domenica 14 febbraio 2016
Di come tutto ebbe inizio
Quella notte non riuscivo proprio a prendere sonno. Continuavo a rigirarmi nel letto, mentre le coperte tentavano un approccio drastico, quello dell'asfissia, nel nobile tentativo di aiutarmi nell'impresa di cadere tra le braccia di Morfeo. La mia mente era aggrovigliata come un gomitolo di lana intorno ad un solo pensiero: Aprire o non aprire questo blog? Era da così tanto che ci ragionavo sopra che, se mi avessero dato una moneta d'oro per ogni volta che la parola "blog" era comparsa nel mio encefalogramma, a quest'ora mi sarei trovata a scervellarmi su un letto imbottito di banconote. Le domande si affollavano nella mia mente come la popolazione giapponese all'interno di un vagone della metropolitana e ciò rendeva piuttosto ostico tentare di dare ordine e risposta a qualsivoglia questione.
Chiusi gli occhi, forse vinta dal sonno, forse definitivamente asfissiata dalle lenzuola. Li riaprii dopo quello che credevo fosse un secondo, e mi ritrovai di fronte una fatina vestita di arancio, con due grossi occhialoni rotondi intorno agli occhi. Si avvicinò al mio viso sbattendo le alucce: -Ciao!- disse allegra.
Io la guardai sorpresa e sentii qualcosa salire dal fondo della gola. Nel giro di un secondo risposi con uno starnuto poderoso che la scaraventò in fondo al letto.
- Scusa!- dissi dispiaciuta, - Hai smosso un sacco di polvere con tutto quel volare!-
La fatina riposizionò il suo cappello di lana sul testino piccolo come un pomello particolarmente minuto e, camminando sul letto per recuperare la posizione perduta, disse: - Sì, va beh, lasciamo perdere. Non sono qui per litigare, però una zampa davanti alla bocca potevi anche concedermela!-
- La prossima volta starò più attenta!-
- Oh, per l'amor della Natura, spero proprio che non ci sarà una prossima volta!-
Dopo questa affermazione, iniziai ad infastidirmi. Non solo venivo svegliata nel cuore della notte da una tipa grande quanto un my little pony, ma mi ero pure beccata la ramanzina dell'educatrice di turno. Decisi di mantenere la calma e cercare di farla sloggiare il prima possibile.
- Dunque....posso sapere il tuo nome? -
- Sono il fantasma del blog passato. -
La guardai per un attimo. Quindi mi azzardai a dire.
- Forse lo starnuto ti ha confuso le idee perché a me sembri molto una fatina. Una fatina irascibile, ma pur sempre una fatina.-
- Ma cos'è? Hai deciso di fare la polemica? Potrei avere l'aspetto di una fatina, ma sono un fantasma del passato. E smettila di discutere, che ho ancora un sacco di visite da fare e qui non abbiamo neanche iniziato! -
- Ok, ok! Scusa! Sei un fantasma del Natale passato....-
- Ma vedi che non ascolti? Non sono un fantasma del Natale, io! Quelle sono invenzioni letterarie. Io sono un fantasma del blog passato, il tuo blog. -
- Oh. Intendi il blog che scrissi per un po' quando ero un'adolescente e che nessuno leggeva nonostante io sperassi il contrario? -
Finalmente vidi l'entusiasmo illuminare il volto della fatina: - Esatto. Proprio quello! -
- Quindi suppongo che tu sia qui per dissuadermi dall'idea di aprire un nuovo blog, data l'esperienza fallimentare che impersoni. -
La luce si spense così velocemente che temetti le si fosse fulminata la lampadina interiore.
- Cosa? No! Assolutamente no! Non sono qui per questo, tutt'altro! Lasciami spiegare un attimo! Io...-
Ma non riuscì a dire nulla poiché un secco "pop" annunciò la comparsa di un minuscolo semino dagli occhioni spropositatamente grandi.
- E questo chi è? - domandai.
Il semino mi guardò felice o almeno così credetti. La fatina invece era tutt'altro che allegra:
- Cosa ci fai qui? E' troppo presto! Non ho neanche iniziato con questa qui. Torna più tardi! -
Il semino non fece una piega e continuò a sorriderle senza dire una parola. Io ormai tifavo per lui come la più accanita delle hooligans.
- Va beh, almeno dividiamoci gli spazi. Trenta minuti io e trenta minuti tu, ok? - La fata incontrò il silenzio dolcissimo del semino.
Decisi di intromettermi con una domanda che mi sembrava intelligente.
- Come mai non dice nulla?-
- Secondo te? E' un seme non vedi? Cosa vuoi che dica? Non ha mica le corde vocali! -
- Il fatto che abbia degli occhi grandi e acquosi come quelli di un cucciolo di foca invece è del tutto logico e normale per te!- risposi accigliata.
- Certo, anche lui è un fantasma. -
- Di cosa precisamente? Del ficus del futuro? -
- Spiritosa! Si tratta del fantasma del blog presente. Con la tua fastidiosa tendenza a fare domande inopportune mi hai fatto perdere tutto il tempo a mia disposizione ma, dato che il seme qui non aveva altri piani che guardarti con questi occhioni, ne approfitterò per concludere il discorso. Dicevamo: il blog del passato. Io...-
Ma di nuovo le parole della fata vennero interrotte dall'arrivo di quello che, se la matematica non è un'opinione, era il fantasma del blog futuro, una piccola piuma d'oca particolarmente elegante.
- Scusate, sono in anticipo. Speravo di poter chiedere al fantasma del blog presente di lasciarmi un po' di spazio extra per raccontarti le gioie del tuo futuro da blogger! -
- Ah, ma quindi questo non è un intervento dissuasivo?- domandai.
La piuma mi guardò elegantemente perplessa, quindi si rivolse alla fata.
- Ma come, non le hai ancora detto nulla? Speravo che avessi già fatto le presentazioni necessarie e che io dovessi occuparmi solo del colpo finale.-
- Ci sto provando da un un'ora e mezza, ma lei non è stata zitta un secondo!-
- Apprezzo sempre la sana curiosità!- rispose la piuma d'oca, strizzando elegantemente l'occhio dietro al suo monocolo perfettamente rotondo. Quindi, dopo aver ponderato con grazia per qualche istante, proruppe in uno sbuffetto gentile e disse: - Oh, beh, ormai siamo tutti qui, quindi direi di "quagliare", come dite voi giovani!"-
La fata lo guardò accigliata. - Ovvero? - domandò.
- Pensavo ad un intervento collettivo. - rispose la piuma con raffinatezza.
Il seme annuì felice e si strusciò contro la gamba della fata, che sospirando annuì. La piuma esplose in una risata fragorosa e disse, con la sua incredibile eleganza: - Benissimo allora. Cominciamo. Noi, cara, siamo i fantasmi del blog passato, presente e futuro. Siamo qui per dirti che scrivere un blog ti ha dato, ti da e ti darà tante soddisfazioni. -
- Esatto!- esclamò la fata. - Era proprio quello che cercavo di dirti! Ricordi quanto ti piaceva scrivere sul tuo vecchio blog? Anche se non ti leggevano neanche per sbaglio, tu eri comunque felice ed era questo che contava. -
- E io, in quanto fantasma del blog futuro, posso confermarti che continuerà a non leggerti praticamente nessuno, ma che la cosa non ti turberà affatto. Da questa esperienza trarrai tantissimi insegnamenti, crescerai come scrittrice e come essere umano, imparerai a metterti alla prova e diventerai più coraggiosa! Finalmente avrai uno spazio di parola totalmente tuo, in cui crescere e coltivarti come la brava piantina che sei.-
- E per quanto riguarda la costanza?- domandai.
