domenica 16 settembre 2018

Capitolo 26: Ragazze Elettriche

Ogni romanzo distopico che si rispetti parte da una premessa solitamente semplice come una ghianda, ma che racchiude al suo interno il potenziale secolare di una quercia. Il tutto ha gli inizi delle grandi scoperte scientifiche e delle più grandi innovazioni artistiche: Cosa succederebbe se…? Cosa succederebbe se cambiassi i colori delle cose, se puntassi il telescopio sulla Luna, se immaginassi un mondo in cui improvvisamente tutti diventano ciechi? Cosa succederebbe? E' come una matassa di filo di cui si trova un capo e che poi si segue, lungo tutto il gomitolo, seguendone i metri, assecondandone le curve improvvise, le sparizioni sotterranee e gli intrecci improbabili, senza sapere in realtà cosa si troverà alla fine. 
Si diventa Teseo che entra nel labirinto per trovare il Minotauro, o un occhio puntato su un microscopio che scopre l'esistenza dei globuli rossi. Le premesse di Ragazze Elettriche, di Naomi Alderman, sono altrettanto semplici quanto incredibilmente esplosive: cosa succederebbe se tutte le donne, un giorno, scoprissero di poter emettere delle scariche elettriche, anche mortali, dalle mani? Cosa accadrebbe al mondo così come lo conosciamo? Cambierebbe? Resterebbe uguale? Le donne governerebbero il mondo, in una realizzazione della celebre canzone di Beyoncè? La Alderman ci conduce nei meandri di queste domande, nelle loro conseguenze e ne segue gli sviluppi, scegliendo una struttura narrativa ad ampissimo respiro, quasi cinematografica, e molto originale per il genere di cui fa parte. L'autrice infatti, differentemente da quanto accade solitamente in questi romanzi, non incolla il suo sguardo su un protagonista solo, di cui si appropria di conoscenze ed ignoranze, ma opta per una visione ad ampio raggio, abbracciando quattro o più personaggi alla volta, appartenenti a geografie, classi sociali e generi differenti e coprendo un arco temporale ampissimo, di quasi un decennio. L'obiettivo sembra quindi quello di raccontare un fenomeno socio-politico, più che una storia, un evento mondiale più che i suoi protagonisti. Così facendo, le è possibile approfondire il discorso, arrivando al nucleo incandescente della questione senza saltare nessuna tappa, senza produrre lo strappo violento che si verifica spesso nelle distopie, che spinge gli autori a presentarci un mondo già così modificato da risultare pressoché irriconoscibile. In questo senso, ricorda molto una versione ampliata, e molto più dettagliata, del romanzo di Saramago, Cecità, anche se senza la componente apocalittica. In Ragazze Elettriche, il flusso degli eventi è precisissimo, coerente e snocciolato davanti agli occhi del lettore come le briciole di pane nel racconto di Hansel e Gretel e ha la potenza di un'onda sonora che lentamente cresce fino a diventare un urlo che prima esalta ma che, presto, diventa assordante. Il discorso di Ragazze Elettriche è doppio ed incatenato, l'uno soggiacente all'altro. C'è il discorso femminista, la realizzazione definitiva di quel desiderio di rivalsa quasi rabbioso delle donne, che si concretizza in un dono biologico che permette loro di essere più forti degli uomini e quindi di pretendere, e non chiedere, il rispetto e la dignità troppo a lungo negate. L'impianto narrativo è costruito magistralmente al fine di produrre un impatto emotivo crescente ed intensissimo, soprattutto se a leggerlo è una donna, dando la sensazione di un'onda di crescente energia, di eccitazione elettrizzante, di recupero di controllo, di frenetica felicità.
Il ribaltamento degli equilibri di forza, che rendono le donne più pericolose degli uomini, le spinge ad un moto di ribellione ed emancipazione rumorosa che le porta ad autoproclamarsi libere, indipendenti, senza paura e, soprattutto, forti, una spinta a cui, inevitabilmente, la lettrice non potrà che partecipare con un trasporto quasi affamato. Ma ben presto, l'autrice ci mostra che il discorso femminista è solo un pretesto, inteso in senso letterale, come testo precedente, introduzione a quello che è poi il vero tema del romanzo. Gradualmente, infatti, questa onda energetica ubriacante si trasforma, sfugge al controllo, impazzisce. Lo shock è fortissimo, la fuga dall'identificazione inevitabile. Tutto ha lo scopo di farci collidere con il cuore della questione nel momento di massimo coinvolgimento emotivo, lasciandoci stordite. Sfruttando l'ancestrale desiderio femminista di liberazione dal giogo patriarcale, la Alderman apre le porte al vero tema di ogni romanzo distopico e al cuore di ogni ordine sociale attuale: il tema del potere, come ci suggerisce emblematicamente (e più pertinentemente) il titolo originale dell'opera, The Power. La questione non è infatti la lotta femminista, né il femminismo portato agli eccessi, ma i disequilibri di potere. L'opera infatti vuole mostrare le conseguenze della disparità di forze, che qui viene provocatoriamente espresso attraverso il ribaltamento radicale della supremazia, consegnata alla categoria fisicamente più debole, quella delle donne, solo per rivelare l'innegabile trappola. Ovunque ci sia diseguaglianza di forze, in qualunque realtà in cui l'equità non sia centrale e coltivata come un albero sacro, il mondo è destinato a trovare nuovi ordini che si basano sempre sulla ripetizione dello stesso. Così facendo, la Alderman completa e chiude il cerchio sia delle narrazioni distopiche classiche, sia dell'opera a cui deve tutto, il Racconto dell'Ancella, andando ad ampliare ed esplicare ciò che, nel romanzo della Atwood, era più sotterraneo. Qui il tema è chiaro, lampante e terrificante. Non è il cambiamento degli equilibri di potere che produrrà un'evoluzione reale, ma l'abbandono della logica della forza come unico modo per rivendicare la propria libertà. Ragazze elettriche, apparendo come un romanzo che rovescia, smontandolo, lo stereotipo femminista di un mondo migliore se guidato dalle donne, si rivela una aspra e coraggiosa riflessione sul potere e un avvertimento a tutte le donne, affinché non applichino le stesse meccaniche maschili, degenerando in un patriarcato femminile. Credo sia interessante anche sottolineare come l'opera possa essere una lettura particolarmente consigliata anche ad un pubblico maschile: il ribaltamento di prospettiva sarà infatti talmente radicale da far scivolare l'uomo in una posizione di dipendenza forzata e di inferiorità di condizioni, molto simile a quella che vivono attualmente le donne. L'augurio è che in questo modo, identificandosi con Tunde, Tom o Neil, il lettore maschio possa comprendere davvero la snervante, terribile condizione femminile moderna. In fondo, come diceva Cremonini, "gli uomini e le donne sono uguali".

