domenica 4 novembre 2018

Fuori sincrono

 Immaginate un coro pronto ad iniziare la sua performance canora. I cantanti sono tutti lì, ordinatamente in schiera come birilli pronti a ricevere uno strike, nei loro abiti fotocopia e negli sguardi impassibili da monaci tibetani, in attesa del segnale di partenza dato dal direttore d'orchestra. E quando il via arriva, ogni componente prende fiato nello stesso momento, come se ciascuno fosse una cellula dello stesso polmone, e in un secondo, esplode la voce, nella più perfetta sincronia. 
Immaginate adesso che in quel flusso sonoro calcolato al millisecondo, tutto diapason e metronomo, si senta un ritardo o un'anticipazione, magari impercettibile ai non addetti ai lavori, ma rumorosa come un pescivendolo in biblioteca per i compagni canori. Un fuori sincrono ben riconoscibile che presto porterà le teste ordinate dei cantanti a voltarsi verso una direzione precisa. Che guarda caso, è la nostra. Vi lascio immaginare la conseguente quanto scontata vergogna, l'imbarazzo e il desiderio disperato di trasformarsi in struzzo (sia per la folkloristica questione "testa nella sabbia" sia per la più scientifica dote da velocista dei suddetti pennuti tutto gambe). Questa è, in sostanza, la sensazione che vive tutti i giorni un ansioso sociale. Senza la parte del coro, naturalmente. Noi ansiosi ci sentiamo perennemente fuori sincrono, leggermente indietro o in avanti rispetto alle lancette interiori delle altre persone, come se fossimo immersi a bagnomaria in un fuso orario diverso. Siamo come una videochiamata su Skype afflitta da un irrisolvibile ritardo, per cui a battuta o domanda seguono secondi di imbarazzante sospensione, con sorrisi incerti che galleggiano nell'etere e microperle di sudore che ammazzano il tempo giocando a partita di Zuma sulla fronte, fino al momento in cui misericordiosamente arriva la risposta o la risata, frantumando il nervosismo ed il silenzio. Ma, in pratica, cosa significa essere fuori sincrono? Diciamo che l'ansioso sociale è afflitto da due piani di asincronia, uno macroscopico, che chiameremo Rivoluzione, per omaggiare Mamma Terra, ed uno microscopico, che, indovinate un po', chiameremo Rotazione (dieci punti a Grifondoro per chi ha indovinato). La Rivoluzione riguarda il nostro ciclo vitale da bruco, la nostra crescita verso una possibile trasformazione in farfalla cavolaia (perché aspirare a diventare delle Vanesse sarebbe come chiedere ad una mucca di farsi spuntare le ali). Qui lo sfalsamento temporale si manifesta nel fare le cose in tempi diversi,  spesso più lentamente, nel raggiugere il traguardo quando le luci sono già spente e tutti se ne sono andati e nell'arrivare a consapevolezze cosmiche che per gli altri sono già storia vecchia. In sostanza, significa essere sempre in ritardo, come il Bianconiglio. Se la Rivoluzione però spesso ci accoglie più preparati al nostro destino da roditore, la Rotazione è sovente uno schiaffo in faccia di consapevolezza non gradita, perché riguarda il piano delle interazioni sociali e quotidiane, causa dei nostri più grandi pianti autocommiseranti. 
Qui essere asincronico significa arrivare in anticipo o in ritardo al proprio turno di parola, sovrapporsi all'altro nel parlare, non capirsi mai al volo, non avere la prontezza di offrire il compassionevole salvagente della risata di cortesia davanti a battute incomprensibili come un cubo di Rubik o palesemente brutte come un centrotavola a forma di caciocavallo. Significa anche non riuscire a fare gruppo nei momenti goliardici e faticare a trovare uno spazio di silenzio in cui infilare una frase faticosamente pescata nel fondo di un cassetto della nostra mente e che, per qualche motivo, ci sembra adeguata alla situazione. Insomma, non riusciamo mai a fare parte di qualcosa più grande di noi, non riusciamo ad essere uno dei pastelli nel set di matite o l'ingranaggio all'interno di un meccanismo. Si resta a margine, come una parola scritta sul bordo di una pagina e che si perde di vista. E alla fine, un po' per necessità, un po' per ridurre l'imbarazzo di tutti, finiamo col rimanere in silenzio e limitarci ad occupare quello spazio di confine tra il tempo degli altri e il nostro al quale sembriamo essere condannati. E' un po' come cercare di inserire una pagina nuova tra due pagine contigue dello stesso capitolo: è faticoso, richiede moltissimo impegno e non sempre è possibile, tanto che ci si potrebbe chiedere se valga davvero la pena perdere minuti preziosi e neuroni indispensabili per inserire quella pagina che, in fondo, è anche un po' strana e altera tutto l'equilibrio del capitolo. E' questa una delle cose che personalmente trovo più faticose dell'essere fuori sincrono: quella patina di stranezza incomprensibile che vediamo attribuitaci dall'occhio del nostro interlocutore, quello sguardo dubbioso e perplesso che leggeremo sempre negli occhi degli altri all'ennesima volta in cui mancheremo il colpo, salteremo la battuta, resteremo muti invece di avere la reazione attesa, fraintenderemo il comando o risponderemo troppo tardi all'esortazione. Qualcosa non quadra, se ne rendono conto anche loro, e non capiscono cosa sia: siamo lenti di comprendonio, goffi come pinguini sugli scogli, eremiti a cui è stato concesso un giorno di permesso o siamo semplicemente incompatibili? Alla fine, di solito, le persone decidono che a loro, in fondo, non importa sapere se siamo impacciati come un bambino a cui hanno annodato tra di loro i lacci delle scarpe o se siamo alieni venuti da un altro pianeta e vestiti con un Edgarabito. La verità è che non sono abbastanza in confidenza con noi e, d'altro canto, non siamo neanche così interessanti da stuzzicare la loro curiosità, così alla fine ci lasciano nel nostro margine, ad un passo dall'entrare in un insieme del diagramma di Eulero Venn ma sempre con quella caratteristica X che ci lascia fuori. E sia chiaro, non c'è niente da rimproverare o condannare in questo comportamento perché sarebbe come giudicare un ascoltatore perché preferisce la musica tonale a quella dodecafonica di Schonberg che, diciamoci la verità, sarà anche famosa ma è ascoltabile quanto un violino stonato sparato a tutto volume. 
E' più facile e più rilassante stare con le persone simili a sé, piuttosto che faticare, magari per nulla, dietro a persone comprensibili come un puzzle smontato che, una volta ricomposto, potrebbe rivelarsi solo una rappresentazione di natura morta. Vale la pena rischiare, quando neanche le premesse sembrano giocare a nostro favore? In fondo, è una domanda legittima. Una volta capito cosa significhi essere fuori sincrono e aver affrontato il dilemma morale dell'interlocutore, resta una sola domanda da porsi, la domanda del giornalista d'assalto e del Poirot più navigato: perché siamo così caparbiamente fuori sincrono? La risposta a cui sono arrivata io, nell'infinita saggezza di anni di rimuginii è che, alla base di tutto, ci sia sempre lei, la nostra Voldemort personale: l'ansia. E' lei a farci tentennare, aspettare, soppesare per la milionesima volta i pro e i contro e, in sostanza, a farci accumulare secondi e minuti in un'immobilità da Pensatore di Rodin in ciccia e nevrosi. Valutiamo il valutato, e poi il valutato del valutato, e così facendo perdiamo tempo, rallentiamo le tappe e ci perdiamo nei bicchieri d'acqua, nel tentativo di controllare i nostri bisonti emotivi, di nascondere il disagio e l'insicurezza, in una parola, nel tentativo di essere perfetti. Ma in fondo, mi dico, se Schonberg è finito ad essere osannato nei libri di storia della musica per aver creato una tecnica strumentale piacevole come il pianto di un gatto alle tre del mattino, forse anche noi, più che fuori sincrono, siamo avanguardisti in attesa di essere scoperti. O forse dobbiamo solo darci una calmata e smettere di farci ispirare dagli spot della Nike per costruire i nostri obiettivi di vita. Basta quindi esigere l'impossibile ed iniziare ad accettare una buona volta che l'imperfezione è forse l'unica cosa che davvero ci rende uguali agli altri e che ci permetterà, una volta per tutte, di coronare un sogno ed entrare in uno degli insiemi di quel dannato diagramma di Eulero Venn. 