- Di quella non mi preoccuperei affatto - rispose la piuma ammiccando in quel modo così elegante.
- E se ancora non bastasse, beccati questi occhioni!- aggiunse la fata, ponendomi davanti agli occhi il dolcissimo seme. Lui mi guardò per qualche attimo, ipnotizzandomi, quindi tirò fuori da non si sa dove un cartellino bianco con scritto: "Piantami, e io crescerò".
Un attimo dopo, aprii gli occhi, solleticata dalla luce del mattino. Mi alzai, convinta di aver fatto un sogno particolarmente pasticciato e andai alla scrivania, dove accesi il computer. In pochi secondi le mie mani iniziarono a digitare veloci e sicure il titolo del mio primo post: "L'inizio di un viaggio". E questa, signori, è la vera storia di come ho iniziato a scrivere su blogger (circa).
Duille
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domenica 7 febbraio 2016
Elogio dell'In-sicurezza
Qualche giorno fa stavo riprendendomi dall'ennesimo attacco di paranoia (tanto per cambiare). Avevo nuovamente permesso a qualcuno di percepirmi più vulnerabile di quanto volessi, il che aveva comportato una lavata di capo da lavanda gastrica da parte del Procione, che per l'occasione si era affilato le unghiette per farmi sentire una persona orribile e degna della stima di una pulce.
Avevo mostrato insicurezza, non avevo tenuto il controllo della situazione e non mi ero presentata al meglio, e per questo dovevo essere punita con l'autofustigazione emotiva e con qualche notte sui ceci. Ma non tutto il male viene per nuocere, per fortuna: infatti, ripensandoci oggi (dopo aver rimesso il guinzaglio al Procione), mi sono trovata a chiedermi cosa ci fosse di male, in fondo, ad essere insicura. Cosa c'è di così terribilmente sbagliato nel non essere sempre sul pezzo? Non è forse l'insicurezza un'emozione umana che tutti condividiamo? Perché allora nasconderla così accanitamente? E perché convocare il gabinetto di Stato interiore qualora si venga associati a questa caratteristica? Ecco, in questo caso ascoltare il Rimugiserpe si è rivelato insolitamente utile, perché ha fornito la risposta che cercavo: mostrarsi insicuri fa apparire deboli e nella nostra società, caratterizzata dal giudizio veloce, apparire deboli significa diventarlo. E nessuno vuole la compagnia di una persona piena di debolezze, diventa troppo impegnativa. L'insicurezza, per il nostro mondo, è paragonabile a quel mucchietto di polvere che si cerca disperatamente di nascondere sotto al tappeto persiano prima dell'arrivo dell'ospite di riguardo. Nessuno lo vuole vedere, nessuno vuole saperne nulla. Vogliamo tutti crogiolarci nell'illusione di un mondo in cui l'erosione delle rocce e la perdita cellulare siano frutto dell'immaginazione dei produttori di detersivi e continuare a vivere con l'utopica immagine patinata di una copertina di design conficcata nelle cornee, a guisa di un google glass cerebrale. La nostra società aspira ad un futurismo fatto di cyborg razionali e prestazionali che rispondano alla regola che ho ribattezzato "E.S.C.E.":
E= efficace
S = socievole
C = certo
E = esperto
In questo quadro non c'è spazio per il prefisso In-, né tantomeno per qualunque emozione che implichi quelle che generalmente chiamiamo "pippe mentali", "fisime", "crisi", "ansia" o anche, forse più propriamente, "dubbi". Però io credo che il prefisso In- vada rivalutato perché è ciò che, se usato a dovere, potrebbe salvarci dal suicidio di massa, dall'eremitaggio definitivo (con conseguente affollamento delle montagne - e allora, addio eremitaggio-) o peggio, dallo sgozzamento di piccoli cuccioli di dalmata allo scopo di farci una pelliccia.
Essere sanamente in-sicuri ci permette di coltivare le nostre emozioni, così da non rimanere appiattiti in sentimenti monocromatici da quaterback americano o da incappare in fughe precipitose da qualsiasi emozione che alteri i livelli di base del cardiogramma. L'in-sicurezza ci mette di fronte a quello che siamo, e ciò che siamo non è l'armadio perfettamente etichettato dell'ossessivo compulsivo, con le mutande organizzate per giorno d'uso, bensì un gran casino di emozioni dai nomi più o meno complicati. Possiamo anche vederla in modo più poetico: l'in-sicurezza ci fa conoscere una tavolozza di sensazioni che aspettano solo di mischiarsi, pasticciarsi, confondersi l'uno nell'altro, fino a rendere ogni momento un piccolo quadro impressionistico in cui il bianco di un abito è tutto fuorché bianco, ma la somma di minuscole pennellate di gialli, azzurri, rosa e ocra.
L'in-certezza ci apre alla domanda, ci spinge ad analizzare le situazioni da punti di vista diversi, ora guardando a testa in giù, ora coprendo l'occhio destro annullando l'effetto di profondità, ora spiando con la coda dell'occhio, regalandoci un effetto tridimensionale che, diciamolo, nessuna stampante 3D potrebbe mai raggiungere. Così facendo, smuovendo dubbi come la marea smuove la sabbia, scrosta noi, piccole cozze di mare, dalla roccia della certezza, ci allontana dal pregiudizio, ci scardina dal granitico verdetto senza fondamento, ci fa cadere con uno sgambetto dal piedistallo su cui troppo spesso tendiamo a sostare e ci invita a guardare dal basso, per una volta.
L'in-esperienza smuove la nostra curiosità, ci affama di sapere, ci fa bruciare di una sete deliziosa di comprensione, ci rende avventurosi, ci fa tornare bambini, riempiendoci di domande troppo acute a cui spesso nessuno ha risposta. L'in-esperienza ci dà un nuovo obiettivo, che non è, come si potrebbe pensare, quello di capire, ma di cercare di capire, di inseguire una visione piena delle cose, che scava negli angoli, infila il naso nelle fessure e talvolta, ficca anche le dita nella presa di corrente.
L'in-efficacia ci scopre fallimentari, sensibili alle bruciature, col naso colante dalla troppa pioggia, ma anche resistenti al fallimento, superstiti alla perdita, come alberi secolari dopo una tempesta o come quei palloncini che scivolano vittoriosi dai culetti dei bambini che li vogliono schiacciare durante le feste di compleanno.
La non socievolezza, infine, ci invita all'introspezione, all'ascolto ad occhi chiusi, al raccoglimento a conchiglia per sentire il suono del mare che dondola dentro di noi.
Dovremmo capire che questi prefissi che sembrano renderci precari, fragili e claudicanti come denti in procinto di cadere, sono in realtà gli stessi che ci permettono di essere sensibili, creativi e forti, insegnandoci che nel fondo di ogni caduta ci sarà solo un brutto ematoma da sfoggiare allo specchio e che tutte le persone sono più dell'immagine che mostrano. Quel prefisso, insomma, ci renderà un po' segugi e un po' sensitivi, un po' fiutatartufi e un po' bambini che incastrano la testa nelle sbarre di ferro del balcone.
L'insicurezza, più che un dente che cade, può essere una bella altalena che spicca il volo.
