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domenica 13 gennaio 2019
Se telefonando io potessi non infartuarmi ti chiamerei
Ci sono suoni che terrorizzano e che trasformano subitaneamente nella gelatina verde sul cucchiaio di Lex in Jurassic Park. Ognuno ha il suo, che sia l'abbaiare furioso di un cane o lo sfarfallio inquietante e sinistro di una cimice ancora non individuata nella stanza. A volte si tratta di suoni dalla comprovata e condivisa spaventosità, come una forte esplosione, un urlo raggelante nel cuore della notte o quei maledetti petardi lanciati da incauti preadolescenti a cui vorresti poi staccare arti e testa (che, tanto, è evidentemente inutilizzata).
Altre volte invece, questi suoni sono Hill Houses personali, case infestate che solo pochi eletti possono davvero percepire e comprendere e che, per la maggior parte delle persone, sono solo espressione di menti un po' troppo impressionabili. Noi ansiosi sociali amiamo trattarci bene e abbiamo due suoni della cripta che, in linea di massima, ci producono uno stato di disagio di gravità variabile (dal tenderci semplicemente come corde di violino fino al desiderio smodato di seguire l'esempio di Van Gogh e staccarci le orecchie): il primo, di cui parleremo oggi, è lo squillo del telefono. Il secondo, come direbbe Papà Castoro, è storia per un'altra volta. Dunque, il telefono. Lo squillo del telefono per noi ansiosi sociali è qualcosa di terrificante, capace di scombussolarci al punto da sospettare di essere diventati dei quadri cubisti picassiani. I danni inferti da quel primo squillo mortale si sviluppano su più fronti e i più attenti di voi avranno già capito che l'eruzione vulcanica investirà, con le sue ceneri e lapilli, tanto il fisico come la psiche. Dal punto di vista fisico si potrà assistere ad uno spettacolo circense di occhi fuori dalle orbite, cuore martellante dai virtuosismi heavy metal, guance incendiate delle tonalità di aragoste cotte, sudorazione alla Pumba ("ma dopo ogni pranzo lui puzzava di più, tutti quanti svenivano e cadevano giù") e tutto il corpo irrigidito come se fosse stato inzuppato nell'amido ma comunque pronto ad una fuga precipitosa. Dal punto di vista psicologico, il telefono squillante rivela avere per noi la stessa carica batterica di un bambino urlante, ci impanica come la piccola Verdun durante il cambio del pannolino e ha la stessa portata mortale di una pistola puntata alla tempia durante il gioco della roulette russa. Ma, più semplicemente, possiamo paragonarne l'effetto psicologico a quello di una sirena che annuncia l'imminenza di un bombardamento aereo. Solo che, invece del consueto "si salvi chi può", a noi viene chiesto di restare dove siamo e continuare a conversare come se nulla stesse accadendo, cioè come se non stessimo per diventare carne grigliata. Un po' illogico, non vi pare? E spesso, molto più spesso di quanto non vorremmo, ci viene pure chiesto l'apoteosi dell'insensatezza, roba che farebbe impallidire anche Maccio Capatonda in persona: rispondere al telefono. In quel momento, la situazione diventa critica perché il nostro corpo si oppone strenuamente a quello che considera essere un vero atto suicidario. Il braccio si finge morto come un opossum nel deserto, le vie neurali improvvisano uno sciopero che paralizza tutte le arterie comunicative e la parte razionale del nostro cervello apre delle trattative che già sa saranno difficili.