Duille


domenica 21 ottobre 2018

L'insospettabile femminismo di Ghostbusters

Qualche sera fa ero in uno di quei momenti che io chiamo di "tedio esistenziale", in cui sono così insofferente alla vita da snobbare con sdegno qualsiasi attività neanche fossi un principino rinascimentale. In questi drammatici istanti, di solito, c'è solo una cosa da fare: mangiare e darsi ai film d'intrattenimento, ovvero quei film con così poche pretese da rendersi simpatici a prescindere dall'esito dell'esperimento. 
Capirete logicamente che questo post non parlerà della mia ancestrale passione per il cibo spazzatura e, se il modo di dire dice il vero, per cui "se non è zuppa è pan bagnato", è evidente che si finirà a parlare del film che ha attenuato i miei disagi, ovvero Ghostbusters, versione 2016. Parliamoci chiaro: il nuovo Ghostbusters è stato il film che ha offeso più persone di Donald Trump, e questo ancor prima di essere proiettato nelle sale. Un vero record. Il fandom si è levato in una sol voce per condannare l'Onta, il terribile Oltraggio di colui che ha osato disturbare il riposo della Gioconda degli anni '80, ovvero il celebratissimo fratellino più grande che aveva fatto la storia dei marmocchi che furono (e di una puntata di Stranger Things). Cosa sembra insegnarci questo nuovo film, quindi? Mai toccare la mamma ad un motociclista ed un cult movie ad un fan snob: il passo verso la trasformazione in Regina di Cuori, in questi casi, diventa certa come la comparsa del terzo occhio dopo una gita nella centrale di Chernobyl. Però, se sgomitiamo un attimo tra la marea di muggiti che hanno accompagnato questo film, bisogna riconoscere che, in realtà, tutto il baraccone ha saputo lavorare egregiamente con il materiale che si è trovato tra le mani. E con materiale non mi riferisco a sua Santità, il Ghostbusters del 1984 che, per quanto fosse carino e abbia fatto storia, era pur sempre un film di intrattenimento (quindi, fan, datevi una calmata, che Paul Feig non vi ha mica impiccato il cane). Sto parlando del tema della femminilità, vero elemento di novità del lungometraggio e che tutti i detrattori del film hanno snobbato in nome dell'evergreen contemporaneo, la polemica sterile. Come sapranno ormai tutti, Ghostbusters 2016 punta tutto sull'idea del ribaltamento di genere, proponendo quattro protagoniste femminili al posto dei quattro acchiappafantasmi dotati di pendolo del primo film. Quattro fanciulle strepitose, intelligenti, spiritose e indipendenti, capaci di salvare non solo se stesse, ma anche il mondo e il fusto di turno, en passant. Già così, l'immedesimazione per noi povere fanciulle, che ci siamo sempre dovute destreggiare tra personaggi così cazzuti da dover per forza essere allergici agli uomini e principesse Peach in attesa di essere salvate dal Super Mario di turno, è garantita. Ma il film non si limita a presentarci degli ideali femminili in stile Lara Croft: le nostre protagoniste sono infatti tutte bellezze non convenzionali, in cui ci si può identificare senza sentirsi inevitabilmente l'ultimo scorfano apparso sulla faccia della Terra. Non si vestono con vestiti di latex, non si strizzano in jeans sorreggi chiappe, non hanno una seconda laurea in hairstyling e non salvano il mondo su tacchi 12. Soprattutto, hanno personalità e fisicità completamente diverse l'una dall'altra e molto lontane dai canoni a cui siamo abituate, il che le rende ancora più belle, sfolgoranti e brillanti. 
E questo perché, per una volta (e spero non l'ultima) si è puntato tutto sulla caratterizzazione del personaggio, scavalcando quello stereotipo del genere che vuole che le donne, perché possano recitare, debbano essere discendenti diretti della Venere del Botticelli e con misure alla Jessica Rabbit (che, non a caso, era un cartone animato). Fan services viventi per i maschietti, insomma. Niente a cui noi femminucce possiamo indentificarci, a meno di accontentarci e strizzar fuori da queste Naiadi qualcosa di realistico. Qui invece si è scelto di fare il grande salto e superare completamente la logica maschilista scegliendo di lavorare sul personaggio e non sull'aspetto dell'attrice. La stessa cura è stata data al taglio comico del film che, pur omaggiando lo stile del suo predecessore, non cade nel facile escamotage dello stereotipo di genere, dell'ipersessualizzazione o della denigrazione un po' frivola dell'intelligenza femminile. Insomma, in Ghostbusters non troverete mai nessuna protagonista che fa un incidente d'auto perché ha visto un paio di Jimmy Choo in saldo o che crea un diversivo mostrando le poppe, e men che meno le vedrete avere un attacco isterico perché è finita loro in faccia della sostanza ectoplasmatica. In questo film il genere sessuale non viene mai anteposto alla professione, come d'altronde non accadeva ai protagonisti dell'originale dell'84, ma sceglie di sottolineare l'ovvio, ovvero che le due cose (essere portatrici di vagina ed essere dotate di cervello) non sono incompatibili come l'acqua e l'olio, ma si fondono insieme fino a formare un'identità più sfaccettata e che tiene conto di entrambe le parti. Incredibile, vero? Scordatevi quindi le scienziate sexy o i quattrocchi che non hanno mia visto un dentista e forse neanche la luce del sole e date il benvenuto a personaggi eccentrici, forti, indipendenti e divertenti, che non scimmiottano il maschile ma che non si propongono neanche come icone femministe. Sono semplicemente personaggi comici che sono trattate come tali. Alla fine, quindi Ghostbuster si rivela un film gradevole in generale, con una trama debole e un po' frettolosa, certo, ma che ha saputo, direi finalmente, entrare nel nuovo millennio, polverizzando la logica maschilista e permettendosi addirittura di giocarci un po' attraverso il personaggio del segretario stupido come una pigna, Kevin. Sicuramente non potremo urlare al girl power, ma un pugnetto alzato di approvazione io me lo sono concessa. 
Duille
   



