Visualizzazione post con etichetta routine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta routine. Mostra tutti i post
domenica 29 luglio 2018

Vita da ansiosi sociali: l'autobus

Quando si è un ansioso sociale, la vita è un tantinello difficile, perché ogni gesto deve essere calcolato al dettaglio al fine di evitare complicazioni che potrebbero scompensarci per ore. Un esempio? La scelta del posto sull'autobus. Nella mia mente, la maggior parte delle persone, quando sale su un mezzo di trasporto, sia esso un tram, un pullman, un filobus, il Nottetempo o il Gattobus di Totoro, sceglie un posto che vagamente lo aggrada, impiegando al massimo mezzo secondo del suo tempo.
Planata a volo d'uccello, localizzazione posto vuoto, accomodamento sul suddetto. Al massimo, credo si eviti il sedile vicino all'immancabile tizio che puzza o all'altrettanto immancabile maniaco sessuale. Io invece, in quei dieci secondi che intercorrono tra il momento in cui appoggio il piede sull'autobus a quello in cui mi siedo, ho riempito la mia lavagna mentale di calcoli complicatissimi che mi rendono più simile ad una Sheldon Cooper in gonnella che non ad una persona reale. Appena salita, infatti, valuto con occhio robotico la quantità di persone già sedute sul bus, radiografo il numero di posti liberi ancora disponibili e li mappo topograficamente. Incrocio quindi questi dati con l'orario e faccio una stima della massa di umanità che transiterà su quella superficie metallica fino alla mia fermata e della velocità con cui i posti saranno occupati prima del mio pit-stop. Questa analisi preliminare mi aiuta a prendere la mia prima, fondamentale decisione che, una volta definita, sarà inappellabile (perché sono una maledetta ansiosa convinta che nessuno abbia di meglio da fare che giudicare me): sedersi o non sedersi? Se i posti sono già pochi e l'orario propizio ad un'alta affluenza, il rischio che i sedili vuoti vengano in breve tempo occupati da natiche di varie misure ed età è piuttosto elevato e se un paio di quelle natiche sono le mie, il risultato è una graticola di intere mezzore nel timore che si presenti il classico nonnino barcollante in cerca di un sedile in cui scaricare le sue fragili ossa. Ora, io non ho niente contro gli anziani traballini, anzi, ma il problema è che l'ansia sociale mi impone la clausura, quindi dovermi sbracciare per offrire al nonnetto con bastone il mio sedile è assolutamente fuori discussione! Attirerei l'attenzione su di me e questo mi provocherebbe una vergogna tale da farmi diventare un ingrandimento delle guance Heidi! E poi c'è sempre la possibilità che il nonnetto in questione sia uno di quelli che nega l'evidenza della sua età e che quindi vive come una grave onta personale un gesto che, diciamolo, è una specie di monumento alla vecchiaia. Praticamente, come se gli stessi incidendo l'epitaffio sulla lapide. E naturalmente ci sono i finti vecchi, ovvero quelle persone che portano molto male la loro età e che quindi hanno pure ragione nell'offendersi di fronte ad una tale pornografica offerta. Quindi, nel caso l'allineamento dei pianeti sia sfavorevole, ed onde evitare ansia e senso di colpa per il mio inevitabile venir meno alle buone maniere, rinuncio in partenza al posto a sedere e cerco un angoletto in piedi. Niente di più facile vero? E invece no! Se decido di restare in piedi devo cercare quell'unico angolo di bus che rispetti le seguenti caratteristiche: 