Da un lato, quindi, la parte razionale tenta di mostrare l'assurdità della situazione, dall'altra i sindacati neuro-muscolari si ribellano alla dittatura logica in nome del sacrosanto diritto al panico e all'autoconservazione. Il muscolo cardiaco, d'altronde, ha parlato: quando c'è la tachicardia si attivano i protocolli di emergenza, ovvero fuga scomposta verso nuove galassie con lascito di nuvoletta di fumo o sagoma del nostro corpo contro la parete sfondata. Tutto ciò accade, di solito, mentre la cornetta continua ad urlare iraconda, riempiendoci le orecchie della sua furente disapprovazione. Il cervello razionale sa di avere poco tempo e una credibilità da difendere e, di solito, dopo una fiacca quanto inutile strategia diplomatica, finisce col chiamare la cavalleria in tenuta antisommossa. Se le premesse sono le stesse ogni volta (o quasi), i risultati di questa manovra militare possono portare a due esiti, a seconda della gravità della nostra ansia: la resa popolare con il sollevamento della cornetta oppure una riproduzione in scala delle Cinque giornate di Milano, che lasceranno morti, ammaccature e stanchezza, ma anche la vittoria contro il demoniaco telefono. Come si potrà capire, quindi, rispondere al telefono per noi è come chiedere di strapparci un braccio a morsi, o una versione personalizzata di un episodio di Saw - L'enigmista. E la cosa peggiore è che siamo continuamente circondati da questi infernali strumenti strombazzanti che esigono presuntuosamente la nostra attenzione e che, ad ogni squillo, ci fanno sentire sempre più in trappola, sempre più con le spalle al muro. Un aguzzino sempre in tasca verso cui non riusciamo neanche a sviluppare la sindrome di Stoccolma. A questo punto, la domanda emerge, conseguente come una bolla d'aria nello stagno dopo il passaggio di un ranocchio o, meno poeticamente, come un bel rutto dopo una poderosa mangiata: cosa ci spaventa tanto? Ci sono due elementi problematici del rispondere al telefono: da un lato l'ignoto, l'imprevedibilità della situazione, a partire dal mistero della voce che risponderà al nostro "pronto". Questo primo problema ci impedisce di attivare qualsiasi meccanismo difensivo da noi abitualmente usato: non possiamo pianificare la risposta o prepararci alle possibili direzioni che prenderà la conversazione, né possiamo richiuderci nella nostra conchiglia di invisibilità da Wallflower. Siamo indifesi come gli alieni della Guerra dei Mondi all'arrivo dei virus, insomma. E sappiamo tutti come sono finiti. Il secondo elemento problematico è l'immediatezza della risposta insita nella natura stessa del dispositivo, che ci impedisce di avere il benché minimo controllo su quello che diremo, dato che sarà indispensabile una certa spontaneità ed improvvisazione, tutte cose in cui noi ci sentiamo capaci quanto un lamantino alle prese con un apriscatole manuale. Se quindi per gli altri rispondere al telefono è solo un gesto, per noi è un'interrogazione a sorpresa alla lavagna su un argomento che non abbiamo studiato. E questo vale esattamente allo stesso modo sia che siamo costretti a rispondere al telefono che nel caso in cui dobbiamo fare la telefonata. L'ansia può poi estendersi anche al citofono, al campanello, al messaggio istantaneo e, nei casi di ansia grave, anche alle mail, soprattutto quelle formali. La situazione poi peggiora drasticamente quando questo mini colpo apoplettico si sviluppa in un contesto allargato, come quello lavorativo, dato che, oltre alle paure sopra citate, si aggiungerà anche l'ansia causata dal bisogno di nascondere la propria fragilità e l'autoimposizione (perché non si può parlare di esigenza, ma di obbligo) di fornire una prestazione perfetta. Capite bene che il rischio di sovraccarico cognitivo è praticamente scontato ed infatti dopo pagheremo pegno, quando passeremo tutto il pomeriggio a letto con addosso la stanchezza di un raccoglitore di pomodori africano e l'angosciosa immagine di un futuro arricciato su se stesso. In realtà, fortunatamente per noi, le cose non sono così drammatiche come vorremmo credere: il tempo, la terapia e la pratica portano consiglio e rendono sempre più semplice affrontare il terribile strumento comunicativo. Gradualmente, telefonare al migliore amico non sarà più paragonabile a strapparsi i denti con una pinza arrugginita e il citofono sembrerà sempre meno il libro Mostro dei Mostri di Harry Potter. Ci vorrà pazienza, ci vorrà coraggio, ci vorrà speranza. Ma stranamente, di quella, ne abbiamo a pacchi.
