domenica 3 febbraio 2019

La neve a Milano

La vita a Milano ha qualcosa di bipolare, nel senso psichiatrico del termine, perché è scandita da due stati umorali costanti: da un lato la mania, l'esaltazione superomistica che sfocia velocemente anche nella spavalderia e nell'aggressività arrogante che tutti quelli che arrivano da fuori conoscono molto bene; dall'altro, una depressione strisciante che compare ogni qual volta che questa macchina perfettamente oliata trova un punticino di ruggine. 
Queste due polarità si alternano con la velocità con cui compare un attacco di allergia: un momento prima stai una favola, tipo capriolo di montagna, ed un secondo dopo sei un rubinetto che perde passato sotto le mani di un'ortica particolarmente effusiva. E la situazione si fa endemica davanti a qualsiasi evento climatico che implichi l'intervento dell'acqua. Non so se siamo una popolazione di streghe dell'Ovest in incognito, ma alla vista di una goccia di pioggia, o peggio, della neve, il panico inizia a serpeggiare tra le truppe come se si fosse annunciata una pioggia acida arrivata direttamente da Chernobyl. Recentemente, lo spettro della neve ha rifatto capolino nella nostra vita di cittadini ligi e incravattati, come un fantasma dickensiano in Canto di Natale, dando prova di essere ancora abbastanza in forma da sconvolgere l'ordine naturale del milanese imbruttito. Già alla comparsa del simboletto fioccoso sulle previsioni del tempo, il sudore ha iniziato a scendere dalle fronti dei milanesi. I telegiornali hanno parlato dell'imminenza della neve con la stessa gravità con cui i cristiani affrontarono l'avvento dell'anno 1000, con presentatori dalla pelle tiratissima, neanche stessero annunciando lo sconfinamento di Attila attraverso le Alpi. Tutte le conversazioni delle persone in età lavorativa, dal fruttivendolo del mercato rionale al banchiere con la ventiquattrore, si sono monotematizzate sulla neve, sui disagi causati dalla neve, sugli improperi rivolti alla neve e sull'impreparazione dei servizi comunali di fronte alla neve(se non altro, la neve ha provveduto a spunti inesauribili di conversazione dal sapore egalitario). I familiari hanno iniziato a salutarsi tra loro con il pathos di chi stava per subire un'operazione chirurgica a cuore aperto e con strumenti medici del primo Novecento e le autorità hanno allertato la Protezione Civile, i negozianti affinché non fossero avari di sale sui marciapiedi, la Madonna, Tempesta degli X-Men e qualsiasi divinità pagana trovata negli annali storici e che avesse anche una lontana parentela con i fenomeni meteorologici. In momenti di grande crisi, il milanese ci insegna che tutto fa brodo e che non esiste monoteismo che tenga. Avrebbero venduto anche la loro anima al Demonio, se avesse garantito loro l'annullamento dell'avvento nevoso. In generale comunque, nei giorni precedenti alla grande ecatombe, sulla città è scesa una cappa di frustrazione, dolore esistenziale ed incarognimento preventivo (data l'imminenza della battaglia) che ha ricreato la festosa atmosfera emotiva del più puro Black Friday targato USA (fa-la-la-la-la-la-la-la-la). In quei giorni, vi assicuro, mancavano solo i comizi dei fondamentalisti religiosi che inneggiavano alla punizione divina dagli angoli delle strade e la gente che intasava i supermercati litigandosi l'ultima lattina di fagioli in scatola. 
Questo primo atteggiamento, di tipo depressivo, si è poi scontrato con il lato maniacale del Milanese D.O.C. o di adozione (perché, in quanto a nevrosi, Milano è molto inclusiva). Infatti il Milanese, per quanto consapevole delle sette piaghe d'Egitto che si abbatteranno su di lui di lì a poco, da sempre rifiuta maniacalmente la resa. Come Boromir inforchettato da decine di frecce ha continuato a combattere durante la battaglia di Amon Hen, così il milanese, anche di fronte alla possibilità di trovarsi ad affrontare 6 metri di neve, strade trasformate in piste di pattinaggio e la necessità di fabbricare al volo una slitta trainata da barboncini, chihuahua, alani usciti direttamente dai quadri di Dalì e, se si è fortunati, da un Golden Retriever di passaggio, affronterà la giornata nevosa con lo stesso snobismo degli altri giorni. Potete scommetterci la nonna con tutta l'argenteria di famiglia che, anche di fronte alla tempesta di neve più scenografica della storia, le scuole saranno aperte, al lavoro ci si andrà comunque e in generale la vita della città continuerà testardamente come se in cielo ci fosse il sole più audace che si possa trovare. Il superuomo milanese non si piega a quisquilie come il tempo, lui è di Milano, santo Cielo, ha affrontato l'Expo, la visita del Papa e tutti i cantieri ingorga-traffico per la costruzione della metropolitana che spuntavano come funghi al primo battito di palpebre! Se un Milanese trova un cadavere per strada, per esempio, lo scansa, chiama i carabinieri e poi prosegue diritto verso il lavoro con l'imperturbabilità della formica laboriosa. Non ha tempo per le sciocchezze, s'ha da lavorà! Morale della favola, il giorno della Grande Nevicata, la città si è ritrovata in un prevedibile caos indicibile, con le due polarità depressive e maniacali che primeggiavano l'una sull'altra negli abitacoli delle macchine in coda, nelle fermate dei trami straripanti di pinguini intirizziti a cui mancava solo la voce fuori campo di Fiorello, nei plotoni di ombrelli che si sfidavano a gomitate selvagge sui marciapiedi e negli sguardi dei guidatori ai limiti del crollo nevrotico dopo ore di fila per le strade, che alternavano invettive sempre più accorate e colorite a momenti di tristezza profondissima di fronte alla consapevolezza di avere tante possibilità di arrivare in orario sul posto di lavoro quante ne ebbe Colombo di sbarcare in India circumnavigando il globo. E tutto questo avveniva mentre dal cielo cadeva la più blanda delle nevi, di quelle che fai fatica a capire se sia neve o una barzelletta poco divertente inventata della pioggia. La Grande Nevicata si è rivelata essere un nulla di fatto, poco meno di una spolverata di zucchero a velo sul pandoro, ma che è comunque riuscita a spezzare la tempra d'acciaio del milanese imbruttito. Come sempre, d'altronde. 