1- deve essere lontano dalle porte, in modo da evitare angoscianti domande del tipo "Scende?" (che a Milano sono accompagnate da fastidiosissime inflessioni sdegnate della voce) e, nel caso di grande piena di viaggiatori, in modo da evitare di dover salire e scendere continuamente dall'autobus, obbligandomi a riguadagnare una postazione lottando contro i nuovi arrivati come un tonno che risale la corrente.
2- deve trovarsi lontano dalle obliteratrici: l'ultima cosa che voglio sono tentacoli umani che mi spuntano davanti agli occhi violando il mio sacrosanto spazio vitale sudatamente conquistato e facendomi sobbalzare come un impiegato che ha bevuto troppi caffè. Ancora peggio, non vorrei ritrovarmi a diventare io stessa tentacolo del tentacolo, obliterando per procura il biglietto di un perfetto sconosciuto. Potrei morire di ansia! 
3- deve essere lontano dai punti di passaggio principali, ovvero da tutti quei corridoi in cui le persone si appendono in stile prosciutto di Parma costringendo i passanti a spintoni e arrampicate nel tentativo di superare la massa di salumi umani. Mi angoscia sempre tantissimo quando, mentre prosciutto (voce del verbo prosciuttare) in quei punti, mi viene richiesto l'impossibile compito di liberare momentaneamente il passaggio, soprattutto visto che, di solito, se arrivo a piazzarmi lì, è perché l'autobus è straripante come la pancia di una persona sovrappeso con una maglietta troppo aderente. 
Dati questi vincoli, potrà sembrare impossibile trovare il posto perfetto, ma vi assicuro che esiste e non implica lo scavare una depandance in un lato del veicolo. Nei tram ad esempio ci sono deliziosi punti di raccordo tra i vagoni a forma di biglia in cui si può agevolmente sostare, mentre nell'autobus il paradiso è raggiunto in una zona dedicata ai disabili (ma solitamente non utilizzata), che è un vero Walhalla recintato e che darà la sicurezza della mucca nella stalla.
Se invece le condizioni ambientali sono propizie e la scelta del posto a sedere è possibile, la questione diventa dove sedersi. Oltre al consueto veto sul posto vicino al puzzone, al pazzo e al maniaco, io devo tenere in conto della posizione del sedile rispetto al bus e se optare per il posto singolo o doppio. Riguardo la prima questione, c'è da fare una premessa: io ho una visione un po' particolare della distribuzione umana nell'autobus, maturata in anni di viaggi paranoici in svariati mezzi di trasporto pubblici. L'autobus (o il tram) può essere suddiviso in tre parti: 
1- il muso, area di dominio geriatrica, in cui la dentiera, la sporta e il capello cotonato la fanno da padrone; 
2- la parte centrale, terra di nessuno in cui si ammassa l'80% del campionario umano; 
3- il fondo, dove la mia anima complottista colloca alcolisti, vandali, mangiamorte e cavalieri oscuri. 
Capite bene che la mia scelta si riduce immediatamente ai soli 2/3 dell'autobus, dato che non ho nessuna intenzione di accompagnarmi a gente con l'occhio sadico che lecca coltelli. 
