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domenica 15 settembre 2019
Quando procrastinare è un'arte
Procrastinare. L'arte del rimandare fino a quando non è più possibile farlo, la scienza della segmentazione costante del tempo in granelli sempre più infinitesimali, la disciplina agonistica del resettare il timer ogni volta che si avvicina la fatidica scadenza, bestia sacra degli iniziatori di dieta, dei pigri, dei compilatori di buoni propositi, degli studenti universitari e, naturalmente, degli ansiosi. Tutti la conosciamo, tutti ce la portiamo dentro come il batterio del fuoco di Sant'Antonio che, si sa, finisce sempre col bussare alla porta nei momenti meno opportuni e senza neanche portare una conveniente bottiglia di vino.
La procrastinazione non è di certo prerogativa dell'ansia sociale e non sono neanche certa che tutti noi ansiosi la usiamo allo stesso modo, ma di sicuro la sottoscritta ne usa e abusa a piene mani, al punto che, se esistesse un suo equivalente del barattolo delle parolacce, a quest'ora avrei già potuto comprarmi una capannina alle Maldive, con quel giusto grado di modestia dato dalle mie umili origini. Dato che suppongo che la procrastinazione agisca per vie oscure e personalissime, lasciate che vi racconti come essa si declini nella mia nervosissima personcina. Prima di tutto, per me la procrastinazione è fortemente legata all'ansia, detta anche il buco nella ciambella della mia esistenza. Ansia e procrastinazione sono amiche per la pelle, tipo la pizza e l'ananas per gli americani, e in me diventa lo strumento supremo dell'autosabotaggio, proprio come la pizza hawaiana. Vorrei dire che la uso per evitare eventi spaventosi, ma questo significherebbe affermare che agisco su di lei una qualche forma di controllo, quando, diciamocelo, è molto più probabile che io riesca a convincere telepaticamente i piccioni a liberare i loro intestini sulle auto dei miei nemici piuttosto che controllare il piccolo sabotatore interno. No, direi piuttosto che lei si attiva quando ho paura di fare un qualcosa collocabile in un futuro dall'imminenza variabile e sempre in occasione di eventi da evitare assolutamente, anche a costo di dover espatriare sotto falso nome. In questo senso non so se dovrei considerarla, almeno nelle intenzioni, una sorta di salvavita Beghelli, un salvagente nel mezzo di un oceano senza neanche lo sputo di un atollo all'orizzonte, oppure la mazzata definitiva sui denti, stile bastone che si abbatte sul cucciolo di foca. Penso che in definitiva sia un mezzo con cui cerco di illudermi di poter evitare il problema che mi affligge senza prendermene davvero la responsabilità, proprio per la mancanza di controllo di cui sopra. Per me la procrastinazione gode di vita propria, come la ricrescita post epilazione: non la puoi evitare, non la puoi rallentare, puoi solo continuare a combatterla come si lotta per estirpare il male dai posseduti (the exorcist insegna). La mia procrastinazione poi, proprio perché è una veterana e ha molti anni di fidato (e non richiesto) servizio alle spalle, col tempo ha iniziato a diventare creativa, così da riuscire a svicolare meglio al mio già lasso controllo razionale. Il mio piccolo sabotatore interno quindi ha diversificato l'offerta, comprendendo:
1. uno starter pack, fatto delle classiche frasi standard tipo "lo faccio dopo", "finisco questo e vado", "stasera mi ci metto, giurin giurello", "cascasse il mondo, domani lo faccio" e svariate altre versioni del "perché fare oggi quello che potresti fare domani, soprattutto se quella cosa che devi affrontare te la fa fare nelle mutande peggio di un abbondante piatto di lenticchie in brodo?". Lo Starter pack mi si attiva di solito quando la Diabolica Scadenza è molto lontana o quando l'evento in questione non è per me di grande importanza, quindi probabilmente riuscirò ad evitarlo senza troppi sensi di colpa. Questo perché di solito è la forma di procrastinazione più facilmente rilevabile dalla mia coscienza, che io immagino sempre come dei Nasi che subodorano le palle che mi racconto da sola. Se dovessimo paragonarlo ad un odore, il pacchetto base saprebbe molto di gorgonzola. E si sa, la puzza di piedi è inconfondibile e impossibile da ignorare.
2. Bugie, in vasto assortimento e a diversi livelli di raffinatezza, che vanno dal non ho tempo, al sono stanca, lavoro troppo, sono molto impegnata, ci sono le pulizie da fare, i gatti da nutrire, l'aria da respirare, il senso della vita da cercare, fino a contorti ragionamenti scagionanti che si supporrebbero a prova di bomba. E non iniziamo neanche a parlare delle indulgenze papali che mi regalo quando ho affrontato altre situazioni ansiose durante la giornata e che mi permettono di giustificare la procrastinazione della scadenza al giorno dopo in nome del mio essere Giovanna D'Arco. Come si potrà intuire, la bugia è particolarmente conveniente perché, oltre a permettere di procrastinare, mi ammanta anche di un'aura di santità stakanovista, praticamente divento una mondina dei primi del Novecento. Di fatto, mi da' la scusa perfetta per mettere al tappeto i cani del senso di colpa già pronti a spolparmi viva.
3. Le amnesie. Qui siamo già a livelli di creatività da Triennale di Venezia. Dato che nel corso degli anni i Nasi hanno iniziato a subodorare puzza di bruciato anche nelle bugie (ve lo dicevo che la mia coscienza è un po' lassa), la procrastinazione ha fatto un salto di qualità arrivando direttamente a farmi dimenticare le scadenze che mi spaventano, ripalesandole nella mia mente quando, per vari motivi, sono impossibilitata a portare a termine quelle azioni. Uno dei momenti più deliziosamente disturbanti è la ricomparsa del ricordo la sera tardi quando, già indossato il pigiama con le pecorelle e comodamente sistematami sotto le coltri, inizio ad abbioccarmi felicemente. A quel punto, in un lampo da fulmine a ciel sereno, mi ricordo di aver dimenticato di fare quella cosa, La Terribile Cosa che mi mette un'ansia assurda. Risultato? Sonno rovinato, ansia a pallettoni e cuore che tenta di sfondare il petto in stile cartone dei looney toones. Il mio futuro prossimo è costellato di occhiaie grandi quanto piccoli monolocali e irritabilità da gatto a cui hanno pestato la coda.
4. Le somatizzazioni. Somatizzare significa trasferire sul piano fisico questioni che riguardano l'emotività: crampi allo stomaco, problemi intestinali vari, dermatiti, tachicardia e altri deliziosi flagelli fuori elenco sono tutti classici esempi in cui il corpo reagisce alla psiche. Quando è la procrastinazione ad avvalersi di questo meccanismo, si raggiungono però livelli da magia nera perché è la forma che agisce direttamente sul corpo e la percezione e che viene usata solo nelle situazioni di emergenza, cioè quando, evidentemente per intercessione divina, sono riuscita a superare tutte le precedenti tecniche di sabotaggio e mi ritrovo catapultata nell'imminenza della Terribile Cosa. A quel punto, maestro entra in azione. Innanzi tutto il tempo improvvisamente assume due velocità diverse: c'è il tempo accelerato nella mia mente, che corre come una volpe inseguita da altolocati cani britannici, e il tempo esterno, che continua a muoversi alla solita velocità. Il risultato è che mentre per me passa un secondo (quel secondo in cui io ragiono sul da farsi) fuori, nel mondo, di secondi ne sono passati cinque. L'obiettivo è quello di farmi perdere l'occasione e credo di costellare il tutto con la classica figura da cioccolataia. Lo sfasamento temporale si associa poi con l'atteggiamento da stoccafisso del corpo, che rifiuta di fare qualsiasi cosa che vada oltre al tenersi in vita. Fine di ogni comunicazione tra centro e periferia e marmorizzazione istantanea da attacco d'ansia. Sciopero dei mezzi fino a nuovo ordine. Silenzio siderale in ogni direzione. La tundra praticamente. Alla fine, in questo tipo di procrastinazione, il mondo, che non ha tempo da perdere con me, decide al posto mio, lasciandomi sola in mezzo ai rotolacampi a domandarmi cosa diavolo sia successo. E naturalmente, a piangere. Quello è un evergreen intramontabile che pepa le mie giornate dagli inizi del nuovo millennio.
Questi sono le tecniche che la mia procrastinazione ha sviluppato nel corso di decenni di lotta armata e non oso immaginare quali incredibili altre meraviglie da incubo abbia in serbo per me in futuro.
Se per ognuno di noi la procrastinazione crea un campionario di tecniche pensate ad hoc per la nostra persona, penso di poter parlare con certezza nel dire che l'obiettivo sarà sempre quello di impedirci di prendere di petto la situazione, crogiolandoci piuttosto in una lenta agonia da verdura in cottura nella minestra che, sorprendentemente, troveremo essere comunque un'alternativa molto più valida e ragionevole alla folle idea di risolvere la questione una volta per tutte. In fondo, credo, ci si abitua a tutto, anche al vapore del bollito.
Duille
domenica 12 maggio 2019
Into the war
Ci sono momenti in cui vivere con l'ansia sociale significa ritrovarsi in un contesto di guerra. L'ansia però è notoriamente perfezionista e non si limita a buttarci nel mezzo della mischia di una guerra qualsiasi. Niente brutte copie delle guerre puniche per noi, nessuna riedizione della guerra dei Cent'anni e nemmeno una rivisitazione in chiave moderna di qualche battaglia Pokemon particolarmente epica. Lei, creativamente sadica per natura, prende in prestito niente di meno che dalla Storia dei conflitti internazionali, pescando un po' di qua, tagliuzzando un po' di là, abbinando i colori e confezionando un bouquet nuovo fiammante che ha un non so che di funereo (vai a sapere perché).
