domenica 21 maggio 2017

Bowling (non) mon amour

Nella mia lunga esperienza da ansiosa sociale, ho avuto modo di affrontare diverse situazioni che definirò spiacevoli solo per non spaventare tutti con la mia attitudine al dramma perpetuo che, so bene, potrebbe risultare un tantinello eccessivo. Mettiamola così: quando parlo di spiacevolezza, voi immaginate l'emozione provata dalla regina Maria Antonietta davanti alla ghigliottina.
Ecco, quello è il vostro metro di paragone. Teniamo inoltre in conto che tali situazioni, da molti di noi interpretate come l'avvento dell'anticristo travestito da Ronald McDonald, risultano neutrali per l'universo, se non addirittura divertenti. Divertenti, capite? Riuscite già a cogliere il paradosso della nostra incomprensibilità? Lo sentite aleggiare col suo tanfo da eremita senza spazzolino sulle nostre esistenze? Capite quanto debba essere fastidioso sentirsi spaventati e contemporaneamente dei giganteschi imbecilli? E' come se fossimo in una puntata di The Walking Dead avendo come nemici gli orsetti del cuore. Siamo in un film horror a basso budget in cui il villain è una pecora mannara. O una palla da bowling bulla. Ebbene sì, è lei la protagonista di questa puntata di "a spasso per Wonderland". Il bowling per me è un luogo malefico quasi quanto la parrucchiera, che mi costringe ad una preliminare preparazione da soldato, un lavorìo da matematico alle prese con la teoria dei quanti durante l'evento e ad un periodo di depressurizzazione da palombaro nei giorni successivi. E allora, mi domanderete, perché ci vai? Ma per la necessità di fingermi una persona normale, ovvero la stessa motivazione che mi spinge a mettere piede in questo campo minato che voi chiamate società. Così anche stavolta, mi sono piegata a questa tortura legalizzata in nome dell'inserimento sociale, durante una serata tra colleghe. Naturalmente avevo passato i giorni prima guardando spezzoni dei Flinstones e ad esercitare la mia poker face, anche detta "faccia da bonzo", ovvero l'espressione dell'imperturbabilità che ho scelto come mia maschera ufficiale. Ho tentato di schiacciare le paure con tutto quello che avevo, dallo scacciamosche, alle rane, al DDT, finendo con l'evergreen della mia vita: impanicarmi fino ad essere fisicamente troppo stanca per potermi impanicare ulteriormente. Ho riflettuto, ho cercato di tranquillizzarmi a colpi di razionalità, ho ceduto all'emozione, ho negato il problema, ho avuto accessi d'ira con me stessa e momenti di sconforto depressivi, l'ho buttata sul ridere per non piangere, ho deciso di non andare, poi di andare in nome della scienza e del futuro, poi di non andare di nuovo, in vacca alla scienza e al futuro, ho abbracciato l'ipotesi della clausura e alla fine mi sono ritrovata davanti all'armadio a scegliere i vestiti più adatti all'occasione. Era iniziata l'operazione mimesi. Se proprio dovevo morire, che almeno gli altri non se ne accorgessero.
Adesso, prima di raccontarvi i dettagli della mia partita, urge una necessaria premessa, ovvero spiegarvi cosa renda il bowling simile ad una passeggiata nella grotta di Polifemo che "non ci vede più dalla fame". Ebbene, la questione ruota intorno a due problemi: il primo è l'esposizione mediatica. Il bowling è un gioco in solitaria che impone al giocatore di lanciare la palla su una pista sotto gli occhi di tutti. Tradotto in ansiolese: il bowling è una pratica di tortura medievale che si basa sulla gogna sociale attraverso prove impossibili quali far rotolare una palla di pietra su un piano orizzontale mentre si hanno gli occhi di tutti (estranei compresi) puntati addosso. Neanche la Santa Inquisizione avrebbe saputo fare tanto. Il secondo problema è l'ansia da prestazione. Per noi la qualità della prestazione è legata alle possibilità di inserimento sociale. Capite bene il mio livello di stress nel tentare di eccellere (o almeno essere decente) in un gioco in cui sono brava quanto un pinguino in una corsa campestre. Naturalmente, sapevo bene che questa serata avrebbe allungato di altri sei mesi la mia terapia. Eppure, eccomi lì, seduta sulla seggiolina, a sudare freddo mentre fingo una mimesi impossibile a colpi di sorrisi forzati e plasticose disinvolture. Quella sera, le mie preoccupazioni maggiori erano due: non beccare mai neanche un birillo (alias, fare la figura dell'acquirente a cui hanno rifiutato la carta di credito) e finire in fondo alla classifica. Quest'ultima cosa mi ossessionava, perché avrebbe confermato il mio mastodontico livello di sfigataggine che, come sempre secondo il principio della diffusione, sarebbe diventato l'ennesimo simbolo della mia pochezza esistenziale. Per farla breve: fai schifo a bowling = fai schifo in tutto, resterai sola e morirai circondata da gatti in una vecchia catapecchia, senza neanche un cane al tuo funerale. Lo so, è un tantino esagerato, ma giusto un pochino! Ovviamente, tutto questo fatalismo aumentava esponenzialmente il mio livello di stress nel momento del lancio della palla, a cui si aggiungeva l'imbarazzo di avere almeno 6 paia d'occhi puntati addosso. Sono stati 10 turni di agonia pura, in cui la mia attenzione si è focalizzata su tutto fuorché la palla. Non avevo idea di quale incantesimo dovessi pronunciare perché la palla andasse dove volevo, e comunque avevo cose più urgenti a cui badare, per esempio non farmi venire una crisi di nervi. Così ho spezzettato la mia attenzione e ho tentato la procedura del cerotto: strappo veloce e (si fa per dire) indolore.
Mentre sceglievo la palla (la più leggera per le mie braccine dai muscoli di carta velina), ho tenuto gli occhi bassi, applicando l'insegnamento del mio cane, secondo cui "se non ti vedo, non esisti". Quindi ho iniziato, per 10 volte, la camminata di Maria Antonietta verso la ghigliottina di birilli. Per 10 manche ho tenuto a bada i ruggiti del Serraglio, continuando a ripetermi che nessuno avrebbe badato a me, o giudicata né riso, e che comunque non ero mica Katy Perry, quindi perché qualcuno avrebbe dovuto guardarmi? Per 20 volte (due tiri per ogni manche), quando ho lanciato la palla, ho atteso, in un tempo che si dilatava all'infinito, che quella maledetta schifosa scivolasse in slow motion verso il mio destino. Ed immancabile, provvedevo ad una supplica con immaginaria prostrazione a terra verso questa palla di cannone riconvertita. Ad onor di cronaca, qualche birillo l'ho preso e ho fatto pochissimi tiri a vuoto. A rigor di cronaca, sono arrivata ultima lo stesso. Il momento più drammatico era però sempre quello in cui dovevo voltarmi per affrontare le mie colleghe alla fine dei miei tiri da pensionato. Temevo quegli sguardi come gli studenti temono lo sguardo della professoressa durante le interrogazioni. Solo il desiderio di diventare un tutt'uno con la sedia, che prometteva qualche minuto di totale invisibilità mi davano il coraggio di strappare anche quel cerotto. Per 10 volte ho raccolto le energie, ho messo la mia faccia da bonzo (sempre più tirata) e mi sono voltata, ghignando fintamente di fronte alla mia scarsezza atletica. La mia fortuna è stata che il locale che avevamo sciolto aveva l'aspetto tamarro e l'anima del nonno Pera, quindi a mezzanotte tutti a nanna e tanti saluti al secondo giro. Sia lodato il Cielo! Il mio sistema nervoso non avrebbe retto altri 10 tiri! Alla fine quindi, usando tutte le tecniche imparate in questi anni, posso dire di non essermi goduta appieno la serata, ma almeno di essere sopravvissuta senza desiderare di evaporare e, soprattutto, senza troppi sensi di colpa, che sono i nostri equivalenti del vostro post-sbornia. In fondo, per noi le regole sono chiare: sopravvivere innanzitutto. E se ci scappa pure una risata, beh, quello è tutto grasso che cola!
Duille 