domenica 7 ottobre 2018

Tombini, gondolieri e scarpe di vernice.

Giovedì stavo uscendo dal supermercato e, a dirla tutta, da una giornata frenetica, con un pollo fumante nella busta e la stanchezza nelle tasche, pronta a chiudermi in casa e avvolgermi nel pigiama più brutto, sformato e, per questo, più accogliente che avevo. Ero tutta intenta a pregustarmi questa esplosione di sensi, quando sono incappata nella coppia più improbabile che potessi incontrare all'uscita di un supermercato. 
Un uomo di mezza età, un po' stempiato e rotondetto, con indosso una di quelle tute da lavoro che ricordano contemporaneamente le tutine dei neonati e la lingerie maschile dei film western, si accompagnava al suo opposto, uno spilungone molto più giovane, la cui fisicità asciutta da chi non ha mai toccato un carboidrato era perfettamente valorizzata da un completo giacca e cravatta che si dava arie di importanza e scarpe di vernice così lucide che ci si sarebbe potuti specchiare. Era così tanto curato, lo spilungone, che scommetto aveva anche i capelli alla campo da golf, tutti tagliati esattamente alla stessa altezza. Praticamente, avevo di fronte due stilemi della società moderna, una versione contemporanea degli esponenti dei tre stati francesi pre-rivoluzione. La cosa, diciamocelo francamente, non avrebbe suscitato più di un'occhiata curiosa in me e nel mio pollo, se non fosse che, ampliando lo scenario, la situazione si faceva alquanto bizzarra. Scarpe di vernice infatti era piegato in avanti in un esemplare angolo ottuso che avrebbe fatto la gioia degli insegnanti di geometria e stava tenendo il cellulare a mo' di torcia, cercando di facilitare la vista al suo compare di avventure, che invece aveva scelto di accessoriarsi con una lancia di plastica bianchissima, una versione povera del bastone di Gandalf il Bianco, la cui estremità superiore dondolava felicemente a pochi centimetri di distanza dal tetto del parcheggio, mentre l'estremità inferiore ravanava con entusiasmo da cercatore d'oro dentro un tombino aperto, da cui faceva uscire irriconoscibili creature che un tempo, forse, furono carte e altri oggetti adibiti al consumo umano, ma che adesso avevano la consistenza ed il colore di una fanghiglia catramosa e dalle aspirazioni petrolifere. Una volta ancorati gli occhi su quei due gondolieri delle fognature, la mente ha iniziato a costruire interi romanzi di supposizioni circa i motivi per cui due persone così diverse potessero avere interesse a scoprire i segreti, che tali sarebbe meglio restassero, degli scarichi milanesi (It insegna, d'altronde). 
Alla fine, l'ipotesi più plausibile sembrava essere il vecchio classico, l'evergreen urbano del cittadino medio: la caduta di un oggetto prezioso nel tombino ad opera dell'incubo di ogni attraversatore di grate, portatore di occhiali e frequentatore di ascensori, cioè la forza di gravità. E doveva trattarsi di un oggetto di importanza capitale, per restare lì a cercare di recuperarlo nel parcheggio di un supermercato di periferia in un giovedì sera. Quindi mi sono sentita di depennare dalla lista l'intera gamma di oggetti dal sostanzioso valore economico. No, qui sembrava essere una questione di sopravvivenza, del tipo che senza quell'oggetto il ritorno alla tana veniva pregiudicato. Niente anelli preziosi sfilatisi come l'Anello del potere di Sauron dalle dita del povero Smeagol, e nemmeno l'orologio d'oro ereditato dal nonno a cui si era tanto affezionati sganciatosi dal polso in un'evasione alla Prison Break. Mi sento anche di escludere con abbastanza sicurezza il potenziale fazzoletto in cui una ragazza particolarmente carina aveva scritto il suo numero di telefono. Direi che la cosa più plausibile è che Scarpe di Vernice avesse perso delle chiavi. E più precisamente, il mio occhio clinico, allenato da anni di partite di Cluedo e da un'infanzia passata a guardare il tenente Colombo, optava per le chiavi della macchina che, si sa, stanno al ritorno a casa come il Martini alla realizzabilità di un party. Probabilità di ritrovare le chiavi in quel liquame? Scarse. E si riducevano ulteriormente se consideriamo che il palo da gondoliere in saldo non aveva neanche un retino, il che rendeva il recupero del malloppo (o del maltolto) ancora più improbabile, al punto che si sarebbe potuto coniare un nuovo modo di dire da affiancare al più scontato "ago nel pagliaio" ("è come trovare delle chiavi in un tombino usando solo un palo da gondoliere"). E sinceramente, non sapevo se augurare a Scarpe di Vernice di recuperare il suo tesoro perché penso che, se ne fossero uscite vive, quelle chiavi avrebbero avuto bisogno di un paio di giorni di bollitura nella candeggina e comunque probabilmente sarebbero tornate alla luce portandosi dietro intere famiglie di ratti pronte a far valere i diritti sul detto "chi trova tiene, chi perde piange". Quindi forse era meglio investire quel tempo in una proficua chiamata a parenti e/o amici che potessero aiutarlo a tornare a casa, piuttosto che rischiare l'ebola rimestando in quella riedizione delle Paludi di Mordor. 
Una volta fatte queste constatazioni, ed aver fatto il mio lavoro di essere umano dispiacendomi per i due malcapitati (perché anche Tuta da Lavoro meritava una menzione d'onore per essersi trovato in quella fangosa situazione con la paga da fame che sicuramente gli davano), mi sono concessa un momento di sano ed egoistico divertissement davanti a quello spettacolo di malasorte, crogiolandomi nella fortuna di essere solo spettatrice fugace di quel dramma in cinque atti, mentre anche il mio pollo già cotto stava rivedendo la sua posizione svantaggiosa in confronto a quella dei due improbabili protagonisti di questa storia. L'azione successiva è stata quella di dedicarmi al carico delle vettovaglie nella macchina, non dimenticando però di regalare uno sguardo particolarmente innamorato alle mie chiavi così fedeli al loro padrone. Alla fine, prima di partire, mi sono concessa un ultimo sguardo di commiato ai due Stanlio ed Ollio di turno e ho trovato l'ennesima sorpresa: Tuta da Lavoro era sparito dalla scena, forse stufo di rimestare inutilmente nella fognatura, e Scarpe di Vernice aveva preso il suo posto, mettendoci tutta la buona lena data dalla disperazione e da un probabile abbonamento annuo alla palestra. Eccolo lì quindi, nel suo completo perfetto, un piede nella sua signorile scarpa stringata davanti all'altro, che si immedesimava nel contadino che solleva la terra, raspando, divellendo il terreno molle su cui non batte mai il sole, e invocando il miracolo che, se la realtà non è un opinione, probabilmente non sarebbe mi arrivato. Il protagonista perfetto di una canzone blues, insomma. Alla fine di questa storia, devo dirvi che non so se Scarpe di Vernice sia riuscito a recuperare le sue chiavi o se sia rimasto a pernottare nel parcheggio coperto del supermercato, saltando da un'interpretazione all'altra di tutti i ruoli più umili della società, perché alla fin della fiera io avevo un pollo da mangiare e, sinceramente, le mie aspirazioni da narratrice non erano così solide da superare le prospettive di una serata in pigiama. Quello che è certo è che da tutta questa storia mi è arrivato un grande insegnamento, che ho racchiuso nel primo proverbio duilliano: quando pensi di essere messa male, ricordati sempre che, da qualche parte, nel mondo, c'è qualcuno che sta tirando giù i santi dal calendario rovistando in un tombino alla ricerca delle sue chiavi. Taoisti, fate largo al maestro.

