sabato 7 marzo 2015

Sognando un sogno di carta: la Schiuma dei Giorni

I libri sono come le persone: ne esistono di vari tipi, ciascuno con la sua storia, raccontata con una particolare ed unica cadenza nella voce, che ne rivela le origini, ciascuna con un vocabolario che ne esalta le sue sfumature di personalità, ciascuna sagomata di un taglio speciale con cui guarda il mondo. I libri, proprio come le persone, hanno velocità diverse: alcuni sono veloci, immediati, adrenalinici. Sono libri che non si fermano mai, sempre di corsa, che si leggono con il cuore in gola. 
Altri sono frecce al rallentatore, che di pagina in pagina fanno breccia nella valvola cardiaca per poi farvi crescere un giardino di sillabe che non ci lascerà mai più. E poi c'è una particolare categoria di libri che, come alcune persone, non si inquadrano bene fin dall'inizio. Libri che bisogna guardare a fondo, di cui bisogna ascoltare anche gli spazi bianchi tra le parole, libri il cui messaggio si trova dietro al testo, in un linguaggio segreto che può essere carpito con lo stomaco e non con gli occhi. Uno di questi libri diesel è sicuramente La schiuma dei giorni, di Boris Vian. Quando lo lessi, ormai un anno e mezzo fa, rimasi molto perplessa dallo stile, da alcune scelte narrative e soprattutto dal particolarissimo ed enigmatico modo in cui l'autore ha scelto di trattare le emozioni. Ero confusa, devo ammetterlo. Proprio come quando si emerge da un sogno, mi sono ritrovata a grattarmi la testa chiedendomi "Cosa cavolo ho appena letto?" Perché qualcosa non quadrava decisamente. La storia, ad alto impatto onirico, è piuttosto semplice, dopotutto. Colin, giovane ereditiere, incontra Chloè, incarnazione di una canzone di Duke Ellington. I due si innamorano e, in un tempo sorprendentemente breve, si sposano. Durante la luna di miele si scopre che una ninfea ha iniziato a crescere nei polmoni della giovane sposa, mettendone a rischio la vita. L'unico modo per ridurre lo sviluppo della ninfea è quello di circondare la malata di fiori freschi, ma per farlo, Colin si ridurrà sul lastrico. Come vedete, la storia è piuttosto scontata, senza troppi fronzoli e tratta un tema importante come il cancro con la delicatezza della simbologia onirica, rendendo questa grave malattia quasi poetica. E di fronte a tanta sensibilità, tanta dolcezza, la domanda che mi sono posta per tutta la lettura è stata: e dove sono le emozioni? I personaggi sembrano quasi abbozzati, di una semplicità estrema, apparentemente superficiali, non è dato loro neanche un piccolissimo spazio introspettivo. Sono personaggi tutti concentrati sull'azione, in un libro che però dovrebbe essere intriso di emozioni come se fosse stato pucciato nel miele. Diciamocelo, La schiuma dei giorni è un libro che a prima lettura frustra parecchio, perché è qualcosa di totalmente nuovo, completamente diverso da tutto ciò che possiamo aver letto prima. E' un sogno che è stato trascritto sulla carta, un gioco che l'autore fa con il lettore, invitandolo a risolvere il rebus elaborato per noi, lasciandoci in questa isola misteriosa rigurgitante di indizi ma di cui non abbiamo neanche un francobollo di mappa. 
Ed è qui che capiamo che La schiuma dei giorni è un libro diesel, un libro ad effetto ritardato. Per usare una metafora etilica, non è un bicchiere di vodka che ti va subito alla testa, ma un cocktail molto fruttato, che all'inizio sembra non avere alcun effetto ma che, alla fine, ti fa ritrovare a ballare sui tavoli con il reggiseno sulla testa. 
E' un romanzo indefinibile e, ad un'analisi più attenta, addirittura volutamente fuorviante. Inizialmente sembra uno di quei romanzi veloci, tutto azione, in cui tutto sembra casuale e sopra le righe, in cui il gusto per lo strano e lo scioccante sembra prevalere sulla vicenda in sé. La taxi-nuvola utilizzata dai due personaggi per nascondersi dagli sguardi indiscreti, il pianoforte che trasforma le melodie musicali in cocktails dai sapori più variegati, le anguille che nuotano lungo le tubature e che vengono pescate direttamente dai rubinetti, le morti surreali ed irrazionali che costellano l'intero romanzo e che vengono vissute con lo stesso pathos di quando cade una baguette sul pavimento sporco. Queste stranezze sono tutte invenzioni geniali dell'autore a cui però sembra essere data un'importanza eccessiva, i dettagli risaltano sproporzionatamente oscurando completamente la trama. Tutto scivola come un guanto di velluto, senza toccare apparentemente nessuno, eppure qualcosa non torna. Qualcosa non torna nell'apparente caos che circonda i personaggi, nell'incomprensibile asetticità delle loro esperienze, nella folle velocità con cui la storia si sviluppa, nella quasi molesta noncuranza con cui vivono la vita. Ed in effetti qualcosa non torna davvero, perché, come ho detto prima, La schiuma dei giorni è qualcosa di unico e per leggerla bisogna buttare dalla finestra qualsiasi canone di riferimento ci si sia costruito durante gli anni. E' un libro che, proprio come la ninfea che affligge la povera Chloè, sboccia in ritardo ma che, una volta compreso, rivela tutta la sua meravigliosa, poetica, struggente drammaticità. I personaggi non provano emozioni perché è il mondo che le prova per loro. Quel pazzo mondo pieno di stranezze si plasma aderendo al sentire dei personaggi, sostituendo ai sentimenti le immagini dei sentimenti: i cieli cambiano colore, le stanze si rimpiccioliscono, i corpi invecchiano precocemente man mano che il dramma si inscena, consumando letteralmente tutto ciò che fisicamente circonda quei cuori pulsanti. Lo stesso tempo assume le forme e i colori della vita, così che, laddove crediamo di leggere una vicenda descritta troppo oggettivamente, ci ritroviamo di colpo ad essere circondati da una straziante soggettiva del dolore, in cui tutto cambia con il cambiare di noi stessi. Mentre Chloè vive la sua malattia, il tempo rallenta fino a fermarsi in un immobile presente, i colori si slavano fino a diventare di un grigio funereo, che non lascia scampo e da cui non si può più fuggire. Il peso del dolore schiaccia Colin e schiaccia il lettore, che non vede più nulla, se non l'ombra della morte anche negli oggetti di uso quotidiano. 
 La maglia di colori così meravigliosamente intessuta all'inizio del romanzo, si apre sgretolandosi in una statica caduta nell'oblio. Capiamo che ogni riga è metafora, occultata da una verità descrittiva apparentemente priva di scopo, ogni parola è simbolo che diventa realtà, in una solidificazione degli umori che concretizza anche il pensiero, delegando le emozioni al mondo, facendo sì che il dolore impregni ogni rivolo d'acqua, ogni finestra sporca, ogni parete scrostata. La morte diventa la protagonista di questo volume, insieme alla feroce critica alla nostra società consumatrice e egoista, in cui la solitudine la fa da padrone. Il messaggio è affisso ovunque, è così palese da risultare invisibile, ma non impercepibile. Le nostre pance lo sentono anche quando i nostri occhi non lo vogliono vedere. Daniel Pennac, che ha scritto la prefazione del libro, ci ha visto un elogio dell'amore che tutto può. Io ci ho visto una fedele descrizione della disperazione, che annienta fino a non lasciare più nulla, se non se stessa. La Schiuma dei Giorni mostra, sfiorandola, l'orrore della vita nelle sue diverse declinazioni: l'ossessione di Chick per il suo autore preferito che porterà distruzione nel suo rapporto con la fidanzata, la solitudine e la disperazione che portano ad atti estremi, la morte che scorre sotto gli occhi senza toccare davvero più nessuno, la malattia che infetta tutto, anche chi ci sta vicino. Una fedele testimonianza del mondo moderno, filtrata dal simbolismo onirico, come a voler proteggere dalla sconvolgente verità. E' un libro che consiglio, ma con moderazione perché è un libro che richiede compromessi, che si deve lasciar decantare nell'inconscio fino a quando le sue note fruttate non si paleseranno. Per leggere La schiuma dei giorni si deve accettare la frustrazione di non capire, il fastidio dell'irrazionale, lo scardinamento degli schemi, e si deve sopportare lo straziante dolore dell'epifania, della comprensione che porta via ogni traccia di magia, lasciandoci intravedere l'orrore dietro quel velo sognante che ci ha protetti fino ad ora, consci che quello che vediamo è quello che siamo davvero. Per amare la Schiuma dei giorni si deve sospendere la realtà, abbracciare l'assurdo, entrare nel sogno. Ma soprattutto, per comprendere la Schiuma dei giorni si deve aspettare. Aspettare che il vero significato arrivi al cuore perché, come tutti i sogni, il messaggio non è per la mente, ma per l'anima. 

