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domenica 31 marzo 2019
World Congress of Families: il medioevo bussa alla porta.
A quanto pare è possibile viaggiare nel tempo. Doc e Marty lo avevano già fatto nel 1985, in effetti, e il Doctor Who lo ha reso un marchio di fabbrica da diverse ri-generazioni, ma finora tutto sembrava relegato a quel fantastico mondo che è la fantascienza, in cui basta pensare ad una possibilità, condirla di un po' di tecnologia e, voilà, il piatto è servito.
E invece.
E invece a quanto pare, come dicevo all'inizio, si può fare davvero. Solo così si può spiegare come nel 2019, in un'epoca in cui esiste la macchina elettrica, i viaggi spaziali sono diventati meta turistica dei milionari e si è riusciti a rendere popolare il gelato al puffo, ci si trovi davanti al World Congress of Families, una delle cose più anacronistiche e antidiluviane esistenti dai tempi della Santa Inquisizione Spagnola.
Il WCF (che già dall'acronimo rivela la sua eloquente natura espulsiva da toilet) è un convegno anti-LGBT, anti-abortista, anti-divorzista, anti-femminista, non dichiaratamente ma di fatto anti-progressista e sicuramente anti-patico come una cacca di piccione che ti crolla sulla testa prima di un colloquio di lavoro importante. Si presenta a noi come un'opinione non richiesta su internet per "affermare, celebrare e difendere" (da chi non si sa) "la famiglia naturale" qualunque cosa essa voglia significare, dato che, in natura
A- gli animali prevalentemente figliano con perfetti sconosciuti con cui non hanno condiviso neanche un conto al ristorante
B- solo pochi animali, come il castoro e il pinguino degli Antipodi, restano insieme per la vita;
C- fino a prova contraria, noi non discendiamo dai pinguini ma dalle scimmie e,
D- nel mondo animale è presente (e non come devianza) l'omosessualità, l'ermafroditismo (basta guardare i pesci rossi che scommetto molti di questi aulici promulgatori del concetto di normalità hanno regalato ai loro pargoli) e più modi diversi di accoppiarsi. Come a dire che per la natura, il mondo è bello perché è vario.
Ad aggiungere controsenso all'ambiguità, la famiglia "naturale" è tale, secondo i relatori di questo congresso, perché "unita nel matrimonio". Adesso, qualcuno del convegno, per favore, mi trovi una gallina ed un pollo che, prima di deporre l'uovo, abbiano convolato a nozze davanti allo sguardo di genitori commossi e dell'immancabile zio ubriacone. Già da queste premesse si può facilmente intuire come le ideologie portanti del convegno si tengano insieme con lo sputo (un virile sputo eterosessuale, ovviamente) ma se ciò non bastasse, possiamo tornare indietro fino alle origini dell'evento, partorito dalla mente di Allan C. Carlson, storico ed ex funzionario del governo Reagan, che se lo inventò per contrastare il calo demografico nelle società occidentali imputato alla rivoluzione sessuale e al femminismo. Un concetto che sembra avere una inquietante affinità di forma con un assioma del Pastafarianesimo, secondo cui l'aumento dei fenomeni del cambiamento climatico sono correlati alla riduzione del numero dei pirati nel globo. La differenza tra i due concetti però, e qui sta la mia inquietudine, è che il secondo è volutamente provocatorio e goliardico, mentre il primo si avvale della serietà profetica di Matusalemme e della prepotenza dello sfollagente sul cranio del manifestante.