Duille


domenica 23 settembre 2018

Doppi standard ovvero la sindrome della cornetta occupata

Con l'ansia sociale esistono due pesi e due misure per ogni cosa, un concetto che si può riassumere nell'ormai stantia dicotomia tu-altri: c'è quello che fai tu e quello che fanno gli altri. E naturalmente tutta una mole di aggettivi che vi gravitano intorno come satelliti circumnaviganti un pianeta. Tutto ciò che fanno gli altri è in buona misura costellato di caratteristiche positive, come lucciole intorno ad un fiore notturno. 
Tutto ciò che fai tu, ansioso sociale, invece è più simile ad una riunione condominiale di mosche intorno ad una mela. Certo, sempre di insetti si tratta, ma non c'è bisogno che vi spieghi io la differenza. Diciamo solo che le lucciole ispirano poesie romantiche mentre le mosche ispirano solo modi sempre più efficaci per stecchirle. La situazione in realtà è semplice come una scarpa con gli strappi: siamo afflitti dai doppi standard. E non mi riferisco ai doppi standard culturali, di genere o etnici. Sto parlando del doppio standard che è arrivato installato nel nostro sistema operativo, simile ad un grosso, grasso bug, tanto per restare in tema entomologico. Un bug che ci si deve essere piazzato da qualche parte nel cervello, scalzando quella porzione spugnosa di sostanza grigia che codificava le informazioni inerenti l'autostima. Perché sì, come ogni doppio standard che si rispetti, la dicotomia tu-altri fa sì che il tu in questione, ovvero l'ansioso sociale di turno, esca sempre violentemente perdente da ogni qualsivoglia valutazione. Bocciato in partenza per pessimo pedigree. Così, ad esempio, il discorso degli altri sembra avere la caratura della celebre oratoria di Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington, anche se il suddetto fraseggio riguarda l'opinione sull'ultima pubblicità della Muller. Se lo stesso discorso lo fai tu, ansioso sociale, più che un'oratoria sembra che ti stia uscendo dalla bocca un'orata, stecchita e di tre kili, con l'occhio sporgente, la bocca aperta in uno stupore ormai perpetuo ed il vago aroma del proverbio che ogni esponente ittico sembra portarsi dietro come un bagaglio. Se la voce degli altri è vellutata, floreale, calda come una tazza di caffè o calma come quella di un erborista, la tua voce pubblica ha le strane fattezze dell'entusiasmo del macaco o la nasalità dell'allergico cronico immerso fino alla cintola in un campo primaverile. Se gli altri fanno una gaffe, si tratta di piccoli errori che li rendono teneri come orsetti del cuore. Se la stessa gaffe la fai tu, ansioso, sei automaticamente una versione più alta e meno pieduta (ma ugualmente colpevole) di Pipino dopo aver fatto cadere l'armatura nel pozzo di Moria, causando l'inevitabile arrivo di orde di orchetti, la disperata corsa (con tanto di bestemmie) dei tuoi compagni verso l'uscita più vicina e l'epico quanto non desiderato exit di Gandalf che, subodorando il poco tempo che gli restava, ti aveva preventivamente lanciato una sassaiola di insulti che avrebbe fatto impallidire anche Vittorio Sgarbi. Ogni argomentazione altrui sembra brillantemente sostenuta e giustificata, ogni opinione è densa di sostanza e ricca di spunti di riflessioni. Ogni tua argomentazione, invece, ti avvicina sempre di più ad un Teletubbies ad un convegno di astrofisica.
"Dottoressa, cosa ne pensa delle recenti teorie sul tempo che rimetterebbero in discussione la teoria della relatività di Einstein?"
"Tinky-Winky, oooooh!"
Ecco, una cosa del genere.
Insomma, il doppio standard ci consuma come una sigaretta accesa, rendendoci insicuri, indecisi e propendenti al rassicurante immobilismo della colonna dorica, che se è rimasta in piedi dall'epoca dei greci fino ad adesso vuol dire che la sa sufficientemente lunga da essere assunta come life coach personale. In fondo sappiamo già che ogni nostro passo, ogni sillaba, ogni gesto verrà notato, additato, deriso e criticato sadicamente dal nostro Serraglio interiore.
C'è poco da fare: gli altri hanno il VIP pass per l'ingresso alla festa, il biglietto dorato per visitare la fabbrica di Willy Wonka, mentre tu sei solo il ragazzino con la bocca sporca di cioccolata che ha speso tutti i suoi risparmi per ritrovarsi con qualche chilo di troppo addosso e una carie agguerrita nel molare destro. E a questo punto, con un bug congenito nel software e una sfilza di gratta e vinci pieni di "lascia perdere, tanto non ce la farai mai", c'è solo una cosa sensata che si possa fare, per aggirare (ma non spezzare) la dicotomia tu-altri: prendere appunti. Ed è quello che facciamo, ve lo giuro, con lo zelo di uno scolaro particolarmente secchione o dell'etologo sdraiato per ore su una collinetta sabbiosa ad osservare i suricata. Studiamo, guardiamo, registriamo ogni mossa spontanea, ogni parola ed intonazione della voce altrui, ogni più piccolo ed insignificante argomento di conversazione, compresi quelli da ascensore, e poi copiamo le movenze, ricicliamo i temi per le chiacchiere da salotto, impariamo a fare domande, imitiamo il modo in cui gli altri collocano geograficamente le braccia e le mani durante le interazioni. Costruiamo un personaggio che sia il più vicino possibile alla nostra versione di noi stessi e che ci permetta di mimetizzarci come camaleonti in questa realtà di laureati in public relations, nella speranza che anche il Serraglio resti soddisfatto. Certo, il rischio di smascheramento è altissimo e questo significherà una percentuale di stress e paranoia variabile, ma alla lunga, se tutto va bene, interiorizzeremo un po' di quelle procedure e ridurremo i tempi di depressurizzazione in cui dovremo togliere il nostro Edgar-abito e lasciar respirare i pori.
In definitiva, però, se si guarda attentamente, si noterà che questa faccenda dei doppi standard nasconde, e neanche troppo bene, qualcosa che conosciamo perfettamente. Se grattiamo un po' la superficie di questa ennesima pippa mentale, troveremo sempre la stessa, identica cantilena che ci affligge da quando abbiamo scoperto l'esistenza delle emozioni complesse: sei tu ad essere sbagliato. E da lì non si scappa, non c'è trattativa che tenga né dibattito possibile. E' per questo che possiamo parlare di una vera e propria sindrome della cornetta occupata. Un tu-tu-tu accusatorio della linea, che suona a vuoto perché non c'è nessuno disponibile dall'altro lato del filo. Solo un'accusa sterile che potremo combattere in un solo modo: riagganciando.
Chissà perché, però, è sempre tanto difficile fare un gesto così semplice.   
Duille