Duille

 
"La', dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano dall'oscurità, si urtavano nel chiarore e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo." 

sabato 28 febbraio 2015

Sai rivelare un segreto?

I segreti sono piccole verità di noi stessi che, per svariati motivi, preferiamo non rendere pubblici, di solito perché sono imbarazzanti, dolorosi o incredibilmente intimi. Esistono diversi livelli di segretezza e la scelta di aprire o meno il portellone di uno di quei livelli significa indicare molto chiaramente i confini d'intimità di una relazione.
I segreti definiscono limiti molto precisi, come se fossero dei recinti di legno intorno al proprio appezzamento di terreno. Non basterà tutto l'olio Cuore del mondo per superarli, se non vorremo. I segreti sono come dogane che permettono il passaggio solo ai portatori del giusto passaporto, sono le scalette delle casette sugli alberi che vengono calate solo alle persone che conoscono la parola d'ordine. Rivelare un segreto, in effetti, non è cosa da poco, richiede un bel po' di coraggio da entrambe le parti. Chi si svela, compie un atto di fede, si fida e si affida, si butta nel canyon sperando che la corda da bungee-jumping tenga. Chi riceve il segreto, è messo alla prova, deve essere sufficientemente elastico da permettere all'altro di ritornare sul ponte da cui si è buttato e abbastanza solido da non farlo cadere. In una parola, deve essere comprensivo e non giudicante. Quando si rivela un segreto, si chiede il possibile impossibile: essere all'altezza delle aspettative, essere delicato come la mano di un restauratore su un quadro usurato dal tempo. Se il test verrà passato, si accederà ad un mondo nuovo e complesso, genuino ma più ingarbugliato di un gomitolo di lana dopo il passaggio di un gatto particolarmente in vena di giochi. E se il segreto verrà tenuto, si otterrà un prezioso biglietto da visita, una targhetta ad honorem placata oro e con le scritte in rilievo che troneggerà brillante sul nostro petto orgoglioso. Quel riconoscimento definisce la nuova identità del suo portatore, sancendone l'integrità, la correttezza e la riservatezza, come il miglior conto bancario svizzero. Praticamente, si diventa casseforti a prova di gossip che tutti vorrebbero in casa. Ma non per tutti va allo stesso modo. Noi ansiosi sociali, ad esempio, siamo un caso un po' particolare di distorsione di questo dare e avere, di questo scambio di confidenze e di mutua fiducia. Pur avendo collezionato migliaia di targhette lucenti, pur avendo custodito così tanti segreti da poter essere tranquillamente la nuova Gringott emozionale, non siamo altrettanto generosi nell'elargire a nostra volta tali coccarde. 
E non perché abbiamo avuto la sfortuna di incontrare solo rane dalla bocca larga, ma semplicemente perché non arriviamo mai a testare gli altri. Per quel che ne sappiamo, le persone che ci circondano potrebbero, una volta sentito il nostro segreto, cucirsi la bocca a doppio filo imitando l'espressione del sedere di una gallina, ma noi siamo quella categoria di persone che dicono di non credere ai fantasmi ma che, per sicurezza, non si avvicineranno mai ad una tavoletta Oujia. Quindi siamo i re del silenzio, i maestri del V emendamento e bunker nascosti nei fondali marini, il che ci rende perfetti custodi dei segreti altrui e pessimi confessori dei nostri segreti. Perché in fondo, esiste solo un vero segreto che vorremmo confessare, l'unico per cui valga davvero la pena di testare le persone, ma talmente grosso da poter radere al suolo una nazione peggio di una bomba di insetticida in un campo infestato di cavallette. Rompere il nostro segreto significa parlare di ciò che ci tormenta maggiormente: dell'ansia sociale e del serraglio di animali che lo accompagna, del procione incazzato sulla spalla e del rimugiserpe che sussurra continuamente all'orecchio, delle varie versioni di noi stessi che sembrano non azzeccare nulla l'uno con l'altro e che ci rendono molto empatici nei confronti dei disturbi da personalità multipla. Ce ne vergogniamo mortalmente, e ci sembra difficile che qualcuno possa capire qualcosa che noi stessi facciamo fatica a capire e accettare. Ci risulta impossibile pensare che qualcuno possa non riderci in faccia, guardarci come dei pazzi o minimizzare il problema di fronte ai racconti dei nostri pianti nell'armadio prima di un'uscita, o sui nostri calcoli del numero di persone che, secondo noi, sono accettabili per rendere un negozio frequentabile. Perché aprire un vaso di Pandora che sarebbe meglio per tutti se rimanesse ben sigillato con silicone, un doppio lucchetto e un kilometro di cellophane come copertina della buona notte? Mi piace pensare che questo sia il segreto del folle, quella verità che non si rivela perché nessuno capirebbe, anche se in fondo, folli non lo siamo affatto. Ma tant'è, non siamo noi a fare le regole del gioco, è quel mondo superficiale e prestazionale in cui ci muoviamo. Quindi non importa quanto sia doloroso tenerlo dentro, quel segreto resterà custodito negli anfratti delle nostre valvole cardiache, nella fodera della retina, o nel fondo della punta della lingua. Per gli ansiosi sociali rompere il silenzio è doloroso come frantumare a mani nude una teca di vetro, o rompere una lastra di ghiaccio.
Ci espone, fa sanguinare le mani, riempie di tagli e brucia la pelle. Ci spaventa come poche cose al mondo, perché rivelare il segreto vuol dire affidarsi ad un altro che potrebbe non capire o non voler capire. O peggio. Potrebbe capire e non volerci, buttarci via perché siamo difettosi, come un vecchio giocattolo a cui si sono rotti gli ingranaggi. E come potremmo sopravvivere sapendo di essere solo una mela bacata che nessuno vorrà mai assaggiare? Allora manteniamo il silenzio, ci stringiamo nel nostro muto cappotto infeltrito cercando di ripararci dal gelo, quando il gelo viene proprio dall'interno di quel cappotto, fatto di ritagli di notti invernali. Tenere il segreto ci rende sicuri in un mondo di incertezze e superficialità, ma ci sgretola lentamente sotto la forza del vento del Nord. Preservare il segreto circoscrive l'oceano di paura che annacqua gli occhi, distorcendo le immagini e creando mostri irreali, ma erode le nostre rocce rendendoci scomposta arena senza identità. 
