Visualizzazione post con etichetta wallflower. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta wallflower. Mostra tutti i post
domenica 23 settembre 2018
Doppi standard ovvero la sindrome della cornetta occupata
Con l'ansia sociale esistono due pesi e due misure per ogni cosa, un concetto che si può riassumere nell'ormai stantia dicotomia tu-altri: c'è quello che fai tu e quello che fanno gli altri. E naturalmente tutta una mole di aggettivi che vi gravitano intorno come satelliti circumnaviganti un pianeta. Tutto ciò che fanno gli altri è in buona misura costellato di caratteristiche positive, come lucciole intorno ad un fiore notturno.
Tutto ciò che fai tu, ansioso sociale, invece è più simile ad una riunione condominiale di mosche intorno ad una mela. Certo, sempre di insetti si tratta, ma non c'è bisogno che vi spieghi io la differenza. Diciamo solo che le lucciole ispirano poesie romantiche mentre le mosche ispirano solo modi sempre più efficaci per stecchirle. La situazione in realtà è semplice come una scarpa con gli strappi: siamo afflitti dai doppi standard. E non mi riferisco ai doppi standard culturali, di genere o etnici. Sto parlando del doppio standard che è arrivato installato nel nostro sistema operativo, simile ad un grosso, grasso bug, tanto per restare in tema entomologico. Un bug che ci si deve essere piazzato da qualche parte nel cervello, scalzando quella porzione spugnosa di sostanza grigia che codificava le informazioni inerenti l'autostima. Perché sì, come ogni doppio standard che si rispetti, la dicotomia tu-altri fa sì che il tu in questione, ovvero l'ansioso sociale di turno, esca sempre violentemente perdente da ogni qualsivoglia valutazione. Bocciato in partenza per pessimo pedigree. Così, ad esempio, il discorso degli altri sembra avere la caratura della celebre oratoria di Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington, anche se il suddetto fraseggio riguarda l'opinione sull'ultima pubblicità della Muller. Se lo stesso discorso lo fai tu, ansioso sociale, più che un'oratoria sembra che ti stia uscendo dalla bocca un'orata, stecchita e di tre kili, con l'occhio sporgente, la bocca aperta in uno stupore ormai perpetuo ed il vago aroma del proverbio che ogni esponente ittico sembra portarsi dietro come un bagaglio. Se la voce degli altri è vellutata, floreale, calda come una tazza di caffè o calma come quella di un erborista, la tua voce pubblica ha le strane fattezze dell'entusiasmo del macaco o la nasalità dell'allergico cronico immerso fino alla cintola in un campo primaverile. Se gli altri fanno una gaffe, si tratta di piccoli errori che li rendono teneri come orsetti del cuore. Se la stessa gaffe la fai tu, ansioso, sei automaticamente una versione più alta e meno pieduta (ma ugualmente colpevole) di Pipino dopo aver fatto cadere l'armatura nel pozzo di Moria, causando l'inevitabile arrivo di orde di orchetti, la disperata corsa (con tanto di bestemmie) dei tuoi compagni verso l'uscita più vicina e l'epico quanto non desiderato exit di Gandalf che, subodorando il poco tempo che gli restava, ti aveva preventivamente lanciato una sassaiola di insulti che avrebbe fatto impallidire anche Vittorio Sgarbi. Ogni argomentazione altrui sembra brillantemente sostenuta e giustificata, ogni opinione è densa di sostanza e ricca di spunti di riflessioni. Ogni tua argomentazione, invece, ti avvicina sempre di più ad un Teletubbies ad un convegno di astrofisica.
"Dottoressa, cosa ne pensa delle recenti teorie sul tempo che rimetterebbero in discussione la teoria della relatività di Einstein?"
"Tinky-Winky, oooooh!"
Ecco, una cosa del genere.
