Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
domenica 21 ottobre 2018
L'insospettabile femminismo di Ghostbusters
Qualche sera fa ero in uno di quei momenti che io chiamo di "tedio esistenziale", in cui sono così insofferente alla vita da snobbare con sdegno qualsiasi attività neanche fossi un principino rinascimentale. In questi drammatici istanti, di solito, c'è solo una cosa da fare: mangiare e darsi ai film d'intrattenimento, ovvero quei film con così poche pretese da rendersi simpatici a prescindere dall'esito dell'esperimento.
Capirete logicamente che questo post non parlerà della mia ancestrale passione per il cibo spazzatura e, se il modo di dire dice il vero, per cui "se non è zuppa è pan bagnato", è evidente che si finirà a parlare del film che ha attenuato i miei disagi, ovvero Ghostbusters, versione 2016. Parliamoci chiaro: il nuovo Ghostbusters è stato il film che ha offeso più persone di Donald Trump, e questo ancor prima di essere proiettato nelle sale. Un vero record. Il fandom si è levato in una sol voce per condannare l'Onta, il terribile Oltraggio di colui che ha osato disturbare il riposo della Gioconda degli anni '80, ovvero il celebratissimo fratellino più grande che aveva fatto la storia dei marmocchi che furono (e di una puntata di Stranger Things). Cosa sembra insegnarci questo nuovo film, quindi? Mai toccare la mamma ad un motociclista ed un cult movie ad un fan snob: il passo verso la trasformazione in Regina di Cuori, in questi casi, diventa certa come la comparsa del terzo occhio dopo una gita nella centrale di Chernobyl. Però, se sgomitiamo un attimo tra la marea di muggiti che hanno accompagnato questo film, bisogna riconoscere che, in realtà, tutto il baraccone ha saputo lavorare egregiamente con il materiale che si è trovato tra le mani. E con materiale non mi riferisco a sua Santità, il Ghostbusters del 1984 che, per quanto fosse carino e abbia fatto storia, era pur sempre un film di intrattenimento (quindi, fan, datevi una calmata, che Paul Feig non vi ha mica impiccato il cane). Sto parlando del tema della femminilità, vero elemento di novità del lungometraggio e che tutti i detrattori del film hanno snobbato in nome dell'evergreen contemporaneo, la polemica sterile. Come sapranno ormai tutti, Ghostbusters 2016 punta tutto sull'idea del ribaltamento di genere, proponendo quattro protagoniste femminili al posto dei quattro acchiappafantasmi dotati di pendolo del primo film. Quattro fanciulle strepitose, intelligenti, spiritose e indipendenti, capaci di salvare non solo se stesse, ma anche il mondo e il fusto di turno, en passant. Già così, l'immedesimazione per noi povere fanciulle, che ci siamo sempre dovute destreggiare tra personaggi così cazzuti da dover per forza essere allergici agli uomini e principesse Peach in attesa di essere salvate dal Super Mario di turno, è garantita. Ma il film non si limita a presentarci degli ideali femminili in stile Lara Croft: le nostre protagoniste sono infatti tutte bellezze non convenzionali, in cui ci si può identificare senza sentirsi inevitabilmente l'ultimo scorfano apparso sulla faccia della Terra. Non si vestono con vestiti di latex, non si strizzano in jeans sorreggi chiappe, non hanno una seconda laurea in hairstyling e non salvano il mondo su tacchi 12. Soprattutto, hanno personalità e fisicità completamente diverse l'una dall'altra e molto lontane dai canoni a cui siamo abituate, il che le rende ancora più belle, sfolgoranti e brillanti.
E questo perché, per una volta (e spero non l'ultima) si è puntato tutto sulla caratterizzazione del personaggio, scavalcando quello stereotipo del genere che vuole che le donne, perché possano recitare, debbano essere discendenti diretti della Venere del Botticelli e con misure alla Jessica Rabbit (che, non a caso, era un cartone animato). Fan services viventi per i maschietti, insomma. Niente a cui noi femminucce possiamo indentificarci, a meno di accontentarci e strizzar fuori da queste Naiadi qualcosa di realistico. Qui invece si è scelto di fare il grande salto e superare completamente la logica maschilista scegliendo di lavorare sul personaggio e non sull'aspetto dell'attrice. La stessa cura è stata data al taglio comico del film che, pur omaggiando lo stile del suo predecessore, non cade nel facile escamotage dello stereotipo di genere, dell'ipersessualizzazione o della denigrazione un po' frivola dell'intelligenza femminile. Insomma, in Ghostbusters non troverete mai nessuna protagonista che fa un incidente d'auto perché ha visto un paio di Jimmy Choo in saldo o che crea un diversivo mostrando le poppe, e men che meno le vedrete avere un attacco isterico perché è finita loro in faccia della sostanza ectoplasmatica. In questo film il genere sessuale non viene mai anteposto alla professione, come d'altronde non accadeva ai protagonisti dell'originale dell'84, ma sceglie di sottolineare l'ovvio, ovvero che le due cose (essere portatrici di vagina ed essere dotate di cervello) non sono incompatibili come l'acqua e l'olio, ma si fondono insieme fino a formare un'identità più sfaccettata e che tiene conto di entrambe le parti. Incredibile, vero? Scordatevi quindi le scienziate sexy o i quattrocchi che non hanno mia visto un dentista e forse neanche la luce del sole e date il benvenuto a personaggi eccentrici, forti, indipendenti e divertenti, che non scimmiottano il maschile ma che non si propongono neanche come icone femministe. Sono semplicemente personaggi comici che sono trattate come tali. Alla fine, quindi Ghostbuster si rivela un film gradevole in generale, con una trama debole e un po' frettolosa, certo, ma che ha saputo, direi finalmente, entrare nel nuovo millennio, polverizzando la logica maschilista e permettendosi addirittura di giocarci un po' attraverso il personaggio del segretario stupido come una pigna, Kevin. Sicuramente non potremo urlare al girl power, ma un pugnetto alzato di approvazione io me lo sono concessa.
Duille
Etichette:femminismo,film,floating thoughts,ghostbusters | 2
commenti
lunedì 19 giugno 2017
Atmosfere
Dico sempre che quello che accade nei film sia una enorme forzatura della realtà. Meravigliosa, naturalmente, ma pur sempre una forzatura. Quegli incontri improbabili, quelle pose plastiche, quelle bellezze eteree che si perdono nei loro profondi pensieri dentro un bar, con la luce giusta che illumina perfettamente il loro lato migliore rendendole fantastiche madonne da incorniciare. Tutte balle. Splendide, inverosimili balle. Tanto impensabili nel mondo reale quanto desiderabili.