Quando il mio lato compulsivo era alle stelle, sceglievo sempre il quarto posto davanti, lato destro e questo per un semplice motivo: era una zona di confine, ancora nell'Oldland ma ad un passo dalla No man Zone, il che riduceva il livello di sfigaggine da me percepito di almeno un paio di tacche. Tutt'altra storia è la questione posto singolo/posto doppio. Entrambi infatti hanno dei pro e dei contro: 
il POSTO SINGOLO garantisce un isolamento totale ma, in caso di arrivo di vecchino, donna incinta, pirata con la gamba di legno, mi sentirei moralmente obbligata a cedergli il posto, con conseguente tsunami emotivo. 
Il POSTO DOPPIO ribalta queste polarità perché, sedendomi dal lato finestrino, si annulla il problema della cessione del sedile: se il posto accanto a me è vuoto, potrà essere occupato e se è pieno, beh, è un problema del mio provvisorio collega di postazione. Il contro è che le probabilità di dover coesistere a strettissimo contatto con un perfetto sconosciuto sono altissime e altrettanto alto è il pericolo di dovergli rivolgere la parola nel malaugurato caso io debba scendere per prima. 
Anche in questo caso, la scelta dipenderà dal livello raggiunto quel giorno dal mio ansiometro. Per riassumere, quindi, la soluzione ottimale nei giorni di vacche grasse (ovvero i giorni in cui sono moderatamente felice e spensierata) è il posto doppio, lato finestrino, che mi concede almeno la gioia del carcerato e del gatto nel trasportino, ovvero quel quadratino di azzurro e grigio costituito dai marciapiedi, vera terra promessa dei miei viaggi della speranza e, nel caso di vacche magre (ovvero crisi esistenziali), ci sarà sempre la ricerca del mitologico posto in piedi in cui piantonarmi come uno stuzzicadenti nell'oliva. Unica costante in questo pazzo mondo di variabili, è la presenza di quelli che chiamo "dissuasori sociali", paragonabili all'armatura medievale del mio cavalierato ansioso e rappresentati da libri in cui immergermi fino alla cintola, cuffie da cementare nelle orecchie con un doppio strato di calce, transenne di plastica posizionate ad aiuola intorno a me e fili spinati elettrificati in cui faccio sfrigolare minacciosamente fette di bacon dimostrative, per i più ottusi di comprendonio o per gli estroversi patologici. E, naturalmente, esiste la Regola delle Regole, tatuata a fuoco nell'interno delle mie palpebre come il marchio del Parmigiano Reggiano sulle forme di formaggio: è tassativamente vietato il contatto visivo con altri esponenti del genere umano. Equivarrebbe ad una proposta di matrimonio con tanto di teatrale inginocchiamento, anello e banda di mariachi festanti. E, se non fosse ancora chiaro, piuttosto preferirei mettere la testa nei portelloni a scorrimento del bus mentre si chiudono. Mettendo in atto tutte queste accortezze da palombaro nella vasca degli squali, riesco solitamente a superare indenne il viaggio in questa scatoletta del dolore e, alla fine, ciò che mi resta è la razionale consapevolezza della mia estrema follia (come se ce ne fosse ancora bisogno) e il sollievo ansioso dato dal fatto che, per parafrasare il buon Dante, infine usciremo a riveder le stelle. 
Duille

