domenica 14 febbraio 2016

Di come tutto ebbe inizio

Quella notte non riuscivo proprio a prendere sonno. Continuavo a rigirarmi nel letto, mentre le coperte tentavano un approccio drastico, quello dell'asfissia, nel nobile tentativo di aiutarmi nell'impresa di cadere tra le braccia di Morfeo. La mia mente era aggrovigliata come un gomitolo di lana intorno ad un solo pensiero: Aprire o non aprire questo blog?  Era da così tanto che ci ragionavo sopra che, se mi avessero dato una moneta d'oro per ogni volta che la parola "blog" era comparsa nel mio encefalogramma, a quest'ora mi sarei trovata a scervellarmi su un letto imbottito di banconote. Le domande si affollavano nella mia mente come la popolazione giapponese all'interno di un vagone della metropolitana e ciò rendeva piuttosto ostico tentare di dare ordine e risposta a qualsivoglia questione. 
Chiusi gli occhi, forse vinta dal sonno, forse definitivamente asfissiata dalle lenzuola. Li riaprii dopo quello che credevo fosse un secondo, e mi ritrovai di fronte una fatina vestita di arancio, con due grossi occhialoni rotondi intorno agli occhi. Si avvicinò al mio viso sbattendo le alucce: -Ciao!- disse allegra. 
Io la guardai sorpresa e sentii qualcosa salire dal fondo della gola. Nel giro di un secondo risposi con uno starnuto poderoso che la scaraventò in fondo al letto. 
- Scusa!- dissi dispiaciuta, - Hai smosso un sacco di polvere con tutto quel volare!- 
La fatina riposizionò il suo cappello di lana sul testino piccolo come un pomello particolarmente minuto e, camminando sul letto per recuperare la posizione perduta, disse: - Sì, va beh, lasciamo perdere. Non sono qui per litigare, però una zampa davanti alla bocca potevi anche concedermela!- 
- La prossima volta starò più attenta!- 
- Oh, per l'amor della Natura, spero proprio che non ci sarà una prossima volta!- 
Dopo questa affermazione, iniziai ad infastidirmi. Non solo venivo svegliata nel cuore della notte da una tipa grande quanto un my little pony, ma mi ero pure beccata la ramanzina dell'educatrice di turno. Decisi di mantenere la calma e cercare di farla sloggiare il prima possibile. 
- Dunque....posso sapere il tuo nome? - 
- Sono il fantasma del blog passato. - 
La guardai per un attimo. Quindi mi azzardai a dire. 
- Forse lo starnuto ti ha confuso le idee perché a me sembri molto una fatina. Una fatina irascibile, ma pur sempre una fatina.-
- Ma cos'è? Hai deciso di fare la polemica? Potrei avere l'aspetto di una fatina, ma sono un fantasma del passato. E smettila di discutere, che ho ancora un sacco di visite da fare e qui non abbiamo neanche iniziato! - 
- Ok, ok! Scusa! Sei un fantasma del Natale passato....-
- Ma vedi che non ascolti? Non sono un fantasma del Natale, io! Quelle sono invenzioni letterarie. Io sono un fantasma del blog passato, il tuo blog. - 
- Oh. Intendi il blog che scrissi per un po' quando ero un'adolescente e che nessuno leggeva nonostante io sperassi il contrario? - 
Finalmente vidi l'entusiasmo illuminare il volto della fatina: - Esatto. Proprio quello! - 
- Quindi suppongo che tu sia qui per dissuadermi dall'idea di aprire un nuovo blog, data l'esperienza fallimentare che impersoni. - 
La luce si spense così velocemente che temetti le si fosse fulminata la lampadina interiore. 
- Cosa? No! Assolutamente no! Non sono qui per questo, tutt'altro! Lasciami spiegare un attimo! Io...- 
Ma non riuscì a dire nulla poiché un secco "pop" annunciò la comparsa di un minuscolo semino dagli occhioni spropositatamente grandi. 
- E questo chi è? - domandai.
Il semino mi guardò felice o almeno così credetti. La fatina invece era tutt'altro che allegra: 
- Cosa ci fai qui? E' troppo presto! Non ho neanche iniziato con questa qui. Torna più tardi! -
Il semino non fece una piega e continuò a sorriderle senza dire una parola. Io ormai tifavo per lui come la più accanita delle hooligans. 
- Va beh, almeno dividiamoci gli spazi. Trenta minuti io e trenta minuti tu, ok? - La fata incontrò il silenzio dolcissimo del semino. 
Decisi di intromettermi con una domanda che mi sembrava intelligente. 
- Come mai non dice nulla?- 
- Secondo te? E' un seme non vedi? Cosa vuoi che dica? Non ha mica le corde vocali! - 
- Il fatto che abbia degli occhi grandi e acquosi come quelli di un cucciolo di foca invece è del tutto logico e normale per te!- risposi accigliata.
- Certo, anche lui è un fantasma. - 
- Di cosa precisamente? Del ficus del futuro? - 
- Spiritosa! Si tratta del fantasma del blog presente. Con la tua fastidiosa tendenza a fare domande inopportune mi hai fatto perdere tutto il tempo a mia disposizione ma, dato che il seme qui non aveva altri piani che guardarti con questi occhioni, ne approfitterò per concludere il discorso. Dicevamo: il blog del passato. Io...- 
Ma di nuovo le parole della fata vennero interrotte dall'arrivo di quello che, se la matematica non è un'opinione, era il fantasma del blog futuro, una piccola piuma d'oca particolarmente elegante. 
- Scusate, sono in anticipo. Speravo di poter chiedere al fantasma del blog presente di lasciarmi un po' di spazio extra per raccontarti le gioie del tuo futuro da blogger! -
- Ah, ma quindi questo non è un intervento dissuasivo?- domandai. 
La piuma mi guardò elegantemente perplessa, quindi si rivolse alla fata. 
- Ma come, non le hai ancora detto nulla? Speravo che avessi già fatto le presentazioni necessarie e che io dovessi occuparmi solo del colpo finale.-
- Ci sto provando da un un'ora e mezza, ma lei non è stata zitta un secondo!- 