Eppure eccomi qui, in una specie di momento di metacoscienza, a guardarmi perplessa mentre, raggomitolata sul divano, e abbracciata alla mia copia dei Fratelli Karamazov così come Bridget Jones abbracciava il gelato, mi perdo per l'ennesima volta nel classico degli anni '90 "C'è posta per te". Una perfetta posa da film, anche se contornata dalla più cruda realtà, fatta di capelli arruffati, abiti più larghi di una taglia e da un brutto attacco di estate che mi rende lucida come un culturista prima della competizione. La cosa però non cambia il fatto che tutto diventi particolarmente bello quando guardo C'è posta per te. E' sempre così: mi scaldo come una borsa dell'acqua, mi ammorbidisco come se fossi stata messa dentro un barattolo di Coccolino alla lavanda, mi sento felice, anche se c'è un'umidità tale da far sudare anche il televisore. C'è posta per te è un gran bel film, ma non per i motivi che molti di voi potrebbero attribuire al mio doppio cromosoma X. Si tratta infatti di un film abbastanza semplice dal punto di vista della trama, con una storia d'amore poco originale e a tratti improbabile (ti potresti mai innamorare della persona che ha fatto fallire il negozio che hai ereditato dalla compianta mamma morta?), una Meg Ryan un po' troppo legnosa e scelte di sceneggiatura a volte un po' frettolose, probabilmente invocate in nome della magia Hollywoodiana e delle sue jazz fingers, che tutto possono. Quello che io amo di questo film, invece, sono le atmosfere. La New York dai palazzi di mattoni bianchi incorniciati da scale massicce e portoncini in ferro battuto. I caffè raccolti e romantici, dove andare a bersi un caffè in tazza grande e leggere un libro. I parchi sempre raggianti, anche in pieno inverno, e i mercati di quartiere in cui sentire lo spirito della comunità. Il tutto, naturalmente, senza che neanche un foglietto di carta, una cicca di sigaretta o, peggio, una cacca di cane fumante, magari appena scodellata dal barboncino di turno, vengano a turbare l'idillio visivo in cui siamo immersi. Una grande, meravigliosa finzione che è un po' un asso piglia tutto, un poutpourri di opposti che stranamente non stonano e che sembra capace nell'impossibile impresa di mostrare anche i demoniaci franchising che uccidono i piccoli imprenditori come altri pittoreschi angoli di paradiso che completano quella tavolozza di colori cittadina dalle tinte pastello. Ma non importa, ci concediamo la sospensione della realtà in cambio di un po' di emozione. Facciamo un atto di fede a tempo determinato. Giusto il tempo di girare l'angolo e arrivare a quella vetrina piena di promesse e a quell'insegna verde dalla grafica da Paese delle Meraviglie: "The Shop around the corner".
Casa. Quella libreria di legno scuro, dal pavimento a scacchi marroni, con dipinti sopra le pareti, i fiori freschi sul bancone, le luci di Natale sparse un po' ovunque. Quella vetrina che tiene il tempo delle stagioni, la porta a vetri con il campanello, i libri che sembrano ridere dagli scaffali. Questo è il grande regalo che ci rimarrà per sempre dentro e che mi porta continuamente a tornare a far visita a questo film. Le atmosfere sono tutto, è il ricordo che si annoda come un fazzoletto al cuore. Ed in C'è Posta per te è fatto soprattutto di pagine, di copertine, di illustrazioni. E' fatto di libri. Libri alle cene, libri con rose tra le pagine per riconoscersi, libri con cui incantare i bambini, libri su cui piangere per la fine di un sogno, libri che guardano i protagonisti mentre si scrivono mail. Io amo l'amore di Kathleen per i libri, la sua malinconia nel doverli lasciare andare, il ritornarvici, anche solo per un secondo, anche se costretta ad entrare nella libreria del nemico. L'amore per i libri che è qualcosa di più che semplice passione: è identità, è pura esistenza, l'idea di appartenere a qualcosa così profondamente che non si può lasciarla andare. L'amore per i libri è la vera fibra costitutiva del film, è l'atmosfera che l'impregna in ogni fotogramma, in modo sottile ma onnipresente. La potremmo definire un'atmosfera letteraria, che circonda tutto come un buon profumo di biscotti appena sfornati e che finisce coll'insinuarsi anche nella narrazione. I protagonisti, infatti, si raccontano come in un romanzo a puntate, costruiscono biografie romantiche l'uno dell'altro, si donano attraverso una tastiera e trasformano la quotidianità in qualcosa di eccezionale. E ditemi, non è questo che fanno i libri in fondo? Trovare farfalle in metropolitana? Per me la risposta è già data da quell'abbraccio raggomitolato sul divano da cui tutto è iniziato. Sì, è proprio questo che fanno i libri.
Duille
Etichette:atmosfera,c'è posta per te,film,floating thoughts,libri | 0
commenti
domenica 26 febbraio 2017
L'imperfezione della perfezione (e viceversa)
Abbiamo già appurato che La La Land è un capolavoro. Lo abbiamo appurato dalla cascata di nomination ottenute ad ogni concorso esistente sulla faccia della Terra, sul fondale dei mari e sui diari segreti di ogni ragazzina e cinefilo. Lo abbiamo capito dall'ondata di recensioni, covers, pareri, foto, commenti e segnali di fumo che hanno invaso il web, i social, le linee telefoniche e i telegrafi.
Lo abbiamo capito dalla mastodontica mole di fazzoletti giustamente sacrificati per il decoro umano e per un finale che ha messo d'accordo 5 miliardi di esseri umani accomunati solo da un costitutivo gusto per il disaccordo. L'ho capito anche io che, martedì scorso, ne elogiavo la magnificenza sdraiata sul lettino della mia psicoterapeuta (sì, signori, Woody Allen mi fa un baffo). Alla fine della mia ovazione, la dottoressa mi ha fatto notare quello che potrebbe essere l'ovvio, ma che per un ansioso sociale tanto ovvio non è. La La Land, oltre che un'allegoria dell'amore, è anche l'elogio dell'imperfezione umana. Noi ansiosi questa verità l'abbiamo sentita molte volte ma non ci abbiamo mai creduto fino in fondo, un po' come non abbiamo mai creduto a Bigfoot, il mostro di Lochness o la gentilezza di Sgarbi. Eppure La La Land si prende la briga di dircelo di nuovo e con tanto di Power Point in sovraimpressione a motivare la sua affermazione. Non so voi, ma io, seduta in quella fin troppo minuscola poltroncina buia, ho visto un dito uscire dallo schermo e puntare al mio cuoricino da piccione cocciutamente prigioniero del mantra dell'Ideale. Perché l'ansioso sociale ha un grosso difetto, tra i tanti: ha preso troppo alla lettera la frase di Che Guevara che la Nike ripropone noiosamente ad ogni nuovo modello di scarpa: "Siate realisti, esigete l'impossibile". E questo noi richiediamo a noi stessi (e badate bene, solo a noi): la totale perfezione, l'asetticità dall'errore, la depurazione dallo sbaglio. Noi dobbiamo essere l'anello mancante tra l'uomo e il robot, ci imponiamo di diventare androidi organici che non sbagliano un colpo, che dicono sempre la cosa giusta al momento giusto, che sanno prevedere il discorso dell'altro e trovare la parola perfetta, detta con l'intonazione perfetta e accompagnata dall'espressione perfetta.