L'ansia quindi ci confeziona LA GUERRA, facendoci entrare di diritto nell'Olimpo di personaggi con conflitti pluriennali dedicati, come Elena di Troia, Ned Stark e il famosissimo Piero (che potrete trovare a riposare nel campo di grano). Grandi onorificenze di cui - mi sento di parlare a nome degli altri - avremmo tutti fatto volentieri a meno. Ma così è. A differenza dei colleghi succitati però, la nostra è una guerra invisibile, per cui non si canteranno ballate in stile Signore degli Anelli o si bruceranno ettari di foresta per narrarli. La guerra dell'ansia sociale nessuno la conosce, nessuno la comprende e, soprattutto, nessuno la considera tale. Siamo solo una manciata di persone un po' troppo fifone per essere normali. La nostra guerra però, anche se una guerra fatta di fantasmi, è comunque una guerra vera, che inizia con la chiamata alle armi, quando viene annunciato il Terribile Evento che, capirete dal nome, non avrà esattamente le stesse sfumature emotive di una gita a Disneyland. La chiamata alle armi ha più le sonorità esotiche della guerra in Vietnam, quando la roulette russa americana sorteggiava un anno di nascita che faceva vincere ai suoi "fortunati" portatori un viaggio di sola andata per l'inferno. Se i futuri soldati americani, da quel momento in poi, avevano negli occhi la morte, il sangue e le budella sparse un po' ovunque, noi ansiosi sociali veniamo invasi da scenari apocalittici fatti di pianti destrutturati come un piatto gourmet, pensieri snervanti quanto una zanzara notturna, sguardo disperato da malato terminale e giornate passate a camminare in un mondo diventato un campo minato, pregando tutti gli dei, noti e ignoti, in carica o pensionati, di aiutarci a non mettere i piedi in fallo. Il tutto con il corpo completamente elettrificato, come se dieci murene sguazzassero rabbiose nel nostro intestino o come se continuassimo a mettere le dita in tutte le prese di corrente che ci capitassero sotto al naso. In una parola, la chiamata alle armi ci getta nel Disturbo Pre-traumatico da stress. E da allora sono dolori, perché finché il Terribile Evento non sarà passato, annullato o noi avremo trovato la scusa a prova di bomba per schivarlo, l'ansia ci farà vedere i famigerati sorci verdi. Caschetto in testa, anfibi ai piedi, tuta mimetica che fa pandant con il nostro colorito itterico sfoggiato per l'occasione, veniamo catapultati indietro nel tempo, scomodando un'altra famosa guerra, forse una delle più note, tanto da avere l'altisonante nome di Prima Guerra Mondiale, e in men che non si dica ci troviamo in trincea per affrontare il difficile momento dell'Attesa, ovvero i giorni che separano la chiamata alle armi (aka, l'annuncio che il Terribile Evento s'ha da fa') e l'assalto (ma lì ci arriviamo dopo).
L'Attesa ha il sapore degli umidi inverni europei, del fango molliccio sotto le suole, della puzza di polvere da sparo, del silenzio vigile, dei tentativi di mantenere una quotidianità che finisce coll'avere la consistenza del pane vecchio di giorni. Continuiamo a vivere, giorno dopo giorno, ma sui gomiti, pancia a terra, testa china per schivare i sibili dei proiettili, attendendo l'arrivo di qualche sparata della nostra ansia che dovremo combattere con il solo ausilio di un fucile di cui abbiamo perso le istruzioni per l'uso, di una lettera dalla persona cara a proteggerci il cuore e di una piccola riserva di buona sorte (che, in tempi di guerra, si sa, scarseggia). L'Attesa è una guerra di posizione che sfilaccia i nervi, che ci getta nel panico e ci svuota come lumache sotto l'impietoso assalto del cucchiaio. Da fuori non si vedrà niente, se non forse una minore energia, un'ombra più spessa sulle occhiaie, un occhio che si rifugia nell'orbita dandoci un aspetto Burtoniano che potrebbe anche ammaliare qualche groupie degli zombie (della serie, non tutti i mali vengono per nuocere). Dentro però, friggiamo sulla sedia elettrica, intrappolati in quella buca di terra che è rifugio e allo stesso tempo prigione. Dentro, ci logoriamo, nell'Attesa. Spesso, durante queste giornate, cerchiamo strategie per gestire il male di vivere che ci strozza come una flatulenza canina. Alcuni di noi si aggrappano a piccoli oggetti come fossero amuleti protettivi: collanine fortunate, portachiavi, piccole cianfrusaglie pelose capaci di rassicurarci, anche se per una frazione di secondo. E' come se avessimo bisogno di sentire la consistenza dei materiali sotto le dita, come se necessitassimo di un legame con la realtà quando ci sentiamo evaporare nell'immaterialità solida di un brutto sogno. Altre volte ci stordiamo, proprio come dei tossici, per far tacere per un paio d'ore quel rumore intorno a noi: ci spariamo film uno dietro l'altro come fossero cucchiaini di Nutella, ci ingozziamo di serie tv (eccomi), facciamo splendere la casa come neanche Bree Van De Kamp avrebbe saputo fare, ci ammazziamo di lavoro, sport, hobbies, impegni, commissioni, studio, litigi e condiamo tutto con una bella carrellata di titoli di coda insonni in compagnia della tv. (Piccola parentesi: io sono tra i pochi fortunati che, anche se stesse cascando il mondo, ad una certa fa subentrare il turno di notte e il custode corporeo spegne le luci e manda a letti i bambini come la più efficace delle tate. Ve lo dico così, giusto perché possiate rosicare un po').
Alla fine però, comunque agiamo, ovunque ci nascondiamo, qualunque azione stancamuscoli possiamo fare, ci ritroveremo sempre lì, nella trincea dell'Attesa, ad aspettare il momento in cui verrà urlata la carica, in pieno stile Napoleonico, e, baionette in mano e sgargianti divise rosse che ci rendono perfettamente visibili al nemico, ci slanceremo dalle retrovie, supereremo le linee difensive, ci fionderemo come mucche impazzite nella no man's land, scavalcheremo i cadaveri di chi ci ha provato prima di noi, e correremo incontro alla morte mentre tutto il nostro corpo farà di tutto per trattenerci, ci peserà addosso come un sacco di pulci su un pastore maremmano, si condenserà alla base dei piedi per rallentarci, ci darà delle taglie in più di scarpe che ci faranno inciampare, ma noi dovremo correre, correre incontro al pericolo, perché è l'unica cosa da fare, dannazione, o la va o la spacca, si deve andare, ci si deve schiantare contro il muro di corpi di fronte a noi, perché è quella la strada giusta, paradossale, certo, terrificante, sicuro, ma giusta come se fosse il tom tom stesso ad indicarcela. "Tra trecento metri, schiantarsi a sinistra". E poi, superato lo scoglio nemico, ci si ritroverà dall'altra parte, stropicciati come fazzoletti tra le mani di un adolescente tormentato, con qualche osso rotto, la dignità acciaccata e una città interiore squassata dai bombardamenti e tutta da ricostruire, ma saremo sopravvissuti all'Assalto. Vivi. Miracolosamente. Stanchi come se avessimo circumnavigato il globo in monopattino, ma vivi. Sparpagliati sul terreno come pezzi di un puzzle, ma un puzzle a cui non manca neanche un pezzo. Anzi, a ben vedere, ce ne potrebbe essere anche qualcuno in più, un pezzo jolly che brilla tra gli altri, come una medaglia al valore o il biglietto dorato di Willy Wonka. Saremo ufficialmente sopravvissuti al Terribile Evento (che poi si rivela immancabilmente non così terribile) e probabilmente ci aspetteranno ancora giorni di rimorsi e di rimproveri da smaltire come una brutta influenza, ma di certo siamo e saremo ancora in piedi, alla faccia di chi non credeva in noi. Alla faccia nostra.
Duille
domenica 13 gennaio 2019
Se telefonando io potessi non infartuarmi ti chiamerei
Ci sono suoni che terrorizzano e che trasformano subitaneamente nella gelatina verde sul cucchiaio di Lex in Jurassic Park. Ognuno ha il suo, che sia l'abbaiare furioso di un cane o lo sfarfallio inquietante e sinistro di una cimice ancora non individuata nella stanza. A volte si tratta di suoni dalla comprovata e condivisa spaventosità, come una forte esplosione, un urlo raggelante nel cuore della notte o quei maledetti petardi lanciati da incauti preadolescenti a cui vorresti poi staccare arti e testa (che, tanto, è evidentemente inutilizzata).