Duille

domenica 27 gennaio 2019

Capitolo 28: Una vita come tante

Una delle parole che un lettore ama di più, quando si parla di libri, è book serendipity: la fortuna di fare per caso l'incontro giusto al momento giusto. E' una scoperta casuale che di casuale sembra non avere niente, è un campo magnetico che fa sì che ci si attragga e ci si scelga proprio in quel momento. Ha del magico e forse è proprio per questo che piace tanto ai lettori, perché in fondo la serendipità, come i libri, è un po' capace di cambiarti la vita, di rimescolare le carte del tuo essere e dare corpo a qualcosa che prima era solo fuliggine. 
Per me questo è stato l'effetto di Una vita come tante, di Hanya Yanagihara, e per la mia serendipità devo ringraziare Julia, di Books and Kimonos, che mi ha accompagnata dolcemente per mano fino alla decisione di posare gli occhi sulla prima pagina di questo volume e che ha scritto una splendida recensione che vi invito a leggere. Una vita come tante è un libro gigantesco e non solo per il suo corposo numero di pagine (1094 e no, non è un errore di battitura), ma anche per il coraggio dell'autrice nel trattare tematiche così profondamente umane da sentire quasi il bisogno di rifiutarle, perché sanno troppo di terra per essere vere. Una vita come tante parla di tanto, pur sembrando poco, e parla di tutti, pur narrando solo di alcuni: racconta infatti di quattro amici che si conoscono il primo anno di college e che non si lasceranno più per il resto della vita. Ognuno è ambizioso in un modo tutto suo: Jb è un artista dall'ambizione quasi presuntuosa ma mai fastidiosa, Malcolm si approccia al suo sogno, l'architettura, con la tenacia senza fronzoli di un'aspirazione disciplinata, Willem vorrebbe fare l'attore e si dedica alla recitazione con tutta la disperata caparbietà di chi sa bene di avere pochissime possibilità. E poi c'è Jude, intelligentissimo futuro avvocato che sembra non essere sfiorato dalla tensione quasi dolorosa dell'ambizione struggente che vivono i suoi compagni. Sono tutti diversi, i quattro amici, hanno caratteri diversi e vengono da mondi diversi, eppure sono legati da un affetto autentico e profondo, che supera ogni differenza ed ogni incomprensione, anche l'ostinato bisogno di Jude di non raccontarsi mai, a qualunque costo. E l'intero romanzo ruota intorno a questa misteriosità ed al segreto che è la vita di Jude. Perché Jude è un mistero che sanguina sotto gli occhi di tutti ma che scivola come un'anguilla ad ogni tentativo di essere conosciuto, se non entrando nella sua mente, attraverso i suoi occhi e nei suoi ricordi. L'autrice riesce a dipanare questa massa di parole non dette, come un singhiozzo bloccato in gola, grazie alla sua scrittura semplice e lineare, tutta concentrata nel raccontare più che nel decorare con le parole e che salta da una mente all'altra come pulviscolo sulle giacche dei protagonisti, permettendoci di conoscere profondamente molti dei personaggi di questa lunga storia, che è davvero una vita, e forse neanche come tante. Nonostante questa semplicità linguistica, l'autrice dimostra di avere una padronanza del dispositivo narrativo davvero eccezionale, dato che propone descrizioni del quotidiano vivide, immersive ed innamorate dei piccoli momenti di ogni esistenza, ed è capace di concentrare tutte le sue doti nelle riflessioni psicologiche ed emotive dei personaggi e in piccoli e frequenti guizzi di eleganza o di frizzante ironia, che producono l'effetto del primo seme di mais che esplode nella padella diventando un leggerissimo popcorn bianco. 
Sono questi "pop" improvvisi, ma collocati in modo strategico, che permettono di alleggerire i toni drammatici del racconto senza privarlo di spessore, insieme ad una narrazione che naturalmente mantiene le giuste distanze dalla vicenda narrata, permettendo di essere abbastanza vicini da sentire l'odore delle lacrime sulle guance ma senza rischiare di rimanere ustionati dall'incandescenza dell'argomento. Perché, diciamocelo chiaro, Una vita come tante è un vero e proprio dramma. Un dramma che riguarda i suoi personaggi, certo, ma che, se spogliato della trama, diventa un discorso fatto al lettore, una messa a nudo di tutte le emozioni più umane che ci contraddistinguono e che non sempre sono piacevoli o accettabili. Questo libro è quindi una confessione di tutto ciò che di più autentico e fragile esiste nell'essere umano. A volte sono le meschinità inconfessate a tutti e di cui ci si vergogna un po', altre volte è la colpa per non fare abbastanza, per scegliere se stessi all'altro, ma la maggior parte delle volte è la paura. La paura della vita, per esempio, e di come tutto sia dannatamente difficile, anche quando tenti di essere il meglio che puoi. Una vita come tante è anche la storia del dolore causato da una vita capace di toglierti tutti e di darti tutto in un attimo, e che rivela così tutta la sua strutturale insensatezza. E' la storia della sofferenza di vivere ingabbiati in una profezia che si autoavvera, in un convincimento di acciaio che taglia la pelle e lascia cicatrici come la lametta di un rasoio. E' anche la storia di chi guarda questo male di vivere e muore un po' soffocato dal peso schiacciante dell'impotenza. E' la storia della maschera e della paura di essere smascherato, del silenzio che da scelta diventa obbligo, come una bocca cucita con fili di metallo. Ma Una vita come tante è anche la storia di quanto vi è di più prezioso al mondo, delle piccole gioie del quotidiano, dell'aria frizzante dell'inverno, degli affetti sinceri, di chi resta anche quando ci si autosabota, di chi capisce anche senza conoscere, di chi rispetta e ama, a prescindere da tutto, di chi vede il bello in noi anche quando noi stessi non lo percepiamo e che insiste a mostrarcelo fino a riuscire nel miracolo di farci venire un piccolo dubbio. 
E' quindi anche un libro sulla resistenza, sul fatto che nessuno si salva da solo ma che ci salviamo ogni giorno l'un l'altro, anche se non per sempre, anche se non del tutto. E' un libro che racconta l'importanza di credere, anche solo per un attimo, anche solo per un respiro, allo sguardo innamorato dell'altro e a ciò che questo sguardo trasmette. Una vita come tante è un respiro che si dilata diventando sospiro e poi urlo e quindi sbadiglio e sorriso e tremula espirazione. E' una catarsi che mette in contatto con la parte più profonda di noi, che ci restituisce più umanamente consapevoli del nostro essere umani. Potreste piangere leggendo questo grande tomo, potreste arrabbiarvi fino al punto di voler abbandonare il libro e il personaggio che vi ha fatto arrabbiare. Potreste volerlo abbracciare e sussurrargli che andrà tutto bene, che c'è sempre speranza. Potreste voler scappare dal libro o scappare dalla vita per non lasciare il libro e la sua storia, che scivola sotto gli occhi fin troppo in fretta. Una vita come tante funziona perché, oltre alla storia c'è un'altra storia, che riguarda ciascuno di noi, e ci mette di fronte alle sfumature del sentire, alle gioie più sciabordanti e all'angoscia più asfissiante. Per questo motivo possiamo dire che, sì, Una vita come tante parla di vite come tante perché racconta di tutte le vite scegliendo di seguirne alcune, mettendo all'universale l'abito del particolare perché seppur le storie cambiano, le emozioni che le abitano restano le stesse, sono come i fili con cui si tesse un arazzo e che ci permette di comprenderci l'un l'altro. Potreste sentirvi in tante parole e potreste avere paura di quello che troverete o forse, più probabilmente, potreste provare sollievo nel sapere che non siete soli, in quel sentimento a volte davvero scomodo. E così Una vita come tante assolverà ad un'altra funzione, quella di redimerci restituendoci dolorosamente completi. Ma non si fermerà qui. Ci metterà anche alla prova, ci chiederà di capire cose che potremmo non aver mai visto, ci chiederà di credere anche quando diremo che è troppo, ci chiederà di restare a guardare anche quando vorremmo solo salvare tutti e ci chiederà di ascoltare davvero e non solo superficialmente, di andare oltre a facili pregiudizi e di capire cosa significhi essere qualcos'altro. Una vita come tante sarà difficile da leggere per alcuni e fin troppo facile per altri. Ma d'altronde, così è la vita. 
Duille