- Apprezzo sempre la sana curiosità!- rispose la piuma d'oca, strizzando elegantemente l'occhio dietro al suo monocolo perfettamente rotondo. Quindi, dopo aver ponderato con grazia per qualche istante, proruppe in uno sbuffetto gentile e disse: - Oh, beh, ormai siamo tutti qui, quindi direi di "quagliare", come dite voi giovani!"-
La fata lo guardò accigliata. - Ovvero? - domandò.
- Pensavo ad un intervento collettivo. - rispose la piuma con raffinatezza. 
Il seme annuì felice e si strusciò contro la gamba della fata, che sospirando annuì. La piuma esplose in una risata fragorosa e disse, con la sua incredibile eleganza: - Benissimo allora. Cominciamo. Noi, cara, siamo i fantasmi del blog passato, presente e futuro. Siamo qui per dirti che scrivere un blog ti ha dato, ti da e ti darà tante soddisfazioni. -
- Esatto!- esclamò la fata. - Era proprio quello che cercavo di dirti! Ricordi quanto ti piaceva scrivere sul tuo vecchio blog? Anche se non ti leggevano neanche per sbaglio, tu eri comunque felice ed era questo che contava. - 
- E io, in quanto fantasma del blog futuro, posso confermarti che continuerà a non leggerti praticamente nessuno, ma che la cosa non ti turberà affatto. Da questa esperienza trarrai tantissimi insegnamenti, crescerai come scrittrice e come essere umano, imparerai a metterti alla prova e diventerai più coraggiosa! Finalmente avrai uno spazio di parola totalmente tuo, in cui crescere e coltivarti come la brava piantina che sei.- 
- E per quanto riguarda la costanza?- domandai.
- Di quella non mi preoccuperei affatto - rispose la piuma ammiccando in quel modo così elegante. 
- E se ancora non bastasse, beccati questi occhioni!- aggiunse la fata, ponendomi davanti agli occhi il dolcissimo seme. Lui mi guardò per qualche attimo, ipnotizzandomi, quindi tirò fuori da non si sa dove un cartellino bianco con scritto: "Piantami, e io crescerò". 
Un attimo dopo, aprii gli occhi, solleticata dalla luce del mattino. Mi alzai, convinta di aver fatto un sogno particolarmente pasticciato e andai alla scrivania, dove accesi il computer. In pochi secondi le mie mani iniziarono a digitare veloci e sicure il titolo del mio primo post: "L'inizio di un viaggio". E questa, signori, è la vera storia di come ho iniziato a scrivere su blogger (circa). 
Duille



     
domenica 7 febbraio 2016

Elogio dell'In-sicurezza

Qualche giorno fa stavo riprendendomi dall'ennesimo attacco di paranoia (tanto per cambiare). Avevo nuovamente permesso a qualcuno di percepirmi più vulnerabile di quanto volessi, il che aveva comportato una lavata di capo da lavanda gastrica da parte del Procione, che per l'occasione si era affilato le unghiette per farmi sentire una persona orribile e degna della stima di una pulce. 
Avevo mostrato insicurezza, non avevo tenuto il controllo della situazione e non mi ero presentata al meglio, e per questo dovevo essere punita con l'autofustigazione emotiva e con qualche notte sui ceci. Ma non tutto il male viene per nuocere, per fortuna: infatti, ripensandoci oggi (dopo aver rimesso il guinzaglio al Procione), mi sono trovata a chiedermi cosa ci fosse di male, in fondo, ad essere insicura. Cosa c'è di così terribilmente sbagliato nel non essere sempre sul pezzo? Non è forse l'insicurezza un'emozione umana che tutti condividiamo? Perché allora nasconderla così accanitamente? E perché convocare il gabinetto di Stato interiore qualora si venga associati a questa caratteristica? Ecco, in questo caso ascoltare il Rimugiserpe si è rivelato insolitamente utile, perché ha fornito la risposta che cercavo: mostrarsi insicuri fa apparire deboli e nella nostra società, caratterizzata dal giudizio veloce, apparire deboli significa diventarlo. E nessuno vuole la compagnia di una persona piena di debolezze, diventa troppo impegnativa. L'insicurezza, per il nostro mondo, è paragonabile a quel mucchietto di polvere che si cerca disperatamente di nascondere sotto al tappeto persiano prima dell'arrivo dell'ospite di riguardo. Nessuno lo vuole vedere, nessuno vuole saperne nulla. Vogliamo tutti crogiolarci nell'illusione di un mondo in cui l'erosione delle rocce e la perdita cellulare siano frutto dell'immaginazione dei produttori di detersivi e continuare a vivere con l'utopica immagine patinata di una copertina di design conficcata nelle cornee, a guisa di un google glass cerebrale. La nostra società aspira ad un futurismo fatto di cyborg razionali e prestazionali che rispondano alla regola che ho ribattezzato "E.S.C.E.":