Da noi pretendiamo l'ineccepibilità di un baronetto inglese, la compassione di una santa, la sensibilità di Freud, la forza del leader rivoluzionario e la dolcezza di una succosa pesca matura. Nessuna sbavatura per noi, che sia quella del rossetto o di un'opinione mal calibrata, altrimenti ci aspetta la pubblica gogna, con ginocchia sui ceci, cappello d'asino e lettera scarlatta marcata a fuoco sulla fronte dal nostro peggior nemico (noi stessi). Questo perfezionismo ad ogni costo, neanche a dirlo, sfocia in una cautela da Kuzco nel covo delle pantere, nella trasformazione dei neuroni cerebrali in rotelle che si corrodono scricchiolanti a furia dell'uso e nella convocazione costante del gabinetto di governo ad ogni domanda a noi rivoltaci, che sia un "come stai" o una nostra opinione sul senso della vita. Per questo La La Land è così terapeutico: ci mostra, dati alla mano, cosa significhi essere spontanei e le conseguenze di questa spontaneità che, stranamente, non esita nella morte per annegamento. Sebastian è ruvido come un rotolone Regina fatto di carta vetrata, Mia è una che si vendica alla prima occasione, invece di chiudersi in un evitamento astioso e mortificato (che a noi, invece, piace tanto). Risultato: sono diventati una delle coppie più belle che si siano mai viste sullo schermo. Quindi dalla spontaneità e dall'errore è nato qualcosa di nuovo, proprio come dal letame nascono i fiori, per parafrasare De Andrè (o qualsiasi giardiniere). Eccola qui, la semplice verità di La La Land: la realtà supera sempre l'ideale e nessuna zuccherosa e perfetta storia romantica da film potrà mai battere la musica dell'imprevedibile effetto di un gesto autentico, anche se sbavato, macchiato e con pezzetti di origano tra i denti. La realtà può diventare un musical senza perdere un grammo di autenticità e sogno e realtà possono coincidere, a patto di lasciare la perfezione plasticosa dei romanzi rosa fuori dall'equazione. La perfezione ci rende imperfetti e relega nell'immobilismo del sogno, nella staticità della poltroncina di un cinema, al buio, da soli, a guardare come sempre le vite degli altri e ad impersonare uno dei meme più brutti della storia. Per essere perfetti basta solo (si fa per dire) essere autentici. E a quel punto forse non saremo perfetti per tutti, ma lo saremo per le uniche persone che contano davvero, quelle che amiamo. Di certo quindi La La Land non ha risolto i miei problemi di ansia sociale ma mi ha dato un briciolo di coraggio in più per credere che, forse, il resto del mondo ha ragione nel dire che ogni scarrafone è bello a mamma sua e che, forse, potrei accettare di essere lo scarrafone di qualcuno, invece dell'unicorno di pietra di troppi. Ecco, magari non subito, ma con calma la potrei anche tentare, questa trasformazione in coleottero. Purché non sia una cimice, va bene tutto.
Etichette:ambivalenza,ansia sociale,film,la la land,perfezionismo | 0
commenti
domenica 9 ottobre 2016
Il silenzio di Fuocoammare
Ci sono storie che, per essere raccontate, esigono il silenzio. Nessuna musica, nessuna colonna sonora a commuovere, nessuna voce fuori campo. Solo il silenzio e, naturalmente, il rumore del mare. Perché alcune storie sono così piene di tutto, del mondo fuori, fatto di salsedine e pelle bruciata, e del mondo dentro, fatto di gioia, dolore e speranza, che l'unica cosa importante è avere gli occhi aperti e l'armatura abbassata.
Queste sono le uniche indicazioni necessarie per capire cosa Fuocoammare sia: uno sguardo puro su un frammento di mondo che, per essere compreso, esige di essere nudi davanti allo schermo. Vincitore dell'Orso d'oro come miglior film al festival di Berlino e futuro rappresentante italiano agli Oscar 2017, Fuocoammare è un film di connessione: unisce i pezzi di un Italia che si ostina a dividersi in compartimenti stagni, sostenuto dai media che propongono "il problema dei profughi" come qualcosa d'altro, separato e spesso distante, che non ci riguarda davvero. Il film, invece, prende quel pezzo di puzzle e lo rimette al suo posto, all'interno del cerchio della vita di un popolo, quello italiano, ricordandoci che quella che vediamo non è la loro storia, ma la nostra. Perché, nel momento in cui queste persone arrivano nel nostro mare, diventano parte di noi, entreranno nei nostri libri, nelle nostre conversazioni, nella nostra politica ma, soprattutto, nei nostri occhi e nella nostra anima. Fuocoammare restituisce il fuoco ad un fenomeno che tendiamo ad ignorare, spesso per proteggerci dal dolore, a volte per paura, troppo spesso per quel pungente senso d'impotenza che ci divora dentro e che ci spinge a voltare la testa. Ma quindi Fuocoammare è un racconto sui profughi? No, è la storia di Lampedusa, fatta di sbarchi disperati sui barconi fatiscenti, sguardi gravi che hanno finito le lacrime, di uomini morti e uomini vivi, di identità rappresentate solo da un numero ed un luogo di origine, ma è anche la storia di Samuele, che cresce nella sua terra costruendo fionde e lottando con un occhio pigro, della signora Maria, che pulisce casa e prenota canzoni alla radio locale, di Francesco, che si tuffa in cerca di ricci nel mare mosso dell'isola, e di nonna Maria (un'altra Maria) che, mentre rammenda, racconta a Samuele della guerra e di quando i razzi luminosi lanciati in aria facevano brillare il mare di rosso, come fosse infuocato.