Preferiamo gestirci da soli le nostre crisi, occuparci in solitaria dei nostri buchi nell'acqua, non dare spiegazioni che nessuno capirebbe e affrontare la vita con il nostro passo zoppo, in compagnia del nostro pipistrello notturno che svolazza sulla testa. Ovvio, questo ci preclude ogni possibilità di sgravarci di questo peso, di vederci attraverso gli occhi degli altri, magari di trovare quella persona che, invece di correre come il resto del mondo, decida di zoppicare insieme a noi, magari allungandoci anche una mano per farci da stampella. E di certo non saremo in grado di trovare persone come noi, se non da pochi indizi invisibili agli altri, ma chiarissimi per noi. Perchè tra di noi ci riconosciamo, siamo come cani che hanno la stessa puzza o, per essere più eleganti, come danzatori che ballano la stessa musica. Ma rivelarci sarebbe impossibile comunque, perché dopo tanto tempo che si tiene questo segreto, ci si dimentica come si fa a rivelarlo. Da dove si inizia? devo aprire prima la bocca o il cuore? Come? Devo abbassare le difese? Ma scherzi? Lì fuori è tipo Jurassic Park, Jumanji in versione splatter, e io dovrei portarmi dietro solo un fazzolettino bianco come segno di resa? I velociraptor lo useranno per asciugarsi le fauci dopo aver banchettato con me! Questo il tenore dei pensieri che ci affollano la mente. E mentre la consueta riunione condominiale di creature dentro di noi si fa come al solito per le lunghe, il momento è passato, e alla fine siamo solo stanchi e frustrati. Probabilmente esiste una soluzione a questo gravoso problema, ma a questo punto del mio percorso, so solo che continuare a provarci, sbattere la testa contro il muro di silenzio tentando di sfondarlo è l'unica cosa da fare. Io ho scelto una persona di cui mi fido per allenarmi, anche se è difficile. Ad ogni crisi, grande o piccola che sia, verrà la tentazione di insabbiare tutto sotto litri di bugie, dette con il solo scopo di non esporsi alla vergogna pubblica, di non tirare la corda più di quanto non si faccia già. Ma quell'atto di fede, quel salto nel canyon è la cosa migliore che ci potrà capitare. Fidatevi, quella corda terrà, anche se non ci credo mai neanche io. Ma d'altronde, io ho l'ansia sociale. 


Duille


sabato 21 febbraio 2015

Eroi a doppio battito: la teoria del tutto

Quando pensiamo agli eroi, ci sentiamo ispirati come se i nostri polmoni respirassero sinfonie aperte al vento. Sono creature quasi mitiche, che ricorrono nella storia come punti di luce nell'oscurità dei tempi, per dare forza e speranza ai popoli del futuro. Ma cosa sono gli eroi, in fondo? Sono una scintilla di coraggio, che infiamma le nuvole di calore e dà la forza per grandi atti. Tutti gli eroi non sono altro che una grande metafora: sono l'incarnazione del coraggio di lottare per ciò a cui si crede. Ed è a questo che il resto del mondo si ispira. Ma nonostante tutti gli eroi siano un simbolo del coraggio, non tutti gli eroi sono uguali. Esistono almeno due tipologie di eroi: gli eroi che, lottando per sé, lottano anche per gli altri, e gli eroi che lottano per se stessi. 
I primi sono i condottieri, le torce che guidano le masse verso un futuro di speranza e di maggior benessere. I guerrieri che si ergono nel buio di una notte senza stelle con la loro fiaccola accesa, nascondendo la paura ed indicando sicuri l'alba che verrà. Questi eroi sono irraggiungibili, mitici esempi di determinazione a cui possiamo solo dedicare tutta la nostra ammirazione e gratitudine mentre guardiamo la loro firma decisa sul lungo papiro della Storia. I secondi invece sono i custodi della speranza, sono tutte quelle vite semplici che non troveranno mai posto in quel lungo papiro, ma capaci di ispirarci forse più degli eroi guerrieri. Sono coloro che sono stati colpiti dalla vita, ma che si alzano ogni mattina cercando il proprio sorriso nello specchio e vi restano finché non lo trovano. Sono gli eroi testardi che, instancabili, cercano ogni giorno un motivo di gioia, dimenticando il macigno che portano nel cuore e spesso nel corpo. E' di questo secondo tipo di eroi che voglio parlare, gli eroi della speranza, perché sono loro che sono maggiormente in grado di ispirarmi e spingermi a tentare di essere a mia volta quella stella di luce fatta di polvere di risate. Perché questo sono gli eroi della speranza: polvere di risa tenute insieme da una lacrima. Per trovare un esempio di questo secondo tipo di eroe, basta guardarvi intorno. Ognuno di noi è un po' un eroe della speranza, anche se spesso non ci sono segni che ci annuncino, non ci sono simboli sulle mani o lettere sulle giacche che ne indichino la presenza. Bisogna fare attenzione per vedere questi eroi, perché la loro energia si cela nei dettagli: in un attimo di tristezza nello sguardo, in un sorriso perso nell'aria, nella gioia con cui si godono una pioggia invernale, nella determinazione con cui muovono una mano, nella fierezza con cui si mostrano agli altri coperti di cicatrici. Li potreste trovare seduti ad occhi chiusi su una panchina, lasciando che il sole baci loro le guance asciutte delle lacrime che furono, oppure curiosi di fronte alle minuzie della vita. Sono eroi invisibili agli occhi del mondo, ma che talvolta si mostrano in tutta la loro magnificenza. Magari raccontati da qualche regista che ne ha visto la luce e che è pronto a rischiare di bruciare la pellicola per mostrarla. Forse è successo proprio questo al regista di La teoria del tutto, pellicola che racconta la storia del fisico Stephen Hawking, uno dei grandi eroi della speranza moderni. 


