lunedì 26 giugno 2017

La sindrome del Topo Cagone

Nel paniere delle preoccupazioni di un ansioso sociale ci sono tante cose quante i regali nel sacco di Babbo Natale. La maggior parte di queste preoccupazioni sono utili quanto contare i granelli di sabbia nel deserto durante una tempesta o imparare a memoria l'elenco del telefono del 1993, ma comunque ci affliggono come se stessimo ideando la teoria della relatività per la prima volta. Tra queste pippe mentali degne di nota quanto un cinepanettone c'è tutto quel mondo chiaroscuro dei FAVORI.
Come avevo detto in passato, per noi i favori sono un argomento delicato: siamo bravi a farli ma pessimi a riceverli. In sintesi, il problema può essere indicato in quella che io chiamo la Sindrome del Topo Cagone. Permettetemi di inforcare i miei occhiali da intellettuale ed esporvi scientificamente la questione. Il topo cagone è uno degli animali mitici partoriti dalla mente di Stefano Benni nel suo bestiario immaginario, "Stranalandia" e, di base, la sua particolarità è quella di produrre una quantità di cacca sproporzionatamente superiore al cibo che ingerisce. Per citare Benni, "se mangia 3 ghiande, la mattina dopo deposita sulla spiaggia una torta di 3 quintali". Adesso, se sostituiamo il cibo (e i suoi puzzolenti prodotti di scarto) con i favori, otterremo la composizione chimica della Sindrome del Topo Cagone. Fondamentalmente, quando ci fanno un favore, o una gentilezza (che per noi sono sinonimi), ci sentiamo obbligati a restituirlo centuplicato. Potremmo applicare alla nostra sindrome una versione molto ignorante (e modificata) del principio del piano inclinato, secondo la formula:

massa del favore x ampiezza dell'inclinazione dell'ansia = velocità e portata della restituzione del favore.

ovvero, quanto più il favore sarà grosso e dato con gentilezza e quanto più l'ansia sarà alta, tanto più la restituzione sarà amplificata.
In parole povere, se ci regalano una caramella, noi dobbiamo fare una torta a 3 piani con sbuffi di panna e granella di nocciole. Se ci prestano un biglietto dell'autobus, noi dobbiamo come minimo ringraziare con un abbonamento annuale agli spettacoli del teatro alla Scala. Se ci fanno un complimento, dobbiamo a nostra volta farne uno di proporzioni più ampie. E non parliamo nemmeno di quando ci prestano soldi! In quel caso diventa una corsa contro il tempo, una sorta di attacco di dissenteria (per restare in tema) senza poter nemmeno accedere ad una pasticca di Imodium. Il denaro va restituito subito, anzi, prima di subito, dobbiamo essere più veloci delle onde radio, della luce, del tempo o di Poldo davanti ad una pila di hamburger (che poi, in fondo, è la somma di quanto detto sopra). I soldi scottano più di una colata di cera, sono implicanti quanto il sangue immaginario sulle mani di Lady Macbeth e ci spingono all'ossessione allo stesso modo.
La cosa peggiore è che questo tipo di favore non può essere vincolato all'incremento proporzionale del piano inclinato. Va restituito nell'esatta somma con cui è stato ricevuto, magari accompagnato da profondi inchini di deferenza riservati di solito solo all'Imperatore del Giappone. Tutt'altra faccenda sono invece gli inviti a pranzo, cena, merenda, dal gelataio o al bar per la seconda colazione. In questi casi l'attesa è consentita, a patto però di restare all'erta come un sonarista in un sottomarino della Seconda Guerra Mondiale: bisogna sondare l'area alla ricerca del prossimo afflusso di cibo a pagamento e quindi lanciare il missile, arpionare la pagnotta e pagare al posto di colui che ci ha sfamato la volta precedente. Poco importa se l'altro ci ha offerto una brioches e noi una degustazione di salumi tipici con carrello di formaggi biologici. L'importante è restituire il favore al più presto, in pompa magna ma con la naturalezza data solo dalle nostre straordinarie doti di dissimulazione. Il vero problema è che non sempre è possibile ricambiare il favore, soprattutto quando il favore te lo fa un perfetto estraneo. Quelle persone che ti lasciano il loro numero dal panettiere, quelle che ti inseguono per restituirti il guanto cadutoti accidentalmente o quelle che, semplicemente, sono deliziosamente gentili. Questa gente non la rivedremo mai più, quindi ci resterà un alone di gioia mista ad una crescente frustrazione legata all'impossibilità di ricambiare, facendoci sentire come uno di quei cavi elettrici attaccati alla corrente ma non al dispositivo da ricaricare. Alla fine, quindi, la Sindrome del Topo Cagone ci affligge alla stregua della fotosensibilità dei bambini in The Others, trasformando il bello in castelli di ansia allo stesso modo in cui il nostro ormai  celebre topo trasforma il cibo in castelli di cacca.
Duille
va così