Insomma, il doppio standard ci consuma come una sigaretta accesa, rendendoci insicuri, indecisi e propendenti al rassicurante immobilismo della colonna dorica, che se è rimasta in piedi dall'epoca dei greci fino ad adesso vuol dire che la sa sufficientemente lunga da essere assunta come life coach personale. In fondo sappiamo già che ogni nostro passo, ogni sillaba, ogni gesto verrà notato, additato, deriso e criticato sadicamente dal nostro Serraglio interiore.
C'è poco da fare: gli altri hanno il VIP pass per l'ingresso alla festa, il biglietto dorato per visitare la fabbrica di Willy Wonka, mentre tu sei solo il ragazzino con la bocca sporca di cioccolata che ha speso tutti i suoi risparmi per ritrovarsi con qualche chilo di troppo addosso e una carie agguerrita nel molare destro. E a questo punto, con un bug congenito nel software e una sfilza di gratta e vinci pieni di "lascia perdere, tanto non ce la farai mai", c'è solo una cosa sensata che si possa fare, per aggirare (ma non spezzare) la dicotomia tu-altri: prendere appunti. Ed è quello che facciamo, ve lo giuro, con lo zelo di uno scolaro particolarmente secchione o dell'etologo sdraiato per ore su una collinetta sabbiosa ad osservare i suricata. Studiamo, guardiamo, registriamo ogni mossa spontanea, ogni parola ed intonazione della voce altrui, ogni più piccolo ed insignificante argomento di conversazione, compresi quelli da ascensore, e poi copiamo le movenze, ricicliamo i temi per le chiacchiere da salotto, impariamo a fare domande, imitiamo il modo in cui gli altri collocano geograficamente le braccia e le mani durante le interazioni. Costruiamo un personaggio che sia il più vicino possibile alla nostra versione di noi stessi e che ci permetta di mimetizzarci come camaleonti in questa realtà di laureati in public relations, nella speranza che anche il Serraglio resti soddisfatto. Certo, il rischio di smascheramento è altissimo e questo significherà una percentuale di stress e paranoia variabile, ma alla lunga, se tutto va bene, interiorizzeremo un po' di quelle procedure e ridurremo i tempi di depressurizzazione in cui dovremo togliere il nostro Edgar-abito e lasciar respirare i pori.
Insomma, il doppio standard ci consuma come una sigaretta accesa, rendendoci insicuri, indecisi e propendenti al rassicurante immobilismo della colonna dorica, che se è rimasta in piedi dall'epoca dei greci fino ad adesso vuol dire che la sa sufficientemente lunga da essere assunta come life coach personale. In fondo sappiamo già che ogni nostro passo, ogni sillaba, ogni gesto verrà notato, additato, deriso e criticato sadicamente dal nostro Serraglio interiore.
C'è poco da fare: gli altri hanno il VIP pass per l'ingresso alla festa, il biglietto dorato per visitare la fabbrica di Willy Wonka, mentre tu sei solo il ragazzino con la bocca sporca di cioccolata che ha speso tutti i suoi risparmi per ritrovarsi con qualche chilo di troppo addosso e una carie agguerrita nel molare destro. E a questo punto, con un bug congenito nel software e una sfilza di gratta e vinci pieni di "lascia perdere, tanto non ce la farai mai", c'è solo una cosa sensata che si possa fare, per aggirare (ma non spezzare) la dicotomia tu-altri: prendere appunti. Ed è quello che facciamo, ve lo giuro, con lo zelo di uno scolaro particolarmente secchione o dell'etologo sdraiato per ore su una collinetta sabbiosa ad osservare i suricata. Studiamo, guardiamo, registriamo ogni mossa spontanea, ogni parola ed intonazione della voce altrui, ogni più piccolo ed insignificante argomento di conversazione, compresi quelli da ascensore, e poi copiamo le movenze, ricicliamo i temi per le chiacchiere da salotto, impariamo a fare domande, imitiamo il modo in cui gli altri collocano geograficamente le braccia e le mani durante le interazioni. Costruiamo un personaggio che sia il più vicino possibile alla nostra versione di noi stessi e che ci permetta di mimetizzarci come camaleonti in questa realtà di laureati in public relations, nella speranza che anche il Serraglio resti soddisfatto. Certo, il rischio di smascheramento è altissimo e questo significherà una percentuale di stress e paranoia variabile, ma alla lunga, se tutto va bene, interiorizzeremo un po' di quelle procedure e ridurremo i tempi di depressurizzazione in cui dovremo togliere il nostro Edgar-abito e lasciar respirare i pori.
