domenica 18 febbraio 2018

Telefilm addicted #16: Britannia

Si può parlare di Britannia, la nuova serie tv fantasy-storica approdata sui nostri schermi a gennaio 2018, in due modi: come un prodotto a se stante o come tentativo di sostituirsi al suo cugino, più assurdamente famoso, Game of Thrones.
Se lo consideriamo come aspirante erede della nuova Zecca televisiva degli ultimi anni, Britannia sembra fallire ogni aspettativa, un po' come un fratello minore ribelle che non vuole seguire la ancestrale tradizione familiare di diventare avvocato, decidendo piuttosto di girare il mondo in compagnia di un cane pastore e un Narghilè. Se infatti cercherete recensioni di Britannia sul vasto mondo virtuale, troverete sempre la stessa cosa: Britannia non è Game of Thrones. Non ha quel gusto voyeuristico per il sesso selvaggio e il sangue a secchiate, non ha la stessa faraonica mole di personaggi, non ha la stessa complessità della trama né la raffinatezza dei costumi. Insomma, la bocciatura totale, senza neanche un rimandato a settembre. Ma io, unica creatura sulla terra insieme agli eremiti sulle montagne del Tibet, non ho ancora visto Game of Thrones. E questo mi permette di parlare di Britannia senza quella inutile aspettativa da tossico in crisi d'astinenza a cui si rifila lo zucchero invece della cocaina. Britannia, chiaramente, non è Game of Thrones, ma credo non voglia nemmeno esserlo. Detto questo, è davvero una serie da prendere e buttare nel camino per poi non parlarne mai più, come il più imbarazzante segreto di famiglia? Personalmente, non credo. Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto, di cosa parla Britannia? Nata dalla collaborazione tra Sky e Amazon, la serie, che per ora consta di 1 stagione da 9 episodi, narra una versione fortemente (e, sottolineo, FORTEMENTE) romanzata dell'invasione, da parte dell'Impero Romano, della Gran Bretagna, nel 43 d.C. Come accennato prima, non aspettatevi una serie realistica, perché i riferimenti storici fungono esclusivamente da pretesto per contestualizzare una trama dai tratti fantasy e dalle atmosfere squisitamente celtiche. Quella che Britannia ci presenta, infatti, non è la storia di come Roma conquistò la Gran Bretagna, ma il classico scontro epico tra il Bene e il Male, tra l'equilibrio naturale e l'invasore assetato di potere. Ben presto si assiste ad uno scollamento radicale e sempre più definitivo dalla trama storica, di fronte all'avanzata prepotente di elementi magici, rappresentati da inquietanti druidi incartapecoriti che nulla hanno a che fare con il più noto e bonario Panoramix, da oscure profezie alla Harry Potter, da visioni psichedeliche che sconfinano nella tossicomania anni '70, da rituali elaborati che talvolta scomodano convenientemente anche i monumenti megalitici più suggestivi, e da una nomenclatura divina dei personaggi che scardina qualunque aderenza alla realtà per catapultare nel puro fantasy.
La serie, quindi, chiede allo spettatore una forte sospensione dell'incredulità, l'abbandono di ogni riferimento reale e di ogni scetticismo, per entrare in una dimensione onirica, mitologica e a tratti allucinatoria. In cambio, ci regala l'immersione totale più che nella cultura celtica, nell'atmosfera un po' ingenua del celtismo, nei suoi boschi verdissimi, nelle sue formule magiche sussurrate in gallese, nei capelli selvaggi e rosso fuoco di Kerra, la principessa dei Cantii, nei tatuaggi recanti profezie personali incisi sui visi e sui corpi dei protagonisti. Più che raccontare una storia, Britannia vuole suggestionarci, riuscendoci pienamente. Le inquadrature sono realizzate appositamente per esaltare i paesaggi del Galles e della