sabato 14 maggio 2016

Liebster Award!

Qualche giorno fa stavo pigrando in giro (sì, ho detto pigrando, se hanno inventato "petaloso" e tutti l'hanno osannato, pretendo la mia fetta di applausi, anche se non sono un paffutello nanetto di sette anni). Quando si pigra, lo sappiamo tutti, la prima cosa che si fa è dare una sbirciatina veloce (per modo di dire) a Facebook. E mentre io davo un'occhiata alle ultime news sulla mia pagina, ho trovato una mail di Antonella, del blog If you have a Garden and a library you have everything you need.
Nella suddetta mail, mi annunciava, con un'eleganza che solo chi è british inside poteva mostrare, che mi aveva nominata tra i vincitori dei Liebster Awards. Le mie reazioni a questa notizia sono state prima una festa intestina, con banda sonante in piazza, coriandoli e lancio di colombe, seguito dall'intervento cerebrale (quel guastafeste) che ha puntualmente fatto notare la più logica delle cose: nessuno lì dentro sapeva cosa fosse un Liebster Award. Non lo sapeva la banda, non lo sapevano i passanti venuti a festeggiare, non lo sapeva nemmeno la cellula epatica che si stava scofanando un discutibile babà gigante innaffiato al rum. Di conseguenza si è innescato un dibattito che ha assunto più o meno queste tonalità: 
Cellula epatica:-  Liebster è molto simile alla parola Lobster, quindi sarà un premio in cui c'entrano le aragoste!- 
Cellula cardiaca:  - Sì! Come quel film che abbiamo visto l'altra sera, ti ricordi? - 
Cellula bronchiale: - Beeello quel film! Completamente folle, ma da togliere il fiato! La sceneggiatura era scritta benissimo! -
Cellula epatica: -E la fotografia? Hai visto che fotografia?- 
Cellula cerebrale: - Cellule! Per favore, prendetevi una tazza di caffè e concentratevi! Chiaramente l'aragosta non c'entra niente, altrimenti ci sarebbe stato scritto "Lobster Award" e non Liebster! 
Cellula nasale: - Infatti! Forse Liebster deriva dal tedesco! Liebster non è un superlativo di lieben? Tipo "Amatissimo" o cose così. Fidatevi, io ho naso per queste cose. 
Cellula cerebrale: - Va beh, facciamo una cosa intelligente, leggiamo il post di Antonella e tagliamo la testa al toro. 
Cellula epatica: - Questo è il motivo per cui ti abbiamo eletto sindaca del corpo, sai sempre cosa fare!-

Ecco. Questo è quello che è successo. Pura verità. Pura follia, direte voi. Però alla fine la conclusione è che, dopo aver letto il bellissimo post di Antonella, ho capito cosa sono i Liebster Awards, anche se ancora mi è ignota la questione etimologica. Ma quindi cos'è questo premio? Semplicemente un premio passaparola che permette di far conoscere blog con meno di 200 followers. Un'idea a dir poco perfetta! Un blogger viene nominato insieme ad altri 10 bloggers tra i vincitori del suo personale Liebster Award e a sua volta ne nomina altri 11, che a loro volta nomineranno altri 11 vincitori e così via, in una catena virtuosa che ruota intorno al numero 11. Il perché di questo numero è un mistero insolubile, ma credo che presto Giacobbo ci farà una puntata di Voyager. 
Ma ora bando alle ciance e passiamo al vero succo della questione. Siccome sono organizzati, quelli del Liebster Award hanno preparato una bella scaletta da seguire, così anche la gente come me, che se non sta attenta si mette anche i calzini spaiati, non si perde. 
Punto primo, i ringraziamenti: Grazie, grazie, grazie ad Antonella di If you have a garden and a library you have everything you need. Se non conoscete il suo blog, correte subito a leggerlo! Si occupa con passione di una delle cose più belle del mondo: libri. Li legge (alla velocità della luce, che invidia!), li ama e li racconta delicatamente. E poi, con un titolo così per il suo blog, come si fa a non amarla? 

Punto secondo, scrivere qualcosa sul blog preferito. Io sono una pessima lettrice di blog, come vedrete più avanti, quindi non ne ho uno preferito.

Punto terzo, rispondere alle 11 domande del blogger che ti ha nominato. Giuro, sarò sintetica come una fibra di nylon! 

a. Qual'è il tuo libro preferito? 
Il mio cuore è diviso tra due libri, che sono la mia famiglia, la mia casa e la mia anima: Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien, che mi ha insegnato i valori più nobili dell'essere umano, e La Fata Carabina, di Daniel Pennac, che mi ha regalato calore e consigli ogni volta che ne avevo bisogno. 

b. Ti piace andare al cinema? 
Ammetto di non essere una cinefila. Il cinema ha i suoi lati positivi, certo, ma io ho un'anima da gallina e mi piace stare appollaiata sulla poltrona, possibilmente in pigiama, mentre guardo un film. Nessuna di queste cose sono fattibili su quelle microscopiche poltroncine!

c. Meglio comprare i libri o prenderli in prestito in biblioteca? 
Dipende dalle dimensioni. Del portafogli e della casa. Io che dispongo di piccoli spazi (già stracarichi di libri) e di piccole finanze, sono arrivata a questa felice conclusione: la prima lettura di un libro la faccio in biblioteca e, se il libro mi piace molto, compro la copia in libreria, da rileggere. Vi assicuro che, anche con questa scrematura preliminare, la mia wish list è comunque mostruosamente lunga!

d. Cosa pensi del bookcrossing? 
Trovo che la pratica del bookcrossing sia incredibilmente poetica! Mi piace l'idea di questo incontro tra vite e credo che donare un libro ad uno sconosciuto sia un grande atto di amore. 

e. Ti piace appuntarti pensieri e cose su un diario? 
Decisamente sì! Ho uno scatolone pieno di diari, in cui ho annotato cose della mia vita. I motivi che mi hanno portato a scriverli sono cambiati nel tempo, ma alla base di tutto c'è sempre la gioia di ritrovare versioni di me stessa del passato. Mi piace farle rivivere in quelle pagine, e magari dialogarci, rassicurarle, prendermi cura di loro, perché in fondo sono ancora parti di me. 