Duille
sabato 30 gennaio 2016
Non dimenticare
Quel sabato mattina mi svegliai presto e mi preparai ad uscire. Sentivo il peso di ciò che stavo per vedere gravarmi sulla fronte riflessa nello specchio, piegando la pelle in una piccola ruga di espressione e dandomi un'aria lievemente corrucciata. Non era una passeggiata d'altronde, lo sapevo bene. Stavo per entrare in un luogo di cui avevo letto ma che non avevo mai visto davvero e mi preoccupava l'effetto che avrebbe potuto avere sul mio cuoricino sempre troppo gonfio e fin troppo pronto ad indignarsi per quelle che consideravo essere le ingiustizie del mondo. A quell'epoca ero una diciassettenne estremamente sensibile e idealista, una di quelle adolescenti che indossavano ampie salopette colorate e che decoravano lo zaino con i simboli della pace. Volevo un mondo diverso, in cui le pagine dei libri di storia non fossero più scritte con il sangue di innocenti ed in cui ciascuno potesse vivere libero da ideologie razziste e disuguaglianze.
Era proprio questo idealismo che mi scorreva nelle vene a rendermi molto consapevole di ciò che stavo per affrontare. Stavo per entrare in un cimitero, in un macello legalizzato, pieno di echi che mi avrebbero raggelato il sangue. Una parte di me aveva paura, lo confesso, perché non volevo stare male. Stavo affrontando il mio secondo stage con la scuola e mi trovavo a Berlino da solo una settimana. Volevo divertirmi, come tutti gli altri, esplorare la città e stare in compagnia delle mie amiche, cercando di dimenticare problemi emotivi che per me erano sempre stati insormontabili. Quella era una gita facoltativa, a cui non tutti i miei compagni avevano aderito, e che avrei potuto saltare senza problemi. Ma io avevo subito deciso di partecipare. Non ci avevo pensato due volte. Sentivo una specie di senso di responsabilità verso coloro che si erano visti strappare via quella libertà che io davo tanto per scontata, e con essa la speranza, gli affetti, il futuro e, infine, la vita. Io dovevo loro un pezzetto della mia, di vita, sentivo di dover regalare loro un frammento del mio tempo, sentivo di dover guardare in faccia l'orrore del passato per poter apprezzare veramente la mia esistenza e non sprecarla in inutili fisime mentali da adolescente problematica. Glielo dovevo. Così, con la mia fronte corrucciata e il cuore carico di tormentate attese, salii sul pullman con gli altri miei valorosi compagni e partimmo alla volta del campo di concentramento. Faceva freddo, un freddo pungente e carico di solenne gravità. Era ottobre ed eravamo nel nord della Germania, quindi penso fosse del tutto normale, ma io volli credere, nella mia continua ricerca di un romanticismo nascosto ovunque, che quel cielo plumbeo fosse a lutto per noi. Era un annuncio. Da quel momento in poi, diceva quel cielo, ogni nostro passo avrebbe fatto l'eco a quello di migliaia di piedi che avevano varcato quelle porte del terrore. Il campo era piccolissimo, dall'ingresso si riuscivano a vedere tutte le mura di mattoni che ritagliavano quella porzione di terra come un francobollo perfettamente rettangolare. Non ricordo neanche il nome di quel luogo. Non era uno di quei campi famosi il cui nome riecheggia terrifico nei libri di scuola, come Auschwitz o Dakau, ma credo che in questi casi sia inutile fare stime di importanza. L'orrore non è mai stato proporzionale alla popolarità, dopotutto. Il campo, come dicevo, era piccolo, fatto di terra secca e erba ingrigita dall'autunno, o forse dai miei occhi appannati dal senso di quel luogo. C'erano piccole strade sterrate, che conducevano in vari punti del campo, come le celle e le fabbriche, ed intorno c'era quel verde smorto che sembrava aver visto troppo per poter mai più splendere. Quello era un luogo di morte e se ne sentiva il peso ad ogni passo.
Camminavamo in un silenzio irreale, carico di significato. Si sentiva solo lo sfregare delle nostre gambe inguantate in pantaloni pesanti e i cappotti frusciare nell'aria gelida, mentre i maglioni sonnecchiavano pigri sotto le giacche. I nostri passi rompevano inopportuni un silenzio sepolcrale, sembravano quasi dilaniarlo, quel silenzio. Avevo l'impressione che quelle scarpe da ginnastica e quegli stivali che galoppavano incerti sul suolo fossero irrispettosi, troppo ridanciani per quel luogo. Anche noi eravamo inopportuni, con la freschezza della nostra giovinezza e il calore dei nostri abiti sbattuti in faccia a quelle mura. Mentre ci muovevamo, il silenzio calava più cupo, l'aria si faceva più pesante, il cielo più grigio, il respiro più affannoso. Era come muoversi in un cimitero fatto di tombe invisibili e di occhi vuoti intrappolati nelle intercapedini dei mattoni. La terra sembrava essere impregnata di fotoni incolori e il dolore condensato in anni sbatacchiava contro la cassa toracica mischiandosi con le nostre sensazioni, fino al punto di confonderci. Qua e là erano state piantate delle specie di lapidi, su cui si ammucchiavano sassi di varie dimensioni, come se stessero riparandosi dal freddo pungente. Erano altre memorie, di tempi successivi, che lasciavano un segno su quelle, di memorie, sommandosi, accalcandosi fino a riempire tutto lo spazio. Tanti ebrei erano morti in quel luogo, ma anche dissidenti politici, Rom, Sinti, omosessuali, disabili mentali. Le conseguenze di una mente megalomane e affetta da una specie di distorta sindrome divina si estendeva in quel campo vuoto agli occhi, ma fin troppo pieno, se ascoltato con altri sensi. Se infatti la vista poteva percorrere a volo d'uccello tutto il campo, il corpo sembrava schiacciato da migliaia di altri corpi, il respiro sembrava rubare l'ossigeno ad altre bocche e la speranza sembrava spegnersi un po' di più ad ogni deglutizione, come una candela senza ossigeno. Mi sentivo piccola e impotente, terribilmente viva accanto a tutta quella morte. Era un luogo infestato, non c'era dubbio, ma non da fantasmi, quanto piuttosto da dolore e memoria di epoche diverse, che avevano impregnato le pareti delle celle, il filo spinato ormai arrugginito, le pietre in processione catturate in una fotografia, i sentieri bruciati, il silenzio tombale che non poteva essere spezzato. Oggi, ripensando a quel giorno, penso che quel luogo fosse maledetto, annegato nell'orrore di ciò che era accaduto e nell'orrore degli occhi che lo avevano visitato dopo. Mi piacerebbe pensare che, in un futuro lontano, quella maledizione e quel silenzio spettrale verranno spezzati da una risata fragorosa e piena. Credo che se lo meritino, in fondo, quei ricordi. Io quel giorno uscii dal campo un po' più pesante, portandomi attaccate alle suole delle scarpe i passi stanchi del passato, e un po' più viva, di fronte alla consapevolezza di un tempo che non mi sarebbe mai stato strappato.
Duille
domenica 24 gennaio 2016
Quando un'ansiosa sociale va in manifestazione...
Quando si manifesta, quello che si fa è un gesto. Un gesto di presenza, fatto di passi, parole, di corpi che si muovono all'unisono, di respiri che fanno buffe nuvolette nella stessa porzione di cielo. Manifestare è importante, ci rende padroni per un momento del cambiamento. Anche se solo per un giorno, crediamo nel futuro, anche se alcuni direbbero che in realtà crediamo nelle fate. Manifestare è quindi fare un passo, un gesto, donare un po' del proprio tempo a qualcosa di più grande di noi.