Un film che racconta l'uomo dietro il genio, il dolore posto a servizio della creatività. la speranza coltivata come un fiore raro nel deserto più secco, la fantasia lasciata libera di volare oltre le possibilità del corpo. E l'amore, espresso solo attraverso gli occhi screziati di fugace malinconia. Hawking è un eroe per se stesso, che combatte ogni giorno con una malattia che ne rende difficile ogni gesto, che lo paralizza nel corpo e che lo costringe ad una scelta difficile: vivere o morire? Vivere pienamente, trovando la gioia in ciò che ancora resta, pur sapendo di dover lottare per sempre contro il dolore e la disperazione, o lasciarsi morire, richiudersi in se stesso in una spirale mortifera che fa appassire tutto, lasciando gusci vuoti e senza vitalità? Hawking fa la scelta più coraggiosa. Sceglie di vivere. Ma di vivere davvero. Sopravvivere è un altro nome per indicare la morte, sopravvivere significa spegnere la luce che abbiamo dentro e accumulare i giorni come granelli di sabbia in una clessidra. Hawking sceglie di guardarsi intorno e trovare la gioia in ciò che gli è rimasto dopo il bombardamento. E riesce a fare questa scelta perché qualcuno, in quel momento cruciale, ne ha preso il viso tra le mani e gli ha mostrato a forza il proprio sguardo innamorato. Ed è in questo momento che capiamo la vera forza degli eroi della speranza: l'amore. L'amore per se stessi, certo, ma soprattutto l'amore che riceve dagli altri e che diventa la vera benzina della loro esistenza. Hawking ebbe la fortuna di incontrare l'amore più grande dell'intero universo, l'amore di una donna, che gli è stata accanto e che gli ha dato la forza per far emergere il suo genio. E' questa donna forte e coraggiosa che lo aiuta a rialzarsi dopo la caduta, che lo accompagna nel lungo cammino verso l'incerto futuro. 
Hawking ha due cuori che battono nel suo petto, il proprio e quello della moglie. Ha due cuori per amare, sperare e lottare. E un doppio motivo per vivere. Vivere per sé, ma soprattutto per lei, quella donatrice di cuore che ha deciso di stargli vicino nonostante tutto. Gli eroi della speranza sono tali perché sanno accogliere i regali che arrivano, soprattutto quelli di eroi come lui. Questi ultimi sono eroi del dono, persone comuni di solito, che possono apparire fragili e deboli, ma che si rivelano in tutta la loro sconvolgente meraviglia, pur rimanendo all'ombra anche di questi eroi del quotidiano. Sono eroi silenziosi, che non avranno mai lodi o gloria, ma che saranno guide spirituali nei momenti difficili e sorrisi intensi nei momenti di luce. Gli eroi della speranza nasconderanno la paura per dare forza a coloro che danno loro forza, in un circolo benefico che sincronizza i battiti. Due cuori uniti in un unico corpo, un cuore che batte più forte quando l'altro si accascia stanco, due cuori che cantano insieme di fronte ai piccoli traguardi e ai minuscoli movimenti dell'esistenza, due cuori che si concedono di piangere nello stesso momento, accarezzandosi consolatori. Gli eroi della speranza sono tali perché non sono monoliti solitari, convinti di farcela da soli, ma esseri che si sentono profondamente umani e per questo capaci di attingere a qualsiasi fonte di energia, di affidarsi agli altri per continuare a percorrere la strada che hanno scelto nonostante i nuovi limiti, fino a diventare ciò che desiderano essere: felici. Non quelle felicità impossibili ed eterne, ma quelle piccole perle di felicità che vengono custodite gelosamente e che li porta a lottare sempre più forte per accumularne altre. Hawking l'ha trovata nel suo lavoro, nei suoi amici, nella sua fortissima moglie, nei tre figli, e nei giorni che strappava alla morte, giorni che diventavano degli oggi vissuti intensamente, senza preoccuparsi troppo del domani. Gli eroi della speranza come Hawking ci ispirano più degli altri, perché sono eroi che potremmo diventare. Raccontandoci la loro storia, vivendo ogni giorno intensamente, ci passano simbolicamente il testimone, dandoci fiducia, dicendoci che anche noi possiamo essere eroi di noi stessi. Possiamo essere eroi della speranza e, conseguentemente, eroi del dono. Ci insegnano a piangere per ciò che non funziona, ma anche ad alzarci e gridare forte di un urlo di entusiasmo così grande da riecheggiare tra le montagne della nostra vita, perché come ha detto bene il buon Hawking, finché c'è vita c'è speranza. La speranza, la capacità di accettare il cuore donatoci da amori vicini e la testardaggine nel trovare intorno a noi le cose per cui vale la pena vivere sono la vera chiave per vivere intensamente, gonfiando le vele del nostro cuore fino a renderlo così grande da poterlo donare a qualcuno. Fino a renderci eroi del dono, in uno scambio di cuori che ci lega in un unico organismo battente. Quella di Stephen Hawking è la storia di un amore, di una speranza incrollabile, della rinuncia alla sconfitta. Una piccola grande storia, che è anche la storia di ciascuno di noi. 