Repubblica Ceca, per dare quel senso di contatto costante con la Natura, quell'intimo legame con la Madre Terra e le sue creature, rendendo così la visione suggestiva, maestosa, mozzafiato. I colori degli abiti e della fotografia sembrano sottolineare questa esigenza di fusione, puramente estetica, con l'ambiente, contribuendo ad immergerci in questo mondo privo di realismo ma estremamente affascinante. Altro punto di forza sono certamente la predominanza di personaggi femminili forti e carismatici, a partire dalla principessa Kerra, ribelle come lo fu Merida nel lungometraggio Disney che il personaggio sembra omaggiare almeno nell'aspetto, per continuare con la regina Antedia, magnifica nella sua bianca chioma vaporosa, che non si fa piegare nemmeno dall'invasore romano, per concludersi con la piccola Cait, incastrata, come nella celebre canzone di Britney Spears, tra il mondo dell'infanzia e il mondo, fin troppo duro, degli adulti.
Detto ciò quindi possiamo dire che Britannia soffra solo di un impietoso ed ingiusto paragone con il Trono di Spade? No. Purtroppo i suoi detrattori hanno parzialmente ragione. Britannia soffre effettivamente di una trama generale e di sottotrame poco incisive, a tratti caotiche negli intenti, con personaggi ben caratterizzati ma non sufficientemente approfonditi, verso i quali si prova simpatia ma di cui non si comprendono fino in fondo le motivazioni reali, a causa di uno scarso approfondimento delle loro storylines individuali, e a cui non ci si riesce a legare affettivamente, come invece accadeva nel caso di The Walking Dead e, suppongo, di Game of Thrones. Anche la scelta di inserire in una serie drammatica numerosi  e palesi comic reliefs, per quanto piacevoli, fa perdere di credibilità ad un prodotto che, per il massiccio uso di elementi magici, di per sé irrealistici, avrebbe dovuto investire molto di più su una struttura narrativa seria, così da permettere allo spettatore di fare quell'atto di fede necessario a dare definitiva vita all'alone magico del prodotto. Dando dei tratti fortemente comici a molti personaggi, e soprattutto ad uno dei protagonisti, il druido Divis, ci si ritrova spesso a mettere in dubbio la veridicità di quanto vediamo. Forse, se si fosse optato per un'ironia più sottile e celata, l'effetto di alleggerimento della componente drammatica sarebbe stato altrettanto efficace senza far perdere di spessore all'atmosfera generale. Infine, ahimè, una gravissima nota di demerito va alle colonne sonore che, per me, grandissima amante della musica celtica, sono state assolutamente insufficienti, dimenticabili e lontanissime dal mondo fantasy-celtico che si è così faticosamente cercato di ricostruire, a partire dalla sigla, tratta da un brano degli anni '60 dal sapore più indiano e beatlesiano che non celtico. Forse gli autori si sono fumati qualche erbetta insieme al druido Veran prima di scegliere le colonne sonore. Comunque una vera occasione sprecata.
Per tirare le somme, posso dire che Britannia non è sicuramente un capolavoro ma nemmeno un prodotto scadente, è godibilissimo, soprattutto per chi ama il mondo fantasy e quello celtico, ha atmosfere molto suggestive che da sole valgono tutto il prodotto e intrattiene moltissimo. Se Britannia non aspira a raccontare nulla di vero, e di certo non potrà essere usato come riferimento storico per una partita di Trivial Pursuit, riesce però a rendersi credibile grazie alla sua capacità di incantare,  suggestionare e rapire l'immaginazione, spingendo lo spettatore a voler tornare ancora, ancora e ancora in quel mondo magico che profuma di muschio e di corteccia. E per un fantasy, questo viene prima di tutto.
Duille