Fuocoammare è il ritratto dell'isola in un'epoca precisa, e fatta dell'intreccio di tradizioni, di storie, di cultura, di canti e di vite con origini geografiche diverse ma tutte unite dal mare, che uccide ma che è anche fonte di speranza. Speranza di lavoro per i Lampedusani, tradizionalmente destinati a diventare marinai, e speranza di una nuova vita per i profughi che si ritrovano ad attraversarlo. Vite che inevitabilmente s'incontrano, come nel caso del medico Pietro Bartolo, che dirige il poliambulatorio locale, occupandosi di Samuele e della sua ansia, e salvando vite africane o, più spesso, cercando di dare un nome ai cadaveri di chi, in quel mare, ci è morto. Singole vite che s'intrecciano quindi, talvolta di sfuggita, talvolta toccandosi, ma tutti uniti dal mare, dalla speranza. E dal silenzio.
Perché in questo film l'immagine è tutto e la parola perde consistenza fino ad estinguersi nel ruggito del mare, nel vento tra gli arbusti, nella selvaticità della natura lampedusana, assumendo i tratti di un documentario naturalistico, che osserva l'animale uomo senza commentarlo, perché di questi animali comprendiamo ogni sfumatura. Così ogni spiegazione diventa superflua, stona come potrebbe stonare la musica e si preferisce mostrare senza abbellire o imbruttire. Verità in fotogrammi mobili. In fondo, è tutto così dannatamente evidente che mi domando se ci sia davvero bisogno di dire altro. Non è chiaro lo sguardo del medico mentre racconta lo strazio delle autopsie fatte ai bambini deceduti per identificarli? Non è evidente la stanchezza, la fatica grave, come i tasti neri di un pianoforte, nei corpi degli addetti della Guardia Marina che si stagliano davanti al mare, infagottati nelle loro tute bianche, in una rassegnata e spossata attesa del prossimo salvataggio? Non è palese la storia di tormenti incrostata sul corpo di quell'uomo africano che respira a fatica sul pavimento della chiatta di salvataggio? Non è straziantemente chiaro il dolore su quel petto che si solleva e abbassa compulsivamente, come se cercasse di aggrapparsi alla vita in quei pochi, faticosi respiri? Il sale delle lacrime che si mischia al sale del mare, non è forse tragicamente familiare? E il pianto disperato della donna seduta in mezzo ai salvati, distrutta pur essendo viva? E' davvero importante sapere perché pianga? Conta davvero sapere chi ha perso? Non è incredibilmente facile capirla, pur non sapendo nulla di lei, pur riconoscendola come "altro da sé", come diversa? Fuocoammare ci ricorda l'ovvio, ovvero che siamo tutti esseri appartenenti alla stessa specie, ci capiamo senza parlare perché condividiamo lo stesso codice emotivo, perché siamo fatti della stessa fibra di carne e sangue, perché abbiamo una genetica comune adattata ad ambienti diversi. Siamo uguali e per questo ci capiamo senza bisogno di spiegazioni. Basta guardare. Basta guardarci. Alla fine, tutto si riduce a questo: rimettere tutto a fuoco, una terra, una nazione, delle vite, una specie. Ed è ancora Fuocoammare, o forse, anche un po' Fuocoamore.
Duille
domenica 21 agosto 2016
Lettera ai creatori di orrori
Cari sceneggiatori, produttori e registi di film horror,
vorrei farvi una domanda: siete consapevoli del potere che avete tra le vostre mani? Sicuramente sapete che uno solo dei vostri prodotti può condizionare l'immaginario collettivo di intere generazioni, lo avete toccato con mano con serie come Nightmare o The Ring, ma sapete perché riuscite ad avere un tale impatto? Perché siete un genere di intrattenimento, come una panna cotta dopo una bella mangiata per intenderci, un genere che attira soprattutto un pubblico adolescente.
Sì, proprio loro, quei ragazzetti brufolosi e dalla risata da iena che affollano le sale cinematografiche e che lasciano così tanti popcorn sul pavimento da dare l'impressione che ci abbiano sguazzato, dentro il contenitore. Proprio loro che, tra l'altro, saranno gli adulti di domani. Tra loro potrebbe esserci il prossimo presidente del consiglio o il futuro capo della polizia, ma anche l'insegnante di vostro nipote. Iniziate a capire di che genere di potere parlo? Il potere di influenzare divertendo, di essere il vecchietto sulla panchina che lancia briciole di pane ai piccioni nella speranza che qualcuno di loro diventi una versione aviaria di Ratatouille. Adesso, molti di voi questo potere l'hanno capito in pieno e lo hanno sfruttato egregiamente (parlo anche di te Scott Derrickson), ma invece voi altri che non avete voglia di assumervi questa responsabilità e che continuate semplicemente ad ingrassare i piccioni, potreste almeno limitarvi a fare intrattenimento e non farla così olimpionicamente fuori dal vaso andando a mettere le mani in cose che non vi competono e che, soprattutto, sembra non conosciate affatto? E se proprio volete colorare fuori dai margini, potreste almeno documentarvi per bene? Potete accendere per un secondo l'intero sistema neurale e ragionare sulle cose prima di scriverle e/o approvarle?
No, perché io sono davvero stufa di assistere a questo abuso dei disturbi psichici, sono stufa di vederli associati a gente che fa patti con il diavolo, che si improvvisa strega o che nel tempo libero smembra ignari viandanti senza motivo. Ragazzi, il manuale di psichiatria non è un bestiario di animali fantastici da cui attingere per ispirarsi. Qui si parla di disturbi veri, che consumano fazzoletti, aprono voragini di dolore e che frantumano le speranze peggio di un video di Miley Cyrus! Non capisco se il vostro sia un problema di onnipotenza, di egoismo o di superficialità. Prendiamo un esempio a caso: quello scempio di Friend Request uscito pochi mesi fa. E parliamo direttamente con te, sceneggiatore di quel film. Cosa cavolo ti sei fumato quando hai deciso che appioppare la tricotillomania all'antagonista del film fosse una buona idea? Credevi che vedere una tizia che si strappava compulsivamente i capelli avrebbe reso il personaggio più inquietante? Credevi che la gente si sarebbe spaventata di più? Bravo, missione compiuta! Ma mentre ti facevi orgogliosamente pat-pat sulla spalla, hai pensato che forse, e dico forse, esistono persone che soffrono realmente di questo disturbo? Mentre ti regalavi una ciambella-premio per la tua "genialità", hai pensato che queste persone vivono già in una società in cui tutto ciò che non si capisce deve essere demolito/allontanato/denigrato? Era davvero necessario che tu mettessi altra benzina sul fuoco? E mentre mosso da questo moto di ispirazione, scrivevi della povera Marina che si strappava i capelli davanti al computer, hai pensato di leggere, anche solo di sfuggita, se non il DSM-V, almeno la pagina di Wikipedia? Perché, nel caso tu non lo sapessi, la tricotillomania è un disturbo OSSESSIVO-COMPULSIVO.