Duille

"Non conta la consapevolezza che non dovrebbe, che non lo farebbe mai. Ciò che importa è che potrebbe farlo, se volesse. Il potere di fare del male è uno stato di benessere." (p.105)




domenica 2 settembre 2018

Settembre

Settembre è considerato da molti una specie di secondo Capodanno. Un Capodanno che non si copre di paillettes e non pretende di annunciarsi con roboanti boati che fanno drizzare i peli ai gatti e che costringono i paranoici a fuggire nei rifugi antipanico, certi dell'arrivo della terza guerra mondiale (seguendo l'incontestabile modo di dire, secondo cui "non c'è due senza tre"). 
Essendo meno pretenzioso, Settembre si dimostra anche un capodanno clemente, che non vuole torturarci con bilanci dolceamari che ci trovano sempre un po' fallimentari, o mettere alla prova la nostra desiderabilità sociale a colpi di inviti a feste più o meno riuscite. Settembre è perciò un capodanno migliore, che regala a molti seconde possibilità, un'ultima chance di portare a termine quello che ci si era prefissati all'inizio di questa gravidanza temporale, sapendo di avere ancora un trimestre prima dell'inevitabile momento delle pagelle. Come dicevo, settembre è considerato da molti un secondo capodanno ( o un primo, a seconda del lato del calendario da cui si guarda la cosa). Da molti, ma non da me. La mia idea di questo mese è cambiata con l'età e con la vita che con essa passeggiava a braccetto. E' stato una condanna, durante l'adolescenza, perché coincideva con l'inizio della scuola, che per me significava la fine della mia già scarsissima vita personale e la trasformazione in topo di biblioteca, in schiava dell'istruzione, in massacratrice di carte, in culturista del cervello, tutta lavoro e niente divertimento. In una parola, settembre annunciava la mia trasformazione in un filetto di Giovane Leopardi (taglio pregiato, perché ancora tenero) su un letto di occhiaie, accompagnato da un canapè di nevrosi imburrate e guarnite da gobbe delle proporzioni di un dromedario. Con la fine delle superiori, e il mio ingresso nell'età delle grandi avventure della prima età adulta, settembre è diventato il mese dell'ultima sessione di esami estivi, quella in cui accumulavo tutte le prove che avevo programmato/posticipato/non superato/rifuggito come la peste durante il periodo estivo. Lì si giocava il tutto per tutto, perché dopo di loro, con ottobre, sarebbe iniziato il nuovo anno scolastico, con tutta la sua carrellata di corsi ed esami annessi che, come nelle migliori parabole bibliche, avevano il dono di moltiplicare di tre o anche quattro volte la pila di testi a cui trovare domicilio nel monolocale della mia memoria e che allontanavano dolorosamente l'utopico giorno della laurea, alimentando i vari meme sull'universitario disperato. 
Per un po' è stato l'inizio del nuovo anno di volontariato, che portava con sé, insieme ai primi freddi e a sotterranei entusiasmi, tempestose ansie da rientro, con tutta quella nuvolosità carica di pioggia data dalle incertezze, dall'insicurezza, dal dover cominciare nuove sfide, da vecchie routine da rinverdire e nuovi ritmi da recuperare. Era una messa alla prova della mia immancabile ansia sociale.
Di certo, non era mai il mese in cui ricevevo, in ritardo, la mia lettera da Hogwarts. 
Settembre era quindi un mese da superare a denti stretti, faticosamente e la cui unica nota positiva era la certezza che sarebbe presto finito. E adesso? Adesso che non sono più tediata dalle scadenze scolastiche e che la luce del sole non è più nascosto da sequoie di libri da fagocitare, adesso che il mio tempo è scandito da impegni lavorativi acrobatici che annullano il concetto di pausa, cosa è diventato Settembre? Sinceramente, guardandolo adesso, con l'occhio del frequentatore abituale di pinacoteche, continuo a non vederci nessun capodanno dentro. Nessun momento di nuovi propositi, di progetti da iniziare, di vette da scalare, di recuperoni dell'ultimo minuto. Forse anche perché non credo nei buoni propositi, o almeno non ci crede il mio lato intasato dall'ansia. Quello che però vedo in Settembre è una promessa. Una promessa di autunno. Di maglioni morbidi che avvolgono il corpo come un abbraccio e di gonne pesanti portate su calze coprenti. Di colori caldi che scaldano lo sguardo, indossati con orgoglio da persone e alberi. Di tè profumati che senti scivolare lungo tutto il corpo. Di acquerelli di riflessi e rimbalzi di luce creati da soli tiepidi e da foglie vanitose. Di tempi più lenti e meno euforici. Di passeggiate piene di pensieri in cui cadere e pomeriggi umidi ad ascoltare lo zampettio delle idee tra i capelli. Di scrocchianti tappeti di foglie secche sotto i piedi, che fanno quel delizioso suono accartocciato da cui non vorresti più separarti. E naturalmente, promessa di meno cerette e meno rasoi nel mio quotidiano (che sarà poco romantico, ma è pur sempre la verità. Una Scomoda verità, come direbbe Bill Gates). Settembre, quindi, ha subito in me una metamorfosi, ha perso quell'ombra maligna da poltergeist, per diventare un mese che vale la pena assaporare, l'ultimo respiro dell'estate ormai al termine che si mischia con il primo profumo dell'autunno, un mese in cui ciascuna stagione insegna qualcosa all'altra, migliorandola, e lasciandomi piacevolmente felici, in compagnia della prima candela, al profumo di mora e salvia, accesa per l'occasione.   