In definitiva, però, se si guarda attentamente, si noterà che questa faccenda dei doppi standard nasconde, e neanche troppo bene, qualcosa che conosciamo perfettamente. Se grattiamo un po' la superficie di questa ennesima pippa mentale, troveremo sempre la stessa, identica cantilena che ci affligge da quando abbiamo scoperto l'esistenza delle emozioni complesse: sei tu ad essere sbagliato. E da lì non si scappa, non c'è trattativa che tenga né dibattito possibile. E' per questo che possiamo parlare di una vera e propria sindrome della cornetta occupata. Un tu-tu-tu accusatorio della linea, che suona a vuoto perché non c'è nessuno disponibile dall'altro lato del filo. Solo un'accusa sterile che potremo combattere in un solo modo: riagganciando.
Chissà perché, però, è sempre tanto difficile fare un gesto così semplice.
Chissà perché, però, è sempre tanto difficile fare un gesto così semplice.
domenica 8 aprile 2018
Sorpresa!
"SORPRESA!"
Una esclamazione che in molti associano a palloncini, amici nascosti sotto ai tavoli e bocche spalancate da un entusiastico stupore. Che sia una festa a sorpresa, una visita inaspettata, un regalo improvvisato o un atto celebrativo, è un momento capace di cambiare un umore uggioso in una Candyland interiore, tutta confetti e caramelle. Ovvio, esistono anche i cinici disillusi che, di fronte alle braccine alzate degli amici più cari, prenderebbero volentieri un fucile a pallettoni trasformando il tutto in una macabra imitazione di un tiro a segno da Luna Park, ma per lo più le sorprese sono gradite a tutti.
Un caso a parte, come al solito, è rappresentato dagli ansiosi sociali, che fanno della compresenza degli opposti un'arte ancora incompresa. Per noi le sorprese, come qualsiasi altra cosa al mondo che implichi l'interazione sociale con noti o ignoti, è fonte di grandi dibattiti interiori. Se da un lato infatti la nostra parte insicura e desiderosa di affetto si riempie d'amore come un secchiello al mare, rendendoci dolci come miele e ad un passo da stucchevoli gesti eclatanti al limite della nausea (come discorsi magniloquenti più adatti ad una premiazione degli Oscar o inquietanti piani che implicano lo strapparsi il cuore per donarne una fettina a ciascuno dei nostri amici), dall'altro il nostro lato ossessivo compulsivo, che vorrebbe sapere in anticipo anche il numero di respiri previsti per la giornata, ne è mortalmente allergico, lo rifiuta come un bambino davanti ai cavolini di Bruxelles e si ritrova spesso davanti alla prospettiva dell'evento con un crocifisso in una mano e l'acqua santa nell'altra. Da un lato, quindi, l'entusiasmo, l'emozione strappabudella, l'incredulità, la gratitudine innamorata ed i discorsi alla Jack Black in The Holiday ("cosa avrò fatto per meritarmela?"). Dall'altro, il panico dell'indefinito, la preparazione disordinata delle truppe che non sanno se prendere il moschetto o ripassare tutte le nozioni apprese in anni di Trivial Pursuit. La sorpresa è per noi paragonabile a fare Bungee-Jumping appesi ad un filo di lana o beccarsi una bomba di colore in faccia. Elettrizzante e terrorizzante allo stesso tempo.