lunedì 19 giugno 2017

Atmosfere

Dico sempre che quello che accade nei film sia una enorme forzatura della realtà. Meravigliosa, naturalmente, ma pur sempre una forzatura. Quegli incontri improbabili, quelle pose plastiche, quelle bellezze eteree che si perdono nei loro profondi pensieri dentro un bar, con la luce giusta che illumina perfettamente il loro lato migliore rendendole fantastiche madonne da incorniciare. Tutte balle. Splendide, inverosimili balle. Tanto impensabili nel mondo reale quanto desiderabili.
Eppure eccomi qui, in una specie di momento di metacoscienza, a guardarmi perplessa mentre, raggomitolata sul divano, e abbracciata alla mia copia dei Fratelli Karamazov così come Bridget Jones abbracciava il gelato, mi perdo per l'ennesima volta nel classico degli anni '90 "C'è posta per te". Una perfetta posa da film, anche se contornata dalla più cruda realtà, fatta di capelli arruffati, abiti più larghi di una taglia e da un brutto attacco di estate che mi rende lucida come un culturista prima della competizione. La cosa però non cambia il fatto che tutto diventi particolarmente bello quando guardo C'è posta per te. E' sempre così: mi scaldo come una borsa dell'acqua, mi ammorbidisco come se fossi stata messa dentro un barattolo di Coccolino alla lavanda, mi sento felice, anche se c'è un'umidità tale da far sudare anche il televisore. C'è posta per te è un gran bel film, ma non per i motivi che molti di voi potrebbero attribuire al mio doppio cromosoma X. Si tratta infatti di un film abbastanza semplice dal punto di vista della trama, con una storia d'amore poco originale e a tratti improbabile (ti potresti mai innamorare della persona che ha fatto fallire il negozio che hai ereditato dalla compianta mamma morta?), una Meg Ryan un po' troppo legnosa e scelte di sceneggiatura a volte un po' frettolose, probabilmente invocate in nome della magia Hollywoodiana e delle sue jazz fingers, che tutto possono. Quello che io amo di questo film, invece, sono le atmosfere. La New York dai palazzi di mattoni bianchi incorniciati da scale massicce e portoncini in ferro battuto. I caffè raccolti e romantici, dove andare a bersi un caffè in tazza grande e leggere un libro. I parchi sempre raggianti, anche in pieno inverno, e i mercati di quartiere in cui sentire lo spirito della comunità. Il tutto, naturalmente, senza che neanche un foglietto di carta, una cicca di sigaretta o, peggio, una cacca di cane fumante, magari appena scodellata dal barboncino di turno, vengano a turbare l'idillio visivo in cui siamo immersi. Una grande, meravigliosa finzione che è un po' un asso piglia tutto, un poutpourri di opposti che stranamente non stonano e che sembra capace nell'impossibile impresa di mostrare anche i demoniaci franchising che uccidono i piccoli imprenditori come altri pittoreschi angoli di paradiso che completano quella tavolozza di colori cittadina dalle tinte pastello. Ma non importa, ci concediamo la sospensione della realtà in cambio di un po' di emozione. Facciamo un atto di fede a tempo determinato. Giusto il tempo di girare l'angolo e arrivare a quella vetrina piena di promesse e a quell'insegna verde dalla grafica da Paese delle Meraviglie: "The Shop around the corner".
Casa. Quella libreria di legno scuro, dal pavimento a scacchi marroni, con dipinti sopra le pareti, i fiori freschi sul bancone, le luci di Natale sparse un po' ovunque. Quella vetrina che tiene il tempo delle stagioni, la porta a vetri con il campanello, i libri che sembrano ridere dagli scaffali. Questo è il grande regalo che ci rimarrà per sempre dentro e che mi porta continuamente a tornare a far visita a questo film. Le atmosfere sono tutto, è il ricordo che si annoda come un fazzoletto al cuore. Ed in C'è Posta per te è fatto soprattutto di pagine, di copertine, di illustrazioni. E' fatto di libri. Libri alle cene, libri con rose tra le pagine per riconoscersi, libri con cui incantare i bambini, libri su cui piangere per la fine di un sogno, libri che guardano i protagonisti mentre si scrivono mail. Io amo l'amore di Kathleen per i libri, la sua malinconia nel doverli lasciare andare, il ritornarvici, anche solo per un secondo, anche se costretta ad entrare nella libreria del nemico. L'amore per i libri che è qualcosa di più che semplice passione: è identità, è pura esistenza, l'idea di appartenere a qualcosa così profondamente che non si può lasciarla andare. L'amore per i libri è la vera fibra costitutiva del film, è l'atmosfera che l'impregna in ogni fotogramma, in modo sottile ma onnipresente. La potremmo definire un'atmosfera letteraria, che circonda tutto come un buon profumo di biscotti appena sfornati e che finisce coll'insinuarsi anche nella narrazione. I protagonisti, infatti, si raccontano come in un romanzo a puntate, costruiscono biografie romantiche l'uno dell'altro, si donano attraverso una tastiera e trasformano la quotidianità in qualcosa di eccezionale. E ditemi, non è questo che fanno i libri in fondo? Trovare farfalle in metropolitana?  Per me la risposta è già data da quell'abbraccio raggomitolato sul divano da cui tutto è iniziato. Sì, è proprio questo che fanno i libri.
Duille