Altre volte invece, questi suoni sono Hill Houses personali, case infestate che solo pochi eletti possono davvero percepire e comprendere e che, per la maggior parte delle persone, sono solo espressione di menti un po' troppo impressionabili. Noi ansiosi sociali amiamo trattarci bene e abbiamo due suoni della cripta che, in linea di massima, ci producono uno stato di disagio di gravità variabile (dal tenderci semplicemente come corde di violino fino al desiderio smodato di seguire l'esempio di Van Gogh e staccarci le orecchie): il primo, di cui parleremo oggi, è lo squillo del telefono. Il secondo, come direbbe Papà Castoro, è storia per un'altra volta. Dunque, il telefono. Lo squillo del telefono per noi ansiosi sociali è qualcosa di terrificante, capace di scombussolarci al punto da sospettare di essere diventati dei quadri cubisti picassiani. I danni inferti da quel primo squillo mortale si sviluppano su più fronti e i più attenti di voi avranno già capito che l'eruzione vulcanica investirà, con le sue ceneri e lapilli, tanto il fisico come la psiche. Dal punto di vista fisico si potrà assistere ad uno spettacolo circense di occhi fuori dalle orbite, cuore martellante dai virtuosismi heavy metal, guance incendiate delle tonalità di aragoste cotte, sudorazione alla Pumba ("ma dopo ogni pranzo lui puzzava di più, tutti quanti svenivano e cadevano giù") e tutto il corpo irrigidito come se fosse stato inzuppato nell'amido ma comunque pronto ad una fuga precipitosa. Dal punto di vista psicologico, il telefono squillante rivela avere per noi la stessa carica batterica di un bambino urlante, ci impanica come la piccola Verdun durante il cambio del pannolino e ha la stessa portata mortale di una pistola puntata alla tempia durante il gioco della roulette russa. Ma, più semplicemente, possiamo paragonarne l'effetto psicologico a quello di una sirena che annuncia l'imminenza di un bombardamento aereo. Solo che, invece del consueto "si salvi chi può", a noi viene chiesto di restare dove siamo e continuare a conversare come se nulla stesse accadendo, cioè come se non stessimo per diventare carne grigliata. Un po' illogico, non vi pare? E spesso, molto più spesso di quanto non vorremmo, ci viene pure chiesto l'apoteosi dell'insensatezza, roba che farebbe impallidire anche Maccio Capatonda in persona: rispondere al telefono. In quel momento, la situazione diventa critica perché il nostro corpo si oppone strenuamente a quello che considera essere un vero atto suicidario. Il braccio si finge morto come un opossum nel deserto, le vie neurali improvvisano uno sciopero che paralizza tutte le arterie comunicative e la parte razionale del nostro cervello apre delle trattative che già sa saranno difficili.
Da un lato, quindi, la parte razionale tenta di mostrare l'assurdità della situazione, dall'altra i sindacati neuro-muscolari si ribellano alla dittatura logica in nome del sacrosanto diritto al panico e all'autoconservazione. Il muscolo cardiaco, d'altronde, ha parlato: quando c'è la tachicardia si attivano i protocolli di emergenza, ovvero fuga scomposta verso nuove galassie con lascito di nuvoletta di fumo o sagoma del nostro corpo contro la parete sfondata. Tutto ciò accade, di solito, mentre la cornetta continua ad urlare iraconda, riempiendoci le orecchie della sua furente disapprovazione. Il cervello razionale sa di avere poco tempo e una credibilità da difendere e, di solito, dopo una fiacca quanto inutile strategia diplomatica, finisce col chiamare la cavalleria in tenuta antisommossa. Se le premesse sono le stesse ogni volta (o quasi), i risultati di questa manovra militare possono portare a due esiti, a seconda della gravità della nostra ansia: la resa popolare con il sollevamento della cornetta oppure una riproduzione in scala delle Cinque giornate di Milano, che lasceranno morti, ammaccature e stanchezza, ma anche la vittoria contro il demoniaco telefono. Come si potrà capire, quindi, rispondere al telefono per noi è come chiedere di strapparci un braccio a morsi, o una versione personalizzata di un episodio di Saw - L'enigmista. E la cosa peggiore è che siamo continuamente circondati da questi infernali strumenti strombazzanti che esigono presuntuosamente la nostra attenzione e che, ad ogni squillo, ci fanno sentire sempre più in trappola, sempre più con le spalle al muro. Un aguzzino sempre in tasca verso cui non riusciamo neanche a sviluppare la sindrome di Stoccolma. A questo punto, la domanda emerge, conseguente come una bolla d'aria nello stagno dopo il passaggio di un ranocchio o, meno poeticamente, come un bel rutto dopo una poderosa mangiata: cosa ci spaventa tanto? Ci sono due elementi problematici del rispondere al telefono: da un lato l'ignoto, l'imprevedibilità della situazione, a partire dal mistero della voce che risponderà al nostro "pronto". Questo primo problema ci impedisce di attivare qualsiasi meccanismo difensivo da noi abitualmente usato: non possiamo pianificare la risposta o prepararci alle possibili direzioni che prenderà la conversazione, né possiamo richiuderci nella nostra conchiglia di invisibilità da Wallflower. Siamo indifesi come gli alieni della Guerra dei Mondi all'arrivo dei virus, insomma. E sappiamo tutti come sono finiti. Il secondo elemento problematico è l'immediatezza della risposta insita nella natura stessa del dispositivo, che ci impedisce di avere il benché minimo controllo su quello che diremo, dato che sarà indispensabile una certa spontaneità ed improvvisazione, tutte cose in cui noi ci sentiamo capaci quanto un lamantino alle prese con un apriscatole manuale. Se quindi per gli altri rispondere al telefono è solo un gesto, per noi è un'interrogazione a sorpresa alla lavagna su un argomento che non abbiamo studiato. E questo vale esattamente allo stesso modo sia che siamo costretti a rispondere al telefono che nel caso in cui dobbiamo fare la telefonata. L'ansia può poi estendersi anche al citofono, al campanello, al messaggio istantaneo e, nei casi di ansia grave, anche alle mail, soprattutto quelle formali. La situazione poi peggiora drasticamente quando questo mini colpo apoplettico si sviluppa in un contesto allargato, come quello lavorativo, dato che, oltre alle paure sopra citate, si aggiungerà anche l'ansia causata dal bisogno di nascondere la propria fragilità e l'autoimposizione (perché non si può parlare di esigenza, ma di obbligo) di fornire una prestazione perfetta. Capite bene che il rischio di sovraccarico cognitivo è praticamente scontato ed infatti dopo pagheremo pegno, quando passeremo tutto il pomeriggio a letto con addosso la stanchezza di un raccoglitore di pomodori africano e l'angosciosa immagine di un futuro arricciato su se stesso. In realtà, fortunatamente per noi, le cose non sono così drammatiche come vorremmo credere: il tempo, la terapia e la pratica portano consiglio e rendono sempre più semplice affrontare il terribile strumento comunicativo. Gradualmente, telefonare al migliore amico non sarà più paragonabile a strapparsi i denti con una pinza arrugginita e il citofono sembrerà sempre meno il libro Mostro dei Mostri di Harry Potter. Ci vorrà pazienza, ci vorrà coraggio, ci vorrà speranza. Ma stranamente, di quella, ne abbiamo a pacchi.
Duille
Etichette:ansia,ansia sociale,disagio psichico,paura,perfezionismo,suoni,telefono | 0
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domenica 6 maggio 2018
C'è crisi e crisi
L'ansioso sociale può vivere due principali tipi di crisi: quella breve, che ho ribattezzato "crisi da Capodanno", che arriva con botti, spargimento di lustrini e l'inopportuno entusiasmo di un bambino davanti all'intero set di pentole della Mondial Casa, e quella lunga, che io chiamo "Crisi Millefoglie", perché è lenta a prodursi e tremendamente stratificata.
Se la crisi breve è uno scoppio, un "BUU" lanciato da qualcuno mentre stavi facendo il pisolino del secolo e che, per questo, ti fa esplodere il cuore in un milione di coriandoli che poi ricomporrai diligentemente a colpi di bestemmie e nastro adesivo, la crisi lunga è più infida e si insinua lentamente, senza fretta, senza quasi che ci si accorga del suo arrivo. E' come un fastidioso prurito sul palato, che lentamente arriva a dar noia anche alla punta dei capelli o una marea in risalita di cui ci accorgiamo solo quando arriva a minacciare il nostro piccolo regno fatto di sdraio, ombrelloni e sportine piene di insalata greca e panini con la porchetta. Inoltre, se la crisi da Capodanno è generalmente improvvisa e causata da un evento scatenante a cui devi sopravvivere, tipo eruzione del Vesuvio a Pompei, la crisi Millefoglie non ha un'univoca motivazione, ma tante piccole cause che si sono sommate nel tempo come i cumuli di plastica e pannolini sporchi sulla collinetta dietro casa (che, per inciso, in origine non c'era neanche). Perciò la causa della crisi lunga non è mai l'ultimo evento che ne ha prodotto la manifestazione: quello semmai è la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Si tratta in realtà di uno strato dietro l'altro di pensieri, eventi, questioni e paure che si sono create nel tempo e che si è scelto di nascondere sotto al tappeto, in attesa che sparissero da soli. Purtroppo però, Mastro Freud ci aveva preso giusto quando diceva che tutto quello che si accumula internamente, ad un certo punto, trova una via per uscire. Alias (per noi): crisi Millefoglie. Gradualmente, infatti, si inizia a sentire una strana puzza di marcio e, ad un certo punto, si scopre di essercisi cascati con tutte le scarpe, in quella pozza di fango che sta risucchiando, e si finisce col sentire una profonda affinità con il cavallo di Atreiu, annegato nella palude della tristezza. In effetti, anche la natura della crisi è molto diversa: la crisi da Capodanno fa paura come la reazione di una delle protagoniste di Jersey Shore a cui hai salutato il fidanzato, mentre la crisi Millefoglie è più simile ad una lenta, inesorabile caduta nella tristezza. E' come un salasso: senti tutte quelle sanguisughe che ti ciucciano come fossi un Calippo alla fragola e non c'è verso di levartele di dosso perché sono troppo viscide e scivolano dalle mani. E ad un certo punto, sei solo troppo stanco per provare ancora a staccarle dalle braccia. Semplicemente, ti arrendi. In realtà, per quanto possa sembrare un pensiero controcorrente rispetto all'imposizione sociale del "tirate i pomodori ai deboli e a chi si arrende", mollare il colpo talvolta si rivela la scelta migliore.
