina del tempo.
Perciò mi rivolgo direttamente a voi, relatori del WCF. Dato che vi vedo smarriti nei fiumi dell'incenso oscurantista, voglio aiutarvi ad uscire dai secoli bui in cui siete accartocciati, con un pratico bigino di ovvietà che dovete tenere sempre con voi, vicino al cuore, e che vi aiuterà a chiarirvi le idee.
1. Non è il genere a definire chi sia giusto amare, ma la CONSENSUALITA'. Tutto il resto è stupro, stalking, molestie, mobbing, pedofilia e zoofilia.
2. La famiglia non si basa sull'eterosessualità della coppia e sul matrimonio ecclesiastico, ma sul RISPETTO RECIPROCO. Quindi può essere formata da maschi, femmine, gatti, cani, girbilli, pappagallini, tartarughe, amici e zii acquisiti. Potete depennare dalla lista tutti i nuclei in cui si esercita e si subisce violenza. E, se ve lo steste chiedendo, sì, anche quello in cui il marito tira qualche sberla alla moglie perché la cena non era pronta alle otto in punto.
3. Le donne non hanno come passatempo preferito l'aborto. Non scelgono se fare la lezione di yoga o fare un raschiamento dal ginecologo. Quindi è inutile che gli piazzate fuori dalle cliniche stuoli di antiabortisti con le Bibbie in mano. Vi assicuro che la loro sarà sempre (e vi prego tatuatevelo sulla fronte), SEMPRE una scelta sofferta con cui convivranno per tutta la vita.
4. Non esiste il complotto sul Gender. Quella si chiama INFORMAZIONE. Se siete dei negazionisti, quello è un problema vostro e del vostro psicologo, non dell'umanità tutta.
5. L'LGBT NON E' UNA RELIGIONE, quindi non ci sono conversioni, integralismi, rituali, dogmi da seguire né iniziazioni orgiastiche, nel caso vi fosse venuto in mente. Ci sono solo persone che non vogliono essere discriminate o "tollerate" per ciò che sono. Vogliono solo essere trattate come persone.
6. Questo c'entra relativamente: vorrei ricordare all'ala africana e femminile dei relatori che i vostri colleghi sono gli stessi che, in altri tempi e in altri luoghi, sarebbero stati sostenitori della teoria della razza e della inferiorità intellettuale della donna.
Ma dato che so già che nel migliore dei casi ignorerete i miei bigini e, nel peggiore, lo butterete nel fuoco purificatore spegnendone poi le braci con l'acqua santa, ho una proposta per il convegno dell'anno prossimo: invitate come ospiti un terrapiattista, una curandera sudamericana, Vanna Marchi, un bimbo di 5 anni che ha iniziato a farsi le sue teorie sul mondo e un esponente di Scientology (che, come religione, ha la stessa solidità ideologica di questo convegno). Sono sicura che sarà un successo.
Duille
sabato 25 luglio 2015
Chi non muore si rivede
Qualche settimana fa, in piena apatia da lutto canino, mi stavo aggirando per il supermercato in cerca di distrazioni, quando sono incappata, anzi no, sono stata aggredita, da un volume che troneggiava in una piramide di copie all'ingresso del reparto libri:
GREY
di E.L. James
Il mio sguardo moscio da burro dimenticato fuori dal frigo si è immediatamente rassodato, assumendo più o meno la consistenza di un uovo sodo, e gli occhi si sono allargati a tal punto che credevo avessero intenzione di oltrepassare i confini della faccia ed espatriare in Messico. Ho avuto un momento di blackout, di totale stupore, credo addirittura di aver aperto e chiuso la bocca come un pesce rosso che si domandava come fosse finito fuori dalla sua boccia. Ecco, io mi chiedevo più o meno la stessa cosa. Precisamente, mi chiedevo in che momento di distrazione il mondo fosse impazzito e diventato una versione in live action di Cartoonia. "Grey" mi guardava tronfio dalla sua copertina satinata ed elegante, ostentando una sobrietà che ha reso particolarmente vero l'ancestrale detto "non giudicare un libro dalla copertina". Quel malefico libro avrebbe potuto tranquillamente truffare Sherlock Holmes in persona ottenendo con l'inganno il copyright della sua celebre "elementare Watson".