domenica 4 giugno 2017

Ansia sociale e procioni rabbiosi

Parlare di ansia sociale non è facile perché si deve affrontare un intero mondo popolato da creature spaventose ed astute, tutte interessate a succhiarvi come ghiaccioli al limone e più organizzate di una banda di mafiosi. Oltre al Rimugiserpe e al Pipistrello (che ha avuto il suo articolo ad honorem qui), esiste un terzo componente dell'allegra banda dei musicanti di Brema: il PROCIONE RABBIOSO.
Il procione è fondamentalmente il braccio armato del Rimugiserpe, è un hooligan eternamente frustrato ma con grande padronanza del vocabolario, che ti passa a fil di spada grazie solo alle doti dell'insulto selvaggio. Il suo obiettivo è farti sentire una nullità, convincerti che tutto quello che fai (o che non fai) sia sbagliato ma, soprattutto, che tutto quello che accade sia colpa tua. Attenzione però, perché la colpa non riguarda solo le azioni sbagliate, ma il tuo stesso modo di stare al mondo. Fondamentalmente, il procione perora la causa del Rimugiserpe sostenendo la tua erroneità strutturale. Solo, lo fa in modo più energico. Laddove infatti il Rimugiserpe è tutta ragione, che ti smonta pezzo a pezzo a colpi di logica, lasciandoti nuda come un lumacotto sull'asfalto, il Procione è pura forza bruta, che ti scuote come un banano sotto al suo tifone di improperi fino a farti cadere tutti i nervi. Laddove il Rimugiserpe è dissuasione, il Procione è punizione: punizione per aver eluso il controllo della serpe razionale, mettendo il nasino da topo fuori casa, ma anche punizione per aver ceduto al suo controllo, rinunciando a quel gesto di autodeterminazione. Della serie, "mai 'na gioia", per usare un'espressione da giovinetti. Per capire l'impatto del Procione nella vita di un ansioso sociale, urgono dei riferimenti culturali esemplificativi: il procione è paragonabile all'indigestione dolorosissima che si sviluppa quando, per gola, si mangia il proverbiale boccone di troppo, o all'insulto dei compagni quando manchi la palla durante una partita di pallavolo. E' la signorina Rottermeier e la preside Trinciabue, è un ibrido di Vernon e Petunia Dursley con in mano il nodoso bastone di Dudley. Il procione, infatti, è maestro dell'insulto violento ma strategico, poichè sa colpire tutti i tuoi punti vitali come neanche Ken Shiro riuscirebbe a fare. Gironzola con un pugno di ferro fatto di frasi velenose come la mela della Strega di Biancaneve, ed il suo hobby preferito è urlartele, sputacchiando, ad un centimetro dell'orecchio come un caporal maggiore in preda ad un attacco di nonnismo. Come dicevo, viene sguinzagliato in molteplici occasioni, per esempio, quando l'approccio persuasivo del nostro Scoraggiatore razionale non raggiunge lo scopo di farci desistere dal nostro intento "suicida", ovvero quello di partecipare al Terribile Evento (che potrebbe essere una banalissima riunione, una cena tra amici o il chiedere una semplice informazione ad un passante), oppure quando, stanchi del continuo sabotaggio della nostra mente, rinunciamo direttamente all'evento per zittire il suo sibilante discorso. 
In entrambi i casi, il Procione partirà all'attacco seppellendoci di insulti fino a sotterrarci, mettere una lapide sulla nostra tomba e un necrologio sul giornale, usando frasi mantra dal suo più classico carnet di proposte, che prevede evergreen quali: "sei una fallita", "non riuscirai mai a combinare niente nella vita", "rimarrai triste e sola per sempre" e "nessuno ti amerà mai", per poi passare ad una sequela di rimproveri adattati al contesto di riferimento. Se saremo andati al Terribile Evento, il Procione provvederà a sbobinare ogni secondo della nostra serata facendoci notare, sempre a suon di urla e di insulti, quanto siamo stati inadeguati in questa o quella situazione e quanto ci siamo resi ridicoli con i nostri goffi tentativi di conversazione, il tutto supportato, ovviamente, dall'immancabile Rimugiserpe che provvederà ad indicarci i punti più salienti delle nostre inadempienze umane, creando una combo inarrestabile che avrebbe sconfitto pure i Power Rangers in versione robottone. Se invece avremo rinunciato, inizierà a rimproverarci del nostro fallimento come esseri umani, della nostra scarsa forza di volontà, della nostra vigliaccheria. Alla fine, in qualunque caso, il risultato sarà lo stesso: schernirci e sputarci addosso tutta la nostra inadeguatezza, la nostra pochezza intellettuale, la personalità di cartone, la presenza di un comodino, la simpatia di un muro bianco fissato per ore, l'arguzia di un tacchino e la forza di volontà di un bambino di fronte alle caramelle e ci consiglierà l'unica soluzione possibile per risolvere questo pasticcio costitutivo, ovvero la piattaforma ecologica. Come potrete aver capito, il Procione è un tipo diretto a cui non piacciono i giri di parole. Va fiero della sua onestà fin troppo sadica, un'onestà che, tra l'altro, sente di dover condividere a tutti i costi con le persone interessate, nella fattispecie noi poveri esseri portatori d'ansia, che non potremo sfuggire a quella che lui considera una dura verità capace però di forgiare il nostro carattere. Alla fine, ci ritroveremo a rintanarci come un gomitolo di lacrime nell'angolo più remoto del letto, aspettando la fine di questo bombardamento sui tetti della nostra città psichica. Perché, fortunatamente, anche il procione ha una barra dell'energia ad esaurimento e, per quanto gli piaccia tormentarci, si ritroverà ad un certo punto ad essere a corto di parole. La cosa fastidiosa (e un po' triste) è constatare che questo livello spropositato di rabbia venga in realtà da noi, che noi siamo il Procione e che quello sparare sulla croce rossa sia tutta farina del nostro sacco. Sono convinta però che, una volta interiorizzata questa verità, saremo in grado di riassorbire i nostri aguzzini come delle gelatine, liberandoci finalmente da tutta questa carica di non amore verso noi stessi. Nel frattempo, suggerisco di aprire l'ombrello per superare questo momento se non indenni, almeno asciutti.