L'attitudine da Rambo infatti non è necessariamente quella più logica, soprattutto se si sta lottando con i mulini a vento. A volte, ha molto più senso fermarsi un attimo e cercare di capire davvero cosa stia accadendo. Invece di rifiutare il dolore fingendo malamente che vada tutto bene, in certi casi è meglio andargli incontro e vedere cosa ha da dirci. Per tornare alla metafora delle sanguisughe, dobbiamo aspettare che finiscano di nutrirsi perché, se è vero che le sanguisughe reali non fanno altro che farti venire una bella infezione che, se tutto va bene, ti manderà presto al creatore (liberandoti almeno dei dolori fisici), quelle psicologiche hanno davvero la funzione spurgante che tanto auspicavano i dottori settecenteschi. Sono dei netturbini che ripuliscono dolorosamente e preparano ad una nuova rinascita. Sono come un esfoliante psicologico, che alla fine lascia stanchi, ma con una pelle di pesca che farebbe invidia anche ai culetti dei neonati. E' un ciclo in cui si deve passare, insomma, una bollitura lenta nella marmitta del dolore in cui si deve sguazzare per un po' e che non ha nulla a che vedere con l'autocommiserazione. E' un momento in cui, invece di muoversi, si deve stare, stare il tempo necessario ad aprire tutti i pori mentali, a far uscire tutti i pensieri negativi che si sono accumulati nel tempo, tutte le insicurezze, le paure, le critiche autoinflitte e le variopinte fantasie in cui, anzianissimi, si viene ritrovati dai pompieri sul divano di casa, morti ormai da settimane e mezzi mangiati dai fidati felini. Si deve andarci a fondo, in quel pantano, ci si deve mettere le mani dentro, e perché no, anche la testa, si deve guardarlo in faccia, il fango che ci si è portati dentro per tutto questo tempo e che ci ha reso fragili come un vaso Ming in un asilo nido. Solo attraversando quel momento si potrà uscirne perché, nel mezzo di tante cose familiari, si troverà anche una nuova verità, saltata fuori solo grazie a questo rimescolio intestino di liquami e ossa rotte che sembra voglia farci lo scalpo. Alla fine quindi, le crisi Millefoglie, per quanto terribili e debilitanti, per quanto ci lascino come dei bolliti di manzo dopo una cottura di tre ore, arrivano quando è necessario e ci raccontano qualcosa di noi che, volente o nolente, ci tocca ascoltare, guardare, raccogliere e magari farci qualcosa di buono. E talvolta, inspiegabilmente, quella cosetta che ci ritroveremo tra le mani potrebbe addirittura sconvolgerci la vita. E in meglio. Nel frattempo, per citare il buon Neil Gaiman, Buona apocalisse a tutti.
Duille
lunedì 5 marzo 2018
Ansia di (da) voto
Noi ansiosi sociali, sulla base della mia esperienza da cavia, siamo creature che hanno bisogno di solide routine, talmente solide da potercisi sbattere agevolmente contro e da renderci quasi incomprensibili quei film horror basati sui loop temporali. Costruire una routine non è cosa da poco: esige fatica, sudori freddi, tachicardiche esplorazioni e tanto tempo sulla graticola prima di riuscire a cucirsela addosso. La ripetizione del sempre uguale è la chiave di questa impresa eccezionale.
Quando, quindi, la routine si rompe e subentra un evento nuovo, anche se a sua volta fagocitabile nella routine, si ha un effetto alla Guerra dei Mondi, con tanto di Carmina Burana in sottofondo. E non si creda che gli scardinatori della routine debbano avere le proporzioni di mastodontici martelli militareschi alla The Wall, pronti a marciare minacciosamente sulle nostre esili abitudini di carta di riso. Per un ansioso sociale, basta lo starnuto di una pulce a ribaltarlo come dopo un giro nella centrifuga. Un esempio per tutti: le votazioni elettorali. Che siano quelle nazionali, comunali o destinate alla scelta del colore dei cancellini delle lavagne, la percezione che producono è sempre la stessa: un abuso di potere non necessario e sadicamente lesivo della nostra già fin troppo provata psiche. Non importa che si sia un attivista da centro sociale o un sostenitore fin dalla culla del diritto/dovere di voto. Qualsiasi ansioso sociale, anche il più motivato, proverà sempre paura e astio per il rituale del voto. Ad occhi profani questa nostra ambivalenza emotiva potrà sembrare una incomprensibile incoerenza, spiegabile solo facendo appello a quella dicotomia freudiana tra conscio ed inconscio o, più pragmaticamente, affidandosi alla celebre metafora dal balcone fuori dall'edificio o del cavallo all'esterno della stalla, a seconda delle influenze urbane o agricole. In fondo, dire "sei fuori come un balcone" è semplice, chiaro e mette un bel punto definitivo alla questione, lasciando liberi di tornare a più liete faccende, come spiare il vicino di casa o colpevolizzare il fruttivendolo marocchino per le disgrazie compiute dall'Isis. In realtà però, la questione della nostra ambivalenza è facilmente spiegabile: non è l'atto civico e politico del voto a causarci l'allergia, ma il rituale sociale del recarsi alle urne e conferire con gli scrutinatori dallo sguardo annoiato per ben due volte, prima e dopo il voto. Praticamente è come chiederci una doppia panatura nell'olio bollente. Ecco, quello è il vero, unico problema: stare in mezzo alla gente mentre si è costretti ad uscire dal proprio acquario. E' scontato quindi che, se non potremo evitare di rivolgere la parola agli scrutinatori, almeno cercheremo di ridurre all'osso l'incontro con le palle degli occhi di altri ignoti votanti, recandoci alle urne negli orari più improbabili, all'alba, ad esempio, o al calar delle tenebre in compagnia dei vampiri e degli alcolisti in pellegrinaggio al bar. E come se tutta questa traumatica esposizione sociale non fosse abbastanza, va considerata anche la combo con l'ansia da prestazione.
Qualcosa potrebbe andare storto, potremmo dimenticare la matita, sbagliare a piegare la scheda, andare alle urne senza passare dal via, inciampare nelle nostre gambe, rimanere impigliati nella tendina della cabina come una mosca nella carta moschicida, squittire il nostro nome o avere un'autocombustione facciale da imbarazzo difficile da giustificare. Il risultato sarebbe l'inevitabile walk of shame che nessuno, e dico proprio NESSUNO, vorrebbe dover affrontare, soprattutto se si vive vicino al luogo del delitto. Così di solito, la missione suicida della votazione viene anticipata da mesi di preparazione maniacale, ripetizioni mantra sui passaggi da compiere nel momento dell'ingresso nel salone del dolore ("Saluta, consegna, ritira") e tentativi di contenere la subitanea trasformazione in Ghost Raiders arrugginiti. Solo l'ingresso nella piccola scatola di fiammiferi che è la cabina elettorale riesce ad apportare un momento di sollievo. E' incredibilmente rassicurante sapere di essere finalmente soli tra le confortevoli tendine di carta scura del cubotto, un po' come essere avvolti nel Mantello dell'Invisibilità potteriano, ed è tutto così sollevante da spingerci a ventilare l'idea di farci un nido dentro e andare subitaneamente in letargo. Ma questo sollievo dura poco perché, anche se la questione sociale è momentaneamente sospesa, resta pur sempre l'ansia da prestazione che svolazza sulla nostra testa come una cimice e che si traduce nelle migliaia di domande (di cui sopra) che mettono in dubbio le nostre capacità intellettive di base, eclissate però di fronte all'Unica Domanda, paragonabile solo all'Unico Anello: quanto tempo restare nella cabina elettorale? Domanda gravosa, domanda importante, domanda decisiva per le sorti del nostro prossimo futuro. Restare troppo poco suggerirebbe una certa superficialità nella decisione o alluderebbe all'idea che stiamo prendendo l'incarico elettorale con troppa leggerezza. Restare troppo, d'altro canto, potrebbe risultare sospetto, farci sembrare indecisi o semplicemente portare a chiedersi se siamo stati risucchiati in un wormhole, se siamo svenuti sulla tessera o se, in preda all'indecisione su chi votare, abbiamo commesso harakiri sfruttando la matita spuntata come katana cerimoniale. Come si può capire, le tempistiche sono importantissime per la nostra credibilità di elettori, ma soprattutto per garantirci buone probabilità di uscita dal vespaio sociale delle votazioni senza grossi danni. Un bel respiro profondo (facciamo due) e via, si scosta il Mantello dell'invisibilità e ci si lascia risputare nel mondo, si sbrigano le ultime faccende burocratiche ("imbuca, ritira, saluta") e ci si dilegua nella notte, con tanto di nuvoletta di fumo. E finalmente, potremo tornare alla nostra cabina mentale, con le sue tendine di abitudini e la sua rassicurante, penombrosa ripetitività di carta. Sperando che nel frattempo, non cada il governo.
Duille
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domenica 7 maggio 2017
Capitolo 19: 13 reasons why
C'è chi legge il libro prima di vedere il film e chi fa esattamente l'opposto. Io, leggendo 13, di Jay Asher, ho deciso di fare le due cose contemporaneamente, guardando la serie in tempo reale. Credevo fosse necessaria un'esperienza immersiva in questa storia che è tragica già dalla copertina del libro: 2 occhi gonfi di pianto, col trucco slavato, e uno sguardo rabbioso su una pelle livida e bianchissima.
