domenica 29 novembre 2015

Telefilm addicted #8 - Si riparte dal taglio: Jessica Jones

Ci sono una serie di cose che, inspiegabilmente, mi producono una noia mortale, peggiore di passare un'ora a fissare un muro bianco. I negozi di intimo per esempio, mi annoiano terribilmente: appena metto piede in uno di questi store e vedo tutti quei reggiseni in fila come tanti bambini in gita scolastica, mi cala la palpebra come se mi avessero sparato un dardo anestetico in una gamba. Lo stesso effetto mi si produce nei negozi di cosmesi, nel reparto ortofrutta dei supermercati e nei negozi di ferramenta. La narcolessia da noia è un problema che mi affianca anche nel mio hobby preferito: distruggere la mia vita sociale guardando telefilm. Ci sono intere categorie che snobbo allegramente per evitare di appisolarmi seduta stante davanti al pc. Tra questi ci sono tutte quelle serie al sapor di mandragora che parlano di mafia, terrorismo e complotti vari, oltre naturalmente alla mia categoria preferita, quella capace di sedarmi come un cavallo al solo sentirla nominare, le serie che parlano di supereroi. Mamma, che noia! Appena vedo un mantello scarlatto, crollo sulla tastiera preda di un sonno profondo, se sento parlare di superpoteri e di conflitti tra bene e male mi vien voglia di prendere l'enciclopedia scientifica e iniziare a studiare tutta la tavola periodica. Non riesco proprio a farmeli piacere. Ho provato a guardarli più e più volte ma niente da fare. Una dose di belladonna credo mi terrebbe più sveglia di una serie sui supereroi. Credevo di dover mettere una pietra sopra alle possibilità di entrare a gamba tesa nel mondo dei nerd professionisti, quando un giorno di novembre è arrivata lei: Jessica Jones. 