Duille
Etichette:ansia,ansia sociale,disagio psichico,paura,perfezionismo,suoni,telefono | 0
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domenica 4 novembre 2018
Fuori sincrono
Immaginate un coro pronto ad iniziare la sua performance canora. I cantanti sono tutti lì, ordinatamente in schiera come birilli pronti a ricevere uno strike, nei loro abiti fotocopia e negli sguardi impassibili da monaci tibetani, in attesa del segnale di partenza dato dal direttore d'orchestra. E quando il via arriva, ogni componente prende fiato nello stesso momento, come se ciascuno fosse una cellula dello stesso polmone, e in un secondo, esplode la voce, nella più perfetta sincronia.
Immaginate adesso che in quel flusso sonoro calcolato al millisecondo, tutto diapason e metronomo, si senta un ritardo o un'anticipazione, magari impercettibile ai non addetti ai lavori, ma rumorosa come un pescivendolo in biblioteca per i compagni canori. Un fuori sincrono ben riconoscibile che presto porterà le teste ordinate dei cantanti a voltarsi verso una direzione precisa. Che guarda caso, è la nostra. Vi lascio immaginare la conseguente quanto scontata vergogna, l'imbarazzo e il desiderio disperato di trasformarsi in struzzo (sia per la folkloristica questione "testa nella sabbia" sia per la più scientifica dote da velocista dei suddetti pennuti tutto gambe). Questa è, in sostanza, la sensazione che vive tutti i giorni un ansioso sociale. Senza la parte del coro, naturalmente. Noi ansiosi ci sentiamo perennemente fuori sincrono, leggermente indietro o in avanti rispetto alle lancette interiori delle altre persone, come se fossimo immersi a bagnomaria in un fuso orario diverso. Siamo come una videochiamata su Skype afflitta da un irrisolvibile ritardo, per cui a battuta o domanda seguono secondi di imbarazzante sospensione, con sorrisi incerti che galleggiano nell'etere e microperle di sudore che ammazzano il tempo giocando a partita di Zuma sulla fronte, fino al momento in cui misericordiosamente arriva la risposta o la risata, frantumando il nervosismo ed il silenzio. Ma, in pratica, cosa significa essere fuori sincrono? Diciamo che l'ansioso sociale è afflitto da due piani di asincronia, uno macroscopico, che chiameremo Rivoluzione, per omaggiare Mamma Terra, ed uno microscopico, che, indovinate un po', chiameremo Rotazione (dieci punti a Grifondoro per chi ha indovinato). La Rivoluzione riguarda il nostro ciclo vitale da bruco, la nostra crescita verso una possibile trasformazione in farfalla cavolaia (perché aspirare a diventare delle Vanesse sarebbe come chiedere ad una mucca di farsi spuntare le ali). Qui lo sfalsamento temporale si manifesta nel fare le cose in tempi diversi, spesso più lentamente, nel raggiugere il traguardo quando le luci sono già spente e tutti se ne sono andati e nell'arrivare a consapevolezze cosmiche che per gli altri sono già storia vecchia. In sostanza, significa essere sempre in ritardo, come il Bianconiglio. Se la Rivoluzione però spesso ci accoglie più preparati al nostro destino da roditore, la Rotazione è sovente uno schiaffo in faccia di consapevolezza non gradita, perché riguarda il piano delle interazioni sociali e quotidiane, causa dei nostri più grandi pianti autocommiseranti.