Duille



domenica 29 luglio 2018

Vita da ansiosi sociali: l'autobus

Quando si è un ansioso sociale, la vita è un tantinello difficile, perché ogni gesto deve essere calcolato al dettaglio al fine di evitare complicazioni che potrebbero scompensarci per ore. Un esempio? La scelta del posto sull'autobus. Nella mia mente, la maggior parte delle persone, quando sale su un mezzo di trasporto, sia esso un tram, un pullman, un filobus, il Nottetempo o il Gattobus di Totoro, sceglie un posto che vagamente lo aggrada, impiegando al massimo mezzo secondo del suo tempo.
Planata a volo d'uccello, localizzazione posto vuoto, accomodamento sul suddetto. Al massimo, credo si eviti il sedile vicino all'immancabile tizio che puzza o all'altrettanto immancabile maniaco sessuale. Io invece, in quei dieci secondi che intercorrono tra il momento in cui appoggio il piede sull'autobus a quello in cui mi siedo, ho riempito la mia lavagna mentale di calcoli complicatissimi che mi rendono più simile ad una Sheldon Cooper in gonnella che non ad una persona reale. Appena salita, infatti, valuto con occhio robotico la quantità di persone già sedute sul bus, radiografo il numero di posti liberi ancora disponibili e li mappo topograficamente. Incrocio quindi questi dati con l'orario e faccio una stima della massa di umanità che transiterà su quella superficie metallica fino alla mia fermata e della velocità con cui i posti saranno occupati prima del mio pit-stop. Questa analisi preliminare mi aiuta a prendere la mia prima, fondamentale decisione che, una volta definita, sarà inappellabile (perché sono una maledetta ansiosa convinta che nessuno abbia di meglio da fare che giudicare me): sedersi o non sedersi? Se i posti sono già pochi e l'orario propizio ad un'alta affluenza, il rischio che i sedili vuoti vengano in breve tempo occupati da natiche di varie misure ed età è piuttosto elevato e se un paio di quelle natiche sono le mie, il risultato è una graticola di intere mezzore nel timore che si presenti il classico nonnino barcollante in cerca di un sedile in cui scaricare le sue fragili ossa. Ora, io non ho niente contro gli anziani traballini, anzi, ma il problema è che l'ansia sociale mi impone la clausura, quindi dovermi sbracciare per offrire al nonnetto con bastone il mio sedile è assolutamente fuori discussione! Attirerei l'attenzione su di me e questo mi provocherebbe una vergogna tale da farmi diventare un ingrandimento delle guance Heidi! E poi c'è sempre la possibilità che il nonnetto in questione sia uno di quelli che nega l'evidenza della sua età e che quindi vive come una grave onta personale un gesto che, diciamolo, è una specie di monumento alla vecchiaia. Praticamente, come se gli stessi incidendo l'epitaffio sulla lapide. E naturalmente ci sono i finti vecchi, ovvero quelle persone che portano molto male la loro età e che quindi hanno pure ragione nell'offendersi di fronte ad una tale pornografica offerta. Quindi, nel caso l'allineamento dei pianeti sia sfavorevole, ed onde evitare ansia e senso di colpa per il mio inevitabile venir meno alle buone maniere, rinuncio in partenza al posto a sedere e cerco un angoletto in piedi. Niente di più facile vero? E invece no! Se decido di restare in piedi devo cercare quell'unico angolo di bus che rispetti le seguenti caratteristiche: 
1- deve essere lontano dalle porte, in modo da evitare angoscianti domande del tipo "Scende?" (che a Milano sono accompagnate da fastidiosissime inflessioni sdegnate della voce) e, nel caso di grande piena di viaggiatori, in modo da evitare di dover salire e scendere continuamente dall'autobus, obbligandomi a riguadagnare una postazione lottando contro i nuovi arrivati come un tonno che risale la corrente.
2- deve trovarsi lontano dalle obliteratrici: l'ultima cosa che voglio sono tentacoli umani che mi spuntano davanti agli occhi violando il mio sacrosanto spazio vitale sudatamente conquistato e facendomi sobbalzare come un impiegato che ha bevuto troppi caffè. Ancora peggio, non vorrei ritrovarmi a diventare io stessa tentacolo del tentacolo, obliterando per procura il biglietto di un perfetto sconosciuto. Potrei morire di ansia! 
3- deve essere lontano dai punti di passaggio principali, ovvero da tutti quei corridoi in cui le persone si appendono in stile prosciutto di Parma costringendo i passanti a spintoni e arrampicate nel tentativo di superare la massa di salumi umani. Mi angoscia sempre tantissimo quando, mentre prosciutto (voce del verbo prosciuttare) in quei punti, mi viene richiesto l'impossibile compito di liberare momentaneamente il passaggio, soprattutto visto che, di solito, se arrivo a piazzarmi lì, è perché l'autobus è straripante come la pancia di una persona sovrappeso con una maglietta troppo aderente. 
Dati questi vincoli, potrà sembrare impossibile trovare il posto perfetto, ma vi assicuro che esiste e non implica lo scavare una depandance in un lato del veicolo. Nei tram ad esempio ci sono deliziosi punti di raccordo tra i vagoni a forma di biglia in cui si può agevolmente sostare, mentre nell'autobus il paradiso è raggiunto in una zona dedicata ai disabili (ma solitamente non utilizzata), che è un vero Walhalla recintato e che darà la sicurezza della mucca nella stalla.
Se invece le condizioni ambientali sono propizie e la scelta del posto a sedere è possibile, la questione diventa dove sedersi. Oltre al consueto veto sul posto vicino al puzzone, al pazzo e al maniaco, io devo tenere in conto della posizione del sedile rispetto al bus e se optare per il posto singolo o doppio. Riguardo la prima questione, c'è da fare una premessa: io ho una visione un po' particolare della distribuzione umana nell'autobus, maturata in anni di viaggi paranoici in svariati mezzi di trasporto pubblici. L'autobus (o il tram) può essere suddiviso in tre parti: 
1- il muso, area di dominio geriatrica, in cui la dentiera, la sporta e il capello cotonato la fanno da padrone; 
2- la parte centrale, terra di nessuno in cui si ammassa l'80% del campionario umano; 
3- il fondo, dove la mia anima complottista colloca alcolisti, vandali, mangiamorte e cavalieri oscuri. 
Capite bene che la mia scelta si riduce immediatamente ai soli 2/3 dell'autobus, dato che non ho nessuna intenzione di accompagnarmi a gente con l'occhio sadico che lecca coltelli. 
Quando il mio lato compulsivo era alle stelle, sceglievo sempre il quarto posto davanti, lato destro e questo per un semplice motivo: era una zona di confine, ancora nell'Oldland ma ad un passo dalla No man Zone, il che riduceva il livello di sfigaggine da me percepito di almeno un paio di tacche. Tutt'altra storia è la questione posto singolo/posto doppio. Entrambi infatti hanno dei pro e dei contro: 
il POSTO SINGOLO garantisce un isolamento totale ma, in caso di arrivo di vecchino, donna incinta, pirata con la gamba di legno, mi sentirei moralmente obbligata a cedergli il posto, con conseguente tsunami emotivo. 
Il POSTO DOPPIO ribalta queste polarità perché, sedendomi dal lato finestrino, si annulla il problema della cessione del sedile: se il posto accanto a me è vuoto, potrà essere occupato e se è pieno, beh, è un problema del mio provvisorio collega di postazione. Il contro è che le probabilità di dover coesistere a strettissimo contatto con un perfetto sconosciuto sono altissime e altrettanto alto è il pericolo di dovergli rivolgere la parola nel malaugurato caso io debba scendere per prima. 
Anche in questo caso, la scelta dipenderà dal livello raggiunto quel giorno dal mio ansiometro. Per riassumere, quindi, la soluzione ottimale nei giorni di vacche grasse (ovvero i giorni in cui sono moderatamente felice e spensierata) è il posto doppio, lato finestrino, che mi concede almeno la gioia del carcerato e del gatto nel trasportino, ovvero quel quadratino di azzurro e grigio costituito dai marciapiedi, vera terra promessa dei miei viaggi della speranza e, nel caso di vacche magre (ovvero crisi esistenziali), ci sarà sempre la ricerca del mitologico posto in piedi in cui piantonarmi come uno stuzzicadenti nell'oliva. Unica costante in questo pazzo mondo di variabili, è la presenza di quelli che chiamo "dissuasori sociali", paragonabili all'armatura medievale del mio cavalierato ansioso e rappresentati da libri in cui immergermi fino alla cintola, cuffie da cementare nelle orecchie con un doppio strato di calce, transenne di plastica posizionate ad aiuola intorno a me e fili spinati elettrificati in cui faccio sfrigolare minacciosamente fette di bacon dimostrative, per i più ottusi di comprendonio o per gli estroversi patologici. E, naturalmente, esiste la Regola delle Regole, tatuata a fuoco nell'interno delle mie palpebre come il marchio del Parmigiano Reggiano sulle forme di formaggio: è tassativamente vietato il contatto visivo con altri esponenti del genere umano. Equivarrebbe ad una proposta di matrimonio con tanto di teatrale inginocchiamento, anello e banda di mariachi festanti. E, se non fosse ancora chiaro, piuttosto preferirei mettere la testa nei portelloni a scorrimento del bus mentre si chiudono. Mettendo in atto tutte queste accortezze da palombaro nella vasca degli squali, riesco solitamente a superare indenne il viaggio in questa scatoletta del dolore e, alla fine, ciò che mi resta è la razionale consapevolezza della mia estrema follia (come se ce ne fosse ancora bisogno) e il sollievo ansioso dato dal fatto che, per parafrasare il buon Dante, infine usciremo a riveder le stelle. 
Duille