La faccenda, una volta messi a conoscenza dell'esistenza della sorpresa, assume presto i tratti di un romanzo Carrolliano, in cui tutto è il contrario di tutto e le emozioni si mischiano come tempere sfuggite al controllo, portando irrimediabilmente a quell'antisettico marroncino dissenterico che sembra essere l'inevitabile risultato di ogni mix impreciso. L'assenza di direzione e di indizi che affiancano l'annuncio della sorpresa, l'impossibilità di prevedere cosa accadrà, di pianificare comportamenti, di ipotizzare situazioni, problemi e conseguenti soluzioni, ci atterrisce. Dove andremo? Come ci dovremo vestire? Cosa faremo? Staremo seduti? In piedi? Faremo cose? Chiacchiereremo? Per ognuna di queste domande e per ogni attività, abbiamo un kit di sopravvivenza che deve essere aperto, indossato e fatto proprio come una seconda pelle di cellophane per coprire la nostra inossidabile nevrosi. Questo perché per noi, con la nostra naturale abitudine alla mimesi da Wallflower, agire come persone è molto più difficile che assimilarci alla carta da parati, anche se siamo più carne che cellulosa. Perciò non sapere niente della sorpresa, tranne che la sua esistenza stessa, ci obbliga ad attivare tutti i kit contemporaneamente, con l'obiettivo di essere pronti a tutto, da una serata di giochi da tavolo alla venuta dell'Anticristo, e portandoci ad uno stato di preparazione tale da sembrare Samwise Gamgee, che per recarsi a Mordor si era portato dietro pure le padelle. Una cena allargata tra amici, ad esempio, richiederà, nell'ordine: argomenti di conversazione preventivi, l'individuazione di una gamma ristretta di cibi approvabili (che escludono qualsivoglia sostanza possa trasformare i nostri denti in un giardino verticale) e la riesumazione di quel grammo e mezzo di carisma che conserviamo gelosamente come un tartufo bianco particolarmente raro.
Al contrario, un'attività di movimento, implicherà un addestramento militaresco del nostro corpo, affinché perda la sua biologica legnosità da insetto stecco e ci doni delle fattezze quasi umane che non facciano sentire tutti a disagio. Prepararci, quindi, è fondamentale per il nostro lato impaurito, ci permette di scegliere con cura ogni passo, dalla selezione degli abiti al modo di occupare lo spazio, e di anticipare le mosse altrui, preservandoci, tra l'altro, dal rischio di marmorizzarci come un daino di fronte ai fari della macchina qualora ci trovassimo ad affrontare degli imprevisti. In fondo, quindi, non chiediamo tanto: la rivelazione (nei minimi dettagli) della sorpresa. Da parte nostra, ci mettiamo tutto il finto sbalordimento che il caso richiederà. Croce sul cuore, che mi possa strozzare.
Ma, sapete una cosa? La verità non è questa. Queste sono le parole del nostro lato cuor di coniglio. La verità è che le sorprese, le vogliamo, anzi, le bramiamo come Augustus Gloop desidera la cioccolata di Willy Wonka. Semplicemente non sappiamo come gestirle. Ma d'altronde, non sappiamo gestire l'80% delle cose che ci succedono, eppure le affrontiamo lo stesso, in un modo o nell'altro. Quindi dimenticate il discorso alla Pimpi e al diavolo anche la cautela. Se dovete farci una sorpresa, l'unico vero consiglio da adottare è questo: la deliziosa bastardata dovete farcela fino in fondo. Non diteci nulla, lasciateci nell'ignoranza del ruminante caprino, ingannateci come il miglior illusionista della storia, abusate della fiducia che riponiamo in voi e non risparmiatevi con i grandi preparativi. Certo, la sorpresa poi sarà più traumatica per noi, potreste addirittura scoprire che siamo in grado di maledirvi in 50 lingue diverse, compreso il farfallese e il Klyngon, ma almeno ci salverete da ore di inutili preparativi e sterili preoccupazioni che avrebbero come risultato il solo invecchiamento precoce della nostra pelle già sufficientemente provata (again, The Holiday docet).
E a quel punto, davanti alla nostra scompostissima quanto genuina reazione davanti all'imprevisto gesto d'affetto, potrete dire orgogliosamente e con certezza che sia stata, a tutti gli effetti, una vera, magnifica, infartuante sorpresa.