f. Che rapporto hai con i social? 
L'opposto di quello che ho con i diari! Fatico moltissimo a tenere le fila di una pagina facebook, non ho mai capito il senso di twitter e snapchat mi sembra davvero inutile! Mi piacciono però tutti quei social che permettono di esprimere qualcosa di artistico: instagram e Youtube sono le mie droghe! 

g. Perché hai aperto un blog? 
Per tre motivi: il primo è perché io amo, amo, AMO scrivere. E ad un certo punto scrivere sui miei quaderni non mi è più bastato. Volevo condividere, mettermi alla prova, dare spazio alla mia passione. Il secondo motivo era che avevo davvero bisogno di trovare uno spazio in cui essere me stessa, totalmente, senza filtri. Il terzo motivo è arrivato dopo, ma è stato altrettante importante: raccontare un disturbo, quello dell'ansia sociale, che non ha mai trovato spazio in nessun discorso pubblico, ma che è più comune di quanto si pensi.

h. Qual'è il tuo motto? 
"Non è finita finché non è finita". E' semplice come gli ingredienti di una raindrop cake (link), ma mi ha salvata dal panico in molti momenti! 

i. Té o caffè? 
Assolutamente tè! Non so come voi tutti riusciate a bere quell'intruglio nero amarissimo! Io lo riesco a bere solo allungato in un oceano di latte! 

l. Quali sono le tue passioni? 
(Sintetica Duille, sii sintetica!) Io adoro scrivere, leggere, guardare telefilm, ascoltare musica e coccolare i miei gattoni. 

m. Che cos'è per te la musica? 
E' un filo d'oro che ci collega alle emozioni. E' così importante, che ci ho scritto anche sopra una tesi di laurea!

Fatto! Sono riuscita nell'impossibile compito di essere sintetica! Pat pat sulla spalla per me! 

E adesso passiamo al prossimo punto, il punto quarto, ovvero scrivere 11 cose su di me.

1) sono logorroica in ogni senso. Parlo tanto, scrivo tanto. Questo difetto è dovuto al fatto che credo che il flusso di coscienza sia decisamente sottovalutato! 

2) Sono un'inguaribile nostalgica. Quando sono arrivati gli mp3 io li ho snobbati, nonostante l'inevitabile vantaggio, preferendo gli ingombranti cd; in soffitta ho scatoloni stracolmi di oggetti che mi attivano ricordi del passato, compresa la sciarpa dell'Inter che il mio compagno di classe della seconda elementare, Stefano, mi regalò come pegno d'amore/regalo d'addio prima di trasferirsi. 

3) Sono una di quelle persone che stalkerano con lo sguardo la gente che legge sui mezzi pubblici, nella speranza di scoprire il titolo del volume che ha tra le mani. 

4) Ho una grandissima passione per i romanzi inglesi. Sono tipo una groupie. Ho passato un periodo vivendo a pane e Jane Austen e quello prima a pane e sorelle Bronte e quello prima ancora a pane e Shakespeare. Quindi ho messo su un bel po' di chili nel frattempo!

5) Non ho il minimo senso pratico e vivo con la testa perennemente tra le nuvole.

6) Ho un amore viscerale per gli alberi, li preferisco anche ai fiori. Hanno il potere di farmi sentire a casa anche se sono lontana. Forse in un'altra vita sono stata anch'io un albero. 

7) Quando ero adolescente ero un'idealista convinta e volevo cambiare il mondo, sostenuta anche dai libri che leggevo (Lord Of The Rings docet, ve l'ho detto). Oggi, che sono più grande e realista, ho deciso che il modo migliore per farlo è diventare una psicologa, aiutando una persona alla volta. 

8) Da piccola avevo deciso che avrei fatto la veterinaria. Poi, ho scoperto che la sola vista del sangue mi faceva svenire. Ho ripiegato quindi per la funambola. Poi, ho scoperto che soffrivo pure di vertigini. Per fortuna poco dopo è arrivata Joe March a salvarmi l'avvenire. 

9) Sono un'annusatrice di cose. Annuso i libri, annuso i cibi, annuso i barattoli, passo ore negli stand delle Yankee candle. Ora, le cose sono due: o sono una cocainomane mancata oppure in un'altra vita ero un cane.  

10) Questo non è il mio primo blog (ci vorrebbe proprio una musichetta da colpo di scena adesso). Se siete abbastanza vecchi conoscerete MSN, il pre-facebook. Lì era possibile creare un blog che solo gli amici potevano leggere. La me adolescente ne aveva aperto uno che, come questo, non leggeva praticamente nessuno. Come vedete, non mi scoraggio facilmente! 

11) Ho studiato chitarra per tre anni e per un po' ho anche pensato di studiare al Conservatorio. Poi, il senso pratico ha prevalso e sono finita al linguistico. Sempre di musica si parla, in fondo. 

E adesso è il momento di nominare 11 blog che seguo, ovvero il punto cinque. E qui casca l'asino perché, come ho già detto, io sono una pessima lettrice di blog, tanto quanto sono una grande divoratrice di libri. Ne seguo pochissimi e tra l'altro non so neanche come sapere quanti followers hanno...quindi citerò quei pochi che seguo più assiduamente.

1. The Platypus Review. A dispetto del nome è un blog scritto in italiano che si occupa di scienze naturali. Istruttivo e incredibilmente divertente, proprio come gli ornitorinchi! 
2. Vivo quando nessuno mi vede. Un blog letterario con un nome a dir poco eccezionale. 
3. Diary of a social phobic. Questo è un blog in inglese, uno dei pochi sull'ansia sociale che non è scritto da uno specialista.  
4. Libri in metro. C'è chi legge e chi legge le persone che leggono. 
5. Fiordiluna Studio. Un blog che incrocia romanticismo sfrenato, un grande amore per Sailor Moon e una mostruosa capacità di costruire grafiche blog. Il mio blog ne è un esempio! 