Duille

sabato 14 febbraio 2015

Un regalo lungo un anno

Un anno fa ho deciso di farmi un regalo. Era uno di quei giorni in cui sentivo tutto il peso della mia vita sulle spalle, uno di quei giorni in cui il mondo ti ricorda la tua solitudine, la staticità in cui ti sei arenata, un giorno in cui ti accorgi delle pareti grigie in cui sei inscatolata da sempre. 

Insomma, era San Valentino. 

Una delle feste più settoriali, discriminatorie ed elitarie mai concepite. E' una festa con la puzza sotto al naso peggio di un critico d'arte e che in più non ha neanche la decenza di essere discreta. No, la signorina se la tira mostrandoti tutta la sua opulenza, il suo benessere, la pioggia di cuoricini che gronda dalle vetrine dei negozi, dai tavoli dei ristoranti, dagli scaffali dei maledetti supermercati, ricordandoti una cosa sola: tu non potrai mai toccare quel benessere, almeno non quest'anno.  Ed in più, dopo averti ricordato la tua solitudine che si trascina di anno in anno, finge anche un sentimento di spocchiosa compassione, mentre ti chiude la porta in faccia lasciandoti sola con le tue vaschette di gelato e i fiori ormai appassiti dal dispiacere. "Ritenta l'anno prossimo, vedrai che andrà meglio", ti dice con l'occhietto triste, le labbra sporgenti e le manine raccolte in preghiera. San Valentino non è la festa degli innamorati, è la festa dell'esibizionismo a discapito di chi non può esibire nulla, una giornata che fa sentire i single come un fazzolettino usato dimenticato sotto il cuscino. Di solito io tento di scansare questa "festa" con tutta l'eleganza che ho a disposizione, ovvero rispolverando vecchi discorsi razionali sulla sua natura commerciale e rinchiudendomi in casa a rileggere Jane Austen come ogni single depressa che si rispetti, vestita con il pigiamone di pile, i calzettoni che abbracciano i pantaloni e i capelli a cipolla come vuole il manuale della giovane depressa che affoga i dispiaceri nel cibo. L'anno scorso però ero stufa di imbruttirmi per colpa di questa festa importata dall'America. Ed è stato allora, in un moto di stizza da soldato caduto ma non ancora sconfitto, che ho deciso di farmi questo grande, meraviglioso regalo. In barba ai dubbi che covavo da mesi, ho preso in mano mouse e tastiera e ho scritto il mio primo, brevissimo post. E' così che è iniziata la mia avventura qui su blogger, senza nessuna idea particolare, senza nessuna pretesa o desiderio di successo. Sapevo già allora che il blog era ormai una forma d'arte sorpassata e inutile, paragonabile all'invio di un messaggio via piccione. Ma come ci insegna bene J.K.Rowling, anche le cose più sorpassate possono tornare di moda se adeguatamente sfruttate e se lei è riuscita a far diventare popolare la penna e il calamaio, perché non tentare comunque di dare nuova vita ad uno stile di blog che ormai è da istituto geriatrico? Sappiamo tutti che gli unici blog che oggigiorno attirano ancora sono quelli in cui si spadella o si viaggia, oppure quelli che supportano i canali youtube e che vivono quindi di luce riflessa. I blog personali sono ormai un lontano ricordo dei tempi andati, come le lettere scritte a mano, cose da nostalgici che preferiscono ancora il calore a volte ustionante del camino alla più stabile stufetta elettrica. 
Ma io sono sempre stata un'inossidabile nostalgica con la passione per la scrittura e, senza particolari doti culinarie o soldi per viaggiare, con una timidezza da lucertola braccata e assolutamente goffa davanti ad una telecamera, quale altro strumento avrei potuto usare per mostrare il mio lato vintage se non un blog personale? In più avevo voglia di condividere i miei voli di fantasia, il mio modo di vedere la vita, le mie passioni per la letteratura e per i telefilm e soprattutto volevo fuggire per un attimo dalla mia gabbia ansiosa, volevo uno spazio in cui essere finalmente me stessa e parlare liberamente. Così mi sono buttata nel vuoto, nonostante tutte le carte fossero a mio sfavore, nonostante la Luna Nera che incombeva sul mio piano astrale: blog antidiluviani che non legge più nessuno, un'epoca che ha l'attenzione massima di 3 minuti, una personalissima incapacità a rimanere costante e soprattutto, lo scarsissimo dono della sintesi. Io sono sempre stata una persona da flusso di coscienza: un pensiero tira l'altro come gli m&m's durante un attacco di acquolina. E in quest'anno in effetti anche quei timidi tentativi di sintesi sono stati definitivamente abbandonati a favore dell'inconenibilità del flusso di coscienza. Ma molti dei pronostici che mi ero fatta quel lontano 14 febbraio del 2014 sono stati felicemente disattesi. La costanza è stata mantenuta, tanto che oggi festeggio anche il mio cinquantesimo post e con la costanza e un po' di pubblicità sono arrivati anche alcuni lettori che hanno trovato qualcosa di buono in quello che scrivevo e che mi hanno supportata con una genuinità disarmante. Col passare dei mesi sono arrivate nuove rubriche, nuovi modi di scrivere e una definizione più puntuale ed equilibrata del mio stile, che è cresciuto grazie anche ai vostri commenti. Il blog mi ha fatto crescere, mi ha resa orgogliosa di ciò che amo di più, mi ha dato fiducia in ciò che faccio e nelle persone a cui mi rivolgo e mi ha dato delle lezioni di vita degne del miglior sensei. La più importante di tutte è stata che non posso lasciare fuori dalla porta la mia ansia sociale. Essa fa parte di ciò che sono e influenza i miei pensieri e il mio umorismo. Ho capito che in questo blog c'è spazio anche per quella parte dispotica e giudicante di me. Qui però è la mia parte sana che tiene le redini e sono capace, come non riesco nella vita, a piegare quel serraglio di giudizi e paure fino a darle una forma che respiri e non soffochi. 