Sai cos'è un disturbo compulsivo? La sensazione di dover fare una determinata cosa per placare uno stato di ansia delle proporzioni di uno tsunami di marshmallow fuso. E' un obbligo. Non c'è scelta. Pena la morte per ustione. E' una costrizione a cui non si può sfuggire, che non si può nascondere, che condiziona la vita e che espone continuamente allo sguardo delle altre persone. Uno sguardo che, tra l'altro, difficilmente è comprensivo. E poi, aggiungiamo danno al danno: hai scelto un disturbo che colpisce soprattutto bambini e adolescenti? Ma bravo! Questo sì che ti rende un eroe! Qualcuno dica alla Marvel di inserirlo subito nel team degli Avengers! Ma a cosa pensavi? Perché non mi dire che credevi davvero che le persone affette da questo disturbo avrebbero gradito la tua improvvisata! Credevi forse che si sarebbero sentite importanti perché nominati nel tuo film? E soprattutto, sei così ingenuo da credere che la gente che invece non ha questo disturbo si sarebbe intenerita o avrebbe sfruttato il film per riflettere su questa patologia? O forse, non so, dico per dire, avrebbe fatto la più evidente e indotta associazione "tizia che si strappa i capelli = pazza furiosa da internare e buttare la chiave"? Perché ricordiamolo, hai descritto Marina come una squilibrata aspirante strega che, dopo essere stata rifiutata dalla protagonista appena conosciuta, ha pensato bene di suicidarsi davanti ad uno specchio nero per poi, da morta, indurre al suicidio tutti i suoi amici. Ma a questo punto, perché fermarci qui? Perché non fare un film in cui i malvagi aiutanti di Satana sono nani, focomelici o gemelli siamesi? Ah, no, scusa, quelli erano i freak shows! Ed è immorale e di pessimo gusto proporre un horror popolato da persone normali la cui unica colpa, se tale la vogliamo chiamare, è quella di essere portatrice di alterazioni genetiche, giusto? Potrebbe far venire strane idee razziste alla gente, vero? Va beh, ma chi ha bisogno di persone con patologie fisiche se abbiamo questo campionario umano di disagiati mentali da infilare in modo pretestuoso in film d'intrattenimento? E allora spazio alla sindrome di Tourette, alla coprolalia, alla psicosi, alla sindrome di Fregoli e a quella di Cotard e non dimentichiamoci l'autolesionismo, che fa sempre scena! E poi l'anoressia nervosa, la schizofrenia e perché no, anche l'autismo!
Guarda, se vuoi ti do il permesso di metterci anche l'ansia sociale! In fondo la nostra è una vita che va già così alla grande, avremmo giusto bisogno dei nostri quindici minuti di notorietà. Sai, per brillare! Quindi, fammi un favore, se non sai gestire tematiche di tale portata, come invece altri tuoi colleghi sanno fare, rinuncia, rinuncia e focalizzati sulle bestie demoniache, fai qualcosa di tradizionale, come The Conjuring, resta nel classico che fa sempre la sua porca figura e non fa danni, se non qualche notte insonne. Basta con questa leggerezza nell'inserire situazioni di dolore psichico come pretesti fini a se stessi per fare drizzare i peli delle braccia, basta con questa superficialità da ragazzini delle medie che non fanno altro che inacidire stupidi pregiudizi sociali! Un po' di coscienza, santo cielo! O almeno, un po' di logica! Che senso potrà mai avere, infatti, associare un disturbo mentale ad una realtà che è così irrealistica da essere definita PARAnormale e SOPRAnnaturale? Non solo si ridicolizza la patologia mentale, la si appiattisce e la si da' in pasto alla pubblica gogna, ma la si associa a situazioni scientificamente inspiegabili come fantasmi, oggetti che volano, presenze demoniache e possessioni! La si rende doppiamente pericolosa perché non solo è folle, non solo danneggia l'altro, ma viene presentata come una cosa di cui avere paura perché incontrollabile e inconoscibile, esattamente l'opposto di ciò che si dovrebbe fare! Si alimenta la sensazione di non sapere e si favorisce la regressione allo stesso pensiero medievale che ha prodotto fenomeni come l'apartheid, il razzismo e, appunto i freak shows! Quindi per favore, tu e tutti quelli che come te vogliono fare soldi, li facciano pure, ma non a discapito di chi davvero soffre. A meno che, certo, tu non voglia davvero entrare a far parte di quel campionario di mostri che popolano i film dell'orrore. Chissà, magari ne verrebbe fuori un bel lungometraggio.
Cordiali saluti,
Duille
sabato 30 luglio 2016
Amplificati
Qualche giorno fa mi sono ritrovata a guardare, per la milionesima volta, Ragazze Interrotte, un film del 1999 tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Susanna Kaysen. Non so perché mi piaccia tanto, ma spesso mi ritrovo a guardarlo. In effetti ci sono film che, senza un apparente motivo, ti si attaccano addosso come i piumini dei pioppi in primavera, inducendoti a cercarli in diversi momenti della vita. Bruno Bettelheim diceva, riferendosi alle fiabe, che ciò dipendeva dal fatto che queste sono portatrici di una verità, rispondono cioè a delle implicite domande di vitale importanza in quel dato momento. Quindi mi sono ritrovata a pensare che forse anche i film, come le serie tv o i romanzi, svolgano la stessa funzione negli adulti. Sussurrano cose, ci raccontano qualcosa di noi e le continuano a dire fino a quando siamo pronti ad udirle e lasciarle entrare. Io ho sentito qualcosa di nuovo riguardando ancora, per la milionesima volta appunto, questo film degli anni '90. E quello che mi ha detto è concentrato in un'unica, bellissima frase pronunciata dalla protagonista, Susanna, alla fine di questo viaggio di caduta negli inferi e di rinascita:
"Essere
pazzi non vuol dire essere spezzati, o inghiottire un oscuro
segreto. Sono io, sei tu, amplificati."
segreto. Sono io, sei tu, amplificati."
Amplificati. La verità in una parola piccola come una noce, di sole cinque sillabe. Una parola che si irradia, che sconfina dalla curvatura delle sue lettere, che sembra proiettare fibre di luce, come dita lunghissime, verso luoghi sempre più lontani dal punto di partenza. Io mi sento amplificata in effetti, almeno quanto mi sento matta, soprattutto quando la paura mi paralizza senza motivo, di fronte ad un viso, ad una scelta o ad un'opportunità.