"Annika parlava a macchinetta, e doveva aver deciso che la strategia migliore fosse trattare Willem come un'eclissi, limitandosi a non guardarlo". (p.22


("pop")



domenica 13 gennaio 2019

Se telefonando io potessi non infartuarmi ti chiamerei

Ci sono suoni che terrorizzano e che trasformano subitaneamente nella gelatina verde sul cucchiaio di Lex in Jurassic Park. Ognuno ha il suo, che sia l'abbaiare furioso di un cane o lo sfarfallio inquietante e sinistro di una cimice ancora non individuata nella stanza. A volte si tratta di suoni dalla comprovata e condivisa spaventosità, come una forte esplosione, un urlo raggelante nel cuore della notte o quei maledetti petardi lanciati da incauti preadolescenti a cui vorresti poi staccare arti e testa (che, tanto, è evidentemente inutilizzata). 
Altre volte invece, questi suoni sono Hill Houses personali, case infestate che solo pochi eletti possono davvero percepire e comprendere e che, per la maggior parte delle persone, sono solo espressione di menti un po' troppo impressionabili. Noi ansiosi sociali amiamo trattarci bene e abbiamo due suoni della cripta che, in linea di massima, ci producono uno stato di disagio di gravità variabile (dal tenderci semplicemente come corde di violino fino al desiderio smodato di seguire l'esempio di Van Gogh e staccarci le orecchie): il primo, di cui parleremo oggi, è lo squillo del telefono. Il secondo, come direbbe Papà Castoro, è storia per un'altra volta. Dunque, il telefono. Lo squillo del telefono per noi ansiosi sociali è qualcosa di terrificante, capace di scombussolarci al punto da sospettare di essere diventati dei quadri cubisti picassiani. I danni inferti da quel primo squillo mortale si sviluppano su più fronti e i più attenti di voi avranno già capito che l'eruzione vulcanica investirà, con le sue ceneri e lapilli, tanto il fisico come la psiche. Dal punto di vista fisico si potrà assistere ad uno spettacolo circense di occhi fuori dalle orbite, cuore martellante dai virtuosismi heavy metal, guance incendiate delle tonalità di aragoste cotte, sudorazione alla Pumba ("ma dopo ogni pranzo lui puzzava di più, tutti quanti svenivano e cadevano giù") e tutto il corpo irrigidito come se fosse stato inzuppato nell'amido ma comunque pronto ad una fuga precipitosa. Dal punto di vista psicologico, il telefono squillante rivela avere per noi la stessa carica batterica di un bambino urlante, ci impanica come la piccola Verdun durante il cambio del pannolino e ha la stessa portata mortale di una pistola puntata alla tempia durante il gioco della roulette russa. Ma, più semplicemente, possiamo paragonarne l'effetto psicologico a quello di una sirena che annuncia l'imminenza di un bombardamento aereo. Solo che, invece del consueto "si salvi chi può", a noi viene chiesto di restare dove siamo e continuare a conversare come se nulla stesse accadendo, cioè come se non stessimo per diventare carne grigliata. Un po' illogico, non vi pare? E spesso, molto più spesso di quanto non vorremmo, ci viene pure chiesto l'apoteosi dell'insensatezza, roba che farebbe impallidire anche Maccio Capatonda in persona: rispondere al telefono. In quel momento, la situazione diventa critica perché il nostro corpo si oppone strenuamente a quello che considera essere un vero atto suicidario. Il braccio si finge morto come un opossum nel deserto, le vie neurali improvvisano uno sciopero che paralizza tutte le arterie comunicative e la parte razionale del nostro cervello apre delle trattative che già sa saranno difficili. 
Da un lato, quindi, la parte razionale tenta di mostrare l'assurdità della situazione, dall'altra i sindacati neuro-muscolari si ribellano alla dittatura logica in nome del sacrosanto diritto al panico e all'autoconservazione. Il muscolo cardiaco, d'altronde, ha parlato: quando c'è la tachicardia si attivano i protocolli di emergenza, ovvero fuga scomposta verso nuove galassie con lascito di nuvoletta di fumo o sagoma del nostro corpo contro la parete sfondata. Tutto ciò accade, di solito, mentre la cornetta continua ad urlare iraconda, riempiendoci le orecchie della sua furente disapprovazione. Il cervello razionale sa di avere poco tempo e una credibilità da difendere e, di solito, dopo una fiacca quanto inutile strategia diplomatica, finisce col chiamare la cavalleria in tenuta antisommossa. Se le premesse sono le stesse ogni volta (o quasi), i risultati di questa manovra militare possono portare a due esiti, a seconda della gravità della nostra ansia: la resa popolare con il sollevamento della cornetta oppure una riproduzione in scala delle Cinque giornate di Milano, che lasceranno morti, ammaccature e stanchezza, ma anche la vittoria contro il demoniaco telefono. Come si potrà capire, quindi, rispondere al telefono per noi è come chiedere di strapparci un braccio a morsi, o una versione personalizzata di un episodio di Saw - L'enigmista. E la cosa peggiore è che siamo continuamente circondati da questi infernali strumenti strombazzanti che esigono presuntuosamente la nostra attenzione e che, ad ogni squillo, ci fanno sentire sempre più in trappola, sempre più con le spalle al muro. Un aguzzino sempre in tasca verso cui non riusciamo neanche a sviluppare la sindrome di Stoccolma. A questo punto, la domanda emerge, conseguente come una bolla d'aria nello stagno dopo il passaggio di un ranocchio o, meno poeticamente, come un bel rutto dopo una poderosa mangiata: cosa ci spaventa tanto? Ci sono due elementi problematici del rispondere al telefono: da un lato l'ignoto, l'imprevedibilità della situazione, a partire dal mistero della voce che risponderà al nostro "pronto". Questo primo problema ci impedisce di attivare qualsiasi meccanismo difensivo da noi abitualmente usato: non possiamo pianificare la risposta o prepararci alle possibili direzioni che prenderà la conversazione, né possiamo richiuderci nella nostra conchiglia di invisibilità da Wallflower. Siamo indifesi come gli alieni della Guerra dei Mondi all'arrivo dei virus, insomma. E sappiamo tutti come sono finiti. Il secondo elemento problematico è l'immediatezza della risposta insita nella natura stessa del dispositivo, che ci impedisce di avere il benché minimo controllo su quello che diremo, dato che sarà indispensabile una certa spontaneità ed improvvisazione, tutte cose in cui noi ci sentiamo capaci quanto un lamantino alle prese con un apriscatole manuale. Se quindi per gli altri rispondere al telefono è solo un gesto, per noi è un'interrogazione a sorpresa alla lavagna su un argomento che non abbiamo studiato. E questo vale esattamente allo stesso modo sia che siamo costretti a rispondere al telefono che nel caso in cui dobbiamo fare la telefonata. L'ansia può poi estendersi anche al citofono, al campanello, al messaggio istantaneo e, nei casi di ansia grave, anche alle mail, soprattutto quelle formali. La situazione poi peggiora drasticamente quando questo mini colpo apoplettico si sviluppa in un contesto allargato, come quello lavorativo, dato che, oltre alle paure sopra citate, si aggiungerà anche l'ansia causata dal bisogno di nascondere la propria fragilità e l'autoimposizione (perché non si può parlare di esigenza, ma di obbligo) di fornire una prestazione perfetta. Capite bene che il rischio di sovraccarico cognitivo è praticamente scontato ed infatti dopo pagheremo pegno, quando passeremo tutto il pomeriggio a letto con addosso la stanchezza di un raccoglitore di pomodori africano e l'angosciosa immagine di un futuro arricciato su se stesso. In realtà, fortunatamente per noi, le cose non sono così drammatiche come vorremmo credere: il tempo, la terapia e la pratica portano consiglio e rendono sempre più semplice affrontare il terribile strumento comunicativo. Gradualmente, telefonare al migliore amico non sarà più paragonabile a strapparsi i denti con una pinza arrugginita e il citofono sembrerà sempre meno il libro Mostro dei Mostri di Harry Potter. Ci vorrà pazienza, ci vorrà coraggio, ci vorrà speranza. Ma stranamente, di quella, ne abbiamo a pacchi. 