Ogni volta che adesso parlo di ansia sociale, non faccio altro che stenderla al sole, come una vecchia coperta logora. La guardo, la tocco, ne racconto la storia e poi la riprendo con me, avendone un po' meno timore, perché ora la conosco un po' meglio e perché non fa paura a chi la racconto. Non sono aliena in un mondo di perfezione, ma solo profondamente complicata. E quando ho particolarmente paura, non devo fare altro che disegnare due grossi baffi a manubrio su quella coperta polverosa e riderci su insieme ai miei lettori. Speravo e spero ancora che quello che scrivo possa aiutare persone come me e persone diverse da me a capirsi e capire, a vedere come cose apparentemente semplici possano essere mostruosamente faticose, a ritrovare una familiarità del tutto personale in difficoltà così particolari, a comprendere come sia difficile per noi fare quel gesto di volontà fondamentale quando siamo impegnate in una quotidiana lotta con noi stessi. E magari aiutare le persone a trovare un modo di tendere una mano cosciente ed efficace verso chi soffre del mio medesimo disagio. Ma soprattutto, spero che con questo blog io possa dare a persone come me quel pennarello nero a punta grossa necessario per disegnare i baffi alla propria ansia sociale, Un anno fa ho fatto una scelta importante, un regalo che si è scrollato di dosso le paure e si è concesso un battito di ali. Da allora non sto facendo altro che continuare a volare. Ed è tutto merito nostro.
Duille

 
sabato 7 febbraio 2015

Principianti emotivi

Ci sono tante parole che spaventano un ansioso sociale. Alcune sono parole che spaventano tutto il mondo in ugual misura: dolore, morte, perdita, solitudine, abbandono. Altre sono paure che tutti sentono, ma che rimangono segreti nascosti sotto le pieghe delle occhiaie o negli angoli delle labbra. Infine, ci sono le paure marchiate dalla nostra lettera scarlatta, terrori che nessuno capisce e che ci rendono fragili: telefonare, comprare, domandare, amare, fidarsi, muoversi, dire. E' difficile capire in quale scatola mettere ogni parola, cosa appartenga solo a noi e cosa ci renda parte dell'umanità. 
Siamo circondati da bolle di silenzio: il nostro silenzio, che ci protegge da quello sguardo giudicante che ci manderebbe in frantumi, e il silenzio degli altri, che avvolge nella vergogna e nel pudore le paure che la società non vuole riconoscere. Ma noi siamo principianti emotivi, ancora impegnati a comprendere le regole del gioco, soprattutto cosa si può dire e cosa no. Sentiamo tutto come se fosse la prima volta, dando ad ogni emozione tutta l'importanza di una cometa avvistata nel cielo notturno. Ogni meteorite cade forte sulla nostra terra e fa anche parecchio rumore. Forse fa più rumore che quello degli altri, o forse siamo noi che, non conoscendoli completamente, li facciamo risuonare all'infinito cercando di carpirne i segreti, cercando di capire dove collocarlo e come chiamarlo. Spesso guardiamo fuori per vedere se anche gli altri conoscono queste meteore, oppure se sono realtà tutte nostre. In fondo, siamo amplificatori di emozioni, casse da cui rimbombano forte le paure che il mondo tiene silenti. Questo essere ancora principianti ci spinge più spesso di quanto vogliamo a mostrarci e nel farlo smascheriamo anche coloro che le regole del gioco, ormai, le conoscono a memoria. Involontariamente, le nostre fragilità, così attentamente nascoste sotto strati di controllo, emergono da quella coltre di fango molle che continuiamo a modellare e che ci sfugge sempre di mano, e si mostrano al mondo nella loro nudità. Per noi è una sconfitta, un inutile pericolo che non riusciamo ad evitare e che ci lascia pietrificati come un bambino colto in fallo con le mani nel barattolo delle caramelle. Ma paradossalmente, più spesso di quanto non pensiamo, questa evidente fragilità nei nostri occhi e nei nostri movimenti diventa un colpo d'aria che scuote i panni ordinatamente stesi al sole di chi ci sta di fronte, mostrando che anch'essi, così bianchi e puliti, nascondono macchie stranamente familiari, scuciture agli angoli delle gonne e cicatrici di filo a richiudere le lenzuola immacolate. In alcuni casi, siamo noi, delicati come carta velina sotto una grandine, a fare involontariamente il primo coraggioso passo verso l'altro, mostrandoci semplicemente imperfetti, noi che ci sentiamo drammaticamente sbagliati e abnormi in un mondo di perfezione. 

Non siamo eroi che sfidano il pericolo, ma solo incauti viaggiatori a cui sfugge di mano la valigia piena della propria storia, aprendosi in un tripudio di biancheria e fazzoletti di carta usati. Eppure, con questo gesto maldestro, permettiamo all'altro di sentirsi libero di essere a sua volta meravigliosamente imperfetto, splendidamente tagliato. Noi, così profondamente convinti di essere un cesto pieno di gomitoli di lana aggrovigliati, diventiamo in un momento creature capaci di squarciare il velo della consuetudine che definisce i confini del giusto e dello sbagliato, del normale e dell'anormale, della sanità e della pazzia. Semplicemente, il nostro essere principianti emotivi ci rende incauti esploratori fanciulli, che ancora non sanno come muoversi nel mondo e che, nella loro esplorazione maldestra, finiscono coll'aprire anche porte che devono rimanere chiuse, segrete, e che confinano gli individui in maschere di solitudine, in danze di apparenza, in contatti sospesi che non arrivano mai alla pelle. E spesso, nel farlo, nell'inciampare sempre nostro malgrado nel vuoto, finiamo col rompere quella bolla di silenzio e  diventiamo quella rete di sicurezza che permette ad altri di dire una semplice, potentissima parola: Anch'io. Anch'io sento ciò che senti tu, anch'io soffro, anch'io ho paura, così tanta che devo tenerla chiusa in una scatoletta sotto il letto, nascosta da tutti come un calzino sporco, protetta da tutti perché nessuno capirebbe.
La libertà di quelle parole, di quel semplice "anch'io" sussurrato sottovoce, come un gesto di ribellione dall'ordine preformato, ci mette davvero in contatto, ci lega in un abbraccio fatto di mutua comprensione, seppur nella nostra diversità. Noi ansiosi sociali di fatto siamo casse di risonanza, diapason che invadono l'aria con la loro nota in cerca di uno strumento che la riconosca e la suoni. Apriamo spazi di parola nonostante vorremmo chiuderci in noi stessi, liberiamo emozioni e paure dalle gabbiette appese nella mente delle persone semplicemente mostrando lo stormo di volatili che vola selvaggio dentro di noi e che le gabbie, non le ha mai conosciute. Ma ciò che mi sorprende ogni volta è che, nel mostrare casualmente le nostre paure, bloccandoci in un respiro trattenuto dopo aver lanciato per sbaglio la nostra nota, si finisce sempre per trovare un altro diapason che riconosca quel suono e ce lo restituisca, in un gesto di somiglianza che lascia stupiti e commossi. L'emozione più bella esistente è sentirsi simili, è far volare le proprie paure insieme, in una danza nel cielo che non sa più di solitudine e che le rende un po' meno terrificanti, perché non le si affronta più da soli. Per noi, significa sentirci un po' meno alieni, un po' meno folli, significa riporre quelle ignote paure nella scatola giusta, svuotando quella marchiata dalla nostra stigmate. Per loro significa dare dignità a qualcosa che non ha mai trovato spazio di espressione, sentirsi liberi per una volta di essere ciò che si è, di scrollarsi di dosso quella cappa di convenzioni che definiscono cosa si possa o non si possa sentire. A volte inciampando, si cade in un abbraccio.