Ecco. Questo è il meglio che riesco a fare. Ma come dico io, pochi ma buoni!  

Punto sesto, spremermi le meningi e fare 11 domande per i nominati. Pronti? Via!

1) Qual'è la serie tv che consiglieresti al volo?  
2) Se avessi un superpotere, quale sarebbe? 
3) Se dovessi rinascere animale, quale saresti? 
4) Ti piace cucinare? 
5) Qual'è il tuo sogno impossibile? 
6) Com'è nato il nome del tuo blog? 
7) Ti piacciono i fantasy? 
8) Leggi prima il libro o guardi direttamente il film? 
9) Qual'è la tua passione inconfessabile?
10) Sei un fan di Star Wars?
11) Nerd o hipster?

Punto settimo, informare i bloggers citati, cosa che farò appena finito di scrivere questo rotolone Regina!

Grazie ancora ad Antonella per questo delizioso regalo, noi ci vediamo prossimamente con nuove fantastiche avventure (che occuperanno spazi più limitati spero!)

Duille 


sabato 7 maggio 2016

Telefilm addicted #9 - The A word ovvero l'autismo, davvero.

Una cosa che ho sempre apprezzato dei mezzi di intrattenimento moderni è che possono essere un utilissimo strumento per aprire la mente a nuove realtà. E' quanto succede con The A word. 
The A word è una serie inglese, reboot dell'omonima serie israeliana Yellow Peppers, che racconta le vicende di una famiglia inglese dopo la scoperta che il piccolo di casa, Joe, è affetto da un disturbo dello spettro autistico. 

Quella di Alison e Paul è presentata come una famiglia apparentemente normale, con piccoli drammi quotidiani che però sono ben bilanciati da un solido rapporto di coppia e dall'amore nei confronti dei due figli, Joe, di cinque anni, e Rebecca, adolescentissima (e se posso aggiungere, inglesissima) figlia del primo matrimonio di Alison, ma amata da Paul come se fosse sua. Una famiglia normale, appunto, le cui radici sembrano essere ben affondate in un terreno di amore e rispetto reciproco. Niente a che vedere con la famiglia che si trasferisce nella porta accanto e formata da Eddie, fratello di Alison, e sua moglie Nicola (con l'accento sulla i, prego), che sta cercando di ricostruire un rapporto di fiducia inevitabilmente minato dal tradimento di lei ancora fresco di bucato e che tutta la famiglia di Eddie, e il paese intero, non fa che ricordare con il suo atteggiamento astioso verso Nicola, colpevole del misfatto, e Eddie, colpevole di debolezza. Ad aggiungere l'ultimo tassello a questa colorita famiglia, troviamo Maurice, padre dei due fratelli, uomo dal carattere intransigente, dal sarcasmo caustico e dal cuore buono. 
Questo precario equilibrio inizierà a traballare quando, durante una festa di compleanno, Nicola noterà dei comportamenti inusuali in Joe e ventilerà l'ipotesi di autismo. La diagnosi di Joe ha infatti la più prevedibile ed umana delle conseguenze, quella di sconvolgere gli equilibri e produrre una crepa sullo specchio familiare che si farà largo tagliando volti e deformando sorrisi. Quello a cui assistiamo nelle sei puntate che ci vengono proposte (e scritto divinamente) è lo schizofrenico balletto della disperazione, gli stadi del lutto, le azioni paniche per mantenere il controllo, la corsa contro il tempo, l'impotenza, la frustrazione, le parole diventate tabù, come quella parola che inizia per A e che deve essere tenuta nascosta a tutti, anche a se stessi, al fine di ritardare il momento in cui Joe diventerà per tutti ciò che è già: diverso. Il fulcro della vicenda, a mio avviso, ruota intorno alla negazione di Alison, più che al disturbo di Joe. Quest'ultimo infatti, pur essendo l'oggetto delle attenzioni di tutti, di fatto resta ritirato nel suo autismo, diventando uno specchio riflettente che mette a nudo il disagio familiare, che costringe i suoi membri a fare i conti con una realtà che non riguarda solo l'autismo, ma anche le dinamiche interne, amplificate dalla situazione che si ritrovano tra le mani. Alison cerca disperata una normalità che le sfugge di mano e la vuole così tanto, questa normalità, da diventare egoista, talvolta brutale, danneggiando il figlio e la famiglia che le sta intorno con decisioni prese da sola, con le sue mancanze, imponendo un silenzio omertoso al proprio sentire e condannando quello degli altri. Là dove la famiglia cerca, ognuno a suo modo, di fare i conti con la realtà, Alison la rifiuta, e prova di tutto per dimostrare a se stessa che Joe è "normale".
Finisce così in una serie di comportamenti a matrioska, in cui tutto il suo altruismo cela un egoismo di fondo non condannabile il quale, a sua volta, nasconde una paura estrema di ciò che aspetta lei, come madre, e Joe. Alla fine, guardando quella crepa nel vetro, scopriamo che non è stata creata da Joe, ma da Alison e dalla sua famiglia, perché, come dice Rebecca, "Joe è sempre Joe". Ciò che è cambiato è il modo in cui gli altri lo guardano. The A word si rivela quindi non tanto la storia dell'autismo, ma della reazione all'autismo, dipinto con il tipico piglio inglese, che bilancia con perfetta maestria la difficoltà di avere a che fare con questa etichetta così difficile da portare con momenti di ironia che alleggeriscono i toni, senza quindi mai drammatizzare il disturbo, ma tenendolo ben piantato sul piano del reale. L'obiettivo è raccontare l'autismo attraverso le sue caratteristiche, positive e negative (stereotipie, ripetizioni di frasi, comportamenti agitati, intelligenza, interessi settoriali, quel modo unico e speciale di comunicare) e spiegare cosa vi si cela dietro (la difficoltà di prevedere e capire il comportamento altrui), senza ingigantirlo e, allo stesso tempo, alzare lo sguardo da quello scricciolino di cinque anni con le cuffie azzurre e guardare come la famiglia vive questa metamorfosi, senza mai condannare (e questo è importante) ma rendendo evidente la più grande verità: è il mondo che risulta eternamente impreparato alla diversità, non viceversa. Di cosa ha paura Alison in fondo, se non dell'emarginazione di suo figlio, della stigmate sociale, della solitudine relazionale? Possiamo quindi dire che la sua paura sia davvero solo l'autismo? O forse teme il mondo in cui Joe dovrà vivere? E' la storia più vecchia del mondo, ma in fondo è sempre stata la madre di tutte le storie.

