domenica 15 luglio 2018

Vento

Ho sempre avuto un rapporto speciale con il vento. E' sempre stato il mio più fedele amico, non mi ha mai tradita né delusa. E' sempre arrivato nel momento giusto, anche quando tagliava il viso con le sue frustate polari, anche quando congelava le ossa fino al punto che si sarebbero potute spezzare e irrigidiva il corpo fino a renderlo una scheggia di vetro persa da qualche finestra. 
Il vento mi ha raccolta quando ero abbandonata sul ciglio di una strada, mi ha strappata a pensieri troppo torbidi in cui stavo annegando, è arrivato impetuoso a farmi perdere l'equilibrio e a farmi cadere tutti i sassi che mi trascinavo sulle braccia. Ogni volta ruzzolavano sull'asfalto, come biglie grigie, rotolando imbronciate seguendo le pendenze della strada o restando lì sul posto, come punti alla fine di una frase. Forse dichiaravano qualcosa, ma il vento non mi dava il tempo di pensarci troppo perché mi saltava in braccio, premeva la testa sulla pancia per farmela sentire e spingeva le mani sulla schiena per indurmi ad andare oltre, a guardare sopra l'asfalto, verso la mia direzione e puntando gli occhi sul presente. A volte arrivava improvvisamente, togliendomi il fiato come un abbraccio dato di slancio e poi mi stava accanto, soffiandomi sulle guance, riempiendomi la bocca di sapore di menta e fiori di campo, o di ghiaccio e neve fresca appena caduta su qualche montagna lontana, o ancora di pioggia piovuta in una pineta remota. Ogni volta mi ha restituita a me stessa con dolcezza, intensità e garbo. Il vento ha qualcosa di magico, di benefico, come un'ora passata a guardare la marea su una spiaggia deserta, con la sola compagnia dei gabbiani. Se lo si sa ascoltare nel suo inusuale gesto terapeutico, se lo si lascia entrare, il vento sarà anche in grado di salvare ciò che si pensava insalvabile. Così è stato per me, così è per me ogni volta. Ad ogni suo arrivo, io spalanco i pori, apro le imposte e chiudo gli occhi, lasciando che mi dica tutto e mi avvolga come una canzone senza note, per ricordarmi quello che ho dimenticato. Il vento però è impetuoso e bisogna concedergli di spettinarci, di invaderci, di trotterellarci intorno e addosso, di strofinarsi sulle sguance e di pasticciarci. Perché funzioni, devo lasciare andare ogni difesa, ogni ordine, ogni preconcetto, devo aprire tutti i cassetti e lasciare che entri in ogni stanza, facendo volare le carte, scompaginando le pagine del mio romanzo. E' così che opera, che trasforma e rivitalizza. Il vento mi disordina i capelli, facendoli diventare sottilissimi fili di cotone o trasformandoli in ragnatele accoccolate sui raggi del sole e nidi di cuculo pronti per essere deposti su un ramo di mandorlo. Quando ho bisogno di aria nelle mani, lui si intreccia alle dita, portando negli spazi tra le falangi luoghi infiniti da passare intorno agli indici, ai polli, agli anulari, come anelli fatti con gambi di margherite, e le molecole d'aria si rincorrono tra i polpastrelli, solleticandoli, come spighe di grano o come le gonne delle bambine che, passando, sfiorano le gambe. Quando sono rannicchiata in me stessa, completamente attorcigliata intorno ad un ematoma, il vento mi bacia i palmi, aprendoli come primule in primavera, trasformando il pugno contratto di emozioni in stella marina, aiutando la mano a lasciare andare quello che trattiene così caparbiamente e aprendola all'accoglienza di qualcosa di nuovo e leggero, come un palloncino pieno di elio, o una foglia donata benevolmente da qualche faggio, da custodire come un segno di fortuna o come un prezioso tesoro, per l'eternità di quella foglia, fino a quando arrossirà, imbrunirà e, alla fine, diventerà pergamena antica, fragilissima, come il ricordo di quel primo contatto. 
Quando sono sorda a tutto tranne che ai miei singhiozzi e alle mie urla di rabbia, il vento mi sussurra le sue parole rinfrescanti nelle orecchie, smuovendo tutti gli ossicini, e soffia dentro pascoli di montagna, campanacci di mucche, sguazzi di ruscelli su ciottoli di vecchie frane e nuvole bianchissime che per divertimento imitano le pecore sotto di loro. Se sono troppo piena, il vento mi ricorda che c'è ancora spazio e mi riempie d'aria, mi gonfia come una vela maestra rimasta troppo tempo abbassata, mi stende come un vecchio pezzo di carta, scartocciandomi e ritrovando le parole che si erano increspate e accroccate fino a diventare una fisarmonica di piani collassati e privi di senso. Quando il viso si coagula al centro, spaventato che possa sfuggire qualcosa dai bordi, l'aria mi stira le pieghe e mette essenza di camomilla sugli occhi gonfi di troppi vissuti, stende la fronte carica di pensieri e riempie la testa di profumo d'acqua e di accordi di chitarra suonati senza fretta, per il gusto di sentire ogni singola nota e ogni vibrazione di corda. Solo il vento riesce a regalarmi tutto questo: può disossarmi, sfilarmi i nervi dalla punta delle dita, trasformare i rami nodosi delle mani in alghe di fiume, che ondeggiano sinuose seguendo la melodia dell'acqua. Il vento riesce a svuotarmi come una conchiglia e riempirmi di nuovi suoni, di sorrisi, di voglia di correre. Solo l'aria che mi investe come una promessa mantenuta mi può spingere a srotolarmi come un ricciolo e a protendermi verso l'alto, occupando lo spazio che mi serve, cercando di toccare il cielo con tutte le dita, facendo sì che anche la più piccola cellula di me si apra a fiore in un unico, ampio sospiro di sollievo. Forse potrei addirittura crescere, in quei momenti, diventare più alta, più ampia, più piena di profumi e suoni, di silenzi e vuoti. Il vento ha questo potere, ha questa carica vitale che invade tutto e pulisce, come una cascata di risate o la prima giornata di sole primaverile. Schiude il sorriso come un uovo di passero e apre lo sguardo restituendogli i colori, le forme, le sfumature. Il vento, se lo si lascia parlare, raccoglie quello che si è perso per strada e lo rimette al suo posto. Passando nel vento, attraversandolo, perdo le pietre, una per una, le lascio cadere con tonfi secchi e punteggiare il mio sentiero come macchie di dalmata, e rimetto negli spazi vuoti del mio corpo lo stupore, il tempo, il desiderio, la gioia irrefrenabile, la creatività, come pezzi di puzzle che non sapevo di aver fatto cadere. E alla fine, dopo questa passeggiata mano nella mano con lui, il vento mi lascia leggera e viva, distesa come un campo di papaveri e forte come una quercia secolare carica di ghiande. 