Duille 

sabato 31 gennaio 2015

Cantare "Fuori" dal coro: Street Clerks

La discografia italiana ha sempre ondeggiato tra due grandi polarità: il cantautorato, sempre più raro e legato al passato, e il melodico amoroso, con le varie Laure Pausini, Emme e Alessandre Amoroso che inneggiano all'amore in tutte le sue 50 sfumature di rosa. Il resto è una landa deserta degli stili, in cui nessuno sembra volersi avventurare, se non sporadici eroi underground che non troveranno mai spazio per esprimersi nel mercato convenzionale e finiranno irrimediabilmente ad affidare la propria notorietà al passaparola dei suoi pochi, affezionati fan. Siamo un paese particolarmente refrattario al nuovo, allergici a qualsiasi forma che abbia anche un leggero aroma di internazionalità. Suppongo si tratti di un attaccamento alle radici particolarmente fedele, come la passione per la tradizione culinaria o per il gesticolare selvaggio che ormai è diventata un'icona tutta nostrana.
La realtà dei fatti è però che tutto questo melodiare è diventato con il tempo una sorta di pianta infestante che ha invaso prati, boschi e giardini di casa, soffocando tutto il resto, ammazzando le peonie, strozzando le piantine di violette e sfrattando anche qualche ibiscus dalla sua dimora. Non cresce nient'altro che la pianta del melodico, sotto lo sguardo spesso indulgente, talvolta impotente del povero giardiniere, che non riesce proprio ad evitare la diffusione di queste piante canterine. Ma qualche volta, qualcuna di queste piantine bullizzate alza la testa, fa qualche mese di palestra, ingolla un paio di flaconi di vitamine e, tutta muscoli e charme, si impone a colpi di radici sul terriccio, creando una piccola zona pulita in cui può crescere libera, sotto le amorevoli cure del suo giardiniere. Sono i casi in cui compaiono le piccole perle della musica italiana, che dimostra come anche noi, tutti pizza e mandolino, siamo capaci di fare grande musica. E' così che un piccolo gruppo sconosciuto al mondo, un giorno, ha cominciato a brillare. Gli Street Clerks sono un gruppo formatosi nel 2007 che ha trovato il suo momento di visibilità grazie ad X factor, il talent che ha sfornato artisti come Marco Mengoni, Noemi e Giusi Ferreri. Il loro percorso sul palco è stato breve ma intenso ed è stata una pena (mia) vederli eliminare dopo poche puntate. Il mio lato paperino si è scatenato sotto forma di una marea di improperi biascicati contro il pubblico che non li aveva capiti e contro Simona Ventura che non li aveva valorizzati a dovere. Ma si sa, quando sei bravo, una volta che la luce ti ha colpito è difficile spegnere i riflettori. E anche il sole è rimasto affascinato da questo gruppetto di quattro ragazzetti dalle altezze variabili come i regoli che si usavano da bambini per imparare le proporzioni. Circa un anno dopo la loro sconfitta ad X factor, salta fuori il loro primo cd ufficiale dopo l'ep "Il ritorno di Beethoven", rimasto per lo più sconosciuto. Il titolo dice già tutto: Fuori. 

In effetti questo album è quanto di più fuori dal panorama contemporaneo si possa trovare. E' un album che raccoglie l'eredità del cantautorato italiano e lo trasporta direttamente negli anni duemila, confezionandogli un look internazionale raffinato e divertente. I testi sono potenti, curati, delicati, con un pizzico di malinconia a cui non ci si arrende mai del tutto. L'album è un bilancio della vita che non si concede disfattismo, in cui ogni dolore, ogni perdita, ogni fallimento è analizzato, accolto, pianto e lasciato andare in un movimento di crescita che apre alla speranza del domani. Anche sentendo i testi più malinconici, non si può evitare di sorridere di fronte alla carica di positività che serpeggia nelle note e nella stessa scelta delle parole, dolci come il mare in cui il gruppo si vuole perdere. Un bagno di realtà che non lascia indifferenti ma che non taglia, che scuote ma non sradica, che fa crescere senza lasciare bruciature indesiderate. Che fa sentire grandi ma non vecchi. Il doppio filo di malinconia ed ottimismo che troviamo nell'album si intreccia e si allarga ad ogni pezzo, si scambia come un'onda di marea, consentendo un tuffo nell'emozione senza mai perdere il legame con il filo sotterraneo, che si sente, anche se non sempre si vede, rendendo tutto indefinito, impalpabile come lo zucchero a velo. Ascoltare i pezzi degli Street Clerks è come toccare l'acqua di un ruscello con la punta delle dita: si sente il contatto con il freddo, ma si finisce con il sorridere di fronte a quella frizzante energia che solletica le mani.
E tutto ciò è reso possibile dalla scelta melodica che recupera l'amore per la strumentalità, che oggigiorno stava smarrendosi tra sintetizzatori e programmi per pc. Ascoltando la musica degli Street Clerks si può giocare a isolare ogni strumento musicale, trattenerlo a lungo per poi lasciarlo andare come un pesce tra i flutti, guardandolo perdersi nella melodia. I bassi, la batteria, la mandola, la chitarra creano un'ambientazione folk americana quasi bluegrass che proietta direttamente verso campi ingialliti dal sole estivo e feste di paese sotto imponenti alberi. Un ritorno all'acustico che da' un tocco di leggerezza all'intero album, come uno sbuffo di vento che scompiglia i capelli. Una nota aerea come un palloncino che ci fa volare a pelo d'acqua su quei testi profondi come l'oceano. L'album, in questo continuo intreccio di malinconia e gioia, giocato su doppi livelli sia testuali che musicali, appare come un percorso lungo una vita, in cui si raccolgono i sassi e i fiori che abbiamo lasciato lungo la strada per poi concludersi con uno sguardo verso il futuro carico di speranza e di gioia grazie allo splendido pezzo conclusivo "Oggi". Ascoltare Fuori è come spalmarsi il balsamo sul cuore senza nascondere la realtà della vita, ma imparando a guardarla con tutta la luce possibile. Ci insegna che ogni attimo va vissuto pienamente, e che la bellezza della vita sta nelle gioie come nei dolori, perché anche i momenti più bui possono insegnarci a cantare forte e fuori, dove "tutto accade già". 
Duille



