lunedì 28 marzo 2016
La dura vita dello studente piccione
Laurearsi è un traguardo importante, sancisce la fine di un percorso, il coronamento di anni passati chini su libri da peso piuma, annegati in una burocrazia che sembra ferma all'età Shakesperiana e tormentati da domande esistenziali del tipo "ma quanto devo essere masochista per impelagarmi in altri cinque anni di sangue, sudore e lacrime?"
Perché, diciamocelo, la vita di uno studente universitario è tutt'altro che facile, soprattutto se si è uno studente squattrinato, ovvero uno studente piccione, di quelli che piluccano le briciole nelle strade o che si mettono sulle grate della metropolitana per scaldarsi d'inverno. Lo studente piccione medio affronta almeno due grossi traumi ricorrenti: l'acquisto dei libri e la sessione d'esame. Tralasciamo il secondo dilemma, la cui drammaticità è più facilmente intuibile, per concentrarci sul primo. Per quanto possa sembrare una cavolata, comprare i libri universitari è una vera impresa da poema omerico: "Lo studente dai due spicci in tasca ed il recupero della bibliografia: un'odissea in due atti". Partiamo dal fatto che in media si frequentano dai tre ai quattro corsi a trimestre e che, per ogni corso, sono previsti almeno due volumi da acquistare e studiare. Facendo un rapido calcolo, ciò significa che ogni tre mesi si veleggia intorno ai sei/otto manuali da reperire in ogni modo possibile, per una media di 24 libri all'anno. Capite bene che per uno studente piccione, che vive di cetriolini sottolio e si cuce i buchi nelle calze, ciò possa essere fonte di caduta precoce dei capelli, crisi epilettiche e deliri paranoidi temporanei. Soprattutto visto che i suddetti libri sono tutt'altro che economici. Quindi lo studente piccione, quello dai due spicci in tasca, si lancia in un'avventura che lo occuperà almeno per una settimana e che lo porterà ad improvvisarsi guerriero, diplomatico, mercante, mediatore, santone, fachiro, spia e ninja, padroneggiando la fine arte del riciclo creativo. Come e dove reperire i libri a prezzi contenuti o, se possibile, gratis? Beh, in questi casi le ipotesi sono due: rifornirsi in biblioteca o farsi prestare il libro da qualche studente facoltoso, che ribattezzeremo lo studente donnola. Sappiate però che gli studenti donnola che abbinino tasche ricolme di quattrini a cuori traboccanti di empatia sono piuttosto rari, mosche bianche in un mare di insetti poco disponibili al sostegno fraterno della categoria. Quindi la biblioteca resta l'unica opzione possibile. E' in questi momenti che si deve sguainare la spada, indossare gli stivali delle sette leghe e catapultarsi, numero di matricola alla mano, nella più vicina biblioteca che possegga il prezioso volumetto in custodia.
Impadronirsene è di vitale importanza ed impadronirsene prima degli altri è decisivo per le sorti dell'umanità, al punto da rendere accettabile anche l'investimento di vecchiette indifese che hanno osato intralciare, con i loro passettini da gnomo, la corsa all'oro. Arrivare anche un secondo in ritardo significherà dire addio al manuale per un tempo indeterminato e rischiare di dover fare giri molto più lunghi per poter mettere le mani su quel malefico libricino o, peggio, essere costretti a spaccare il porcellino e comprare il libro. Quindi non sono concessi errori, né tentennamenti e ancor meno sono accettati gesti di pietà nei confronti degli altri giocatori di questi hunger games universitari. Qui si tratta di sopravvivenza. Ma anche quando si saranno avvolte le ditina sudaticce intorno a questo vello di Giasone cartaceo, l'avventura dello studente piccione sarà tutt'altro che finita. Sarà infatti necessario ricorrere ai magici poteri dello stregone di turno, la copisteria, il che trasformerà l'avventura dello studente da fantasy cavalleresco a poliziesco da Romanzo Criminale. Lo studente piccione diventerà un novello Lupin, un Diabolik in zaino e scarpe da ginnastica, un Daredevil senza pugni d'acciaio, e si lancerà nei bassifondi dell'illegalità da disperato. Nel mondo universitario si scopre ben presto quali sono le copisterie che fanno parte del racket delle fotocopie e si impara subito come approcciarsi al rivenditore di fiducia. Se non altro, se per caso non si riuscirà a far fruttare la laurea, si potrà sempre tentare di entrare nella mala. Con fare disinvolto da Madre Teresa di Calcutta, sguardo innocente da pecorella ed un look che non dà troppo nell'occhio, ci si accorda con il rivenditore e si procede a grandi falcate verso l'ultima sfida da affrontare: la copiatura. Svestiti velocemente i panni di pusher angelicato, ci si cala nel ruolo del fachiro, adottando tutte le tecniche possibili ed immaginabili per non crollare appisolati sulla fotocopiatrice, vanificando il lavoro di una giornata. Si canticchia, si pensa ad altro, si ascolta la musica, si ripassa qualche materia, ci si puntella le palpebre con degli stuzzicadenti.
Tutto pur di concludere quel supplizio nel minor tempo possibile. La speranza è sempre quella di arrivare velocemente ad uno stato catatonico che automatizza l'azione lasciando l'occhio vitreo e la bocca sbavante. I più fortunati si lanciano in attività di fotocopiatura di gruppo, chiacchierando o alternandosi quando l'encefalogramma raggiunge livelli di piattume che potrebbero deteriorare i neuroni in modo irreparabile. Altrimenti, si opta per la meditazione o appunto, lo scorporamento dell'anima dall'involucro di carne, lasciando che la prima vaghi allegra verso lidi più lieti. Una volta terminato il duro lavoro senza aver saltato pagine o aver falciato intere frasi posizionando male il volume, e recuperate le facoltà mentali momentaneamente abbandonate, si provvederà a destinare allo stregone un obolo decisamente inferiore al prezzo originale e si sparirà nei meandri delle viuzze della città, come dei veri topi dei bassifondi. Solo in questo modo sarà possibile per lo studente piccione arrivare alla faticosa laurea senza dover vendere un rene, dormire sotto un ponte, rapinare banche o fare il voyeur della situazione fotografando di nascosto i libri dei colleghi in aula studio, passando per un feticista della carta stampata. Se la laurea è un traguardo, quindi, è di sicuro un traguardo che implica sacrifici, compromessi e doti da illusionista. E se si sopravvive, ci si potrà addirittura improvvisare supereroi.