Qui essere asincronico significa arrivare in anticipo o in ritardo al proprio turno di parola, sovrapporsi all'altro nel parlare, non capirsi mai al volo, non avere la prontezza di offrire il compassionevole salvagente della risata di cortesia davanti a battute incomprensibili come un cubo di Rubik o palesemente brutte come un centrotavola a forma di caciocavallo. Significa anche non riuscire a fare gruppo nei momenti goliardici e faticare a trovare uno spazio di silenzio in cui infilare una frase faticosamente pescata nel fondo di un cassetto della nostra mente e che, per qualche motivo, ci sembra adeguata alla situazione. Insomma, non riusciamo mai a fare parte di qualcosa più grande di noi, non riusciamo ad essere uno dei pastelli nel set di matite o l'ingranaggio all'interno di un meccanismo. Si resta a margine, come una parola scritta sul bordo di una pagina e che si perde di vista. E alla fine, un po' per necessità, un po' per ridurre l'imbarazzo di tutti, finiamo col rimanere in silenzio e limitarci ad occupare quello spazio di confine tra il tempo degli altri e il nostro al quale sembriamo essere condannati. E' un po' come cercare di inserire una pagina nuova tra due pagine contigue dello stesso capitolo: è faticoso, richiede moltissimo impegno e non sempre è possibile, tanto che ci si potrebbe chiedere se valga davvero la pena perdere minuti preziosi e neuroni indispensabili per inserire quella pagina che, in fondo, è anche un po' strana e altera tutto l'equilibrio del capitolo. E' questa una delle cose che personalmente trovo più faticose dell'essere fuori sincrono: quella patina di stranezza incomprensibile che vediamo attribuitaci dall'occhio del nostro interlocutore, quello sguardo dubbioso e perplesso che leggeremo sempre negli occhi degli altri all'ennesima volta in cui mancheremo il colpo, salteremo la battuta, resteremo muti invece di avere la reazione attesa, fraintenderemo il comando o risponderemo troppo tardi all'esortazione. Qualcosa non quadra, se ne rendono conto anche loro, e non capiscono cosa sia: siamo lenti di comprendonio, goffi come pinguini sugli scogli, eremiti a cui è stato concesso un giorno di permesso o siamo semplicemente incompatibili? Alla fine, di solito, le persone decidono che a loro, in fondo, non importa sapere se siamo impacciati come un bambino a cui hanno annodato tra di loro i lacci delle scarpe o se siamo alieni venuti da un altro pianeta e vestiti con un Edgarabito. La verità è che non sono abbastanza in confidenza con noi e, d'altro canto, non siamo neanche così interessanti da stuzzicare la loro curiosità, così alla fine ci lasciano nel nostro margine, ad un passo dall'entrare in un insieme del diagramma di Eulero Venn ma sempre con quella caratteristica X che ci lascia fuori. E sia chiaro, non c'è niente da rimproverare o condannare in questo comportamento perché sarebbe come giudicare un ascoltatore perché preferisce la musica tonale a quella dodecafonica di Schonberg che, diciamoci la verità, sarà anche famosa ma è ascoltabile quanto un violino stonato sparato a tutto volume.
E' più facile e più rilassante stare con le persone simili a sé, piuttosto che faticare, magari per nulla, dietro a persone comprensibili come un puzzle smontato che, una volta ricomposto, potrebbe rivelarsi solo una rappresentazione di natura morta. Vale la pena rischiare, quando neanche le premesse sembrano giocare a nostro favore? In fondo, è una domanda legittima. Una volta capito cosa significhi essere fuori sincrono e aver affrontato il dilemma morale dell'interlocutore, resta una sola domanda da porsi, la domanda del giornalista d'assalto e del Poirot più navigato: perché siamo così caparbiamente fuori sincrono? La risposta a cui sono arrivata io, nell'infinita saggezza di anni di rimuginii è che, alla base di tutto, ci sia sempre lei, la nostra Voldemort personale: l'ansia. E' lei a farci tentennare, aspettare, soppesare per la milionesima volta i pro e i contro e, in sostanza, a farci accumulare secondi e minuti in un'immobilità da Pensatore di Rodin in ciccia e nevrosi. Valutiamo il valutato, e poi il valutato del valutato, e così facendo perdiamo tempo, rallentiamo le tappe e ci perdiamo nei bicchieri d'acqua, nel tentativo di controllare i nostri bisonti emotivi, di nascondere il disagio e l'insicurezza, in una parola, nel tentativo di essere perfetti. Ma in fondo, mi dico, se Schonberg è finito ad essere osannato nei libri di storia della musica per aver creato una tecnica strumentale piacevole come il pianto di un gatto alle tre del mattino, forse anche noi, più che fuori sincrono, siamo avanguardisti in attesa di essere scoperti. O forse dobbiamo solo darci una calmata e smettere di farci ispirare dagli spot della Nike per costruire i nostri obiettivi di vita. Basta quindi esigere l'impossibile ed iniziare ad accettare una buona volta che l'imperfezione è forse l'unica cosa che davvero ci rende uguali agli altri e che ci permetterà, una volta per tutte, di coronare un sogno ed entrare in uno degli insiemi di quel dannato diagramma di Eulero Venn.