Le pupille mi si sono dilatate come sotto effetto di una dose di cocaina, la bocca mi si è spalancata dallo stupore ed in men che non si dica ero dipendente da questa spettacolare serie dalle tinte noir. Ora, come si potrà ben intuire dalla premessa, io non sono un'esperta di questo genere, quindi tutte le mie opinioni sono mutuate dalla mia ignoranza, ingenuità e dalla crisi d'astinenza in cui mi trovo in questo momento, ora che le 13 puntate sono state divorate in un sol boccone, leccando anche le briciole. 
Jessica Jones, di cui non avevo mai sentito parlare in vita mia, è la storia di Jessica (ma va?), una ex supereroina dalla forza sovrumana e capace di fare salti che farebbero rodere d'invidia anche un canguro che, a causa di un'esperienza traumatica, ha deciso di appendere la tutina al chiodo e di aprire un'agenzia di investigazione. Jessica è un personaggio solitario, profondamente segnato dal trauma che ha funto da spartiacque tra la sua vita del passato e quella attuale, in costante lotta con la sua sindrome da stress post traumatico, che combatte a colpi di cinismo, isolamento, giacche di pelle e dosi generose di whisky che avrebbero già mandato in cirrosi epatica una quarantina di fegati. Ma lei è super forte, quindi suppongo che abbia anche un fegato d'acciaio. La sua vita solitaria e ombrosa verrà però completamente ribaltata dal ritorno del suo aguzzino, il responsabile del suo cambio radicale: L'uomo porpora. Ok, non ridete, lo so che il nome è un po' una barzelletta, potrebbe facilmente essere il nome di qualche uomo incrociato con una seppia, ma nella serie hanno saggiamente deciso di non mettere alla prova il pubblico non marveliano e hanno scelto un nome un po' più accattivante: Kilgrave. 
Il nostro super cattivo è davvero un super cattivo con i controfiocchi (per non dire altro): senza scrupoli né morale, sottilmente viziato e infantile, ossessionato da Jessica al punto da esserne lo stalker, ma allo stesso tempo fragilissimo, con un sotterraneo bisogno di affetto che traspare solo a tratti e che si scontra con la sua totale incapacità di farsi amare. E naturalmente, il tutto è condito da un superpotere da brivido: il controllo della mente. Inutile dire che la prima stagione vedrà questi due personaggi scontrarsi, soprattutto sul piano psicologico. Se infatti il contatto fisico tra i due sarà quasi del tutto assente per la maggior parte della stagione, la mente dei due personaggi sarà continuamente intrecciata in una spirale di paura, rabbia, desiderio e ossessione che darà un senso di claustrofobia e terrore allo spettatore così come a Jessica. Non si è mai al sicuro in Jessica Jones perché il fantasma di Kilgrave è ovunque, tranne forse sul fondo di una bottiglia. E' questo che rende la serie così innovativa, a mio avviso, e così coraggiosa. E' pronta a scardinare ogni certezza, ad insidiare il dubbio in ogni momento, a far vivere sulla pelle la paura continua di una minaccia invisibile ma percepibile come un vento di morte. E' il disturbo post traumatico che diventa immagine, che si dilata nel tempo di quelle 13 puntate, fino ad incarnarsi. Jessica e Kilgrave sono accomunati da una fragilità profonda ma allo stesso tempo opposta: Jessica lotta con la sua sensibilità, la sua dolcezza nascosta, la sua profonda empatia perché ha perso troppo e ora teme di legarsi. Kilgrave non sa letteralmente come amare e farsi amare, è profondamente egoista ma, allo stesso, soffre per questo perché, lungi dall'essere un gesto malevolo, il suo egoismo è indice di una non comprensione, di un non sapere. Kilgrave è egoista perché è l'unica cosa che sa essere. Non conosce altro, anche se sa che c'è dell'altro. Forse è proprio questo che lo spinge a tormentare Jessica: lei sa qualcosa che lui non saprà mai, qualcosa che lei possiede ma che rifiuta, qualcosa che lui vorrebbe ma che non potrà mai avere. 
Kilgrave è mutilato come tutto il mondo di Jessica Jones, un mondo che ha la forma di un corpo tagliato da mille coltellate, a partire dal palazzo in cui vive la protagonista, lazzaretto della miseria umana, popolato da personaggi infelici, sofferenti e che tentano disperatamente di sopravvivere in un mondo che non sembra fatto per loro. Il dolore cola da ogni inquadratura, dallo spartano appartamento/ufficio di Jessica fino al suo disperato tentativo di non farsi toccare emotivamente da nessuno, nello sguardo disperato di Kilgrave e nella sua rabbia infantile, nella storia degli abusi infantili di Trish, la migliore amica/sorella di Jessica, nelle storie secondarie accomunate dal tocco velenoso del villain. Ovunque c'è il senso di un'inevitabilità, di un'impossibilità di tornare ad essere ciò che si era, di una ferita che non potrà mai essere dimenticata, ma che sanguinerà in eterno. Non si può tornare indietro, si può solo ripartire da qui. Dal taglio. Dal sangue. Dal dolore. Tutti i personaggi sono accomunati da questa ferita profonda, al punto che in alcuni momenti i ruoli si capovolgeranno e ci si ritroverà a tifare anche per il villain, a sperare per lui, a non poterlo condannare totalmente. Queste, secondo me, sono le conseguenze di considerare il dolore nell'equazione: vedere il dolore annulla le posizioni, sospende il concetto di giusto e sbagliato, impedisce le semplificazioni, scardina le coordinate di buono e cattivo, spiega, quasi giustificandoli, atti orribili. Si è solo animali feriti che cercano disperatamente di sopravvivere, si è solo un ammasso di cellule intorno ad un buco pieno di sofferenza. E si può giudicare un corpo che sanguina? In Jessica Jones si zoppica, si cade, ci si rialza, si fanno errori a fin di bene e talvolta ci si lascia risucchiare dal dolore, diventando la sua spada, distruggendo e autodistruggendosi.Comportandosi da cattivi anche se si vuole essere buoni a tutti i costi. 
Ma in fondo, anche comportandosi in modi diversi, si è tutti disperati allo stesso modo. E' una spirale di traumi causati da altri traumi, al punto da trovarsi nel paradosso di non poter dare la colpa a nessuno. "Jessica Jones" non fa sconti, non ha paura di affondare le mani nella melma nera dell'ambiguità, di nuotare in quella fascia di grigi che separa il bianco dal nero. Si racconta una verità, senza semplificazioni facili, mandando continuamente in crisi lo spettatore che, di volta in volta, avrà un moto di tenerezza per l'eroe/antieroe, per il villain/vittima, per le vittime/carnefici. E tutto ciò non sarebbe possibile senza la magistrale bravura dei due protagonisti, Kristen Ritter e David Tennant. Lei dura, granitica che in un momento si scioglie davanti alla telecamera in un essere fatto di carta velina, fragilissima, sempre sull'orlo di impazzire dal dolore, di non poter contenere altro orrore. In un semplice sguardo, con un movimento di sopracciglia o un tremolio sulle labbra, la Ritter fa venire la pelle d'oca e comunica un carico di emozioni insostenibile. E David Tennant (conosciuto forse come il Dottore più figo della serie Dottor Who, nonché il mio preferito) è poliedrico, potentissimo, capace di passare in un secondo dalla follia più cieca all'infantilismo alla dolcezza di un ragazzino tormentato, semplicemente sollevando uno zigomo, spalancando gli occhi, allungando il suono della voce in un lamento da bambino viziato. Un ruolo che gli calza a pennello e gli permette di mostrare tutta la sua sconvolgente bravura. Entrambi gli attori riescono ad esprimere il dolore senza mai quasi nominarlo, ma incarnandolo, indossandolo come una fascia a lutto.
In conclusione, il vero protagonista di questa prima stagione di "Jessica Jones" è il trauma e la vita dopo di esso. Tutto nasce dal taglio e dal modo in cui si reagisce al taglio. In fondo, la differenza tra bene e male è tutta una questione di sfumature.   
Duille