Così mi sono fatta sommergere da questa massa scura che è 13. 13 ragioni per cui Hannah Baker si è suicidata, ingerendo delle pasticche, a soli 17 anni. 13 ragioni che inchiodano tutti, compreso il lettore, nella duplice posizione di vittima e carnefice. 13 ragioni che Hannah ha inciso su delle vecchie audiocassette indirizzate ai suoi 13 protagonisti, che sono destinati ad ascoltarle, se non vogliono vedere i loro segreti diffusi da un anonimo possessore delle copie di quella confessione. Noi ascolteremo i nastri insieme a Clay, un timido compagno di scuola di Hannah. Clay è la seconda voce narrante, il punto di vista esterno alla vicenda, che completa, con la sua prospettiva, il quadro di una realtà altrimenti irrimediabilmente parziale, perché intriso ed accecato dal dolore di Hannah. Contemporaneamente Clay è anche il portavoce onesto del pensiero del lettore: attraverso le sue riflessioni prenderanno corpo sulla pagina le nostre opinioni più oscure ed irrivelabili, l'incomprensibilità iniziale e la graduale acquisizione di consapevolezza, fino al muto dolore dato dalla profonda comprensione della verità. L'intera vicenda si svilupperà nell'arco di una infernale notte di vagabondaggio e dolore, in cui tutte le carte saranno messe sul tavolo, nude, esposte al giudizio di tutti, lo stesso giudizio che ha condotto Hannah alla sua fine. 13 è un libro attuale ed estremamente drammatico, che sfrutta un linguaggio ed una grafica adolescenziale e con un taglio emotivo travolgente, volto a coinvolgere moltissimo il lettore, ponendolo nella duplice posizione di vittima, immedesimandosi in Hannah, e di carnefice, attraverso le azioni dei personaggi che popolano le cassette. Il romanzo affronta temi densi e scottanti, come il suicidio, il bullismo e la complicità delle masse in questi due fenomeni. Innanzi tutto, 13 parla di suicidio: attraverso le parole di Hannah, attraverseremo la strada dolorosa che l'ha spinta verso questa scelta definitiva, la vedremo perdere la speranza, la fiducia nel prossimo, e sostituirle con un senso di prevedibilità e delusione che l'avvolgerà come una coperta di lana grezza, che irriterà la sua pelle fino a renderle insopportabile la vita. Alla fine di questo percorso, assisteremo impotenti al duplice suicidio di Hannah: un suicidio dello spirito, prima, a cui seguirà quello del corpo. Ci verranno però spiegate anche le motivazioni di questo gesto. Spiegazioni che spesso saranno difficili da capire, anche quando si troveranno sotto al naso. Verrà da chiedersi: "Tutto qui"? Ma non è tutto qui, quando si ha 17 anni e la sensazione di non avere il controllo sulla propria vita, come dice Hannah, e di non avere nessuno che aiuti a raccogliere i pezzi. Hannah sembra essere stata uccisa tanto dalle parole quanto dai silenzi, dalla solitudine in cui tutti l'hanno relegata, dall'essere totalmente ignorata, dall'invisibilità. Dalla sensazione che a nessuno importi di lei, anche di fronte alle richieste di aiuto, anche di fronte alla possibilità della sua morte. A nessuno sembra importare della sua vita. E se non importa a nessuno, che senso ha che importi a lei? Questo introduce il secondo tema del romanzo, legato a doppio filo al primo: il bullismo.
Un bullismo molto diverso da quello che siamo abituati a vedere nei lungometraggi e nei documentari, un bullismo più femminile, che si fonda su parole su cui collassa un'intera esistenza, che schiaccia in una definizione immutabile. Quello che subisce Hannah è un duplice bullismo: quello delle dicerie sul suo conto, mai smentite da nessuno, che la marchiano a fuoco con una lettera scarlatta di cui non si libererà mai e che allontaneranno tutti, lasciandola sola con se stessa o circondata da chi, invece, da quella reputazione è attratto, e quello del silenzio, dell'emarginazione e dell'isolamento a cui tutti la sottopongono, più o meno volontariamente, per paura di essere contagiati a propria volta, per adesione al gruppo, perché si crede acriticamente alla diceria o per egocentrismo e che coinvolge tutti quanti, lettore compreso, rendendoci carnefici inconsapevoli. Questo tipo di bullismo, che fa dell'omertà il suo tratto distintivo, è ciò che rende complici, concause della scelta definitiva e di cui nessuno è esente, neanche coloro che su quelle cassette non ci sono. Un bullismo che non è dettato dalla cattiveria, ma dall'insicurezza, dalla superficialità, dal mettere se stessi prima degli altri. Il silenzio omertoso ha ucciso Hannah tanto quanto i pettegolezzi e le pastiglie. Se si fosse insistito un po', se si fosse scelto di faticare, di andare oltre alle apparenze e alle barriere, qualcosa sarebbe cambiato. E' l'effetto farfalla, il grande messaggio di fondo del romanzo. Come un battito d'ali in un angolo del mondo può produrre un uragano dall'altro lato del pianeta, così ogni gesto ha delle conseguenze, in positivo o in negativo. Una lista può uccidere così come un bigliettino di complimenti può salvare la vita. Il libro ci insegna che tutti abbiamo un effetto sul mondo. Il punto è: che tipo di effetti vogliamo produrre? Perché non possiamo esimerci, non è un'attività facoltativa. Sia che decidiamo di agire o di non fare nulla, causeremo una conseguenza. Sugli altri. Come quello che è accaduto ad Hannah Baker. Quindi agiamo ed agiamo con coscienza. In conclusione, 13 è un romanzo crudo, fortemente emotivo, fisicamente doloroso, che non si sottrae mai, che tratta tutto a cuore aperto. E' un libro che scarnifica e che costringe a guardare in faccia il dolore che potremmo aver causato e le sue conseguenze, in un'atmosfera di irrimediabilità che dà claustrofobia. Perché nel momento in cui leggiamo la prima riga del romanzo, è già troppo tardi. E questo "troppo tardi" stritola il cuore fino a soffocare e ci spinge ad una speranza disperata, quasi biologica, la speranza che Hannah, alla fine, ce l'abbia fatta. Che qualcuno l'abbia salvata. Che abbia visto che intorno a sé c'erano anche delle mani tese, anche se riteneva fosse troppo tardi. Allo stesso tempo però, credo che 13 non sia un libro totalmente privo di speranza perché, restituendoci la responsabilità, ci rende anche il potere di agire, di usare l'effetto farfalla in modo consapevole, di scegliere con cura le nostre azioni, di tendere una mano per fare la differenza. 13 è un libro che demolisce pezzo a pezzo le nostre difese protettive, portandoci al cuore. Alla verità di poter cambiare il mondo con un battito di ali.
Duille
domenica 16 ottobre 2016
Mucche in altalena
A volte, quando mi capita di trovarmi davanti ad un'altalena, mi viene in mente come il suo movimento sia simile alla guerra interiore che anticipa ogni evento, grande o piccolo che sia, di noi ansiosi sociali e che è comunemente chiamata Ansia anticipatoria (alias:Voldemort, Sauron, Charles Manson, i cavalieri dell'apocalisse, e, personalmente, i burattini).
Forse sarebbe più appropriato associarlo ad una montagna russa, ma, non vogliamo mica essere scontati, vero? E poi, le montagne russe hanno sempre un alone di eccezionalità, quell'emozione vertiginosa che capita una volta ogni tanto e per di più in condizioni eccezionali, mentre qui si parla di crisi interiori che sono all'ordine del giorno, come la cimice che finisce sul letto proprio mentre stai dormendo, o, appunto, come quelle piccole seggioline volanti che vanno forte (in tutti i sensi) nei parchi giochi. Quindi, altalena. L'altalena sale e scende, dondolando vertiginosamente tra il cielo e la terra. In un attimo, stiamo per toccare una nuvola ed il secondo dopo abbiamo il naso ad un palmo dal pavimento, per poi riprendere slancio e, in quell'attimo di rincorsa all'indietro, avere una visione a volo di uccello del probabile schianto a cui potremmo andare incontro se qualcosa andasse storto. La terra, si sa, è dura, è solida, è potenzialmente mortale, soprattutto a quella velocità. E noi non abbiamo neanche un paradenti per evitare la nostra subitanea trasformazione in succhiafrullati. Ma quindi, cosa c'entra l'ansia con le altalene? L'altalena, semplicemente, è una versione reale dell'ansia anticipatoria, la vera bestia nera con cui ci confrontiamo ad ogni nuova scadenza sul calendario. Sappiamo di essere al sicuro su quella seggiolina, eppure, chissà perché, siamo convinti che fare testamento prima di salirci non sarebbe stata poi una così cattiva idea. L'altalena, uno strumento per bambini, un simulatore di volo, per noi puzza un po' troppo di morte violenta con necessario calco dentale per identificare il corpo. Ma lasciatemi spiegare meglio. Appena avvistato l'obiettivo (una festa, un impegno lavorativo, una visita alla gastronomia del paese), eccoci scomodamente seduti sulla nostra altalena, le mani artigliate alle fredde catene di metallo, vero simbolo della nostra prigione di paure, e le gambe che penzolano, impossibilitate a raggiungere il suolo. A questo punto, iniziamo a pensare. Ed è l'inizio della fine. Siamo animali da terra, pensiamo, come le tartarughe e i lombrichi. O le mucche! Ecco, noi siamo delle mucche. Ci piace stare con i nostri zoccoli belli poggiati sul pavimento, brucare la nostra erba e goderci il venticello delle montagne. Non chiediamo mica tanto. E allora, cosa diavolo ci facciamo sedute su un'altalena? Perché dobbiamo lanciarci in questa simulazione di volo? Mica abbiamo le ali! E poi, chi lo vuole un cambiamento? Stiamo benissimo così! Siamo serene, felici, sì certo, un po' annoiate, e può darsi anche che ci siamo perse un paio di volte a guardare l'orizzonte con sguardo trasognato, ma erano solo sogni! Siamo a posto, grazie. Davvero.