Duille
domenica 26 febbraio 2017
L'imperfezione della perfezione (e viceversa)
Abbiamo già appurato che La La Land è un capolavoro. Lo abbiamo appurato dalla cascata di nomination ottenute ad ogni concorso esistente sulla faccia della Terra, sul fondale dei mari e sui diari segreti di ogni ragazzina e cinefilo. Lo abbiamo capito dall'ondata di recensioni, covers, pareri, foto, commenti e segnali di fumo che hanno invaso il web, i social, le linee telefoniche e i telegrafi.
Lo abbiamo capito dalla mastodontica mole di fazzoletti giustamente sacrificati per il decoro umano e per un finale che ha messo d'accordo 5 miliardi di esseri umani accomunati solo da un costitutivo gusto per il disaccordo. L'ho capito anche io che, martedì scorso, ne elogiavo la magnificenza sdraiata sul lettino della mia psicoterapeuta (sì, signori, Woody Allen mi fa un baffo). Alla fine della mia ovazione, la dottoressa mi ha fatto notare quello che potrebbe essere l'ovvio, ma che per un ansioso sociale tanto ovvio non è. La La Land, oltre che un'allegoria dell'amore, è anche l'elogio dell'imperfezione umana. Noi ansiosi questa verità l'abbiamo sentita molte volte ma non ci abbiamo mai creduto fino in fondo, un po' come non abbiamo mai creduto a Bigfoot, il mostro di Lochness o la gentilezza di Sgarbi. Eppure La La Land si prende la briga di dircelo di nuovo e con tanto di Power Point in sovraimpressione a motivare la sua affermazione. Non so voi, ma io, seduta in quella fin troppo minuscola poltroncina buia, ho visto un dito uscire dallo schermo e puntare al mio cuoricino da piccione cocciutamente prigioniero del mantra dell'Ideale. Perché l'ansioso sociale ha un grosso difetto, tra i tanti: ha preso troppo alla lettera la frase di Che Guevara che la Nike ripropone noiosamente ad ogni nuovo modello di scarpa: "Siate realisti, esigete l'impossibile". E questo noi richiediamo a noi stessi (e badate bene, solo a noi): la totale perfezione, l'asetticità dall'errore, la depurazione dallo sbaglio. Noi dobbiamo essere l'anello mancante tra l'uomo e il robot, ci imponiamo di diventare androidi organici che non sbagliano un colpo, che dicono sempre la cosa giusta al momento giusto, che sanno prevedere il discorso dell'altro e trovare la parola perfetta, detta con l'intonazione perfetta e accompagnata dall'espressione perfetta.
Da noi pretendiamo l'ineccepibilità di un baronetto inglese, la compassione di una santa, la sensibilità di Freud, la forza del leader rivoluzionario e la dolcezza di una succosa pesca matura. Nessuna sbavatura per noi, che sia quella del rossetto o di un'opinione mal calibrata, altrimenti ci aspetta la pubblica gogna, con ginocchia sui ceci, cappello d'asino e lettera scarlatta marcata a fuoco sulla fronte dal nostro peggior nemico (noi stessi). Questo perfezionismo ad ogni costo, neanche a dirlo, sfocia in una cautela da Kuzco nel covo delle pantere, nella trasformazione dei neuroni cerebrali in rotelle che si corrodono scricchiolanti a furia dell'uso e nella convocazione costante del gabinetto di governo ad ogni domanda a noi rivoltaci, che sia un "come stai" o una nostra opinione sul senso della vita. Per questo La La Land è così terapeutico: ci mostra, dati alla mano, cosa significhi essere spontanei e le conseguenze di questa spontaneità che, stranamente, non esita nella morte per annegamento. Sebastian è ruvido come un rotolone Regina fatto di carta vetrata, Mia è una che si vendica alla prima occasione, invece di chiudersi in un evitamento astioso e mortificato (che a noi, invece, piace tanto). Risultato: sono diventati una delle coppie più belle che si siano mai viste sullo schermo. Quindi dalla spontaneità e dall'errore è nato qualcosa di nuovo, proprio come dal letame nascono i fiori, per parafrasare De Andrè (o qualsiasi giardiniere). Eccola qui, la semplice verità di La La Land: la realtà supera sempre l'ideale e nessuna zuccherosa e perfetta storia romantica da film potrà mai battere la musica dell'imprevedibile effetto di un gesto autentico, anche se sbavato, macchiato e con pezzetti di origano tra i denti. La realtà può diventare un musical senza perdere un grammo di autenticità e sogno e realtà possono coincidere, a patto di lasciare la perfezione plasticosa dei romanzi rosa fuori