domenica 22 novembre 2015

La parte non è il tutto

Il cervello umano è capace di innumerevoli abilità: imparare ad insultare la mamma ancor prima di sapersi allacciare le scarpe, creare la vita attraverso un racconto, fantasticare, sognare, comprendere la fisica (beh, quello non tutti), cercare il senso della vita, produrre puntate di Scrubs e inventare la magia. Secondo alcuni addirittura tutto questo ben di Dio è prodotto da appena il 10% del nostro sodale spugnoso a forma di noce, sostenendo che, se cominciassimo ad usarlo per intero, potremmo praticamente diventare dei supereroi, imparando a controllare la nostra forza elettromagnetica fino a muovere gli oggetti con il pensiero e magari, chissà, riuscendo anche a bruciare calorie facendo zapping sul divano. 
Eppure, nonostante queste premesse promettenti (se non altro per gli aspiranti maghi e per le persone eternamente a dieta), esiste una parte di noi che da sola manda tutto alle ortiche (o tutto in vacca, a seconda dell'incisività che si vuole dare). No, non sto parlando dell'ignoranza, perché a quella c'è rimedio, basta un libro e un buon insegnante. Per questa particella non c'è vaccino che tenga ed essa affligge tutti, compresi gli iperattivi e quegli entusiasti a cui si vorrebbe sparare con un fucile a pallettoni. Sto parlando dell'unica particella capace di annullare il volere di intere popolazioni, capace di far aderire i posteriori sui divani fino a far loro assumere la tipica conformazione a cuscino, con tanto di bottoncino e cuciture, capace di far bastare la chiacchiera di paese o la notizia al telegiornale come unica fonte di conoscenza, in grado, insomma, di appesantire più della forza di gravità: la PIGRIZIA. Sì, il vero nemico dell'essere umano è la pigrizia, pigrizia da gatto al sole, da adolescente davanti ad un libro particolarmente lungo, da vecchietto alle prese con un videoregistratore, pigrizia da panino ai semi di accidia ripieno di inerzia, abulia e una spruzzatina di svogliatezza, giusto per dargli quel tocco in più. E non crediate che basti muovere un po' i muscoli o schiodarsi da facebook per poter scampare alla pigrizia. La pigrizia è nella nostra testa, è la scelta facilona che ci permette di semplificare il mondo fino a ridurre 5 miliardi di persone, 20 miliardi di miliardi di animali, 370.000 specie di piante e innumerevoli cose inanimate alle proporzioni di una scatola di pastelli a cera, e che ci porta a fare ragionamenti che potrebbero essere adeguati solo ad una cozza che non ha mai lasciato il suo scoglio. Un esempio? La tendenza a GENERALIZZARE, a fare di tutta l'erba un fascio. Se una volta mangiamo un calamaro e scopriamo che non ci piace, in pochi secondi siamo dei detrattori di tutti i frutti di mare. Se vediamo adolescenti che svengono di fronte a dubbi esemplari di artisti, pensiamo che l'intera generazione sia da compostaggio immediato. Se qualcuno diventa violento e bullizza il compagno di classe, ecco orde di genitori pronti a bruciare al rogo i videogiochi come nuovi esemplari del demonio. Per non parlare delle vittime preferite delle generalizzazioni: le bionde!
La generalizzazione, insieme alla tipica frase "ai nostri tempi era tutto diverso" è la vera piaga della società e braccio destro della pigrizia. Come se ogni mattina ci alzassimo e, prima di uscire di casa, indossassimo il cappotto, la sciarpa, il cappello e un bel paio di fette di prosciutto sugli occhi. All'ultima moda, s'intende. Con un cervello come il nostro, che in potenziale potrebbe addirittura farci volare usando le flatulenze corporee come spinta propulsiva, è un vero insulto limitarsi in questo modo. Perché è così difficile capire che un esemplare non rappresenta l'intera comunità? Non rispondete, la mia è una domanda retorica perché la risposta, a mio avviso, è fin troppo semplice: perché è meno faticoso e, soprattutto, è più facile. E' più facile pensare che tutti i testimoni di Geova siano degli invasati rompiscatole da prendere in giro, piuttosto che cercare di rispettarli (e fingersi devoti