E' stato così, fronteggiando quell'occhio inquietante sulla copertina, che mi sono ritrovata seriamente a credere che ci troviamo di fronte alle 10 piaghe d'Egitto versione 2.0: cavallette e fiumi di sangue potevano forse terrorizzare quei fifoni venera gatti degli antichi egizi, ma non certo la generazione del nuovo, fiammante millennio, armata di panino del Mc Donald in una mano e copia blue-ray di Saw (in 3D) nell'altra. No, la punizione divina stavolta doveva essere definitiva, esemplare, ma sottile, non immediatamente individuabile. L'Armageddon del 2015 non è uno tsunami, né una glaciazione da far gelare anche lo stupore, tantomeno un virus alla The Walking Dead, anche se ci siamo già più vicini. No, si tratta di un lento processo di de-logica, un ritorno all'automatismo, un recupero dell'omogeneizzato primordiale che era il nostro cervello. Un "out of order" neuronale collettivo, insomma. Un processo di semplificazione già iniziato tanto tempo fa e che ora muove le sue pedine migliori sulla scacchiera. Dopo l'ondata di reality shows declinati in ogni salsetta sempre più insipida, dopo Valeria Rossi e i Dari, i Teletubbies e i plastici di Bruno Vespa, ecco la nuova piaga d'Egitto: i libri di E. L. James, la nostra Moccia dall'accento yankee che passava il tempo sfornando biscotti a forma di strizza capezzoli. E. L. James, che ha attinto, come sua fonte di ispirazione massima, a Twilight. E. L. James, che ha allegramente scopiazzato i personaggi di quell'harmony annacquato nel fantasy riuscendo nell'impossibile intento di peggiorarlo. E. L. James, CON CUI CONDIVIDO IL GIORNO DI NASCITA! Ma forse sto andando un attimo fuori tema! Dicevo, E. L. James e le sue 50 sfumature di brivido (a voi decidere di che tipo), con il suo nuovo ideale dell'amore. Disney, fatti da parte, c'è un nuovo eroe in città a far battere i cuoricini delle fanciulle: il misogino anaffettivo con ripetuti traumi infantili. Basta con i principi azzurri che salvano la vita alla donzella in pericolo, noi adesso vogliamo la sufficienza nello sguardo, la limitazione della libertà, il leggero disgusto nella voce, vogliamo la devianza psichica, santo cielo! Vogliamo un uomo che, invece di rivolgersi ad un bravo terapeuta, opti per la più arcaica ma sempre efficace (nonché virile) "Occhio per occhio", sfogando le sue frustrazioni sulla prima malcapitata di turno che, guarda caso, sembra aver scambiato la sua personalità con quella di una zucchina stracotta. Ma mettiamo da parte per un momento questa versione psichiatrica dell'amore.
Tralasciamo anche il fatto che, apparentemente, 125 milioni di persone finora abbiano evidentemente vissuto all'oscuro circa l'esistenza di harmony, film erotici e pornhub, perché esiste solo un modo in cui possa spiegarmi lo smodato successo di questo libro, spacciato per la nuova frontiera della trasgressione: ignoranza. 125 milioni di hamish sono usciti dai loro villaggi e sono stati accolti dalle amorevoli braccia della trilogia della James. 125 milioni di casalinghe americane degli anni '50 sono emerse da una ibernazione sperimentale ritrovandosi nel turbinoso 2015 con le sue 50 sfumature di decadentismo.