domenica 11 febbraio 2018

Disturbo pre-traumatico da stress

Avere l'ansia sociale significa temere cose che, a conti fatto, sono pericolose quanto una tigre di peluche in scala ridotta e neanche troppo realistica. Ogni contesto sociale è per noi spaventoso come giocare ad una roulette russa per cui siamo consapevoli di non essere né bravi a bluffare, né particolarmente fortunati.
Abbiamo inoltre il "favoloso" dono di fare di tutta l'erba un fascio ed interpretare la realtà sulla base di poche macro categorie dalle proporzioni planetarie, che, solitamente, si riducono all'unica discriminante che conta davvero: la presenza di altre persone. Già questo basta, di solito, ad alzare l'asticella della pericolosità a livelli tali da giustificare una evacuazione di massa e la preallerta della Casa Bianca. Se poi aggiungiamo i fattori di gravità accessori, ovvero quantità di persone, estraneità delle stesse e prestazionalità della situazione, l'indice di mortalità schizza alle stelle e, con lui, anche il nostro stress. Poco importa se tutti quegli estranei con cui dobbiamo interagire sono dei bonzi tibetani che hanno raggiunto la pace interiore o se la situazione è quella di una cena informale che include anche gli amici dei tuoi amici. L'indice parla chiaro: se si deve interagire con molte persone sconosciute nello stesso posto, sicuramente ci sarà un bagno di sangue, voleranno teste e si dovrà lottare per salvare la pelle.
Un po' come fare conversazione con la Regina di Cuori di Alice. In sostanza, quindi, siamo come delle lepri davanti alla ruota di una macchina che si angosciano alla stessa esatta maniera sia che quella ruota li stia per schiacciare sia che sia un semplice copertone all'angolo della strada. Sono arrivata a credere che noi siamo degli specie di veggenti con un potere premonitore un po' difettoso, come quei giocattoli comprati nei negozi cinesi che imitano quelli originali, non riuscendoci mai: "La bambola di Sailor Asteroid", "la maglietta dei Ponemon", "Armando, il robot che gira su se stesso" e, nel nostro caso "Cassandrax, il potere della preveggenza che funziona solo nel 50% dei casi". Ma forse, immaginarci come delle novelle veggenti screditate dal mondo e da se stessi non è la terminologia più esatta. In fondo, noi non anticipiamo le disgrazie collettive, ma solo le nostre e il fatto stesso che non azzecchiamo mai nemmeno l'ombra di un numero al lotto, dovrebbe far capire che, probabilmente, non abbiamo neanche un goccio di questa preveggenza con cui ci piacerebbe consolarci. Ripensandoci, direi che il nostro sia più una versione anticipatoria del Disturbo post traumatico da stress, quindi un disturbo PRE-traumatico da stress. In fondo, le caratteristiche le abbiamo tutte, solo che si sviluppano PRIMA che l'evento che consideriamo catastrofico si palesi. Se prendete in mano i sintomi del disturbo, in effetti, noi sembriamo rientrarci abbastanza agevolmente:

1) L'iperattivazione. Quando un evento potenzialmente spaventoso si palesa anche solo nella forma di spettro del Natale futuro, comincia un periodo di rimuginio, agitazione e nervosismo, il nostro canale intestinale si improvvisa treccia a quattro capi, dormiamo poco e male, le nostre occhiaie sembrano portare il peso delle lacrime che non abbiamo ancora avuto il coraggio di versare, diventiamo irritabili al punto che qualsiasi frase detta con l'inflessione sbagliata può far esplodere un conflitto nucleare e raminghiamo per la casa come anime in pena, quasi sperando che qualcuno ci sbarri la strada giusto per scaricare un po' di quell'oceano di ANSIA in cui stiamo annegando. Vivere con un ansioso sociale quando è nel mezzo della crisi è un bel grattacapo.

2) Flashbacks: nel nostro caso è più giusto definirli Flashforwards, ovvero immagini intrusive che ci mostrano scenari apocalittici di ciò che accadrà quando dovremo affrontare l'evento che ci tormenta. In questo il Rimugiserpe è un novello Dante, capace di dipingerci situazioni al limite del paradossale, ipotizzando cadute di stile così plateali da farci ventilare l'idea di sviluppare un delirio nel quale ci convinciamo di essere non il Messia, ma delle vongole di mare, così da poter giustificare la sparizione in un guscio fatto di coperte e cuscini. Queste premonizioni ci tormentano in ogni momento, come delle zanzare che ronzano insistentemente intorno all'orecchio. Non c'è pace e, soprattutto, non c'è scampo. 
3) Evitamento: questa è fin troppo facile. Gli ansiosi sociali sono dei maestri dell'evitamento. In generale, cerchiamo di costruire la nostra vita in modo da evitare qualsiasi situazione che possa anche solo far affiorare l'idea  di un attacco d'ansia, il che significa costruire routine a prova di bomba,  impegnare gli organi di senso "social", ovvero udito e vista, in attività solitarie di ascolto musicale o di lettura, così da rendersi il più possibile indisponibili a qualsivoglia spunto di conversazione, assumere una rigidità muscolare da ciocco di legno che disincentivi a qualsiasi dialogo e ridurre all'osso l'iniziativa personale. Quando poi ci si ritrova per cause di forza maggiore intrappolati in un Catastrevento, si inizia un nuovo processo di lavorio, nel quale, come quei prigionieri che si rosicchiano un braccio fino a staccarselo per liberarsi dalle catene, immaginiamo ogni possibile scenario di fuga che ci permetta di squagliarcela in modo vagamente dignitoso.