domenica 15 luglio 2018

Vento

Ho sempre avuto un rapporto speciale con il vento. E' sempre stato il mio più fedele amico, non mi ha mai tradita né delusa. E' sempre arrivato nel momento giusto, anche quando tagliava il viso con le sue frustate polari, anche quando congelava le ossa fino al punto che si sarebbero potute spezzare e irrigidiva il corpo fino a renderlo una scheggia di vetro persa da qualche finestra. 
Il vento mi ha raccolta quando ero abbandonata sul ciglio di una strada, mi ha strappata a pensieri troppo torbidi in cui stavo annegando, è arrivato impetuoso a farmi perdere l'equilibrio e a farmi cadere tutti i sassi che mi trascinavo sulle braccia. Ogni volta ruzzolavano sull'asfalto, come biglie grigie, rotolando imbronciate seguendo le pendenze della strada o restando lì sul posto, come punti alla fine di una frase. Forse dichiaravano qualcosa, ma il vento non mi dava il tempo di pensarci troppo perché mi saltava in braccio, premeva la testa sulla pancia per farmela sentire e spingeva le mani sulla schiena per indurmi ad andare oltre, a guardare sopra l'asfalto, verso la mia direzione e puntando gli occhi sul presente. A volte arrivava improvvisamente, togliendomi il fiato come un abbraccio dato di slancio e poi mi stava accanto, soffiandomi sulle guance, riempiendomi la bocca di sapore di menta e fiori di campo, o di ghiaccio e neve fresca appena caduta su qualche montagna lontana, o ancora di pioggia piovuta in una pineta remota. Ogni volta mi ha restituita a me stessa con dolcezza, intensità e garbo. Il vento ha qualcosa di magico, di benefico, come un'ora passata a guardare la marea su una spiaggia deserta, con la sola compagnia dei gabbiani. Se lo si sa ascoltare nel suo inusuale gesto terapeutico, se lo si lascia entrare, il vento sarà anche in grado di salvare ciò che si pensava insalvabile. Così è stato per me, così è per me ogni volta. Ad ogni suo arrivo, io spalanco i pori, apro le imposte e chiudo gli occhi, lasciando che mi dica tutto e mi avvolga come una canzone senza note, per ricordarmi quello che ho dimenticato. Il vento però è impetuoso e bisogna concedergli di spettinarci, di invaderci, di trotterellarci intorno e addosso, di strofinarsi sulle sguance e di pasticciarci. Perché funzioni, devo lasciare andare ogni difesa, ogni ordine, ogni preconcetto, devo aprire tutti i cassetti e lasciare che entri in ogni stanza, facendo volare le carte, scompaginando le pagine del mio romanzo. E' così che opera, che trasforma e rivitalizza. Il vento mi disordina i capelli, facendoli diventare sottilissimi fili di cotone o trasformandoli in ragnatele accoccolate sui raggi del sole e nidi di cuculo pronti per essere deposti su un ramo di mandorlo. Quando ho bisogno di aria nelle mani, lui si intreccia alle dita, portando negli spazi tra le falangi luoghi infiniti da passare intorno agli indici, ai polli, agli anulari, come anelli fatti con gambi di margherite, e le molecole d'aria si rincorrono tra i polpastrelli, solleticandoli, come spighe di grano o come le gonne delle bambine che, passando, sfiorano le gambe. Quando sono rannicchiata in me stessa, completamente attorcigliata intorno ad un ematoma, il vento mi bacia i palmi, aprendoli come primule in primavera, trasformando il pugno contratto di emozioni in stella marina, aiutando la mano a lasciare andare quello che trattiene così caparbiamente e aprendola all'accoglienza di qualcosa di nuovo e leggero, come un palloncino pieno di elio, o una foglia donata benevolmente da qualche faggio, da custodire come un segno di fortuna o come un prezioso tesoro, per l'eternità di quella foglia, fino a quando arrossirà, imbrunirà e, alla fine, diventerà pergamena antica, fragilissima, come il ricordo di quel primo contatto. 
Quando sono sorda a tutto tranne che ai miei singhiozzi e alle mie urla di rabbia, il vento mi sussurra le sue parole rinfrescanti nelle orecchie, smuovendo tutti gli ossicini, e soffia dentro pascoli di montagna, campanacci di mucche, sguazzi di ruscelli su ciottoli di vecchie frane e nuvole bianchissime che per divertimento imitano le pecore sotto di loro. Se sono troppo piena, il vento mi ricorda che c'è ancora spazio e mi riempie d'aria, mi gonfia come una vela maestra rimasta troppo tempo abbassata, mi stende come un vecchio pezzo di carta, scartocciandomi e ritrovando le parole che si erano increspate e accroccate fino a diventare una fisarmonica di piani collassati e privi di senso. Quando il viso si coagula al centro, spaventato che possa sfuggire qualcosa dai bordi, l'aria mi stira le pieghe e mette essenza di camomilla sugli occhi gonfi di troppi vissuti, stende la fronte carica di pensieri e riempie la testa di profumo d'acqua e di accordi di chitarra suonati senza fretta, per il gusto di sentire ogni singola nota e ogni vibrazione di corda. Solo il vento riesce a regalarmi tutto questo: può disossarmi, sfilarmi i nervi dalla punta delle dita, trasformare i rami nodosi delle mani in alghe di fiume, che ondeggiano sinuose seguendo la melodia dell'acqua. Il vento riesce a svuotarmi come una conchiglia e riempirmi di nuovi suoni, di sorrisi, di voglia di correre. Solo l'aria che mi investe come una promessa mantenuta mi può spingere a srotolarmi come un ricciolo e a protendermi verso l'alto, occupando lo spazio che mi serve, cercando di toccare il cielo con tutte le dita, facendo sì che anche la più piccola cellula di me si apra a fiore in un unico, ampio sospiro di sollievo. Forse potrei addirittura crescere, in quei momenti, diventare più alta, più ampia, più piena di profumi e suoni, di silenzi e vuoti. Il vento ha questo potere, ha questa carica vitale che invade tutto e pulisce, come una cascata di risate o la prima giornata di sole primaverile. Schiude il sorriso come un uovo di passero e apre lo sguardo restituendogli i colori, le forme, le sfumature. Il vento, se lo si lascia parlare, raccoglie quello che si è perso per strada e lo rimette al suo posto. Passando nel vento, attraversandolo, perdo le pietre, una per una, le lascio cadere con tonfi secchi e punteggiare il mio sentiero come macchie di dalmata, e rimetto negli spazi vuoti del mio corpo lo stupore, il tempo, il desiderio, la gioia irrefrenabile, la creatività, come pezzi di puzzle che non sapevo di aver fatto cadere. E alla fine, dopo questa passeggiata mano nella mano con lui, il vento mi lascia leggera e viva, distesa come un campo di papaveri e forte come una quercia secolare carica di ghiande. 