domenica 14 maggio 2017

Eurovision Song Contest: celebrate diversity

C'è chi aspetta Sanremo come se fosse l'avvento del Messia, chi aspetta tutto l'anno la nuova edizione di X Factor, chi si pompa di energy drink per affrontare il festival del Primo Maggio e chi, invano, attende il ritorno del Festivalbar. E poi ci sono io, che aspetto l'Eurovision Song Contest.
Lo aspetto con la trepidanza con cui Giulietta aspettava Romeo, lo ammiro con lo stesso sguardo di passione con cui un gatto adocchia la sua pappa, lo vivo con la felicità di un bambino davanti ai gonfiabili, insomma, sono una vera fan, anche se da relativamente poco. Ma la domanda che alcuni di voi potrebbero porsi è: cosa diavolo è l'Eurovision Song Contest? E' forse la fiera canora dell'ormai defunto Euromercato? E' un festival delle musiche tradizionali europee? E' una nuova trovata di Youtube per far conoscere adolescenti canterini appena saltati dentro alla pubertà? No. O meglio, Ni. Perché di fatto è un festival e c'entra la musica, anche se non necessariamente tradizionale. Fondamentalmente, si tratta dei Giochi senza Frontiere in versione musicale. O, come dice la buona Wikipedia (che tutto sa), è il Sanremo europeo, senza tutte le chiacchiere soporifere e il gusto per il melodramma che ci mettiamo noi (quest'ultima parte l'ho aggiunta io). Il meccanismo è semplice: 41 paesi europei (tra cui un inspiegabile Israele che, se la geografia non è un'opinione, non fa parte dell'Europa) e l'ospite fissa dell'Australia (che ogni anno si comporta sempre più come il pesce), si affrontano in una gara canora che decreterà un vincitore europeo. La gara si snoda in tre serate, composte da due semifinali e una finale, con votazione al 50% tramite televoto e al 50% data da una giuria di esperti per ogni paese. E se alcuni di voi stessero ancora storcendo il nasino pensando che l'Eurovision sia una sciocchezza, sappiate che tra i vincitori figurano addirittura gli ABBA. Gli ABBA!!! Insomma, non certo il primo cantante raccattato da sotto la doccia! Ma i motivi per cui L'Eurovision è bellissimo non si limita alla sua storia millenaria (è attivo dal 1956), al fatto di essere finito nel Guinness World Record come programma musicale più longevo della storia o alla partecipazione di cantanti famosi. L'Eurovision è bello perché è adatto a tutti i palati, anche ai vecchietti con la dentiera che mangiano la pasta scotta, accontenta tutti, è fatto dei più alti ideali e del più squisito trash che si possa immaginare, il tutto declinato nella più nobile delle arti: la musica. Quindi che tu sia un tamarro o un intellettualoide, avrai di che gioire guardando l'Eurovision. E questa è sicuramente la sua prima grande forza: unisce i popoli.
Non solo tamarri e hipster, che si possono trovare a condividere i popcorn sullo stesso divano, ma anche le popolazioni europee, che entrano in contatto con culture diverse e, soprattutto, canzoni a cui, altrimenti, difficilmente avrebbero potuto avere accesso (alla faccia della globalizzazione). L'idea è la stessa delle Olimpiadi greche: far smettere tutti di scannarsi per qualche giorno e concentrare la sfida su un campo più creativo, solidale e indolore. Se proprio dobbiamo essere nazionalisti, facciamolo in nome dell'arte. E magari, ci scappa anche il voto per un paese che, in altre circostanze, non avremmo neanche considerato sull'atlante. Celebrate diversity, celebrare la diversità, è questo il motto dell'Eurovision. Mescolare, contaminare, stimolare ed incuriosire, con l'utopico (lo sappiamo) obiettivo di abbattere i muri e smontare i pregiudizi utilizzando l'unico vero linguaggio universale, che non è la matematica, per quanto possano dirne i vostri professori, ma la musica. E' così che magari, ci potremmo sorprendere a sentire una cantante rumena fare lo Yodel (sì, ragazzi, è successo quest'anno) o scoprire un sound spiccatamente rock nel gruppo ucraino. Se poi siamo fortunati, incontreremo un cantante, o una canzone, che ci farà innamorare al punto da inserirla nel nostro catalogo musicale di spotify, così da spuntare un altro paese nel nostro mappamondo musicale. E l'Eurovision ha trovato un modo molto furbo per dare allo spettatore la spintarella che gli serve per interessarsi alla musica di altri paesi: il sistema di votazione infatti prevede che ciascun paese non possa votare il cantante che lo rappresenta. In questo modo, quindi, finiamo tutti con il buttare nel