Ma davvero, tralasciamo questo inspiegabile segreto di Fatima e sapete cosa? Tralasciamo anche la natura del libro in sé: libri brutti esistono dall'alba dei tempi e chiaramente la penna degli incapaci è sempre piena d'inchiostro. Quello che proprio non riesco, non posso tralasciare è questo ennesimo libro. Quello che mi lascia sconvolta è che la nostra scrittrice con un'idea dell'amore che affonda le radici nella Sindrome di Norimberga, conclusa questa entusiasmante avventura tra lacci, gatti a nove code e mordicchiate alle labbra, abbia deciso che cavallo vincente non si cambia e che era tempo di sfornare l'ennesima pagnotta. Una pagnotta dal sapore un po' troppo familiare, visto che è la STESSA storia raccontata dal punto di vista di Grey! Ora potete capire il motivo dell'emigrazione dei miei connotati facciali e il moto di indignazione verso quei 125 milioni di lettori che, a detta del quarto di copertina, stavano aspettando proprio questo libro. 125 lettrici, ad essere precisi. Cosa che fa montare ulteriormente la mia indignazione: quanto si deve essere scemi per comprare un libro che racconta la stessa, identica storia? Tanto vale comprare due copie del primo libro. Ma è a questo punto, nel pieno di un'invettiva contro l'autrice e la tipologia di femminile che rappresenta, che vengo colta da un dilemma morale: come giudicare la James? Un imbarazzante personaggio a cui togliere l'amicizia su Facebook o un genio del male alla Megamind? Una D'Annunzio senza talento o una cercatrice d'oro senza grandi aspirazioni? Una critica della nostra società o un suo prodotto? C'è sostanza dietro questo gigantesca proposta di un romanzo evidentemente scadente e retrogrado, un qualche messaggio latente? Perché un messaggio lo manda, questo ennesimo libro, ed è un grido di dolore, il segno che le persone ormai sono completamente perse in una dimensione avida di emozioni forti, di consumo e di possesso che non lascia più spazio al bello, alla contemplazione, all'armonia, al giudizio critico. Esiste solo lo scandalo, il consumo acritico, la massa priva di raziocinio guidata nelle scelte da chi grida più forte. Siamo davvero nell'era del turboconsumatore, della gadgetizzazione della vita, in cui tutto ciò che conta è un appagamento sfrenato del piacere privo di sostanza e di direzione? Il mio professore di italiano sosteneva che non fossimo mai usciti dal Decadentismo. Comincio a credere che avesse ragione. L'unica volta, tra l'altro.
Duille
sabato 29 novembre 2014
La copia di mille riassunti
Sembra che nel mondo di oggi ciò che conta maggiormente sia la confezione, più che il contenuto. Ogni prodotto è contornato da pubblicità oniriche, pacchetti dalle tinte sfumate o sponsor dallo sguardo lascivo. Anche i libri sono scelti per la loro copertina, che deve incuriosire, stregare, ammaliare, anche se poi il contenuto c'entra poco o nulla. Ma alla fine, guardando bene, in queste costosissime, studiatissime confezioni, si trova subito l'inganno, scritto in microscopiche letterine relegate nell'angolo più sfigato del pacchetto, in quella piega che noti solo quando ti accingi ad aprire il dolce che ha fatto diventare iperattive le tue papille gustative, improvvisatesi per l'occasione accidentali killer che ti annegano a furia di salivare.