Tutto pur di concludere quel supplizio nel minor tempo possibile. La speranza è sempre quella di arrivare velocemente ad uno stato catatonico che automatizza l'azione lasciando l'occhio vitreo e la bocca sbavante. I più fortunati si lanciano in attività di fotocopiatura di gruppo, chiacchierando o alternandosi quando l'encefalogramma raggiunge livelli di piattume che potrebbero deteriorare i neuroni in modo irreparabile. Altrimenti, si opta per la meditazione o appunto, lo scorporamento dell'anima dall'involucro di carne, lasciando che la prima vaghi allegra verso lidi più lieti. Una volta terminato il duro lavoro senza aver saltato pagine o aver falciato intere frasi posizionando male il volume, e recuperate le facoltà mentali momentaneamente abbandonate, si provvederà a destinare allo stregone un obolo decisamente inferiore al prezzo originale e si sparirà nei meandri delle viuzze della città, come dei veri topi dei bassifondi. Solo in questo modo sarà possibile per lo studente piccione arrivare alla faticosa laurea senza dover vendere un rene, dormire sotto un ponte, rapinare banche o fare il voyeur della situazione fotografando di nascosto i libri dei colleghi in aula studio, passando per un feticista della carta stampata. Se la laurea è un traguardo, quindi, è di sicuro un traguardo che implica sacrifici, compromessi e doti da illusionista. E se si sopravvive, ci si potrà addirittura improvvisare supereroi.
Duille
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sabato 5 marzo 2016
Fino al cuore del sistema: il Caso Spotlight
Ieri sera, sfidando le prime notti di marzo dall'odore di pioggia, sono andata al cinema a vedere un film che mi aveva incuriosita fin dalla sua uscita: il caso Spotlight. Vincitore di due Oscars come miglior film e migliore sceneggiatura originale, si annunciava essere un film scomodo che avrebbe riportato sotto i riflettori (gli spotlights, appunto) una scomoda verità sulla Chiesa Cattolica e sui casi di pedofilia tra i suoi sacerdoti che ormai da anni popolano le pagine di televisione e giornali in tutto il mondo.
Lo ammetto, non sono una novellina della questione: ho visto documentari e film zeppi di testimonianze delle vittime di questi abusi, oltre alle miriadi di articoli giornalistici che sono saltati fuori come ranelle d'acqua dal torbido stagno delle indagini giornalistiche. Mi aspettavo quindi che questo film avrebbe viaggiato sugli stessi binari, cercando di smuovere l'opinione pubblica mettendola di fronte all'orrore crudo della testimonianza, al racconto di un abuso che, già di per sé orribile, era reso ancora più terrificante perché perpetrato da una figura che, si suppone, dovrebbe rappresentare un modello e una guida, il bene personificato, il rappresentante di Dio in terra e di cui ci si fida come di un padre. E invece sono rimasta sorpresa nel vedere come il film abbia usato queste testimonianze come trampolino di lancio verso terreni ancora più torbidi, scegliendo una strada forse più difficile, perché meno legata all'immediato impatto emotivo che il contatto con una vittima crea. Il caso Spotlight infatti è prima di tutto la storia di un'inchiesta, quella del gruppo di giornalisti investigativi che, sotto la guida del nuovo direttore, si ritrovano davanti ad una verità dai tratti pandemici e psichiatrici diligentemente nascosta sotto il tappeto dai vertici ecclesiastici. Ciò che vediamo è l'indagine, lo scavo, che parte da una singola persona, da un filo sfuggito dall'intreccio del maglione, e che poi si rivela essere il punto di partenza di una trama più fitta e disturbante, di uno schema di proporzioni mostruose, fatta di insabbiamenti, di minacce più o meno velate, di abusi di potere, di documenti secretati e di altri che spariscono misteriosamente nel nulla, di complici annidati in ogni sfera del sistema sociale, di risarcimenti sottobanco e, ovviamente, di silenzi indifferenti. Tutto fatto per mantenere l'immagine ecclesiastica pulita.
I giornalisti si ritrovano in un vortice di notizie che li fa vacillare, indignare e spaventare, perché quello che scoprono non è un problema di poche mele marce, ma un'abitudine che è diventata sistema, tollerata e sostenuta e così diffusa da essere ovunque, anche a pochi isolati dalla propria casa. Il centro del film ruota proprio su questi due poli: l'omertà della Chiesa di fronte a questi crimini contro l'infanzia, con il complicatissimo sistema di trasferimenti dei preti pedofili e gli insabbiamenti che i poteri forti dell'istituzione hanno perpetrato, e l'agghiacciante consapevolezza che il pericolo è letteralmente dietro l'angolo. Il Caso Spotlight affonda le mani nella corruzione ecclesiastica, dipingendo un'organizzazione che ha più il sapore della criminalità organizzata che della spiritualità più alta, e con un potere tale da averle permesso di infiltrare suoi simpatizzanti ovunque. Scuola, chiesa, magistratura, politica: nessuno è al sicuro e se si scampa alla molestia è solo per fortuna, come ricorda il protagonista del film, solo perché, magari, da bambini si è preferito giocare a baseball piuttosto che a hockey. Allo stesso tempo però, il caso Spotlight non si pone come un film moralista, raccontando la storia di eroi senza macchia che lottano contro il sistema. Piuttosto sottolinea anche in questi la natura profondamente umana, fatta di egoismi, di leggerezze, di errori. Esseri umani che provano a fare la cosa giusta ma che, scontrandosi con il silenzio di altri poteri, finiscono col lasciarsi irretire, cavalieri sconfitti, dallo stesso sistema che hanno tentato di spezzare; individui che, per timore, scelgono di ignorare una realtà che potrebbe schiacciarli e che quindi di fatto preferiscono la propria salvezza a quella di altri.
Il film ci insegna quindi che siamo tutti un po' omertosi, omertosi nel non riflettere, nel non porci domande, nel fidarci ciecamente di persone la cui unica referenza è un abito talare dato non da Dio, ma da altri uomini, nella leggerezza con cui archiviamo storie come queste. Non esistono eroi in questa storia, ma solo persone che, ad un certo punto, decidono di fare la cosa giusta, anche se in ritardo di cinque anni. E questo, paradossalmente, è il punto di luce in tutto questo fango che ci arriva alla gola: la libertà e il pensiero critico possono fare la differenza e più persone riescono in questo intento, più gli effetti saranno ampi. Siamo noi che possiamo curare, con le nostre domande e le nostre critiche, un sistema malato che ha dimenticato i suoi principi.
In conclusione, il Caso Spotlight è un film potente, che non punta all'orrore o al disgusto, che non da' il solito pugno nello stomaco. Quello che questo film vuole fare, riuscendoci in pieno, è spaventare. Spaventare per risvegliarci dal torpore, per cambiare la visione che si ha della chiesa e delle persone che la rappresentano, per spogliarla di quell'aura di santità extraterrena di cui si è vestita per secoli, mostrandone invece la natura terrena, il pericolo, il cono d'ombra che l'oro e il bianco cercano di nascondere. Il caso Spotlight non è un attacco alla religione, ma all'istituzione Chiesa, che è fatta di persone, non di angeli, non di messaggeri di Dio. E' quanto di più umano possa esistere. Ed essendo umana, la si deve temere, criticare, migliorare.