cestino quel nazionalismo torbido che si alimenta di stereotipi per adottare un sano atteggiamento sportivo. Ma, come dicevo, L'Eurovision Song Contest ha una seconda bellezza, altrettanto allettante e tremendamente spassosa: la sua indiscutibile vena trash. Il programma ha infatti una sottile linea rossa tra il buongusto e il cattivo gusto su cui difficilmente riesce a restare a lungo e che rende tutta la sua visione estremamente divertente e pittoresca, un po' come guardare un ubriaco che cerca di camminare diritto davanti a sé. L'uso massiccio di ventilatori per far svolazzare ogni pelo presente sulla testa delle cantanti donne (e mi raccomando, solo donne), l'abuso di fontane d'artificio ad ogni cambio di intonazione e alcune canzoni a dir poco imbarazzanti che vengono proposte durante il concorso sono le vere perle di questa competizione. Quest'anno, sicuramente la corona se l'è aggiudicata il rappresentante del Montenegro, una versione magrolina di Kahl Drogo del Trono di Spade con una sicurezza gigantesca, una passione per le maglie trasparenti e i pantaloni attillati, ma che purtroppo temo avesse dimenticato in camerino le doti canore quanto le capacità di danza. Una gioia per gli occhi! Un discorso a parte, poi, meritano i vestiti dei concorrenti. A quanto pare, L'Eurovision è l'occasione per sfoggiare i vestiti più improbabili della storia, con piume, tulle, spacchi vertiginosi, risvoltini che farebbero venire colpi aplopettici a molte persone che conosco e inspiegabili fughe di calzini che interessa tutti i partecipanti maschili.
La Svizzera, in versione cosplay fashion di Titty
E ancora lustrini, brillantini, design dalle ispirazioni più particolari, gonne che occupano mezzo palco, abiti da principesse dai colori più accesi, spalline con manie di protagonismo e tutti gli accessori che possono aumentare il livello di svolazzo garantito dagli immancabili ventilatori. Come potrete aver intuito, la parte da leone la fanno le signore, che si sbizzarriscono alla ricerca degli indumenti più faraonici che riescono a trovare, strizzandosi a dovere dove serve e sigillando il tutto con ettari di raso, tulle e paillettes. E dato che sono eternamente costrette a fronteggiare le trombe d'aria artificiali del programma, compensano aumentando il buco dell'ozono a furia di lacche per capelli, spray e gel fissanti al solo scopo di evitare il disastro di finire la performance con l'aspetto dello zio It della famiglia Addams. Così troviamo capelli che sfidano le leggi della gravità, acconciature che sembrano scolpite direttamente sullo scalpo e ricci perfetti che sono stati probabilmente passati precedentemente in un bagno di amido. I riferimenti ai classici Disney si sprecano, ovviamente, con vari modelli di Else, diverse allusioni alle principesse di tutti i lungometraggi dagli anni '60 ad oggi, comprese quelle pinnate, e, naturalmente, l'immancabile abito bianco che sembra comprato direttamente nel negozio di spose di Kleinfeld. E infine, i commenti di twitter, che sono la ciliegina sulla torta di tutto questo enorme circo mediatico perfettamente riuscito. Ho sempre pensato che gli italiani avessero un grande senso dell'umorismo e, quando non sono offensivi, riescono a produrre risate irrefrenabili. L'Eurovision dà loro la possibilità di scatenarsi, producendo così uno show nello show, con esilaranti commenti sulle canzoni, sugli abiti, sugli artisti, sulle coreografie, sui ballerini. Ogni anno c'è chi si innamora del belloccio di turno e chi cade ai piedi della dea per eccellenza, chi si interroga sulla propria vita, così diversa dal diciassettenne bulgaro sul palco, e chi semplicemente esprime con entusiasmo il proprio apprezzamento. Ma al centro di tutto restano comunque loro: le canzoni. Canzoni in lingua originale o in inglese, canzoni che fanno ridere, canzoni che attingono a piene mani da tutte le decadi musicali, canzoni improbabili ma che stranamente funzionano, canzoni originalissime e canzoni da annotare nel taccuino del proprio cuore. Alla fine di questi tre giorni, vi assicuro, sarete pienamente soddisfatti del bagno di immagini e suoni a cui avrete assistito. E poi avrete altri 365 giorni per recuperare tutta la discografia dei gruppi che vi sono piaciuti. Così, giusto per sbattere in faccia la vostra geografia musicale davanti all'amico espertone di musica. L'Eurovision ci dà anche questo tipo di soddisfazione. Cosa si può volere di più?
Duille