E se anche questo non fosse sufficiente, si può sempre snocciolare una serie di affermazioni di inconfutabile valenza scientifica (a scanso di equivoci: sarcasm ON) promulgate da alcuni degli esponenti del convegno di quest'anno, che sostengono ad esempio come il sesso anale sia collegabile ai rituali satanisti oppure che la lotta contro la violenza sulle donne sia distruttivo per la famiglia tradizionale, dandoci quindi, oltre ad una visione evidentemente galileiana di queste affermazioni, anche uno spaccato sociologico del tutto nuovo, che vede la stretta correlazione tra tradizione e botte da orbi. Cose che le mamme del passato, con il battipanni, il mattarello, la ciabatta e la più moderna cucchiarella di legno sempre a portata di mano, avevano capito perfettamente e tramandato a noi figli. Scemi noi che non l'avevamo capito. Ovviamente non mancano mai gli evergreen di turno, più longevi dei dischi in vinile e dei risvoltini nei pantaloni che non vogliono proprio saperne di sparire, ovvero l'associazione tra aborto e omicidio e tra omosessualità e pedofilia, anche questi corroborati da studi scientifici probabilmente condotti da Joseph Gall in persona, inventore della Supercazzola Suprema del 1800, ovvero la frenologia, ma dalla pericolosità dell'eugenetica, che ricordiamo è stata molto apprezzata da un certo omino isterico con i baffi a spazzola (e no, non sto parlando di Charlie Chaplin). E non voglio neanche entrare in quella trita e ritrita questione della "teoria del Gender", di cui ovviamente il WCF si fa portavoce, e che si basa su una campagna di disinformazione di proporzioni paragonabili alle teorie che affermano che i bambini nascano sotto i cavoli, che quando si ha il ciclo non lievitino i dolci e che la Luna sia fatta di formaggio.
Date tutte queste premesse, resta e si rafforza una domanda: chi ha deciso che queste persone fossero meglio di altre per poter parlare di diritti civili, di famiglia e di genere? Chi ha deciso che loro fossero le più indicate per dire cosa formi un nucleo familiare? Sono forse il CAF, che decide chi dobbiamo includere nell'ISEE? Chi ha deciso che avessero un'autorità maggiore di altri per prendersi il diritto di giudicare ciò che per antonomasia è ingiudicabile e decidere cosa sia normale, naturale e giusto? Non vedo, tra i relatori di questo convegno, psicologi, antropologi, sociologi e tantomeno, visto che tirano in ballo questo benedetto concetto del "naturale", qualche biologo o naturalista. Quello che vedo sono un mucchio di politicanti, tutti appartenenti all'estrema destra di stampo religioso, scrittori, presidenti di associazioni pro life, duchi e principesse (davvero), calciatori, una manciata di psichiatri, e preti. Nessuno di loro (a parte forse gli psichiatri) ha competenze tecniche per poter parlare di questo argomento, se non una nebulosa dottrina morale che sembra emergere da cassetti polverosi, teorie antidiluviane o da una macchina del tempo.
Perciò mi rivolgo direttamente a voi, relatori del WCF. Dato che vi vedo smarriti nei fiumi dell'incenso oscurantista, voglio aiutarvi ad uscire dai secoli bui in cui siete accartocciati, con un pratico bigino di ovvietà che dovete tenere sempre con voi, vicino al cuore, e che vi aiuterà a chiarirvi le idee.
1. Non è il genere a definire chi sia giusto amare, ma la CONSENSUALITA'. Tutto il resto è stupro, stalking, molestie, mobbing, pedofilia e zoofilia.
2. La famiglia non si basa sull'eterosessualità della coppia e sul matrimonio ecclesiastico, ma sul RISPETTO RECIPROCO. Quindi può essere formata da maschi, femmine, gatti, cani, girbilli, pappagallini, tartarughe, amici e zii acquisiti. Potete depennare dalla lista tutti i nuclei in cui si esercita e si subisce violenza. E, se ve lo steste chiedendo, sì, anche quello in cui il marito tira qualche sberla alla moglie perché la cena non era pronta alle otto in punto.
3. Le donne non hanno come passatempo preferito l'aborto. Non scelgono se fare la lezione di yoga o fare un raschiamento dal ginecologo. Quindi è inutile che gli piazzate fuori dalle cliniche stuoli di antiabortisti con le Bibbie in mano. Vi assicuro che la loro sarà sempre (e vi prego tatuatevelo sulla fronte), SEMPRE una scelta sofferta con cui convivranno per tutta la vita.