E non boccheggio più. 

Respiro.
Duille


domenica 1 luglio 2018

Capitolo 25: I Parassiti

Ci sono tanti motivi che ci spingono ad iniziare un libro: curiosità, passione, noia, amicizia o l'evergreen di tutti i tempi, il bisogno di farne qualcosa di sé mentre si è in una sessione particolarmente lunga al gabinetto. Nonostante l'incipit di questo nuovo incontro possa non sempre essere poetico e romantico, alla fine il risultato sarà lo stesso: lasciare che il libro ci dia una chance e ci racconti la sua storia, sperando che noi, seduti sul nostro trono di porcellana, possiamo coglierne il messaggio.
Nel mio caso, l'incontro con I Parassiti, di Daphne du Maurier, è stato dettato da un motivo meno nobile del colpo di fulmine ma di certo più raccontabile rispetto al momento di rumba intestinale. La mia avventura con questo romanzo dallo sguardo altero e dalla compattezza monolitica, è iniziata grazie ad un invito indiretto di una splendida amica, Julia (qui il link al suo post: in omnia paratus) ed io mi ci sono buttata dentro con tutta la determinazione che l'affetto può conferire e con l'ignoranza propria di un bambino che impara a scrivere le prime aste sul quaderno a quadrettoni grandi. Che è un modo carino per dire che su questo libro ne sapevo quanto una pecora di fisica quantistica (o anche quanto IO ne so di fisica quantistica....quindi, se Socrate non ci inganna, questo fa di me una pecora, giusto?) I Parassiti si sono quindi dischiusi davanti ai miei occhi, trascinandomi in un mondo che, già dal titolo e dalla copertina, prometteva più variazioni di grigio di una vecchia stampante. Il romanzo ci racconta la vita di una famiglia di artisti, i Delaney, che vive calcando i palcoscenici di tutto il mondo e viene venerata dal pubblico per il suo incredibile talento. E' una famiglia immersa nell'arte fino a sfumarvisi dentro, addirittura ebbra di arte, come un babà al Rhum. I coniugi Delaney sono tumultuosi, turbinosi, luccicanti come un racconto di Fitzgerald, un tripudio di ori e di forme perfette, come un quadro di Klimt. Sono l'emblema dell'art for art's sake. Insieme a loro volteggiano i 3 figli, Maria, Niall e Celia, che pur essendo i protagonisti di questo romanzo, non sembrano essere i protagonisti della loro storia. I tre  fratelli vivono nel riflesso della luce dei genitori, lottano per entrare nel quadro, per essere dipinti, per essere guardati dai genitori nello stesso modo in cui questi guardano l'arte. I giovani Delaney narrano la storia di questo romanzo ma non sembrano accorgersene perché il loro sguardo è sempre altrove, teso ad aggirare un vuoto di cui nessuno parla, ma che di pagina in pagina si fa sempre più evidente, più ingombrante, più imbarazzante per il lettore, che sembra essere l'unico a notarlo. E' in virtù di questo vuoto che il lettore non riuscirà mai a condannare i tre protagonisti, pur non potendo identificarsi in essi, pur disapprovandone comportamenti, egoismi, narcisismi e distorti equilibri su cui si poggiano le loro relazioni. Infatti sotto tutti quei lustrini e quegli egoismi, si percepirà forte la solitudine, la domanda mai fatta ma che ha scavato dentro un vuoto innominabile. I tre protagonisti crescono intorno a questo buco di cui non sanno parlare, gravitano intorno ad una verità che non sono in grado di vedere e che guida ogni loro passo. Agganciati, ciascuno in un modo unico, alla storia familiare, a quei genitori che erano soprattutto artisti, vivono una vita che non è la loro, rincorrendo la risposta ad una domanda che, di fatto, è riposta nei luoghi sbagliati. E così si crea un gioco di sostituzioni, in cui l'amore si sostituisce con l'arte, nella disperata speranza che diventando tutto Arte, si sarà finalmente amati, si sarà visti, si sarà scelti. L'arte diventa un surrogato dell'amore in questa narrazione, la porta d'oro che dovrebbe rimuovere quel fischio sordo nel centro del petto, che dovrebbe completare.  
Entrarci tutti dentro, per sentirsi sempre un passo fuori, o non entrarci affatto, per rendersi indispensabili a quel genitore che amava ma da cui non si era mai scelti, diventa l'unico modo per sopravvivere, l'unica risposta possibile per arginare il vuoto. In questo modo, Maria, Niall e Celia diventano parassiti, che si cibano di tutto e di tutti senza potersi mai saziare, eterne solitudini che s'incastrano tra loro in modo famelico, amandosi solo per il loro essere riflesso di altro e arrivando quindi a non riconoscersi vicendevolmente nella loro irriducibile unicità, come d'altronde accadeva da bambini. Tutto questo dolore sotterraneo e strisciante è magistralmente diretto e padroneggiato dalla scrittura dell'autrice, dalle scelte stilistiche e di costruzione del romanzo, che di fatto è un grande memoriale soggettivo dei tre narratori. L'autrice allude senza mai rivelare, sfida il lettore, lo invita a ragionare, dissemina briciole lungo il percorso, a partire dalla voce narrante, decisamente inusuale ed estremamente originale, dato che si tratta di una narrazione corale in cui le voci dei tre narratori spesso si intrecciano fino a fondersi in un indifferenziato "noi" che sembra rappresentare alla perfezione questa loro impossibilità di esistere al di fuori dell'immagine familiare, di essere individualità. Si tratta quindi di un romanzo che non punta tanto sugli eventi, quanto sulla psicologia dei personaggi, che ci vengono presentati così come essi si vedono, e che costringe così il lettore ad un accurato ascolto delle parole, dei ricordi, dei non detti, delle verità nascoste tra le righe e rivelate più dagli agiti dei personaggi che da un vero esame di coscienza. E' un libro che richiede pazienza, attenzione e rispetto, perché non palesa mai niente, non esplicita niente, non spiega quasi niente. E' un romanzo che si co-costruisce insieme al lettore, che è invitato ad intessere, tra le trame della narrazione, la propria visione della storia, fino a darle un significato del tutto personale. In questo modo, I Parassiti diventa una moltitudine di storie in un solo romanzo, l'intreccio di sguardo e penna, un labirinto di cui si è invitati a trovare il centro e, in ultima analisi, una storia nuova ad ogni sguardo che vorrà avventurarvisi.
Duille