lunedì 5 marzo 2018

Ansia di (da) voto

Noi ansiosi sociali, sulla base della mia esperienza da cavia, siamo creature che hanno bisogno di solide routine, talmente solide da potercisi sbattere agevolmente contro e da renderci quasi incomprensibili quei film horror basati sui loop temporali. Costruire una routine non è cosa da poco: esige fatica, sudori freddi, tachicardiche esplorazioni e tanto tempo sulla graticola prima di riuscire a cucirsela addosso. La ripetizione del sempre uguale è la chiave di questa impresa eccezionale.

Quando, quindi, la routine si rompe e subentra un evento nuovo, anche se a sua volta fagocitabile nella routine, si ha un effetto alla Guerra dei Mondi, con tanto di Carmina Burana in sottofondo. E non si creda che gli scardinatori della routine debbano avere le proporzioni di mastodontici martelli militareschi alla The Wall, pronti a marciare minacciosamente sulle nostre esili abitudini di carta di riso. Per un ansioso sociale, basta lo starnuto di  una pulce a ribaltarlo come dopo un giro nella centrifuga. Un esempio per tutti: le votazioni elettorali. Che siano quelle nazionali, comunali o destinate alla scelta del colore dei cancellini delle lavagne, la percezione che producono è sempre la stessa: un abuso di potere non necessario e sadicamente lesivo della nostra già fin troppo provata psiche. Non importa che si sia un attivista da centro sociale o un sostenitore fin dalla culla del diritto/dovere di voto. Qualsiasi ansioso sociale, anche il più motivato, proverà sempre paura e astio per il rituale del voto. Ad occhi profani questa nostra ambivalenza emotiva potrà sembrare una incomprensibile incoerenza, spiegabile solo facendo appello a quella dicotomia freudiana tra conscio ed inconscio o, più pragmaticamente, affidandosi alla celebre metafora dal balcone fuori dall'edificio o del cavallo all'esterno della stalla, a seconda delle influenze urbane o agricole. In fondo, dire "sei fuori come un balcone" è semplice, chiaro e mette un bel punto definitivo alla questione, lasciando liberi di tornare a più liete faccende, come spiare il vicino di casa o colpevolizzare il fruttivendolo marocchino per le disgrazie compiute dall'Isis. In realtà però, la questione della nostra ambivalenza è facilmente spiegabile: non è l'atto civico e politico del voto a causarci l'allergia, ma il rituale sociale del recarsi alle urne e conferire con gli scrutinatori dallo sguardo annoiato per ben due volte, prima e dopo il voto. Praticamente è come chiederci una doppia panatura nell'olio bollente. Ecco, quello è il vero, unico problema: stare in mezzo alla gente mentre si è costretti ad uscire dal proprio acquario. E' scontato quindi che, se non potremo evitare di rivolgere la parola agli scrutinatori, almeno cercheremo di ridurre all'osso l'incontro con le palle degli occhi di altri ignoti votanti, recandoci alle urne negli orari più improbabili, all'alba, ad esempio, o al calar delle tenebre in compagnia dei vampiri e degli alcolisti in pellegrinaggio al bar. E come se tutta questa traumatica esposizione sociale non fosse abbastanza, va considerata anche la combo con l'ansia da prestazione.