E Susanna ha ragione, perché neanche io mi sento spezzata, difettosa, mancante o, peggio, rotta. Mi sento troppo. Mi sento amplificata. Una verità che, tra l'altro, avevo già sentito, anche se in un'altra veste. In psicologia statistica, infatti, la chiamano deviazione dalla norma, ovvero quando, su un bel grafico, la freccetta della nostra anima sfreccia verso l'alto o verso il basso, fuori dall'andamento standard. L'unico problema di questa verità scientifica è che ha sempre puzzato insopportabilmente di naftalina. E' asettica, fredda, sa di cloroformio. E' fin troppo pulita per parlare di qualcosa che dovrebbe essere terroso, sanguigno, pulsante. Mi sembra che ci riduca a quegli animali dentro i vasetti di alcool che si vedono nei musei di scienze naturali. Preferisco di gran lunga questa visione poetica della realtà, più sanguigna, ma anche aperta in più direzioni, come la parola da cui tutto ha avuto inizio. Siamo amplificati dunque. Sentiamo troppo e troppo di qualcosa soltanto. Troppa paura. Troppo dolore. Troppa rabbia. Troppo vuoto. Troppo nulla. Perché, anche quando si sente poco, in realtà si continua a sentire troppo, solo che si sente troppo niente. Se ci si pensa bene, siamo come dei supereroi al rovescio. La super forza di Jessica Jones, il super udito di Daredevil, la super velocità di Flash, la super elasticità di Mr. Fantastic, sono amplificazioni di abilità umane che già possediamo. Noi, invece, siamo amplificati in negativo, finendo con l'essere autodistruttivi, Meduse allo specchio, villain ed eroi di una storia drammaticamente tragicomica. Ma in fondo, in questa amplificazione non c'è anche qualcosa di maledettamente romantico? Questo nostro allungarci fino a sentire le note più acute sulle corde del violino, quelle che spaccano i vetri e che fanno abbaiare i cani, e le note più basse, che sembrano provenire dalle profondità della terra, questo sentire estremo non è in fondo dolorosamente struggente? Possiamo considerarlo solo un abbraccio mortale, un difetto, una deviazione dalla norma?
O dal fondo dell'abisso in cui ci troviamo possiamo imparare qualcosa? Imparare a sentire le gocce d'acqua sulla lingua quando piove, per esempio, ad ascoltare lo scricchiolio delle pietre intorno a noi o a godere della morbidezza della terra umida sotto le dita dei piedi. L'amplificazione si può addestrare come un drago, o un meta-lupo? Possiamo imparare ad amplificarci in ogni direzione, a toccare con la punta delle dita tutte le corde di quel violino? Possiamo espanderci come la parola, lanciando rami di luce oltre i confini della nostra pelle, diventando più di un corpo paralizzato? Riusciremmo ad imparare dal "troppo", trasformando il troppo dolore in troppa gioia, il troppo strazio in troppo amore e il troppo vuoto in troppa contemplazione? O ancora meglio, potremmo sostituire quel troppo con il tanto? Forse è questo il primo passo per scalare l'abisso: ascoltarlo, guardarlo in faccia e lasciarsi guardare da lui, come direbbe Nietzsche, lasciarsi osservare ma, per la prima volta, non distogliere lo sguardo e rubarne i segreti così come lui ci ruba il tempo e l'anima. Amplificarci, quindi, aprirci come stelle marine, come boccioli di margherite, per piangere fino ad arrossarci gli occhi e ridere fino alle lacrime, per sentire il cuore spezzettarsi come pane secco e cogliere la frizzantezza dei polpastrelli solleticati dal vento, fuori dal finestrino di una macchina in corsa. Se proprio dobbiamo essere amplificati, impariamo a sentire tutto, per essere finalmente pieni di molte cose, e non di una sola che non vorremmo. E allora, forse, non sarà più l'abisso ad inghiottirci, ma saremo noi a guardarlo, dall'orlo di una caduta che non ci spaventa più così tanto. Forse allora, ci accorgeremo di aver domato l'abisso e di essere ancora meravigliosamente amplificati.
Duille
Etichette:ansia sociale,emozioni,film,floating thoughts | 0
commenti
sabato 5 marzo 2016
Fino al cuore del sistema: il Caso Spotlight
Ieri sera, sfidando le prime notti di marzo dall'odore di pioggia, sono andata al cinema a vedere un film che mi aveva incuriosita fin dalla sua uscita: il caso Spotlight. Vincitore di due Oscars come miglior film e migliore sceneggiatura originale, si annunciava essere un film scomodo che avrebbe riportato sotto i riflettori (gli spotlights, appunto) una scomoda verità sulla Chiesa Cattolica e sui casi di pedofilia tra i suoi sacerdoti che ormai da anni popolano le pagine di televisione e giornali in tutto il mondo.
Lo ammetto, non sono una novellina della questione: ho visto documentari e film zeppi di testimonianze delle vittime di questi abusi, oltre alle miriadi di articoli giornalistici che sono saltati fuori come ranelle d'acqua dal torbido stagno delle indagini giornalistiche. Mi aspettavo quindi che questo film avrebbe viaggiato sugli stessi binari, cercando di smuovere l'opinione pubblica mettendola di fronte all'orrore crudo della testimonianza, al racconto di un abuso che, già di per sé orribile, era reso ancora più terrificante perché perpetrato da una figura che, si suppone, dovrebbe rappresentare un modello e una guida, il bene personificato, il rappresentante di Dio in terra e di cui ci si fida come di un padre. E invece sono rimasta sorpresa nel vedere come il film abbia usato queste testimonianze come trampolino di lancio verso terreni ancora più torbidi, scegliendo una strada forse più difficile, perché meno legata all'immediato impatto emotivo che il contatto con una vittima crea. Il caso Spotlight infatti è prima di tutto la storia di un'inchiesta, quella del gruppo di giornalisti investigativi che, sotto la guida del nuovo direttore, si ritrovano davanti ad una verità dai tratti pandemici e psichiatrici diligentemente nascosta sotto il tappeto dai vertici ecclesiastici. Ciò che vediamo è l'indagine, lo scavo, che parte da una singola persona, da un filo sfuggito dall'intreccio del maglione, e che poi si rivela essere il punto di partenza di una trama più fitta e disturbante, di uno schema di proporzioni mostruose, fatta di insabbiamenti, di minacce più o meno velate, di abusi di potere, di documenti secretati e di altri che spariscono misteriosamente nel nulla, di complici annidati in ogni sfera del sistema sociale, di risarcimenti sottobanco e, ovviamente, di silenzi indifferenti. Tutto fatto per mantenere l'immagine ecclesiastica pulita.