Duille
domenica 14 febbraio 2016
Di come tutto ebbe inizio
Quella notte non riuscivo proprio a prendere sonno. Continuavo a rigirarmi nel letto, mentre le coperte tentavano un approccio drastico, quello dell'asfissia, nel nobile tentativo di aiutarmi nell'impresa di cadere tra le braccia di Morfeo. La mia mente era aggrovigliata come un gomitolo di lana intorno ad un solo pensiero: Aprire o non aprire questo blog? Era da così tanto che ci ragionavo sopra che, se mi avessero dato una moneta d'oro per ogni volta che la parola "blog" era comparsa nel mio encefalogramma, a quest'ora mi sarei trovata a scervellarmi su un letto imbottito di banconote. Le domande si affollavano nella mia mente come la popolazione giapponese all'interno di un vagone della metropolitana e ciò rendeva piuttosto ostico tentare di dare ordine e risposta a qualsivoglia questione.
Chiusi gli occhi, forse vinta dal sonno, forse definitivamente asfissiata dalle lenzuola. Li riaprii dopo quello che credevo fosse un secondo, e mi ritrovai di fronte una fatina vestita di arancio, con due grossi occhialoni rotondi intorno agli occhi. Si avvicinò al mio viso sbattendo le alucce: -Ciao!- disse allegra.
Io la guardai sorpresa e sentii qualcosa salire dal fondo della gola. Nel giro di un secondo risposi con uno starnuto poderoso che la scaraventò in fondo al letto.
- Scusa!- dissi dispiaciuta, - Hai smosso un sacco di polvere con tutto quel volare!-
La fatina riposizionò il suo cappello di lana sul testino piccolo come un pomello particolarmente minuto e, camminando sul letto per recuperare la posizione perduta, disse: - Sì, va beh, lasciamo perdere. Non sono qui per litigare, però una zampa davanti alla bocca potevi anche concedermela!-
- La prossima volta starò più attenta!-
- Oh, per l'amor della Natura, spero proprio che non ci sarà una prossima volta!-
Dopo questa affermazione, iniziai ad infastidirmi. Non solo venivo svegliata nel cuore della notte da una tipa grande quanto un my little pony, ma mi ero pure beccata la ramanzina dell'educatrice di turno. Decisi di mantenere la calma e cercare di farla sloggiare il prima possibile.
- Dunque....posso sapere il tuo nome? -
- Sono il fantasma del blog passato. -
La guardai per un attimo. Quindi mi azzardai a dire.
- Forse lo starnuto ti ha confuso le idee perché a me sembri molto una fatina. Una fatina irascibile, ma pur sempre una fatina.-
- Ma cos'è? Hai deciso di fare la polemica? Potrei avere l'aspetto di una fatina, ma sono un fantasma del passato. E smettila di discutere, che ho ancora un sacco di visite da fare e qui non abbiamo neanche iniziato! -
- Ok, ok! Scusa! Sei un fantasma del Natale passato....-
- Ma vedi che non ascolti? Non sono un fantasma del Natale, io! Quelle sono invenzioni letterarie. Io sono un fantasma del blog passato, il tuo blog. -
- Oh. Intendi il blog che scrissi per un po' quando ero un'adolescente e che nessuno leggeva nonostante io sperassi il contrario? -
Finalmente vidi l'entusiasmo illuminare il volto della fatina: - Esatto. Proprio quello! -
- Quindi suppongo che tu sia qui per dissuadermi dall'idea di aprire un nuovo blog, data l'esperienza fallimentare che impersoni. -
La luce si spense così velocemente che temetti le si fosse fulminata la lampadina interiore.
- Cosa? No! Assolutamente no! Non sono qui per questo, tutt'altro! Lasciami spiegare un attimo! Io...-
Ma non riuscì a dire nulla poiché un secco "pop" annunciò la comparsa di un minuscolo semino dagli occhioni spropositatamente grandi.
- E questo chi è? - domandai.
Il semino mi guardò felice o almeno così credetti. La fatina invece era tutt'altro che allegra:
- Cosa ci fai qui? E' troppo presto! Non ho neanche iniziato con questa qui. Torna più tardi! -
Il semino non fece una piega e continuò a sorriderle senza dire una parola. Io ormai tifavo per lui come la più accanita delle hooligans.
- Va beh, almeno dividiamoci gli spazi. Trenta minuti io e trenta minuti tu, ok? - La fata incontrò il silenzio dolcissimo del semino.
Decisi di intromettermi con una domanda che mi sembrava intelligente.
- Come mai non dice nulla?-
- Secondo te? E' un seme non vedi? Cosa vuoi che dica? Non ha mica le corde vocali! -
- Il fatto che abbia degli occhi grandi e acquosi come quelli di un cucciolo di foca invece è del tutto logico e normale per te!- risposi accigliata.
- Certo, anche lui è un fantasma. -
- Di cosa precisamente? Del ficus del futuro? -
- Spiritosa! Si tratta del fantasma del blog presente. Con la tua fastidiosa tendenza a fare domande inopportune mi hai fatto perdere tutto il tempo a mia disposizione ma, dato che il seme qui non aveva altri piani che guardarti con questi occhioni, ne approfitterò per concludere il discorso. Dicevamo: il blog del passato. Io...-
Ma di nuovo le parole della fata vennero interrotte dall'arrivo di quello che, se la matematica non è un'opinione, era il fantasma del blog futuro, una piccola piuma d'oca particolarmente elegante.
- Scusate, sono in anticipo. Speravo di poter chiedere al fantasma del blog presente di lasciarmi un po' di spazio extra per raccontarti le gioie del tuo futuro da blogger! -
- Ah, ma quindi questo non è un intervento dissuasivo?- domandai.
La piuma mi guardò elegantemente perplessa, quindi si rivolse alla fata.
- Ma come, non le hai ancora detto nulla? Speravo che avessi già fatto le presentazioni necessarie e che io dovessi occuparmi solo del colpo finale.-
- Ci sto provando da un un'ora e mezza, ma lei non è stata zitta un secondo!-
- Apprezzo sempre la sana curiosità!- rispose la piuma d'oca, strizzando elegantemente l'occhio dietro al suo monocolo perfettamente rotondo. Quindi, dopo aver ponderato con grazia per qualche istante, proruppe in uno sbuffetto gentile e disse: - Oh, beh, ormai siamo tutti qui, quindi direi di "quagliare", come dite voi giovani!"-
La fata lo guardò accigliata. - Ovvero? - domandò.