4) Incubi: oltre all'insonnia, che affligge molti ansiosi sociali lasciandoli nottate intere con gli occhi crepati e in balia dei propri tormenti interiori, ci sono anche quelli che, come me, hanno la capacità di veglia di un cucciolo di gatto e quindi non riescono a soffrire davvero di insonnia. Ma non temete, la nostra fortuna finisce qui. Infatti, da bravi carnefici di noi stessi, troviamo modi altrettanto coloriti di tormentarci, per esempio attraverso incubi più o meno espliciti che riguardano il Catastrevento. Il livello di simbolismo può variare in base alla fantasia del nostro inconscio ma, in generale, ciò che accomuna tutti gli incubi è l'angoscia crescente che domina tutta la nottata, paragonabile alla colonna sonora dello Squalo o al coperchio di metallo di una pentola che, cadendo sul pavimento in piena notte, inizia a roteare sempre più rumorosamente fino a fermarsi. Quando il suono termina, gli occhi si aprono e il procione provvede subito a salutare il nostro risveglio con un pugno di consapevolezza nello stomaco. Così, per una virile convivialità. 

5) Alterazioni emotive legate all'evento traumatico: solitamente il Catastrevento è vissuto da noi in modo un tantinello esagerato, lo confesso. Sostanzialmente, in questi momenti, empatizziamo con le mucche che vanno al macello, con i prigionieri nel braccio della morte e con Maria Antonietta davanti alla ghigliottina, anche se il nostro reale rischio di morte è più paragonabile a quello causato dalla telefonata di un amico subito dopo aver visto il video di The Ring che ad un reale involo nell'Alto dei Cieli. Nonostante ciò, e nonostante noi siamo razionalmente consapevoli della "leggera" amplificazione delle nostre preoccupazioni in merito al Catastrevento, viviamo con la sensazione che, durante un momento di distrazione, ci abbiano installato una bomba artigianale sul petto, con un bel display a numeri rossi che conta i secondi che ci separano dal più grande spettacolo, nonché l'ultimo per noi, dopo il Bing Bang, come direbbe Jovanotti. La cosa più curiosa è che in nessun momento di questo ammollo nelle preoccupazioni ci passa per la mente che l'evento non sia poi così catastrofico come sembra, che non siamo dei cuccioli di foca sotto le mani di un bracconiere e che forse, ma dico forse, la bomba non sia altro che un giocattolo di buona fattura. Per noi, il Catastrevento sarà sicuramente la consacrazione della nostra morte sociale, la Walk of Shame suprema, l'incontro con i bulli di tutti i film per adolescenti in cui siamo mai incappati nella vita, lo snudamento definitivo delle nostre inettitudini, il ditino ridicolizzante che sentenzierà il nostro essere noiosi, banali, stupidi e pure vestiti male. Non esiste alcun eroe pronto a salvarci, nessuno sguardo simpatizzante, se non quello della pietà nei confronti della nostra lumacaggine, nessun buon incontro possibile. Solo una marea umana di giudizio negativo causato da sguardi capaci di cogliere ciò che noi già vediamo nello specchio. E questo è quanto.