I giornalisti si ritrovano in un vortice di notizie che li fa vacillare, indignare e spaventare, perché quello che scoprono non è un problema di poche mele marce, ma un'abitudine che è diventata sistema, tollerata e sostenuta e così diffusa da essere ovunque, anche a pochi isolati dalla propria casa. Il centro del film ruota proprio su questi due poli: l'omertà della Chiesa di fronte a questi crimini contro l'infanzia, con il complicatissimo sistema di trasferimenti dei preti pedofili e gli insabbiamenti che i poteri forti dell'istituzione hanno perpetrato, e l'agghiacciante consapevolezza che il pericolo è letteralmente dietro l'angolo. Il Caso Spotlight affonda le mani nella corruzione ecclesiastica, dipingendo un'organizzazione che ha più il sapore della criminalità organizzata che della spiritualità più alta, e con un potere tale da averle permesso di infiltrare suoi simpatizzanti ovunque. Scuola, chiesa, magistratura, politica: nessuno è al sicuro e se si scampa alla molestia è solo per fortuna, come ricorda il protagonista del film, solo perché, magari, da bambini si è preferito giocare a baseball piuttosto che a hockey. Allo stesso tempo però, il caso Spotlight non si pone come un film moralista, raccontando la storia di eroi senza macchia che lottano contro il sistema. Piuttosto sottolinea anche in questi la natura profondamente umana, fatta di egoismi, di leggerezze, di errori. Esseri umani che provano a fare la cosa giusta ma che, scontrandosi con il silenzio di altri poteri, finiscono col lasciarsi irretire, cavalieri sconfitti, dallo stesso sistema che hanno tentato di spezzare; individui che, per timore, scelgono di ignorare una realtà che potrebbe schiacciarli e che quindi di fatto preferiscono la propria salvezza a quella di altri.
Il film ci insegna quindi che siamo tutti un po' omertosi, omertosi nel non riflettere, nel non porci domande, nel fidarci ciecamente di persone la cui unica referenza è un abito talare dato non da Dio, ma da altri uomini, nella leggerezza con cui archiviamo storie come queste. Non esistono eroi in questa storia, ma solo persone che, ad un certo punto, decidono di fare la cosa giusta, anche se in ritardo di cinque anni. E questo, paradossalmente, è il punto di luce in tutto questo fango che ci arriva alla gola: la libertà e il pensiero critico possono fare la differenza e più persone riescono in questo intento, più gli effetti saranno ampi. Siamo noi che possiamo curare, con le nostre domande e le nostre critiche, un sistema malato che ha dimenticato i suoi principi.
In conclusione, il Caso Spotlight è un film potente, che non punta all'orrore o al disgusto, che non da' il solito pugno nello stomaco. Quello che questo film vuole fare, riuscendoci in pieno, è spaventare. Spaventare per risvegliarci dal torpore, per cambiare la visione che si ha della chiesa e delle persone che la rappresentano, per spogliarla di quell'aura di santità extraterrena di cui si è vestita per secoli, mostrandone invece la natura terrena, il pericolo, il cono d'ombra che l'oro e il bianco cercano di nascondere. Il caso Spotlight non è un attacco alla religione, ma all'istituzione Chiesa, che è fatta di persone, non di angeli, non di messaggeri di Dio. E' quanto di più umano possa esistere. Ed essendo umana, la si deve temere, criticare, migliorare.
Duille
sabato 21 febbraio 2015
Eroi a doppio battito: la teoria del tutto
Quando pensiamo agli eroi, ci sentiamo ispirati come se i nostri polmoni respirassero sinfonie aperte al vento. Sono creature quasi mitiche, che ricorrono nella storia come punti di luce nell'oscurità dei tempi, per dare forza e speranza ai popoli del futuro. Ma cosa sono gli eroi, in fondo? Sono una scintilla di coraggio, che infiamma le nuvole di calore e dà la forza per grandi atti. Tutti gli eroi non sono altro che una grande metafora: sono l'incarnazione del coraggio di lottare per ciò a cui si crede. Ed è a questo che il resto del mondo si ispira. Ma nonostante tutti gli eroi siano un simbolo del coraggio, non tutti gli eroi sono uguali. Esistono almeno due tipologie di eroi: gli eroi che, lottando per sé, lottano anche per gli altri, e gli eroi che lottano per se stessi.
I primi sono i condottieri, le torce che guidano le masse verso un futuro di speranza e di maggior benessere. I guerrieri che si ergono nel buio di una notte senza stelle con la loro fiaccola accesa, nascondendo la paura ed indicando sicuri l'alba che verrà. Questi eroi sono irraggiungibili, mitici esempi di determinazione a cui possiamo solo dedicare tutta la nostra ammirazione e gratitudine mentre guardiamo la loro firma decisa sul lungo papiro della Storia. I secondi invece sono i custodi della speranza, sono tutte quelle vite semplici che non troveranno mai posto in quel lungo papiro, ma capaci di ispirarci forse più degli eroi guerrieri. Sono coloro che sono stati colpiti dalla vita, ma che si alzano ogni mattina cercando il proprio sorriso nello specchio e vi restano finché non lo trovano. Sono gli eroi testardi che, instancabili, cercano ogni giorno un motivo di gioia, dimenticando il macigno che portano nel cuore e spesso nel corpo. E' di questo secondo tipo di eroi che voglio parlare, gli eroi della speranza, perché sono loro che sono maggiormente in grado di ispirarmi e spingermi a tentare di essere a mia volta quella stella di luce fatta di polvere di risate. Perché questo sono gli eroi della speranza: polvere di risa tenute insieme da una lacrima. Per trovare un esempio di questo secondo tipo di eroe, basta guardarvi intorno. Ognuno di noi è un po' un eroe della speranza, anche se spesso non ci sono segni che ci annuncino, non ci sono simboli sulle mani o lettere sulle giacche che ne indichino la presenza. Bisogna fare attenzione per vedere questi eroi, perché la loro energia si cela nei dettagli: in un attimo di tristezza nello sguardo, in un sorriso perso nell'aria, nella gioia con cui si godono una pioggia invernale, nella determinazione con cui muovono una mano, nella fierezza con cui si mostrano agli altri coperti di cicatrici. Li potreste trovare seduti ad occhi chiusi su una panchina, lasciando che il sole baci loro le guance asciutte delle lacrime che furono, oppure curiosi di fronte alle minuzie della vita. Sono eroi invisibili agli occhi del mondo, ma che talvolta si mostrano in tutta la loro magnificenza. Magari raccontati da qualche regista che ne ha visto la luce e che è pronto a rischiare di bruciare la pellicola per mostrarla. Forse è successo proprio questo al regista di La teoria del tutto, pellicola che racconta la storia del fisico Stephen Hawking, uno dei grandi eroi della speranza moderni.