domenica 16 settembre 2018

Capitolo 26: Ragazze Elettriche

Ogni romanzo distopico che si rispetti parte da una premessa solitamente semplice come una ghianda, ma che racchiude al suo interno il potenziale secolare di una quercia. Il tutto ha gli inizi delle grandi scoperte scientifiche e delle più grandi innovazioni artistiche: Cosa succederebbe se…? Cosa succederebbe se cambiassi i colori delle cose, se puntassi il telescopio sulla Luna, se immaginassi un mondo in cui improvvisamente tutti diventano ciechi? Cosa succederebbe? E' come una matassa di filo di cui si trova un capo e che poi si segue, lungo tutto il gomitolo, seguendone i metri, assecondandone le curve improvvise, le sparizioni sotterranee e gli intrecci improbabili, senza sapere in realtà cosa si troverà alla fine. 
Si diventa Teseo che entra nel labirinto per trovare il Minotauro, o un occhio puntato su un microscopio che scopre l'esistenza dei globuli rossi. Le premesse di Ragazze Elettriche, di Naomi Alderman, sono altrettanto semplici quanto incredibilmente esplosive: cosa succederebbe se tutte le donne, un giorno, scoprissero di poter emettere delle scariche elettriche, anche mortali, dalle mani? Cosa accadrebbe al mondo così come lo conosciamo? Cambierebbe? Resterebbe uguale? Le donne governerebbero il mondo, in una realizzazione della celebre canzone di Beyoncè? La Alderman ci conduce nei meandri di queste domande, nelle loro conseguenze e ne segue gli sviluppi, scegliendo una struttura narrativa ad ampissimo respiro, quasi cinematografica, e molto originale per il genere di cui fa parte. L'autrice infatti, differentemente da quanto accade solitamente in questi romanzi, non incolla il suo sguardo su un protagonista solo, di cui si appropria di conoscenze ed ignoranze, ma opta per una visione ad ampio raggio, abbracciando quattro o più personaggi alla volta, appartenenti a geografie, classi sociali e generi differenti e coprendo un arco temporale ampissimo, di quasi un decennio. L'obiettivo sembra quindi quello di raccontare un fenomeno socio-politico, più che una storia, un evento mondiale più che i suoi protagonisti. Così facendo, le è possibile approfondire il discorso, arrivando al nucleo incandescente della questione senza saltare nessuna tappa, senza produrre lo strappo violento che si verifica spesso nelle distopie, che spinge gli autori a presentarci un mondo già così modificato da risultare pressoché irriconoscibile. In questo senso, ricorda molto una versione ampliata, e molto più dettagliata, del romanzo di Saramago, Cecità, anche se senza la componente apocalittica. In Ragazze Elettriche, il flusso degli eventi è precisissimo, coerente e snocciolato davanti agli occhi del lettore come le briciole di pane nel racconto di Hansel e Gretel e ha la potenza di un'onda sonora che lentamente cresce fino a diventare un urlo che prima esalta ma che, presto, diventa assordante. Il discorso di Ragazze Elettriche è doppio ed incatenato, l'uno soggiacente all'altro. C'è il discorso femminista, la realizzazione definitiva di quel desiderio di rivalsa quasi rabbioso delle donne, che si concretizza in un dono biologico che permette loro di essere più forti degli uomini e quindi di pretendere, e non chiedere, il rispetto e la dignità troppo a lungo negate. L'impianto narrativo è costruito magistralmente al fine di produrre un impatto emotivo crescente ed intensissimo, soprattutto se a leggerlo è una donna, dando la sensazione di un'onda di crescente energia, di eccitazione elettrizzante, di recupero di controllo, di frenetica felicità.
Il ribaltamento degli equilibri di forza, che rendono le donne più pericolose degli uomini, le spinge ad un moto di ribellione ed emancipazione rumorosa che le porta ad autoproclamarsi libere, indipendenti, senza paura e, soprattutto, forti, una spinta a cui, inevitabilmente, la lettrice non potrà che partecipare con un trasporto quasi affamato. Ma ben presto, l'autrice ci mostra che il discorso femminista è solo un pretesto, inteso in senso letterale, come testo precedente, introduzione a quello che è poi il vero tema del romanzo. Gradualmente, infatti, questa onda energetica ubriacante si trasforma, sfugge al controllo, impazzisce. Lo shock è fortissimo, la fuga dall'identificazione inevitabile. Tutto ha lo scopo di farci collidere con il cuore della questione nel momento di massimo coinvolgimento emotivo, lasciandoci stordite. Sfruttando l'ancestrale desiderio femminista di liberazione dal giogo patriarcale, la Alderman apre le porte al vero tema di ogni romanzo distopico e al cuore di ogni ordine sociale attuale: il tema del potere, come ci suggerisce emblematicamente (e più pertinentemente) il titolo originale dell'opera, The Power. La questione non è infatti la lotta femminista, né il femminismo portato agli eccessi, ma i disequilibri di potere. L'opera infatti vuole mostrare le conseguenze della disparità di forze, che qui viene provocatoriamente espresso attraverso il ribaltamento radicale della supremazia, consegnata alla categoria fisicamente più debole, quella delle donne, solo per rivelare l'innegabile trappola. Ovunque ci sia diseguaglianza di forze, in qualunque realtà in cui l'equità non sia centrale e coltivata come un albero sacro, il mondo è destinato a trovare nuovi ordini che si basano sempre sulla ripetizione dello stesso. Così facendo, la Alderman completa e chiude il cerchio sia delle narrazioni distopiche classiche, sia dell'opera a cui deve tutto, il Racconto dell'Ancella, andando ad ampliare ed esplicare ciò che, nel romanzo della Atwood, era più sotterraneo. Qui il tema è chiaro, lampante e terrificante. Non è il cambiamento degli equilibri di potere che produrrà un'evoluzione reale, ma l'abbandono della logica della forza come unico modo per rivendicare la propria libertà. Ragazze elettriche, apparendo come un romanzo che rovescia, smontandolo, lo stereotipo femminista di un mondo migliore se guidato dalle donne, si rivela una aspra e coraggiosa riflessione sul potere e un avvertimento a tutte le donne, affinché non applichino le stesse meccaniche maschili, degenerando in un patriarcato femminile. Credo sia interessante anche sottolineare come l'opera possa essere una lettura particolarmente consigliata anche ad un pubblico maschile: il ribaltamento di prospettiva sarà infatti talmente radicale da far scivolare l'uomo in una posizione di dipendenza forzata e di inferiorità di condizioni, molto simile a quella che vivono attualmente le donne. L'augurio è che in questo modo, identificandosi con Tunde, Tom o Neil, il lettore maschio possa comprendere davvero la snervante, terribile condizione femminile moderna. In fondo, come diceva Cremonini, "gli uomini e le donne sono uguali".

Duille

"Non conta la consapevolezza che non dovrebbe, che non lo farebbe mai. Ciò che importa è che potrebbe farlo, se volesse. Il potere di fare del male è uno stato di benessere." (p.105)