E non boccheggio più. 

Respiro.
Duille


domenica 1 luglio 2018

Capitolo 25: I Parassiti

Ci sono tanti motivi che ci spingono ad iniziare un libro: curiosità, passione, noia, amicizia o l'evergreen di tutti i tempi, il bisogno di farne qualcosa di sé mentre si è in una sessione particolarmente lunga al gabinetto. Nonostante l'incipit di questo nuovo incontro possa non sempre essere poetico e romantico, alla fine il risultato sarà lo stesso: lasciare che il libro ci dia una chance e ci racconti la sua storia, sperando che noi, seduti sul nostro trono di porcellana, possiamo coglierne il messaggio.
Nel mio caso, l'incontro con I Parassiti, di Daphne du Maurier, è stato dettato da un motivo meno nobile del colpo di fulmine ma di certo più raccontabile rispetto al momento di rumba intestinale. La mia avventura con questo romanzo dallo sguardo altero e dalla compattezza monolitica, è iniziata grazie ad un invito indiretto di una splendida amica, Julia (qui il link al suo post: in omnia paratus) ed io mi ci sono buttata dentro con tutta la determinazione che l'affetto può conferire e con l'ignoranza propria di un bambino che impara a scrivere le prime aste sul quaderno a quadrettoni grandi. Che è un modo carino per dire che su questo libro ne sapevo quanto una pecora di fisica quantistica (o anche quanto IO ne so di fisica quantistica....quindi, se Socrate non ci inganna, questo fa di me una pecora, giusto?) I Parassiti si sono quindi dischiusi davanti ai miei occhi, trascinandomi in un mondo che, già dal titolo e dalla copertina, prometteva più variazioni di grigio di una vecchia stampante. Il romanzo ci racconta la vita di una famiglia di artisti, i Delaney, che vive calcando i palcoscenici di tutto il mondo e viene venerata dal pubblico per il suo incredibile talento. E' una famiglia immersa nell'arte fino a sfumarvisi dentro, addirittura ebbra di arte, come un babà al Rhum. I coniugi Delaney sono tumultuosi, turbinosi, luccicanti come un racconto di Fitzgerald, un tripudio di ori e di forme perfette, come un quadro di Klimt. Sono l'emblema dell'art for art's sake. Insieme a loro volteggiano i 3 figli, Maria, Niall e Celia, che pur essendo i protagonisti di questo romanzo, non sembrano essere i protagonisti della loro storia. I tre  fratelli vivono nel riflesso della luce dei genitori, lottano per entrare nel quadro, per essere dipinti, per essere guardati dai genitori nello stesso modo in cui questi guardano l'arte. I giovani Delaney narrano la storia di questo romanzo ma non sembrano accorgersene perché il loro sguardo è sempre altrove, teso ad aggirare un vuoto di cui nessuno parla, ma che di pagina in pagina si fa sempre più evidente, più ingombrante, più imbarazzante per il lettore, che sembra essere l'unico a notarlo. E' in virtù di questo vuoto che il lettore non riuscirà mai a condannare i tre protagonisti, pur non potendo identificarsi in essi, pur disapprovandone comportamenti, egoismi, narcisismi e distorti equilibri su cui si poggiano le loro relazioni. Infatti sotto tutti quei lustrini e quegli egoismi, si percepirà forte la solitudine, la domanda mai fatta ma che ha scavato dentro un vuoto innominabile. I tre protagonisti crescono intorno a questo buco di cui non sanno parlare, gravitano intorno ad una verità che non sono in grado di vedere e che guida ogni loro passo. Agganciati, ciascuno in un modo unico, alla storia familiare, a quei genitori che erano soprattutto artisti, vivono una vita che non è la loro, rincorrendo la risposta ad una domanda che, di fatto, è riposta nei luoghi sbagliati. E così si crea un gioco di sostituzioni, in cui l'amore si sostituisce con l'arte, nella disperata speranza che diventando tutto Arte, si sarà finalmente amati, si sarà visti, si sarà scelti. L'arte diventa un surrogato dell'amore in questa narrazione, la porta d'oro che dovrebbe rimuovere quel fischio sordo nel centro del petto, che dovrebbe completare.  
Entrarci tutti dentro, per sentirsi sempre un passo fuori, o non entrarci affatto, per rendersi indispensabili a quel genitore che amava ma da cui non si era mai scelti, diventa l'unico modo per sopravvivere, l'unica risposta possibile per arginare il vuoto. In questo modo, Maria, Niall e Celia diventano parassiti, che si cibano di tutto e di tutti senza potersi mai saziare, eterne solitudini che s'incastrano tra loro in modo famelico, amandosi solo per il loro essere riflesso di altro e arrivando quindi a non riconoscersi vicendevolmente nella loro irriducibile unicità, come d'altronde accadeva da bambini. Tutto questo dolore sotterraneo e strisciante è magistralmente diretto e padroneggiato dalla scrittura dell'autrice, dalle scelte stilistiche e di costruzione del romanzo, che di fatto è un grande memoriale soggettivo dei tre narratori. L'autrice allude senza mai rivelare, sfida il lettore, lo invita a ragionare, dissemina briciole lungo il percorso, a partire dalla voce narrante, decisamente inusuale ed estremamente originale, dato che si tratta di una narrazione corale in cui le voci dei tre narratori spesso si intrecciano fino a fondersi in un indifferenziato "noi" che sembra rappresentare alla perfezione questa loro impossibilità di esistere al di fuori dell'immagine familiare, di essere individualità. Si tratta quindi di un romanzo che non punta tanto sugli eventi, quanto sulla psicologia dei personaggi, che ci vengono presentati così come essi si vedono, e che costringe così il lettore ad un accurato ascolto delle parole, dei ricordi, dei non detti, delle verità nascoste tra le righe e rivelate più dagli agiti dei personaggi che da un vero esame di coscienza. E' un libro che richiede pazienza, attenzione e rispetto, perché non palesa mai niente, non esplicita niente, non spiega quasi niente. E' un romanzo che si co-costruisce insieme al lettore, che è invitato ad intessere, tra le trame della narrazione, la propria visione della storia, fino a darle un significato del tutto personale. In questo modo, I Parassiti diventa una moltitudine di storie in un solo romanzo, l'intreccio di sguardo e penna, un labirinto di cui si è invitati a trovare il centro e, in ultima analisi, una storia nuova ad ogni sguardo che vorrà avventurarvisi.
Duille