      E= efficace
       S = socievole
C = certo
     E = esperto 

In questo quadro non c'è spazio per il prefisso In-, né tantomeno per qualunque emozione che implichi quelle che generalmente chiamiamo "pippe mentali", "fisime", "crisi", "ansia" o anche, forse più propriamente, "dubbi". Però io credo che il prefisso In- vada rivalutato perché è ciò che, se usato a dovere, potrebbe salvarci dal suicidio di massa, dall'eremitaggio definitivo (con conseguente affollamento delle montagne - e allora, addio eremitaggio-) o peggio, dallo sgozzamento di piccoli cuccioli di dalmata allo scopo di farci una pelliccia. 
Essere sanamente in-sicuri ci permette di coltivare le nostre emozioni, così da non rimanere appiattiti in sentimenti monocromatici da quaterback americano o da incappare in fughe precipitose da qualsiasi emozione che alteri i livelli di base del cardiogramma. L'in-sicurezza ci mette di fronte a quello che siamo, e ciò che siamo non è l'armadio perfettamente etichettato dell'ossessivo compulsivo, con le mutande organizzate per giorno d'uso, bensì un gran casino di emozioni dai nomi più o meno complicati. Possiamo anche vederla in modo più poetico: l'in-sicurezza ci fa conoscere una tavolozza di sensazioni che aspettano solo di mischiarsi, pasticciarsi, confondersi l'uno nell'altro, fino a rendere ogni momento un piccolo quadro impressionistico in cui il bianco di un abito è tutto fuorché bianco, ma la somma di minuscole pennellate di gialli, azzurri, rosa e ocra. 
L'in-certezza ci apre alla domanda, ci spinge ad analizzare le situazioni da punti di vista diversi, ora guardando a testa in giù, ora coprendo l'occhio destro annullando l'effetto di profondità, ora spiando con la coda dell'occhio, regalandoci un effetto tridimensionale che, diciamolo, nessuna stampante 3D potrebbe mai raggiungere. Così facendo, smuovendo dubbi come la marea smuove la sabbia, scrosta noi, piccole cozze di mare, dalla roccia della certezza, ci allontana dal pregiudizio, ci scardina dal granitico verdetto senza fondamento, ci fa cadere con  uno sgambetto dal piedistallo su cui troppo spesso tendiamo a sostare e ci invita a guardare dal basso, per una volta.  
L'in-esperienza smuove la nostra curiosità, ci affama di sapere, ci fa bruciare di una sete deliziosa di comprensione, ci rende avventurosi, ci fa tornare bambini, riempiendoci di domande troppo acute a cui spesso nessuno ha risposta. L'in-esperienza ci dà un nuovo obiettivo, che non è, come si potrebbe pensare, quello di capire, ma di cercare di capire, di inseguire una visione piena delle cose, che scava negli angoli, infila il naso nelle fessure e talvolta, ficca anche le dita nella presa di corrente. 
L'in-efficacia ci scopre fallimentari, sensibili alle bruciature, col naso colante dalla troppa pioggia, ma anche resistenti al fallimento, superstiti alla perdita, come alberi secolari dopo una tempesta o come quei palloncini che scivolano vittoriosi dai culetti dei bambini che li vogliono schiacciare durante le feste di compleanno. 
La non socievolezza, infine, ci invita all'introspezione, all'ascolto ad occhi chiusi, al raccoglimento a conchiglia per sentire il suono del mare che dondola dentro di noi.
Dovremmo capire che questi prefissi che sembrano renderci precari, fragili e claudicanti come denti in procinto di cadere, sono in realtà gli stessi che ci permettono di essere sensibili, creativi e forti, insegnandoci che nel fondo di ogni caduta ci sarà solo un brutto ematoma da sfoggiare allo specchio e che tutte le persone sono più dell'immagine che mostrano. Quel prefisso, insomma, ci renderà un po' segugi e un po' sensitivi, un po' fiutatartufi e un po' bambini che incastrano la testa nelle sbarre di ferro del balcone. 
L'insicurezza, più che un dente che cade, può essere una bella altalena che spicca il volo. 
Duille



      

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