4. Non esiste il complotto sul Gender. Quella si chiama INFORMAZIONE. Se siete dei negazionisti, quello è un problema vostro e del vostro psicologo, non dell'umanità tutta.
5. L'LGBT NON E' UNA RELIGIONE, quindi non ci sono conversioni, integralismi, rituali, dogmi da seguire né iniziazioni orgiastiche, nel caso vi fosse venuto in mente. Ci sono solo persone che non vogliono essere discriminate o "tollerate" per ciò che sono. Vogliono solo essere trattate come persone.
6. Questo c'entra relativamente: vorrei ricordare all'ala africana e femminile dei relatori che i vostri colleghi sono gli stessi che, in altri tempi e in altri luoghi, sarebbero stati sostenitori della teoria della razza e della inferiorità intellettuale della donna.
Ma dato che so già che nel migliore dei casi ignorerete i miei bigini e, nel peggiore, lo butterete nel fuoco purificatore spegnendone poi le braci con l'acqua santa, ho una proposta per il convegno dell'anno prossimo: invitate come ospiti un terrapiattista, una curandera sudamericana, Vanna Marchi, un bimbo di 5 anni che ha iniziato a farsi le sue teorie sul mondo e un esponente di Scientology (che, come religione, ha la stessa solidità ideologica di questo convegno). Sono sicura che sarà un successo.
Duille
martedì 11 aprile 2017
Telefilm addicted #13 - This is Us o l'arte della coccola
Avete presente quei giorni in cui vi alzate tardi perché la sveglia non ha suonato, vi vestite alla velocità della luce, scoprite, con un sottofondo musicale drammatico, di aver finito il caffè e che non avete spiccioli per comprarlo al bar, e scappate fuori casa ritrovandovi senza ombrello, in ritardo e con un acquazzone che sembra giunto direttamente dalla foresta amazzonica? Avete in mente quei giorni in cui arrivate al lavoro o a scuola solo per scoprire che vi è scoppiato il pranzo nella borsa sopra tutti i documenti? Vi ricordate quei momenti in cui i pianeti sembrano allinearsi e Paolo Fox vi annuncia nell'oroscopo della giornata che saranno le 24 ore più sfigate della vostra vita?
Avete presente quei giorni in cui tutti i modi di dire più celebri sugli imprevisti della vita (mettere i bastoni tra le ruote, essere passati sotto un camion, essere l'elefante nella cristalleria) decidono di fare una riunione di famiglia proprio sopra la vostra testa, con la coprinuvola piovosa a fare da chaperon? Se avete avuto una di queste giornate, tutto quello che vi serve per riequilibrare i chakra è This is Us. Si tratta di una serie semplice come una fetta di pane e consolatoria come una torre di pancakes con fiumi di sciroppo d'acero. This is Us è la serie-coccola per eccellenza, quella che vi abbraccia come una copertina di flanella, che vi sussurra nell'orecchio "Non ti preoccupare, andrà tutto bene", che vi consola e vi restituisce un po' di fiducia sulle sorti di questo sporco mondo che sembra popolato solo da piccoli volpini incazzati e da multietniche Regina George. This is Us è l'affinamento dell'arte della civetta coccolosa, una serie tenera come un marshmallow ma che, stranamente, non vi farà vomitare arcobaleni. La serie racconta la vita della famiglia Pearson, composta dai genitori, Rebecca e Jack, e dai tre figli, Kate, Kevin e Randall, e che si sviluppa su due archi temporali, quello della giovinezza dei coniugi (ed infanzia dei ragazzi) ed il presente delle vite adulte dei tre figli. Punto. Non c'è nient'altro da aggiungere. I Pearson infatti non sono una famiglia multimilionaria che vive ad Orange County o che frequenta i country club, non hanno superpoteri e non hanno il brutto vizio di esternare in modo plateale i loro drammi esistenziali in una fedele imitazione della rabbia di Paperino. I Pearson non si pugnalano alle spalle creando complicate trame di tradimenti e riappacificazioni, non si scambiano i fidanzati come fossero figurine e non hanno lavori di vitale importanza o di grande interesse. Infine, This is Us non è una sitcom né un teen drama.