Duille


martedì 30 maggio 2017

Distesa

Ho sempre creduto che la nostra sia una razza che ha un po' dimenticato la sua anima animale. Ci siamo meccanicizzati in obiettivi e leggi che abbiamo creato da soli ed in cui ci siamo avviluppati fino a strozzarci, come se fossimo avvolti in un bel nastro di raso rosso diventato ormai troppo stretto. Siamo come quei bimbi dell'antica Cina che venivano fasciati strettamente nelle bende, così da crescere nel modo giusto, un modo che abbiamo deciso noi, ma da troppo tempo contro di noi. Nel grande piano per la nostra umanità abbiamo dimenticato di includere la nostra animalità, le nostre origini, il nostro naturale spirito lento, fatto di stagioni, di albe e tramonti, di piogge e nevicate. In realtà siamo molto meno simili agli automi razionali che dovremmo essere e molto più simili al gatto che, sdraiato su un cornicione, osserva pigramente il mondo, o alla gru, che tiene le zampe al fresco nelle risaie di maggio. Non sarebbe bello perdere quello scopo meccanico che ci siamo inventati e recuperare, almeno in parte, il nostro scopo naturale, che è solo quello di essere, e non di arrivare? Talvolta, in quei pigri pomeriggi primaverili, in cui il vento soffia morbido sugli occhi, in quelle estati calde fatte di ranocchie gorgoglianti, o in quelle sere d'inverno battute dalla pioggia o accarezzate dalla neve, io credo che lo sentiamo ancora, quello scopo naturale, e, se siamo fortunati, potremo abbracciarlo.
E' quel senso di pigrizia che assale come una stoffa di seta, rilassando tutto il corpo. E' quel senso di calma che sento oggi. Il mio spirito animale che mi chiama. Il mio totem. Oggi infatti mi sento stanca, di una stanchezza priva di nervi. Mi sento molle come un gambo di erica, priva di ossa e di durezze. Sono elastica come una foglia di nocciolo e sciolta come un cristallo di ghiaccio notturno diventato ormai rugiada. Mi spando sulle superfici, mi percepisco allargarmi come un'alga sulla spiaggia o come una medusa sospesa nell'acqua. Ho perso i muscoli, si sono stesi anche loro, come panni al sole, ed insieme ci lasciamo andare verso le periferie, occupando gli spazi, ampliando la massa, senza chiedere permesso, senza sensi di colpa, riempiendo i vuoti che sono nostri di diritto, in questo mondo immenso che ci circonda. Dispongo in fila ogni cellula, come se fossi un rombo o una sogliola, dispiegandomi come una manta, affinché tutte possano vedere il sole. Mi allungo  come un millepiedi, sento i tendini stirarsi di felicità e calcolo l'ampiezza del mio essere sulla base della larghezza delle mie braccia aperte a stella. Sento la nuca tastare il terreno ed il corpo aprirsi come le ali di un falco grigio. E tutto ciò che sono ora è un desiderio di eternità, di prati soffici in cui sciogliermi ed in cieli frondosi in cui immergere gli occhi. Sento il presente scivolarmi addosso come un rivolo d'acqua, sempre più ampio, ma gentile, privo di spigoli. Mi sembra di essere sul fondo di un ruscello, sdraiata sul fondale limaccioso, circondata dalla rotondità dell'acqua, a guardare la luce che filtra in mille fotoni liquidi attraverso questo cielo denso. Non ho fame, né sete. Non ho colpe, né fretta, né luoghi, né tempo. Non ho passato, né futuro. Ho solo questo attimo fatto di respiri che mi risuonano con intimi sussurri dentro il petto. Ho questo cielo sopra di me e questa terra, bellissima, sotto le dita dei piedi. Oggi sono distesa come un albero di betulla ed immobile come una notte di stelle. Oggi sono fatta di canti di grillo e di fruscii di erba, mi disseto attraverso la pelle, come una spugna, bevendo luce e vento. Gioco con le mani, guardo le dita dondolare nell'aria, prima d'intrecciarle sulla pancia, ad accordarsi con il respiro, a trovare il ritmo con il battito del cuore. Oggi sono pianta, animale e tempo presente. Oggi mi godo il mio essere viva in un mondo vivo. Oggi sono esattamente dove dovrei essere. In me. Con me.
Duille