- Pensavo ad un intervento collettivo. - rispose la piuma con raffinatezza.
Il seme annuì felice e si strusciò contro la gamba della fata, che sospirando annuì. La piuma esplose in una risata fragorosa e disse, con la sua incredibile eleganza: - Benissimo allora. Cominciamo. Noi, cara, siamo i fantasmi del blog passato, presente e futuro. Siamo qui per dirti che scrivere un blog ti ha dato, ti da e ti darà tante soddisfazioni. -
- Esatto!- esclamò la fata. - Era proprio quello che cercavo di dirti! Ricordi quanto ti piaceva scrivere sul tuo vecchio blog? Anche se non ti leggevano neanche per sbaglio, tu eri comunque felice ed era questo che contava. -
- E io, in quanto fantasma del blog futuro, posso confermarti che continuerà a non leggerti praticamente nessuno, ma che la cosa non ti turberà affatto. Da questa esperienza trarrai tantissimi insegnamenti, crescerai come scrittrice e come essere umano, imparerai a metterti alla prova e diventerai più coraggiosa! Finalmente avrai uno spazio di parola totalmente tuo, in cui crescere e coltivarti come la brava piantina che sei.-
- E per quanto riguarda la costanza?- domandai.
- Di quella non mi preoccuperei affatto - rispose la piuma ammiccando in quel modo così elegante.
- E se ancora non bastasse, beccati questi occhioni!- aggiunse la fata, ponendomi davanti agli occhi il dolcissimo seme. Lui mi guardò per qualche attimo, ipnotizzandomi, quindi tirò fuori da non si sa dove un cartellino bianco con scritto: "Piantami, e io crescerò".
Un attimo dopo, aprii gli occhi, solleticata dalla luce del mattino. Mi alzai, convinta di aver fatto un sogno particolarmente pasticciato e andai alla scrivania, dove accesi il computer. In pochi secondi le mie mani iniziarono a digitare veloci e sicure il titolo del mio primo post: "L'inizio di un viaggio". E questa, signori, è la vera storia di come ho iniziato a scrivere su blogger (circa).
Duille
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domenica 7 febbraio 2016
Elogio dell'In-sicurezza
Qualche giorno fa stavo riprendendomi dall'ennesimo attacco di paranoia (tanto per cambiare). Avevo nuovamente permesso a qualcuno di percepirmi più vulnerabile di quanto volessi, il che aveva comportato una lavata di capo da lavanda gastrica da parte del Procione, che per l'occasione si era affilato le unghiette per farmi sentire una persona orribile e degna della stima di una pulce.
Avevo mostrato insicurezza, non avevo tenuto il controllo della situazione e non mi ero presentata al meglio, e per questo dovevo essere punita con l'autofustigazione emotiva e con qualche notte sui ceci. Ma non tutto il male viene per nuocere, per fortuna: infatti, ripensandoci oggi (dopo aver rimesso il guinzaglio al Procione), mi sono trovata a chiedermi cosa ci fosse di male, in fondo, ad essere insicura. Cosa c'è di così terribilmente sbagliato nel non essere sempre sul pezzo? Non è forse l'insicurezza un'emozione umana che tutti condividiamo? Perché allora nasconderla così accanitamente? E perché convocare il gabinetto di Stato interiore qualora si venga associati a questa caratteristica? Ecco, in questo caso ascoltare il Rimugiserpe si è rivelato insolitamente utile, perché ha fornito la risposta che cercavo: mostrarsi insicuri fa apparire deboli e nella nostra società, caratterizzata dal giudizio veloce, apparire deboli significa diventarlo. E nessuno vuole la compagnia di una persona piena di debolezze, diventa troppo impegnativa. L'insicurezza, per il nostro mondo, è paragonabile a quel mucchietto di polvere che si cerca disperatamente di nascondere sotto al tappeto persiano prima dell'arrivo dell'ospite di riguardo. Nessuno lo vuole vedere, nessuno vuole saperne nulla. Vogliamo tutti crogiolarci nell'illusione di un mondo in cui l'erosione delle rocce e la perdita cellulare siano frutto dell'immaginazione dei produttori di detersivi e continuare a vivere con l'utopica immagine patinata di una copertina di design conficcata nelle cornee, a guisa di un google glass cerebrale. La nostra società aspira ad un futurismo fatto di cyborg razionali e prestazionali che rispondano alla regola che ho ribattezzato "E.S.C.E.":
E= efficace
S = socievole
C = certo
E = esperto
In questo quadro non c'è spazio per il prefisso In-, né tantomeno per qualunque emozione che implichi quelle che generalmente chiamiamo "pippe mentali", "fisime", "crisi", "ansia" o anche, forse più propriamente, "dubbi". Però io credo che il prefisso In- vada rivalutato perché è ciò che, se usato a dovere, potrebbe salvarci dal suicidio di massa, dall'eremitaggio definitivo (con conseguente affollamento delle montagne - e allora, addio eremitaggio-) o peggio, dallo sgozzamento di piccoli cuccioli di dalmata allo scopo di farci una pelliccia.
Essere sanamente in-sicuri ci permette di coltivare le nostre emozioni, così da non rimanere appiattiti in sentimenti monocromatici da quaterback americano o da incappare in fughe precipitose da qualsiasi emozione che alteri i livelli di base del cardiogramma. L'in-sicurezza ci mette di fronte a quello che siamo, e ciò che siamo non è l'armadio perfettamente etichettato dell'ossessivo compulsivo, con le mutande organizzate per giorno d'uso, bensì un gran casino di emozioni dai nomi più o meno complicati. Possiamo anche vederla in modo più poetico: l'in-sicurezza ci fa conoscere una tavolozza di sensazioni che aspettano solo di mischiarsi, pasticciarsi, confondersi l'uno nell'altro, fino a rendere ogni momento un piccolo quadro impressionistico in cui il bianco di un abito è tutto fuorché bianco, ma la somma di minuscole pennellate di gialli, azzurri, rosa e ocra.
L'in-certezza ci apre alla domanda, ci spinge ad analizzare le situazioni da punti di vista diversi, ora guardando a testa in giù, ora coprendo l'occhio destro annullando l'effetto di profondità, ora spiando con la coda dell'occhio, regalandoci un effetto tridimensionale che, diciamolo, nessuna stampante 3D potrebbe mai raggiungere. Così facendo, smuovendo dubbi come la marea smuove la sabbia, scrosta noi, piccole cozze di mare, dalla roccia della certezza, ci allontana dal pregiudizio, ci scardina dal granitico verdetto senza fondamento, ci fa cadere con uno sgambetto dal piedistallo su cui troppo spesso tendiamo a sostare e ci invita a guardare dal basso, per una volta.