Duille


Stuzzicherie

  • La stereotipia di Joe è messa in risalto dalla struttura delle puntate, che iniziano sempre allo stesso modo (una gioia per gli occhi), ma sempre caratterizzate da piccoli dettagli diversi. Una sola parola: GE-NIA-LE!!!!
  • La serie è ambientata nel District Lake, il che significa, montagne, neve, paesaggi mozzafiato e gente che zompa sulle colline manco fossero caprioli!
  • Tutta la prima stagione è infarcita di brani musicali indie rock che sono perfettamente implementati nella storia e che lo rendono un gioiellino sonoro niente male.   
domenica 1 maggio 2016

Spade, trincee e livelle

Ci sono giorni in cui l'ansia mi pesa tantissimo, più o meno come se portassi sulle spalle un pianoforte a coda in acciaio inox infarcito di panini con porchetta. Dovete sapere che per un ansioso sociale in fase di guarigione come lo sono io (o come almeno spero di essere), è essenziale mantenere un'omeostasi interna ottimale. Non si deve muovere neanche uno spillo, dobbiamo essere imperturbabili come un santone indiano in levitazione. 
Immaginateci come delle specie di artigiani emotivi che passano le loro giornate a controllare la bollicina d'aria della loro livella interiore, monitorando, verificando, registrando e intervenendo su ogni movimento verso gli estremi di quella sferetta d'aria che, da sola, definirà la nostra giornata come una discesa nell'Inferno o una salita in Paradiso. Gli spostamenti, infatti, implicano sempre un cambiamento degli equilibri che andrà a scompaginare il nostro già fragile ecosistema interno e, soprattutto, il rapporto con il nostro piccolo Gremlin personale, che non aspetta altro che un nostro momento di debolezza per iniziare la colonizzazione in pieno stile Hernan Cortez. Se la bollicina d'aria si sposta verso sinistra, significa che saremo in un momento di grazia, una specie di intossicazione da felicità che ci renderà molto vivaci e meno terrorizzati del solito, più simili al Doug di Up e meno a Leone il cane fifone, per intenderci. Saremo scodinzolanti, con occhioni felici da impasticcati vecchia scuola e per un po' dimenticheremo di essere fatti della stessa sostanza con cui sono fatti i fili dell'elettricità. Se la livella invece indica un brusco spostamento a destra, beh, lì iniziano i guai grossi. Perché se gli stati euforici possono provocarci rimproveri a posteriori per essere stati troppo avventati nell'esprimerci, gli stati depressivi sono paragonabili all'alimentare il Gremlin dopo mezzanotte con cucchiai di steroidi. La nostra ansia si pompa fino a raggiungere livelli da Action Man ed è pronta a gonfiarci di botte in stile Hulk Hogan. Ciò esigerà l'intervento del nostro supereroe personale, quel Medioman con dentiera e reumatismi che ci è stato fornito col pacchetto di benvenuto nel mondo insieme alle mentine e al paio di mutande di scorta. Quando stiamo male, qualunque sia il motivo che ha scatenato il nostro disagio, diventiamo soldati in trincea, ed ogni nuovo giorno è una riedizione della Grande guerra, che inizia appena apriamo gli occhi e, nel migliore dei casi, che si conclude solo quando ci perdiamo nuovamente tra le braccia di Morfeo. 
Appena ci svegliamo, vediamo il Gremlin seduto sul cuscino che sorseggia un caffè; mentre ci guardiamo allo specchio considerando la possibilità di convertirci all'Islam solo per poter indossare il burqa, lui è lì che ci mostra le cicatrici di anni di lotte adolescenziali con i brufoli, unico vero residuo dello splendore della giovinezza; mentre ci vestiamo in tonalità mimetica, è lì a passarci il dolcevita più anonimo che possa esistere; mentre camminiamo per strada verso l'autobus, ci si appollaia sulla testa facendoci abbassare lo sguardo neanche fossimo studenti in attesa mentre la professoressa scorre il dito sul registro per decidere chi interrogare. Passiamo da momenti in cui avanziamo su spiagge minate, di trincea in trincea, con le pallottole che fischiano vicino alle orecchie ad ogni nostro passo falso, a momenti di ritorno all'epoca settecentesca, con veri e propri incontri vis a vis con la nostra avversaria. A quel punto diventa tutto un gioco di scherma, un continuo duello all'ultimo sangue tra due Highlanders, in cui si uccide e si viene uccisi, per poi rialzarsi sanguinanti e ricominciare un nuovo duello, magari davanti ad un bar in cui si sta decidendo se entrare o meno. Affondo, schivata, parata, la nostra giornata è fatta di sibili di spada che ci tagliano una guancia, di stridii di lame che si scontrano, di carne trafitta e di dolorosi squarci che ci fanno sanguinare. A fine giornata, ci curiamo le ferite come gatti usciti da una rissa, ci bendiamo, ci rattoppiamo i buchi e ci riposiamo aspettando i nuovi duelli al sorgere del sole o la nuova estenuante attesa dentro la trincea. Ecco perché controllare e riequilibrare la nostra livella interiore è così importante, perché lei, come un infallibile esperto di scommesse, definirà le probabilità della nostra vittoria e la percentuale delle nostre sconfitte. E vi assicuro, non vorreste mai essere nella posizione di chi perde dieci volte su undici. 
Duille    