Ma quindi, togliendo tutto questo, che cos'è This is Us? Una gran noia, apparentemente. E invece no. E' una serie che parla di famiglia, di amore e di crescita e lo fa in modo semplice, poco pretenzioso, senza trame cervellotiche, ma sfruttando la parte virtuosa del nostro muscoletto sottotoracico. This is Us mette fine alla fame di scandalo, al gusto per il sordido a cui ci hanno abituato molte serie e riporta la quotidianità al centro della narrazione. This is Us è infatti una serie che vuole emozionare con una storia familiare fatta di rispetto reciproco, di grandi amori, di strade percorse insieme, di sacrifici, di errori commessi e di ammende, dei dubbi, dei riscatti personali e delle difficoltà tipiche della vita, ma senza che queste vengano ingigantite, distorte o stereotipate. La serie sembra voler premere sul tasto dell'ottimismo, presentandoci personaggi indiscutibilmente buoni, senza però essere perfetti. Tutti i protagonisti vivono dei drammi personali, spesso conseguenza di esperienze del passato, che affrontano in modo intenso ma discreto: Kate e la sua obesità, Randall e il rapporto con il padre biologico, Kevin e la sua carriera insoddisfacente, Rebecca ed i suoi sogni di cantante, Jack e il suo scomodo rapporto con il padre. Lo sviluppo di queste crisi portano i personaggi ad affrontarle, sopravvivervi, imparare da essa e, soprattutto, rinunciare alla solitudine.
![]() |
| Oh yes, miei cari steli: Milo Ventimiglia è Jack. Gioite, fan di Gilmore Girls |
I Pearson infatti si aiutano a vicenda, si sostengono, si raccolgono quando cadono, si donano con tutto loro stessi, nel loro squisito modo imperfetto. Come dicevo, è una serie sull'amore: l'amore romantico, qui esploso in una miriade di coriandoli a forma di cuore (con buona pace degli allergici al rosa), ma anche l'amore fraterno, che non è un amore facile, è un amore fatto di compromessi, di accettazione e di tanto, tanto perdono. E' l'amore verso se stessi, faticosamente costruito, anche con l'aiuto degli altri, è il volersi bene nella propria imperfezione e scoprirsi amati proprio per i nostri difetti. Si tratta quindi di una serie buona senza buonismi, dolce senza essere stucchevole, morbida come un maglione di cachemire senza essere troppo finta. Dico "troppo" perché sfortunatamente, a tratti la finzione emerge, soprattutto quando compaiono i personaggi maschili, che sono spesso fin troppo perfetti per essere davvero reali, anche con i loro difetti. Jack è sicuramente l'apoteosi di questa idealizzazione del maschile, diventando un vero e proprio principe azzurro paziente, tollerante, innamoratissimo, senza macchie, ostinatamente determinato a diventare l'opposto del padre. Ma in fondo, e qui parlo da portatrice di doppio cromosoma X, a noi ci piace proprio così. Da' un tocco utopistico che regala calore. Stona, certo, ma stona come la Nutella nella dieta. Alla fine, l'obiettivo della serie, come ha detto il suo ideatore, non è quella di essere rivoluzionaria o imperdibile, ma di far star bene le persone che la guardano, riempirle di amore e di fiducia nei confronti del futuro attraverso l'identificazione con personaggi normali che vivono vite normali ma che, come dice il dottor K. nella prima puntata, sono capaci di prendere il limone più acido che la vita ha da offrire e trasformarlo in qualcosa che assomiglia ad una limonata.
Duille
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sabato 25 aprile 2015
Oggi libera grazie a voi.