Eppure, eccoci lì, senza sapere come ci siamo finite, tra l'altro. "Sei seduta comoda?" domandano da qualche parte dietro di noi. "Sì", muggiamo poco convinte. "Allora partiamo!" Una presa decisa inizia a trascinarci indietro, vediamo le zolle d'erba susseguirsi ed allontanarsi, mentre ci rendiamo conto di quanto siamo drammaticamente fuori dal nostro elemento. Questa è la parte in cui abbiamo una bella panoramica dello schianto a cui andremo inevitabilmente incontro. Ed allora partono i pensieri di panico. "Non ce la farò mai! Guarda quanto sono in alto, mi schianterò sicuramente! Non sono pronta, non ho le competenze necessarie per affrontare questa cosa! Morirò! Morirò sicuramente! E morirò pure male! Mi schianterò al suolo, diventerò un hamburger, carne trita, marmellata di mucca! Oppure, morirò di paura! Infarto in volo, esplosione del cuore! Il punto è che sicuramente morirò! Oppure, peggio! Potrei rovinare a terra e sopravvivere! Farò una figuraccia davanti a tutte le altre persone che sono qui davanti a me! Diventerò lo zimbello della situazione! Una bella barzelletta da raccontare alle feste. Una cosa del tipo 'Oh, ti ricordi di quella volta che la mucca sull'altalena si è schiantata? Che sfigata! E dire che era così semplice, bastava restare attaccata con il sedere al sedile e le mani sulle catene. Ci sarebbe riuscito anche un marmocchio. Povera scema! Anzi, chiamiamola Scemucca!' E via di sghignazzi da far arrossire anche un cesto di ciliegie!" Ma ormai non c'è più niente da fare, non si può più tornare indietro. La presa dietro di noi si allenta e iniziamo a scivolare su quella minuscola tavoletta di plastica agganciata per grazia divina a due perni che potrebbero cedere in qualsiasi momento. L'occhio sgranato, ci lasciamo scappare un muggito di terrore che squarcia il silenzio della nostra mente, e per quanto lo vorremmo, non riusciamo proprio a darcelo, un contegno! Stiamo volando verso il suolo, Santo Cielo, e non abbiamo neanche fatto testamento! Siamo troppo giovani per morire adesso, abbiamo una lunghissima lista di cose da fare, posti da vedere, sogni da realizzare! Morire adesso significherà sicuramente diventare fantasmi con questioni irrisolte che vagano sulla Terra infastidendo i vivi! Sfiga nella sfiga! Oh Dio! La terra si avvicina, il cuore rimbomba impazzito nelle orecchie, AIUTO, NO, non vogliamo farlo. NON VOGLIO MORIREEEE!!! MUUUUU!!! E poi, d'un tratto l'altalena vira verso l'alto e lo sguardo si perde nell'azzurro del cielo, nelle nuvole bianche e in quei passerotti che ci guardano ammiccanti. Siamo in cielo e la sensazione, strano a dirsi, non è poi così male. Siamo in una terra piena di promesse, senza recinti, senza confini, con passerotti che ci guardano lascivi (un po' troppo forse) e lepricani che preparano la pentola di monete d'oro da collocare alla fine dell'arcobaleno.
Ma sì, in fondo, ce la possiamo fare! Siamo forti, siamo coraggiosi, abbiamo tante risorse, e poi, volare non sembra neanche così difficile! Basta sbattere le ali, e noi le abbiamo, le abbiamo, cavolo, come tutti gli altri! E che nessuno dica il contrario! Questo cielo sembra fatto apposta per noi, con le sue nuvole e i suoi spazi pieni di possibilità, è proprio la cosa giusta per noi. Quante cose potremo fare in mezzo a quei prati azzurri! Potremo finalmente sfruttare quelle lezioni di ballo prese quando eravamo solo vitellini, per esempio. Oppure potremmo dipingere di rosa le nuvole, così da accordarle ai colori del tramonto. L'abbiamo sognato così tante volte, abbiamo così tante idee, perché non provarci? Sì, ce la faremo, è questo il nostro posto. Siamo delle mucche volanti. Siamo Muccalla! Ma poi l'altalena dell'ansia scende di nuovo e la paura riappare, il cielo ci sembra troppo grande e magnifico per mucche come noi, il vento scivola lungo il nostro corpo e ci fa fischiare le orecchie. Ma a cosa stavamo pensando? Noi saremmo delle Muccalla? Per favore! Siamo animali da terra, non potremo mai aspirare a toccare quelle nuvole, noi mangiamo, digeriamo, evacuiamo e via di nuovo. Questo è tutto. Dobbiamo accettare il fatto di essere destinate ad un pezzetto di prato e un recinto, ad una vita di esistenza ignota, perché siamo davvero delle Scemucche. Dipingere le nuvole? E con che abilità? Non abbiamo mai neanche tenuto in mano un pennello. E la danza? Sono passati così tanti anni che ci copriremmo solo di ridicolo a ballare in quei cieli. E mentre ondeggiamo indietro, ci convinciamo che tutto quello che abbiamo sognato mentre eravamo lassù erano solo utopie, sciocche fantasie che non c'entrano niente con la realtà. Noi siamo delle creature senza potenzialità, se non quello di finire un giorno in un panino. Ma a cosa stavamo pensando? Noi? Nel cielo? Ma per favore. Con lo sguardo ci ritroviamo a fissare la stessa zolla di erba che avevamo visto all'inizio, che ora appare più triste, più grigia, ma comunque sempre rassicurante. E' a quella zolla che apparteniamo, non prendiamoci in giro. Ma di nuovo, la terra ci sguscia sotto gli zoccoli e di nuovo ci ritroviamo catapultati all'indietro, allontanando la terra che avevamo appena ritrovato, e ancora una volta sale la paura, come il mercurio in un termometro. E si ricomincia da capo. Avanti e indietro, il nostro cuore che fa gli straordinari per stare dietro a tutte quelle emozioni impazzite ("Oh, mucca, ma che succede? Guarda che qui mica siamo ad un concerto heavy metal! Datti una calmata e scegli una emozione sola, non centocinquanta!"), e la nostra mente che va a duemila passando dal trittico dell'ansia anticipatoria: paura-speranza-disillusione e poi via da capo. Un sandwich da far venire il vomito. Altro che montagne russe! Ma quando finalmente ci chiediamo chi ce l'abbia fatto fare, chi ci spinga sempre più in alto e poi sempre più in basso, quando finalmente ci schiodiamo dai nostri loop egocentrici di pensieri e ci voltiamo cautamente a guardare la forza centrifuga che ha fatto iniziare tutto questo tira e molla, scopriamo noi stessi che, zampe aperte, ci stiamo spingendo da soli. Ah, allora sei stato tu, maledetto! No, aspetta, sono stata io...maledetta? Siamo noi? Noi che ci incasiniamo la vita? Ma cosa significa? Beh, ce lo dico io, care mucche. Il punto è che noi siamo sia Muccalla che Scemucche. Possiamo fare tutto, imparare tutto, volare nel cielo e dipingere le nuvole. L'unico problema è che siamo così sceme da continuare a starci a sentire. O forse, più che sceme, abbiamo una paura del diavolo. Ma sapete una cosa? Fortunatamente, oltre a noi che ci friggiamo il cervello a furia di ansia, c'è anche lei, la nostra copia che ci spinge, a ricordarci che possiamo fare più di quanto crediamo. E per quanto la odieremo (oh, sì, la odieremo profondamente), lei è la cosa più bella che abbiamo. Siamo noi, senza paura delle altalene.
Duille
Duille
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domenica 3 aprile 2016
Quando arriva il giorno della laurea...
Ho sempre temuto tantissimo il giorno della laurea. Quando facevo la triennale (più o meno nel periodo in cui è stata scoperta la penicillina), il solo pensiero di ritrovarmi davanti ad una commissione a decantare le lodi della mia tesi mi faceva calare a picco la pressione e assumere le consistenze di un uovo al tegamino.
Quindi non ci pensavo, confortata dalla mastodontica mole di giorni che mi separavano da quel terribile evento. Ma il tempo ha sempre avuto l'animo burlone e mi sono ritrovata a bruciare tutti quei giorni in un lungo sospiro di sollievo, per ritrovarmi a preparare ad una laurea per cui, ovviamente, non ero assolutamente pronta! Insomma, mi ci vedete davanti ad una commissione a parlare della mia tesi? Io che, ricordiamolo, ho attacchi di tachicardia anche solo per chiamare il cameriere? No? Figuratevi io! Eppure una settimana fa ho aperto gli occhi e, in compagnia di occhiaie che avrebbero potuto comodamente contenere due piccoli contrabbassi, mi sono affacciata al fatidico giorno della laurea. La situazione di partenza era decisamente drammatica: sguardo da cucciolo di foca davanti al bastone del cacciatore, capelli che si erano improvvisati termometri dei miei livelli di ansia, postura da condannato al patibolo e, naturalmente, panico tra le truppe interiori. Insomma, sembravo un prigioniero di guerra che aveva passato due anni dentro un pozzo ed ero in piena sindrome da stress pre-traumatico. Correre ai ripari era il minimo, soprattutto visto che quella giornata sarebbe stata mio malgrado immortalata da parecchi dispositivi tecnologici. Quindi, mentre io mi occupavo dell'interno, ripetendomi mantra propositivi e tormentando una pallina antistress, mia sorella mi cazzuolava la faccia con tutto quello che trovava, fino a rendermi vagamente simile ad un essere umano (inutile pretendere di accedere all'Olimpo della bellezza, qui si trattava fondamentalmente di evitare la bancarotta risarcendo i miei amici per la rottura degli obiettivi delle loro fotocamere). Finalmente pronta, con una fetta biscottata come mio unico combustibile organico, sono salita in macchina e mi sono diretta all'università. Naturalmente, essendo un'ansiosa sociale con una fervida immaginazione, avevo passato tutta la settimana prima ad immaginare scenari apocalittici riguardanti la mia presentazione: dire qualche aberrazione gravissima che mi avrebbe radiata dall'albo prima ancora di esserci entrata, incorrere in un'amnesia specifica per l'articolazione delle parole a causa dello stress, non saper rispondere alle domande, balbettare come un cd rigato, cancellare per sbaglio il power point, inciampare nei miei piedi stile Bella Swan, insomma, fare la classica figura da cioccolataia davanti alla commissione, al mio relatore (che mi credeva già una mezza inetta) e davanti a tutto l'entourage di parentame e amici.