Duille




domenica 6 gennaio 2019

Una cosa di cui avevo bisogno

Qualche giorno fa stavo ascoltando un podcast di Francesco Costa, un giornalista che si occupa di politica americana. Durante una delle sue puntate, occasionalmente registrata in diretta da un locale di Milano, all'incirca verso la conclusione della seconda stagione del programma, Francesco ha tirato le somme di un'epifania vissuta in un momento molto particolare, uno di quei momenti un po' cinematografici in cui tutto sembra concludersi là dove era iniziato (che nel suo caso, era davanti ad un discorso di Obama). Era la chiusura di un cerchio, come l'ha definita lui stesso. 
"Senza eccedere nelle retoriche sui sogni, perché li sappiamo tutti ed è anche un po' svenevole ed esagerato, però se c'è una cosa che volete fare e non trovate lo spazio per farla, cercate di creare quello spazio dove non esiste, e si può fare senza che un qualcuno vi assuma […], si può fare senza che qualcuno vi dia l'incarico, senza che qualcuno vi dia soldi […]". A rileggerlo, è chiaramente un discorso di una semplicità estrema, alla Canto di Natale ( della serie "se non sarai buono morirai triste e solo"), forse anche un po' banale, se ci pensiamo bene. Ma come accade spesso, non è il modo in cui vengono dette le cose a stravolgerti il mondo, ma la particolarità del momento in cui quelle stesse cose vengono ricevute. Un po' come un libro, che letto in un momento della vita non trasmette nulla, è insipido come il piatto di pasta preparato ad un iperteso, ma che il momento dopo è il sorprendente specchio di come ti senti, la bussola delle tue emozioni, la stella polare che guiderà la tua zattera fatta di bottiglie di plastica attraverso la burrasca. E' stato così anche per me quando, mentre pulivo casa, mi sono sentita arrivare addosso una manciata di parole che ho scoperto essere ciò di cui avevo bisogno, come se fossi un piccione particolarmente affamato a cui venivano lanciate briciole di pane da un signore uguale a tutti gli altri, su una panchina identica alle altre di un parco qualunque. Era l'attimo perfetto ed evidentemente avevo il cuore orientato nella giusta direzione, come un aquilone lanciato su una gentile onda di vento ascensionale, che solleva senza strappare. Forse questa linfa vitale è stata particolarmente rinvigorente perché arrivava in uno dei periodi che meno amo, il cambio dell'anno, quel difficile momento in cui secondo la società dovrebbe cambiare tutto, in cui si dovrebbe ripartire da zero, pianificare incredibili cambiamenti di connotati esistenziali, riesumarsi dalle feste freschi come rose ed energici come all'uscita da una Spa ma che, per la natura (e per i nostri fisici provati da troppe fette di panettone), è solo l'ennesimo giorno di un ciclo senza fine di albe e tramonti. Ormai è chiaro che per me il capodanno ed il primo dell'anno siano passaggi ruvidi da affrontare, come carta vetrata sulla pelle o quelle difficili ore estive in cui sei costretta a soffrire le pene dell'inferno per la ceretta mentre, in fondo alla tua mente, ti chiedi insofferente che senso abbia torturarsi in questo modo, dato che, tanto, la selva ricrescerà con un ghigno malefico sulla faccia di ogni pelo. 
Forse, quindi, è proprio in virtù di questa difficoltà personale e della malinconia che il primo dell'anno porta con sé, che queste parole, semplici come briciole di pane condivise con un piccione, sono state così efficaci. Quello di Francesco Costa è un discorso onesto, realista e soprattutto, fattibile. Non è infarcito di retoriche disneyane o di romantici idealismi che fanno sempre a pugni con la noiosa e faticosa quotidianità. E' proprio come la mia visione del Capodanno: nulla più che un altro giorno che si inanella a quelli precedenti, nulla più che un altro sogno che potrebbe restare tale. Perché, diciamocelo, non siamo mica tutti J. K. Rowling, o Barack Obama. Rovesciando la celebre massima, è vero che non tutte le ciambelle riescono col buco, ma noi siamo i triliardi di ciambelle, mentre loro, le ciambelle senza buco, sono in realtà delle krapfen piene di crema che noi fingiamo di non riconoscere come tali perché l'invidia è una brutta bestia ma è anche l'animale da compagnia implementato in ogni confezione di essere umano, come i piedini minuscoli della Barbie che sfidano le leggi della fisica. Ma anche così, pur rischiando di scoprire di non essere eccezionali, vale comunque la pena di far crescere questi germogli, anche se senza la pretesa che un pomodoro diventi una quercia secolare. Magari resterà un pomodoro, ma comunque un ottimo pomodoro. E' un cerchio che si chiude, insomma. E per me, diventa la parola del 2019: coltivare. Coltivare le mie passioni per il gusto di farlo e non per cercare riconoscimenti, per inseguire carriere da sogno o trovare uno spazio di visibilità. Come dice Francesco Costa, creare quello spazio dove non esiste e, aggiungo, farlo perché se ne ha l'urgenza, perché fa stare bene, perché si ha bisogno di fare uscire quella parte di noi che non trova spazio nel piccolo mondo in cui viviamo ma che non possiamo ignorare, forse perché è la parte più importante di noi, la più autentica, la più frizzante, ribollente di vita, l'aria fresca di montagna che passa nel buco della nostra ciambella. Ritagliare uno spazio in cui vivere a modo nostro, secondo regole che potrebbero assomigliare più a quelle del Paese delle Meraviglie che della società moderna, in cui si festeggiano i non compleanni perché sono di più dei compleanni, in cui la logica è ribaltata ma resta pur sempre logica, solo un po' diversa. Un fazzoletto di vita, che sia una stanza tutta per noi, come diceva Virginia Woolf, in cui essere febbricitanti di entusiasmo mentre ci compare sulla faccia uno di quei sorrisi idioti da persone innamorate. Un luogo in cui rifugiarsi quando i capelli diventano bianchi per lo stress e quando gli inevitabili pugni nello stomaco ci mozzeranno il fiato. E fare tutto questo, senza la pretesa che diventi più di quanto non sia in partenza, onestamente, realisticamente, senza costruire utopistiche fantasie, senza inquinare una bolla di sapone perfettamente rotonda pretendendo che assuma la forma di una stella, ma arrivando alla dorata via di mezzo: la testa completamente tra le nuvole, mentre i piedi sono ben radicati a terra. 
Una vita da albero, insomma.
Duille