domenica 21 maggio 2017

Bowling (non) mon amour

Nella mia lunga esperienza da ansiosa sociale, ho avuto modo di affrontare diverse situazioni che definirò spiacevoli solo per non spaventare tutti con la mia attitudine al dramma perpetuo che, so bene, potrebbe risultare un tantinello eccessivo. Mettiamola così: quando parlo di spiacevolezza, voi immaginate l'emozione provata dalla regina Maria Antonietta davanti alla ghigliottina.
Ecco, quello è il vostro metro di paragone. Teniamo inoltre in conto che tali situazioni, da molti di noi interpretate come l'avvento dell'anticristo travestito da Ronald McDonald, risultano neutrali per l'universo, se non addirittura divertenti. Divertenti, capite? Riuscite già a cogliere il paradosso della nostra incomprensibilità? Lo sentite aleggiare col suo tanfo da eremita senza spazzolino sulle nostre esistenze? Capite quanto debba essere fastidioso sentirsi spaventati e contemporaneamente dei giganteschi imbecilli? E' come se fossimo in una puntata di The Walking Dead avendo come nemici gli orsetti del cuore. Siamo in un film horror a basso budget in cui il villain è una pecora mannara. O una palla da bowling bulla. Ebbene sì, è lei la protagonista di questa puntata di "a spasso per Wonderland". Il bowling per me è un luogo malefico quasi quanto la parrucchiera, che mi costringe ad una preliminare preparazione da soldato, un lavorìo da matematico alle prese con la teoria dei quanti durante l'evento e ad un periodo di depressurizzazione da palombaro nei giorni successivi. E allora, mi domanderete, perché ci vai? Ma per la necessità di fingermi una persona normale, ovvero la stessa motivazione che mi spinge a mettere piede in questo campo minato che voi chiamate società. Così anche stavolta, mi sono piegata a questa tortura legalizzata in nome dell'inserimento sociale, durante una serata tra colleghe. Naturalmente avevo passato i giorni prima guardando spezzoni dei Flinstones e ad esercitare la mia poker face, anche detta "faccia da bonzo", ovvero l'espressione dell'imperturbabilità che ho scelto come mia maschera ufficiale. Ho tentato di schiacciare le paure con tutto quello che avevo, dallo scacciamosche, alle rane, al DDT, finendo con l'evergreen della mia vita: impanicarmi fino ad essere fisicamente troppo stanca per potermi impanicare ulteriormente. Ho riflettuto, ho cercato di tranquillizzarmi a colpi di razionalità, ho ceduto all'emozione, ho negato il problema, ho avuto accessi d'ira con me stessa e momenti di sconforto depressivi, l'ho buttata sul ridere per non piangere, ho deciso di non andare, poi di andare in nome della scienza e del futuro, poi di non andare di nuovo, in vacca alla scienza e al futuro, ho abbracciato l'ipotesi della clausura e alla fine mi sono ritrovata davanti all'armadio a scegliere i vestiti più adatti all'occasione. Era iniziata l'operazione mimesi. Se proprio dovevo morire, che almeno gli altri non se ne accorgessero.
Adesso, prima di raccontarvi i dettagli della mia partita, urge una necessaria premessa, ovvero spiegarvi cosa renda il bowling simile ad una passeggiata nella grotta di Polifemo che "non ci vede più dalla fame". Ebbene, la questione ruota intorno a due problemi: il primo è l'esposizione mediatica. Il bowling è un gioco in solitaria che impone al giocatore di lanciare la palla su una pista sotto gli occhi di tutti. Tradotto in ansiolese: il bowling è una pratica di tortura medievale che si basa sulla gogna sociale attraverso prove impossibili quali far rotolare una palla di pietra su un piano orizzontale mentre si hanno gli occhi di tutti (estranei compresi) puntati addosso. Neanche la Santa Inquisizione avrebbe saputo fare tanto. Il secondo problema è l'ansia da prestazione. Per noi la qualità della prestazione è legata alle possibilità di inserimento sociale. Capite bene il mio livello di stress nel tentare di eccellere (o almeno essere decente) in un gioco in cui sono brava quanto un pinguino in una corsa campestre. Naturalmente, sapevo bene che questa serata avrebbe allungato di altri sei mesi la mia terapia. Eppure, eccomi lì, seduta sulla seggiolina, a sudare freddo mentre fingo una mimesi impossibile a colpi di sorrisi forzati e plasticose disinvolture. Quella sera, le mie preoccupazioni maggiori erano due: non beccare mai neanche un birillo (alias, fare la figura dell'acquirente a cui hanno rifiutato la carta di credito) e finire in fondo alla classifica. Quest'ultima cosa mi ossessionava, perché avrebbe confermato il mio mastodontico livello di sfigataggine che, come sempre secondo il principio della diffusione, sarebbe diventato l'ennesimo simbolo della mia pochezza esistenziale. Per farla breve: fai schifo a bowling = fai schifo in tutto, resterai sola e morirai circondata da gatti in una vecchia catapecchia, senza neanche un cane al tuo funerale. Lo so, è un tantino esagerato, ma giusto un pochino! Ovviamente, tutto questo fatalismo aumentava esponenzialmente il mio livello di stress nel momento del lancio della palla, a cui si aggiungeva l'imbarazzo di avere almeno 6 paia d'occhi puntati addosso. Sono stati 10 turni di agonia pura, in cui la mia attenzione si è focalizzata su tutto fuorché la palla. Non avevo idea di quale incantesimo dovessi pronunciare perché la palla andasse dove volevo, e comunque avevo cose più urgenti a cui badare, per esempio non farmi venire una crisi di nervi. Così ho spezzettato la mia attenzione e ho tentato la procedura del cerotto: strappo veloce e (si fa per dire) indolore.
Mentre sceglievo la palla (la più leggera per le mie braccine dai muscoli di carta velina), ho tenuto gli occhi bassi, applicando l'insegnamento del mio cane, secondo cui "se non ti vedo, non esisti". Quindi ho iniziato, per 10 volte, la camminata di Maria Antonietta verso la ghigliottina di birilli. Per 10 manche ho tenuto a bada i ruggiti del Serraglio, continuando a ripetermi che nessuno avrebbe badato a me, o giudicata né riso, e che comunque non ero mica Katy Perry, quindi perché qualcuno avrebbe dovuto guardarmi? Per 20 volte (due tiri per ogni manche), quando ho lanciato la palla, ho atteso, in un tempo che si dilatava all'infinito, che quella maledetta schifosa scivolasse in slow motion verso il mio destino. Ed immancabile, provvedevo ad una supplica con immaginaria prostrazione a terra verso questa palla di cannone riconvertita. Ad onor di cronaca, qualche birillo l'ho preso e ho fatto pochissimi tiri a vuoto. A rigor di cronaca, sono arrivata ultima lo stesso. Il momento più drammatico era però sempre quello in cui dovevo voltarmi per affrontare le mie colleghe alla fine dei miei tiri da pensionato. Temevo quegli sguardi come gli studenti temono lo sguardo della professoressa durante le interrogazioni. Solo il desiderio di diventare un tutt'uno con la sedia, che prometteva qualche minuto di totale invisibilità mi davano il coraggio di strappare anche quel cerotto. Per 10 volte ho raccolto le energie, ho messo la mia faccia da bonzo (sempre più tirata) e mi sono voltata, ghignando fintamente di fronte alla mia scarsezza atletica. La mia fortuna è stata che il locale che avevamo sciolto aveva l'aspetto tamarro e l'anima del nonno Pera, quindi a mezzanotte tutti a nanna e tanti saluti al secondo giro. Sia lodato il Cielo! Il mio sistema nervoso non avrebbe retto altri 10 tiri! Alla fine quindi, usando tutte le tecniche imparate in questi anni, posso dire di non essermi goduta appieno la serata, ma almeno di essere sopravvissuta senza desiderare di evaporare e, soprattutto, senza troppi sensi di colpa, che sono i nostri equivalenti del vostro post-sbornia. In fondo, per noi le regole sono chiare: sopravvivere innanzitutto. E se ci scappa pure una risata, beh, quello è tutto grasso che cola!
Duille 