"L'immagine è prodotta ai soli fini promozionali", recita quella piccola Cassandra ignorata da tutti. Ed infatti, aperto il pacchetto delle meraviglie, troviamo la più sfigata, insipida e depressa merendina che tu possa incontrare in un triste giorno d'inverno. La clochard delle merendine, il cane abbandonato dei dolcetti industriali, invitante quanto un intero piatto di cavoletti di bruxelles su letto di lumache. Eppure la confezione era così promettente, così ben fatta, così apparentemente costosa e raffinata! E la pubblicità, così romantica, con quelle note di casa e quelle ambientazioni rustiche! E sapete qual'è la cosa più assurda? Nonostante questo incontro decisamente sotto le nostre aspettative, nonostante i soldi spesi inutilmente per un prodotto di infinita bruttura, la prossima volta che ci troveremo di fronte allo stand dei dolci, ricadremo nello stesso errore. Ancora una volta, la confezione vincerà sul contenuto, a cui non daremo neanche una sbirciatina. Cassandra, la regina delle verità non filate da nessuno, subirà di nuovo l'onta di essere il gufo di turno, portatore di infauste notizie che nessuno vuole sentire, forse proprio perchè sono vere. Ma perché parlarvi di merendine e pacchetti plasticosi? Beh, credo sia interessante notare come il modo in cui compriamo rifletta molto la maniera in cui guardiamo il mondo. E dato che l'80% della popolazione italiana compra in base all'apparenza, ai bei visini sulle pubblicità e ai colori delle confezioni, direi che possiamo affermare, senza rischiare grossi ustioni mettendoci le mani sul fuoco, che la nostra società giudichi le persone esattamente allo stesso modo. La confezione vince sul contenuto, anche se dentro il pacchetto non c'è assolutamente niente. Ed ognuno di noi lo sa bene, perché passiamo le nostre giornate affannandoci alla ricerca della giusta confezione che ci renda interessanti, gradevoli, eleganti, belli ma professionali, insomma, per usare un termine non proprio elegante, appetibili. Non importa come, ma da fuori dovremo risultare dei vincenti, anche se dentro ci sentiamo dei falliti o se siamo pieni di problemi irrisolvibili con la mamma, gli amici e pure con il cane. Trucco perfetto anche quando andiamo in piscina, a costo di cazzuolare il tutto con un colpo di cemento, tacco dodici anche in alta montagna, giacchetta all'ultima moda anche se siamo in Groenlandia. E fosse solo questo il problema!
C'è un secondo aspetto di questo mascheramento consapevole che ci rende ancora più oscuri, ancora più simili a quella confezione di plastica che tanto ci ha attirati quando abbiamo fatto l'acquisto. Insieme a vestiti, trucco e scarpe perfette, indossiamo anche la maschera perfetta, che ci renda barbie dal sorriso smagliante e non incrinabile, anche se schiacciati da manine troppo entusiaste, e Action men dai muscoli mentali tonici e vigorosi. L'obiettivo è apparire brillanti, intelligenti, sempre sul pezzo. La nostra maschera deve essere versatile, incastrarsi alla perfezione in ogni scenario, non stridere mai né stonare di fronte al cambio dello sfondo. Una maschera che non deve dire nulla di noi, pur dando agli altri l'impressione di essere perfettamente trasparenti. Ma si sa, le maschere sono maschere e possono dire ben poco di noi. Sono bidimensionali, sono statiche, non mutano mai espressione, proprio come quella delle barbie sempre sorridenti, anche se scendono le lacrime.Perché chi vuole perdere tempo con una persona fragile? Questa è una società che schifa le emozioni, aborre il dolore, tranne in televisione. Vuoi piangere? Vai da Barbara D'Urso a raccontare la tua tragica storia, perché qui, nel mondo reale, tutti stanno peggio di te e sono comunque dei vincenti. Capite che, da questa premessa, aprire le porte al rubinetto emozionale ha solo una possibile conseguenza: il balcone o il ponte più vicino. E quindi, teniamo saldamente la maschera, anche se dietro anneghiamo nelle nostre lacrime. Usiamo la maschera per proteggerci, per non mostrare le nostre debolezze, per non sentirci sbattere la porta in faccia, ma a scapito dell'autenticità.