lunedì 25 aprile 2016

Con un po' di amaro in bocca

Ogni anno, il 25 aprile, si festeggia il giorno della liberazione dal giogo nazifascista in Italia. E' un giorno simbolico, un giorno di memoria e di ringraziamento, un giorno di grandi pulizie di primavera, potremmo dire, in cui si rinfrescano i ricordi, si fa uscire la coscienza morale dall'armadio e le si da' una bella spazzolata, un giorno in cui si fa un giro di lavatrice al senso di giustizia e si lucida il rispetto con una buona dose di olio di gomito. 
Oggi però, sinceramente, non mi sento molto in vena di festeggiamenti. Ho un po' di amaro in bocca, a dirla tutta. Forse sono stata colta da un attacco di cinismo primaverile, una specie di febbre da fieno dell'idealismo, che mi fa smocciolare il naso cerebrale di disillusione e tappa il respiro dell'entusiasmo o forse, più probabilmente, in questi ultimi mesi mi sono arrivate un po' di docce fredde, schiaffi di realtà che mi hanno fatto riflettere sul senso di questo festeggiamento nell'attuale contesto storico. Quello che ho sentito e visto in questi mesi è il lento fallimento del cuore di questo 25 aprile, che si è arenato su una spiaggia come una vecchia balena che ha scambiato un sonar militare per un'orca in fame chimica post cannetta. I nostri padri, nonni o bisnonni che siano, hanno combattuto per una cosa sola: la libertà. La libertà dall'oppressione, la libertà di essere e autodeterminarsi, la libertà di conoscere, di avere una propria opinione e non morire per questo, la libertà di decisione e la libertà di essere fratelli anche quando si indossavano bandiere diverse. Un unico popolo, quello italiano, e un unico genere, quello umano. Ciò che invece vedo io, in questo 2016, è un paese che si è un po' lasciato andare, come uno di quei mangiatori di hot dog professionisti che rinunciano allo sport perché "tanto non serve a niente" e che, in fondo, non sono neanche così interessati ai possibili rischi per la salute loro e del pavimento in legno che potrebbero sfondare con il loro peso da piccolo pachiderma. Ecco, noi siamo un po' così: non ci siamo dimenticati dell'importanza di esercitare la nostra libertà. Semplicemente, sembra che non ci interessi più. 
Quello che ho visto il 17 aprile, ad esempio, è stata la possibilità di esercitare il proprio diritto di parola e decisione e la scelta di sprecarla non andando a votare. 
Quello che vedo io è che ancora nel 2016 esistono cittadini italiani che hanno uguali doveri ma non uguali diritti solo perché qualcuno ha deciso che amare una persona dello stesso sesso non è amore ma devianza, in barba ai manuali di psicologia e, soprattutto, alla faccia della Costituzione, che evidentemente viene utilizzata da questi Messia improvvisati come carta per avvolgere il pesce appena comprato in pescheria. 
Quello che vedo sono tentativi di leggi omofobe che vietano la libertà di culto solo perché quel culto ha un simbolo diverso dalla croce (di nuovo, tanti saluti alla Costituzione).
Quello che vedo è un grosso cartello di Stop davanti alle case di troppi, e mi spaventa vedere muri reali con anacronistici checkpoints che sono un deja-vu del muro di Berlino e che in troppi sembrano accogliere con l'indifferenza di una zebra allo zoo. Erigiamo muri contro chi sta vivendo le stesse esperienze che hanno vissuto i nostri nonni, e che sono il motivo per cui festeggiamo questo giorno importante. Non sentite anche voi una leggerezza puzzetta di incoerenza nell'alzare la bandiera italiana per festeggiare la libertà il 25 aprile e, il giorno dopo, utilizzare la stessa bandiera come anteposto dello slogan "tornatene a casa tua"?
Quello che vedo insomma è una grande stanchezza nei migliori dei casi e una pandemica superficialità nei peggiori, il dare troppo per scontato un diritto che in realtà dovremmo custodire e curare come la rosa nella teca di vetro della Bella e la Bestia, e addirittura il disinteresse di riconoscere che noi, pingui figli del consumismo, stiamo vivendo dei frutti di chi si è sporcato le mani, l'anima e i sogni prima di noi e per noi! Gente che, tra l'altro, in molti casi fa ancora parte della nostra famiglia, anche se con dentiera e occhiali a fondo di bottiglia, gente che pensava a noi e lottava per noi prima ancora che fossimo anche solo il ruttino di un'idea. E non per fare la Foscoliana della situazione, ma la tomba dell'ultimo partigiano non è ancora stata scavata e noi ci permettiamo già di lanciarci nel revisionismo storico, nel rigurgito nazionalista e nel raffreddamento dell'impegno sociale in una versione controcorrente del riscaldamento climatico? Se lo facciamo per bilanciare l'effetto serra, sappiate che è fatica sprecata, non funziona così l'ambiente! O forse vogliamo infartuare anche le ultime povere anime che si sbattono per ricordarci quanto non sia scontato quello che abbiamo? Vogliamo davvero essere noi la causa del suicidio di massa a suon di antidepressivi (o, spero, viagra) degli ultimi combattenti per la libertà? Perché ogni volta che diciamo "chissene", un partigiano muore, schiatta, si invola nel cielo, passa a miglior vita, diventa cibo per i vermi. E' matematico, come la morte delle fate in Peter Pan. L'unica differenza è che qui nessun battimani farà il miracolo. 
Quindi oggi non riesco proprio ad essere entusiasta, felice e orgogliosa, perché mi rattrista (e mi fa incazzare, scusate la parola) che festeggiamo persone morte affinché noi possiamo NON esercitare il nostro diritto di essere liberi, affinché noi possiamo decidere di NON continuare la loro lotta, e affinché possiamo dimenticare che quella lotta per noi significa stringere in mano una matita e non imbracciare un fucile. Con tanti cari saluti a Bella Ciao. 
Duille
 