"I vecchi tempi erano meglio. I bei tempi passati dei duelli. Un calice da vino che andava in pezzi. Una macchia di vino su un foulard di pizzo. Una mano sull'impugnatura della spada. Domani? Sì, all'alba... Nel frattempo non facciamo nulla. Occupiamoci della coscia di pollo." (p.294)

domenica 17 giugno 2018

Fenomenali interventi cosmici in un minuscolo spazio vitale

Lo scorso weekend io e la mia migliore amica abbiamo fatto libri e bagagli e siamo partite alla volta di Padova, per andare a trovare una nostra carissima amica per qualche giorno. Era una prova per il mio lato ansioso, una specie di stress test, un esame di metà corso che valutava i progressi fatti finora.
Un esame sfalsato, certo, data la presenza del mio Xanax personale (la migliore amica) a sostenermi nei momenti in cui, invariabilmente, sarei scivolata sulla buccia di banana lasciata "distrattamente" dalla mia ansia sociale. Ma era pur sempre un esame perché quando la strizza ci strizza come un mocio Vileda, non c'è ansiolitico che tenga. Tutto è andato discretamente bene fino al momento in cui la nostra carissima amica ci ha invitate, il sabato sera, ad un megafestival che si tiene annualmente a Padova e che è la terra dell'indie, della musica underground e dell'alternativismo più sfrenato. Praticamente casa mia.
Eppure, da brava ansiosa, quei luoghi così rilassati, in cui tutti sembrano talmente a loro agio nella loro pelle che potrebbero anche scambiarsela e non farebbe differenza, quei luoghi in cui lo "YOLO" è il motto ufficiale, dove i capelli delle ragazze volano nell'aria come fili di ragnatele leggerissime e dove le persone ballano in modi così personali da poterli brevettare, ecco, in quei luoghi (come in molti altri, d'altronde), io mi sento un pesce fuor d'acqua. E non solo perché il mio concetto di relax prevede immancabilmente una panic room o perché i miei capelli, più che fili leggeri, sembrano piccoli nidi di cuculo pronti a reagire stizzosi ad ogni variazione di umidità, ma soprattutto perché io nella mia pelle ci sto scomoda, ci sono incastrata dentro come uno di quegli impasti per brioches che vengono infilati in piccolissimi barattolini di cartone e che fanno un distinguibile "pop" di sollievo quando li apri. Quindi ero lì, in quella marea umana di sorrisi grandi quanto spicchi di Luna, di parole elettrizzate che impregnavano l'aria e di aria smossa da colpi di anche, che stavo seduta sulla mia panchetta, tutta condensata in me stessa, sentendomi molto simile al cane che, pochi metri più in là, rosicchiava febbrilmente il legno della panca su cui era seduto il suo padrone. E per la serie "le sfighe arrivano sempre in coppia", la mia ansia, subodorando questo cabaret di insicurezze, si è presentata all'appuntamento, vestita elegantemente, su un triciclo cigolante e con lo stomaco gorgogliante di appetito, in un incrocio tra It e Jigsaw. Ma questa volta io ero pronta, temprata dal fuoco di mille anni di lacrime e torture cinesi dalla terapeuta, una Xena moderna senza il cerchio rotante. Abbigliata come il ricevitore di una squadra di baseball, con la determinazione del benaltrista che ha visto di peggio, ero pronta a lottare per salvare la serata da me stessa. Tra spintoni, qualche morso e parecchi calci sotto il tavolo, io e l'ansia abbiamo ingaggiato una furibonda lotta silenziosa ben camuffata dalla mia faccia da statua dell'Isola di Pasqua (il mimetismo è tutto in questi casi): era una lotta senza quartiere, intestina come le guerriglie basche e il PETA irlandese e brutale come i silenziosi litigi dei bambini nel sedile posteriore delle auto; avremmo potuto tirare avanti così per tutta la sera, lasciandoci in relativa parità di condizioni, se non fosse accaduta La Catastrofe, che avrebbe fatto crollare ogni mia difesa e che avrebbe trasformato la disputa condominiale con l'ansia in una guerra aperta, fatta di kalashnikov, gas lacrimogeni e scritte minatorie spalmate col sangue di maiale sulla porta di casa. La Catastrofe ci ha colti nel pieno della battaglia, con l'ansia che mi strattonava i capelli ed io che allungavo la sua guancia come una pasta per la pizza.

"Andiamo a ballare?" 

