domenica 20 novembre 2016

Il valzer del toast: un monologo in due atti

Da fuori, sembrerà una persona qualunque in panetteria, in attesa del suo turno. Scruta attenta la vetrina, scegliendo il suo prossimo spuntino, o forse addirittura il suo imminente pranzo al volo. Ha l'aria distratta, sembra non accorgersi delle altre persone che le mulinano intorno, altrettanto distratte dalla ricca varietà di panini, focacce, pasticcini e prodotti da forno.
Una tra tanti, esattamente come gli altri. Se però si potesse scrutare cosa accade dietro gli occhi, sotto la cascata di capelli castani spettinati dall'elettricità statica del cappello, il verdetto sarebbe decisamente diverso. Ma, a differenza degli altri, che possono solo accontentarsi di osservare l'involucro epidermo-sociale di quella persona, noi possiamo miniaturizzarci e, passando attraverso l'orecchio, entrare direttamente nella sua mente, per guardare cosa succede. Ed allora scopriamo che quella persona silenziosa e distratta, apparentemente noncurante, in realtà è intenta in un lunghissimo monologo interiore a cui sembra fin troppo abituata.
"Allora, quando arriva il mio turno - aspetta, qual è il mio numero? Ah, il 37, ok - quando arriva il 37 chiederò un toast. Quali saranno le parole giuste? "Buongiorno, vorrei un toast al prosciutto". No, forse è meglio un "Salve, vorrei un toast al prosciutto". Ma no, salve è troppo generico, e poi da qualche parte avevo letto che è un termine rude, un po' ruvido. Non voglio mica sembrare maleducata! Allora "buongiorno" sia. "Buongiorno, vorrei un toast al prosciutto." O meglio, "buongiorno, potrei avere un toast al prosciutto?". La domanda suona meglio, è meno impositiva, ha un bel tocco di gentilezza, mentre la richiesta diretta ha un sapore di comando che deumanizza. E poi, rende anche antipatici! Chi sono io? Luigi XV? Siamo forse in un libro di Orwell? Se c'è una cosa che mi dà fastidio sono le persone scortesi. No, no, meglio la domanda. La domanda è carina. Ehi, ma a che numero siamo? 35? E io, che numero sono? 37? Sì, 37. Ok, attenzione, non distraiamoci che altrimenti perdo il numero e dovrò prenderne un altro. Perché figuriamoci se sarei in grado di scavalcare qualcun altro dopo di me perché mi sono distratta prima. Mi vergognerei troppo. Già mi vedo la scena: "Scusi, io ho il 37. Lo so che state già servendo il 38, ma non avevo sentito chiamare il mio numero. Toccherebbe a me." E intanto Mr. 38 mi squadra come uno squalo davanti ad un umano che gli ha tirato per sbaglio un calcio sulla testa. No, no! Non voglio neanche pensarci! Non riuscirei mai a farlo. E poi, che figura ci farei? Sono qui da almeno cinque minuti, come faccio a non sentire (o vedere, dato che c'è anche il tabellone), l'arrivo del mio numero? Passerei per la svampita di turno! Quindi sarà meglio fare attenzione per evitare questo tipo di scenario. Quanto manca al 37? Ma ero davvero il 37? Ah sì. 37. Dunque, quanto manca? Ancora due numeri? Ma il 35 sta svaligiando il negozio? Ah, no, ha finito. Sono passati al 36. Mamma mia, tra poco tocca a me. Che ansia! Calma, calma. Non ci agitiamo! Non è che stia per fare un discorso alle Nazioni Unite, devo solo fare una ordinazione. Un'ordinazione in panetteria. E poi, sto comprando un toast, mica un etto di cocaina. Di cosa devo avere paura? Ce la posso fare.
Allora, ripassiamo. "Buongiorno, potrebbe darmi un toast al prosciutto?" Ma poi, lo dovrò specificare che deve essere al prosciutto? Non è scontato? In fondo, i toast non sono fatti con prosciutto e formaggio? Non è che finisco col fare la figura della cioccolataia? Non vorrei beccarmi un commento sarcastico da parte della panettiera. Non lo sopporterei. Mi farebbe arrabbiare e vergognare terribilmente. E io non sono capace di rispondere per le rime. E poi non mi verrebbe in mente niente da dire. Rimarrei solo lì impalata a farmi prendere in giro. Una cosa decisamente da evitare, soprattutto visto che ho ancora un lungo pomeriggio da affrontare e non vorrei dovermi trascinare dietro questo senso di disagio. So benissimo che poi si spargerebbe a macchia d'olio per tutto il corpo. "Buongiorno, potrebbe darmi un toast, per favore?". Ecco, meglio. Il per favore finale, poi, è proprio un tocco di classe. Molto british. Ci sta bene. E poi aggiungerei un sorrisone a 32 denti. Oh, cavolo, il 36 sta pagando. Calma, calma. "Buongiorno potrebbe darmi un toast, per favore?" "Buongiorno, mi darebbe un toast?" "Buongiorno, potrebbe..." 