domenica 7 maggio 2017

Capitolo 19: 13 reasons why

C'è chi legge il libro prima di vedere il film e chi fa esattamente l'opposto. Io, leggendo 13, di Jay Asher, ho deciso di fare le due cose contemporaneamente, guardando la serie in tempo reale. Credevo fosse necessaria un'esperienza immersiva in questa storia che è tragica già dalla copertina del libro: 2 occhi gonfi di pianto, col trucco slavato, e uno sguardo rabbioso su una pelle livida e bianchissima.
Così mi sono fatta sommergere da questa massa scura che è 13. 13 ragioni per cui Hannah Baker si è suicidata, ingerendo delle pasticche, a soli 17 anni. 13 ragioni che inchiodano tutti, compreso il lettore, nella duplice posizione di vittima e carnefice. 13 ragioni che Hannah ha inciso su delle vecchie audiocassette indirizzate ai suoi 13 protagonisti, che sono destinati ad ascoltarle, se non vogliono vedere i loro segreti diffusi da un anonimo possessore delle copie di quella confessione. Noi ascolteremo i nastri insieme a Clay, un timido compagno di scuola di Hannah. Clay è la seconda voce narrante, il punto di vista esterno alla vicenda, che completa, con la sua prospettiva, il quadro di una realtà altrimenti irrimediabilmente parziale, perché intriso ed accecato dal dolore di Hannah. Contemporaneamente Clay è anche il portavoce onesto del pensiero del lettore: attraverso le sue riflessioni prenderanno corpo sulla pagina le nostre opinioni più oscure ed irrivelabili, l'incomprensibilità iniziale e la graduale acquisizione di consapevolezza, fino al muto dolore dato dalla profonda comprensione della verità. L'intera vicenda si svilupperà nell'arco di una infernale notte di vagabondaggio e dolore, in cui tutte le carte saranno messe sul tavolo, nude, esposte al giudizio di tutti, lo stesso giudizio che ha condotto Hannah alla sua fine. 13 è un libro attuale ed estremamente drammatico, che sfrutta un linguaggio ed una grafica adolescenziale e con un taglio emotivo travolgente, volto a coinvolgere moltissimo il lettore, ponendolo nella duplice posizione di vittima, immedesimandosi in Hannah, e di carnefice, attraverso le azioni dei personaggi che popolano le cassette. Il romanzo affronta temi densi e scottanti, come il suicidio, il bullismo e la complicità delle masse in questi due fenomeni. Innanzi tutto, 13 parla di suicidio: attraverso le parole di Hannah, attraverseremo la strada dolorosa che l'ha spinta verso questa scelta definitiva, la vedremo perdere la speranza, la fiducia nel prossimo, e sostituirle con un senso di prevedibilità e delusione che l'avvolgerà come una coperta di lana grezza, che irriterà la sua pelle fino a renderle insopportabile la vita. Alla fine di questo percorso, assisteremo impotenti al duplice suicidio di Hannah: un suicidio dello spirito, prima, a cui seguirà quello del corpo. Ci verranno però spiegate anche le motivazioni di questo gesto. Spiegazioni che spesso saranno difficili da capire, anche quando si troveranno sotto al naso. Verrà da chiedersi: "Tutto qui"? Ma non è tutto qui, quando si ha 17 anni e la sensazione di non avere il controllo sulla propria vita, come dice Hannah, e di non avere nessuno che aiuti a raccogliere i pezzi. Hannah sembra essere stata uccisa tanto dalle parole quanto dai silenzi, dalla solitudine in cui tutti l'hanno relegata, dall'essere totalmente ignorata, dall'invisibilità. Dalla sensazione che a nessuno importi di lei, anche di fronte alle richieste di aiuto, anche di fronte alla possibilità della sua morte. A nessuno sembra importare della sua vita. E se non importa a nessuno, che senso ha che importi a lei? Questo introduce il secondo tema del romanzo, legato a doppio filo al primo: il bullismo.
Un bullismo molto diverso da quello che siamo abituati a vedere nei lungometraggi e nei documentari, un bullismo più femminile, che si fonda su parole su cui collassa un'intera esistenza, che schiaccia in una definizione immutabile. Quello che subisce Hannah è un duplice bullismo: quello delle dicerie sul suo conto, mai smentite da nessuno, che la marchiano a fuoco con una lettera scarlatta di cui non si libererà mai e che allontaneranno tutti, lasciandola sola con se stessa o circondata da chi, invece, da quella reputazione è attratto, e quello del silenzio, dell'emarginazione e dell'isolamento a cui tutti la sottopongono, più o meno volontariamente, per paura di essere contagiati a propria volta, per adesione al gruppo, perché si crede acriticamente alla diceria o per egocentrismo e che coinvolge tutti quanti, lettore compreso, rendendoci carnefici inconsapevoli. Questo tipo di bullismo, che fa dell'omertà il suo tratto distintivo, è ciò che rende complici, concause della scelta definitiva e di cui nessuno è esente, neanche coloro che su quelle cassette non ci sono. Un bullismo che non è dettato dalla cattiveria, ma dall'insicurezza, dalla superficialità, dal mettere se stessi prima degli altri. Il silenzio omertoso ha ucciso Hannah tanto quanto i pettegolezzi e le pastiglie. Se si fosse insistito un po', se si fosse scelto di faticare, di andare oltre alle apparenze e alle barriere, qualcosa sarebbe cambiato. E' l'effetto farfalla, il grande messaggio di fondo del romanzo. Come un battito d'ali in un angolo del mondo può produrre un uragano dall'altro lato del pianeta, così ogni gesto ha delle conseguenze, in positivo o in negativo. Una lista può uccidere così come un bigliettino di complimenti può salvare la vita. Il libro ci insegna che tutti abbiamo un effetto sul mondo. Il punto è: che tipo di effetti vogliamo produrre? Perché non possiamo esimerci, non è un'attività facoltativa. Sia che decidiamo di agire o di non fare nulla, causeremo una conseguenza. Sugli altri. Come quello che è accaduto ad Hannah Baker. Quindi agiamo ed agiamo con coscienza. In conclusione, 13 è un romanzo crudo, fortemente emotivo, fisicamente doloroso, che non si sottrae mai, che tratta tutto a cuore aperto. E' un libro che scarnifica e che costringe a guardare in faccia il dolore che potremmo aver causato e le sue conseguenze, in un'atmosfera di irrimediabilità che dà claustrofobia. Perché nel momento in cui leggiamo la prima riga del romanzo, è già troppo tardi. E questo "troppo tardi" stritola il cuore fino a soffocare e ci spinge ad una speranza disperata, quasi biologica, la speranza che Hannah, alla fine, ce l'abbia fatta. Che qualcuno l'abbia salvata. Che abbia visto che intorno a sé c'erano anche delle mani tese, anche se riteneva fosse troppo tardi. Allo stesso tempo però, credo che 13 non sia un libro totalmente privo di speranza perché, restituendoci la responsabilità, ci rende anche il potere di agire, di usare l'effetto farfalla in modo consapevole, di scegliere con cura le nostre azioni, di tendere una mano per fare la differenza. 13 è un libro che demolisce pezzo a pezzo le nostre difese protettive, portandoci al cuore. Alla verità di poter cambiare il mondo con un battito di ali.