Duille
domenica 17 settembre 2017
La scala dello psicoaviatore
In quanto ansiosa sociale, ci sono all'incirca due miliardi di situazioni che possono mandarmi in corto circuito i neuroni. Diciamo che, al confronto, le pagine gialle sono un libretto di Peppa Pig pensato per ipovedenti. E naturalmente, essendo così tante le possibilità di morte da panico (della serie, "ti piace vincere facile?"), incappo in una di queste almeno una volta al giorno. Dato che non bastano le dita delle mani e dei piedi di tutta la Lombardia per poterle contare, ormai divido le singole situazioni ansiogene in categorie di grandezza, secondo una mia personalissima scala che sfrutta come unità di misura i velivoli e che io chiamo "la scala dello psicoaviatore". Più è grande il velivolo, più drammatica sarà la situazione che io, piccola psicoaviatrice, dovrò affrontare e maggiore sarà il numero di neuroni che manderò in fumo a causa dello stress. Perché, naturalmente, grandezza del velivolo e decesso neuronale sono in una relazione direttamente proporzionale l'una all'altra. Per capire meglio la mia classificazione, dovete tenere conto del fatto che la gravità della situazione, nel mio cervello in costante stress, è definito soprattutto da tre aspetti:
2. la Prestazionalità, cioè quanto dovrò dimostrare la mia validità come persona, professionista, pensatore, giocatore, studente o organismo che cammina su questa terra. Insomma, quanto dovrò dimostrare di essere più di un ammasso di organi e pelle ambulante. Ne consegue che praticamente tutti gli ambiti di valutazione sono critici per natura e finirò a stressarmi allo stesso modo tanto per un esame all'università quanto per una partita a Taboo. Buona parte del problema, naturalmente, riguarda la mia anima precisetti, che pepa sempre la mia vita con una spruzzata di tormento come se mi trovassi in una versione accademica di un romanzo delle sorelle Bronte.
3. il livello di familiarità. Questa coordinata riguarda invece le persone coinvolte e contempla una dimensione quantitativa e qualitativa. La prima dimensione è piuttosto semplice da capire: la fifetta è direttamente proporzionale al numero di persone presenti nella stanza. Quindi, tanta gente = tanta paura. Fin qui, niente di nuovo. La seconda dimensione invece è più sottile, ma altrettanto semplice (sono ansiosa, mica originale): quanto meno conosco le persone che mi circondano, tanto più il mio livello di ansia crescerà. Quindi, in questo caso, la relazione è inversamente proporzionale. Inoltre, va considerato che la situazione peggiora nettamente se le persone presenti sono da me note ed etichettate come "disagianti", ovvero tutta quella marea umana di cui non mi fido, che spesso è giudicante, troppo diretta, leggermente aggressiva ed in linea di massima un po' imprevedibile. Le classiche spine nel fianco, insomma.
La categoria più piccola è quella che chiamo "aeroplanino di carta". Comprende situazioni che gestisco con un basso livello di ansia e che quindi intaccano poco le mie risorse energetiche quotidiane di psicoaviatrice. In altre parole, sono tutte quelle situazioni che, conclusesi, non mi lasciano tramortita come Willy il Coyote dopo la caduta dell'incudine. In questa categoria troviamo: comprare i biglietti dell'autobus, mettere una maglietta un po' meno mimetica, scegliere una nuova strada per tornare a casa, passare in mezzo ad un capannello di persone che intralciano la via, passare del tempo da sola, leggere ad alta voce in un contesto di gruppo, ordinare al ristorante, comprare una focaccia in panificio.