venerdì 22 aprile 2016

Amleto e le sue groupies

Questo è il quattrocentesimo anno dalla morte del più prolifico scrittore mai esistito sulla faccia della Terra prima dell'invenzione della Red Bull, l'uomo dall'instancabile pennino, colui la cui sconfinata bibliografia non entra dentro una libreria, il poeta di cui tutti conoscono almeno un verso, lui, il solo ed inimitabile William Shakespeare. 
Io sono sempre stata una grande fan del Bardo e dei suoi quattro peli in testa e quando ho saputo che avrebbero proiettato al cinema lo spettacolo teatrale del suo lavoro più famoso, l'Amleto, registrato niente di meno che al National Theatre di Londra, e per di più in lingua originale sottotitolata, sono dovuta andare a vederlo, pena la morte per annegamento nella mia acquolina. Così l'altro ieri, io e la mia copia sgualcita dell'Amleto, comprata quando ero ancora una liceale e letta almeno un migliaio di volte, ci siamo avviate alla volta del cinema più vicino. Non ero mai stata al cinema a vedere uno spettacolo teatrale, e tantomeno per vedere una proiezione in lingua originale, quindi ero contemporaneamente eccitatissima e preoccupatissima all'idea di non riuscire ad essere sufficientemente veloce per seguire testo e immagini. Ovviamente noi amanti dei bevitori di té dell'epoca elisabettiana siamo stati stipati in una minuscola saletta, dove eravamo comunque pochi, circa una trentina, di tutte le età e di tutti i colori di capelli, compresi degli spumeggianti capelli rosa ostentati con disinvoltura da una ragazza di 16 anni che è diventata seduta stante la mia eroina. Io invece ero seduta accanto all'entusiasta di turno, che manifestava preoccupanti segni di fanatismo religioso in una combo micidiale: infatti temo che la suddetta compagna di sedile non fosse lì solo per vedere impazzire Amleto, ma anche per far infuocare i suoi lombi (per citare Amy Farah Fowler) alla vista del suo interprete, Benedict Cumberbatch. Quindi, mentre aspettavamo l'inizio del film, non faceva altro che trillare felice sulla sedia come un fringuello in amore, osannando la bravura del meraviglioso Benedict, ammirandone la modestia, invidiando tutti coloro che avevano avuto l'onore anche solo di toccare la maniglia un secondo dopo lo splendido Benedict. Io, dal canto mio, non sono una fan di Sherlock, quindi il "maestoso Benedict" lo conoscevo solo per The Imitation Game. Non ero di certo una groupie come il fringuello cinguettante accanto a me. Comunque, una volta spente le luci, ho dimenticato tutto, compresi i respiri vistosamente trattenuti di Miss Fringuello davanti alle scene fondamentali, perché quello a cui ho assistito è stata un'esperienza mistica. Avete presente quelle esperienze che vi lasciano a bocca aperta, quelle situazioni che sapete già non avrete parole adeguate per descrivere, quelle cose che, mentre vi assistete, sentite che vi sono entrate dentro al punto da avervi cambiato? Ecco. 
Questo è quello che è successo. Perché questo adattamento dell'Amleto è quanto di più bello, più struggente, più maestoso e più vivo io abbia mai visto. Potrei parlarvi per ore della regia curatissima, delle scenografie incredibilmente dettagliate, delle scelte di abbigliamento che sovrappongono le epoche, degli attori mostruosamente bravi, e comunque non basterebbe. Quello che posso però raccontarvi, nel tentativo di farvi capire quanto sia bella quest'opera, è ciò che ho sentito durante la visione di questo capolavoro. Ciò che ho vissuto è stato un totale coinvolgimento nell'opera, un'immedesimazione totale in quei personaggi che avvampavano e incenerivano come fiammiferi, guidati dal vero protagonista di questo adattamento: l'emozione. Il cuore di questo Amleto, d'altronde, è proprio l'emozione, è il fil rouge che trascina i personaggi come fili di marionette, e ciò in cui quest'opera è riuscita è farci sentire quelle emozioni come se fossero nostre, diventando tutti un po' Amleto, Ofelia, Gertrude, Orazio, Laerte. Tutto ruota intorno al dolore, che spezza la voce e accartoccia i corpi come foglie secche, che stropiccia le mani di Ofelia e che è così ingombrante da togliere il respiro, che svuota di senso il corpo con un cucchiaino e che fa appassire il mondo come un fiore avvizzito. Ciò che ci viene esaltata in tutta la sua drammaticità è la corsa di Amleto incontro alle braccia aperte della morte e, in questo suo correre cieco, l'abbandono di tutti gli ormeggi che potrebbero salvarlo, quei legami, di amicizia e di amore, che rifiuta in nome di una spinta mortifera che lo fa oscillare tra la vita e la morte, tra l'abbandono al dolore e l'avvampante vendetta, tra l'essere e il non essere. Amleto cederà alla vendetta, mentre Ofelia, fragile creatura fatta di vapore, si spezzerà in mille frammenti, scegliendo la morte come ultimo gesto di sanità in un mondo interiore ormai corroso dal dolore. La maestosità dell'adattamento di Lindsey Turner è proprio il riuscire ad esaltare in ogni modo queste emozioni, ad esempio sfruttando una scenografia pulita nel primo atto e coperta di cenere nel secondo, valorizzando l'interpretazione carica di sentimento degli attori, rendendo superflua una collocazione storica del dramma, optando invece per un pout-pourri di abiti che attingono contemporaneamente a più epoche, quasi a sottolineare l'universalità di quel sentire, che è poi l'universalità del grande maestro inglese. 
Ed è terribilmente efficace, perché noi spettatori lo sentiamo tutto, questo vuoto che avvampa come una tanica di cherosene al contatto col fuoco, e ci sentiamo perdere anche noi, vediamo il dolore negli occhi scarnificati di Amleto, che scava anche i nostri occhi, nella rabbia che gli tira i tendini e che smuove anche noi, negli sguardi persi nel vuoto con cui si interroga, che ci dà un attimo di  tregua, nel capo basso di Ofelia, che schiaccia anche noi. Mi sono ritrovata così coinvolta da arrivare, mio malgrado, a sperare in un momento di svolta, una deviazione da quella corsa verso l'inevitabile abisso, che Amleto si accorgesse di uno sguardo, di una mano tesa, di una luce in quell'oscurità rossa in cui era piombato. Una speranza utopica, lo so bene, ma non potevo accettare che quelle vite, che in quel momento sentivo così adese a me, potessero essere spezzate in questo modo insensato. In questo adattamento di Amleto, quindi, tutto funziona con una perfetta sinergia e gli attori sono così naturali da rendere ogni parola vera e ogni gesto autentico e spontaneo, al punto di farci dimenticare che, in fondo, stiamo solo vedendo un dramma teatrale. E' l'effetto catartico descritto dai greci, l'annullare per un attimo la barriera della finzione e rendere tutto vero. In questo caso, il Vero di Amleto, che è anche il nostro vero, esibisce cuori strappati dal petto e portati in punta di mano, come quel teschio di Yorick su cui Amleto rifletterà in una scena di struggente bellezza. Lo strazio del dolore, l'impossibile redenzione, l'inevitabilità delle azioni e le sue conseguenze, il male che scava e rende ciechi, questa è la storia di Amleto. La bravura degli attori non fa altro che trascinarci con loro in quel baratro, perdere il senno e spezzarci il cuore, per poi uscirne più stanchi, ma ancora pieni di meraviglia. 
In fondo è questa la magia del teatro. O forse, è questa la magia di Shakespeare. E d'accordo, la groupie aveva ragione, è anche la magia di Benedict Cumberbatch! 