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domenica 18 novembre 2018

Capitolo 27: Ink

Esiste un tacito accordo tra editore e lettore che fa sì che un libro, a dispetto del motto, possa essere giudicato dalla copertina, almeno in merito alla sua qualità. Potremmo chiamarla "La regola della merendina": c'è una bella differenza tra la Kinder Paradiso e una fetta di torta fatta in casa. Possono piacere entrambe, ma è indubbio che a livello di qualità ci passi un abisso. E' così anche per i libri: copertine curate suggeriscono libri scritti bene, copertine arrangiate alla meno peggio suggeriscono libri scritti male.
Una differenza essenziale e che non ha nulla a che vedere con l'effettivo piacere di leggere quel determinato libro: è semplicemente una bussola implicita che permette di orientare il lettore tra i diversi livelli di qualità, un po' come il muschio sulla corteccia degli alberi che indica sempre il Nord. Ci sono ovviamente le eccezioni che fanno sì che, ad esempio, ci si ritrovi tra le mani la più brutta copia esistente del Grande Gatsby o che, al contrario, ci si imbatta in libri le cui copertine sono così belle da spingere all'acquisto compulsivo, ma che si rivelano più deludenti di un cioccolatino ripieno di gelatine alla frutta. Un esempio di questa seconda categoria è Ink, di Alice Broadway, primo capitolo di una nuova trilogia chiamata Skin Trilogy. Ink è un romanzo con così tanti problemi che non si riesce neanche ad insultarlo a dovere perché sarebbe come prendere in giro un malato terminale: semplicemente crudele. E' un pasticcio confezionato alla perfezione però, come quando a Natale ricevi un pacco gigantesco avvolto in splendida carta da regalo al cui interno finisci col trovare un paio di calzini così brutti che potrebbero piacere solo a Dobby. In questo romanzo non funziona niente, a partire dal genere a cui vorrebbe fare riferimento. Infatti, per definire questo romanzo, urge adottare la massima di Balto: "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è". E infatti Ink sembra vivere in un'eterna crisi d'identità che lo porta ad appropriarsi di elementi propri di generi diversi, facendolo pure molto male. Inserisce mappe inutili, che cavalcano l'onda dei fantasy classici, e tenta, fallendo, di proporre una distopia a tema religioso che resta talmente abbozzata da continuare a sembrare più un ceppo di legno che un burattino, figurarsi diventare un bambino vero. Cerca anche di attingere a temi mitologici e folkloristici, finendo drammaticamente nel plagio e anche come Young adult è decisamente insufficiente, dato che la protagonista non si limonerà mai il belloccio di turno. Diciamo che, sulla carta, Ink dovrebbe essere un romanzo distopico: racconta infatti di un mondo in cui, per motivi religiosi, le persone si tatuano tutti gli avvenimenti significativi della loro vita, nella prospettiva che, alla morte, il loro corpo verrà trasformato in un libro di pelle e giudicato degno di essere ricordato o meno in una cerimonia chiamata la pesatura dell'anima. Se la vita del defunto sarà giudicata priva di macchie, il libro verrà consegnato alla famiglia che lo custodirà e ricorderà, altrimenti verrà bruciato e condannato all'oblio. Come in molte distopie, anche qui il conflitto si crea nel momento in cui la protagonista si ritrova a mettere in discussione tutto il funzionamento sociale su cui ha costruito la sua esistenza e che nel caso di Leora, la nostra eroina, parte dalla scoperta che il padre morto aveva dei segreti tali che rischiano di condannarlo a diventare un bel fiammifero di carne (immagino la puzza!).
Peccato che l'autrice non abbia fatto bene i compiti a casa e non abbia tenuto conto del fatto che affinché una distopia sia tale, è necessario che le regole siano imposte in modo dittatoriale, che soffochino la libertà di espressione e che si crei un senso di claustrofobia intollerabile che spinge il personaggio ad un'azione disperata, rischiando la vita. Qui non c'è niente di tutto questo: il conflitto morale è così poco stringente da essere facilmente soppiantato da problemi ben più importanti per la protagonista, come le ondate ormonali verso l'Adone di turno e le lunghe sessioni imbronciate allo specchio analizzandosi le smagliature. Inoltre non c'è controllo né imposizione legale al tatuaggio, tanto he viene espressamente detto che i clienti chiedono ai tatuatori simboli ambigui per celare le loro manchevolezze, e ovviamente scordiamoci di trovare punizioni esemplari per i dissidenti. Cosa più importante, non esiste una reale minaccia di morte o pericolo oggettivo per la protagonista, dato che né Leora né i suoi familiari amici rischieranno più di un buffetto sulla guancia di fronte ai "crimini" di cui si macchieranno. Quindi, di che distopia parliamo? Direi di nessuna. Sicuramente la pessima caratterizzazione dei personaggi contribuisce largamente a far evaporare quel poco di sostanza che il romanzo vorrebbe avere: i nemici sono così inconsistenti e poco curati che al confronto Mignolo e il Prof sono dei super villain alla Hellraiser, i comprimari sono piatti come le tette dell'ispettore Van Thian nei panni della vedova Ho (spoiler: due bistecche) e la protagonista stessa ha l'acume di un piccione a passeggio sulla tangenziale. Diciamo che il problema principale di Ink (tra i tanti) è che sembra eternamente fermo ai blocchi di partenza, è un prologo lungo 370 pagine in cui non succede letteralmente niente. La trama principale non decolla mai e snerva il lettore sotto la martellante domanda: "ma quando inizia?", vengono cominciate mille sottotrame che restano monche e mai sviluppate (un esempio per tutti: gli intonsi), sono presentati personaggi che non hanno alcuna funzione né alcuna storia personale a dargli spessore e tutta la narrazione è un ripetersi continuo e snervante di momenti di vita quotidiana fini a se stessi che non funzionano neanche ai fini del world building. Quest'ultimo, poi, è addirittura disastroso. L'intero mondo di Leora ruota intorno ad un francobollo della città in cui vive, Saintstone, e ai quattro luoghi che la ragazza frequenta e che il lettore si trova a ripercorrere fino alla nausea, come una pallina da ping pong con il mal di mare. Queste poche locations, oltretutto, sono descritte malissimo, sono tutte identiche tra loro e non creano nessuna atmosfera riconoscibile, tanto che alla fine non riusciamo neanche a capire in che diavolo di epoca ci troviamo. Questa pochezza contenutistica infetta tutto, compresi i temi, che sono più oscuri della vista di un cieco, e lo stile, che è basico come i pensierini scritti dai bambini alle elementari.
L'autrice, ad esempio, si sofferma continuamente ed inutilmente su descrizioni del meteo invernale e usa due coppie di aggettivi per descrivere tutto, dall'ambiente ai sentimenti: caldo/freddo, sicuro/insicuro. E lì si ferma. Inoltre la Broadway cerca maldestramente di inserire elementi comici all'interno della narrazione che però, più che divertire, finiscono col risultare grotteschi, come quando Leora, leggendo il libro di pelle del nonno, si accorge di star fissando le ex chiappe del defunto antenato. La cosa però forse più fastidiosa è il fatto che il testo è infarcito di fiabe che dovrebbero contribuire al world building ma che non solo non ci riescono ma sono anche degli incredibili plagi. Tutte le fiabe sono infatti la copia sputata di fiabe realmente esistenti, dalla Bella addormentata nel bosco al mito del vaso di Pandora, fino alla leggenda di Iside e Osiride. Tutto copiato. E a quel punto anche la compassione viene meno di fronte al dubbio sempre più crescente che l'autrice ci stia prendendo in giro o ci consideri particolarmente ignoranti. Ai posteri l'ardua sentenza. Alla fine, comunque, in questo romanzo non c'è niente. Niente di bello, niente di interessante, niente da giudicare. E' scritto male, ha un'idea che, più che embrionale, è ancora alla fase della morula, lascia in sospeso ogni filone narrativo, non ha antagonisti, i plot-twist sono sorprendenti come scoprire che l'acqua è bagnata e il testo finisce così come è iniziato: nel nulla più totale. L'unica cosa che si salva? La copertina. Quella è davvero bella.
Duille

"Mi domando come debba essere trovare l'amore della propria vita, amare ed essere amati appieno - e poi mi rendo conto che sto guardando quello che una volta era stato il sedere di mio nonno e volto in fretta la pagina" (p.211)