domenica 14 maggio 2017

Eurovision Song Contest: celebrate diversity

C'è chi aspetta Sanremo come se fosse l'avvento del Messia, chi aspetta tutto l'anno la nuova edizione di X Factor, chi si pompa di energy drink per affrontare il festival del Primo Maggio e chi, invano, attende il ritorno del Festivalbar. E poi ci sono io, che aspetto l'Eurovision Song Contest.
Lo aspetto con la trepidanza con cui Giulietta aspettava Romeo, lo ammiro con lo stesso sguardo di passione con cui un gatto adocchia la sua pappa, lo vivo con la felicità di un bambino davanti ai gonfiabili, insomma, sono una vera fan, anche se da relativamente poco. Ma la domanda che alcuni di voi potrebbero porsi è: cosa diavolo è l'Eurovision Song Contest? E' forse la fiera canora dell'ormai defunto Euromercato? E' un festival delle musiche tradizionali europee? E' una nuova trovata di Youtube per far conoscere adolescenti canterini appena saltati dentro alla pubertà? No. O meglio, Ni. Perché di fatto è un festival e c'entra la musica, anche se non necessariamente tradizionale. Fondamentalmente, si tratta dei Giochi senza Frontiere in versione musicale. O, come dice la buona Wikipedia (che tutto sa), è il Sanremo europeo, senza tutte le chiacchiere soporifere e il gusto per il melodramma che ci mettiamo noi (quest'ultima parte l'ho aggiunta io). Il meccanismo è semplice: 41 paesi europei (tra cui un inspiegabile Israele che, se la geografia non è un'opinione, non fa parte dell'Europa) e l'ospite fissa dell'Australia (che ogni anno si comporta sempre più come il pesce), si affrontano in una gara canora che decreterà un vincitore europeo. La gara si snoda in tre serate, composte da due semifinali e una finale, con votazione al 50% tramite televoto e al 50% data da una giuria di esperti per ogni paese. E se alcuni di voi stessero ancora storcendo il nasino pensando che l'Eurovision sia una sciocchezza, sappiate che tra i vincitori figurano addirittura gli ABBA. Gli ABBA!!! Insomma, non certo il primo cantante raccattato da sotto la doccia! Ma i motivi per cui L'Eurovision è bellissimo non si limita alla sua storia millenaria (è attivo dal 1956), al fatto di essere finito nel Guinness World Record come programma musicale più longevo della storia o alla partecipazione di cantanti famosi. L'Eurovision è bello perché è adatto a tutti i palati, anche ai vecchietti con la dentiera che mangiano la pasta scotta, accontenta tutti, è fatto dei più alti ideali e del più squisito trash che si possa immaginare, il tutto declinato nella più nobile delle arti: la musica. Quindi che tu sia un tamarro o un intellettualoide, avrai di che gioire guardando l'Eurovision. E questa è sicuramente la sua prima grande forza: unisce i popoli.
Non solo tamarri e hipster, che si possono trovare a condividere i popcorn sullo stesso divano, ma anche le popolazioni europee, che entrano in contatto con culture diverse e, soprattutto, canzoni a cui, altrimenti, difficilmente avrebbero potuto avere accesso (alla faccia della globalizzazione). L'idea è la stessa delle Olimpiadi greche: far smettere tutti di scannarsi per qualche giorno e concentrare la sfida su un campo più creativo, solidale e indolore. Se proprio dobbiamo essere nazionalisti, facciamolo in nome dell'arte. E magari, ci scappa anche il voto per un paese che, in altre circostanze, non avremmo neanche considerato sull'atlante. Celebrate diversity, celebrare la diversità, è questo il motto dell'Eurovision. Mescolare, contaminare, stimolare ed incuriosire, con l'utopico (lo sappiamo) obiettivo di abbattere i muri e smontare i pregiudizi utilizzando l'unico vero linguaggio universale, che non è la matematica, per quanto possano dirne i vostri professori, ma la musica. E' così che magari, ci potremmo sorprendere a sentire una cantante rumena fare lo Yodel (sì, ragazzi, è successo quest'anno) o scoprire un sound spiccatamente rock nel gruppo ucraino. Se poi siamo fortunati, incontreremo un cantante, o una canzone, che ci farà innamorare al punto da inserirla nel nostro catalogo musicale di spotify, così da spuntare un altro paese nel nostro mappamondo musicale. E l'Eurovision ha trovato un modo molto furbo per dare allo spettatore la spintarella che gli serve per interessarsi alla musica di altri paesi: il sistema di votazione infatti prevede che ciascun paese non possa votare il cantante che lo rappresenta. In questo modo, quindi, finiamo tutti con il buttare nel