"I vecchi tempi erano meglio. I bei tempi passati dei duelli. Un calice da vino che andava in pezzi. Una macchia di vino su un foulard di pizzo. Una mano sull'impugnatura della spada. Domani? Sì, all'alba... Nel frattempo non facciamo nulla. Occupiamoci della coscia di pollo." (p.294)

domenica 17 giugno 2018

Fenomenali interventi cosmici in un minuscolo spazio vitale

Lo scorso weekend io e la mia migliore amica abbiamo fatto libri e bagagli e siamo partite alla volta di Padova, per andare a trovare una nostra carissima amica per qualche giorno. Era una prova per il mio lato ansioso, una specie di stress test, un esame di metà corso che valutava i progressi fatti finora.
Un esame sfalsato, certo, data la presenza del mio Xanax personale (la migliore amica) a sostenermi nei momenti in cui, invariabilmente, sarei scivolata sulla buccia di banana lasciata "distrattamente" dalla mia ansia sociale. Ma era pur sempre un esame perché quando la strizza ci strizza come un mocio Vileda, non c'è ansiolitico che tenga. Tutto è andato discretamente bene fino al momento in cui la nostra carissima amica ci ha invitate, il sabato sera, ad un megafestival che si tiene annualmente a Padova e che è la terra dell'indie, della musica underground e dell'alternativismo più sfrenato. Praticamente casa mia.
Eppure, da brava ansiosa, quei luoghi così rilassati, in cui tutti sembrano talmente a loro agio nella loro pelle che potrebbero anche scambiarsela e non farebbe differenza, quei luoghi in cui lo "YOLO" è il motto ufficiale, dove i capelli delle ragazze volano nell'aria come fili di ragnatele leggerissime e dove le persone ballano in modi così personali da poterli brevettare, ecco, in quei luoghi (come in molti altri, d'altronde), io mi sento un pesce fuor d'acqua. E non solo perché il mio concetto di relax prevede immancabilmente una panic room o perché i miei capelli, più che fili leggeri, sembrano piccoli nidi di cuculo pronti a reagire stizzosi ad ogni variazione di umidità, ma soprattutto perché io nella mia pelle ci sto scomoda, ci sono incastrata dentro come uno di quegli impasti per brioches che vengono infilati in piccolissimi barattolini di cartone e che fanno un distinguibile "pop" di sollievo quando li apri. Quindi ero lì, in quella marea umana di sorrisi grandi quanto spicchi di Luna, di parole elettrizzate che impregnavano l'aria e di aria smossa da colpi di anche, che stavo seduta sulla mia panchetta, tutta condensata in me stessa, sentendomi molto simile al cane che, pochi metri più in là, rosicchiava febbrilmente il legno della panca su cui era seduto il suo padrone. E per la serie "le sfighe arrivano sempre in coppia", la mia ansia, subodorando questo cabaret di insicurezze, si è presentata all'appuntamento, vestita elegantemente, su un triciclo cigolante e con lo stomaco gorgogliante di appetito, in un incrocio tra It e Jigsaw. Ma questa volta io ero pronta, temprata dal fuoco di mille anni di lacrime e torture cinesi dalla terapeuta, una Xena moderna senza il cerchio rotante. Abbigliata come il ricevitore di una squadra di baseball, con la determinazione del benaltrista che ha visto di peggio, ero pronta a lottare per salvare la serata da me stessa. Tra spintoni, qualche morso e parecchi calci sotto il tavolo, io e l'ansia abbiamo ingaggiato una furibonda lotta silenziosa ben camuffata dalla mia faccia da statua dell'Isola di Pasqua (il mimetismo è tutto in questi casi): era una lotta senza quartiere, intestina come le guerriglie basche e il PETA irlandese e brutale come i silenziosi litigi dei bambini nel sedile posteriore delle auto; avremmo potuto tirare avanti così per tutta la sera, lasciandoci in relativa parità di condizioni, se non fosse accaduta La Catastrofe, che avrebbe fatto crollare ogni mia difesa e che avrebbe trasformato la disputa condominiale con l'ansia in una guerra aperta, fatta di kalashnikov, gas lacrimogeni e scritte minatorie spalmate col sangue di maiale sulla porta di casa. La Catastrofe ci ha colti nel pieno della battaglia, con l'ansia che mi strattonava i capelli ed io che allungavo la sua guancia come una pasta per la pizza.

"Andiamo a ballare?" 