Qualcosa potrebbe andare storto, potremmo dimenticare la matita, sbagliare a piegare la scheda, andare alle urne senza passare dal via, inciampare nelle nostre gambe, rimanere impigliati nella tendina della cabina come una mosca nella carta moschicida, squittire il nostro nome o avere un'autocombustione facciale da imbarazzo difficile da giustificare. Il risultato sarebbe l'inevitabile walk of shame che nessuno, e dico proprio NESSUNO, vorrebbe dover affrontare, soprattutto se si vive vicino al luogo del delitto. Così di solito, la missione suicida della votazione viene anticipata da mesi di preparazione maniacale, ripetizioni mantra sui passaggi da compiere nel momento dell'ingresso nel salone del dolore ("Saluta, consegna, ritira") e tentativi di contenere la subitanea trasformazione in Ghost Raiders arrugginiti. Solo l'ingresso nella piccola scatola di fiammiferi che è la cabina elettorale riesce ad apportare un momento di sollievo. E' incredibilmente rassicurante sapere di essere finalmente soli tra le confortevoli tendine di carta scura del cubotto, un po' come essere avvolti nel Mantello dell'Invisibilità potteriano, ed è tutto così sollevante da spingerci a ventilare l'idea di farci un nido dentro e andare subitaneamente in letargo. Ma questo sollievo dura poco perché, anche se la questione sociale è momentaneamente sospesa, resta pur sempre l'ansia da prestazione che svolazza sulla nostra testa come una cimice e che si traduce nelle migliaia di domande (di cui sopra) che mettono in dubbio le nostre capacità intellettive di base, eclissate però di fronte all'Unica Domanda, paragonabile solo all'Unico Anello: quanto tempo restare nella cabina elettorale? Domanda gravosa, domanda importante, domanda decisiva per le sorti del nostro prossimo futuro. Restare troppo poco suggerirebbe una certa superficialità nella decisione o alluderebbe all'idea che stiamo prendendo l'incarico elettorale con troppa leggerezza. Restare troppo, d'altro canto, potrebbe risultare sospetto, farci sembrare indecisi o semplicemente portare a chiedersi se siamo stati risucchiati in un wormhole, se siamo svenuti sulla tessera o se, in preda all'indecisione su chi votare, abbiamo commesso harakiri sfruttando la matita spuntata come katana cerimoniale. Come si può capire, le tempistiche sono importantissime per la nostra credibilità di elettori, ma soprattutto per garantirci buone probabilità di uscita dal vespaio sociale delle votazioni senza grossi danni. Un bel respiro profondo (facciamo due) e via, si scosta il Mantello dell'invisibilità e ci si lascia risputare nel mondo, si sbrigano le ultime faccende burocratiche ("imbuca, ritira, saluta") e ci si dilegua nella notte, con tanto di nuvoletta di fumo. E finalmente, potremo tornare alla nostra cabina mentale, con le sue tendine di abitudini e la sua rassicurante, penombrosa ripetitività di carta. Sperando che nel frattempo, non cada il governo.
Duille