Duille

"Ma è proprio questo il nocciolo della questione. Non si può mai sapere con certezza che tipo d'impatto ognuno di noi può avere sugli altri. Spesso, non ce ne rendiamo nemmeno conto. Eppure, questo impatto esiste eccome." (p. 130)


martedì 2 maggio 2017

Spegnendo la miccia

Invidio sempre le persone palesemente entusiaste. Sapete, quelle che si accendono come le lampadine della Metropoli di Monster and Co. dopo una violenta risata di Bo, quelle che gesticolano come se le avesse morse una tarantola, quelle a cui la voce schizza alle stelle spaventando i cani e attivando gli antifurti delle macchine.
Quelle persone a cui è così bello fare un regalo. Le invidio, certo, ma non perché io non sia una persona entusiasta, anzi, ma perché, a differenza di loro, io non ho la minima idea di come si faccia a mostrarlo. Esiste qualche dottorato in espressione emotiva di cui mi sono persa la brochure? Avete accesso a qualche complicatissimo algoritmo da nerd anni '80 che sblocca l'applicazione "gioisci al 100%"? Bevete litrate di caffè? Ci date dentro di zuccheri? Elettrodi nel cervello? O magari è la sana vecchia droga? Insomma, entusiasti, che fate per riuscire a spremervi fuori la gioia con tanta facilità, mentre io sembro un tubetto di dentifricio rinsecchito all'aria? Perché voi date fiato alle trombe producendo un pezzo rockabilly che tutti vogliono ballare mentre io, quando ci provo, produco quattro note stonate, tutte in bemolle, che somigliano stranamente a quel suono da fallimento epico ed un po' comico che si sente nei film?  Avete presente? Quel suono da soufflè che ti si sgonfia tra le mani appena lo togli dal forno, quel motivetto da palloncino floscio quando, chiamando la persona che ti piace al telefono, quella ti risponde "Scusa, chi?". Ecco, quel tipo di suono. Il suono di Willy il Coyote di fronte all'ennesima incudine sulla testa. Comunque alla fine, a furia di pensarci, sono arrivata ad una conclusione che credo abbia molto a che fare con l'ansia sociale (che sorpresa...). Gli entusiasti non hanno scoperto qualche Santo Graal, né hanno carpito i segreti della pietra filosofale e probabilmente non si sono neanche mai avvicinati allo specchio delle brame nella Stanza delle Necessità. Credo che semplicemente non abbiano paura delle loro emozioni, forse a differenza di noi, sicuramente a differenza di me. Perché noi, invece, di paura ne abbiamo molta, anzi, moltissima, ce la facciamo proprio nelle mutande. Ne abbiamo anche ben donde, eh, dato che le viviamo come aliens che ci squarciano il petto senza ritegno per le nostre costole. Quindi, in nome della regola d'oro del "non si sa mai" e del "vogliamoce bene", quando l'emozione si fa troppo intensa, allunghiamo le dita per spegnere la miccia. E a furia di farlo, neanche a dirlo, è diventato un automatismo che ci ha fatto guadagnare l'onorificenza in targa dorata di "Stitici espressivi con incontinenza emotiva". Per abbandonare il pericoloso crinale della metafora intestinale, possiamo spiegare il concetto paragonandoci a dei chimici che hanno imparato  a dosare millimetricamente l'espressività come faremmo con la polvere da sparo. Un pizzico di salnitro, una punta di polvere di carbone, una spolverata di zolfo e giusto due gocce di acqua. Alla fine, se tutto va bene, la composizione chimica della nostra polvere sarà sufficientemente stabile da non farci perdere un occhio, qualche dito e la nostra reputazione.
L'effetto collaterale però è quello da cui è partita la questione, ovvero l'incapacità di esprimere appieno il sentimento, la stitichezza espressiva, il tubetto secco, la tromba stonata, il petardo spento. Si crea una dicotomia costitutiva in cui il fuori è solo un pallido miraggio del dentro e decisamente simile ad un formicaio: c'è un fuori, appunto, formato da montagnette di terra ordinatamente disposte a piramide, ed un dentro, paragonabile ad una strada di New York all'ora di punta, o alla metropolitana di Tokyo pressoché sempre. Fuori, la calma del bonzo, il sorriso della massaia americana anni '50; dentro, il rodeo, i cavalli imbizzarriti e la polvere finita pure nei calzini lasciati a casa. Fuori un giardino zen, dentro il chiasso urbano delle grandi metropoli, tutte clacson e slang. Come al solito, ad un certo punto perdiamo il controllo del controllo, quindi finiamo col non avere la minima idea di come abbassare le difese e aprire qualche finestrella in più. Continuiamo ad esprimere le nostre emozioni, e il nostro entusiasmo, solo attraverso il buchino del nostro formicaio, intiepidendole al punto da renderle slavate, sostituendo le tinte forti ai colori pastello. Ci convinciamo inoltre che tutto questo sia frutto di un coraggioso spirito civico, una sorta di rinuncia per il bene collettivo: siamo come Ciclope degli X Men, che deve indossare sempre gli occhiali per evitare di arrostire qualcuno con i raggi laser che spara dagli occhi. Convinti di avere tra le mani emozioni potenzialmente letali, è nostro dovere dosarle per non ammazzare nessuno. Un po' come Elsa di Frozen, per intenderci. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, in fondo. Ma sono tutte balle. Siamo solo spaventati che tutto questo marasma di emozioni ci sfugga di mano, di non essere accettati, di spaventare, di essere considerati strani, di essere lasciati soli. Per cui, in nome della cautela, insistiamo su questa strada tremendamente frustrante. Perchè credetemi, niente ci frustra maggiormente di questo imbuto emotivo in cui ci siamo intrappolati. Come fare a far passare un cammello dalla cruna di un ago? Ve lo dico io, non si può, a meno che la suddetta cruna non sia grande quanto il cammello. Il nostro destino è quindi quello di continuare a proporre sempre la stessa zuppa riscaldata, la stessa composizione chimica a prova di bomba, riducendoci a vecchie audiocassette usurate dal tempo, con la voce ormai grottescamente deformata? In realtà no, credo che il nostro destino sia quello di iniziare ad allargare la cruna, ad aprire l'imbuto, a dismettere i panni del chimico diplomatico dalle emozioni educate. Adesso, sul come si fa, accetto suggerimenti, perché io sto ancora brancolando un po' nel buio. Ma direi che il detto "persevera e trionferai" potrebbe essere un buon punto di partenza.
Duille