cestino quel nazionalismo torbido che si alimenta di stereotipi per adottare un sano atteggiamento sportivo. Ma, come dicevo, L'Eurovision Song Contest ha una seconda bellezza, altrettanto allettante e tremendamente spassosa: la sua indiscutibile vena trash. Il programma ha infatti una sottile linea rossa tra il buongusto e il cattivo gusto su cui difficilmente riesce a restare a lungo e che rende tutta la sua visione estremamente divertente e pittoresca, un po' come guardare un ubriaco che cerca di camminare diritto davanti a sé. L'uso massiccio di ventilatori per far svolazzare ogni pelo presente sulla testa delle cantanti donne (e mi raccomando, solo donne), l'abuso di fontane d'artificio ad ogni cambio di intonazione e alcune canzoni a dir poco imbarazzanti che vengono proposte durante il concorso sono le vere perle di questa competizione. Quest'anno, sicuramente la corona se l'è aggiudicata il rappresentante del Montenegro, una versione magrolina di Kahl Drogo del Trono di Spade con una sicurezza gigantesca, una passione per le maglie trasparenti e i pantaloni attillati, ma che purtroppo temo avesse dimenticato in camerino le doti canore quanto le capacità di danza. Una gioia per gli occhi! Un discorso a parte, poi, meritano i vestiti dei concorrenti. A quanto pare, L'Eurovision è l'occasione per sfoggiare i vestiti più improbabili della storia, con piume, tulle, spacchi vertiginosi, risvoltini che farebbero venire colpi aplopettici a molte persone che conosco e inspiegabili fughe di calzini che interessa tutti i partecipanti maschili.
La Svizzera, in versione cosplay fashion di Titty
E ancora lustrini, brillantini, design dalle ispirazioni più particolari, gonne che occupano mezzo palco, abiti da principesse dai colori più accesi, spalline con manie di protagonismo e tutti gli accessori che possono aumentare il livello di svolazzo garantito dagli immancabili ventilatori. Come potrete aver intuito, la parte da leone la fanno le signore, che si sbizzarriscono alla ricerca degli indumenti più faraonici che riescono a trovare, strizzandosi a dovere dove serve e sigillando il tutto con ettari di raso, tulle e paillettes. E dato che sono eternamente costrette a fronteggiare le trombe d'aria artificiali del programma, compensano aumentando il buco dell'ozono a furia di lacche per capelli, spray e gel fissanti al solo scopo di evitare il disastro di finire la performance con l'aspetto dello zio It della famiglia Addams. Così troviamo capelli che sfidano le leggi della gravità, acconciature che sembrano scolpite direttamente sullo scalpo e ricci perfetti che sono stati probabilmente passati precedentemente in un bagno di amido. I riferimenti ai classici Disney si sprecano, ovviamente, con vari modelli di Else, diverse allusioni alle principesse di tutti i lungometraggi dagli anni '60 ad oggi, comprese quelle pinnate, e, naturalmente, l'immancabile abito bianco che sembra comprato direttamente nel negozio di spose di Kleinfeld. E infine, i commenti di twitter, che sono la ciliegina sulla torta di tutto questo enorme circo mediatico perfettamente riuscito. Ho sempre pensato che gli italiani avessero un grande senso dell'umorismo e, quando non sono offensivi, riescono a produrre risate irrefrenabili. L'Eurovision dà loro la possibilità di scatenarsi, producendo così uno show nello show, con esilaranti commenti sulle canzoni, sugli abiti, sugli artisti, sulle coreografie, sui ballerini. Ogni anno c'è chi si innamora del belloccio di turno e chi cade ai piedi della dea per eccellenza, chi si interroga sulla propria vita, così diversa dal diciassettenne bulgaro sul palco, e chi semplicemente esprime con entusiasmo il proprio apprezzamento. Ma al centro di tutto restano comunque loro: le canzoni. Canzoni in lingua originale o in inglese, canzoni che fanno ridere, canzoni che attingono a piene mani da tutte le decadi musicali, canzoni improbabili ma che stranamente funzionano, canzoni originalissime e canzoni da annotare nel taccuino del proprio cuore. Alla fine di questi tre giorni, vi assicuro, sarete pienamente soddisfatti del bagno di immagini e suoni a cui avrete assistito. E poi avrete altri 365 giorni per recuperare tutta la discografia dei gruppi che vi sono piaciuti. Così, giusto per sbattere in faccia la vostra geografia musicale davanti all'amico espertone di musica. L'Eurovision ci dà anche questo tipo di soddisfazione. Cosa si può volere di più?
Duille