dall'equazione. La perfezione ci rende imperfetti e relega nell'immobilismo del sogno, nella staticità della poltroncina di un cinema, al buio, da soli, a guardare come sempre le vite degli altri e ad impersonare uno dei meme più brutti della storia. Per essere perfetti basta solo (si fa per dire) essere autentici. E a quel punto forse non saremo perfetti per tutti, ma lo saremo per le uniche persone che contano davvero, quelle che amiamo. Di certo quindi La La Land non ha risolto i miei problemi di ansia sociale ma mi ha dato un briciolo di coraggio in più per credere che, forse, il resto del mondo ha ragione nel dire che ogni scarrafone è bello a mamma sua e che, forse, potrei accettare di essere lo scarrafone di qualcuno, invece dell'unicorno di pietra di troppi. Ecco, magari non subito, ma con calma la potrei anche tentare, questa trasformazione in coleottero. Purché non sia una cimice, va bene tutto.
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domenica 17 gennaio 2016
Artificieri laureati alla CEPU
Gli eventi sociali sono la morte per un'ansiosa come me. La piaga che ci affligge la portiamo nel nome, d'altronde. E' la società che ci sfianca, la folla che ci incava gli occhi nelle orbite, le interazioni con il prossimo che ci trasformano in impersonificazioni dell'Urlo di Munch. In fondo, il problema non è tanto il mondo, quanto la gente che lo abita. Viviamo in una nostra personalissima versione di The Walking Dead, solo che in questo mondo gli zombie parlano e invece di mangiarti il cervello, ti corrodono il corpo e la mente sparando parole acide.
Così, ogni volta che riceviamo un invito per eventi di qualsiasi tipo, sia essa la comunione della cuginetta o l'appuntamento dal parrucchiere, iniziamo a sudare freddo e ci prepariamo a corazzarci almeno al pari di Robocop. Ogni evento sociale è come aprire le porte dell'Inferno e spingerci dentro. Se Alice cadeva nella tana del Bianconiglio finendo a Wonderland, noi finiamo in un girone creato apposta per noi da un qualche demoniaco aggiornamento di Windows, fatto di sentieri nebbiosi che non portano a null'altro che a banchi di nebbia più o meno fitti e costellati da un assillante presentimento di imminente morte violenta. Più o meno come se ci fossimo avventurati in un campo minato indossando un paio di infradito che ci vanno un po' larghe, oppure fossimo finiti a passeggiare con il cane in un cimitero indiano sconsacrato. Ciò che ci manda più in crisi sono le decisioni da prendere di volta in volta in una situazione, decisioni che si moltiplicano come i gremlins a contatto con l'acqua, comprese quelle che riguardano il cosa dire, il quando dirlo e il come dirlo, oltre che ad una valanga di decisioni inerenti il linguaggio del corpo. Tutte queste decisioni sono accomunate da un senso di definitività, al punto che, al momento di premere il pulsante decisionale, sentiamo riecheggiare nell'aria la celebre frase di Anche i cani vanno in paradiso: "Non potrai più tornare indietro, non potrai più tornare indietro". Una decisione, per un ansioso sociale, quindi, ha la stessa certezza di un diamante: è per sempre. Se prendiamo la decisione sbagliata, quella ci porterà inevitabilmente ad un futuro di sofferenza e dannazione eterna, in cui verremo sfiniti dagli insulti del Serraglio fino a ridurci ad uno stato larvale e ci corroderemo nei nostri succhi gastrici. Capite bene che di fronte ad una tale prospettiva, il peso della decisione si fa un tantinello gravoso. Ogni movimento diventa davvero una questione di vita o di morte, con tanto di colonna sonora presa in prestito da qualche film d'azione. Improvvisamente, di fronte ad una scelta, ci ritroviamo artificieri davanti ad una bomba piazzata all'interno di un orfanotrofio pieno di pargoli e cuccioli di cane. Il destino dell'umanità è affidato a noi. A noi, CHE CI SIAMO LAUREATI ALLA CEPU! Praticamente siamo spacciati, ma ormai siamo lì, davanti a quel congegno complicatissimo e tutti contano su di noi, sulle nostre manine tremolanti, sul nostro sudore che inonda magliette, fronti e schiene, e sul nostro cuore che sta per raggiungere livelli da beatboxing pompando sangue ad un cervello che, invece, si rifiuta di prendersi qualsiasi responsabilità e che ha già chiamato il suo avvocato.