domenica 23 aprile 2017

Scrivere

Ho sempre scritto, fin da piccola, fin dal primo momento magico in cui ho scoperto di poter tenere la mia fantasia in punta di penna. Scrivevo per raccontare i miei sogni, per vivere avventure, per giocare con l'inchiostro così come giocavo con le conchiglie, inventando per loro improbabili avventure. Come le conchiglie, le parole non erano solo sequenze di difficili segni con complicate regole di composizione, ma erano infinite possibilità di combinazioni che, prendendo vita, creavano vita. Mi resi presto conto che le parole per me erano facili come una risata ed intrattenibili come l'acqua che zampilla dal foro di una bottiglia.
Crescendo, la scrittura è diventata la mia seconda pelle, un luogo in cui essere vulnerabile ed autentica, in cui esistere quando mi sentivo invisibile, il mio rifugio di bimba sperduta. Scrivere mi ha dato sostanza, mi ha dato respiro e mi ha fornito un linguaggio con cui raccontare i miei silenzi inspiegabili. Mi ha dato spazio per stiracchiarmi come un gatto pigro, anche in quel lungo periodo in cui ho creduto di vivere in un ditale di ottone. La scrittura mi ha permesso di sfuggire a me stessa, di ripararmi dalle mie frecce, quando sono diventata preda e cacciatrice. Dove la voce si frantumava in piccole schegge di suono, la parola scritta cresceva sempre più sicura, come un albero di quercia in primavera. Dove il mio corpo fisico diventava soffocante granito, il mio corpo di china diventava liquido come acqua e leggero come il vento. Dove nel mondo diventavo più fragile, così sulla carta diventavo più forte, ricucivo le ferite con collane di sillabe, e trovavo me stessa, ancora integra, sotto i cumuli di macerie. Credo che scrivere mi abbia salvato la vita, ma in un senso più profondo di quello biologico dato dal semplice accumulo delle ore sulla pelle. Scrivere mi ha salvata perché mi ha dato corpo quando mi sentivo vapore, mi ha dato valore quando pensavo di essere carta straccia, mi ha mostrato piena quando credevo di essere vuota, mi ha dato un punto fermo nel naufragio che neanche io sono riuscita a distruggere. Ma soprattutto, mi ha dato una voce con cui gridare quando ero ormai ammutolita, con cui commuovermi senza vergogna, con cui ridere, con cui correre a perdifiato senza perdere mai il fiato. Scrivere mi ha permesso di nuotare nel latte di stelle, di piangere lacrime sospese e di intingervi il pennello per creare da esse un acquerello opalino. Scrivere inoltre mi ha dato ordine e senso in momenti in cui ero caos.  Mi ha spiegata con parole semplici e dispiegata come un ventaglio di foglia, fino a scoprirne la trama elaborata che credevo di non avere. 
Ha smontato ogni mia certezza e mi ha insegnato a volermi un po' più bene. Scrivere mi ha insegnato a non avere paura del dolore, ma ad accoglierlo, viverlo fino a consumarci, ascoltarlo in ogni sua spina, fino a sentire la rosa all'apice di quel gambo che non osavo scalare, perché avevo troppa paura. E poi, una volta sentito, a scriverlo, nero su bianco, rendendolo eterno, struggente e bello, anche se solo per me. Scrivere mi ha insegnato che non esiste il sentire troppo e che le emozioni, per quanto intense, non uccideranno e non taglieranno fino all'osso. Che il sangue prima o poi si secca e le lacrime non scavano solchi. Scrivendo, ho scoperto di potermi tenere sul palmo di una mano, in punta di dita e sull'orlo di un respiro trattenuto, di potermi sbirciare tra le fessure delle mani chiuse e di potermi contenere tutta in una frase. La scrittura mi ha fatto scoprire l'infinito nel millimetro cubo di un pennino e mi ha rivelata infinita ed infinitamente felice nell'atto di scrivere. Mi ha reso padrona di me stessa, mi ha resa fragile ma non debole, mi ha resa fiume ed albero e foglia dondolante. Mi ha regalato il dono della contemplazione, della meditazione, dell'esistenza in una solitudine color blu oltremare. Ha trasformato distruzione in creazione, lava in luce, singhiozzi e risate in musica. Mi ha dato vita più volte e mi ha permesso di usare le sillabe come note di un pentagramma, di stratificare i significati, di stuzzicare più sensi, di rendere immortale e universale un momento piccolo come una noce. Nello scrivere, oggi, mi concedo a me stessa, apro tutte le porte e spalanco tutte le finestre, mi lascio inondare dal vento della tormenta, mi lascio amplificare, esplodere in migliaia di piume, mi accoccolo all'angolo di un sorriso, mi inspiro e mi espiro senza rispetto per le convenzioni di acciaio che mi sono imposta da sola, mi prendo in giro rispettandomi fino in fondo. Oggi scrivo per me, per chi legge o leggerà, scrivo per chi non vedrà mai il mio maldestro affresco di parole, scrivo perché vivo e vivo perché scrivo.
Duille