E nel mio caso, ha significato anche mettere da parte il mio terrore patologico da ansiosa sociale, raccogliere quelle due briciole di coraggio che conservo gelosamente e tuffarmi in questo oceano umano di manifestanti. Per un'ansiosa sociale come me, a cui viene un attacco di dermatite anche solo a camminare in una strada troppo affollata, pucciarsi come un biscotto in questa tazza di esseri umani è un vero atto di eroismo, una specie di sacrificio per la causa. E' come se si chiedesse ad una persona che non sa nuotare di fare la traversata dello stretto di Gibilterra senza neanche un bracciolo, è come proporre ad un claustrofobico di fare un corso di escapologia, è come far partecipare un afroamericano ad una festa del ku klux klan. Non so se ho reso l'idea. Per me stare in mezzo a tutte quelle persone è una vera tortura, perché mi scontro con un duplice terrore: la paura delle folle, che mi da' un senso di soffocamento pari solo a quello provato nel bagno della scuola dopo il passaggio dei fumatori, e la paura delle persone, che nella mia testa sono dei goblin verdastri e pieni di pustole pronti a giudicare e rifiutarti per qualsiasi cosa. Preferirei guardare tutta la saga di Saw senza censure piuttosto che infilarmi volontariamente in una di queste situazioni. Da qui lo scarso numero di tacche sul mio bastone delle manifestazioni. Questo di per sé non sarebbe un problema se non fosse per il mio idealismo convinto che mi accompagna da quando ho circa dodici anni, una specie di attitudine alla Robin Hood che mi porta ad indignarmi per un nonnulla ed ascoltare i Modena City Ramblers a nastro, ma di cui a volte farei volentieri a meno, e questo non perché la mia controparte arco, freccia e coda da volpe mi metta nei guai spingendomi ad agire anche quando non dovrei, ma piuttosto perché essa viene sempre frustrata dalla mia ansia sociale, che mi pietrifica come dopo aver ricevuto uno sguardo ammiccante dalla Medusa.
Di tanto in tanto riesco però ad evitare lo sguardo della serpiforme signora e a partecipare a qualcuno di questi eventi. Ieri era uno di quei giorni, il giorno del flashmob a favore della legalizzazione delle unioni omosessuali e delle coppie di fatto. Sia chiaro, da sola non sarei riuscita a combinare niente, ma per fortuna avevo la mia scorta personale di entusiasmo, ovvero la mia famiglia, a compensare la momentanea sparizione di Robin Hood, assente per una pausa gabinetto sospettosamente lunga. Così mi sono infagottata nella mia armatura di lana e sono uscita. Dopo un tragitto in macchina ed un'infinita traversata in tram, sono arrivata in Piazza della Scala, dove si sarebbe tenuta la manifestazione. Da qui in poi, tutte le mie emozioni hanno deciso di esprimersi contemporaneamente, accoppiandosi per antitesi. Così, tanto per fare qualcosa. Con mia somma gioiorrore (gioia + orrore), la piazza era gremita di persone, il che significava due cose: l'evento stava avendo un ottimo successo (da qui la gioia) e c'era una calca che avrebbe potenzialmente potuto uccidermi, fisicamente e metaforicamente (da qui l'orrore). Tenete conto che la folla ha per me una specie di effetto ustionante: è l'abolizione totale degli spazi personali, obbliga ad un contatto visivo e corporeo forzato che non lascia scampo, e si sa, gli sguardi sono l'anticamera dell'interazione, cosa che mi spaventa a morte, forse più delle folle. Insomma, il male per un'ansiosa sociale come me che sente il bisogno di sventolare l'ordine restrittivo che obbliga il mondo a tenere una distanza di almeno un metro e mezzo da sé. Dovunque mi girassi, mi agganciavo a sguardi casuali, a teste di cui non riconoscevo il corpo e venivo sballottata di qua e di là da persone di passaggio. Troppo contatto per me. Però era anche terribilmente bello vedere tutte quelle persone che ridevano e chiacchieravano, rannicchiandosi l'uno contro l'altro come dei pinguini reali al Polo Nord.
Per risolvere almeno la questione "sandwich", ovvero l'essere spinta da mille schiene, sederi e pance contro altre mille schiene, sederi e pance, abbiamo iniziato a cercare un posto sufficientemente comodo in cui sostare. Mentre ci davamo alla ricerca di questo Valhalla come ligi cani da tartufo, si è fatta avanti una mia vecchia conoscenza interiore, la coppia dentro/fuori. Mi spiego meglio: in quasi tutte le situazioni di gruppo, siano esse manifestazioni, concerti, convegni o code alla posta, mi assale un senso di vergogna molto intenso: mi sento un'impostora, un pesce fuor d'acqua, la signora con la sporta della spesa capitata per caso sul red carpet alla notte degli Oscar, proprio il giorno in cui si era messa le babbucce a causa di quell'attacco di callite particolarmente acuto.
Mi sento terribilmente fuori contesto, fuori dal coro, fuori luogo e fuori tempo, fuori da tutto insomma, e con l'impressione che tutti si domandino polemicamente cosa diavolo ci faccia io lì. Contemporaneamente però vengo pervasa dalla netta sensazione di essere circondata da persone simili a me, che condividono il mio modo di pensare, i miei valori, i miei ideali. Mi piace immaginare che questa sensazione sia data dal mio Robin Hood interiore che poga felice con i Robin Hood dei suoi vicini. Quindi mi sento un po' fuori e un po' dentro, un po' bianco e un po' nero, un po' tuorlo dell'uovo e un po' albume. So di essere nel posto giusto al momento giusto ma ho come la sensazione di essere l'unica a saperlo e che per gli altri io sia fuori posto. E' il lato persecutorio dell'ansia sociale, che non si tira mai indietro quando si trova di fronte ad un gruppo di persone. E' uno stakanovista, lui, a differenza di quell'incontinente di Robin Hood, che sparisce quando più ne hai bisogno.
Di fronte a quella massa di persone che sembravano provenire tutte dallo stesso centro sociale, quindi, io lottavo con la sensazione di dovermi defilare per non contaminare l'intera manifestazione con la mia ignorante presenza. Loro (compresi cani e bambini) sembravano crederci molto più di me, con le loro sveglie modificate ad hoc, le stampe sulle magliette, i capelli colorati, i palloncini, gli slogan su fogli di carta e il loro cipiglio da alternativi a cui ho sempre aspirato ma che non sono mai riuscita ad incarnare davvero. Persino gli alberi sembravano più sul pezzo di me.