domenica 2 settembre 2018

Settembre

Settembre è considerato da molti una specie di secondo Capodanno. Un Capodanno che non si copre di paillettes e non pretende di annunciarsi con roboanti boati che fanno drizzare i peli ai gatti e che costringono i paranoici a fuggire nei rifugi antipanico, certi dell'arrivo della terza guerra mondiale (seguendo l'incontestabile modo di dire, secondo cui "non c'è due senza tre"). 
Essendo meno pretenzioso, Settembre si dimostra anche un capodanno clemente, che non vuole torturarci con bilanci dolceamari che ci trovano sempre un po' fallimentari, o mettere alla prova la nostra desiderabilità sociale a colpi di inviti a feste più o meno riuscite. Settembre è perciò un capodanno migliore, che regala a molti seconde possibilità, un'ultima chance di portare a termine quello che ci si era prefissati all'inizio di questa gravidanza temporale, sapendo di avere ancora un trimestre prima dell'inevitabile momento delle pagelle. Come dicevo, settembre è considerato da molti un secondo capodanno ( o un primo, a seconda del lato del calendario da cui si guarda la cosa). Da molti, ma non da me. La mia idea di questo mese è cambiata con l'età e con la vita che con essa passeggiava a braccetto. E' stato una condanna, durante l'adolescenza, perché coincideva con l'inizio della scuola, che per me significava la fine della mia già scarsissima vita personale e la trasformazione in topo di biblioteca, in schiava dell'istruzione, in massacratrice di carte, in culturista del cervello, tutta lavoro e niente divertimento. In una parola, settembre annunciava la mia trasformazione in un filetto di Giovane Leopardi (taglio pregiato, perché ancora tenero) su un letto di occhiaie, accompagnato da un canapè di nevrosi imburrate e guarnite da gobbe delle proporzioni di un dromedario. Con la fine delle superiori, e il mio ingresso nell'età delle grandi avventure della prima età adulta, settembre è diventato il mese dell'ultima sessione di esami estivi, quella in cui accumulavo tutte le prove che avevo programmato/posticipato/non superato/rifuggito come la peste durante il periodo estivo. Lì si giocava il tutto per tutto, perché dopo di loro, con ottobre, sarebbe iniziato il nuovo anno scolastico, con tutta la sua carrellata di corsi ed esami annessi che, come nelle migliori parabole bibliche, avevano il dono di moltiplicare di tre o anche quattro volte la pila di testi a cui trovare domicilio nel monolocale della mia memoria e che allontanavano dolorosamente l'utopico giorno della laurea, alimentando i vari meme sull'universitario disperato. 
Per un po' è stato l'inizio del nuovo anno di volontariato, che portava con sé, insieme ai primi freddi e a sotterranei entusiasmi, tempestose ansie da rientro, con tutta quella nuvolosità carica di pioggia data dalle incertezze, dall'insicurezza, dal dover cominciare nuove sfide, da vecchie routine da rinverdire e nuovi ritmi da recuperare. Era una messa alla prova della mia immancabile ansia sociale.
Di certo, non era mai il mese in cui ricevevo, in ritardo, la mia lettera da Hogwarts. 
Settembre era quindi un mese da superare a denti stretti, faticosamente e la cui unica nota positiva era la certezza che sarebbe presto finito. E adesso? Adesso che non sono più tediata dalle scadenze scolastiche e che la luce del sole non è più nascosto da sequoie di libri da fagocitare, adesso che il mio tempo è scandito da impegni lavorativi acrobatici che annullano il concetto di pausa, cosa è diventato Settembre? Sinceramente, guardandolo adesso, con l'occhio del frequentatore abituale di pinacoteche, continuo a non vederci nessun capodanno dentro. Nessun momento di nuovi propositi, di progetti da iniziare, di vette da scalare, di recuperoni dell'ultimo minuto. Forse anche perché non credo nei buoni propositi, o almeno non ci crede il mio lato intasato dall'ansia. Quello che però vedo in Settembre è una promessa. Una promessa di autunno. Di maglioni morbidi che avvolgono il corpo come un abbraccio e di gonne pesanti portate su calze coprenti. Di colori caldi che scaldano lo sguardo, indossati con orgoglio da persone e alberi. Di tè profumati che senti scivolare lungo tutto il corpo. Di acquerelli di riflessi e rimbalzi di luce creati da soli tiepidi e da foglie vanitose. Di tempi più lenti e meno euforici. Di passeggiate piene di pensieri in cui cadere e pomeriggi umidi ad ascoltare lo zampettio delle idee tra i capelli. Di scrocchianti tappeti di foglie secche sotto i piedi, che fanno quel delizioso suono accartocciato da cui non vorresti più separarti. E naturalmente, promessa di meno cerette e meno rasoi nel mio quotidiano (che sarà poco romantico, ma è pur sempre la verità. Una Scomoda verità, come direbbe Bill Gates). Settembre, quindi, ha subito in me una metamorfosi, ha perso quell'ombra maligna da poltergeist, per diventare un mese che vale la pena assaporare, l'ultimo respiro dell'estate ormai al termine che si mischia con il primo profumo dell'autunno, un mese in cui ciascuna stagione insegna qualcosa all'altra, migliorandola, e lasciandomi piacevolmente felici, in compagnia della prima candela, al profumo di mora e salvia, accesa per l'occasione.   