L'in-esperienza smuove la nostra curiosità, ci affama di sapere, ci fa bruciare di una sete deliziosa di comprensione, ci rende avventurosi, ci fa tornare bambini, riempiendoci di domande troppo acute a cui spesso nessuno ha risposta. L'in-esperienza ci dà un nuovo obiettivo, che non è, come si potrebbe pensare, quello di capire, ma di cercare di capire, di inseguire una visione piena delle cose, che scava negli angoli, infila il naso nelle fessure e talvolta, ficca anche le dita nella presa di corrente.
L'in-efficacia ci scopre fallimentari, sensibili alle bruciature, col naso colante dalla troppa pioggia, ma anche resistenti al fallimento, superstiti alla perdita, come alberi secolari dopo una tempesta o come quei palloncini che scivolano vittoriosi dai culetti dei bambini che li vogliono schiacciare durante le feste di compleanno.
La non socievolezza, infine, ci invita all'introspezione, all'ascolto ad occhi chiusi, al raccoglimento a conchiglia per sentire il suono del mare che dondola dentro di noi.
Dovremmo capire che questi prefissi che sembrano renderci precari, fragili e claudicanti come denti in procinto di cadere, sono in realtà gli stessi che ci permettono di essere sensibili, creativi e forti, insegnandoci che nel fondo di ogni caduta ci sarà solo un brutto ematoma da sfoggiare allo specchio e che tutte le persone sono più dell'immagine che mostrano. Quel prefisso, insomma, ci renderà un po' segugi e un po' sensitivi, un po' fiutatartufi e un po' bambini che incastrano la testa nelle sbarre di ferro del balcone.
L'insicurezza, più che un dente che cade, può essere una bella altalena che spicca il volo.
Duille
sabato 30 gennaio 2016
Non dimenticare
Quel sabato mattina mi svegliai presto e mi preparai ad uscire. Sentivo il peso di ciò che stavo per vedere gravarmi sulla fronte riflessa nello specchio, piegando la pelle in una piccola ruga di espressione e dandomi un'aria lievemente corrucciata. Non era una passeggiata d'altronde, lo sapevo bene. Stavo per entrare in un luogo di cui avevo letto ma che non avevo mai visto davvero e mi preoccupava l'effetto che avrebbe potuto avere sul mio cuoricino sempre troppo gonfio e fin troppo pronto ad indignarsi per quelle che consideravo essere le ingiustizie del mondo. A quell'epoca ero una diciassettenne estremamente sensibile e idealista, una di quelle adolescenti che indossavano ampie salopette colorate e che decoravano lo zaino con i simboli della pace. Volevo un mondo diverso, in cui le pagine dei libri di storia non fossero più scritte con il sangue di innocenti ed in cui ciascuno potesse vivere libero da ideologie razziste e disuguaglianze.
Era proprio questo idealismo che mi scorreva nelle vene a rendermi molto consapevole di ciò che stavo per affrontare. Stavo per entrare in un cimitero, in un macello legalizzato, pieno di echi che mi avrebbero raggelato il sangue. Una parte di me aveva paura, lo confesso, perché non volevo stare male. Stavo affrontando il mio secondo stage con la scuola e mi trovavo a Berlino da solo una settimana. Volevo divertirmi, come tutti gli altri, esplorare la città e stare in compagnia delle mie amiche, cercando di dimenticare problemi emotivi che per me erano sempre stati insormontabili. Quella era una gita facoltativa, a cui non tutti i miei compagni avevano aderito, e che avrei potuto saltare senza problemi. Ma io avevo subito deciso di partecipare. Non ci avevo pensato due volte. Sentivo una specie di senso di responsabilità verso coloro che si erano visti strappare via quella libertà che io davo tanto per scontata, e con essa la speranza, gli affetti, il futuro e, infine, la vita. Io dovevo loro un pezzetto della mia, di vita, sentivo di dover regalare loro un frammento del mio tempo, sentivo di dover guardare in faccia l'orrore del passato per poter apprezzare veramente la mia esistenza e non sprecarla in inutili fisime mentali da adolescente problematica. Glielo dovevo. Così, con la mia fronte corrucciata e il cuore carico di tormentate attese, salii sul pullman con gli altri miei valorosi compagni e partimmo alla volta del campo di concentramento. Faceva freddo, un freddo pungente e carico di solenne gravità. Era ottobre ed eravamo nel nord della Germania, quindi penso fosse del tutto normale, ma io volli credere, nella mia continua ricerca di un romanticismo nascosto ovunque, che quel cielo plumbeo fosse a lutto per noi. Era un annuncio. Da quel momento in poi, diceva quel cielo, ogni nostro passo avrebbe fatto l'eco a quello di migliaia di piedi che avevano varcato quelle porte del terrore. Il campo era piccolissimo, dall'ingresso si riuscivano a vedere tutte le mura di mattoni che ritagliavano quella porzione di terra come un francobollo perfettamente rettangolare. Non ricordo neanche il nome di quel luogo. Non era uno di quei campi famosi il cui nome riecheggia terrifico nei libri di scuola, come Auschwitz o Dakau, ma credo che in questi casi sia inutile fare stime di importanza. L'orrore non è mai stato proporzionale alla popolarità, dopotutto. Il campo, come dicevo, era piccolo, fatto di terra secca e erba ingrigita dall'autunno, o forse dai miei occhi appannati dal senso di quel luogo. C'erano piccole strade sterrate, che conducevano in vari punti del campo, come le celle e le fabbriche, ed intorno c'era quel verde smorto che sembrava aver visto troppo per poter mai più splendere. Quello era un luogo di morte e se ne sentiva il peso ad ogni passo.