Marmorizzati in quella posizione, di fronte alla voce fuori campo che lanciava la granata con l'invidiabile nonchalance di chi non sa quale dramma stia innescando, ho visto gli occhi dell'ansia farsi porcini sopra un sorriso a trentadue denti e un paio di dentiere tirate fuori per l'occasione, mentre la mia faccia si liquefaceva sotto il peso delle previsioni di dolore futuro. 
E a quel punto, sipario. 
Luci spente in platea, brusco scivolone della puntina sul vinile musicale, immobilismo del pubblico in uno stato di gravità congelata. Sguardi puntati su di noi. Neanche una bava di vento osava fiatare. Tutto era buio e silenzioso come l'imminenza di un destino di morte. Si poteva quasi percepire il rumore dello scalpello di un becchino lontano che incideva il mio nome su una lapide grigia. In quel clima da mezzogiorno di fuoco, si poteva udire il mio respiro sempre più concitato e avvertire la sicurezza di quel sorriso maligno che si allargava, come una macchia di petrolio sulla superficie del mare.
Perché lei sapeva. Sapeva di aver appena ottenuto un bonus che io mi sognavo e che da adesso in poi lei avrebbe giocato indossando la tuta di Iron Man ed io quella di jogging, ereditata di seconda mano dal fratello maggiore. Con un'unica, consapevole deglutizione di saliva (mia), è iniziata una guerra psicologica senza esclusione di colpi (suoi), in cui l'Ansia, presa la forma del Rimugiserpe, si improvvisava il giudice Claude Frollo con Quasimodo, ponendo argomentazioni apparentemente schiaccianti e facendomi sentire peggio di Calimero, perché io non ero piccola e nera, ma goffa, babbiona e pure un po' bruttina. Non potevo andare a ballare con le mie amiche, altrimenti tutti avrebbero notato quella strana gobba di inadeguatezza che mi cresceva sulla schiena e la mia imbarazzante sfigaggine generale che avevo tentato di mascherare fino a quel momento. D'altro canto, non potevo nemmeno defilarmi, perché tutti se ne sarebbero accorti e la regola prima dell'anxiety club è non dare mai nell'occhio. Quindi ero in un impasse insanabile, roba che non si era vista dai tempi della pecora Dolly. Qualsiasi movimento avessi fatto avrebbe causato la mia rovina, lo smascheramento della mia natura di scorfano in mezzo ad un mare di pesci arcobaleno. Come sfuggire da questo stallo, dalla tagliola in cui mi ero ritrovata, senza fare troppi strappi? Semplice, non potevo. Ero destinata all'onta pubblica e, se non a quella, sicuramente all'autoflagellazione di fine serata, da accompagnare ad un tè caldo addolcito con un cucchiaino di miele. Sentivo gli occhi di tutti puntati addosso, o forse erano solo i miei che mi guardavano, chiedendomi utopicamente di essere contemporaneamente me stessa, invisibile ed inserita nel gruppo.
Mentre le mie amiche andavano sulla pista da ballo, io le seguivo come un condannato a morte che si stava avvicinando al patibolo, rigida come un baccalà sotto sale, in totale corto circuito e con una paradossale invidia verso tutti quei personaggi cinematografici che risolvevano le questioni semplicemente amputandosi un braccio a colpi di morsi. Camminando verso quel luogo di disperazione, mi sentivo vicina a Maria Antonietta alla volta della ghigliottina o a Tommaso Bruno davanti alla pira che lo avrebbe reso un arrosticino umano.
Mi sembrava inoltre di avere un occhio di bue puntato su di me, a monito dell'inevitabile momento in cui mi sarei coperta di ridicolo, facendo spanciare tutto il circondario (e non in senso buono). "Venghino, signori, venghino, la donna più imbarazzante del mondo sta per salire sul palco per vostra letizia. Comprate un pomodoro da lanciare alla creatura, sono solo due euro l'uno." 
Arrivate sulla pista da ballo, e mentre le mie amiche iniziavano a muoversi a tempo di musica, io riscoprivo la verità della mia dicotomia cartesiana mente-corpo, nella corteccia cerebrale c'era un clima da crollo della borsa di Wall Street del 1929, le sinapsi impazzivano mandando segnali a caso ai muscoli e il corpo, stufo di non sapere che fare di se stesso, iniziava uno sciopero estemporaneo paralizzandomi sul posto come i conigli sulla tangenziale, e facendomi sentire ancora più orrorizzata per la situazione in cui mi ero cacciata. Completamente in tilt, e con l'Ansia che se la ghignava spietatamente, non sapevo più cosa fare e mi sentivo completamente a disagio: a disagio per essere lì, quando avrei voluto solo galoppare lontano fino a perdermi nell'orizzonte, e a disagio per non riuscire a mimetizzarmi a dovere facendo ciò che supponevo si facesse su una pista da ballo: ballare. Ma il mio corpo ormai era entrato in sciopero e aveva deciso che finché ai piani alti non ci fosse stato accordo sul da farsi, si incrociavano le braccia fino a nuovo ordine. E' stato allora, nel pieno del mio pallone esistenziale, mentre i sindacati indicevano tavoli per trattare con i vertici neurali, mentre un gabinetto diplomatico corticale tentava di trovare una soluzione a questo ictus decisionale, mentre la mia coscienza mandava segnali di cedimento e iniziava a progettare una fuga in Ungheria, che è saltata la luce. Il Miracolo! Un intervento divino che avrebbe fatto sfigurare qualsiasi altro fenomeno soprannaturale, compreso l'arrivo di un canguro alato vomitante lingotti d'oro o Trump diventato improvvisamente un sostenitore dei diritti delle minoranze. Una botta di culo senza precedenti o, per parafrasare il genio, "fenomenali interventi cosmici in un minuscolo spazio vitale". Insomma, ero salva! Salva e intatta (più o meno). Salvata in corner, sul gong, per il rotto della cuffia, giusto in tempo, salvata sull'orlo del precipizio e qualsiasi altro squisito modo di dire possa calzare in questa situazione. Ero la felicità fatta persona. Dentro di me sindacati, cellule muscolari e neuroni stavano festeggiando in stile irlandese, fiumi di alcool e canti goliardici invadevano le piazze, tutti ballavano e si intrecciavano fiori tra i capelli, le vuvuzela si sprecavano e montagne di cibo venivano consumate alla maniera degli Hobbit, cioè senza parsimonia. Era tornata l'armonia e, soprattutto, avevo vinto per intercessione divina. Ho concluso così la mia serata indenne, senza ballare neanche un minuto e facendo le linguacce all'Ansia, consapevole di aver avuto la botta di culo del secolo, che pur non risolvendo il problema in assoluto, mi permetteva per una volta di gongolare di soddisfazione sapendo di essere inattaccabile. Un po' come Izma nei suoi momenti di grande successo. 