Quindi possiamo dire che al momento di sedermi sulla sedia ero "leggermente" nervosa, più o meno come un soldato che aveva appena messo un piede su una mina. In più, ero la prima della lista, quindi toccava a me aprire le danze, giusto per mettere un ulteriore pizzico di stress alla piscina di adrenalina in cui sguazzavo dalle sei di quel mattino. Nel momento di entrare in aula, le cose hanno preso una piega un po' inaspettata (ed è tutto dire): io e i miei nervi ci sediamo sulla seggiolina, davanti ad una decina di persone a diversi stadi di noia, sguinzaglio il pilota automatico sulle mani (ho capito già da un po' che, in situazioni come questa, il cervello non ha la più pallida idea di cosa farsene, delle mani), apro il mio power point e attacco a parlare. Immediatamente mi fermano: "Signorina, il microfono". Io guardo con occhio vacuo quell'antenna nera che spunta dal tavolo e constato che, sì, effettivamente quello è un microfono. Solo dopo un altro secondo capisco il senso di quella indicazione e mi rendo conto che è spento. Provvedo ad accenderlo, non senza problemi, come si potrà presumere dal livello intellettivo a cui ero regredita in quel momento. Comunque, riesco ad accendere il microfono, riprendo fiato, riparto, mi rifermano: "Signorina, avvicini il microfono". Qui il mio cervello ha deciso di fare un balzo di intraprendenza e proporre una frase, anche se tutt'oggi non ho capito se il suo sia stato un tentativo di outing o se si sia improvvisato cabarettista. Solo di una cosa sono certa, ovvero la sciagurata frase che è uscita dalla mia bocca: "Ah, si può spostare?" SI PUO' SPOSTARE? Ma che razza di domanda mi è venuta in mente? Già che c'ero potevo far scivolare un rivolo di bava dall'angolo della bocca e mostrare un grafico del mio encefalogramma piatto! Avrei volentieri inscenato un funerale alla mia intelligenza in quel momento, ma non avevo proprio tempo, quindi ho deciso di rimandare a dopo il lutto e la successiva vendetta contro la mia materia grigia. Lanciatami per la terza volta nella presentazione della mia tesi, riesco finalmente a portarla a termine. Mi aspettavo quasi un coro di angeli a sancire l'avvenuto miracolo! Non solo avevo concluso la presentazione, ma ero anche riuscita nell'impossibile compito di apparire sicura! E come se non bastasse, per aggiungere miracolo al miracolo, sono stata in grado di rispondere alla domanda del co-relatore senza divagare come un ramingo nelle brughiere! Se ci fosse stata un'apparizione della Madonna con dei marshmallows tra le mani non mi sarei sorpresa. E così, in meno di mezz'ora, si era conclusa la mia avventura di laurea, che mi ha visto sopravvivere a numerose gaffes, settimane di scenari scartati dal film Shining e svariati piani di fuga in Canada. Oggi, ripensando a quel giorno, mi viene in mente solo la pubblicità delle siringhe Pic e la vocina della bimba protagonista che esclamava sorpresa: "Già fatto?"
Che posso dire? Ti comprendo in pieno, sorella!
Duille
Quindi non ci pensavo, confortata dalla mastodontica mole di giorni che mi separavano da quel terribile evento. Ma il tempo ha sempre avuto l'animo burlone e mi sono ritrovata a bruciare tutti quei giorni in un lungo sospiro di sollievo, per ritrovarmi a preparare ad una laurea per cui, ovviamente, non ero assolutamente pronta! Insomma, mi ci vedete davanti ad una commissione a parlare della mia tesi? Io che, ricordiamolo, ho attacchi di tachicardia anche solo per chiamare il cameriere? No? Figuratevi io! Eppure una settimana fa ho aperto gli occhi e, in compagnia di occhiaie che avrebbero potuto comodamente contenere due piccoli contrabbassi, mi sono affacciata al fatidico giorno della laurea. La situazione di partenza era decisamente drammatica: sguardo da cucciolo di foca davanti al bastone del cacciatore, capelli che si erano improvvisati termometri dei miei livelli di ansia, postura da condannato al patibolo e, naturalmente, panico tra le truppe interiori. Insomma, sembravo un prigioniero di guerra che aveva passato due anni dentro un pozzo ed ero in piena sindrome da stress pre-traumatico. Correre ai ripari era il minimo, soprattutto visto che quella giornata sarebbe stata mio malgrado immortalata da parecchi dispositivi tecnologici. Quindi, mentre io mi occupavo dell'interno, ripetendomi mantra propositivi e tormentando una pallina antistress, mia sorella mi cazzuolava la faccia con tutto quello che trovava, fino a rendermi vagamente simile ad un essere umano (inutile pretendere di accedere all'Olimpo della bellezza, qui si trattava fondamentalmente di evitare la bancarotta risarcendo i miei amici per la rottura degli obiettivi delle loro fotocamere). Finalmente pronta, con una fetta biscottata come mio unico combustibile organico, sono salita in macchina e mi sono diretta all'università. Naturalmente, essendo un'ansiosa sociale con una fervida immaginazione, avevo passato tutta la settimana prima ad immaginare scenari apocalittici riguardanti la mia presentazione: dire qualche aberrazione gravissima che mi avrebbe radiata dall'albo prima ancora di esserci entrata, incorrere in un'amnesia specifica per l'articolazione delle parole a causa dello stress, non saper rispondere alle domande, balbettare come un cd rigato, cancellare per sbaglio il power point, inciampare nei miei piedi stile Bella Swan, insomma, fare la classica figura da cioccolataia davanti alla commissione, al mio relatore (che mi credeva già una mezza inetta) e davanti a tutto l'entourage di parentame e amici.
Quindi possiamo dire che al momento di sedermi sulla sedia ero "leggermente" nervosa, più o meno come un soldato che aveva appena messo un piede su una mina. In più, ero la prima della lista, quindi toccava a me aprire le danze, giusto per mettere un ulteriore pizzico di stress alla piscina di adrenalina in cui sguazzavo dalle sei di quel mattino. Nel momento di entrare in aula, le cose hanno preso una piega un po' inaspettata (ed è tutto dire): io e i miei nervi ci sediamo sulla seggiolina, davanti ad una decina di persone a diversi stadi di noia, sguinzaglio il pilota automatico sulle mani (ho capito già da un po' che, in situazioni come questa, il cervello non ha la più pallida idea di cosa farsene, delle mani), apro il mio power point e attacco a parlare. Immediatamente mi fermano: "Signorina, il microfono". Io guardo con occhio vacuo quell'antenna nera che spunta dal tavolo e constato che, sì, effettivamente quello è un microfono. Solo dopo un altro secondo capisco il senso di quella indicazione e mi rendo conto che è spento. Provvedo ad accenderlo, non senza problemi, come si potrà presumere dal livello intellettivo a cui ero regredita in quel momento. Comunque, riesco ad accendere il microfono, riprendo fiato, riparto, mi rifermano: "Signorina, avvicini il microfono". Qui il mio cervello ha deciso di fare un balzo di intraprendenza e proporre una frase, anche se tutt'oggi non ho capito se il suo sia stato un tentativo di outing o se si sia improvvisato cabarettista. Solo di una cosa sono certa, ovvero la sciagurata frase che è uscita dalla mia bocca: "Ah, si può spostare?" SI PUO' SPOSTARE? Ma che razza di domanda mi è venuta in mente? Già che c'ero potevo far scivolare un rivolo di bava dall'angolo della bocca e mostrare un grafico del mio encefalogramma piatto! Avrei volentieri inscenato un funerale alla mia intelligenza in quel momento, ma non avevo proprio tempo, quindi ho deciso di rimandare a dopo il lutto e la successiva vendetta contro la mia materia grigia. Lanciatami per la terza volta nella presentazione della mia tesi, riesco finalmente a portarla a termine. Mi aspettavo quasi un coro di angeli a sancire l'avvenuto miracolo! Non solo avevo concluso la presentazione, ma ero anche riuscita nell'impossibile compito di apparire sicura! E come se non bastasse, per aggiungere miracolo al miracolo, sono stata in grado di rispondere alla domanda del co-relatore senza divagare come un ramingo nelle brughiere! Se ci fosse stata un'apparizione della Madonna con dei marshmallows tra le mani non mi sarei sorpresa. E così, in meno di mezz'ora, si era conclusa la mia avventura di laurea, che mi ha visto sopravvivere a numerose gaffes, settimane di scenari scartati dal film Shining e svariati piani di fuga in Canada. Oggi, ripensando a quel giorno, mi viene in mente solo la pubblicità delle siringhe Pic e la vocina della bimba protagonista che esclamava sorpresa: "Già fatto?"
Che posso dire? Ti comprendo in pieno, sorella!
Duille
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sabato 19 settembre 2015
Tentacoli di casa: routine
Molti di noi, quando erano piccoli, avevano un amico speciale, un giocattolo magico capace di regalarci il coraggio necessario a fare qualsiasi cosa, purché fosse con noi. Un pupazzetto di pezza, un camioncino, una copertina di stoffa alla Linus in cui rifugiarsi per combattere la paura. Era come se conservassimo dentro questi oggetti tutto il bene del mondo e ci sentivamo sicuri ad averli accanto a noi.