Duille 


sabato 9 aprile 2016

Kyngyosukui

Il kyngyosukui è un gioco tradizionale che si pratica durante i festival giapponesi e che consiste nell'acchiappare pesci rossi muniti solo di un retino in carta di riso. E' un gioco arduo, in cui il tempismo, la costanza e una mastodontica dose di pazienza sono essenziali. 
Il kyngiosukui potrebbe anche essere lo sport nazionale dell'ansioso sociale, se al posto dei pesci ci fossero pensieri, emozioni e angosce. Mi spiego meglio: l'ansia sociale è un disturbo che ci fa vivere con la testa perennemente affollata e il cuore eternamente accelerato. E' un lavoro a tempo pieno, il nostro, fatto di continui litigi interiori, analisi al microscopio di ogni azione compiuta in cerca dell'inevitabile errore, di panico di fronte ad ogni nuova situazione e di tentativi di calmare questa angoscia prima che ci produca un infarto. Essere ansioso sociale in molti casi ci rende simili ad una pentola di minestra sul fuoco, fatta di quadretti di carote, foglie di spinaci e listarelle di sedano che si mescolano in continuazione a causa del ribollire dell'ansia tenuta sempre in caldo dal focolare collocato all'altezza dello stomaco. In mezzo a questo movimento convezionale e tra tutti questi pezzetti di verdura cerebrale che affiorano alla vista per poi sfuggire un istante dopo, capire cosa succede dentro di noi in ogni momento è un'impresa decisamente ardua, quasi quanto cercare di togliere un frammento di guscio dall'albume crudo di un uovo. Arduo, ma non impossibile. Ed è qui che rientra in gioco il kyngyosukui. Ciò che un ansioso sociale molto motivato impara presto a fare è quello di sviluppare la pazienza, la determinazione e la costanza del pescatore di pesci rossi, cercando di individuare, in mezzo a tutta quella brodaglia in ebollizione che è la sua mente in ansia, i singoli pezzetti di carota che sguazzano velocemente, per poi tentare di afferrarli prima che affondino nuovamente verso la base della pentola. Il nostro retino non è fatto però di carta di riso, ma di attenzione e silenzio. In una parola, di ASCOLTO. Si tratta però di un ascolto particolare, che con l'udito ha poco o nulla a che fare. Ascoltarsi è simile al fermarsi su una collina, durante una passeggiata, e sedersi sull'erba, senza un apparente motivo, per poi rimanere lì, ad aspettare qualcosa senza aspettarsi poi nulla. Si resta in silenzio ad ascoltare qualsiasi cosa voglia farsi sentire, fino al punto da riuscire a sentire quel grillo che frinisce in qualche angolo di prato e in lontananza il rumore delle campane di paese. 
Nel caso dell'ansia sociale, ascoltarsi significa abbandonare tutta la razionalità che utilizziamo per arginare il fiume d'angoscia sempre sul punto di esondare, rinunciare alle sovrastrutture fatte di pregiudizi e non accontentarsi più delle risposte facili che quotidianamente l'ansia sociale ci propina come una pappa riscaldata troppe volte. Ascoltarsi significa cercare di capire perché si sta male in quel determinato momento, ponendo domande e poi facendo silenzio, lasciando che il corpo e la mente rispondano. All'inizio riusciremo solo a comunicare con l'angoscia e solo in termini quantitativi, arrivando a cogliere un picco di paura maggiore nell'incontro con l'evento che ha provocato la crisi. C'è sempre un motivo molto preciso per cui stiamo male, ma spesso l'ansia è talmente rumorosa e pervasiva da impedirci di individuare quel nucleo problematico. In un secondo momento riusciremo anche a distinguere le singole sensazioni che compongono l'angoscia: vergogna, rabbia, impotenza, paura, imbarazzo e talvolta, molto in fondo, addirittura gioia, felicità, entusiasmo. Non sempre, infatti, tutto quello che etichettiamo come paura è davvero tale. Anche situazioni che ci rendono felici sono nascoste dalla spessa coperta di ansia che ci fa da leitmotiv esistenziale. Quindi bisogna imparare a fare silenzio e ad ascoltare oltre il rumore, per capire che siamo più della nostra paura e che a volte abbiamo paura di ciò che desideriamo. L'ansia sociale ci da' questo compito che diventa presto un dono, perché ci renderà più ricchi e sensibili a noi stessi, capaci di collaborare con la nostra mente per capire cosa vogliamo davvero di momento in momento e di quanto possiamo osare senza crollare nel panico, trasformando quindi un limite, la paura, in un termometro emozionale capace di orientarci nelle nostre scelte. Inoltre, riusciremo ad intuire quegli stessi guizzi di coda dei pesci rossi anche negli sguardi, nei gesti e nelle parole degli altri. Ancora una volta, quindi, la parola è la stessa: kyngyosukui.
Duille


domenica 3 aprile 2016

Quando arriva il giorno della laurea...