La categoria intermedia è quella del drone. Riguarda tutte quelle situazioni che so di poter fronteggiare, ma che richiedono la ferrea forza di volontà di Nami e Mila durante gli allenamenti di pallavolo con l'allenatore Daimon e la dedizione, propria solo dell'istinto di sopravvivenza, di un orso bruno a pesca di salmoni. In questo secondo livello la vittoria non è mai assicurata e tra me e l'ansia si gioca una partita combattuta ad armi pari e senza esclusione di colpi. Tra le situazioni "drone" troviamo: entrare in un negozio affollato, scegliere il posto in prima fila in classe, sostenere un esame, andare dal medico, dover ritornare sui propri passi perché si è sbagliato strada, pagare in cassa, dare informazioni, mangiare in pubblico con persone che non conosco bene, mandare una mail a qualcuno verso cui non ho confidenza, fare una domanda, indossare il piumino invernale quando tutti stanno ancora portando la giacca d'autunno, chiacchierare del più e del meno con un estraneo e tutte le situazioni in cui mi rendo vulnerabile davanti a persone che non siano la mia famiglia, come piangere o confidarmi.
Infine c'è la categoria mongolfiera. Questa è sicuramente quella che mi da' più filo da torcere, zeppa di situazioni saldamente nelle mani del mio nemico ansiogeno ed in cui le mie doti aviatorie sono quasi nulle. Mi ritrovo a volare in terreni sconosciuti, pericolosi come la valle di Mordor in preda ad uno sfogo sulfureo ed il livello di stress è alle stelle. Molte di queste situazioni sono ancora inespugnate, altre sono faticosamente affrontate, ma solo perché mi ritrovo con una simbolica pistola puntata alla tempia. In questi casi mi ritrovo ad interpretare un gladiatore con i muscoli di Fantozzi ed il coraggio di un chihuahua sul divano che sta per essere schiacciato da un paio di natiche particolarmente corpose.
Tra le cose più terrificanti che non faccio ancora o che faccio solo dietro minaccia di esecuzione immediata di tutti i miei cari e della mia progenie futura, ci sono: fare o ricevere una telefonata da un numero sconosciuto, comunicare il mio evidente disaccordo con persone che non conosco bene, parlare in pubblico (ovviamente), andare in posti nuovi, vestirmi in modo appariscente, fare un colloquio, ordinare telefonicamente una pizza (ma non necessariamente solo una pizza), far valere i miei diritti con uno sconosciuto che mi scavalca nella fila al supermercato, confessare una cotta (non necessariamente al diretto interessato), andare a ballare, assistere ad uno spettacolo in cui è richiesta la partecipazione attiva del pubblico, cantare al karaoke, essere impulsiva, leggere ad alta voce i miei scritti a qualcuno, e tutta una serie di situazioni che comprendono il fare qualcosa da sola in contesti popolati: andare al bar, al cinema, al ristorante da sola, partecipare ad un corso da sola, viaggiare in posti nuovi da sola, fare palestra da sola....insomma, avete capito.
Conclusione, la mia vita da ansiosa sociale è scandita e strettamente regolata dai livelli di ansia che colmano il mio saturimetro quotidianamente. I vincoli sono tanti, le sfide innumerevoli, le energie sprecate inutilmente terrorizzandomi davanti ad un chiosco dei gelati come se fossi al cospetto di un T-rex con la laurea, incalcolabili, eppure posso dire di cavarmela discretamente. Conoscendo bene le mie paure e il livello di stress che mi causano, imparo ad organizzare le imprese in base alle mie risorse e a spingere l'acceleratore su tutte quelle situazioni che so di poter affrontare, anche se mi spaventano quanto It ha terrorizzato i pargoli della mia generazione. Non bado troppo, quindi, agli aeroplanini di carta che mi si fiondano addosso ogni giorno, ma concentro tutte le mie energie per abbattere i droni che mi si parano davanti come Kylo Ren durante uno dei suoi accessi di rabbia. L'obiettivo è spostare sempre più in alto il limite massimo delle mie risorse di psicoaviatrice e utilizzare la mia spada laser per fare a pezzi più droni possibili, così come fece Luke durante il suo primo addestramento nel Millennium Falcon. Addestrare la Forza, per combattere il mio Darth Vader personale. Un drone alla volta. Fino a poter prendere tra le mani anche l'ultima mongolfiera.