domenica 4 novembre 2018

Fuori sincrono

 Immaginate un coro pronto ad iniziare la sua performance canora. I cantanti sono tutti lì, ordinatamente in schiera come birilli pronti a ricevere uno strike, nei loro abiti fotocopia e negli sguardi impassibili da monaci tibetani, in attesa del segnale di partenza dato dal direttore d'orchestra. E quando il via arriva, ogni componente prende fiato nello stesso momento, come se ciascuno fosse una cellula dello stesso polmone, e in un secondo, esplode la voce, nella più perfetta sincronia. 
Immaginate adesso che in quel flusso sonoro calcolato al millisecondo, tutto diapason e metronomo, si senta un ritardo o un'anticipazione, magari impercettibile ai non addetti ai lavori, ma rumorosa come un pescivendolo in biblioteca per i compagni canori. Un fuori sincrono ben riconoscibile che presto porterà le teste ordinate dei cantanti a voltarsi verso una direzione precisa. Che guarda caso, è la nostra. Vi lascio immaginare la conseguente quanto scontata vergogna, l'imbarazzo e il desiderio disperato di trasformarsi in struzzo (sia per la folkloristica questione "testa nella sabbia" sia per la più scientifica dote da velocista dei suddetti pennuti tutto gambe). Questa è, in sostanza, la sensazione che vive tutti i giorni un ansioso sociale. Senza la parte del coro, naturalmente. Noi ansiosi ci sentiamo perennemente fuori sincrono, leggermente indietro o in avanti rispetto alle lancette interiori delle altre persone, come se fossimo immersi a bagnomaria in un fuso orario diverso. Siamo come una videochiamata su Skype afflitta da un irrisolvibile ritardo, per cui a battuta o domanda seguono secondi di imbarazzante sospensione, con sorrisi incerti che galleggiano nell'etere e microperle di sudore che ammazzano il tempo giocando a partita di Zuma sulla fronte, fino al momento in cui misericordiosamente arriva la risposta o la risata, frantumando il nervosismo ed il silenzio. Ma, in pratica, cosa significa essere fuori sincrono? Diciamo che l'ansioso sociale è afflitto da due piani di asincronia, uno macroscopico, che chiameremo Rivoluzione, per omaggiare Mamma Terra, ed uno microscopico, che, indovinate un po', chiameremo Rotazione (dieci punti a Grifondoro per chi ha indovinato). La Rivoluzione riguarda il nostro ciclo vitale da bruco, la nostra crescita verso una possibile trasformazione in farfalla cavolaia (perché aspirare a diventare delle Vanesse sarebbe come chiedere ad una mucca di farsi spuntare le ali). Qui lo sfalsamento temporale si manifesta nel fare le cose in tempi diversi,  spesso più lentamente, nel raggiugere il traguardo quando le luci sono già spente e tutti se ne sono andati e nell'arrivare a consapevolezze cosmiche che per gli altri sono già storia vecchia. In sostanza, significa essere sempre in ritardo, come il Bianconiglio. Se la Rivoluzione però spesso ci accoglie più preparati al nostro destino da roditore, la Rotazione è sovente uno schiaffo in faccia di consapevolezza non gradita, perché riguarda il piano delle interazioni sociali e quotidiane, causa dei nostri più grandi pianti autocommiseranti. 
Qui essere asincronico significa arrivare in anticipo o in ritardo al proprio turno di parola, sovrapporsi all'altro nel parlare, non capirsi mai al volo, non avere la prontezza di offrire il compassionevole salvagente della risata di cortesia davanti a battute incomprensibili come un cubo di Rubik o palesemente brutte come un centrotavola a forma di caciocavallo. Significa anche non riuscire a fare gruppo nei momenti goliardici e faticare a trovare uno spazio di silenzio in cui infilare una frase faticosamente pescata nel fondo di un cassetto della nostra mente e che, per qualche motivo, ci sembra adeguata alla situazione. Insomma, non riusciamo mai a fare parte di qualcosa più grande di noi, non riusciamo ad essere uno dei pastelli nel set di matite o l'ingranaggio all'interno di un meccanismo. Si resta a margine, come una parola scritta sul bordo di una pagina e che si perde di vista. E alla fine, un po' per necessità, un po' per ridurre l'imbarazzo di tutti, finiamo