sabato 19 settembre 2015

Tentacoli di casa: routine

Molti di noi, quando erano piccoli, avevano un amico speciale, un giocattolo magico capace di regalarci il coraggio necessario a fare qualsiasi cosa, purché fosse con noi. Un pupazzetto di pezza, un camioncino, una copertina di stoffa alla Linus in cui rifugiarsi per combattere la paura. Era come se conservassimo dentro questi oggetti tutto il bene del mondo e ci sentivamo sicuri ad averli accanto a noi. 
Molti di noi conservano ancora quei magici Daimon da qualche parte. Molti di noi ne creano addirittura di nuovi: un libro che ha segnato un momento della nostra vita, un portachiavi morbido regalatoci alle medie, un quadernetto/scrigno in cui nascondere i nostri pensieri, l'Ipod con tutte le colonne sonore delle nostre emozioni, una sciarpa, un vecchio maglione sformato da indossare nei momenti di bisogno, una collana comprata per caso in un viaggio lontano. Sono tutti fratelli di quel pupazzetto che ormai siamo troppo grandi per portarci dietro nel nostro girovagare nel mondo. Potremmo dire che sono una versione in positivo degli Horcrux di Harry Potter. Solo che noi non abbiamo assassinato la nonna per crearli. In mezzo a tutte queste persone che si muovono in compagnia del loro protettore magico in miniatura, ci siamo noi, l'esercito degli ansiosi sociali, che di un portachiavi morbido, di una collana o di un quaderno non se ne fanno niente. O meglio, non bastano. L'ansioso sociale medio, come avrete capito, vive terrorizzato anche dai cestini della spazzatura. E' un fascio di nervi ambulante con gli occhi perennemente strabuzzanti come un gatto davanti ad una vasca da bagno piena. Praticamente, siamo dei lemuri in borghese. Tutto è minaccioso, pericoloso, da evitare. Ogni passo va calcolato meticolosamente, perché camminiamo sempre su un filo sospeso e senza neanche la cordicella di sicurezza sulla schiena, e questo non perché vogliamo fare gli impavidi. Semplicemente, nel circo dove lavoriamo noi vige la regola del massimo risparmio. Quindi, lemuri in borghese che camminano su fili sospesi, o ancora meglio, scalatori senza una gamba e con problemi di asma a cui dei bulli hanno rubato l'unico inalatore lasciandolo sulla cima del Kilimangiaro. Capite bene da questa metafora che noi non abbiamo nessun interesse a scalare quella montagna, né ci interessa fare cose che la nostra natura da primati ha snobbato per una vita, ma siamo costretti a farlo. E, come conseguenza, sentiamo il bisogno di corazzarci a dovere per evitare attacchi a sorpresa di aquile reali, stambecchi a cui abbiamo violato il territorio e marmotte a cui abbiamo pestato involontariamente la coda mentre confezionavano la cioccolata. 
Ma siccome indossare un armatura medioevale ci renderebbe un pelino appariscenti e andare in giro ricoperti di cuscini sarebbe piuttosto scomodo, ci tocca trovare alternative più "socialmente accettabili" per affrontare la nostra scalata quotidiana senza essere fatti a striscioline buone solo per un riso alla cantonese dal vento glaciale delle alte quote. E' così che ci ritroviamo a costruire infinite routine da rispettare alla lettera, che si stratificano negli anni aumentando le nostre difese immunitarie contro l'allergia alle persone, amuleti personali contro gli attacchi del pipistrello. Invece di avere quintali di ciondoli simboleggianti le religioni del mondo, noi abbiamo i talismani del coraggio, totem collezionabili come i fantasmini degli ovetti kinder, versioni delle zampe di coniglio in salsa ansia sociale rappresentate da rigide abitudini da non infrangere. Il che, attenzione, non ci rende dei soggetti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo. Noi non crediamo che uscire dal percorso prestabilito produca conseguenze terribili, o che un vaso di fiori caduto da un balcone ci manderà al Creatore se non seguiamo la traiettoria scavata dai nostri piedi in anni di routine. Semplicemente, quelle routine sono la nostra corazza contro il mondo, spazi in cui, lentamente, proiettiamo un pochino di casa, come dei bracci di piovra invisibili che si allungano nelle strade che percorriamo ogni giorno o piccole nuvolette di nebbia che si condensano in punti precisi dello spazio, con un grande cartellone sorridente che annuncia "Casa (quasi)". Sono proprio questo: estensioni di casa, protuberanze di camere, parti di arredamento galleggianti, mensole di cucina che svolazzano allegramente, scrivanie che galoppano al nostro fianco in pieno stile Spirit Cavallo Selvaggio. Pezzetti di casa volate insomma, un po' Alice nel Paese delle Meraviglie, un po' Castello errante di Howl dopo un'esplosione. In quei tentacoli invisibili sono irretiti, come su un nastro trasportarore da aeroporto, le nostre lampade, i piatti della cucina e sì, anche i nostri sanitari (perché, diciamocelo, non esiste cosa più intima al mondo della propria tazza del gabinetto). Le routine fanno le veci della "casa base" usata dai bambini quando giocano a rincorrersi. In quello spazio, non ci possono prendere, siamo parzialmente al sicuro. Quella è casa-base. Non proprio casa, ma comunque abbastanza familiari da permetterci di riprendere fiato e abbassare un pochino la guardia. Siamo un po' come dei treni che seguono dei binari immaginari tracciati in un campo pieno di mine. 