Molti di noi conservano ancora quei magici Daimon da qualche parte. Molti di noi ne creano addirittura di nuovi: un libro che ha segnato un momento della nostra vita, un portachiavi morbido regalatoci alle medie, un quadernetto/scrigno in cui nascondere i nostri pensieri, l'Ipod con tutte le colonne sonore delle nostre emozioni, una sciarpa, un vecchio maglione sformato da indossare nei momenti di bisogno, una collana comprata per caso in un viaggio lontano. Sono tutti fratelli di quel pupazzetto che ormai siamo troppo grandi per portarci dietro nel nostro girovagare nel mondo. Potremmo dire che sono una versione in positivo degli Horcrux di Harry Potter. Solo che noi non abbiamo assassinato la nonna per crearli. In mezzo a tutte queste persone che si muovono in compagnia del loro protettore magico in miniatura, ci siamo noi, l'esercito degli ansiosi sociali, che di un portachiavi morbido, di una collana o di un quaderno non se ne fanno niente. O meglio, non bastano. L'ansioso sociale medio, come avrete capito, vive terrorizzato anche dai cestini della spazzatura. E' un fascio di nervi ambulante con gli occhi perennemente strabuzzanti come un gatto davanti ad una vasca da bagno piena. Praticamente, siamo dei lemuri in borghese. Tutto è minaccioso, pericoloso, da evitare. Ogni passo va calcolato meticolosamente, perché camminiamo sempre su un filo sospeso e senza neanche la cordicella di sicurezza sulla schiena, e questo non perché vogliamo fare gli impavidi. Semplicemente, nel circo dove lavoriamo noi vige la regola del massimo risparmio. Quindi, lemuri in borghese che camminano su fili sospesi, o ancora meglio, scalatori senza una gamba e con problemi di asma a cui dei bulli hanno rubato l'unico inalatore lasciandolo sulla cima del Kilimangiaro. Capite bene da questa metafora che noi non abbiamo nessun interesse a scalare quella montagna, né ci interessa fare cose che la nostra natura da primati ha snobbato per una vita, ma siamo costretti a farlo. E, come conseguenza, sentiamo il bisogno di corazzarci a dovere per evitare attacchi a sorpresa di aquile reali, stambecchi a cui abbiamo violato il territorio e marmotte a cui abbiamo pestato involontariamente la coda mentre confezionavano la cioccolata.
Ma siccome indossare un armatura medioevale ci renderebbe un pelino appariscenti e andare in giro ricoperti di cuscini sarebbe piuttosto scomodo, ci tocca trovare alternative più "socialmente accettabili" per affrontare la nostra scalata quotidiana senza essere fatti a striscioline buone solo per un riso alla cantonese dal vento glaciale delle alte quote. E' così che ci ritroviamo a costruire infinite routine da rispettare alla lettera, che si stratificano negli anni aumentando le nostre difese immunitarie contro l'allergia alle persone, amuleti personali contro gli attacchi del pipistrello. Invece di avere quintali di ciondoli simboleggianti le religioni del mondo, noi abbiamo i talismani del coraggio, totem collezionabili come i fantasmini degli ovetti kinder, versioni delle zampe di coniglio in salsa ansia sociale rappresentate da rigide abitudini da non infrangere. Il che, attenzione, non ci rende dei soggetti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo. Noi non crediamo che uscire dal percorso prestabilito produca conseguenze terribili, o che un vaso di fiori caduto da un balcone ci manderà al Creatore se non seguiamo la traiettoria scavata dai nostri piedi in anni di routine. Semplicemente, quelle routine sono la nostra corazza contro il mondo, spazi in cui, lentamente, proiettiamo un pochino di casa, come dei bracci di piovra invisibili che si allungano nelle strade che percorriamo ogni giorno o piccole nuvolette di nebbia che si condensano in punti precisi dello spazio, con un grande cartellone sorridente che annuncia "Casa (quasi)". Sono proprio questo: estensioni di casa, protuberanze di camere, parti di arredamento galleggianti, mensole di cucina che svolazzano allegramente, scrivanie che galoppano al nostro fianco in pieno stile Spirit Cavallo Selvaggio. Pezzetti di casa volate insomma, un po' Alice nel Paese delle Meraviglie, un po' Castello errante di Howl dopo un'esplosione. In quei tentacoli invisibili sono irretiti, come su un nastro trasportarore da aeroporto, le nostre lampade, i piatti della cucina e sì, anche i nostri sanitari (perché, diciamocelo, non esiste cosa più intima al mondo della propria tazza del gabinetto). Le routine fanno le veci della "casa base" usata dai bambini quando giocano a rincorrersi. In quello spazio, non ci possono prendere, siamo parzialmente al sicuro. Quella è casa-base. Non proprio casa, ma comunque abbastanza familiari da permetterci di riprendere fiato e abbassare un pochino la guardia. Siamo un po' come dei treni che seguono dei binari immaginari tracciati in un campo pieno di mine.
Ma facciamo un esempio, il mio, per la precisione: Io avevo un percorso molto preciso che mi permetteva di eseguire le attività quotidiane senza che mi cadessero i capelli ad ogni rumore forte: seguivo i binari invisibili dalla casa al pullman, passavo davanti allo stesso parco giochi tutti i giorni, prendevo sempre la stessa scorciatoia, attraversavo la strada sempre nello stesso punto e aspettavo alla fermata sempre ad una certa distanza dalla pensilina (non chiedetemi perché, sarebbe troppo lunga da spiegare). Entravo nell'autobus con il biglietto già in mano, obliteravo e mi sedevo nella quarta fila di sinistra, dal lato del finestrino, controllando sempre prima quanta gente ci fosse, per calcolare le probabilità che qualcuno si potesse sedere vicino a me. Quindi attaccavo il mio sgangherato mp3 e mi alienavo per i quaranta minuti che mi dividevano dall'arrivo. Giuro, per quaranta minuti io non guardavo nient'altro che il paesaggio fuori, ignorando completamente tutto quello che accadeva nell'autobus. Guardavo sfilare i paesi, facevo l'aggiornamento dei cambiamenti dettati da stagioni e intervento umano, salutavo le nutrie che mangiucchiavano nei campi. Avrei potuto ripetere il percorso del pullman ad occhi chiusi, con tanto di dettagli delle case o di coltura del periodo, ma non avrei saputo nemmeno indicare il genere della persona dietro di me. Pregate di non incontrare qualcuno come me se siete oggetto di un crimine. Non saprei identificare neanche un individuo vestito da clown tra dieci esattori delle tasse. Arrivata alla fermata, scendevo e mi settavo sui nuovi binari che mi avrebbero portato all'università: passavo davanti ad una pizzeria, un bar, quindi una via pedonale trafficata di studenti. Mi piaceva cercare le regolarità nella regolarità: il pendolare che comprava sempre la stessa mela dal fruttivendolo situato alla sinistra della strada, la ragazza nel cappotto giallo che risaliva la corrente come un salmone luccicante, portando a spasso il cane. Fantasticavo, mentre i binari mi portavano alla lezione del mattino. Avevo un posto preferito per ogni aula, sempre a metà stanza, in una posizione laterale, circa due o tre sedili oltre quello che dava al corridoio. Mangiavo sempre negli stessi posti, nelle stesse panchine o negli stessi scalini e andavo sempre negli stessi locali se ero in compagnia.
Al ritorno, non mi fermavo a guardare le vetrine, non entravo nei negozi, perché non erano luoghi approvati dalla piovra e poi riprendevo l'autobus (sempre a certi orari) e mi sedevo nello stesso posto, quarta fila, lato finestrino e tornavo a casa, seguendo al contrario la stessa identica strada. Lo so, adesso vi sembrerà che forse dovrei rivedere la mia idea di non essere una ossessiva compulsiva, ma vi assicuro che non sto negando l'evidenza, anche perché, dopo quello che ho raccontato, ho mandato alle ortiche anche quell'ultima briciola di dignità che conservavo per i tempi difficili, quindi che senso avrebbe negare? Io avevo (e spesso ho ancora) bisogno di questi percorsi perché la paura era tanta, troppa. Noi ansiosi sociali viviamo costruendo continuamente corazze, all'infinito. E' la corazza che tiene a bada il pipistrello, facendolo volare più lontano. Finché siamo nel flusso invisibile del tentacolo, siamo un po' più al sicuro e riusciamo addirittura a concederci il lusso di una tintarella, noi, eterni lenzuoli sbiancati dalla paura, scambiati anche dai vampiri per gli avanzi di qualche spuntino altrui. Inutile tentare di mettere un piedino fuori dal percorso del tentacolo, perché il pipistrello non aspetta altro che svolazzarci vicino per mostrarci la valle di desolazione che è il nostro mondo. Mordor al confronto è un campo di fragoline di bosco popolato di orchetti con treccine bionde che saltellano felici con i loro cestini di vimini. Uno spettacolo forse di dubbio gusto estetico, ma di certo non pericoloso. Noi siamo come dei castori che costruiscono dighe. Costruiamo, costruiamo, per arginare il fiume che immancabilmente ci inonderà e, ricordo, noi non sappiamo nuotare e veniamo da un contesto psichico in cui il risparmio la fa da padrone! Siamo solo noi e il fiume. Quindi costruiamo in continuazione argini per continuare a muoverci, per fare quello che ci viene chiesto con insistenza di fare: essere normali. Creiamo protocolli neanche stessimo maneggiando particelle atomiche al Cern, ci mimetizziamo come insetti stecco tra il fogliame, ci improvvisiamo lampioni sperando che nessun cane ci faccia la pipì addosso. Le routine sono il nostro pupazzo di pezza, l'ennesima torre di guardia da cui controllare gli spostamenti del pipistrello e, dove necessario, assestargli un bel colpo di fionda. Quando si ha molta paura, si possono fare due cose: evitare la situazione oppure farsi abiti con carta bullonata in modo da attutire i colpi. La routine è la nostra carta bullonata. Non è tanto follia, quanto istinto di sopravvivenza. Forse allora più che lemuri in borghese, siamo Rambo in carta da pacchi.
Duille
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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