col rimanere in silenzio e limitarci ad occupare quello spazio di confine tra il tempo degli altri e il nostro al quale sembriamo essere condannati. E' un po' come cercare di inserire una pagina nuova tra due pagine contigue dello stesso capitolo: è faticoso, richiede moltissimo impegno e non sempre è possibile, tanto che ci si potrebbe chiedere se valga davvero la pena perdere minuti preziosi e neuroni indispensabili per inserire quella pagina che, in fondo, è anche un po' strana e altera tutto l'equilibrio del capitolo. E' questa una delle cose che personalmente trovo più faticose dell'essere fuori sincrono: quella patina di stranezza incomprensibile che vediamo attribuitaci dall'occhio del nostro interlocutore, quello sguardo dubbioso e perplesso che leggeremo sempre negli occhi degli altri all'ennesima volta in cui mancheremo il colpo, salteremo la battuta, resteremo muti invece di avere la reazione attesa, fraintenderemo il comando o risponderemo troppo tardi all'esortazione. Qualcosa non quadra, se ne rendono conto anche loro, e non capiscono cosa sia: siamo lenti di comprendonio, goffi come pinguini sugli scogli, eremiti a cui è stato concesso un giorno di permesso o siamo semplicemente incompatibili? Alla fine, di solito, le persone decidono che a loro, in fondo, non importa sapere se siamo impacciati come un bambino a cui hanno annodato tra di loro i lacci delle scarpe o se siamo alieni venuti da un altro pianeta e vestiti con un Edgarabito. La verità è che non sono abbastanza in confidenza con noi e, d'altro canto, non siamo neanche così interessanti da stuzzicare la loro curiosità, così alla fine ci lasciano nel nostro margine, ad un passo dall'entrare in un insieme del diagramma di Eulero Venn ma sempre con quella caratteristica X che ci lascia fuori. E sia chiaro, non c'è niente da rimproverare o condannare in questo comportamento perché sarebbe come giudicare un ascoltatore perché preferisce la musica tonale a quella dodecafonica di Schonberg che, diciamoci la verità, sarà anche famosa ma è ascoltabile quanto un violino stonato sparato a tutto volume. 
E' più facile e più rilassante stare con le persone simili a sé, piuttosto che faticare, magari per nulla, dietro a persone comprensibili come un puzzle smontato che, una volta ricomposto, potrebbe rivelarsi solo una rappresentazione di natura morta. Vale la pena rischiare, quando neanche le premesse sembrano giocare a nostro favore? In fondo, è una domanda legittima. Una volta capito cosa significhi essere fuori sincrono e aver affrontato il dilemma morale dell'interlocutore, resta una sola domanda da porsi, la domanda del giornalista d'assalto e del Poirot più navigato: perché siamo così caparbiamente fuori sincrono? La risposta a cui sono arrivata io, nell'infinita saggezza di anni di rimuginii è che, alla base di tutto, ci sia sempre lei, la nostra Voldemort personale: l'ansia. E' lei a farci tentennare, aspettare, soppesare per la milionesima volta i pro e i contro e, in sostanza, a farci accumulare secondi e minuti in un'immobilità da Pensatore di Rodin in ciccia e nevrosi. Valutiamo il valutato, e poi il valutato del valutato, e così facendo perdiamo tempo, rallentiamo le tappe e ci perdiamo nei bicchieri d'acqua, nel tentativo di controllare i nostri bisonti emotivi, di nascondere il disagio e l'insicurezza, in una parola, nel tentativo di essere perfetti. Ma in fondo, mi dico, se Schonberg è finito ad essere osannato nei libri di storia della musica per aver creato una tecnica strumentale piacevole come il pianto di un gatto alle tre del mattino, forse anche noi, più che fuori sincrono, siamo avanguardisti in attesa di essere scoperti. O forse dobbiamo solo darci una calmata e smettere di farci ispirare dagli spot della Nike per costruire i nostri obiettivi di vita. Basta quindi esigere l'impossibile ed iniziare ad accettare una buona volta che l'imperfezione è forse l'unica cosa che davvero ci rende uguali agli altri e che ci permetterà, una volta per tutte, di coronare un sogno ed entrare in uno degli insiemi di quel dannato diagramma di Eulero Venn. 