Oggi mi alzo e, aprendo la finestra, vedo il mio quartiere indaffarato, con il profumo del pane appena sfornato, i bambini che giocano nei cortili ed i panni pigri che ondeggiano appesi ai balconi. Oggi mi piego e prendo dalla libreria la mia copia del "Manifesto del Partito Comunista", lettura datami a scuola durante l'ultimo anno di liceo. Oggi indosso la maglia di Che Guevara perché ci credo, perché mi piace o semplicemente perché va di moda. Oggi ballo sulle note di Bella Ciao, e grido i suoi canti e batto le mani a tempo di musica. Oggi gioco con un bambino con Sindrome di Down, immaginando di essere due aviatori in un aereo fatto di cartone. Oggi mi intenerisco guardando una coppia lesbica che passeggia mano nella mano lungo i Navigli di Milano, perché sono belle illuminate dal lampione dell'amore. Oggi saluto i miei cari sapendo che ci ritroveremo a cena intorno alla stessa tavola. Oggi le mie paure sono scelte da me e nessuno può impormele.
Oggi scendo in strada e cammino fiera, sulle strade difese dai giovani di ieri, accompagnata passo passo dai fantasmi della giovinezza strappata via a tutti, ai vivi e ai morti. Oggi poso un fiore, una pietra e un bacio su tutte le tombe dei fratelli e delle sorelle, dei figli e dei genitori che hanno imbracciato un fucile per lasciarmi oggi libera di leggere Pablo Neruda, di indossare il rosso fuoco della passione, di innamorarmi di chi desidero, di essere chi voglio essere, di scegliere senza costrizioni. Il coraggio non si insegna, ma si può ricordare, e si può ricordare l'orrore, il rimpianto, le scelte difficili che ci vengono risparmiate oggi, perché qualcun altro si è sacrificato per noi affinché i nostri occhi fossero limpidi e non offuscati dal fuoco, dalla morte, dal rumore sordo delle ossa che si spezzavano, dai colpi di pistola che sgretolavano crani, dal suono lugubre dell'ultimo respiro esalato da un compagno. Sconosciuti hanno lottato per noi affinché non dovessimo mai sapere cosa significa dimenticare come si sorride. Affinché potessimo annoiarci della monotonia della vita. Affinché fossimo liberi. Ed io sono sicuramente una di quelle fortunate che non ha dovuto scegliere se vivere o morire, e nel vivere, come vivere. Sono una di quelle anime che hanno la fortuna di poter dimenticare di essere libere, che possono scegliere quale musica ascoltare, quali libri leggere,quali persone frequentare, quali opinioni accogliere. E che non deve avere paura delle proprie idee. Sono una di quelle fortunate che non si stupisce di fronte ai libri di scuola che raccontano la verità, che guarda ormai dalla pagina successiva i luoghi che hanno fatto la Storia. Sono anche una delle poche che non ha avuto l'occasione di sentire i propri nonni parlare della guerra, perché la vita se li è portati dall'altro lato del mondo, lontano da quelle serate invernali di chiacchiere e memorie con i nipoti. E così mi sono costruita la mia quota di memoria, i miei racconti partigiani, attraverso i documentari, le memorie storiche e soprattutto, la musica. Il mio primo incontro partigiano, l'ho avuto grazie ai Modena City Ramblers, grazie a un Bella Ciao cantata sul palco del primo maggio di fronte ad una ragazzina estasiata davanti al televisore.