Ma facciamo un esempio, il mio, per la precisione: Io avevo un percorso molto preciso che mi permetteva di eseguire le attività quotidiane senza che mi cadessero i capelli ad ogni rumore forte: seguivo i binari invisibili dalla casa al pullman, passavo davanti allo stesso parco giochi tutti i giorni, prendevo sempre la stessa scorciatoia, attraversavo la strada sempre nello stesso punto e aspettavo alla fermata sempre ad una certa distanza dalla pensilina (non chiedetemi perché, sarebbe troppo lunga da spiegare). Entravo nell'autobus con il biglietto già in mano, obliteravo e mi sedevo nella quarta fila di sinistra, dal lato del finestrino, controllando sempre prima quanta gente ci fosse, per calcolare le probabilità che qualcuno si potesse sedere vicino a me. Quindi attaccavo il mio sgangherato mp3 e mi alienavo per i quaranta minuti che mi dividevano dall'arrivo. Giuro, per quaranta minuti io non guardavo nient'altro che il paesaggio fuori, ignorando completamente tutto quello che accadeva nell'autobus. Guardavo sfilare i paesi, facevo l'aggiornamento dei cambiamenti dettati da stagioni e intervento umano, salutavo le nutrie che mangiucchiavano nei campi. Avrei potuto ripetere il percorso del pullman ad occhi chiusi, con tanto di dettagli delle case o di coltura del periodo, ma non avrei saputo nemmeno indicare il genere della persona dietro di me. Pregate di non incontrare qualcuno come me se siete oggetto di un crimine. Non saprei identificare neanche un individuo vestito da clown tra dieci esattori delle tasse. Arrivata alla fermata, scendevo e mi settavo sui nuovi binari che mi avrebbero portato all'università: passavo davanti ad una pizzeria, un bar, quindi una via pedonale trafficata di studenti. Mi piaceva cercare le regolarità nella regolarità: il pendolare che comprava sempre la stessa mela dal fruttivendolo situato alla sinistra della strada, la ragazza nel cappotto giallo che risaliva la corrente come un salmone luccicante, portando a spasso il cane. Fantasticavo, mentre i binari mi portavano alla lezione del mattino. Avevo un posto preferito per ogni aula, sempre a metà stanza, in una posizione laterale, circa due o tre sedili oltre quello che dava al corridoio. Mangiavo sempre negli stessi posti, nelle stesse panchine o negli stessi scalini e andavo sempre negli stessi locali se ero in compagnia. 
Al ritorno, non mi fermavo a guardare le vetrine, non entravo nei negozi, perché non erano luoghi approvati dalla piovra e poi riprendevo l'autobus (sempre a certi orari) e mi sedevo nello stesso posto, quarta fila, lato finestrino e tornavo a casa, seguendo al contrario la stessa identica strada. Lo so, adesso vi sembrerà che forse dovrei rivedere la mia idea di non essere una ossessiva compulsiva, ma vi assicuro che non sto negando l'evidenza, anche perché, dopo quello che ho raccontato, ho mandato alle ortiche anche quell'ultima briciola di dignità che conservavo per i tempi difficili, quindi che senso avrebbe negare? Io avevo (e spesso ho ancora) bisogno di questi percorsi perché la paura era tanta, troppa. Noi ansiosi sociali viviamo costruendo continuamente corazze, all'infinito. E' la corazza che tiene a bada il pipistrello, facendolo volare più lontano. Finché siamo nel flusso invisibile del tentacolo, siamo un po' più al sicuro e riusciamo addirittura a concederci il lusso di una tintarella, noi, eterni lenzuoli sbiancati dalla paura, scambiati anche dai vampiri per gli avanzi di qualche spuntino altrui. Inutile tentare di mettere un piedino fuori dal percorso del tentacolo, perché il pipistrello non aspetta altro che svolazzarci vicino per mostrarci la valle di desolazione che è il nostro mondo. Mordor al confronto è un campo di fragoline di bosco popolato di orchetti con treccine bionde che saltellano felici con i loro cestini di vimini. Uno spettacolo forse di dubbio gusto estetico, ma di certo non pericoloso. Noi siamo come dei castori che costruiscono dighe. Costruiamo, costruiamo, per arginare il fiume che immancabilmente ci inonderà e, ricordo, noi non sappiamo nuotare e veniamo da un contesto psichico in cui il risparmio la fa da padrone! Siamo solo noi e il fiume. Quindi costruiamo in continuazione argini per continuare a muoverci, per fare quello che ci viene chiesto con insistenza di fare: essere normali. Creiamo protocolli neanche stessimo maneggiando particelle atomiche al Cern, ci mimetizziamo come insetti stecco tra il fogliame, ci improvvisiamo lampioni sperando che nessun cane ci faccia la pipì addosso. Le routine sono il nostro pupazzo di pezza, l'ennesima torre di guardia da cui controllare gli spostamenti del pipistrello e, dove necessario, assestargli un bel colpo di fionda. Quando si ha molta paura, si possono fare due cose: evitare la situazione oppure farsi abiti con carta bullonata in modo da attutire i colpi. La routine è la nostra carta bullonata. Non è tanto follia, quanto istinto di sopravvivenza. Forse allora più che lemuri in borghese, siamo Rambo in carta da pacchi.

Duille  


Here I am!

La mia foto
Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

Visite

Powered by Blogger.

Cerca nel blog

Lettori fissi

Archivio blog