Alla luce di queste considerazioni, quindi, potremmo legittimamente affermare che soffriamo di Disturbo Pre-traumatico da Stress, che, sebbene non cambi molto nella sostanza, se non altro ha un nome più altisonante e nobile di Ansia sociale e potremmo quasi inserirlo nelle conversazioni senza voler successivamente nascondere la testa sotto terra come gli struzzi. E se qualcuno ci chiedesse spiegazioni in merito, potremmo addirittura citare, tra gli Illustri affetti da questa patologia, la famosa Cassandra, che predisse, senza essere creduta, la distruzione di Troia nel celebre poema omerico. E a quel punto, inforcati gli occhiali da sole, potremmo lasciare la sala come i più orgogliosi degli sfigati. Se proprio dobbiamo soffrire, almeno facciamolo con stile.
Duille

domenica 28 gennaio 2018

Confessioni di un cuor di coniglio

Il mio rapporto con il giorno della memoria è diventato, di anno in anno, sempre più complicato, per motivi che non hanno nulla di ideologico. Per farla breve, potrei dire che ultimamente vivo una lotta intestina tra la mia razionalità, idealista e combattente che veste alla marinara, e il cuore che, negli anni, si è un po' usurato e, consumando il suo esoscheletro di adamantio, mi ha resa morbida come un panetto di burro e impressionabile come un pincher davanti ad un paio di piedi.
Infatti, come credo (spero) tutti, riconosco al Giorno della Memoria l'inestimabile valore storico e la funzione di ammonimento morale per le vecchie e nuove generazioni (perché, si sa, l'essere umano ha la memoria sorprendentemente corta), e seppur talvolta mi ritrovi ad essere critica nei confronti di una certa mancanza di completezza nei discorsi riguardanti quello che comunemente chiamiamo Olocausto (ma che, come sappiamo, non interessò solo gli ebrei - a riguardo vi invito a leggere la bella recensione letteraria di Tanto non Importa), di fatto sono da sempre una fervente sostenitrice di questo evento di ricordo collettivo, soprattutto adesso che, con il passare degli anni, sta perdendo la sua incandescenza e sta diventando sempre meno autobiografico e sempre più asetticamente didattico. D'altro canto però, ne sono spaventata a morte, diciamoci la verità, e il mio cuore egoista, il cui unico obiettivo degli ultimi anni sembra essere diventato quello di soffrire solo in caso di estrema necessità, mi fa notare che sono già sufficientemente sensibilizzata sull'argomento da potermi dare assente giustificata perché "troppo soffice" e che, in fondo, a volte l'ignoranza è una benedizione, soprattutto se non puoi cambiare le cose. Insomma, Cartesio mi avrebbe eretto una statua. Tra l'altro, tutto ciò potrebbe suonare strano detto da me, che ho sempre sostenuto che l'unico modo per incidere davvero il messaggio sulle ossa delle nuove generazioni, fosse quello di puntare tutto sull'emozione. Temo che il problema sia solo che sto invecchiando e il mio cuoricino spugnoso non regge più le forti emozioni che poi mi inseguiranno per settimane come fantasmi dei Natali passati. In ogni caso, qualunque sia la ragione, il giorno della Memoria mi mette di fronte al dilemma Shakespeariano per eccellenza: partecipare o non partecipare? Lasciarlo scorrere via, in nome di una già solida base di conoscenze in materia, tra cui si annoverano decine di film (compresi Schindler's List e La Vita è bella) e la visita ad un piccolo campo di concentramento in epoca adolescenziale, oppure stringere i denti, aprire gli occhi e beccarmi