Marmorizzati in quella posizione, di fronte alla voce fuori campo che lanciava la granata con l'invidiabile nonchalance di chi non sa quale dramma stia innescando, ho visto gli occhi dell'ansia farsi porcini sopra un sorriso a trentadue denti e un paio di dentiere tirate fuori per l'occasione, mentre la mia faccia si liquefaceva sotto il peso delle previsioni di dolore futuro. 
E a quel punto, sipario. 
Luci spente in platea, brusco scivolone della puntina sul vinile musicale, immobilismo del pubblico in uno stato di gravità congelata. Sguardi puntati su di noi. Neanche una bava di vento osava fiatare. Tutto era buio e silenzioso come l'imminenza di un destino di morte. Si poteva quasi percepire il rumore dello scalpello di un becchino lontano che incideva il mio nome su una lapide grigia. In quel clima da mezzogiorno di fuoco, si poteva udire il mio respiro sempre più concitato e avvertire la sicurezza di quel sorriso maligno che si allargava, come una macchia di petrolio sulla superficie del mare.
Perché lei sapeva. Sapeva di aver appena ottenuto un bonus che io mi sognavo e che da adesso in poi lei avrebbe giocato indossando la tuta di Iron Man ed io quella di jogging, ereditata di seconda mano dal fratello maggiore. Con un'unica, consapevole deglutizione di saliva (mia), è iniziata una guerra psicologica senza esclusione di colpi (suoi), in cui l'Ansia, presa la forma del Rimugiserpe, si improvvisava il giudice Claude Frollo con Quasimodo, ponendo argomentazioni apparentemente schiaccianti e facendomi sentire peggio di Calimero, perché io non ero piccola e nera, ma goffa, babbiona e pure un po' bruttina. Non potevo andare a ballare con le mie amiche, altrimenti tutti avrebbero notato quella strana gobba di inadeguatezza che mi cresceva sulla schiena e la mia imbarazzante sfigaggine generale che avevo tentato di mascherare fino a quel momento. D'altro canto, non potevo nemmeno defilarmi, perché tutti se ne sarebbero accorti e la regola prima dell'anxiety club è non dare mai nell'occhio. Quindi ero in un impasse insanabile, roba che non si era vista dai tempi della pecora Dolly. Qualsiasi movimento avessi fatto avrebbe causato la mia rovina, lo smascheramento della mia natura di scorfano in mezzo ad un mare di pesci arcobaleno. Come sfuggire da questo stallo, dalla tagliola in cui mi ero ritrovata, senza fare troppi strappi? Semplice, non potevo. Ero destinata all'onta pubblica e, se non a quella, sicuramente all'autoflagellazione di fine serata, da accompagnare ad un tè caldo addolcito con un cucchiaino di miele. Sentivo gli occhi di tutti puntati addosso, o forse erano solo i miei che mi guardavano, chiedendomi utopicamente di essere contemporaneamente me stessa, invisibile ed inserita nel gruppo.
Mentre le mie amiche andavano sulla pista da ballo, io le seguivo come un condannato a morte che si stava avvicinando al patibolo, rigida come un baccalà sotto sale, in totale corto circuito e con una paradossale invidia verso tutti quei personaggi cinematografici che risolvevano le questioni semplicemente amputandosi un braccio a colpi di morsi. Camminando verso quel luogo di disperazione, mi sentivo vicina a Maria Antonietta alla volta della ghigliottina o a Tommaso Bruno davanti alla pira che lo avrebbe reso un arrosticino umano.
Mi sembrava inoltre di avere un occhio di bue puntato su di me, a monito dell'inevitabile momento in cui mi sarei coperta di ridicolo, facendo spanciare tutto il circondario (e non in senso buono). "Venghino, signori, venghino, la donna più imbarazzante del mondo sta per salire sul palco per vostra letizia. Comprate un pomodoro da lanciare alla creatura, sono solo due euro l'uno." 
Arrivate sulla pista da ballo, e mentre le mie amiche iniziavano a muoversi a tempo di musica, io riscoprivo la verità della mia dicotomia cartesiana mente-corpo, nella corteccia cerebrale c'era un clima da crollo della borsa di Wall Street del 1929, le sinapsi impazzivano mandando segnali a caso ai muscoli e il corpo, stufo di non sapere che fare di se stesso, iniziava uno sciopero estemporaneo paralizzandomi sul posto come i conigli sulla tangenziale, e facendomi sentire ancora più orrorizzata per la situazione in cui mi ero cacciata. Completamente in tilt, e con l'Ansia che se la ghignava spietatamente, non sapevo più cosa fare e mi sentivo completamente a disagio: a disagio per essere lì, quando avrei voluto solo galoppare lontano fino a perdermi nell'orizzonte, e a disagio per non riuscire a mimetizzarmi a dovere facendo ciò che supponevo si facesse su una pista da ballo: ballare. Ma il mio corpo ormai era entrato in sciopero e aveva deciso che finché ai piani alti non ci fosse stato accordo sul da farsi, si incrociavano le braccia fino a nuovo ordine. E' stato allora, nel pieno del mio pallone esistenziale, mentre i sindacati indicevano tavoli per trattare con i vertici neurali, mentre un gabinetto diplomatico corticale tentava di trovare una soluzione a questo ictus decisionale, mentre la mia coscienza mandava segnali di cedimento e iniziava a progettare una fuga in Ungheria, che è saltata la luce. Il Miracolo! Un intervento divino che avrebbe fatto sfigurare qualsiasi altro fenomeno soprannaturale, compreso l'arrivo di un canguro alato vomitante lingotti d'oro o Trump diventato improvvisamente un sostenitore dei diritti delle minoranze. Una botta di culo senza precedenti o, per parafrasare il genio, "fenomenali interventi cosmici in un minuscolo spazio vitale". Insomma, ero salva! Salva e intatta (più o meno). Salvata in corner, sul gong, per il rotto della cuffia, giusto in tempo, salvata sull'orlo del precipizio e qualsiasi altro squisito modo di dire possa calzare in questa situazione. Ero la felicità fatta persona. Dentro di me sindacati, cellule muscolari e neuroni stavano festeggiando in stile irlandese, fiumi di alcool e canti goliardici invadevano le piazze, tutti ballavano e si intrecciavano fiori tra i capelli, le vuvuzela si sprecavano e montagne di cibo venivano consumate alla maniera degli Hobbit, cioè senza parsimonia. Era tornata l'armonia e, soprattutto, avevo vinto per intercessione divina. Ho concluso così la mia serata indenne, senza ballare neanche un minuto e facendo le linguacce all'Ansia, consapevole di aver avuto la botta di culo del secolo, che pur non risolvendo il problema in assoluto, mi permetteva per una volta di gongolare di soddisfazione sapendo di essere inattaccabile. Un po' come Izma nei suoi momenti di grande successo. 