del grande unicorno rosa quando citofonano), è più facile credere che le persone con Sindrome di Down siano tutti angeli dagli occhi a mandorla scesi sulla terra come esempio di purezza, invece di considerarle come individui con una personalità unica e, talvolta, anche capaci di mandarti fuori dai gangheri (fidatevi, ci riescono!). Non fraintendetemi, non sto condannando la tendenza a generalizzare. Lo facciamo tutti, lo faccio anche io, è un meccanismo umano che serve a capire cose più grandi di noi, ci permette di fare una prima selezione, di scegliere velocemente, e nella maggior parte dei casi va benissimo. Il problema è che "più facile" non coincide con "vero". La parte, di fatto, non è il tutto: le mele non hanno la proteina della stitichezza, non tutti i bambini che giocano con le bambole diventeranno gay, non tutte le ciambelle riescono col buco ma non per questo pensiamo subito che le ciambelle siano dei bomboloni senza crema. 
Non tutti i critici d'arte sono Vittorio Sgarbi e non tutti i musicisti sono belli e maledetti. Santo cielo, esistono anche i cantanti folk! E, per fare un esempio molto attuale, non tutti i musulmani sono terroristi. Solo perché i sillogismi di Aristotele hanno una loro logica valida non significa che siano tutti veri. Altrimenti, seguendo questa logica, tutti i musulmani avrebbero una insana passione per farsi saltare in aria, i cattolici sarebbero tutti crociati, i preti sarebbero tutti pedofili, i gay sarebbero rappresentati solo dai partecipanti al Gay Pride e gli italiani sarebbero tutti mafiosi. E invece, per fortuna, la parte non è il tutto. Se una persona mangia frittelle di ceci non vuol dire che sia un vegetariano, così come se a qualcuno piace l'hamburger non vuol dire che il suo passatempo preferito sia guardare macellare le mucche. Allo stesso modo, se un uomo dalla carnagione scura porta la barba lunga non è necessariamente un mujaheddin. Potrebbe essere solo un hipster siciliano. E anche se fosse un hipster siciliano che si è convertito all'Islam, non significa che giri con cinture piene di tritolo o che lapidi le fanciulle che vanno in giro in minigonna. Generalizzare è semplice, è facile, ci permette di rendere immediatamente comprensibile una persona e quindi renderla meno ignota. E' utile, ve lo concedo, ma dobbiamo stare tutti molto attenti a non farlo diventare il nostro unico filtro della realtà (i famosi prosciutti sugli occhi). Non sapere andare oltre alla generalizzazione può essere molto pericoloso, soprattutto in tempi difficili come questi. Generalizzare può farci perdere occasioni di crescita, e questo di per sé è una questione che interessa solo il singolo, ma il problema è che può, in alcuni casi, produrre paura, segregazione, emarginazione, rabbia e amplificare i conflitti. E tutto questo solo per pigrizia? Tutto questo solo perché non vogliamo spremere troppo meningi potenzialmente in grado di renderci capaci di vedere la gente morta? Oppure lo facciamo per paura? Beh, secondo me non generalizzare è la chiave per non avere paura, è il modo di riappropriarci di un controllo sano su qualcosa su cui sentiamo aver perso il controllo e che ci spinge a generalizzare. Ma generalizzare ci rende stupidi, stupidi nel senso descritto da Carlo Cipolla: "Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un'altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita". E di fatto, odiare i musulmani che vivono nel nostro paese, ci porta forse qualche vantaggio, oltre alla paura, all'odio e ad un incremento della rabbia dell'emarginato che finisce col mascherarsi da guerra religiosa, indotto dalla stessa generalizzazione e stupidità? Quando generalizziamo troppo e male finiamo col diventare stupidi, oltre che arrecare danno ad altri e a noi stessi. Quindi io mi propongo di cercare di essere il meno stupida possibile e rendere onore ad un cervello che un giorno mi permetterà di liberarmi dei metalli pesanti nel corpo a suon di rutti. 
Duille



domenica 8 novembre 2015

Strozzatici con quel bicchiere mezzo pieno.