Un gruppo che ha sempre lottato, tramite le sue canzoni, per il rispetto di diritti che questi nonni, questi compagni di giovinezza passata, hanno strappato palmo a palmo, pugno a pugno, vita a vita, a coloro che volevano imporre un solo modo di esistere. Ma le lacrime, quelle vere, sono arrivate con "Appunti Partigiani", un album interamente dedicato a questo periodo che troppo spesso si ricorda superficialmente, ma che in realtà si tende ad obliare. Perché fa male sentir parlare di stupri, violenze, esecuzioni sommarie, torture e fosse comuni. Spacca il corpo sapere che quelle gioventù sono a un passo dal nostro presente, intrappolate in una foto in bianco e nero come in un incantesimo crudele. Dilania l'anima sapere che quei vecchi, che oggi siedono sulle loro seggioline, fragili e anche un po' dimenticati, sono stati nostri coetanei che hanno dovuto uccidere per un ideale, sacrificare altri esseri umani e sporcarsi le mani di sangue per un futuro che noi ora diamo fin troppo per scontato. Schiaccia il cuore sapere che nel fondo di quegli occhi ci guarda un fratello della nostra stessa età, fucile in braccio come noi ora imbracciamo i nostri libri, elmetto in testa come noi ora indossiamo i nostri cappelli di lana, pelle coperta di terra come la crema che oggi idrata i nostri visi, gli stomaci vuoti come ora i nostri tavoli dopo la colazione. E lascia gonfi di lacrime immaginare chi avremmo potuto incontrare oggi lungo quelle strade se anche coloro che sono caduti fossero stati risparmiati. Quali storie, quali amori, quali amicizie, quali vite si sarebbero intrecciate con le nostre e mai lo faranno? La storia di ieri influenza ancora la storia di oggi, popolando il mondo di spettri di possibilità mancate, di futuri sprangati per sempre, di esistenze mai partite, accanto a coloro che non hanno fatto in tempo a vedere la liberazione dall'oppressore. Ma "Appunti partigiani" non ci nega niente, non ci nega l'orrore, non ci nega la lotta, non ci nega i ricordi, non ci nega le lacrime. Ed io piango, piango profondamente mentre ascolto queste voci, mentre mi riempio di gratitudine, mentre mi inondo di dolore e compassione. E conto ogni lacrima che scende lungo la mia guancia: uno, due, tre, quattro. Ed ogni lacrima è per un nome che non conosco, per un volto mai visto, per una storia mai udita. Ogni lacrima è dedicata ad ogni uomo, donna, bambino che ha lottato per me, figlia inconsapevole della rivoluzione, per un'anima ancora non nata ma già pensata, per una sorella di un popolo che mi ha abbracciata quando ancora non ero che vento tra gli alberi, per essere stata protetta quando ancora non ero altro che luce solare. La nostra è una generazione nata amata, come se in fondo fossimo tutti fratelli. E di fronte a tanta generosità, mi accorgo che le lacrime non bastano, le rughe sulla fronte non sono sufficienti, le strette al cuore non ripagano, le orecchie tese non sono nulla.
Forse, allora, devo provare a sorridere
e sorridendo sussurrare la parola più importante: Grazie.
Duille
"Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere" (Bertold Brecht)
venerdì 28 marzo 2014
Basta una zolletta di zucchero!
ATTENZIONE!
Il seguente post contiene altissimi livelli di zucchero,
che potrebbero urtare la sensibilità dei cinici, disillusi e dei nauseati dalla vita e dai film romantici.
Continuate a leggere a vostro rischio e pericolo,
perché oggi sono una bomba di cuoricini e marshmallows! ^_^
Ti ho scritto tantissime cose nel corso della nostra pluriennale amicizia. Ti ho scritto cose così stucchevoli che avrebbero provocato la carie anche a Willy Wonka, cose così stupide che, rileggendole, mi sono quasi vergognata, e cose che venivano direttamente dal cuore, perchè so che tu le gestisci con un'eleganza e una disinvoltura che non tutti posseggono. Ti ho ampiamente ribadito quanto ti voglio bene, quanto mi hai aiutata a guardarmi in modo nuovo, quanto sei forte e coraggiosa. Ti ho ringraziata per essere la splendida creatura che sei, per essere l'essere umano che ho scelto di seguire, sempre e comunque. Ti ho scritto che sei una galla, che sei una Dori, che sei la mia tisana con il senso dell'umorismo. Cos'altro potrei aggiungere? Eppure, più passa il tempo e più mi rendo conto che tutto questo non basta a spiegare quanto io ti voglia bene, quanto ti debba ringraziare per essere entrata nella mia vita e avermela stravolta. Quanto sei stata preziosa per me, quanto tu mi abbia fatta crescere e diventare una persona migliore. Non saranno sufficienti le parole per spiegare quanto tu mi abbia insegnato in ogni momento di debolezza, in ogni smemorataggine e in ogni tua adorabile gaffe. Sei addirittura riuscita a farmi dire "Tesoro" e "adorabile" più di quanto non avrei voluto! Ed in questo momento speciale, la tua laurea, un traguardo così importante e sofferto, mi accorgo di essere ufficialmente a corto di idee. Come farti le congratulazioni senza finire nel banale "Brava, ce l'hai fatta" o senza ridire quanto già detto in passato? Ma soprattutto, come fare a trasportare le emozioni che provo, quanto io sia orgogliosa di te, di come tu abbia lottato per ciò che desideravi e di come tu abbia trionfato?