Ma ho cercato di ricordarmi che c'ero e questa era l'unica cosa che contava. Alla fine ci siamo posizionate in una zona con un gruppetto di alberi (i famosi alberi molto sul pezzo) e abbiamo messo radici. Una posizione perfetta per la mia legnosa presenza. Mi era fisicamente impossibile mimetizzarmi con la chiassosa esuberanza della folla, ma almeno potevo tentare una mimesi con i tronchi vicino a me. Inoltre non ero nè troppo fuori dalla folla, ma neanche nel centro del ciclone, dove l'aria per respirare veniva centellinata e se ti cadeva la sciarpa potevi anche dirle addio per sempre. In quel punto, così vicino e così lontano, che rispecchiava così bene il rave party emozionale che mi si scolpiva dentro, ho trovato un pochino di pace interiore ed ho potuto mettere in pratica gli insegnamenti accumulati in anni di terapia. Invece di controllare come una chioccia preoccupata che dentro di me le emozioni mezze ubriache non facessero a pezzi i vasi ming del salotto, ho iniziato a guardarmi intorno. Ed è così che è sbocciata la meraviglia. Se c'è una cosa bella di questo tipo di manifestazioni, infatti, è l'arte che ogni persona riesce ad incarnare, la creatività gioiosa con cui ogni individuo racconta il proprio ideale di libertà. Quello che avevo davanti agli occhi era un poutpourri di persone, di colori, di stravaganze e sobrietà. C'erano bambini a diversi stadi di gnomaggine, cani di tutte le dimensioni, signore incappottate e ragazzini urlanti, associazioni lgbt e pastafariani in divisa, spose trampoliere e sveglie bi e tridimensionali, pelli e capelli di tutti i colori, gli antipodi del globo e le estremità del tempo dell'uomo, bolle di sapone e bandiere della pace, palloncini a forma di cuore e cuori leggeri come palloncini. Era tutto incredibilmente vivo, vivido, bello, felice e vitale. Nessun caffè al mondo potrebbe competere con quella vivacità. Avevo la netta sensazione che il mio corpo, sì, anche il mio corpo così anonimo e disadorno di simboli, fosse fondamentale in quel momento, perché occupava uno spazio e colmava un numero che faceva la differenza. Io facevo la differenza.
Questo mi ha fatto sentire bene e, anche se non ha convinto del tutto la mia ansia sociale, l'ha almeno rimessa al suo posto per un po'. Era tutta una questione di prospettiva, di guardare in modo nuovo, di smettere di dare potere ai miei lati distruttivi e iniziare a proiettarmi in quel mondo che tanto temevo. Così ciò che prima era una tortura adesso era se non altro una situazione scomoda velata da un certo grado di benessere, che sbocconcellava il tempo riducendolo, invece che dilatarlo. In men che non si dica era così arrivato il momento di iniziare il flashmob. Tutti hanno preso in mano le proprie sveglie, i cellulari, le chiavi di casi, le corde vocali e, dopo un veloce conto alla rovescia, al grido di "svegliati Italia, è ora" hanno iniziato a sventolare le chiavi, a far suonare le sveglie, a rintoccare le corde vocali, per ricordare che è il momento di andare avanti e riconoscere che la vita e l'amore non conoscono genere, ma solo identità, che il concetto di famiglia non è definibile né etichettabile, che dobbiamo smetterla di indicarci in base ai gusti sessuali e in base al genere, ma solo in base a che tipo di persone vogliamo e possiamo essere. E questo trascende ogni categorizzazione a priori, perché è un processo in continuo divenire. Lo sapeva bene quella piazza, che stava lottando per un futuro migliore, senza domandarsi chi fosse etero e chi non lo fosse, chi fosse sposato o allergico al matrimonio, chi fosse uomo o donna, chi fosse intimidito e chi euforico. E lo sapevo bene anche io, che univo lotta a lotta, che lottavo per un diritto inalienabile ed in cui credo profondamente, quello della libertà, e che contemporaneamente lottavo anche per la mia libertà personale dal giudicante fardello dell'ansia. Un passo alla volta, un gesto alla volta, rappresentato da un mazzo di chiavi tintinnante nell'aria.
domenica 17 gennaio 2016
Artificieri laureati alla CEPU
Gli eventi sociali sono la morte per un'ansiosa come me. La piaga che ci affligge la portiamo nel nome, d'altronde. E' la società che ci sfianca, la folla che ci incava gli occhi nelle orbite, le interazioni con il prossimo che ci trasformano in impersonificazioni dell'Urlo di Munch. In fondo, il problema non è tanto il mondo, quanto la gente che lo abita. Viviamo in una nostra personalissima versione di The Walking Dead, solo che in questo mondo gli zombie parlano e invece di mangiarti il cervello, ti corrodono il corpo e la mente sparando parole acide.
Così, ogni volta che riceviamo un invito per eventi di qualsiasi tipo, sia essa la comunione della cuginetta o l'appuntamento dal parrucchiere, iniziamo a sudare freddo e ci prepariamo a corazzarci almeno al pari di Robocop. Ogni evento sociale è come aprire le porte dell'Inferno e spingerci dentro. Se Alice cadeva nella tana del Bianconiglio finendo a Wonderland, noi finiamo in un girone creato apposta per noi da un qualche demoniaco aggiornamento di Windows, fatto di sentieri nebbiosi che non portano a null'altro che a banchi di nebbia più o meno fitti e costellati da un assillante presentimento di imminente morte violenta. Più o meno come se ci fossimo avventurati in un campo minato indossando un paio di infradito che ci vanno un po' larghe, oppure fossimo finiti a passeggiare con il cane in un cimitero indiano sconsacrato. Ciò che ci manda più in crisi sono le decisioni da prendere di volta in volta in una situazione, decisioni che si moltiplicano come i gremlins a contatto con l'acqua, comprese quelle che riguardano il cosa dire, il quando dirlo e il come dirlo, oltre che ad una valanga di decisioni inerenti il linguaggio del corpo. Tutte queste decisioni sono accomunate da un senso di definitività, al punto che, al momento di premere il pulsante decisionale, sentiamo riecheggiare nell'aria la celebre frase di Anche i cani vanno in paradiso: "Non potrai più tornare indietro, non potrai più tornare indietro". Una decisione, per un ansioso sociale, quindi, ha la stessa certezza di un diamante: è per sempre. Se prendiamo la decisione sbagliata, quella ci porterà inevitabilmente ad un futuro di sofferenza e dannazione eterna, in cui verremo sfiniti dagli insulti del Serraglio fino a ridurci ad uno stato larvale e ci corroderemo nei nostri succhi gastrici. Capite bene che di fronte ad una tale prospettiva, il peso della decisione si fa un tantinello gravoso. Ogni movimento diventa davvero una questione di vita o di morte, con tanto di colonna sonora presa in prestito da qualche film d'azione. Improvvisamente, di fronte ad una scelta, ci ritroviamo artificieri davanti ad una bomba piazzata all'interno di un orfanotrofio pieno di pargoli e cuccioli di cane. Il destino dell'umanità è affidato a noi. A noi, CHE CI SIAMO LAUREATI ALLA CEPU! Praticamente siamo spacciati, ma ormai siamo lì, davanti a quel congegno complicatissimo e tutti contano su di noi, sulle nostre manine tremolanti, sul nostro sudore che inonda magliette, fronti e schiene, e sul nostro cuore che sta per raggiungere livelli da beatboxing pompando sangue ad un cervello che, invece, si rifiuta di prendersi qualsiasi responsabilità e che ha già chiamato il suo avvocato.