Oggi è una di quelle giornate in cui sono allegra come una lumaca che ha appena scoperto il significato della parola "escargot" sul menù del giorno. E quando mi sveglio in questo mood nichilistico/schopenaueriano non posso fare a meno di pensare alla questione dei "punti di vista", anche ribattezzata "La teoria del bicchiere mezzo pieno". Mi spiego meglio. 
La questione dei punti di vista è quel luogo comune secondo cui, in base al modo in cui guardi il bicchiere, lo vedrai mezzo pieno o mezzo vuoto. E' un modo con cui gli ottimisti, per natura desiderosi di portare fiori di campo anche agli allergici, cercano di convincere i pessimisti che la vita è solo una questione di prospettive, anche se non glielo ha chiesto nessuno, naturalmente. Che volete farci, l'essere umano è impiccione per natura, è il motivo per cui si fanno le guerre. Chiamatelo karma, chiamatelo uso efficace delle energie psichiche, il punto è che secondo questa teoria, se vuoi zucchero devi pensare come se nel cervello avessi zollette al posto dei neuroni e bastoncini natalizi al posto degli assoni. Zucchero chiama zucchero e se per qualche motivo la sfiga si abbatte su di te regalandoti foglie di cicoria invece che caramelle al lampone, beh, la colpa sarà solo tua. Il karma, appunto. Oppure le energie negative che attirano altre energie negative, neanche fossimo delle cavolo di calamite umane o gli aspirapolvere dei Ghostbusters. Il succo della questione quindi è che, secondo questa teoria, le sorti della tua giornata e, per volare proprio alto, della tua vita, sono interamente nelle tue mani. "Il potere della mente ti darà la capacità di cambiare le sorti del tuo disastroso giorno, basta solo volerlo". Praticamente si improvvisano guaritori cristiani del Far West, di quelli che convincevano le persone che, avendo abbastanza fede, si sarebbero ritrovati un fegato nuovo pronto da riempire di alcool come il precedente. Ebbene, oggi mi sono improvvisata porcellino d'india della situazione, mettendo alla prova questa teoria nella quotidianità. Stamattina mi alzo con l'umore più nero dell'inchiostro succhiato ad una notte di luna nuova, mi trascino fino in cucina con il caratteristico strascico dei piedi da elefante marino e mi preparo il latte per la colazione. Nel farlo, mi brucio una manica della vestaglia di pile (sì, sono una ventisettenne che indossa vestaglie...consideratelo un omaggio ad Arthur Dent di Guida Galattica per Autostoppisti). Mentre guardo quel pezzetto di stoffa annerito e ormai della consistenza di una levigatrice, penso: "Ho quasi mandato a fuoco la vestaglia". Ecco, intorno a questa frase si è mossa la mia intera riflessione filosofica estrapolata direttamente dal Cioè del 1999. In fondo, tutto ruota intorno a quel "quasi" e al peso che decideremo di dargli all'interno della frase. Possiamo considerarlo il punto nodale dell'intera questione, quel quasi, come l'anello iniziale di un centrino di proporzioni cosmiche, oppure possiamo scegliere di ignorarlo completamente, come se fosse un intercalare qualsiasi, un "ehm" tra una parola e la successiva, un colpo di tosse nell'andamento del discorso, un rantolo della gola che tutti ignoreranno per educazione. Nel primo caso, quella del "quasi" Big Bang da cui si è originato tutto l'universo, la frase assumerebbe all'incirca questi toni; "Mi sono quasi bruciata la vestaglia. Che botta di culo! Avrei potuto essere l'equivalente di un arrosticino a quest'ora. Sono stata fortunata! E' un chiaro segno che la mia buona stella mi continua ad accompagnare". Colorazioni da arcobaleni cavalcati da unicorni ricoperti di zucchero filato, insomma. 