Così, pensando e ripensando, ho deciso di fare il gioco del "se fossi", che ci è capitato tante volte di fare.
Se tu fossi un fiore,
saresti una lavanda, un fiore bello ma inconsapevole di esserlo, un fiore che non se la tira, insomma.
Se fossi un colore,
saresti il viola, che non teme il pregiudizio, ma che si fa tendenza solo esistendo.
Se fossi un animale,
saresti un fringuello, che trilla allegro dall'altro lato della mia cornetta, illuminandomi sempre come una lucciola in una lanterna.
Se fossi un oggetto,
saresti lo specchio delle parti migliori di me.
Se fossi un organo,
saresti pelle, che non teme il tocco dei cuori ustionati.
Se fossi un'emozione
saresti la fiducia, fiducia che sai dare e suscitare, come una piuma che accarezza lentamente le guance degli amici.
Se fossi libro,
saresti il Signor Malaussene, poesia ironica e famiglia in un ricciolo di lettere.
Se fossi film,
saresti Amelie, persa in un mondo raggiungibile solo prendendomi per mano.
Se fossi amica,
vorrei che fossi come oggi la mia amica, la mia perfetta compare di risate, la mia guida nella tempesta dell'esistenza, il mio Piccolo dagli occhiali rosa, che vede fate trasformare tizi in fiore.
Se fossi una persona,
saresti tu, qualunque cosa accada. Con tutte le tue splendide contraddizioni, i bacetti perugina regalati di sorpresa, i sorrisi di gioia e le lacrime di disperazione. Saresti tu, che ti affacci al mondo con il cuore aperto e la voglia di donare tutto di te, a costo di scottarti, a costo di buttarti e sbattere al suolo. Saresti tu, e nient'altro è altrettanto meraviglioso come vederti sbocciare ogni giorno.
Ti voglio bene amica,
e te ne vorrò sempre!
Duille
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domenica 9 marzo 2014
Con tutto l'amore che ho.
La morte fa un effetto particolare sulle persone. Coloro che sono colpiti da un lutto si trovano ad agire e sentire in modi che loro stessi non comprendono e che li lascia turbati, confusi, se non addirittura in colpa. Solitamente ci si aspetta un dolore struggente, un'ondata di sofferenza che sommerga tutto, lasciando solo un senso di subacqueo stordimento. Ma più spesso, semplicemente, le emozioni vengono aspirate, lasciando un'anestetico vuoto, colmato solo dallo sgomento e dal senso di colpa per "non provare quello che dovresti provare". Salvo poi maturare dubbi sulla propria sanità mentale quando, nel cuore della notte, ci si alza e si comincia a lavare ogni centimetro della cucina, comprese mattonelle, cappa e pomelli dei cassetti. Sono i piccoli doni di una mente in lutto: sensi di colpa e timore di star impazzendo. I pensieri funzionano in modo diverso, e ci si ritrova a dire le cose più strane, per esempio che non avete fatto abbastanza foto a Natale. E poi, ci sono le beghe burocratiche, l'organizzazione del funerale, le dolorose telefonate ai parenti, che ti costringono a rivivere tutto quello che vorresti solo lasciare spegnere sotto la cenere. E' anche il momento del calore dell'affetto di amici e parenti. Un momento in cui senti di non essere solo, ma circondato da un amore sincero e disinteressato, che scalda il cuore colpito dalla tempesta di neve. Credo che non esista miglior modo di salutare una persona che hai amato che celebrandone la vita con le persone che gli hanno voluto bene, raccontando delle sue avventure e ridendo delle sue buffe disavventure. Un po' alla Big fish, per intenderci. Magari, mangiare i cibi preferiti dello scomparso, ascoltare la sua musica preferita o giocare al suo gioco favorito.