Duille

domenica 27 maggio 2018

Telefilm addicted #18: UnReal

Tutti, prima o poi, ci siamo arenati su uno di quei finti reality trash dal sapore profondamente americano che raccontano, o fingono di raccontare, le vite di persone sconosciute ma accomunate tutte da personalità alla Donald Trump: autostima alle stelle (e strisce) e totale assenza di un senso del ridicolo, soprattutto visto che tale autostima non è supportata da alcuna reale qualità esibibile. Che sia il Grande Fratello, The Bachelor o il Jersey Shore, tutti abbiamo all'attivo almeno uno di questi trashissimi scheletri nell'armadio. Ma cosa succede dietro a questi reality dal gusto così vistosamente pecoreccio?
La risposta ci viene fornita da UnReal, serie drammatica approdata sulle nostre iridi nel 2016 e che conta la bellezza di tre sfavillanti stagioni, l'ultima delle quali si è conclusa da poco. 
UnReal è una serie che racconta i retroscena di un fittizio reality show chiamato Everlasting, in cui uno scapolottino (come lo chiamerebbe lo specchio incantato di Shrek) viene ficcato in una casa lussuosa con decine di ragazze taglia 42 (e variabili coppe di reggiseno) pronte ad accapigliarsi per essere scelte dal principe azzurro di turno e avere il loro finale da favola. Dietro a questo mondo apparentemente fiabesco (e anacronistico), tutto concentrato su una fittizia ricerca del Vero verissimo Amore, UnReal ci mostra la realtà, molto meno luccicante e decisamente più inquietante, del gioco degli ascolti. Narrando la vicenda dal punto di vista dei producer che gestiscono e creano Everlasting, UnReal ci svela un mondo fatto di manipolazioni psicologiche sui concorrenti, montaggi strategici capaci di stravolgere la realtà e situazioni costruite ad hoc per creare attriti e scandali, tutto in nome del dio Audience. Protagoniste di questo gioco perverso sono la capo Producer Quinn King, che ha fatto della carriera la sua principale ragion d'essere, e la sua seconda, Rachel (interpretata dalla ex amica degli alieni di Roswell, Shiri Appleby), una ragazza con così tanti problemi affettivi da poterci riempire una piscina olimpionica. Sono loro che muovono i fili di questo teatro degli eccessi, insieme ad una serie di comprimari altrettanto sfaccettati ed egregiamente caratterizzati. La serie ci catapulta quindi in uno scenario ben diverso da quello confettoso (anche se un po' stantio) del reality e caratterizzato da una costante e strisciante intrusività dei producers, in cui non vi è più nulla di autentico tranne che la spettacolarizzazione del dolore e lo sfruttamento cinico e quasi sadico delle fragilità dei concorrenti, ridotti a burattini inconsapevoli pronti ad essere sacrificati in nome della macchina acchiappascolti. Il mondo dei producer rivela uno show che, lungi dall'essere realistico, è fatto di schemi, in cui ogni concorrente è scelto con cura per entrare in un'etichetta che ne determinerà il destino. Nella storyline del reality, la serie si rivela sì inquietante, ma capace di molti momenti di leggerezza, giocando con gli stereotipi e sfruttando la sua natura cinica, divertente e scorretta sia nel linguaggio che nelle dinamiche.
Parallela a questa prima narrazione, ve ne è un'altra che, invece, rivela tutta la sua tragicità impossibile da sdrammatizzare. Le manipolazioni psicologiche che i singoli producer attuano sui concorrenti, infatti, si allargano come una macchia d'olio fino a contaminare le relazioni tra loro e con gli altri membri dello staff, mostrando che quello che sembrava essere una strategia lavorativa è in realtà (o è sempre stata) un modo d'essere di cui si è perso da tempo il controllo, una patologia che si autoalimenta nell'essere glorificata ed esaltata dal successo dello show, ma che, gradualmente, diventa predominante a discapito della persona, portando alla solitudine tutti i personaggi, in un modo o nell'altro. La protagonista di UnReal è quindi la patologia psichica che assume il controllo imprigionando i suoi portatori e, cosa ancora più inquietante, che si rivela cieca a se stessa e ai tentativi di risanamento operato da terzi, creando una palude che si oppone tenacemente ad ogni bonifica. Lasciate ogni speranza voi che entrate, insomma. Punto cardine di questa seconda narrazione è Rachel, personaggio seduttivo, manipolatorio e, contemporaneamente, fragilissimo, quasi di vetro, e che, proprio grazie a questo disequilibrio intrinseco, è l'unica che a tratti coglie la patologia che infesta tutto il set, compresa se stessa, cosa che la porta costantemente ad oscillare tra disperati tentativi di autosalvataggio e di redenzione (propria e dello show) e improvvise regressioni a vecchie modalità di comportamento. Rachel agirà il suo sintomo, diventandone vittima e artefice, in una spirale alimentata dagli altri personaggi che, apparentemente più strutturati, si rivelano anche i più ciechi al disagio che li abita.
Per questo motivo, Rachel, fra tutti i personaggi, sarà quella che produrrà maggiormente un vissuto di ambivalenza nello spettatore: sarà amata profondamente per il suo lato umano e fragile ma non potrà mai essere totalmente esentata da una condanna etica, perché lei stessa continua a scegliere il sintomo alla più difficile strada della salvezza. UnReal si scopre perciò una narrazione che mostra come, a volte, il successo vada a braccetto con il disagio. In questo caso, infatti, il successo è possibile solo a discapito della sanità mentale, solo mantenendo e alimentando delle dinamiche disfunzionali che, di stagione in stagione, si faranno sempre più tragiche e asfissianti. In conclusione, UnReal è una serie estremamente divertente, grazie ai suoi dialoghi brillanti, alla dissacrante demolizione del sistema televisivo e ad un parco concorrenti sempre rinnovato e caratteristico che lo rendono un prodotto di intrattenimento intelligente e d'intrattenimento, mantenendo delle tematiche di fondo stimolanti e vivide. Ma c'è un però. Il punto debole della serie, relativamente trascurabile, è la sua ripetitività e prevedibilità: per quanto ci possano essere, nel corso delle puntate, delle svolte narrative che farebbero sperare in un ribaltamento dello status quo, di fatto, alla fine, tutto torna come prima, a costo di forzare pesantemente la sceneggiatura e stravolgere le personalità di alcuni personaggi. Per quanto ci si possa vedere una ennesima rappresentazione del mondo circolare e reiterativo del disturbo psicologico, resta il fatto che, a livello di trama, diventa frustrante come cercare di raccogliere una moneta con due stuzzicadenti. Con una nuova stagione in arrivo, che forse sarà anche l'ultima, speriamo in una conclusione di trama che non punti, ancora una volta, sui cavalli di battaglia e che produca quell'ultimo gesto coraggioso tra i tanti di cui la serie è già un emblema.
Duille