Etichette:ansia sociale,disagio psichico,wallflower | 2
commenti
domenica 12 febbraio 2017
Wallflower o l'arte della tappezzeria
Nella nostra epoca dominata da cinecomics e varianti più o meno originali, ci si ritrova spesso a chiedersi cosa si provi ad avere un super potere. L'imbarazzo della scelta è a dir poco disarmante, tra i vari silver surfer, Superman, Spiderman, Ironman e i vari altri originalissimi qualcosaman che, oltre a voler sottolineare la loro ovvia appartenenza al genere maschile, si ritrovano stretti come sardine ad affollare un parco attrazioni fumettistico fin troppo nutrito e che comprende anche gente come Doorman, Skateman e Aquaman che, come ci insegna Raji, nessuno vorrebbe interpretare neanche ad una fiera del fumetto.
Di fatto però, pensandoci bene, anche l'ansioso sociale ha il suo superpotere: quello dell'invisibilità. Attenzione però a gridare al miracolo e a sperticarsi per essere i primi a darci l'ammirata pacca sulla spalla, perché il nostro non è proprio un superpotere da universo Marvel, o almeno, non da quello degno di nota. Scordatevi i paragoni con il mantello dell'invisibilità di Harry Potter o il potere antiriflesso di Susan dei Fantastici Quattro. Dimenticate anche l'immagine di un superpotere camaleontico alla Randall di Monster and Co. perché non stiamo parlando neanche di quello. Mettete da parte tutte queste versioni solide dell'ossigeno e sostituitelo con l'immagine di una ragazzina ad una festa scolastica che, spalle contro il muro, passa la serata a guardare la sala da ballo torturandosi il vestito con le mani. Ecco. Quello, signori, è il nostro superpotere. E no, non mi riferisco all'arte, seppur raffinata, dell'asciugatrice, ma a quello di fare da tappezzeria o, come dicono gli americani, quello di essere un Wallflower, ovvero uno di quei fiori che crescono sui muri o sulle rocce. Noi sappiamo diventare parte integrante dell'arredamento, come in quei cartoni animati in cui il protagonista si finge un cactus per sfuggire alla cattura. Il nostro superpotere è quello di aderire completamente allo sfondo, di diventare la sedia sui cui siamo seduti, lo spazio che abbiamo occupato, il muro davanti al quale ci schiacciamo come Kronk ne Le Follie dell'Imperatore. La differenza è sottile ma determinante: nessuno si siederà mai su di noi come se fossimo il chihuahua di turno appisolatosi sul divanetto, ma dopo un po' noterete che l'occhio tenderà a saltare sempre più facilmente alla faccia successiva alla nostra e le domande a noi rivolte inizieranno a diminuire come il conto in banca dopo un'infornata di bebè. Alla fine, immancabilmente, si interromperanno del tutto e la nostra trasformazione in tappezzeria sarà completa. Saremo ancora lì, ben visibili nella nostra ingombrante presenza, eppure non ci saremo più. Spariti, come uno sbuffo di fumo fuoriuscito da una sigaretta. Io credo che, in qualche modo, siamo in grado di indurre la mente dell'altro a registrarci come oggetto inanimato, al pari di un lampadario, una tenda o un tavolino.