Un film che racconta l'uomo dietro il genio, il dolore posto a servizio della creatività. la speranza coltivata come un fiore raro nel deserto più secco, la fantasia lasciata libera di volare oltre le possibilità del corpo. E l'amore, espresso solo attraverso gli occhi screziati di fugace malinconia. Hawking è un eroe per se stesso, che combatte ogni giorno con una malattia che ne rende difficile ogni gesto, che lo paralizza nel corpo e che lo costringe ad una scelta difficile: vivere o morire? Vivere pienamente, trovando la gioia in ciò che ancora resta, pur sapendo di dover lottare per sempre contro il dolore e la disperazione, o lasciarsi morire, richiudersi in se stesso in una spirale mortifera che fa appassire tutto, lasciando gusci vuoti e senza vitalità? Hawking fa la scelta più coraggiosa. Sceglie di vivere. Ma di vivere davvero. Sopravvivere è un altro nome per indicare la morte, sopravvivere significa spegnere la luce che abbiamo dentro e accumulare i giorni come granelli di sabbia in una clessidra. Hawking sceglie di guardarsi intorno e trovare la gioia in ciò che gli è rimasto dopo il bombardamento. E riesce a fare questa scelta perché qualcuno, in quel momento cruciale, ne ha preso il viso tra le mani e gli ha mostrato a forza il proprio sguardo innamorato. Ed è in questo momento che capiamo la vera forza degli eroi della speranza: l'amore. L'amore per se stessi, certo, ma soprattutto l'amore che riceve dagli altri e che diventa la vera benzina della loro esistenza. Hawking ebbe la fortuna di incontrare l'amore più grande dell'intero universo, l'amore di una donna, che gli è stata accanto e che gli ha dato la forza per far emergere il suo genio. E' questa donna forte e coraggiosa che lo aiuta a rialzarsi dopo la caduta, che lo accompagna nel lungo cammino verso l'incerto futuro.
Hawking ha due cuori che battono nel suo petto, il proprio e quello della moglie. Ha due cuori per amare, sperare e lottare. E un doppio motivo per vivere. Vivere per sé, ma soprattutto per lei, quella donatrice di cuore che ha deciso di stargli vicino nonostante tutto. Gli eroi della speranza sono tali perché sanno accogliere i regali che arrivano, soprattutto quelli di eroi come lui. Questi ultimi sono eroi del dono, persone comuni di solito, che possono apparire fragili e deboli, ma che si rivelano in tutta la loro sconvolgente meraviglia, pur rimanendo all'ombra anche di questi eroi del quotidiano. Sono eroi silenziosi, che non avranno mai lodi o gloria, ma che saranno guide spirituali nei momenti difficili e sorrisi intensi nei momenti di luce. Gli eroi della speranza nasconderanno la paura per dare forza a coloro che danno loro forza, in un circolo benefico che sincronizza i battiti. Due cuori uniti in un unico corpo, un cuore che batte più forte quando l'altro si accascia stanco, due cuori che cantano insieme di fronte ai piccoli traguardi e ai minuscoli movimenti dell'esistenza, due cuori che si concedono di piangere nello stesso momento, accarezzandosi consolatori. Gli eroi della speranza sono tali perché non sono monoliti solitari, convinti di farcela da soli, ma esseri che si sentono profondamente umani e per questo capaci di attingere a qualsiasi fonte di energia, di affidarsi agli altri per continuare a percorrere la strada che hanno scelto nonostante i nuovi limiti, fino a diventare ciò che desiderano essere: felici. Non quelle felicità impossibili ed eterne, ma quelle piccole perle di felicità che vengono custodite gelosamente e che li porta a lottare sempre più forte per accumularne altre. Hawking l'ha trovata nel suo lavoro, nei suoi amici, nella sua fortissima moglie, nei tre figli, e nei giorni che strappava alla morte, giorni che diventavano degli oggi vissuti intensamente, senza preoccuparsi troppo del domani. Gli eroi della speranza come Hawking ci ispirano più degli altri, perché sono eroi che potremmo diventare. Raccontandoci la loro storia, vivendo ogni giorno intensamente, ci passano simbolicamente il testimone, dandoci fiducia, dicendoci che anche noi possiamo essere eroi di noi stessi. Possiamo essere eroi della speranza e, conseguentemente, eroi del dono. Ci insegnano a piangere per ciò che non funziona, ma anche ad alzarci e gridare forte di un urlo di entusiasmo così grande da riecheggiare tra le montagne della nostra vita, perché come ha detto bene il buon Hawking, finché c'è vita c'è speranza. La speranza, la capacità di accettare il cuore donatoci da amori vicini e la testardaggine nel trovare intorno a noi le cose per cui vale la pena vivere sono la vera chiave per vivere intensamente, gonfiando le vele del nostro cuore fino a renderlo così grande da poterlo donare a qualcuno. Fino a renderci eroi del dono, in uno scambio di cuori che ci lega in un unico organismo battente. Quella di Stephen Hawking è la storia di un amore, di una speranza incrollabile, della rinuncia alla sconfitta. Una piccola grande storia, che è anche la storia di ciascuno di noi.
Etichette:film,floating thoughts,La teoria del tutto | 2
commenti
Iscriviti a:
Post
(Atom)
Here I am!
- Duille
- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
Visite
Powered by Blogger.
I miei post
ansia sociale
(69)
floating thoughts
(65)
il baule in soffitta
(36)
il cucchiaio di Minù
(26)
opinioni non richieste sulle cose
(18)
racconto
(5)
telefilm addicted
(22)
Cerca nel blog
Lettori fissi
Archivio blog
- aprile (1)
- marzo (1)
- dicembre (1)
- novembre (1)
- ottobre (1)
- settembre (4)
- luglio (1)
- giugno (2)
- maggio (1)
- aprile (1)
- marzo (4)
- febbraio (1)
- gennaio (3)
- novembre (2)
- ottobre (2)
- settembre (3)
- luglio (3)
- giugno (1)
- maggio (3)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (3)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (4)
- luglio (4)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (3)
- marzo (3)
- febbraio (4)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (4)
- ottobre (4)
- settembre (4)
- agosto (3)
- luglio (5)
- giugno (3)
- maggio (5)
- aprile (4)
- marzo (2)
- febbraio (2)
- gennaio (4)
- dicembre (3)
- novembre (3)
- ottobre (5)
- settembre (3)
- agosto (4)
- luglio (2)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (4)
- febbraio (4)
- gennaio (5)
- dicembre (4)
- novembre (5)
- ottobre (4)
- settembre (3)
- agosto (3)
- luglio (4)
- giugno (4)
- maggio (4)
- aprile (4)
- marzo (5)
- febbraio (3)

