Camminavamo in un silenzio irreale, carico di significato. Si sentiva solo lo sfregare delle nostre gambe inguantate in pantaloni pesanti e i cappotti frusciare nell'aria gelida, mentre i maglioni sonnecchiavano pigri sotto le giacche. I nostri passi rompevano inopportuni un silenzio sepolcrale, sembravano quasi dilaniarlo, quel silenzio. Avevo l'impressione che quelle scarpe da ginnastica e quegli stivali che galoppavano incerti sul suolo fossero irrispettosi, troppo ridanciani per quel luogo. Anche noi eravamo inopportuni, con la freschezza della nostra giovinezza e il calore dei nostri abiti sbattuti in faccia a quelle mura. Mentre ci muovevamo, il silenzio calava più cupo, l'aria si faceva più pesante, il cielo più grigio, il respiro più affannoso. Era come muoversi in un cimitero fatto di tombe invisibili e di occhi vuoti intrappolati nelle intercapedini dei mattoni. La terra sembrava essere impregnata di fotoni incolori e il dolore condensato in anni sbatacchiava contro la cassa toracica mischiandosi con le nostre sensazioni, fino al punto di confonderci. Qua e là erano state piantate delle specie di lapidi, su cui si ammucchiavano sassi di varie dimensioni, come se stessero riparandosi dal freddo pungente. Erano altre memorie, di tempi successivi, che lasciavano un segno su quelle, di memorie, sommandosi, accalcandosi fino a riempire tutto lo spazio. Tanti ebrei erano morti in quel luogo, ma anche dissidenti politici, Rom, Sinti, omosessuali, disabili mentali. Le conseguenze di una mente megalomane e affetta da una specie di distorta sindrome divina si estendeva in quel campo vuoto agli occhi, ma fin troppo pieno, se ascoltato con altri sensi. Se infatti la vista poteva percorrere a volo d'uccello tutto il campo, il corpo sembrava schiacciato da migliaia di altri corpi, il respiro sembrava rubare l'ossigeno ad altre bocche e la speranza sembrava spegnersi un po' di più ad ogni deglutizione, come una candela senza ossigeno. Mi sentivo piccola e impotente, terribilmente viva accanto a tutta quella morte. Era un luogo infestato, non c'era dubbio, ma non da fantasmi, quanto piuttosto da dolore e memoria di epoche diverse, che avevano impregnato le pareti delle celle, il filo spinato ormai arrugginito, le pietre in processione catturate in una fotografia, i sentieri bruciati, il silenzio tombale che non poteva essere spezzato. Oggi, ripensando a quel giorno, penso che quel luogo fosse maledetto, annegato nell'orrore di ciò che era accaduto e nell'orrore degli occhi che lo avevano visitato dopo. Mi piacerebbe pensare che, in un futuro lontano, quella maledizione e quel silenzio spettrale verranno spezzati da una risata fragorosa e piena. Credo che se lo meritino, in fondo, quei ricordi. Io quel giorno uscii dal campo un po' più pesante, portandomi attaccate alle suole delle scarpe i passi stanchi del passato, e un po' più viva, di fronte alla consapevolezza di un tempo che non mi sarebbe mai stato strappato.
Duille
domenica 24 gennaio 2016
Quando un'ansiosa sociale va in manifestazione...
Quando si manifesta, quello che si fa è un gesto. Un gesto di presenza, fatto di passi, parole, di corpi che si muovono all'unisono, di respiri che fanno buffe nuvolette nella stessa porzione di cielo. Manifestare è importante, ci rende padroni per un momento del cambiamento. Anche se solo per un giorno, crediamo nel futuro, anche se alcuni direbbero che in realtà crediamo nelle fate. Manifestare è quindi fare un passo, un gesto, donare un po' del proprio tempo a qualcosa di più grande di noi.
E nel mio caso, ha significato anche mettere da parte il mio terrore patologico da ansiosa sociale, raccogliere quelle due briciole di coraggio che conservo gelosamente e tuffarmi in questo oceano umano di manifestanti. Per un'ansiosa sociale come me, a cui viene un attacco di dermatite anche solo a camminare in una strada troppo affollata, pucciarsi come un biscotto in questa tazza di esseri umani è un vero atto di eroismo, una specie di sacrificio per la causa. E' come se si chiedesse ad una persona che non sa nuotare di fare la traversata dello stretto di Gibilterra senza neanche un bracciolo, è come proporre ad un claustrofobico di fare un corso di escapologia, è come far partecipare un afroamericano ad una festa del ku klux klan. Non so se ho reso l'idea. Per me stare in mezzo a tutte quelle persone è una vera tortura, perché mi scontro con un duplice terrore: la paura delle folle, che mi da' un senso di soffocamento pari solo a quello provato nel bagno della scuola dopo il passaggio dei fumatori, e la paura delle persone, che nella mia testa sono dei goblin verdastri e pieni di pustole pronti a giudicare e rifiutarti per qualsiasi cosa. Preferirei guardare tutta la saga di Saw senza censure piuttosto che infilarmi volontariamente in una di queste situazioni. Da qui lo scarso numero di tacche sul mio bastone delle manifestazioni. Questo di per sé non sarebbe un problema se non fosse per il mio idealismo convinto che mi accompagna da quando ho circa dodici anni, una specie di attitudine alla Robin Hood che mi porta ad indignarmi per un nonnulla ed ascoltare i Modena City Ramblers a nastro, ma di cui a volte farei volentieri a meno, e questo non perché la mia controparte arco, freccia e coda da volpe mi metta nei guai spingendomi ad agire anche quando non dovrei, ma piuttosto perché essa viene sempre frustrata dalla mia ansia sociale, che mi pietrifica come dopo aver ricevuto uno sguardo ammiccante dalla Medusa.
Di tanto in tanto riesco però ad evitare lo sguardo della serpiforme signora e a partecipare a qualcuno di questi eventi. Ieri era uno di quei giorni, il giorno del flashmob a favore della legalizzazione delle unioni omosessuali e delle coppie di fatto. Sia chiaro, da sola non sarei riuscita a combinare niente, ma per fortuna avevo la mia scorta personale di entusiasmo, ovvero la mia famiglia, a compensare la momentanea sparizione di Robin Hood, assente per una pausa gabinetto sospettosamente lunga. Così mi sono infagottata nella mia armatura di lana e sono uscita. Dopo un tragitto in macchina ed un'infinita traversata in tram, sono arrivata in Piazza della Scala, dove si sarebbe tenuta la manifestazione. Da qui in poi, tutte le mie emozioni hanno deciso di esprimersi contemporaneamente, accoppiandosi per antitesi. Così, tanto per fare qualcosa. Con mia somma gioiorrore (gioia + orrore), la piazza era gremita di persone, il che significava due cose: l'evento stava avendo un ottimo successo (da qui la gioia) e c'era una calca che avrebbe potenzialmente potuto uccidermi, fisicamente e metaforicamente (da qui l'orrore). Tenete conto che la folla ha per me una specie di effetto ustionante: è l'abolizione totale degli spazi personali, obbliga ad un contatto visivo e corporeo forzato che non lascia scampo, e si sa, gli sguardi sono l'anticamera dell'interazione, cosa che mi spaventa a morte, forse più delle folle. Insomma, il male per un'ansiosa sociale come me che sente il bisogno di sventolare l'ordine restrittivo che obbliga il mondo a tenere una distanza di almeno un metro e mezzo da sé. Dovunque mi girassi, mi agganciavo a sguardi casuali, a teste di cui non riconoscevo il corpo e venivo sballottata di qua e di là da persone di passaggio. Troppo contatto per me. Però era anche terribilmente bello vedere tutte quelle persone che ridevano e chiacchieravano, rannicchiandosi l'uno contro l'altro come dei pinguini reali al Polo Nord.