Quindi, vagliamo le opzioni. Filo rosso o filo blu? Regalo personale ma rischioso, perché potrebbe non piacergli affatto, oppure regalo standard che però ha il sapore del brodino a cui ci si è dimenticato di mettere il dado? Un saluto cortese con un ciao caricato di amicizia oppure un bell'abbraccio fraterno che spezza l'imbarazzo iniziale? In men che non si dica inizia un valzer di decisioni che vengono immediatamente rimangiate per il sopraggiungere di nuovi dubbi circa la fondatezza delle stesse. Filo rosso. No, filo blu. Anzi no, meglio il filo rosso. Ma il filo blu mi da' sensazioni più chiare. Però è anche vero che nei film si taglia sempre il filo rosso. Ma spesso all'ultimo secondo si opta per quello blu. Andiamo su e giù come uno yo-yo in questa danza tribale sfinente che di mistico non ha proprio nulla e che ci lascia più morti che vivi. In fondo, si tratta di una decisione impossibile perché, in realtà, nessuno sa cosa succederà se taglieremo il filo rosso o il filo blu. Eppure noi ci stiamo a ragionare per ore, fino a quando il tempo scade e ci ritroviamo trasformati comunque in spezzatini di carne da raccogliere con un cucchiaino (come fallire restando immobili). Ma perché ci comportiamo così? La logica vorrebbe che ad un certo punto, vista l'impossibilità di avere alcuna certezza, si prenda una decisione e si segua il mantra "sia quello che Dio vuole". Noi però sembriamo più affini ad un funzionamento ossessivo-compulsivo che ad un metodo di pensiero logico-razionale e sono giunta alla conclusione che una spiegazione ci sia a questo comportamento apparentemente insensato. Alla base di tutto questo rimuginare, secondo la mia esperienza, c'è un bisogno di perfezione che ci inchioda al muro dell'inettitudine e che si trasforma in un'ansia da prestazione che ci scaraventa nella notte di una bocca spalancata dalla paura, in quell'Urlo senza voce dipinto da Munch. La signora Perfettini, che nella mia mente è rappresentata da una donna degli anni '50 dei sobborghi americani, ci ricorda sempre che se le cose si fanno, le si fanno bene, il che significa che qualunque decisione prenderemo, dovrà non solo essere quella giusta, ma quella perfetta e, ovviamente, perfettamente eseguita. Il game over non è contemplato dalla nostra fata madrina sfornabiscotti e ancora meno sono accettate le cose approssimative. Tutto deve andare liscio come l'olio e se questo non accade, beh, la bomba esplode. Non esistono mezzi termini, non esistono i tentativi, esiste il fare e il non fare, come dice Yoda, non il provare. Solo che la nostra fatina dai capelli inamidati ha preso troppo alla lettera la teoria dello jedi alto quanto uno sgabello, rendendola dittatoriale. Il risultato è rimanere inchiodati all'incertezza, domandarsi fino all'ultimo quale maledetto filo tagliare, pur sapendo che non esiste risposta a questa domanda, fino quando, allo stremo delle forze, ne taglieremo uno, proprio ad un secondo dall'esplosione.
3....2....1.....zac!
E niente.
Scopriremo che non succede assolutamente niente dopo quel taglio. La bomba, era solo un giocattolo.
Duille
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- Duille
- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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