domenica 7 maggio 2017

Capitolo 19: 13 reasons why

C'è chi legge il libro prima di vedere il film e chi fa esattamente l'opposto. Io, leggendo 13, di Jay Asher, ho deciso di fare le due cose contemporaneamente, guardando la serie in tempo reale. Credevo fosse necessaria un'esperienza immersiva in questa storia che è tragica già dalla copertina del libro: 2 occhi gonfi di pianto, col trucco slavato, e uno sguardo rabbioso su una pelle livida e bianchissima.
Così mi sono fatta sommergere da questa massa scura che è 13. 13 ragioni per cui Hannah Baker si è suicidata, ingerendo delle pasticche, a soli 17 anni. 13 ragioni che inchiodano tutti, compreso il lettore, nella duplice posizione di vittima e carnefice. 13 ragioni che Hannah ha inciso su delle vecchie audiocassette indirizzate ai suoi 13 protagonisti, che sono destinati ad ascoltarle, se non vogliono vedere i loro segreti diffusi da un anonimo possessore delle copie di quella confessione. Noi ascolteremo i nastri insieme a Clay, un timido compagno di scuola di Hannah. Clay è la seconda voce narrante, il punto di vista esterno alla vicenda, che completa, con la sua prospettiva, il quadro di una realtà altrimenti irrimediabilmente parziale, perché intriso ed accecato dal dolore di Hannah. Contemporaneamente Clay è anche il portavoce onesto del pensiero del lettore: attraverso le sue riflessioni prenderanno corpo sulla pagina le nostre opinioni più oscure ed irrivelabili, l'incomprensibilità iniziale e la graduale acquisizione di consapevolezza, fino al muto dolore dato dalla profonda comprensione della verità. L'intera vicenda si svilupperà nell'arco di una infernale notte di vagabondaggio e dolore, in cui tutte le carte saranno messe sul tavolo, nude, esposte al giudizio di tutti, lo stesso giudizio che ha condotto Hannah alla sua fine. 13 è un libro attuale ed estremamente drammatico, che sfrutta un linguaggio ed una grafica adolescenziale e con un taglio emotivo travolgente, volto a coinvolgere moltissimo il lettore, ponendolo nella duplice posizione di vittima, immedesimandosi in Hannah, e di carnefice, attraverso le azioni dei personaggi che popolano le cassette. Il romanzo affronta temi densi e scottanti, come il suicidio, il bullismo e la complicità delle masse in questi due fenomeni. Innanzi tutto, 13 parla di suicidio: attraverso le parole di Hannah, attraverseremo la strada dolorosa che l'ha spinta verso questa scelta definitiva, la vedremo perdere la speranza, la fiducia nel prossimo, e sostituirle con un senso di prevedibilità e delusione che l'avvolgerà come una coperta di lana grezza, che irriterà la sua pelle fino a renderle insopportabile la vita. Alla fine di questo percorso, assisteremo impotenti al duplice suicidio di Hannah: un suicidio dello spirito, prima, a cui seguirà quello del corpo. Ci verranno però spiegate anche le motivazioni di questo gesto. Spiegazioni che spesso saranno difficili da capire, anche quando si troveranno sotto al naso. Verrà da chiedersi: "Tutto qui"? Ma non è tutto qui, quando si ha 17 anni e la sensazione di non avere il controllo sulla propria vita, come dice Hannah, e di non avere nessuno che aiuti a raccogliere i pezzi. Hannah sembra essere stata uccisa tanto dalle parole quanto dai silenzi, dalla solitudine in cui tutti l'hanno relegata, dall'essere totalmente ignorata, dall'invisibilità. Dalla sensazione che a nessuno importi di lei, anche di fronte alle richieste di aiuto, anche di fronte alla possibilità della sua morte. A nessuno sembra importare della sua vita. E se non importa a nessuno, che senso ha che importi a lei? Questo introduce il secondo tema del romanzo, legato a doppio filo al primo: il bullismo.
Un bullismo molto diverso da quello che siamo abituati a vedere nei lungometraggi e nei documentari, un bullismo più femminile, che si fonda su parole su cui collassa un'intera esistenza, che schiaccia in una definizione immutabile. Quello che subisce Hannah è un duplice bullismo: quello delle dicerie sul suo conto, mai smentite da nessuno, che la marchiano a fuoco con una lettera scarlatta di cui non si libererà mai e che allontaneranno tutti, lasciandola sola con se stessa o circondata da chi, invece, da quella reputazione è attratto, e quello del silenzio, dell'emarginazione e dell'isolamento a cui tutti la sottopongono, più o meno volontariamente, per paura di essere contagiati a propria volta, per adesione al gruppo, perché si crede acriticamente alla diceria o per egocentrismo e che coinvolge tutti quanti, lettore compreso, rendendoci carnefici inconsapevoli. Questo tipo di bullismo, che fa dell'omertà il suo tratto distintivo, è ciò che rende complici, concause della scelta definitiva e di cui nessuno è esente, neanche coloro che su quelle cassette non ci sono. Un bullismo che non è dettato dalla cattiveria, ma dall'insicurezza, dalla superficialità, dal mettere se stessi prima degli altri. Il silenzio omertoso ha ucciso Hannah tanto quanto i pettegolezzi e le pastiglie. Se si fosse insistito un po', se si fosse scelto di faticare, di andare oltre alle apparenze e alle barriere, qualcosa sarebbe cambiato. E' l'effetto farfalla, il grande messaggio di fondo del romanzo. Come un battito d'ali in un angolo del mondo può produrre un uragano dall'altro lato del pianeta, così ogni gesto ha delle conseguenze, in positivo o in negativo. Una lista può uccidere così come un bigliettino di complimenti può salvare la vita. Il libro ci insegna che tutti abbiamo un effetto sul mondo. Il punto è: che tipo di effetti vogliamo produrre? Perché non possiamo esimerci, non è un'attività facoltativa. Sia che decidiamo di agire o di non fare nulla, causeremo una conseguenza. Sugli altri. Come quello che è accaduto ad Hannah Baker. Quindi agiamo ed agiamo con coscienza. In conclusione, 13 è un romanzo crudo, fortemente emotivo, fisicamente doloroso, che non si sottrae mai, che tratta tutto a cuore aperto. E' un libro che scarnifica e che costringe a guardare in faccia il dolore che potremmo aver causato e le sue conseguenze, in un'atmosfera di irrimediabilità che dà claustrofobia. Perché nel momento in cui leggiamo la prima riga del romanzo, è già troppo tardi. E questo "troppo tardi" stritola il cuore fino a soffocare e ci spinge ad una speranza disperata, quasi biologica, la speranza che Hannah, alla fine, ce l'abbia fatta. Che qualcuno l'abbia salvata. Che abbia visto che intorno a sé c'erano anche delle mani tese, anche se riteneva fosse troppo tardi. Allo stesso tempo però, credo che 13 non sia un libro totalmente privo di speranza perché, restituendoci la responsabilità, ci rende anche il potere di agire, di usare l'effetto farfalla in modo consapevole, di scegliere con cura le nostre azioni, di tendere una mano per fare la differenza. 13 è un libro che demolisce pezzo a pezzo le nostre difese protettive, portandoci al cuore. Alla verità di poter cambiare il mondo con un battito di ali.

Duille

"Ma è proprio questo il nocciolo della questione. Non si può mai sapere con certezza che tipo d'impatto ognuno di noi può avere sugli altri. Spesso, non ce ne rendiamo nemmeno conto. Eppure, questo impatto esiste eccome." (p. 130)


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