Per risolvere almeno la questione "sandwich", ovvero l'essere spinta da mille schiene, sederi e pance contro altre mille schiene, sederi e pance, abbiamo iniziato a cercare un posto sufficientemente comodo in cui sostare. Mentre ci davamo alla ricerca di questo Valhalla come ligi cani da tartufo, si è fatta avanti una mia vecchia conoscenza interiore, la coppia dentro/fuori. Mi spiego meglio: in quasi tutte le situazioni di gruppo, siano esse manifestazioni, concerti, convegni o code alla posta, mi assale un senso di vergogna molto intenso: mi sento un'impostora, un pesce fuor d'acqua, la signora con la sporta della spesa capitata per caso sul red carpet alla notte degli Oscar, proprio il giorno in cui si era messa le babbucce a causa di quell'attacco di callite particolarmente acuto.
Mi sento terribilmente fuori contesto, fuori dal coro, fuori luogo e fuori tempo, fuori da tutto insomma, e con l'impressione che tutti si domandino polemicamente cosa diavolo ci faccia io lì. Contemporaneamente però vengo pervasa dalla netta sensazione di essere circondata da persone simili a me, che condividono il mio modo di pensare, i miei valori, i miei ideali. Mi piace immaginare che questa sensazione sia data dal mio Robin Hood interiore che poga felice con i Robin Hood dei suoi vicini. Quindi mi sento un po' fuori e un po' dentro, un po' bianco e un po' nero, un po' tuorlo dell'uovo e un po' albume. So di essere nel posto giusto al momento giusto ma ho come la sensazione di essere l'unica a saperlo e che per gli altri io sia fuori posto. E' il lato persecutorio dell'ansia sociale, che non si tira mai indietro quando si trova di fronte ad un gruppo di persone. E' uno stakanovista, lui, a differenza di quell'incontinente di Robin Hood, che sparisce quando più ne hai bisogno.
Di fronte a quella massa di persone che sembravano provenire tutte dallo stesso centro sociale, quindi, io lottavo con la sensazione di dovermi defilare per non contaminare l'intera manifestazione con la mia ignorante presenza. Loro (compresi cani e bambini) sembravano crederci molto più di me, con le loro sveglie modificate ad hoc, le stampe sulle magliette, i capelli colorati, i palloncini, gli slogan su fogli di carta e il loro cipiglio da alternativi a cui ho sempre aspirato ma che non sono mai riuscita ad incarnare davvero. Persino gli alberi sembravano più sul pezzo di me.
Ma ho cercato di ricordarmi che c'ero e questa era l'unica cosa che contava. Alla fine ci siamo posizionate in una zona con un gruppetto di alberi (i famosi alberi molto sul pezzo) e abbiamo messo radici. Una posizione perfetta per la mia legnosa presenza. Mi era fisicamente impossibile mimetizzarmi con la chiassosa esuberanza della folla, ma almeno potevo tentare una mimesi con i tronchi vicino a me. Inoltre non ero nè troppo fuori dalla folla, ma neanche nel centro del ciclone, dove l'aria per respirare veniva centellinata e se ti cadeva la sciarpa potevi anche dirle addio per sempre. In quel punto, così vicino e così lontano, che rispecchiava così bene il rave party emozionale che mi si scolpiva dentro, ho trovato un pochino di pace interiore ed ho potuto mettere in pratica gli insegnamenti accumulati in anni di terapia. Invece di controllare come una chioccia preoccupata che dentro di me le emozioni mezze ubriache non facessero a pezzi i vasi ming del salotto, ho iniziato a guardarmi intorno. Ed è così che è sbocciata la meraviglia. Se c'è una cosa bella di questo tipo di manifestazioni, infatti, è l'arte che ogni persona riesce ad incarnare, la creatività gioiosa con cui ogni individuo racconta il proprio ideale di libertà. Quello che avevo davanti agli occhi era un poutpourri di persone, di colori, di stravaganze e sobrietà. C'erano bambini a diversi stadi di gnomaggine, cani di tutte le dimensioni, signore incappottate e ragazzini urlanti, associazioni lgbt e pastafariani in divisa, spose trampoliere e sveglie bi e tridimensionali, pelli e capelli di tutti i colori, gli antipodi del globo e le estremità del tempo dell'uomo, bolle di sapone e bandiere della pace, palloncini a forma di cuore e cuori leggeri come palloncini. Era tutto incredibilmente vivo, vivido, bello, felice e vitale. Nessun caffè al mondo potrebbe competere con quella vivacità. Avevo la netta sensazione che il mio corpo, sì, anche il mio corpo così anonimo e disadorno di simboli, fosse fondamentale in quel momento, perché occupava uno spazio e colmava un numero che faceva la differenza. Io facevo la differenza.
Questo mi ha fatto sentire bene e, anche se non ha convinto del tutto la mia ansia sociale, l'ha almeno rimessa al suo posto per un po'. Era tutta una questione di prospettiva, di guardare in modo nuovo, di smettere di dare potere ai miei lati distruttivi e iniziare a proiettarmi in quel mondo che tanto temevo. Così ciò che prima era una tortura adesso era se non altro una situazione scomoda velata da un certo grado di benessere, che sbocconcellava il tempo riducendolo, invece che dilatarlo. In men che non si dica era così arrivato il momento di iniziare il flashmob. Tutti hanno preso in mano le proprie sveglie, i cellulari, le chiavi di casi, le corde vocali e, dopo un veloce conto alla rovescia, al grido di "svegliati Italia, è ora" hanno iniziato a sventolare le chiavi, a far suonare le sveglie, a rintoccare le corde vocali, per ricordare che è il momento di andare avanti e riconoscere che la vita e l'amore non conoscono genere, ma solo identità, che il concetto di famiglia non è definibile né etichettabile, che dobbiamo smetterla di indicarci in base ai gusti sessuali e in base al genere, ma solo in base a che tipo di persone vogliamo e possiamo essere. E questo trascende ogni categorizzazione a priori, perché è un processo in continuo divenire. Lo sapeva bene quella piazza, che stava lottando per un futuro migliore, senza domandarsi chi fosse etero e chi non lo fosse, chi fosse sposato o allergico al matrimonio, chi fosse uomo o donna, chi fosse intimidito e chi euforico. E lo sapevo bene anche io, che univo lotta a lotta, che lottavo per un diritto inalienabile ed in cui credo profondamente, quello della libertà, e che contemporaneamente lottavo anche per la mia libertà personale dal giudicante fardello dell'ansia. Un passo alla volta, un gesto alla volta, rappresentato da un mazzo di chiavi tintinnante nell'aria.
domenica 17 gennaio 2016
Artificieri laureati alla CEPU
Gli eventi sociali sono la morte per un'ansiosa come me. La piaga che ci affligge la portiamo nel nome, d'altronde. E' la società che ci sfianca, la folla che ci incava gli occhi nelle orbite, le interazioni con il prossimo che ci trasformano in impersonificazioni dell'Urlo di Munch. In fondo, il problema non è tanto il mondo, quanto la gente che lo abita. Viviamo in una nostra personalissima versione di The Walking Dead, solo che in questo mondo gli zombie parlano e invece di mangiarti il cervello, ti corrodono il corpo e la mente sparando parole acide.