Quindi, vagliamo le opzioni. Filo rosso o filo blu? Regalo personale ma rischioso, perché potrebbe non piacergli affatto, oppure regalo standard che però ha il sapore del brodino a cui ci si è dimenticato di mettere il dado? Un saluto cortese con un ciao caricato di amicizia oppure un bell'abbraccio fraterno che spezza l'imbarazzo iniziale? In men che non si dica inizia un valzer di decisioni che vengono immediatamente rimangiate per il sopraggiungere di nuovi dubbi circa la fondatezza delle stesse. Filo rosso. No, filo blu. Anzi no, meglio il filo rosso. Ma il filo blu mi da' sensazioni più chiare. Però è anche vero che nei film si taglia sempre il filo rosso. Ma spesso all'ultimo secondo si opta per quello blu. Andiamo su e giù come uno yo-yo in questa danza tribale sfinente che di mistico non ha proprio nulla e che ci lascia più morti che vivi. In fondo, si tratta di una decisione impossibile perché, in realtà, nessuno sa cosa succederà se taglieremo il filo rosso o il filo blu. Eppure noi ci stiamo a ragionare per ore, fino a quando il tempo scade e ci ritroviamo trasformati comunque in spezzatini di carne da raccogliere con un cucchiaino (come fallire restando immobili). Ma perché ci comportiamo così? La logica vorrebbe che ad un certo punto, vista l'impossibilità di avere alcuna certezza, si prenda una decisione e si segua il mantra "sia quello che Dio vuole". Noi però sembriamo più affini ad un funzionamento ossessivo-compulsivo che ad un metodo di pensiero logico-razionale e sono giunta alla conclusione che una spiegazione ci sia a questo comportamento apparentemente insensato. Alla base di tutto questo rimuginare, secondo la mia esperienza, c'è un bisogno di perfezione che ci inchioda al muro dell'inettitudine e che si trasforma in un'ansia da prestazione che ci scaraventa nella notte di una bocca spalancata dalla paura, in quell'Urlo senza voce dipinto da Munch. La signora Perfettini, che nella mia mente è rappresentata da una donna degli anni '50 dei sobborghi americani, ci ricorda sempre che se le cose si fanno, le si fanno bene, il che significa che qualunque decisione prenderemo, dovrà non solo essere quella giusta, ma quella perfetta e, ovviamente, perfettamente eseguita. Il game over non è contemplato dalla nostra fata madrina sfornabiscotti e ancora meno sono accettate le cose approssimative. Tutto deve andare liscio come l'olio e se questo non accade, beh, la bomba esplode. Non esistono mezzi termini, non esistono i tentativi, esiste il fare e il non fare, come dice Yoda, non il provare. Solo che la nostra fatina dai capelli inamidati ha preso troppo alla lettera la teoria dello jedi alto quanto uno sgabello, rendendola dittatoriale. Il risultato è rimanere inchiodati all'incertezza, domandarsi fino all'ultimo quale maledetto filo tagliare, pur sapendo che non esiste risposta a questa domanda, fino quando, allo stremo delle forze, ne taglieremo uno, proprio ad un secondo dall'esplosione.
3....2....1.....zac!
E niente.
Scopriremo che non succede assolutamente niente dopo quel taglio. La bomba, era solo un giocattolo.
Duille
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domenica 3 gennaio 2016
Sir Capodanno e i suoi lustrini.
Capodanno.
Io ODIO Capodanno. Se Pasqua mi è del tutto indifferente e l’Epifania mi compra prendendomi per la gola, Capodanno mi fa salire l’istinto omicida e l’odio nei confronti dell’umanità tutta. Capodanno è una festa pretenziosa, altezzosa e dannatamente esigente! Insomma, chi può competere con una festività che ha come suo mantra il divertimento sfrenato dal tramonto all’alba (ma senza vampiri)?
Io ODIO Capodanno. Se Pasqua mi è del tutto indifferente e l’Epifania mi compra prendendomi per la gola, Capodanno mi fa salire l’istinto omicida e l’odio nei confronti dell’umanità tutta. Capodanno è una festa pretenziosa, altezzosa e dannatamente esigente! Insomma, chi può competere con una festività che ha come suo mantra il divertimento sfrenato dal tramonto all’alba (ma senza vampiri)?
Capodanno è l’incrocio tra un tamarro discotecaro e un baronetto inglese.
Personalmente l’ho sempre immaginato come una sorta di aristocratico allevato
secondo solidi principi calvinisti, del tipo orat e laborat, che
inevitabilmente finisce col ribellarsi alla morale medievale ritrovandosi agli
arresti per aver rapito una capra e tentato di venderla su Ebay; uno di quei
figli della società bene, i cui genitori frequentano i country club e nel
tempo libero si divertono a perpetrare la tradizione familiare facendo sentire
inadeguati i propri figli, no matter what; uno di quei figli che poi, in un
contesto di pari, riversa la propria frustrazione facendo sentire il prossimo
importante come uno stuzzicadenti usato da un tricheco con l'alitosi. Ecco, per me il Capodanno è questo: un’ape regina dai tratti sadici. Puzza sotto al naso, abito di paillettes,
sguardo annoiato e gusto per la trasgressione, il Capodanno smarca tutte le
altre feste in fatto di anima festaiola e tendenze del momento, dettando legge
su cosa si debba fare per passare l’ultimo dell’anno in modo da non finire
nella lista nera degli sfigati. Perché puoi anche spendere tutti i giorni della
tua vita facendoti venire le piaghe da decubito giocando ai videogiochi o facendoti esplodere i capillari oculari a furia
di guardare serie tv, ma l’ultimo dell’anno se non ti ritrovi a spaccarti di
cocktails con un milione di amici finché il tuo sangue potrà essere usato come
bevanda alcolica da offrire agli ipotermici, beh, allora sei ufficialmente uno
sfigato, un reietto della società, una persona triste che non è riuscita
neanche a farsi invitare dal vicino di casa alla festa del suo oratorio. Quante
persone si sono sentite allegre come un verme all’amo mentre, l’ultimo
dell’anno, reggevano un bicchiere di plastica pieno di spumante da quattro
soldi, circondati da una manciata di parenti che facevano il conto alla rovescia
davanti al concertone di anime disperate su Rai 1? Quanti hanno scoperto una
strana affinità emotiva con la pasta scotta mentre la loro anima si prosciugava
giocando al tradizionale tombolone?
E tutto questo forse perché la famiglia
sembrava uscita dalla soffitta insieme al servizio buono delle grandi occasioni o perché la tombolata era noiosa? No! Nella maggior parte dei casi questa
sensazione di mollezza nel fondo dello stomaco era dovuta solo a lui, lo
spocchioso Capodanno, e al suo maledetto manuale dell’ultimo giorno dell’anno. A
lui, che non accetta come outfit tutone in pile e babbuccia calda, a lui che
non sopporta la mischia generazionale, a lui che impone lo sballo senza tenere
conto che magari sei astemio, diabetico o emotivamente arido (e felice di
esserlo). Se il Capodanno fosse solo una festa come tante, senza tutto quell’entourage di idiozie riassunte nel celebre detto “Ciò che fai a
capodanno, lo fai tutto l’anno”, forse ce lo godremmo di più, senza quell’ansia
da prestazione che fa collassare tutti ore prima dell’inizio del conto alla
rovescia, a causa del vestito da indossare, rigorosamente estivo anche se il
Polo Nord si è parcheggiato fuori dalla porta di casa, del luogo elegante ma
giovanile da trovare, della musica adatta sia all’amico amante dell'elettronica sia alla ragazza che non vive un giorno senza Laura Pausini, della
giusta dose di alcool (abbastanza da bastare per tutti ma non troppo da alludere
a qualche problemino di alcolismo) e poi, il dilemma dei dilemmi: fare il
trenino è ancora “in”? Alla fine di tutto e dopo attente riflessioni, sono
giunta alla conclusione che forse ci danniamo a festeggiare il capodanno
perfetto perché in fondo non sappiamo con certezza se stiamo assistendo alla nascita di un
nuovo anno oppure ad un funerale particolarmente chic. Per sicurezza, meglio
sbronzarci su.
Duille
Etichette:bad day,capodanno,Dicembre,floating thoughts,new year | 3
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domenica 20 dicembre 2015
Buon Natale Stellare
Era una tranquilla mattina al Polo Nord. Dopo una nottata di intense
nevicate, il sole si era fatto spazio tra le nubi facendo brillare le colline
invernali come se fossero fatte di polvere di stelle. Un raggio curioso
rimbalzò sopra una montagnetta di neve ed attraversò una finestra, riuscendo
nella difficile impresa di passare attraverso la minuscola feritoia creata
dalle tende di velluto verde che nascondevano l’interno della casa.