Ed è così che ci troviamo accompagnati da lupi travestiti da agnelli, tanto interessanti perché, dietro quelle miti pecorelle, si cela un guizzo d'occhio lupesco che li rende incredibilmente affascinanti, irresistibili. E quando li smascheriamo, quei lupi in finta lana merino e dal belato preregistrato, ci chiediamo come mai tutto il gregge continui a seguirli, come mai, anche di fronte a quei belati che sanno di ululato, loro siano comunque più interessanti di noi, che ci ostiniamo ad indossare una maschera di pecora su un viso da pecora. Stiamo sbagliando tutto? Davvero l'apparenza conta più dell'autenticità? Davvero una confezione perfetta è più appetibile del tortino fatto in casa, anche se un po' bruciacchiato? La plastica vince sulla carne? Apparentemente sì, dato che, in fondo, tutti cerchiamo la perfezione, anche se significa perdere diverse ore a fine serata per eliminare il catafalco di ciglia finte, extensions, trucco e cerone di fondotinta. Della serie che, quando andiamo a dormire, siamo altre persone. Ed in fondo, non stiamo ad ingioiellare e truccare fino all'inverosimile anche la nostra personalità? I lupi si travestono da agnelli e gli agnelli cercano, maldestramente, di diventare lupi con maschere di agnello solo per poter stare con i lupi travestiti da agnelli senza farsi mangiare. Il risultato è che la solitudine regna sovrana, tutti pensiamo di conoscere tutti ma alla fine dimentichiamo anche noi stessi. Siamo lupi o agnelli? E soprattutto, cosa vogliamo essere? Siamo disposti a perdere un po' di autenticità per un po' di successo? Perché ci sono vantaggi in questi travestimenti raffinati. Se riusciamo a mascherarci bene, siamo davvero in una botte di ferro! Successo assicurato, popolarità ad ogni grado scolastico e interesse da parte di ogni ambiente sociale e lavorativo. Sfileremo sul red carpet della vita, guardando quelli che ancora non sono stati in grado di fare il salto. Ma poi, osservando le foto di gruppo, vedremo tanti esseri con maschere di lupo e piedi di papera, agnello, cane, albero e ci accorgeremo che quelle persone non le conoscevamo affatto e che loro non conoscevano noi. E alla fine scopriremo che, in fondo, abbiamo perso così tanto tempo a levigarci per costruire quella maschera identica alle altre che ci siamo dimenticati di coltivare ciò che siamo. Siamo davvero solo la copia di mille riassunti, come dice Bersani. E poi, chi dice che si debba essere tutti lupi? Non possiamo essere il serraglio di fantastiche creature che popolano questo libro illustrato che è il mondo? All'apparenza sì, ma nessuno ci scommetterebbe un dannato penny su una affermazione come questa. Così, eccoci di nuovo qui, a diventare quelle confezioni vuote che attirano ma che non hanno sostanza. Riusciamo quasi a vedere, nell'incavo dell'ascella, la profetica frase di Cassandra: l'immagine è prodotta a soli fini promozionali. E allora che fare? Come dosare autenticità e confezione? Perché non possiamo certo essere falsi moralisti, viviamo tutti in una società che ci impone la maschera e tutti aspiriamo alla felicità. Ma se la felicità non può darcela né la maschera da lupo né l'assenza di maschera, come fare? Forse l'unica soluzione è proprio puntarlo, quel penny, su quella scommessa e cominciare a usare una maschera da agnello su un corpo da agnello e una maschera da lupo su un corpo da lupo. Bidimensionali sì, ma sempre fedeli a noi stessi. Così la sera, quando toglieremo vestiti e trucco, ci troveremo più belli di quando siamo usciti, perché saremo sempre noi, con o senza maschera.