Così, ogni volta che riceviamo un invito per eventi di qualsiasi tipo, sia essa la comunione della cuginetta o l'appuntamento dal parrucchiere, iniziamo a sudare freddo e ci prepariamo a corazzarci almeno al pari di Robocop. Ogni evento sociale è come aprire le porte dell'Inferno e spingerci dentro. Se Alice cadeva nella tana del Bianconiglio finendo a Wonderland, noi finiamo in un girone creato apposta per noi da un qualche demoniaco aggiornamento di Windows, fatto di sentieri nebbiosi che non portano a null'altro che a banchi di nebbia più o meno fitti e costellati da un assillante presentimento di imminente morte violenta. Più o meno come se ci fossimo avventurati in un campo minato indossando un paio di infradito che ci vanno un po' larghe, oppure fossimo finiti a passeggiare con il cane in un cimitero indiano sconsacrato. Ciò che ci manda più in crisi sono le decisioni da prendere di volta in volta in una situazione, decisioni che si moltiplicano come i gremlins a contatto con l'acqua, comprese quelle che riguardano il cosa dire, il quando dirlo e il come dirlo, oltre che ad una valanga di decisioni inerenti il linguaggio del corpo. Tutte queste decisioni sono accomunate da un senso di definitività, al punto che, al momento di premere il pulsante decisionale, sentiamo riecheggiare nell'aria la celebre frase di Anche i cani vanno in paradiso: "Non potrai più tornare indietro, non potrai più tornare indietro". Una decisione, per un ansioso sociale, quindi, ha la stessa certezza di un diamante: è per sempre. Se prendiamo la decisione sbagliata, quella ci porterà inevitabilmente ad un futuro di sofferenza e dannazione eterna, in cui verremo sfiniti dagli insulti del Serraglio fino a ridurci ad uno stato larvale e ci corroderemo nei nostri succhi gastrici. Capite bene che di fronte ad una tale prospettiva, il peso della decisione si fa un tantinello gravoso. Ogni movimento diventa davvero una questione di vita o di morte, con tanto di colonna sonora presa in prestito da qualche film d'azione. Improvvisamente, di fronte ad una scelta, ci ritroviamo artificieri davanti ad una bomba piazzata all'interno di un orfanotrofio pieno di pargoli e cuccioli di cane. Il destino dell'umanità è affidato a noi. A noi, CHE CI SIAMO LAUREATI ALLA CEPU! Praticamente siamo spacciati, ma ormai siamo lì, davanti a quel congegno complicatissimo e tutti contano su di noi, sulle nostre manine tremolanti, sul nostro sudore che inonda magliette, fronti e schiene, e sul nostro cuore che sta per raggiungere livelli da beatboxing pompando sangue ad un cervello che, invece, si rifiuta di prendersi qualsiasi responsabilità e che ha già chiamato il suo avvocato.
Quindi, vagliamo le opzioni. Filo rosso o filo blu? Regalo personale ma rischioso, perché potrebbe non piacergli affatto, oppure regalo standard che però ha il sapore del brodino a cui ci si è dimenticato di mettere il dado? Un saluto cortese con un ciao caricato di amicizia oppure un bell'abbraccio fraterno che spezza l'imbarazzo iniziale? In men che non si dica inizia un valzer di decisioni che vengono immediatamente rimangiate per il sopraggiungere di nuovi dubbi circa la fondatezza delle stesse. Filo rosso. No, filo blu. Anzi no, meglio il filo rosso. Ma il filo blu mi da' sensazioni più chiare. Però è anche vero che nei film si taglia sempre il filo rosso. Ma spesso all'ultimo secondo si opta per quello blu. Andiamo su e giù come uno yo-yo in questa danza tribale sfinente che di mistico non ha proprio nulla e che ci lascia più morti che vivi. In fondo, si tratta di una decisione impossibile perché, in realtà, nessuno sa cosa succederà se taglieremo il filo rosso o il filo blu. Eppure noi ci stiamo a ragionare per ore, fino a quando il tempo scade e ci ritroviamo trasformati comunque in spezzatini di carne da raccogliere con un cucchiaino (come fallire restando immobili). Ma perché ci comportiamo così? La logica vorrebbe che ad un certo punto, vista l'impossibilità di avere alcuna certezza, si prenda una decisione e si segua il mantra "sia quello che Dio vuole". Noi però sembriamo più affini ad un funzionamento ossessivo-compulsivo che ad un metodo di pensiero logico-razionale e sono giunta alla conclusione che una spiegazione ci sia a questo comportamento apparentemente insensato. Alla base di tutto questo rimuginare, secondo la mia esperienza, c'è un bisogno di perfezione che ci inchioda al muro dell'inettitudine e che si trasforma in un'ansia da prestazione che ci scaraventa nella notte di una bocca spalancata dalla paura, in quell'Urlo senza voce dipinto da Munch. La signora Perfettini, che nella mia mente è rappresentata da una donna degli anni '50 dei sobborghi americani, ci ricorda sempre che se le cose si fanno, le si fanno bene, il che significa che qualunque decisione prenderemo, dovrà non solo essere quella giusta, ma quella perfetta e, ovviamente, perfettamente eseguita. Il game over non è contemplato dalla nostra fata madrina sfornabiscotti e ancora meno sono accettate le cose approssimative. Tutto deve andare liscio come l'olio e se questo non accade, beh, la bomba esplode. Non esistono mezzi termini, non esistono i tentativi, esiste il fare e il non fare, come dice Yoda, non il provare. Solo che la nostra fatina dai capelli inamidati ha preso troppo alla lettera la teoria dello jedi alto quanto uno sgabello, rendendola dittatoriale. Il risultato è rimanere inchiodati all'incertezza, domandarsi fino all'ultimo quale maledetto filo tagliare, pur sapendo che non esiste risposta a questa domanda, fino quando, allo stremo delle forze, ne taglieremo uno, proprio ad un secondo dall'esplosione.
3....2....1.....zac!
E niente.
Scopriremo che non succede assolutamente niente dopo quel taglio. La bomba, era solo un giocattolo.
Duille
Etichette:ansia sociale,indecisione,perfezionismo | 0
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- Duille
- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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