martedì 11 aprile 2017

This is Us o l'arte della coccola

Avete presente quei giorni in cui vi alzate tardi perché la sveglia non ha suonato, vi vestite alla velocità della luce, scoprite, con un sottofondo musicale drammatico, di aver finito il caffè e che non avete spiccioli per comprarlo al bar, e scappate fuori casa ritrovandovi senza ombrello, in ritardo e con un acquazzone che sembra giunto direttamente dalla foresta amazzonica? Avete in mente quei giorni in cui arrivate al lavoro o a scuola solo per scoprire che vi è scoppiato il pranzo nella borsa sopra tutti i documenti? Vi ricordate quei momenti in cui i pianeti sembrano allinearsi e Paolo Fox vi annuncia nell'oroscopo della giornata che saranno le 24 ore più sfigate della vostra vita?
Avete presente quei giorni in cui tutti i modi di dire più celebri sugli imprevisti della vita (mettere i bastoni tra le ruote, essere passati sotto un camion, essere l'elefante nella cristalleria) decidono di fare una riunione di famiglia proprio sopra la vostra testa, con la coprinuvola piovosa a fare da chaperon? Se avete avuto una di queste giornate, tutto quello che vi serve per riequilibrare i chakra è This is Us. Si tratta di una serie semplice come una fetta di pane e consolatoria come una torre di pancakes con fiumi di sciroppo d'acero. This is Us è la serie-coccola per eccellenza, quella che vi abbraccia come una copertina di flanella, che vi sussurra nell'orecchio "Non ti preoccupare, andrà tutto bene", che vi consola e vi restituisce un po' di fiducia sulle sorti di questo sporco mondo che sembra popolato solo da piccoli volpini incazzati e da multietniche Regina George. This is Us è l'affinamento dell'arte della civetta coccolosa, una serie tenera come un marshmallow ma che, stranamente, non vi farà vomitare arcobaleni. La serie racconta la vita della famiglia Pearson, composta dai genitori, Rebecca e Jack, e dai tre figli, Kate, Kevin e Randall, e che si sviluppa su due archi temporali, quello della giovinezza dei coniugi (ed infanzia dei ragazzi) ed il presente delle vite adulte dei tre figli. Punto. Non c'è nient'altro da aggiungere. I Pearson infatti non sono una famiglia multimilionaria che vive ad Orange County o che frequenta i country club, non hanno superpoteri e non hanno il brutto vizio di esternare in modo plateale i loro drammi esistenziali in una fedele imitazione della rabbia di Paperino. I Pearson non si pugnalano alle spalle creando complicate trame di tradimenti e riappacificazioni, non si scambiano i fidanzati come fossero figurine e non hanno lavori di vitale importanza o di grande interesse. Infine, This is Us non è una sitcom né un teen drama.
Ma quindi, togliendo tutto questo, che cos'è This is Us? Una gran noia, apparentemente. E invece no. E' una serie che parla di famiglia, di amore e di crescita e lo fa in modo semplice, poco pretenzioso, senza trame cervellotiche, ma sfruttando la parte virtuosa del nostro muscoletto sottotoracico. This is Us mette fine alla fame di scandalo, al gusto per il sordido a cui ci hanno abituato molte serie e riporta la quotidianità al centro della narrazione. This is Us è infatti una serie che vuole emozionare con una storia familiare fatta di rispetto reciproco, di grandi amori, di strade percorse insieme, di sacrifici, di errori commessi e di ammende, dei dubbi, dei riscatti personali e delle difficoltà tipiche della vita, ma senza che queste vengano ingigantite, distorte o stereotipate. La serie sembra voler premere sul tasto dell'ottimismo, presentandoci personaggi indiscutibilmente buoni, senza però essere perfetti. Tutti i protagonisti vivono dei drammi personali, spesso conseguenza di esperienze del passato, che affrontano in modo intenso ma discreto: Kate e la sua obesità, Randall e il rapporto con il padre biologico, Kevin e la sua carriera insoddisfacente, Rebecca ed i suoi sogni di cantante, Jack e il suo scomodo rapporto con il padre. Lo sviluppo di queste crisi portano i personaggi ad affrontarle, sopravvivervi, imparare da essa e, soprattutto, rinunciare alla solitudine.
Oh yes, miei cari steli: Milo Ventimiglia è Jack. Gioite, fan
di Gilmore Girls
I Pearson infatti si aiutano a vicenda, si sostengono, si raccolgono quando cadono, si donano con tutto loro stessi, nel loro squisito modo imperfetto. Come dicevo, è una serie sull'amore: l'amore romantico, qui esploso in una miriade di coriandoli a forma di cuore (con buona pace degli allergici al rosa), ma anche l'amore fraterno, che non è un amore facile, è un amore fatto di compromessi, di accettazione e di tanto, tanto perdono. E' l'amore verso se stessi, faticosamente costruito, anche con l'aiuto degli altri, è il volersi bene nella propria imperfezione e scoprirsi amati proprio per i nostri difetti. Si tratta quindi di una serie buona senza buonismi, dolce senza essere stucchevole, morbida come un maglione di cachemire senza essere troppo finta. Dico "troppo" perché sfortunatamente, a tratti la finzione emerge, soprattutto quando compaiono i personaggi maschili, che sono spesso fin troppo perfetti per essere davvero reali, anche con i loro difetti. Jack è sicuramente l'apoteosi di questa idealizzazione del maschile, diventando un vero e proprio principe azzurro paziente, tollerante, innamoratissimo, senza macchie, ostinatamente determinato a diventare l'opposto del padre. Ma in fondo, e qui parlo da portatrice di doppio cromosoma X, a noi ci piace proprio così. Da' un tocco utopistico che regala calore. Stona, certo, ma stona come la Nutella nella dieta. Alla fine, l'obiettivo della serie, come ha detto il suo ideatore, non è quella di essere rivoluzionaria o imperdibile, ma di far star bene le persone che la guardano, riempirle di amore e di fiducia nei confronti del futuro attraverso l'identificazione con personaggi normali che vivono vite normali ma che, come dice il dottor K. nella prima puntata, sono capaci di prendere il limone più acido che la vita ha da offrire e trasformarlo in qualcosa che assomiglia ad una limonata.
Duille