"L'immagine è prodotta ai soli fini promozionali", recita quella piccola Cassandra ignorata da tutti. Ed infatti, aperto il pacchetto delle meraviglie, troviamo la più sfigata, insipida e depressa merendina che tu possa incontrare in un triste giorno d'inverno. La clochard delle merendine, il cane abbandonato dei dolcetti industriali, invitante quanto un intero piatto di cavoletti di bruxelles su letto di lumache. Eppure la confezione era così promettente, così ben fatta, così apparentemente costosa e raffinata! E la pubblicità, così romantica, con quelle note di casa e quelle ambientazioni rustiche! E sapete qual'è la cosa più assurda? Nonostante questo incontro decisamente sotto le nostre aspettative, nonostante i soldi spesi inutilmente per un prodotto di infinita bruttura, la prossima volta che ci troveremo di fronte allo stand dei dolci, ricadremo nello stesso errore. Ancora una volta, la confezione vincerà sul contenuto, a cui non daremo neanche una sbirciatina. Cassandra, la regina delle verità non filate da nessuno, subirà di nuovo l'onta di essere il gufo di turno, portatore di infauste notizie che nessuno vuole sentire, forse proprio perchè sono vere. Ma perché parlarvi di merendine e pacchetti plasticosi? Beh, credo sia interessante notare come il modo in cui compriamo rifletta molto la maniera in cui guardiamo il mondo. E dato che l'80% della popolazione italiana compra in base all'apparenza, ai bei visini sulle pubblicità e ai colori delle confezioni, direi che possiamo affermare, senza rischiare grossi ustioni mettendoci le mani sul fuoco, che la nostra società giudichi le persone esattamente allo stesso modo. La confezione vince sul contenuto, anche se dentro il pacchetto non c'è assolutamente niente. Ed ognuno di noi lo sa bene, perché passiamo le nostre giornate affannandoci alla ricerca della giusta confezione che ci renda interessanti, gradevoli, eleganti, belli ma professionali, insomma, per usare un termine non proprio elegante, appetibili. Non importa come, ma da fuori dovremo risultare dei vincenti, anche se dentro ci sentiamo dei falliti o se siamo pieni di problemi irrisolvibili con la mamma, gli amici e pure con il cane. Trucco perfetto anche quando andiamo in piscina, a costo di cazzuolare il tutto con un colpo di cemento, tacco dodici anche in alta montagna, giacchetta all'ultima moda anche se siamo in Groenlandia. E fosse solo questo il problema!
C'è un secondo aspetto di questo mascheramento consapevole che ci rende ancora più oscuri, ancora più simili a quella confezione di plastica che tanto ci ha attirati quando abbiamo fatto l'acquisto. Insieme a vestiti, trucco e scarpe perfette, indossiamo anche la maschera perfetta, che ci renda barbie dal sorriso smagliante e non incrinabile, anche se schiacciati da manine troppo entusiaste, e Action men dai muscoli mentali tonici e vigorosi. L'obiettivo è apparire brillanti, intelligenti, sempre sul pezzo. La nostra maschera deve essere versatile, incastrarsi alla perfezione in ogni scenario, non stridere mai né stonare di fronte al cambio dello sfondo. Una maschera che non deve dire nulla di noi, pur dando agli altri l'impressione di essere perfettamente trasparenti. Ma si sa, le maschere sono maschere e possono dire ben poco di noi. Sono bidimensionali, sono statiche, non mutano mai espressione, proprio come quella delle barbie sempre sorridenti, anche se scendono le lacrime.Perché chi vuole perdere tempo con una persona fragile? Questa è una società che schifa le emozioni, aborre il dolore, tranne in televisione. Vuoi piangere? Vai da Barbara D'Urso a raccontare la tua tragica storia, perché qui, nel mondo reale, tutti stanno peggio di te e sono comunque dei vincenti. Capite che, da questa premessa, aprire le porte al rubinetto emozionale ha solo una possibile conseguenza: il balcone o il ponte più vicino. E quindi, teniamo saldamente la maschera, anche se dietro anneghiamo nelle nostre lacrime. Usiamo la maschera per proteggerci, per non mostrare le nostre debolezze, per non sentirci sbattere la porta in faccia, ma a scapito dell'autenticità.