domenica 20 maggio 2018

Capitolo 24: L'una e l'altra

Quando penso a L'una e l'altra, di Ali Smith, non riesco a togliermi di mente la stessa immagine: una fila di perle tenute insieme da un filo di nylon. C'è un inizio che incontra una fine ed una fine che incontra un inizio, come una collana che si chiude intorno ad un collo. Ci sono due storie che si intrecciano senza intrecciarsi mai, la storia di una pittrice ferrarese del 1400 che si finge uomo per poter dipingere, e la storia di una ragazza dal nome maschile che ha perso sua madre e che finge di stare bene quando crede di non sentire niente perché in realtà sente troppo.
steli d'erba- il mondo segreto sotto il pavimento
Ci sono due vite molto diverse: la vita votata all'arte, coraggiosa, intrepida, anche un po' sfacciata, e la vita annullata dal dolore, piena di buchi, di strappi e pareti che marciscono dietro vecchi poster. C'è la storia dei colori, degli azzurri veneziani e degli ori, e la storia della perdita di ogni colore, il dominio del nero, della muffa che cresce dentro e fuori. E poi l'immagine nella mia mente cambia e le perle iniziano a sfilarsi dal loro filo di nylon, una dopo l'altra, lentamente. E' quello che succede anche al mio libro di biblioteca: l'inizio e la fine si sfilano e mi rimangono in mano. Non si staccano, non si strappano, ma si sfilano, come se non fossero mai state attaccate a nulla, come se fossero fascicoli da portare via. La fine e l'inizio, per la precisione. Potrei attaccarle insieme e si formerebbe una nuova storia. O la stessa storia. Ed è un po' la sensazione che mi dà questo romanzo. Un bel collier di perle che si perde nella mia incomprensione. Perché la narrazione di Ali Smith è perfetta, un flusso di coscienza capriccioso come solo il pensiero può essere, una vera collana di perle che, a mio avviso, racchiude il pregio e il difetto dell'opera. Si salta infatti deliziosamente da una perla alla successiva, sentendo tutta la distanza che le divide, guardando il vuoto in mezzo, il filo di nylon, la frase tronca, lo spazio bianco. Ci si lascia prendere dal flusso di un pensiero che perde i vincoli temporali e addirittura la sintassi, un esperimento alla Joyce che funziona alla perfezione. Ci si immerge nella storia di un fantasma del 1400, che era femmina ed era maschio, l'una e l'altra cosa, ma che in fondo, forse, era solo lesbica. Ci si perde nel lutto di una sedicenne che ha perso la madre e che, suo malgrado, deve continuare a vivere. Ci si muove tra gli affreschi all'uovo del pittore ferrarese e la puntigliosità grammaticale della sardonica studentessa. Eppure. Eppure tutto è sfiorato, tutto è accarezzato e mai toccato. La vita di una pittrice che fu costretta ad essere uomo per essere presa sul serio, il dolore di una morte improvvisa che non si riesce ad elaborare. Ma qual è il punto? Cosa ci vuole dire l'autrice?  
l'una e l'altra
Le perle si vedono, ma si vede troppo anche il vuoto che le separa l'una dall'altra, vuoto che gradualmente si inizia fastidiosamente a sentire. E l'una non è più anche l'altra, ma solo due realtà separate che non si fondono mai insieme. Così ho la sensazione che le perle non siano la metafora giusta, perché, più che perle, quelle che leggo sono gocce di rugiada su una ragnatela. Avrei voluto guardarci dentro, a queste gocce, capire come ci si sente ad essere acqua, cosa si vede, se si prova freddo. Volevo vedere il mondo alla rovescia, i confini allungati, il morso del dolore, la sensazione della solitudine di un segreto inconfessabile di cui tutti erano già a conoscenza e, per questo, ancora più inconfessabile. Volevo annegarci dentro e uscirne viva per miracolo. E invece si vedono i fili, si evita di bagnarsi, ci si perde in discorsi profondi che suonano laminati e in descrizioni pittoriche che sembrano compiacersi di se stesse ma dimenticare il senso, si arriva vicino ma mai al cuore. Forse il problema è che si è voluto essere per forza l'una e l'altra cosa, il dialogo filosofico e l'emozione più pura, la pittrice e l'orfana, lo stile e il contenuto. E per essere l'una e l'altra cosa, in 312 pagine, si è finito con lo sfiorare tutto e non toccare niente. Alla fine non è rimasta che l'ombra di un ricordo che sparirà al primo raggio di sole. Un inizio e una fine che si sfileranno via dal volume, una serie di perle che spariranno sotto il letto. O forse, semplicemente, sono io che non ho capito niente (cosa molto, molto probabile).  
Duille