questa annuale mazza da baseball sulle reni, in nome di tutti coloro che, questa scelta, non l'hanno mai avuta? Io credo che questo sia un dilemma di non poco conto, che affligge molti di noi, ma di cui pochi parlano per timore di sembrare insensibili, egoisti o superficiali come lo strato di sapone che forma la bolla sulla nostra saponetta bagnata. Da una parte, quindi, il cuore, che mi dice di evitare ogni contatto visivo, uditivo o aurico con qualsivoglia argomento in merito alla "fonte di ogni dolore", dall'altro la ratio, come la chiamerebbero i latini, che, di fronte al mio quasi cedimento alle ragioni del cuore, manda in avanti la cavalleria con il suo Nazgul più efficace: il SENSO DI COLPA.
giorno della memoria
E quello, signori, non lo batte nessuno. Il senso di colpa di solito decreta la parola "fine" ad ogni mia possibile resistenza o deriva egoistica, in nome di un bene superiore, un obbligo morale ed umano verso tutti coloro a cui gli occhi li hanno aperti a suon di botte, un debito nei confronti di tutte quelle persone a cui l'orrore si è incollato nella parte interna delle palpebre, a tenerli svegli la notte, a cui l'urlo muto ha ispessito le corde vocali e il dolore ha disegnato carnose cicatrici bianche sul cuore, che tirano ad ogni colpo di riso. In fondo, mi dico, verso queste persone ho un doppio dovere, perché la mia unica fortuna è quella anagrafica. Mi posso permettere di essere idealista, netta nelle convinzioni, di decretare cosa è giusto e cosa è sbagliato, di condannare, questa volta davvero con superficialità, in modo implacabile, beandomi nella facile convinzione che la paura non avrebbe mai schiacciato i miei ideali morali, come ha fatto con quelli di tante persone (ma non tutte) costrette a chinare il capo, ad ignorare, a fingere. Io, che ogni anno mi chiedo se sfuggire al giorno della Memoria oppure no. Mi posso permettere questa libertà intellettuale, questa immacolatezza della coscienza, solo perché sono stata graziata dall'appartenere a due generazioni successive e a non essermi mai trovata davvero di fronte ad una scelta che, di morale, temo, non aveva quasi nulla. Inoltre, con il mio bagaglio culturale, le mie inclinazioni politiche, le mie idee, i miei interessi letterari, probabilmente sarei finita in mezzo a tutte quelle persone stipate in vecchi e freddi vagoni in una notte d'inverno. O forse, avrei rinnegato tutto in nome della sopravvivenza e mi sarei ritrovata anche io a bruciare il Manifesto Marxista, le poesie di Neruda e di Wislawa Szymborska, a fare a pezzi un ancora non nato 1984. Dalla storia della mia famiglia, che ha vissuto altre dittature ma altrettanto sconvolgenti, ho imparato che non si deve mai dare per scontato di essere immuni al marchio, all'indice inquisitore puntato addosso, al numero tatuato sul braccio. Dalla storia della mia famiglia, ho imparato che il passato può tornare, con un nome diverso, ma con la stessa ferocia. Per questo motivo, anche se sono stata fortunata, anche se la mia vita non ha conosciuto la vera paura né lo strazio e la vergogna di scoprirsi a tradire se stessi, resta il debito nei confronti di chi non è stato altrettanto fortunato, geograficamente e anagraficamente, un debito che ho il dovere di raccogliere, anche se, e questo continuerò a dirlo (per dovere di onestà), la proposta mi risulterà sempre allettante quanto quella di provare l'ebrezza di un tirapollici medievale.
Cuor di coniglio, forse, ma pur sempre cuore
Duille 