- 37!-
- Bluonffsohrno, mi dahjgrebbe un tolbkjlst? - 
- Certo. -
Qui urge una piccola incursione del narratore, che poi sarei io (Salve). Riavvolgiamo un attimo il nastro e usciamo per un secondo dalla mente della nostra protagonista e ripetiamo la scena vista da fuori. Giusto per chiarezza. Motore....Azione!
- 37! -
- Buongiorno, mi darebbe un toast?-
- Certo. -
Ecco, come vedete qui c'è stato un piccolo corto circuito dovuto ad un eccesso di adrenalina. Niente, di grave, da fuori nessuno se ne è accorto, ma cosa sta succedendo dentro? Torniamo a buttarci un occhio?
"Ma cosa ho detto? Non si è capito niente! Ho sicuramente balbettato e biascicato! Tutti avranno notato che ero agitata! Ma il "per favore" almeno l'ho inserito? Sicuramente no! Maledetta amnesia da ansia! E poi, guardatemi! Sono tutta rossa, mi sento le guance in fiamme, ho gli occhi fuori dalle orbite come una triglia dopo un'ora in padella! Per non parlare di tutta la situazione sotto le braccia. Una vasca olimpionica! Meno male che ho il giaccone perché adesso puzzerò come un paio di calzini vecchi! Ok, diamoci un minimo contegno. Ormai è andata. Adesso prendo qualsiasi cosa mi allunghi e scappo via. Prima pago però. Ci manca pure concludere questa esperienza a dir poco imbarazzante con un furto di toast. O di qualsiasi cosa abbia capito la commessa. Cavolo, perché sono un tale disastro?"
- Ecco a lei. Sono due euro e cinquanta.-
"Due euro e cinquanta. Ok, adesso li prendo e...NO! Il mio portamonete è vuoto! Ho solo un campionario di cinque centesimi! Le devo dare una banconota da venti! Quella minimo mi sputa in un occhio! Che vergogna. Va beh, diamoglieli. Adesso mi scuso per non avere moneta."
- Mi scusi, sono senza moneta. -
"Basta fare quella risatina da anatra! Mica siamo in uno stagno! Certo che però anche la commessa poteva almeno dire qualcosa. Io sono stata carina in fondo. Ah, ecco il resto. Fiuu! Finalmente è finita, adesso me ne vado con il mio toast e...aspetta un attimo. Ma è bruciato! Dovrei chiederle di cambiarmelo. Ok, adesso glielo chiedo. In fondo è un mio diritto. Ho pagato un toast, non del prosciutto tra due fette di carbone. Ma se si offendesse? Perché d'altronde le sto dicendo che il toast non va bene. Che non è un buon prodotto. Magari me lo tengo così. Basterà solo grattare via la crosta nera. No! No, la ragione è dalla mia. Questo toast è bruciato e io ne voglio un altro. Io ne esigo un altro. Con gentilezza, le chiederò un altro toast. Al mio tre, ok? Uno...due..."
- 38!-
"NOOOO! Ha chiamato il 38! Adesso come faccio? Non posso mica intrufolarmi così nel tempo dedicato ad un altro! E' troppo imbarazzante! Ecco, ho aspettato troppo! Ho perso tempo a farmi coraggio, a rimuginare e a convincermi e adesso la situazione si è fatta ancora più ansiogena. Stupida! Basta, me lo tengo così. Non è poi così bruciato in fondo. Ci sono giusto un paio di angoli scuri. Si può fare. Si può fare. L'importante è avere qualcosa da mettere sotto i denti. E poi, è un toast. Direi che è comunque una vittoria."
Saltiamo nuovamente fuori dalla mente della nostra protagonista giusto in tempo per vederla uscire dal negozio dopo aver dato un saluto frettoloso. Guarda dritto davanti a sé, tenendo il suo toast nel sacchetto. Appare tranquilla, ha solo la schiena un po' irrigidita, ma potrebbe essere dovuto al freddo. E' distratta, come tutti, probabilmente sta già pensando al prossimo segmento della sua vita. E' una tra tanti, esattamente come gli altri. O forse no?

Duille





2 commenti:

  1. Sempre, succede sempre pure a me.
    Per quanto nella mia mente fili tutto liscio, appena apro bocca... Nada.
    Ti faccio nuovamente i complimenti per come scrivi e per la capacità che hai di trasmettere una cosa difficile da spiegare come l'ansia.
    Un abbraccio

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    Risposte
    1. Grazie mille Ari, sono felice di riuscire a farti rispecchiare nelle mie parole, perché vuol dire che, per quanto sia difficile, riesco minimamente a spiegarmi! :D Chissà quante storie tragicomiche avrai collezionato anche tu, magari un giorno potresti raccontarmene qualcuna! :D Un bacione cara

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