Nel secondo caso, invece (quello in cui il "quasi" è un punto nero sulla faccia nascosta della Luna), gli accostamenti cromatici saranno più graditi ai fan della famiglia Addams che a quelli dei Mini Pony. In questo caso il discorso si orienta più su queste strade: "Ecco, cominciamo proprio bene la giornata! Quasi mi brucio la vestaglia! Adesso è mezza annerita. E' chiaro il messaggio inviatomi dall'universo: la giornata sarà divertente come una sorsata di olio di fegato di merluzzo". Tralasciando la mia (ne convengo) discutibile tendenza a cercare segni ovunque, a questo punto la psicologia spiccia della vicina di casa impicciona tirerebbe fuori la teoria dei "punti di vista", sostenendo che, nel momento in cui sei in grado di vedere la stessa vicenda in una dolce tonalità pastello, e non nelle catramose colorazioni del petrolio sulle ali di un gabbiano, non ci metterai più di qualche secondo ad abbandonare quel pantano di dolore in cui ti ritrovi e saltare lo steccato dell'ottimismo con mosse alla olio cuore e l'allegria di uno stambecco sotto metanfetamine. Ecco. Lasciate che vi dica la verità e che ve lo dica da ottimista (mio malgrado): SONO TUTTE PALLE! Palle grosse come dirigibili guidati da giganti, palle stratosferiche come sonde spaziali in orbita oltre la gravità, palle inverosimili come l'idea di scientology che le anime degli alieni veleggino intorno a noi cercando di impossessarsi dei nostri corpi. Palle. Palle credibili come un avvistamento della Mucca Carolina nei cieli di Parigi. Non dico che in linea di massima l'idea di sforzarsi di vedere il bicchiere mezzo pieno non sia un buon esercizio per non crogiolarsi nella vasca da bagno dell'autocommiserazione, ma posso assicurare che se ci si sveglia con il piede sbagliato e, appoggiandolo sulla moquette, si finisce col prendersi una storta cadendo rovinosamente di guancia (pure lei sbagliata) sul pavimento della camera da letto mentale, non ci sarà prospettiva che tenga. E questo per un semplice motivo: non è la prospettiva che modifica le sorti della giornata, ma le emozioni.
Non importa da quante angolazioni guarderete la realtà (se a testa in giù, penzolando da un ramo o nella posizione di partenza del saluto al Sole) perché in quei momenti è l'emozione che ha le mani sul volante. E si ci si è alzati con i colori di un polmone dopo dieci anni di accanito tabagismo c'è ben poco da stare allegri e guardare il bicchiere mezzo pieno. In questi momenti non siamo solo depressi o disfattisti, siamo anche e soprattutto INCAZZATI, incazzati come cigni a cui si è negata la mollica di pane, imbufaliti come un'orsa a cui hanno tentato di toccare i cuccioli, inferociti come un milanese a cui hanno rubato l'ultimo parcheggio disponibile sotto il naso ( per chiarire: il suddetto milanese vi ricoprirà di tanti insulti, maledizioni e anatemi da suscitare l'ammirazione dello stesso Voldemort). Quando si è così arrabbiati con il mondo, l'unica cosa di cui si ha voglia è sfogare quell'ira su qualsiasi cosa passi sotto il naso. Ci vuole un capro espiatorio, un punching ball di passaggio, un agnello da sacrificare al grande dio Ira. E se l'ignaro portatore della scritta "picchiami" sulla schiena è il lato positivo che ci saluta colorato ai piedi dell'arcobaleno, beh, sarà peggio per lui. La nostra falce borchiata si abbatterà sul suo sorrisino invitante mentre in sottofondo una musica heavy metal osannerà il nostro gesto di ribellione alla felicità. Guardatevi bene da chi ha iniziato male la giornata perché nessun predicozzo ottimistico disinnescherà la bomba ad orologeria che siamo diventati, impedendoci di portare distruzione nel mondo. Anzi, se qualcuno cercherà di mostrarci la bellezza di questo bicchiere mezzo pieno di fantastiche fortune da lepricano, la risposta sarà sempre la stessa: "Strozzatici con quel bicchiere mezzo pieno!" In questi casi non importa come vorremo vedere il bicchiere perché la verità è che finiremo con lo spaccarlo, quel maledetto, e col farlo con un colpo di martello e lo sguardo omicida alla Dexter. Permettiamoci di essere incavolati come un gatto a cui hanno pestato la coda, per una volta, e non abusiamo noi stessi di una teoria che, se usata con la saggezza propria di Yoda, è capace davvero di aiutare. Se ogni volta che una persona a caso si alza con la gioia di vivere di un calzino vecchio, lo si deve immediatamente convertire all'ottimismo a tutti i costi, finiremo solo con il ridurre la teoria ad una rubrica da quattro soldi di una rivista femminile, oltre che rischiare una padellata in testa. Neruda una volta ha detto in una sua poesia "Questa volta lasciami essere felice". Beh, questa volta, santo fagiano, lasciatemi essere livida! 
Duille 

   

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