Duille

domenica 27 maggio 2018

Telefilm addicted #18: UnReal

Tutti, prima o poi, ci siamo arenati su uno di quei finti reality trash dal sapore profondamente americano che raccontano, o fingono di raccontare, le vite di persone sconosciute ma accomunate tutte da personalità alla Donald Trump: autostima alle stelle (e strisce) e totale assenza di un senso del ridicolo, soprattutto visto che tale autostima non è supportata da alcuna reale qualità esibibile. Che sia il Grande Fratello, The Bachelor o il Jersey Shore, tutti abbiamo all'attivo almeno uno di questi trashissimi scheletri nell'armadio. Ma cosa succede dietro a questi reality dal gusto così vistosamente pecoreccio?
La risposta ci viene fornita da UnReal, serie drammatica approdata sulle nostre iridi nel 2016 e che conta la bellezza di tre sfavillanti stagioni, l'ultima delle quali si è conclusa da poco. 
UnReal è una serie che racconta i retroscena di un fittizio reality show chiamato Everlasting, in cui uno scapolottino (come lo chiamerebbe lo specchio incantato di Shrek) viene ficcato in una casa lussuosa con decine di ragazze taglia 42 (e variabili coppe di reggiseno) pronte ad accapigliarsi per essere scelte dal principe azzurro di turno e avere il loro finale da favola. Dietro a questo mondo apparentemente fiabesco (e anacronistico), tutto concentrato su una fittizia ricerca del Vero verissimo Amore, UnReal ci mostra la realtà, molto meno luccicante e decisamente più inquietante, del gioco degli ascolti. Narrando la vicenda dal punto di vista dei producer che gestiscono e creano Everlasting, UnReal ci svela un mondo fatto di manipolazioni psicologiche sui concorrenti, montaggi strategici capaci di stravolgere la realtà e situazioni costruite ad hoc per creare attriti e scandali, tutto in nome del dio Audience. Protagoniste di questo gioco perverso sono la capo Producer Quinn King, che ha fatto della carriera la sua principale ragion d'essere, e la sua seconda, Rachel (interpretata dalla ex amica degli alieni di Roswell, Shiri Appleby), una ragazza con così tanti problemi affettivi da poterci riempire una piscina olimpionica. Sono loro che muovono i fili di questo teatro degli eccessi, insieme ad una serie di comprimari altrettanto sfaccettati ed egregiamente caratterizzati. La serie ci catapulta quindi in uno scenario ben diverso da quello confettoso (anche se un po' stantio) del reality e caratterizzato da una costante e strisciante intrusività dei producers, in cui non vi è più nulla di autentico tranne che la spettacolarizzazione del dolore e lo sfruttamento cinico e quasi sadico delle fragilità dei concorrenti, ridotti a burattini inconsapevoli pronti ad essere sacrificati in nome della macchina acchiappascolti. Il mondo dei producer rivela uno show che, lungi dall'essere realistico, è fatto di schemi, in cui ogni concorrente è scelto con cura per entrare in un'etichetta che ne determinerà il destino. Nella storyline del reality, la serie si rivela sì inquietante, ma capace di molti momenti di leggerezza, giocando con gli stereotipi e sfruttando la sua natura cinica, divertente e scorretta sia nel linguaggio che nelle dinamiche.
Parallela a questa prima narrazione, ve ne è un'altra che, invece, rivela tutta la sua tragicità impossibile da sdrammatizzare. Le manipolazioni psicologiche che i singoli producer attuano sui concorrenti, infatti, si allargano come una macchia d'olio fino a contaminare le relazioni tra loro e con gli altri membri dello staff, mostrando che quello che sembrava essere una strategia lavorativa è in realtà (o è sempre stata) un modo d'essere di cui si è perso da tempo il controllo, una patologia che si autoalimenta nell'essere glorificata ed esaltata dal successo dello show, ma che, gradualmente, diventa predominante a discapito della persona, portando alla solitudine tutti i personaggi, in un modo o nell'altro. La protagonista di UnReal è quindi la patologia psichica che assume il controllo imprigionando i suoi portatori e, cosa ancora più inquietante, che si rivela cieca a se stessa e ai tentativi di risanamento operato da terzi, creando una palude che si oppone tenacemente ad ogni bonifica. Lasciate ogni speranza voi che entrate, insomma. Punto cardine di questa seconda narrazione è Rachel, personaggio seduttivo, manipolatorio e, contemporaneamente, fragilissimo, quasi di vetro, e che, proprio grazie a questo disequilibrio intrinseco, è l'unica che a tratti coglie la patologia che infesta tutto il set, compresa se stessa, cosa che la porta costantemente ad oscillare tra disperati tentativi di autosalvataggio e di redenzione (propria e dello show) e improvvise regressioni a vecchie modalità di comportamento. Rachel agirà il suo sintomo, diventandone vittima e artefice, in una spirale alimentata dagli altri personaggi che, apparentemente più strutturati, si rivelano anche i più ciechi al disagio che li abita.
Per questo motivo, Rachel, fra tutti i personaggi, sarà quella che produrrà maggiormente un vissuto di ambivalenza nello spettatore: sarà amata profondamente per il suo lato umano e fragile ma non potrà mai essere totalmente esentata da una condanna etica, perché lei stessa continua a scegliere il sintomo alla più difficile strada della salvezza. UnReal si scopre perciò una narrazione che mostra come, a volte, il successo vada a braccetto con il disagio. In questo caso, infatti, il successo è possibile solo a discapito della sanità mentale, solo mantenendo e alimentando delle dinamiche disfunzionali che, di stagione in stagione, si faranno sempre più tragiche e asfissianti. In conclusione, UnReal è una serie estremamente divertente, grazie ai suoi dialoghi brillanti, alla dissacrante demolizione del sistema televisivo e ad un parco concorrenti sempre rinnovato e caratteristico che lo rendono un prodotto di intrattenimento intelligente e d'intrattenimento, mantenendo delle tematiche di fondo stimolanti e vivide. Ma c'è un però. Il punto debole della serie, relativamente trascurabile, è la sua ripetitività e prevedibilità: per quanto ci possano essere, nel corso delle puntate, delle svolte narrative che farebbero sperare in un ribaltamento dello status quo, di fatto, alla fine, tutto torna come prima, a costo di forzare pesantemente la sceneggiatura e stravolgere le personalità di alcuni personaggi. Per quanto ci si possa vedere una ennesima rappresentazione del mondo circolare e reiterativo del disturbo psicologico, resta il fatto che, a livello di trama, diventa frustrante come cercare di raccogliere una moneta con due stuzzicadenti. Con una nuova stagione in arrivo, che forse sarà anche l'ultima, speriamo in una conclusione di trama che non punti, ancora una volta, sui cavalli di battaglia e che produca quell'ultimo gesto coraggioso tra i tanti di cui la serie è già un emblema.
Duille


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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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