Capite bene che nessuno si metterebbe a disquisire di libri con una caffettiera o a parlare di politica con una borsa. Passiamo inosservati quindi, anche se, precisiamolo, non a causa di un'iniezione di noia alla Maurizio Costanzo Show. Semplicemente, rimaniamo nell'indefinito, siamo figure sfocate in un banco di nebbia invisibile, siamo e non siamo nello stesso tempo. La nostra quindi non è neanche la capacità di diventare una copia carbone delle persone che ci circondano, imitandone modi e abbigliamento come il miglior truffatore o cacciatore di dote. Anche qui, la differenza è sottile ma importante: una cosa è fare parte del mucchio, un'altra è fare parte della tappezzeria. Sono categorie molto diverse, se me lo concedete. Nel primo caso lasceremo un'impronta di memoria, come direbbe Emily Dickinson, avremo una faccia e un'aura emotiva che ci permetterà di essere riconosciuti all'incontro successivo. Nel secondo caso saremo del tutto dimenticati, proprio come si dimentica la forma del bicchiere che si è tenuto in mano per tutta la sera. Saremo semplicemente carta da parati. I modi per riuscire in questa miracolosa operazione è tanto semplice quanto efficace. In realtà è tutta una questione di atteggiamento: muoversi poco, essere silenziosi ma attenti all'ascolto, ridurre al minimo la durata di ogni contatto oculare e lasciare passare qualche secondo prima di rispondere ad una domanda. Io sono giunta alla conclusione infatti che le persone siano simili a quei diffusori per l'ambiente sensibili al movimento. Se le azioni sono scarse o molto lente, se si riesce a restare ai margini del loro radar, il diffusore non si accenderà e, allo stesso modo, le persone semplicemente si dimenticheranno di noi. E questo è esattamente ciò in cui siamo bravi: restare fermi immobili fino all'ultimo istante, pur non restando immobili affatto. Il problema del nostro superpotere è che ce lo hanno venduto senza istruzioni per l'uso, quindi non abbiamo idea di dove sia il bottone di disattivazione e perciò finiamo col diventare invisibili ad interim, padelle a nostro discapito, mattoni tra altri mattoni, violaciocche sul muro di turno. E a nulla servirà spolverizzarci di brillantini come Britney Spears in Toxic o coltivare il nostro cervello come un tempio. I nostri ferormoni continueranno a farci registrare come fornetto elettrico o mensola. La conseguenza è quella di faticare come bestie (e non oggetti) per farci notare dato che, oltre che con il superpotere, dobbiamo lottare con la nostra umanofobia e con il Rimugiserpe che sottolinea la nostra incompetenza sociale. Alla fine quindi potete capire che il potere del Wallflower è tutt'altro che utile e in molti casi si rivela una camicia di forza da cui cerchiamo di uscire tenacemente, testardamente, anche un po' disperatamente, se mi concedete un po' di brutale onestà, grattando con le unghie la tela rinforzata fino a trovare uno spiraglio. E' un superpotere da quattro soldi che ci catapulta di diritto nel mezzo degli eroi sfigati come il Milk Guy che manipola i latticini e che nessuno, neanche Raji, vorrebbe impersonare. Certo, non appena capiremo come si maneggia tutto l'armamentario, conquisteremo il mondo. Basta solo trovare il libretto delle istruzioni.
Duille
Etichette:ansia sociale,superpoteri,tappezzeria,wallflower | 0
commenti
Iscriviti a:
Post
(Atom)
Here I am!
- Duille
- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
Visite
Powered by Blogger.
I miei post
ansia sociale
(69)
floating thoughts
(65)
il baule in soffitta
(36)
il cucchiaio di Minù
(26)
opinioni non richieste sulle cose
(18)
racconto
(5)
telefilm addicted
(22)
Cerca nel blog
Lettori fissi
Archivio blog
- aprile (1)
- marzo (1)
- dicembre (1)
- novembre (1)
- ottobre (1)
- settembre (4)
- luglio (1)
- giugno (2)
- maggio (1)
- aprile (1)
- marzo (4)
- febbraio (1)
- gennaio (3)
- novembre (2)
- ottobre (2)
- settembre (3)
- luglio (3)
- giugno (1)
- maggio (3)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (3)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (4)
- luglio (4)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (4)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (4)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (3)
- luglio (5)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (4)
- marzo (2)
- febbraio (2)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (5)
- settembre (3)
- agosto (4)
- luglio (2)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (4)
- febbraio (4)
- gennaio (5)
- dicembre (4)
- novembre (5)
- ottobre (4)
- settembre (3)
- agosto (3)
- luglio (4)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (5)
- febbraio (3)