Sbirciando
all’interno, il raggio di sole vide una grande massa rossa che si alzava e
abbassava producendo un rumore cavernoso e potente, che faceva tremare l’acqua
dentro il bicchiere posato sul comodino. Il raggio fece un piccolo balzo
calcolato e ricadde proprio sulla cima di quella massa, che si rivelò essere
morbida e calda. Scivolò divertito lungo il pendio e s’incastrò in un paio di
grossi baffoni bianchi, posizionati proprio sotto un nasone rossastro. I baffi
si mossero a destra e sinistra e di colpo il rumore profondo si fermò,
sostituito da una risatina divertita. –Ehi, che solletico! Ma cosa….ah, ma sei
tu, piccolo birichino!- la montagna rossa si sollevò e si rivelò essere un
omone decisamente in carne, con una lunga barba scarmigliata e lunghi capelli
bianchi come la neve. Babbo Natale liberò il raggio di sole e lasciò che questi vagasse libero per la stanza, saltellando qua e là, rimbalzando su specchi, bicchieri e giocando sui pomelli di ottone
della testata del letto. Quindi si avvicinò alla finestra, ancora chiusa e,
guardando con occhi lucenti il raggio di sole, disse: - Che ne dici se lasciamo
giocare anche i tuoi amici? – e spalancò le tende, illuminando l’intera stanza.
Centinaia di raggi di sole entrarono felici, facendo brillare tutto di una luce splendente, come
se ne vedevano solo al Polo Nord. Babbo Natale aprì le finestre e respirò
profondamente l’aria frizzante della mattina. “E’ decisamente Dicembre. Solo
dicembre ha quell'odore di cannella e pino” pensò. Adorava Dicembre, era il
mese in cui tutto si colorava dei suoi colori preferiti, i bambini gli
scrivevano letterine e un po’ ovunque compariva il suo faccione felice. Non era
mai stato un tipo particolarmente egocentrico ma aveva sempre apprezzato questo
modo speciale con cui gli uomini lo salutavano, in quel mese di festa. Babbo
Natale, sorridendo felice, si vestì e scese velocemente le scale, pronto per
una deliziosa colazione. Canticchiando canzoncine natalizie e salutando gli
elfi che passavano in cucina per una tazza di zabaione, prese il cartone
del latte, pronto a specchiarsi in un’immagine più o meno stilizzata di sé. Ma
rimase deluso quando, al posto del suo faccione felice, scorse un coso verde
con le orecchie oblunghe in quello che sembrava essere un accappatoio
particolarmente logoro. Che diavolo era quella specie di elfo post nucleare che
teneva in mano un neon come fosse una spada? Turbato, prese lo scatolone dei
cereali che piacevano tanto ai folletti e vi scorse un uomo dallo sguardo
serio, anche lui ammantato in una tunica marrone e con la stessa lampada tra le
mani. – Ma…che…cosa diamine sta succedendo? Chi sono questi?- domandò ad alta
voce. Gli elfi, raggrupatisi un po’ ovunque per assistere alla scena, lo
guardarono divertiti, senza osare però pronunciar parola. – Chiamatemi subito
Percy!- tuonò Babbo Natale ed immediatamente tutti i folletti sparirono, alla ricerca del responsabile del settore comunicazioni e marketing. Pochi minuti
dopo Percy, con in mano il suo immancabile tablet, si avvicinò ossequioso. –
Buongiorno Babbo Natale, mi hai mandato a chiamare?-
- Sì, Percy. Potresti dirmi che diavolo sta succedendo? E’ o non è il
primo di Dicembre? Chi o cosa diavolo sono questi tizi in accappatoio sulle
scatole dei cereali? E dove sono io? –
- Beh, è molto semplice da spiegare Babbo Natale. Hai mai sentito
parlare di Star Wars? –
- Vagamente. –
- Beh, forse è il caso che tu cominci ad interessartene perché sono
diventati il tuo peggior nemico. Questo mese uscirà il nuovo film di Star Wars, l'episodio sette, un kolossal che tutti aspettano da almeno il 1983. Quelli che vedi sulle confezioni del latte
sono jedi. Sono loro che hanno preso il tuo posto sulle confezioni di tutto il
mondo. –
- Di tutto il mondo? –
- Di tutto il mondo. –
- E lo spirito del natale? –
- Sostituito dalla Forza. –
- E le canzoncine carine piene di campanelli?-
- Niente canzoni su babbi o renne, quest’anno. Solo la colonna sonora
di Star Wars. –
- Ma è una cosa terribile. Non posso crederci. –
- Guarda tu stesso. – Percy accese la televisione. Immediatamente
comparve la pubblicità di una confezione di batterie in cui un coniglietto
vestito da jedi brandiva una spada laser accompagnato da una canzone a tutta
orchestra che fece venire la pelle d’oca a Babbo Natale.
- Però, mica male la canzone. Chi è che l’ha musicata? Potremmo
scritturarlo per scrivere una versione più potente di Jingle Bells. Un po’ come
facemmo per Celtic Carols che, personalmente, ha un tocco dark che non mi
dispiace affatto. –
- Babbo, la canzone è l’ultimo dei nostri problemi. Continua a
guardare. –
La pubblicità successiva vedeva una macchina che si trasformava in una
nave spaziale con all'interno una specie di cane gigante che barriva come un
elefante, accompagnato dalla stessa musichetta da concerto lirico. Solo dopo
altre tre pubblicità, tra cui quella di un panettone che si rivolgeva ad un
panettone più piccolo annunciandogli di esserne il padre, comparve una
pubblicità natalizia. Seguita poi da altre due pubblicità a tema Star Wars e
l’inizio di un programma di intrattenimento.
Secondo i miei calcoli, solo
il 20% delle pubblicità sono a tema natalizio, mentre abbiamo una vera
invasione di tunichette, discorsi poco chiari su filosofie energetiche e
respiri asmatici che sembrano inneggiare all’uso smodato dell’aerosol. E anche
i social networks sono intasati da questa specie di febbre da Star Wars. I
trending topics danno Star Wars in prima posizione su twitter, facebook e
instagram, mentre il Natale è caduto in fondo alla classifica. Per non parlare
della drastica riduzione dei downloads di canzoni natalizie su Itunes. Persino
deviantart si rifiuta di popolarsi di tue raffigurazioni. E’ un disastro senza
paragoni! Non si parla altro che di Star Wars. Anche la tradizionale puntata natalizia di The
Big Bang Theory è stata sostituita con una a tema Star Wars. Solo il dottor Who
resiste. Per ora. –
- Ma è terribile. E noi cosa possiamo fare?-
- Passare al lato oscuro della Forza?-
- Smettila di dire sciocchezze. Ci sarà pure qualcosa che ci riporti
al centro dell’attenzione! Che ne so, un bel flashmob, una comparsata sulla
slitta prima di Natale, la promessa di un regalo extra per tutti i bambini che
preferiranno Miracolo sulla 34° strada a Star Wars….-
- Rassegnati Babbo. Almeno per quest’anno, sei bello che dimenticato.
–
- Chi parla? –
- Io. – Un raggio di luce illuminò un uomo in saio e sandali.