Duille



domenica 29 luglio 2018

Vita da ansiosi sociali: l'autobus

Quando si è un ansioso sociale, la vita è un tantinello difficile, perché ogni gesto deve essere calcolato al dettaglio al fine di evitare complicazioni che potrebbero scompensarci per ore. Un esempio? La scelta del posto sull'autobus. Nella mia mente, la maggior parte delle persone, quando sale su un mezzo di trasporto, sia esso un tram, un pullman, un filobus, il Nottetempo o il Gattobus di Totoro, sceglie un posto che vagamente lo aggrada, impiegando al massimo mezzo secondo del suo tempo.
Planata a volo d'uccello, localizzazione posto vuoto, accomodamento sul suddetto. Al massimo, credo si eviti il sedile vicino all'immancabile tizio che puzza o all'altrettanto immancabile maniaco sessuale. Io invece, in quei dieci secondi che intercorrono tra il momento in cui appoggio il piede sull'autobus a quello in cui mi siedo, ho riempito la mia lavagna mentale di calcoli complicatissimi che mi rendono più simile ad una Sheldon Cooper in gonnella che non ad una persona reale. Appena salita, infatti, valuto con occhio robotico la quantità di persone già sedute sul bus, radiografo il numero di posti liberi ancora disponibili e li mappo topograficamente. Incrocio quindi questi dati con l'orario e faccio una stima della massa di umanità che transiterà su quella superficie metallica fino alla mia fermata e della velocità con cui i posti saranno occupati prima del mio pit-stop. Questa analisi preliminare mi aiuta a prendere la mia prima, fondamentale decisione che, una volta definita, sarà inappellabile (perché sono una maledetta ansiosa convinta che nessuno abbia di meglio da fare che giudicare me): sedersi o non sedersi? Se i posti sono già pochi e l'orario propizio ad un'alta affluenza, il rischio che i sedili vuoti vengano in breve tempo occupati da natiche di varie misure ed età è piuttosto elevato e se un paio di quelle natiche sono le mie, il risultato è una graticola di intere mezzore nel timore che si presenti il classico nonnino barcollante in cerca di un sedile in cui scaricare le sue fragili ossa. Ora, io non ho niente contro gli anziani traballini, anzi, ma il problema è che l'ansia sociale mi impone la clausura, quindi dovermi sbracciare per offrire al nonnetto con bastone il mio sedile è assolutamente fuori discussione! Attirerei l'attenzione su di me e questo mi provocherebbe una vergogna tale da farmi diventare un ingrandimento delle guance Heidi! E poi c'è sempre la possibilità che il nonnetto in questione sia uno di quelli che nega l'evidenza della sua età e che quindi vive come una grave onta personale un gesto che, diciamolo, è una specie di monumento alla vecchiaia. Praticamente, come se gli stessi incidendo l'epitaffio sulla lapide. E naturalmente ci sono i finti vecchi, ovvero quelle persone che portano molto male la loro età e che quindi hanno pure ragione nell'offendersi di fronte ad una tale pornografica offerta. Quindi, nel caso l'allineamento dei pianeti sia sfavorevole, ed onde evitare ansia e senso di colpa per il mio inevitabile venir meno alle buone maniere, rinuncio in partenza al posto a sedere e cerco un angoletto in piedi. Niente di più facile vero? E invece no! Se decido di restare in piedi devo cercare quell'unico angolo di bus che rispetti le seguenti caratteristiche: 
1- deve essere lontano dalle porte, in modo da evitare angoscianti domande del tipo "Scende?" (che a Milano sono accompagnate da fastidiosissime inflessioni sdegnate della voce) e, nel caso di grande piena di viaggiatori, in modo da evitare di dover salire e scendere continuamente dall'autobus, obbligandomi a riguadagnare una postazione lottando contro i nuovi arrivati come un tonno che risale la corrente.
2- deve trovarsi lontano dalle obliteratrici: l'ultima cosa che voglio sono tentacoli umani che mi spuntano davanti agli occhi violando il mio sacrosanto spazio vitale sudatamente conquistato e facendomi sobbalzare come un impiegato che ha bevuto troppi caffè. Ancora peggio, non vorrei ritrovarmi a diventare io stessa tentacolo del tentacolo, obliterando per procura il biglietto di un perfetto sconosciuto. Potrei morire di ansia! 
3- deve essere lontano dai punti di passaggio principali, ovvero da tutti quei corridoi in cui le persone si appendono in stile prosciutto di Parma costringendo i passanti a spintoni e arrampicate nel tentativo di superare la massa di salumi umani. Mi angoscia sempre tantissimo quando, mentre prosciutto (voce del verbo prosciuttare) in quei punti, mi viene richiesto l'impossibile compito di liberare momentaneamente il passaggio, soprattutto visto che, di solito, se arrivo a piazzarmi lì, è perché l'autobus è straripante come la pancia di una persona sovrappeso con una maglietta troppo aderente. 