Ed è così che ci troviamo accompagnati da lupi travestiti da agnelli, tanto interessanti perché, dietro quelle miti pecorelle, si cela un guizzo d'occhio lupesco che li rende incredibilmente affascinanti, irresistibili. E quando li smascheriamo, quei lupi in finta lana merino e dal belato preregistrato, ci chiediamo come mai tutto il gregge continui a seguirli, come mai, anche di fronte a quei belati che sanno di ululato, loro siano comunque più interessanti di noi, che ci ostiniamo ad indossare una maschera di pecora su un viso da pecora. Stiamo sbagliando tutto? Davvero l'apparenza conta più dell'autenticità? Davvero una confezione perfetta è più appetibile del tortino fatto in casa, anche se un po' bruciacchiato? La plastica vince sulla carne? Apparentemente sì, dato che, in fondo, tutti cerchiamo la perfezione, anche se significa perdere diverse ore a fine serata per eliminare il catafalco di ciglia finte, extensions, trucco e cerone di fondotinta. Della serie che, quando andiamo a dormire, siamo altre persone. Ed in fondo, non stiamo ad ingioiellare e truccare fino all'inverosimile anche la nostra personalità? I lupi si travestono da agnelli e gli agnelli cercano, maldestramente, di diventare lupi con maschere di agnello solo per poter stare con i lupi travestiti da agnelli senza farsi mangiare. Il risultato è che la solitudine regna sovrana, tutti pensiamo di conoscere tutti ma alla fine dimentichiamo anche noi stessi. Siamo lupi o agnelli? E soprattutto, cosa vogliamo essere? Siamo disposti a perdere un po' di autenticità per un po' di successo? Perché ci sono vantaggi in questi travestimenti raffinati. Se riusciamo a mascherarci bene, siamo davvero in una botte di ferro! Successo assicurato, popolarità ad ogni grado scolastico e interesse da parte di ogni ambiente sociale e lavorativo. Sfileremo sul red carpet della vita, guardando quelli che ancora non sono stati in grado di fare il salto. Ma poi, osservando le foto di gruppo, vedremo tanti esseri con maschere di lupo e piedi di papera, agnello, cane, albero e ci accorgeremo che quelle persone non le conoscevamo affatto e che loro non conoscevano noi. E alla fine scopriremo che, in fondo, abbiamo perso così tanto tempo a levigarci per costruire quella maschera identica alle altre che ci siamo dimenticati di coltivare ciò che siamo. Siamo davvero solo la copia di mille riassunti, come dice Bersani. E poi, chi dice che si debba essere tutti lupi? Non possiamo essere il serraglio di fantastiche creature che popolano questo libro illustrato che è il mondo? All'apparenza sì, ma nessuno ci scommetterebbe un dannato penny su una affermazione come questa. Così, eccoci di nuovo qui, a diventare quelle confezioni vuote che attirano ma che non hanno sostanza. Riusciamo quasi a vedere, nell'incavo dell'ascella, la profetica frase di Cassandra: l'immagine è prodotta a soli fini promozionali. E allora che fare? Come dosare autenticità e confezione? Perché non possiamo certo essere falsi moralisti, viviamo tutti in una società che ci impone la maschera e tutti aspiriamo alla felicità. Ma se la felicità non può darcela né la maschera da lupo né l'assenza di maschera, come fare? Forse l'unica soluzione è proprio puntarlo, quel penny, su quella scommessa e cominciare a usare una maschera da agnello su un corpo da agnello e una maschera da lupo su un corpo da lupo. Bidimensionali sì, ma sempre fedeli a noi stessi. Così la sera, quando toglieremo vestiti e trucco, ci troveremo più belli di quando siamo usciti, perché saremo sempre noi, con o senza maschera.
Duille
Etichette:floating thoughts,maschera,società | 4
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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