Mio nonno ci ha lasciati da poco. Lui adorava i cantuccini e i torroni. Era una persona che amava i bambini tanto quanto odiava gli animali. Era un pessimo oratore, ma un grande burlone. Era un molisano con l'anima e il cuore napoletano. Ha avuto una vita lunga, segnata dalla guerra, come tutti gli uomini della sua generazione. Ha visto tanta storia, di quella con la S maiuscola, ma ha sempre dato più valore alla vita quotidiana, di cui parlava dettagliatamente. Ed era anche un grande artista, trasformava il ferro in esseri dotati di vita e bellezza. Lui non si è mai chiesto cosa ci fosse dopo la vita, ha sempre preferito viverla senza farsi domande a cui non avrebbe mai trovato risposta.
Ma io mi sono sempre chiesta cosa accada dopo la morte. Dove si vada, cosa si senta. Si provano le emozioni che si provano in vita? Si prova paura? Si ha ancora coscienza? Oppure ci si libera di queste ingombranti emozioni e si inizia questo viaggio in una sorta di eterea serenità? Ci si ritrova di colpo in un regno celeste, fatto di angeli e nuvole soffici? O, come descritto in Amabili Resti, ci si ritrova esattamente nel luogo dove si vorrebbe essere, meravigliosa riproduzione dei sogni più splendidi? In quel caso, mio nonno sarà probabilmente nella sua casa, costruita con le sue mani, nella terra del suo cuore, circondato dai suoi attrezzi e dalle persone che ha amato e perduto a sua volta. Oppure, potrebbe esserci una immediata reincarnazione in una nuova vita, così che il suo ultimo respiro coincida con il primo pianto della sua nuova vita. E allora in realtà saremmo ancora insieme, legati in qualche modo da un filo del suo passato e del nostro presente. Ma voglio pensare che, se così non fosse, la morte sia come quella descritta da Philippe Pullman ne Il cannocchiale d'ambra.
"Quando sarete fuori di qui, tutte le particelle che vi compongono si disgregheranno e sparpaglieranno, proprio come succede ai daimon [...] Tutti gli atomi che li componevano sono finite nell'aria e nel vento e negli alberi e nella terra e in tutte le cose viventi. Non svaniranno mai. Sono semplicemente parte del tutto."
"Anche se ciò significasse l'oblio, amici, lo accoglierò a braccia aperte, perché non sarà comunque il nulla; saremo di nuovo vivi in migliaia di steli d'erba, in milioni di foglie, cadremo con le gocce di pioggia e spireremo nella fresca brezza, scintilleremo nella rugiada sotto le stelle e la luna fuori di qui."
Io auguro tutto questo a te, mio caro nonno,
e ti saluto,
con tutto l'amore che ho.
"Quando sarete fuori di qui, tutte le particelle che vi compongono si disgregheranno e sparpaglieranno, proprio come succede ai daimon [...] Tutti gli atomi che li componevano sono finite nell'aria e nel vento e negli alberi e nella terra e in tutte le cose viventi. Non svaniranno mai. Sono semplicemente parte del tutto."
"Anche se ciò significasse l'oblio, amici, lo accoglierò a braccia aperte, perché non sarà comunque il nulla; saremo di nuovo vivi in migliaia di steli d'erba, in milioni di foglie, cadremo con le gocce di pioggia e spireremo nella fresca brezza, scintilleremo nella rugiada sotto le stelle e la luna fuori di qui."
Io auguro tutto questo a te, mio caro nonno,
e ti saluto,
con tutto l'amore che ho.
Duille
p.s. per te solo immagini belle.
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- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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