"L'arte non fa succedere niente in un modo che fa sembrare che sia successo qualcosa". 



domenica 6 maggio 2018

C'è crisi e crisi

L'ansioso sociale può vivere due principali tipi di crisi: quella breve, che ho ribattezzato "crisi da Capodanno", che arriva con botti, spargimento di lustrini e l'inopportuno entusiasmo di un bambino davanti all'intero set di pentole della Mondial Casa, e quella lunga, che io chiamo "Crisi Millefoglie", perché è lenta a prodursi e tremendamente stratificata.
Se la crisi breve è uno scoppio, un "BUU" lanciato da qualcuno mentre stavi facendo il pisolino del secolo e che, per questo, ti fa esplodere il cuore in un milione di coriandoli che poi ricomporrai diligentemente a colpi di bestemmie e nastro adesivo, la crisi lunga è più infida e si insinua lentamente, senza fretta, senza quasi che ci si accorga del suo arrivo. E' come un fastidioso prurito sul palato, che lentamente arriva a dar noia anche alla punta dei capelli o una marea in risalita di cui ci accorgiamo solo quando arriva a minacciare il nostro piccolo regno fatto di sdraio, ombrelloni e sportine piene di insalata greca e panini con la porchetta. Inoltre, se la crisi da Capodanno è generalmente improvvisa e causata da un evento scatenante a cui devi sopravvivere, tipo eruzione del Vesuvio a Pompei, la crisi Millefoglie non ha un'univoca motivazione, ma tante piccole cause che si sono sommate nel tempo come i cumuli di plastica e pannolini sporchi sulla collinetta dietro casa (che, per inciso, in origine non c'era neanche). Perciò la causa della crisi lunga non è mai l'ultimo evento che ne ha prodotto la manifestazione: quello semmai è la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Si tratta in realtà di uno strato dietro l'altro di pensieri, eventi, questioni e paure che si sono create nel tempo e che si è scelto di nascondere sotto al tappeto, in attesa che sparissero da soli. Purtroppo però, Mastro Freud ci aveva preso giusto quando diceva che tutto quello che si accumula internamente, ad un certo punto, trova una via per uscire. Alias (per noi): crisi Millefoglie. Gradualmente, infatti, si inizia a sentire una strana puzza di marcio e, ad un certo punto, si scopre di essercisi cascati con tutte le scarpe, in quella pozza di fango che sta risucchiando, e si finisce col sentire una profonda affinità con il cavallo di Atreiu, annegato nella palude della tristezza. In effetti, anche la natura della crisi è molto diversa: la crisi da Capodanno fa paura come la reazione di una delle protagoniste di Jersey Shore a cui hai salutato il fidanzato, mentre la crisi Millefoglie è più simile ad una lenta, inesorabile caduta nella tristezza. E' come un salasso: senti tutte quelle sanguisughe che ti ciucciano come fossi un Calippo alla fragola e non c'è verso di levartele di dosso perché sono troppo viscide e scivolano dalle mani. E ad un certo punto, sei solo troppo stanco per provare ancora a staccarle dalle braccia. Semplicemente, ti arrendi. In realtà, per quanto possa sembrare un pensiero controcorrente rispetto all'imposizione sociale del "tirate i pomodori ai deboli e a chi si arrende", mollare il colpo talvolta si rivela la scelta migliore.
L'attitudine da Rambo infatti non è necessariamente quella più logica, soprattutto se si sta lottando con i mulini a vento. A volte, ha molto più senso fermarsi un attimo e cercare di capire davvero cosa stia accadendo. Invece di rifiutare il dolore fingendo malamente che vada tutto bene, in certi casi è meglio andargli incontro e vedere cosa ha da dirci. Per tornare alla metafora delle sanguisughe, dobbiamo aspettare che finiscano di nutrirsi perché, se è vero che le sanguisughe reali non fanno altro che farti venire una bella infezione che, se tutto va bene, ti manderà presto al creatore (liberandoti almeno dei dolori fisici), quelle psicologiche hanno davvero la funzione spurgante che tanto auspicavano i dottori settecenteschi. Sono dei netturbini che ripuliscono dolorosamente e preparano ad una nuova rinascita. Sono come un esfoliante psicologico, che alla fine lascia stanchi, ma con una pelle di pesca che farebbe invidia anche ai culetti dei neonati. E' un ciclo in cui si deve passare, insomma, una bollitura lenta nella marmitta del dolore in cui si deve sguazzare per un po' e che non ha nulla a che vedere con l'autocommiserazione. E' un momento in cui, invece di muoversi, si deve stare, stare  il tempo necessario ad aprire tutti i pori mentali, a far uscire tutti i pensieri negativi che si sono accumulati nel tempo, tutte le insicurezze, le paure, le critiche autoinflitte e le variopinte fantasie in cui, anzianissimi, si viene ritrovati dai pompieri sul divano di casa, morti ormai da settimane e mezzi mangiati dai fidati felini. Si deve andarci a fondo, in quel pantano, ci si deve mettere le mani dentro, e perché no, anche la testa, si deve guardarlo in faccia, il fango che ci si è portati dentro per tutto questo tempo e che ci ha reso fragili come un vaso Ming in un asilo nido. Solo attraversando quel momento si potrà uscirne perché, nel mezzo di tante cose familiari, si troverà anche una nuova verità, saltata fuori solo grazie a questo rimescolio intestino di liquami e ossa rotte che sembra voglia farci lo scalpo. Alla fine quindi, le crisi Millefoglie, per quanto terribili e debilitanti, per quanto ci lascino come dei bolliti di manzo dopo una cottura di tre ore, arrivano quando è necessario e ci raccontano qualcosa di noi che, volente o nolente, ci tocca ascoltare, guardare, raccogliere e magari farci  qualcosa di buono. E talvolta, inspiegabilmente, quella cosetta che ci ritroveremo tra le mani potrebbe addirittura sconvolgerci la vita. E in meglio. Nel frattempo, per citare il buon Neil Gaiman, Buona apocalisse a tutti. 