domenica 2 aprile 2017

Personali epifanie sull'ansia sociale

Finora, quando pensavo all'ansia sociale, la prima parola che mi veniva in mente era guerra: non una guerra qualsiasi però, non il conflitto di Waterloo, non una battaglia di cuscini, una singolar tenzone in difesa dell'onore, una lotta a pesci in faccia o una battaglia di insulti alla Monkey Island. Quello a cui pensavo era più una guerra d'invasione, in stile Vietcong VS Nordamericani, Resistenza VS fascismo, Compagnia dell'anello VS Sauron, procione che tenta di entrare in casa VS umano con il fucile a piombini di gomma.
Una guerra strisciante quindi, fatta di assalti lampo e sguardi truci, in cui partivo svantaggiata sotto ogni fronte (tecnologie d'avanguardia contro zappe, lauree in strategie militari contro diplomi all'accademia del Risiko, la certezza del bullo contro l'insicurezza del nerd con gli occhiali scocciati). Col tempo però, e con tanta terapia, ho imparato che, più che una guerra in stile moschetto e tuta mimetica, la mia era una situazione da crisi coniugale decennale, di quelle in cui ci si prende a parole rinfacciandosi anche il cartone del latte non comprato nel 2001, in cui si lanciano piatti e si rischia l'esplosione della vena giugulare in uno zampillio da fontana ad agosto. Questa consapevolezza, ovviamente, cambiava tutte le carte in tavola: non si parlava più dell'invasione esterna di un estraneo indesiderato, simile alla gravidanza di un Alien, ma di una parte di me che non potevo semplicemente accoppare con la padella di ferro battuto ereditata dalla zia Cesira, ma che dovevo prima di tutto ascoltare e comprendere, per poi poterla lasciare andare come Edward Bloom nella sequenza finale di Big Fish. La mia idea, forse un po' ingenua, era che, comprendendo la mia controparte agitata, avrei capito anche me stessa, facilitando il processo di evaporazione dell'ansia come accade alla medusa sul bagnasciuga descritta da Thomas Mann in Tonio Kroger. Magari non sarebbe scomparsa del tutto, ma contavo su un rapporto di cordiale amicizia, forse anche su due risate davanti ad un caffè. Non avevo considerato però che, come nelle migliori crisi coniugali da romanzo, la suddetta controparte avrebbe fatto di tutto per ostacolare le pratiche del divorzio e si sarebbe impegnata al massimo per non scoprire le sue carte. Vedete, sono recentemente giunta alla conclusione che l'ansia sociale sia in realtà una giocatrice di poker maledettamente brava: sa captare le microespressioni del suo avversario per intuire il valore delle sue carte, sa adottare una poker face da testa dell'isola di Pasqua e, soprattutto, bluffa. Schifosamente, senza rimorsi, anche se dall'altro lato del tavolo hanno ormai impegnato pure il dente d'oro le mutande portafortuna.
E come bluffa l'ansia sociale? Confondendo le acque come un luccio fa con il fondale, camuffandosi come un truffatore professionista o un cacciatore di dote, facendoti credere di star assistendo ad un'eclissi di Luna quando in realtà stanno solo spegnendo le luci, convincendoti di aver capito tutto, quando in realtà, di nuovo, non hai capito proprio niente.
Nella pratica, ed attingo a manciate dalle mie esperienze personali, potrebbe farti credere che il motivo per cui non vuoi uscire quella sera non sia perché hai la paura che provò Maria Antonietta davanti alla ghigliottina, ma perché sei stanca, senza soldi, perché stai trascurando il gatto e il cactus di casa e poi, beh, c'è quel puzzle  che aspetta di essere finito da troppo tempo. Scherzi a parte, le motivazioni che l'ansia ci propone sono dannatamente plausibili, soprattutto quando, esaurite tutte le cartucce, sfrutta l'asso nella manica del "non ho voglia". Cosa si può dire di fronte ad un alibi d'acciaio come questo? Personalmente ho passato anni credendo di aver capito di essere pigra, solo per scoprire ancora una volta che l'ansia mi stava gettando fumo negli occhi come una fata tabagista con gravi problemi polmonari. Ogni volta che credo di aver scoperto qualcosa di lei, quando penso di averla smascherata sotto la sua pietra, con tanto di "aha!" di esultanza, mi ritrovo nella posizione del mio cane, che continuava a cercare la lucertola alla base dell'albero mentre quella, tronfia, la guardava una spanna sopra la sua testa, dalla corteccia. Il motivo di questo valzer è semplice quanto uno starnuto: se venisse scoperta, spolpata fino all'osso come un nocciolo di ciliegia, l'ansia smetterebbe di esistere. Quindi tutto si riduce ad una questione di sopravvivenza, che per antonomasia è una delle motivazioni più ardue da estirpare. Una sopravvivenza che è sua e nostra, dato che siamo noi ad averla creata. Siamo noi la fata turchina tabagista che ha dato inizio alla vicenda. Ma questa, come direbbe papà castoro, è un'altra storia. Ciò che conta sapere adesso è che l'ansia è un genio diabolico, è quello che Moriarty è per Sherlock Holmes, è infida come Vermilinguo e fetente come una scheggia sotto l'unghia del piede. Capirla sarà difficile, coglierla in fallo arduo e trovarla sarà un'impresa, perché andrà scovata sotto un mare di palline dell'IKEA mentre lei ti grida "Bazinga!" Alla fine, il consiglio che ci do è quello di non abbassare mai la guardia, non dare niente per scontato e soprattutto adottare l'atteggiamento socratico del "so di non sapere ma ho un cervello e non ho paura di usarlo" (lo so, ho un po' parafrasato). L'ansia sociale va capita, certo, e questo è il mandato della nostra missione, ma il Serraglio non è nostro amico. E' la nostra nemesi, la nostra parte oscura, il nostro protettore a cui sono venute manie di grandezza. Il dubbio, quindi, sarà il nostro credo per un sacco di tempo, il punto di domanda il simbolo sulla nostra tuta da supereroe. Sarà estenuante, lo so, e non sarà facile dover farsi domande anche sulle motivazioni della scelta di una maglietta, ma abbiamo anni di addestramento fatti di pippe mentali, rimuginii e guerreggiamenti interni che ci hanno conferito muscoli cerebrali da culturista e la vista di un falco pellegrino, quindi tanto vale usarli. In fondo, per citare un'altra massima, non importa ciò che si ha, ma cosa si fa con ciò che si ha.
Duille


Visite

Powered by Blogger.

Post by mail!

Lettori fissi

Archivio blog