Ho sempre temuto tantissimo il giorno della laurea. Quando facevo la triennale (più o meno nel periodo in cui è stata scoperta la penicillina), il solo pensiero di ritrovarmi davanti ad una commissione a decantare le lodi della mia tesi mi faceva calare a picco la pressione e assumere le consistenze di un uovo al tegamino.
Quindi non ci pensavo, confortata dalla mastodontica mole di giorni che mi separavano da quel terribile evento. Ma il tempo ha sempre avuto l'animo burlone e mi sono ritrovata a bruciare tutti quei giorni in un lungo sospiro di sollievo, per ritrovarmi a preparare ad una laurea per cui, ovviamente, non ero assolutamente pronta! Insomma, mi ci vedete davanti ad una commissione a parlare della mia tesi? Io che, ricordiamolo, ho attacchi di tachicardia anche solo per chiamare il cameriere? No? Figuratevi io! Eppure una settimana fa ho aperto gli occhi e, in compagnia di occhiaie che avrebbero potuto comodamente contenere due piccoli contrabbassi, mi sono affacciata al fatidico giorno della laurea. La situazione di partenza era decisamente drammatica: sguardo da cucciolo di foca davanti al bastone del cacciatore, capelli che si erano improvvisati termometri dei miei livelli di ansia, postura da condannato al patibolo e, naturalmente, panico tra le truppe interiori. Insomma, sembravo un prigioniero di guerra che aveva passato due anni dentro un pozzo ed ero in piena sindrome da stress pre-traumatico. Correre ai ripari era il minimo, soprattutto visto che quella giornata sarebbe stata mio malgrado immortalata da parecchi dispositivi tecnologici. Quindi, mentre io mi occupavo dell'interno, ripetendomi mantra propositivi e tormentando una pallina antistress, mia sorella mi cazzuolava la faccia con tutto quello che trovava, fino a rendermi vagamente simile ad un essere umano (inutile pretendere di accedere all'Olimpo della bellezza, qui si trattava fondamentalmente di evitare la bancarotta risarcendo i miei amici per la rottura degli obiettivi delle loro fotocamere). Finalmente pronta, con una fetta biscottata come mio unico combustibile organico, sono salita in macchina e mi sono diretta all'università. Naturalmente, essendo un'ansiosa sociale con una fervida immaginazione, avevo passato tutta la settimana prima ad immaginare scenari apocalittici riguardanti la mia presentazione: dire qualche aberrazione gravissima che mi avrebbe radiata dall'albo prima ancora di esserci entrata, incorrere in un'amnesia specifica per l'articolazione delle parole a causa dello stress, non saper rispondere alle domande, balbettare come un cd rigato, cancellare per sbaglio il power point, inciampare nei miei piedi stile Bella Swan, insomma, fare la classica figura da cioccolataia davanti alla commissione, al mio relatore (che mi credeva già una mezza inetta) e davanti a tutto l'entourage di parentame e amici.
Quindi possiamo dire che al momento di sedermi sulla sedia ero "leggermente" nervosa, più o meno come un soldato che aveva appena messo un piede su una mina. In più, ero la prima della lista, quindi toccava a me aprire le danze, giusto per mettere un ulteriore pizzico di stress alla piscina di adrenalina in cui sguazzavo dalle sei di quel mattino. Nel momento di entrare in aula, le cose hanno preso una piega un po' inaspettata (ed è tutto dire): io e i miei nervi ci sediamo sulla seggiolina, davanti ad una decina di persone a diversi stadi di noia, sguinzaglio il pilota automatico sulle mani (ho capito già da un po' che, in situazioni come questa, il cervello non ha la più pallida idea di cosa farsene, delle mani), apro il mio power point e attacco a parlare. Immediatamente mi fermano: "Signorina, il microfono". Io guardo con occhio vacuo quell'antenna nera che spunta dal tavolo e constato che, sì, effettivamente quello è un microfono. Solo dopo un altro secondo capisco il senso di quella indicazione e mi rendo conto che è spento. Provvedo ad accenderlo, non senza problemi, come si potrà presumere dal livello intellettivo a cui ero regredita in quel momento. Comunque, riesco ad accendere il microfono, riprendo fiato, riparto, mi rifermano: "Signorina, avvicini il microfono". Qui il mio cervello ha deciso di fare un balzo di intraprendenza e proporre una frase, anche se tutt'oggi non ho capito se il suo sia stato un tentativo di outing o se si sia improvvisato cabarettista. Solo di una cosa sono certa, ovvero la sciagurata frase che è uscita dalla mia bocca: "Ah, si può spostare?" SI PUO' SPOSTARE? Ma che razza di domanda mi è venuta in mente? Già che c'ero potevo far scivolare un rivolo di bava dall'angolo della bocca e mostrare un grafico del mio encefalogramma piatto! Avrei volentieri inscenato un funerale alla mia intelligenza in quel momento, ma non avevo proprio tempo, quindi ho deciso di rimandare a dopo il lutto e la successiva vendetta contro la mia materia grigia. Lanciatami per la terza volta nella presentazione della mia tesi, riesco finalmente a portarla a termine. Mi aspettavo quasi un coro di angeli a sancire l'avvenuto miracolo! Non solo avevo concluso la presentazione, ma ero anche riuscita nell'impossibile compito di apparire sicura! E come se non bastasse, per aggiungere miracolo al miracolo, sono stata in grado di rispondere alla domanda del co-relatore senza divagare come un ramingo nelle brughiere! Se ci fosse stata un'apparizione della Madonna con dei marshmallows tra le mani non mi sarei sorpresa. E così, in meno di mezz'ora, si era conclusa la mia avventura di laurea, che mi ha visto sopravvivere a numerose gaffes, settimane di scenari scartati dal film Shining e svariati piani di fuga in Canada. Oggi, ripensando a quel giorno, mi viene in mente solo la pubblicità delle siringhe Pic e la vocina della bimba protagonista che esclamava sorpresa: "Già fatto?"
Che posso dire? Ti comprendo in pieno, sorella!
Duille

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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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