giornata della memoria


domenica 21 gennaio 2018

Mai

C'è una parola che ripeto spesso nel mio identificarmi con l'ansia sociale: MAI. Le mie preferite sono "non riuscirò mai" e "non ce la farò mai", ma ci sono anche "non sarò mai abbastanza", con la possibilità di arricchire la frase aggiungendo un qualsivoglia aggettivo qualificativo (brava, bella, simpatica, intelligente, socievole, decisa), e naturalmente "non troverò mai la mia strada" e "non mi libererò mai dalle mie paure".
Il mai è il mio assoluto in una vita di casualità, è il sibilo della caffettiera al mattino e lo sbadiglio che annuncia la messa a letto la sera. Mai è la mia convinzione suprema, contro cui devo lottare secondo dopo secondo, senza tregua, instancabilmente, perché mi rendo conto che qui c'è in ballo il tempo, il futuro, la vita e arrendersi non è una possibilità contemplabile. Equivarrebbe a morire. Perciò ad ogni respiro si riparte da capo, ad ogni respiro si lotta per rivendicare quello che è mio di diritto. Lui, il Mai, è il ragno che tesse la sua tela ed io sono la falena che tenta di liberarsi furiosamente, sbattendo le ali, scuotendo la testa, sferzando i fili con tutte le zampe, in una danza rabbiosa e tarantolata sfiancante ma necessaria. Mi scuoto, mi divincolo, tento delle fughe, rotolo, mi apro a stella, mostrando tutta l'ampiezza delle ali. E poi strappo, mordo, spingo, lacero, finché sembro quasi nuotare al rallentatore, quando sono stanca e respiro a fatica. A volte il mai guadagna qualche respiro, mi avvolge più stretta ed io mi lascio avvolgere, perché in fondo è più facile lasciarsi andare, è più logico. Godiamoci l'orizzonte in lontananza e i riflessi di rugiada che brillano sui fili tonici come muscoli, invece di perderci in inutili e sterili tentativi di libertà. La mia sorte, in fondo, era già segnata, quindi tanto vale godersi quel poco che mi resta. Mentre il corpo rimane sempre più inerte, le ali sempre più appiccicate all'impossibile, mentre decido silenziosamente di arrendermi, vivo di fantasie e immagino, su quei fili di ragnatela, un improbabile bucato steso ad asciugare, le lenzuola bianche screziate di luce che si gonfiano, appese su quelle linee sottili, come vele di galeoni pirati, riempite dal vento fino a svelarne le forme, in un ossimoro che mi sorprende e mi delizia. Scoprire coprendo, sussurro in un sorriso. L'immaginazione, quella il mai non me la potrà mai togliere, non la potrà mai irretire, è il mio segreto, le ali intangibili, la luce negli occhi. Non si può catturare la luce, non la si può avvinghiare né mettere in un barattolo. Non è una lucciola, la luce non ha corpo: è un riverbero, una scintilla, è l'elettricità che passa tra due corpi emozionati, è il rassicurante "lo so" che spinge a fidarsi e affidarsi. E' solo mia, quella luce, come è mio quel fresco movimento del lenzuolo che si gonfia e si sgonfia nella mente. E' quel segreto custodito come un'agata a salvarmi ogni volta. E a salvare molti di noi, forse tutti.
Lo scoprirci conchiglie piene del suono del mare. Forse, addirittura scoprire di essere quella eco salina che non si può ammutolire. C'è qualcosa da salvare, qualcosa di disperatamente importante da proteggere, qualcosa per cui valga la pena vivere. Quella eco vogliamo che affiori al pelo dell'acqua, oltre noi, fuori dal nostro involucro. E' bella, è calda ed è potente. Cosa più importante, la amiamo, profondamente, impetuosamente, teneramente. E' tutto ciò che vogliamo salvare perché è un sempre che il mai non potrà intaccare. E' incandescente, magnifica, anche se forse per gli altri non sarà niente più che l'ennesimo riflesso di luce, forse addirittura un fiocco di neve in mezzo ad una nevicata abbondante. Ma non esistono due fiocchi di neve identici, o almeno così mi hanno detto. E un singolo cristallo di neve, o un singolo riflesso di luce, potrebbe fermare qualcuno per strada, potrebbe pescarlo come un pesce, lasciandolo attonito, potrebbe strapparlo al tempo e consegnarlo a se stesso o al mondo che lo circonda. Forse, se si è molto fortunati, si potrebbe anche essere la mela newtoniana. O, ancora meglio, essere l'idea luminosa nella mente di Newton. E allora, di fronte a questo campo di papaveri pieno di possibilità sospese, non vale la pena lottare? Non vale la pena scoprirsi belli, qualunque forma il destino ci voglia riservare? Anche se dovessimo essere falene per tutta la vita? L'immaginazione ci salva perché ci scopre amati profondamente e ci rivela preziosi come la prima margherita di primavera. La fantasia ci regala amore e desiderio e anelito di vita. Allora ricominciamo a lottare, respiro dopo respiro. Non vinceremo sempre, il mai ci svuoterà ancora, credendoci gusci, ma in fondo a quell'agghiacciante vuoto ci sarà sempre il lenzuolo che si gonfia di vento, la luce che brilla sulla superficie dello specchio, il fiocco di neve che si poggia sulla mano tesa. Il suono del mare che mugghia in attesa di essere ascoltato. 