Duille

domenica 22 aprile 2018

Sentiero

Cos'è un sentiero nel bosco all'inizio di Aprile?
Solo una strada che porta da qualche parte. Forse più difficile, più scivolosa e accidentata, ma pur sempre una strada. Una strada con un nome più antico, lasciato per distinguerla dalle strade dell'oggi, che sono lisce come il riflesso di una pozzanghera e grigie come fronti corrucciate nell'atto di capire un concetto difficile. 
Ma perché un sentiero dovrebbe essere una direzione? Può portare in nessun luogo? Chi decide cos'è un sentiero e cosa non lo è? E chi attesta che la fine di un sentiero sia la destinazione? Se ci spostassimo dalla consumata visione antropocentrica che ha dato forma alla nostra mente, cosa troveremmo? Terra morbida, certo, e foglie umide, e un cielo segnato da ragnatele di rami nudi, appena intiepiditi da un raggio di sole dal sapore ancora spiccatamente invernale. E poi tronchi verticali che raccontano la prospettiva e ripristinano la profondità nel moto ondoso di marroni boschivi che sembra non avere inizio, né fine.
Il sentiero, perciò, forse non è uno strumento, una grande freccia da seguire. Forse è un viaggiatore che ci accompagna, come un fiume o un filare di alberi. Forse il suo senso non è nel protendersi in avanti, nell'arrivare in qualche luogo, ma nell'esistere in quella porzione di mondo, essere spazio fine a se stesso e costeggiare uno spazio a lui diverso, come una linea sabbiosa che si tuffa nel mare, spruzzandosi di spuma, o i colori dei campi arati, che cambiano di acro in acro e a seconda della coltivazione. Il sentiero, come la spiaggia o il colore delle campagne, è un facilitatore dello sguardo, una mano che guida verso cose che i nostri occhi deformati dagli scopi e dalle destinazioni faticano a cogliere. Riaggiusta la vista, ripristina le priorità, rallenta la corsa appesantendo i passi, imponendo ostacoli. Ci spoglia degli abiti artificiali delle città con le loro strade di asfalto, costruite per arrivare e non per andare, e ci restituisce silvani, come ricci o lepri impellicciate o come lucertole in cerca del raggio di sole su cui riposare. Il sentiero è il filo di Arianna in un labirinto senza pareti che ci permette di entrare nel cuore delle cose. Per questo sembra non alludere in avanti, ma in basso, verso la terra, le foglie brune, i rami secchi e le pietre ancestrali, più vecchie di tutto ciò che è vecchio. Ci costringe a prestare occhio alle nostre radici e a quello in cui affondano. Alle conchiglie fossilizzate nelle pietre, al tappeto di foglie scure che un tempo, verdissimo, toccò il cielo e che adesso copre la terra a ricordo nostalgico di un'estate ormai lontana e, allo stesso tempo, a promessa fiduciosa di una nuova primavera. Perché se la Natura è cerchio, come può un sentiero dirigersi verso altro che non sia se stesso? Verso altro che non sia la terra, il cielo e gli alberi nel mezzo? Verso altro che non sia una nuova linea dell'orizzonte?
E allora, in questo mondo di cerchi che si ripetono l'uno nell'altro, forse il sentiero non è neanche uno spazio, ma un tempo stratificato. E' fatto di passi, che lo hanno scavato e limato fino a renderlo alveo di un fiume, è nato da vite fuggevoli, passate una volta e forse mai più tornate, dalle loro direzioni, dalle loro storie portate su palmi e su talloni, su zoccoli e zampe. E' fatto di piogge che ne hanno ammorbidito le tracce, di terra umida, ruzzolata dai versanti, di deviazioni create da alberi stanchi accasciatisi un attimo durato per sempre e di rami, spezzati da un colpo di vento più forte, diventati nuovi tronchi pieni di vita. Il sentiero è un esperimento sinfonico di atti arrivati in momenti diversi.
E' il tempo prima del tempo, prima dell'uomo e prima del bosco, il tempo del mare, dei pesci e delle meduse, delle conchiglie rimaste a testimoniare quel mondo sulle superfici di pietre sparse, in attesa di essere viste per raccontare la loro storia e crearne di nuove nello sguardo che vi si poserà, nella mente che le accoglierà, nella penna che ne scriverà, nella bocca che ne parlerà.
E' il tempo recente, appena passato, di un autunno di rossi e gialli scivolati via con le prime piogge invernali, simili ad acquerelli ancora bagnati e di cui resta solo la solida consistenza lignea dei marroni, capaci di creare una nuova tavolozza cromatica fatta di sfumature brune di cui non si conosce ancora il nome: la terra scura. I rami secchi quasi grigi. I bianchi opachi di vecchi muschi addormentati. 
E' il tempo dell'imminente, della primavera ad un passo dall'esplodere, come una banda di ottoni irriverenti in un Rhapsody in Blue. E' fatto di una primula sfacciata come la giovinezza, che ammicca al lato del sentiero e che, come uno squarcio nel tempo, spiazza lo sguardo, quasi fosse un fuoco fatuo di cui non si credeva l'esistenza. E' così gonfia di colore, così bianca e verdissima e gialla, da apparire fuori contesto in quel pacato mare bruno di foglie letargiche e tronchi nudi, in cui solo l'edera tenta timide e riservate pennellate di colore. Viene da un altro tempo, la primula, annunciando un futuro imminente. Lo dice al sentiero e il sentiero lo mostra a noi.
Il sentiero è quindi un momento fatto di tempi, di spazi, di incontri sfiorati, di orme involontariamente percorse, di secoli antichi e fin troppo recenti, di oggi e di ieri, ma anche di domani. Il sentiero cambia il tempo, richiama un'epoca in cui il tempo non era deciso dai calendari e dagli orologi, ma dalle primule, dalle foglie cadenti, dagli anelli degli alberi. Il sentiero è il cielo, gli alberi, i prati, i campi e tutto quello che c'è tra il nostro occhio e la linea dell'orizzonte.
Il sentiero è la Terra.  
Duille


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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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