sabato 24 gennaio 2015

Quando l'influenza arriva senza appuntamento

Ci sono dei momenti in cui non si ha tempo da perdere. Tutto è incastrato al minuto, compresi i pasti e la doccia, ed ogni nuovo impegno implica lunghi meeting notturni con l'agenda che di solito si concludono con la testa dentro un sacchetto di carta per un attacco di iperventilazione da stress. In quei momenti diventiamo maratoneti con l'occhio fisso sulla meta, la determinazione è l'unica bevanda energetica che ci tiene in vita, l'ira sotterranea crea un'aura di elettricità intorno al nostro corpo che sposta le persone in strada così come Mosè aprì le acque e scacciamo la crisi di nervi con la paletta delle mosche (perché non abbiamo tempo per le crisi adesso). 
Beh, è in questi momenti in cui diventiamo supermen e wonderwomen del quotidiano che arriva l'influenza. Veniamo abbattuti da quei maledetti virus come se fossimo un qualunque alieno della Guerra dei Mondi, siamo mandati k.o. da creaturine invisibili come Maga Magò dopo il duello con Merlino. Ed è dura, durissima accettare che, per i prossimi quattro giorni, sarà il nostro corpo a prendere in mano la gestione dei locali. Ed è ancora più dura sentirlo gongolare con sguardo di disapprovazione e il ditino puntato mentre dice "Te la sei cercata". Anche il mio corpo ha deciso che era ora di prendersi una pausa. Ha mandato l'avviso di confisca dei beni già ieri pomeriggio, con una strana tosse che non preannunciava niente di buono, ma che ho scelto deliberatamente di ignorare. Non solo l'ho ignorata, ma la sera mi sono anche concessa un momento di stress costruttivo andando a cena fuori con degli amici. La serata è andata bene, ho mangiato come un tacchino ripieno di mele al forno con cuore di crema alla panna e gocce di cioccolato, ho chiacchierato e riso con i miei amici, ho superato i piccoli momenti di difficoltà legati al contatto con commensali e camerieri (le persone servizievoli mi spaventano quasi quanto i maleducati giudicanti) e mi sono complimentata con me stessa per aver combattuto con onore e successo la mia ansia sociale. Durante la serata però ho iniziato a sentirmi strana, affaticata, ma nel turbinio degli eventi  (e davanti a tutto quel ben di Dio edibile) non mi sono accorta che la televisione del mio salotto interiore era sparita e che stavano cambiando le serrature alle porte dell'appartamento mentale. Lo sfratto era imminente ed io ero distratta dal mio stomaco, chiaramente complice del grande dittatore che di lì a poco avrebbe preso possesso del trono. La tremenda verità si è palesata ai miei occhi una volta tolta l'armatura sociale e infilato il mio pigiama grigio con il cane sugli sci (e no, non è una battuta per far ridere, ho un pigiama con un brutto cane che scia): mal di testa, brividi di freddo e la curiosa sensazione di avere un grosso pollice sulle spalle intenzionato a fare di me un hamburger di plastilina. 


Adesso, non so se per fare il colpo di stato il mio corpo si sia alleato con i virus a discapito delle forze dell'ordine o se la corruzione sia dilagata fino ad includere anche i globuli bianchi che hanno chiuso un occhio quando i virus hanno passato la dogana. Il fatto è che ora sono infebbrata, bloccata a letto e con una guerra intestina che sta lasciando vittime da entrambe le parti. La battaglia dentro di me si fa accanita, i fagociti fagocitano il fagocitabile, i virus prendono in ostaggio piastrine e cellule epiteliali, qualcuno tenta anche l'assalto alle tonsille, già ridotte a groviera da anni di influenze infantili e adulte. Il caos regna sovrano, e i bulli maltrattano anche il mio povero ipotalamo, facendo schizzare sopra e sotto il mio termometro interiore. Stanotte ci sono state scene da spazio profondo, con momenti in cui pensavo mi scorresse ghiaccio nelle vene alternati a deliziosi minuti di autocombustione che mi facevano pensare con brama a quei buchi nei laghi ghiacciati della Lapponia dove i pescatori pescano pesci già congelati e pronti per essere confezionati. Ed in tutto questo parapiglia fatto di strategie difensive, trincee tonsilliche e assalti delle tachipirine in dotazione temporanea, la mia mente razionale, da brava scassapalle, continua a recalcitrare e a lagnarsi come un marmocchio a cui hanno negato il lecca lecca. Si lamenta, da dentro la cella in cui è stata rinchiusa, della gestione poco solerte, dal lassismo delle truppe, dalla lentezza nella riconquista dei territori occupati, il tutto intervallato dalla frase che è stata quella che ha portato alla caduta del suo impero: "Io c'ho da fare!". E nel mezzo ci sono io, che sono entrambe queste parti e nessuna delle due e che, sinceramente, comincio a rompermi di queste liti tra fratelli. Io sto male, sono stanca e affaticata, voglio silenzio, pace e un mezzo centinaio di telefilm in cui affondare i miei dispiaceri. E magari anche una bella fetta di torta non mi farebbe poi tanto schifo! E invece mi tocca beccarmi gente che si lagna del Governo locale, altra gente che minaccia di lasciare ai virus il dominio delle tonsille ("e poi vediamo quanto ti lamenterai ancora con 40 di febbre") e sguardi di odio che non lasciano speranza di una riconciliazione pacifica. L'unica cosa che mi resta è intervenire personalmente, con una lavata di capo come non se ne vedevano dai tempi del 2012, quando ho avuto l'ultima tonsillite di proporzioni bibliche. Solo allora, dopo che le urla hanno riecheggiato per le stanze facendo rabbrividire anche i virus in assetto da guerra, cala il silenzio, la mente razionale si rannicchia nel suo giaciglio di paglia e il corpo ritorna in tutta fretta alle carte anatomiche che segnano l'andamento della battaglia. Finalmente, si può riposare. E questa volta, per davvero! 

Duille



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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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