Duille


domenica 21 ottobre 2018

L'insospettabile femminismo di Ghostbusters

Qualche sera fa ero in uno di quei momenti che io chiamo di "tedio esistenziale", in cui sono così insofferente alla vita da snobbare con sdegno qualsiasi attività neanche fossi un principino rinascimentale. In questi drammatici istanti, di solito, c'è solo una cosa da fare: mangiare e darsi ai film d'intrattenimento, ovvero quei film con così poche pretese da rendersi simpatici a prescindere dall'esito dell'esperimento. 
Capirete logicamente che questo post non parlerà della mia ancestrale passione per il cibo spazzatura e, se il modo di dire dice il vero, per cui "se non è zuppa è pan bagnato", è evidente che si finirà a parlare del film che ha attenuato i miei disagi, ovvero Ghostbusters, versione 2016. Parliamoci chiaro: il nuovo Ghostbusters è stato il film che ha offeso più persone di Donald Trump, e questo ancor prima di essere proiettato nelle sale. Un vero record. Il fandom si è levato in una sol voce per condannare l'Onta, il terribile Oltraggio di colui che ha osato disturbare il riposo della Gioconda degli anni '80, ovvero il celebratissimo fratellino più grande che aveva fatto la storia dei marmocchi che furono (e di una puntata di Stranger Things). Cosa sembra insegnarci questo nuovo film, quindi? Mai toccare la mamma ad un motociclista ed un cult movie ad un fan snob: il passo verso la trasformazione in Regina di Cuori, in questi casi, diventa certa come la comparsa del terzo occhio dopo una gita nella centrale di Chernobyl. Però, se sgomitiamo un attimo tra la marea di muggiti che hanno accompagnato questo film, bisogna riconoscere che, in realtà, tutto il baraccone ha saputo lavorare egregiamente con il materiale che si è trovato tra le mani. E con materiale non mi riferisco a sua Santità, il Ghostbusters del 1984 che, per quanto fosse carino e abbia fatto storia, era pur sempre un film di intrattenimento (quindi, fan, datevi una calmata, che Paul Feig non vi ha mica impiccato il cane). Sto parlando del tema della femminilità, vero elemento di novità del lungometraggio e che tutti i detrattori del film hanno snobbato in nome dell'evergreen contemporaneo, la polemica sterile. Come sapranno ormai tutti, Ghostbusters 2016 punta tutto sull'idea del ribaltamento di genere, proponendo quattro protagoniste femminili al posto dei quattro acchiappafantasmi dotati di pendolo del primo film. Quattro fanciulle strepitose, intelligenti, spiritose e indipendenti, capaci di salvare non solo se stesse, ma anche il mondo e il fusto di turno, en passant. Già così, l'immedesimazione per noi povere fanciulle, che ci siamo sempre dovute destreggiare tra personaggi così cazzuti da dover per forza essere allergici agli uomini e principesse Peach in attesa di essere salvate dal Super Mario di turno, è garantita. Ma il film non si limita a presentarci degli ideali femminili in stile Lara Croft: le nostre protagoniste sono infatti tutte bellezze non convenzionali, in cui ci si può identificare senza sentirsi inevitabilmente l'ultimo scorfano apparso sulla faccia della Terra. Non si vestono con vestiti di latex, non si strizzano in jeans sorreggi chiappe, non hanno una seconda laurea in hairstyling e non salvano il mondo su tacchi 12. Soprattutto, hanno personalità e fisicità completamente diverse l'una dall'altra e molto lontane dai canoni a cui siamo abituate, il che le rende ancora più belle, sfolgoranti e brillanti. 
E questo perché, per una volta (e spero non l'ultima) si è puntato tutto sulla caratterizzazione del personaggio, scavalcando quello stereotipo del genere che vuole che le donne, perché possano recitare, debbano essere discendenti diretti della Venere del Botticelli e con misure alla Jessica Rabbit (che, non a caso, era un cartone animato). Fan services viventi per i maschietti, insomma. Niente a cui noi femminucce possiamo indentificarci, a meno di accontentarci e strizzar fuori da queste Naiadi qualcosa di realistico. Qui invece si è scelto di fare il grande salto e superare completamente la logica maschilista scegliendo di lavorare sul personaggio e non sull'aspetto dell'attrice. La stessa cura è stata data al taglio comico del film che, pur omaggiando lo stile del suo predecessore, non cade nel facile escamotage dello stereotipo di genere, dell'ipersessualizzazione o della denigrazione un po' frivola dell'intelligenza femminile. Insomma, in Ghostbusters non troverete mai nessuna protagonista che fa un incidente d'auto perché ha visto un paio di Jimmy Choo in saldo o che crea un diversivo mostrando le poppe, e men che meno le vedrete avere un attacco isterico perché è finita loro in faccia della sostanza ectoplasmatica. In questo film il genere sessuale non viene mai anteposto alla professione, come d'altronde non accadeva ai protagonisti dell'originale dell'84, ma sceglie di sottolineare l'ovvio, ovvero che le due cose (essere portatrici di vagina ed essere dotate di cervello) non sono incompatibili come l'acqua e l'olio, ma si fondono insieme fino a formare un'identità più sfaccettata e che tiene conto di entrambe le parti. Incredibile, vero? Scordatevi quindi le scienziate sexy o i quattrocchi che non hanno mia visto un dentista e forse neanche la luce del sole e date il benvenuto a personaggi eccentrici, forti, indipendenti e divertenti, che non scimmiottano il maschile ma che non si propongono neanche come icone femministe. Sono semplicemente personaggi comici che sono trattate come tali. Alla fine, quindi Ghostbuster si rivela un film gradevole in generale, con una trama debole e un po' frettolosa, certo, ma che ha saputo, direi finalmente, entrare nel nuovo millennio, polverizzando la logica maschilista e permettendosi addirittura di giocarci un po' attraverso il personaggio del segretario stupido come una pigna, Kevin. Sicuramente non potremo urlare al girl power, ma un pugnetto alzato di approvazione io me lo sono concessa. 
Duille
   



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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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