- Gesù? –
- No, sono Luke Skywalker. Ma certo che sono Gesù!-
- Sei venuto a gongolare?-
- Ma per chi mi hai preso? Io sono superiore a certe cose. Sono qui
per aiutarti.-
- A ritornare in carreggiata?-
- Ad accettare la cosa, o come dicono in Frozen, to let it go.-
- Ma assolutamente no! Non accetto di essere soppiantato da un branco
di gente uscita or ora dalla doccia e che evidentemente non ha pagato la
bolletta della luce. –
- Anche io la pensavo come te, quando sei comparso tu. Non potevo
accettare che i miei sacrifici per l’umanità fossero annullati da un vecchio in
sovrappeso vestito di rosso e che forse aveva qualche sospetto problema di
alcolismo, dato il rossore del naso e la tendenza a ridacchiare in
continuazione. Senza offesa, sia chiaro. –
- Ma figurati. –
- Beh, caro Babbo, ti consegno la mia verità: lottare non serve a
nulla. Qui non si tratta di fede o di magia del Natale. Qui si tratta di moda.
E nella moda vince chi è più affascinante. Mi dispiace dirlo, ma ormai sei
vecchio, desueto, da rottamare. Hai fatto il tuo tempo, sei vintage, per essere
gentile.
Non fai più brillare gli occhi ai bambini e di certo le tue renne non
reggono il confronto con la possibilità di soffocare qualcuno con la sola forza
della mente. Io stesso ho dovuto soccombere a questa sconvolgente verità e
capire che il mio predominio era stato spazzato via da un tizio in tuta di flanella rossa inventato dalla Coca Cola.
Avessi saputo che sarebbe finita così, mi sarei risparmiato il supplizio di
essere impalato ad una croce. Che poi, lo sapevi ciò che quella bevanda riesce
a combinare ad una monetina arrugginita? -
- Guarda, senza offesa, ma non credo che sia esattamente la stessa
cosa. Io sono lo spirito del Natale, sono transgenerazionale, sovrareligioso,
vado oltre ad ogni orientamento…-
- Qualcuno potrebbe dire che la scelta dei colori sia un pelino
filocomunista, non ti pare?-
- No, no, no! Il rosso è il colore della passione, del calore del
fuoco nel caminetto, delle bacche in mezzo alla neve…è il rosso dell’amore che
imperla le guance. –
- Sì, certo. Anche le aragoste e i pomodori sono rossi ma non mi
sembra che per questo siano gli sponsor ufficiali del Natale.-
- Lo sapevo che venivi per gongolare! La verità è che ti brucia il
fatto di essere stato spodestato da me ormai secoli fa e che da allora la mia
bonaria notorietà non abbia fatto altro che crescere. –
- Non mi brucia affatto. Ma non lo vedi che non hai sostanza? Tu sei
solo frutto del consumismo e i prodotti del consumismo sono destinati ad essere
soppiantati da altri prodotti analoghi, come Star Wars. E poi, visto che stiamo
parlando di spodestamenti, vorrei farti notare che per soppiantare me si è
dovuto creare un uomo che vola su una slitta e produce giocattoli al polo Nord,
mentre per dimenticare te sono bastate una lampada al neon e un saio passato in
candeggina. Mi verrebbe quasi da dire che minimal è meglio. –
- Ma come ti permetti! Nessuno, e dico proprio NESSUNO, mi ha
dimenticato. Star Wars è una moda passeggera e non potrà mai competere con la
magia che riesco a creare ogni anno, grazie ai folletti e agli elfi che mi
danno una mano. –
- Suvvia, non litigate voi due, che siete messi meglio di altri. –
- Toh, chi si vede! Lucia?-
- Buongiorno Gesù, buongiorno Babbo. –
- Qui ci si sta affollando un po’ troppo. Ma chi vi ha invitati a casa
mia?-
- Nessuno, sono stata svegliata dagli schiamazzi. Direi che il
disturbo della quiete pubblica mi legittimi ad irrompere in casa tua e
chiederti cortesemente di tacere. –
- Ma oggi ce l’avete tutti con me? Quello lì è venuto per gongolare…-
- Prego, "quello lì" ha un nome. Sono il figlio di Dio in fondo, mica un
gelataio qualunque! –
- Sì, va beh, abbiamo capito. Non c’è bisogno di ripeterlo ogni volta.
Tu invece, che sei venuta a fare qui? –
- A ricordarvi che avete ben poco di che lamentarvi. Voi siete
conosciuti in tutto il mondo, mentre nel
mio caso appena si varcano le porte di Milano divento solo un nome su un
calendario, eppure non faccio tante storie. Per me non ci sono grandi feste nazionali o rievocazioni storiche
mondiali. Sono solo una santa che copre le zone delle colline bergamasche e sono felice anche così.-
- Se posso aggiungere, mi fai anche un po' di concorrenza. –
- Suvvia, Babbo, non fare il difficile e cerca di capire il punto. –
- No, no, per carità, ho capito. Anch'io adoro fare i regali ai bambini e leggere le loro lettere, ma qui si tratta di un attacco allo spirito del Natale. -
- Diciamo che è un attacco al tuo narcisismo.-
- Non sono narcisista, Gesù, sto difendendo un pilastro culturale, i valori della bontà, della generosità...-
- E la tua immagine a rappresentarli.-
- Esatto. Anche quella. Ma solo come strumento di valori morali da non dimenticare. Quindi il problema rimane. Come mi disfo di questa
piaga che è Star Wars? –
- Credo che non ci sia molto da fare. Starwarizzati. –
- Eh?-
-Ma sì. Togli quella puzzolente tuta che poteva funzionare negli anni ’80,
perdi un po’ di chili, sistema quella barba e licenzia le renne. –
- Ottima idea Gesù. Potrebbe anche usare un look più futurista, in
fondo un po’ assomiglia ad Obi-Wan-Kenobi. Potresti diventare un suo sosia,
come quelli che imitano Elvis Presley. Potresti chiamarti Obi-Wan-Natale –
- MA STIAMO SCHERZANDO? Sono gli altri che imitano me! Io non imito
nessuno, sono originale al 100% e non intendo snaturarmi perché un branco di
idioti ha deciso di far uscire un film a ridosso della mia festa!-
- Fino a prova contraria, il compleanno è il mio.–
- Gesù, prima che dica cose di cui potrei pentirmi, ti invito caldamente
ad uscire da casa mia e portarti dietro la tua compare improvvisatasi
consulente d’immagine! –
- Ma…-
-FUORI! Fuori da casa mia! –
- Andiamo Lucia, qui il buon vecchio Natale sta avendo una crisi isterica. Questi
sono i risultati dei prodotti commerciali. Non tengono il passo con i tempi. –
Gesù e Lucia sparirono con un piccolo, elegante “plop”.
Babbo Natale si lasciò cadere su una sedia, mentre la televisione
mostrava uno speciale in diretta dal cinema di Roma inondato da webstars.
Percy si avvicinò con fare professionale.
- Babbo Natale? Forse ho trovato una soluzione al problema. –
L’uomo lo guardò con occhio stanco.
- Che ne dici di modificare un po’ il tuo slogan? Invece di “Oh Oh Oh,
Buon Natale”, potresti dire “Buon Natale stellare”, mentre in sottofondo
facciamo partire i suoni delle spade laser. Non è un’idea geniale?-
Percy scappò dalla stanza, schivando la ciabatta di lana lanciatagli
da Santa Claus.
Forse, in fondo, non era poi una così buona idea.
Duille
Etichette:Dicembre,Natale,Natale vs. Star Wars,racconto,Star Wars | 0
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- Duille
- Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?
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