Dati questi vincoli, potrà sembrare impossibile trovare il posto perfetto, ma vi assicuro che esiste e non implica lo scavare una depandance in un lato del veicolo. Nei tram ad esempio ci sono deliziosi punti di raccordo tra i vagoni a forma di biglia in cui si può agevolmente sostare, mentre nell'autobus il paradiso è raggiunto in una zona dedicata ai disabili (ma solitamente non utilizzata), che è un vero Walhalla recintato e che darà la sicurezza della mucca nella stalla.
Se invece le condizioni ambientali sono propizie e la scelta del posto a sedere è possibile, la questione diventa dove sedersi. Oltre al consueto veto sul posto vicino al puzzone, al pazzo e al maniaco, io devo tenere in conto della posizione del sedile rispetto al bus e se optare per il posto singolo o doppio. Riguardo la prima questione, c'è da fare una premessa: io ho una visione un po' particolare della distribuzione umana nell'autobus, maturata in anni di viaggi paranoici in svariati mezzi di trasporto pubblici. L'autobus (o il tram) può essere suddiviso in tre parti: 
1- il muso, area di dominio geriatrica, in cui la dentiera, la sporta e il capello cotonato la fanno da padrone; 
2- la parte centrale, terra di nessuno in cui si ammassa l'80% del campionario umano; 
3- il fondo, dove la mia anima complottista colloca alcolisti, vandali, mangiamorte e cavalieri oscuri. 
Capite bene che la mia scelta si riduce immediatamente ai soli 2/3 dell'autobus, dato che non ho nessuna intenzione di accompagnarmi a gente con l'occhio sadico che lecca coltelli. 
Quando il mio lato compulsivo era alle stelle, sceglievo sempre il quarto posto davanti, lato destro e questo per un semplice motivo: era una zona di confine, ancora nell'Oldland ma ad un passo dalla No man Zone, il che riduceva il livello di sfigaggine da me percepito di almeno un paio di tacche. Tutt'altra storia è la questione posto singolo/posto doppio. Entrambi infatti hanno dei pro e dei contro: 
il POSTO SINGOLO garantisce un isolamento totale ma, in caso di arrivo di vecchino, donna incinta, pirata con la gamba di legno, mi sentirei moralmente obbligata a cedergli il posto, con conseguente tsunami emotivo. 
Il POSTO DOPPIO ribalta queste polarità perché, sedendomi dal lato finestrino, si annulla il problema della cessione del sedile: se il posto accanto a me è vuoto, potrà essere occupato e se è pieno, beh, è un problema del mio provvisorio collega di postazione. Il contro è che le probabilità di dover coesistere a strettissimo contatto con un perfetto sconosciuto sono altissime e altrettanto alto è il pericolo di dovergli rivolgere la parola nel malaugurato caso io debba scendere per prima. 
Anche in questo caso, la scelta dipenderà dal livello raggiunto quel giorno dal mio ansiometro. Per riassumere, quindi, la soluzione ottimale nei giorni di vacche grasse (ovvero i giorni in cui sono moderatamente felice e spensierata) è il posto doppio, lato finestrino, che mi concede almeno la gioia del carcerato e del gatto nel trasportino, ovvero quel quadratino di azzurro e grigio costituito dai marciapiedi, vera terra promessa dei miei viaggi della speranza e, nel caso di vacche magre (ovvero crisi esistenziali), ci sarà sempre la ricerca del mitologico posto in piedi in cui piantonarmi come uno stuzzicadenti nell'oliva. Unica costante in questo pazzo mondo di variabili, è la presenza di quelli che chiamo "dissuasori sociali", paragonabili all'armatura medievale del mio cavalierato ansioso e rappresentati da libri in cui immergermi fino alla cintola, cuffie da cementare nelle orecchie con un doppio strato di calce, transenne di plastica posizionate ad aiuola intorno a me e fili spinati elettrificati in cui faccio sfrigolare minacciosamente fette di bacon dimostrative, per i più ottusi di comprendonio o per gli estroversi patologici. E, naturalmente, esiste la Regola delle Regole, tatuata a fuoco nell'interno delle mie palpebre come il marchio del Parmigiano Reggiano sulle forme di formaggio: è tassativamente vietato il contatto visivo con altri esponenti del genere umano. Equivarrebbe ad una proposta di matrimonio con tanto di teatrale inginocchiamento, anello e banda di mariachi festanti. E, se non fosse ancora chiaro, piuttosto preferirei mettere la testa nei portelloni a scorrimento del bus mentre si chiudono. Mettendo in atto tutte queste accortezze da palombaro nella vasca degli squali, riesco solitamente a superare indenne il viaggio in questa scatoletta del dolore e, alla fine, ciò che mi resta è la razionale consapevolezza della mia estrema follia (come se ce ne fosse ancora bisogno) e il sollievo ansioso dato dal fatto che, per parafrasare il buon Dante, infine usciremo a riveder le stelle. 
Duille

Here I am!

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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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