Duille

domenica 14 gennaio 2018

Capitolo 23: Sette minuti dopo la mezzanotte

I libri hanno sempre avuto una grande responsabilità: quella di raccontare. E nel farlo, si sono trovati spesso a quel bivio che separa la verità dal sogno. Cosa fare? Regalare una magia, ammorbidendo le forme, eliminando le schegge? Annacquare il grado alcolico, che avrebbe dato alla testa? Ricoprire la dura realtà col soffice manto della parola scelta con cura, nascondere il reale brutto dell'esistenza con la bellezza della letteratura? Oppure scegliere la verità, fatta di spine, sassi appuntiti affrontati a piedi nudi e silenzi glaciali che strappano la vita dalle ossa? Molti libri scelgono il sogno, anche nel raccontare qualcosa di duro, di sgradevole, perché, in fondo, perché fare del male non necessario?
Questi libri offrono un gesto d'amore contro l'incandescenza del reale. E per questo li amiamo. Esistono però anche quei pochi libri coraggiosi che, invece, scelgono un altro tipo di amore, un amore meno materno, meno protettivo, un amore che non vela. Scelgono di dire la verità e di accompagnarci per mano in questo percorso spesso dolorosissimo. E per questo li amiamo altrettanto. Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobhan Dowd, sceglie questa difficile strada, accompagnandoci nella storia di Conor, un ragazzino di 13 anni che riceve la visita di un mostro ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, durante un momento difficile della sua vita, in cui è tormentato da un incubo ricorrente, iniziato in concomitanza con le cure mediche della madre, e incastrato in una realtà che, più che cadere a pezzi, si è cristallizzata, come se vi fosse colata sopra della resina, sospendendo tutto, anche il fiato. E' in questo tempo - non tempo, che colloca nel mondo ma lasciando sempre ad un passo da esso, che rende fantasmi che nessuno vuole vedere perché recanti incisi su di sé la notizia dello scheletro, della paura e del dolore inconsolabile, è in questo tempo fuori dal tempo che si muove il mostro-tasso, dall'alito che odora di terriccio e dal corpo di rami intrecciati. Il mostro albero si muove per parlare con Conor, per raccontargli tre racconti e per accompagnarlo lungo la strada della verità, che non distingue mai in modo netto il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. La verità confonde, a volte sembra un inganno, perché è la coesistenza degli opposti, è il sollievo nel dolore e il dolore per il sollievo. E' l'indicibile anche a noi stessi che incontra il dicibile. La verità è un mostro che prende le fattezze di un albero medicinale. E' un controsenso che ha perfettamente senso. La verità, ci insegna il libro, è ineludibile, va attraversata, rivelata e perdonata, anche se stritola il cuore. Non fa sconti e non si può edulcorare.
Per questo motivo, Sette minuti dopo la mezzanotte è un libro coraggioso, che sceglie di togliere il velo e mostrare il nudo della verità, una storia che strappa il cuore pezzo a pezzo, che "insegue, preda e morde", che scioglie in singhiozzi incontrollabili, strazia le carni e ti chiede di restare anche quando vorresti distogliere lo sguardo. Eppure fa tutto questo senza accanirsi, senza il gusto per il facile sentimentalismo, con sensibilità, onesta sincerità e un linguaggio semplice e chiaro, che non ti inchioda mai alla pagina, sequestrandoti. Ti da' sempre la scelta: tenerti ad una rispettosa distanza protettiva o tuffartici interamente, lasciandoti sopraffare, tenendo duro fino alla fine, piangendo tutte le lacrime, e arrivando all'ultima pagina scosso e tremante, perché quello che leggerai saprai essere vero, anche se vissuto da personaggi di carta e inchiostro. Sette minuti dopo la mezzanotte ti mostra lo scheletro, lo stesso scheletro che i compagni e gli insegnanti di Conor non riescono a guardare, mentre gli si attacca sulla pelle, relegandolo nell'invisibilità, fuori dal tempo. E anche in questo caso, come davanti ad ogni personaggio che popola questo piccolissimo romanzo, l'autore non giudica mai, perché in fondo, è la verità, e la verità non si può giudicare. Esiste e basta. A completare un'opera splendida, troviamo le bellissime illustrazioni di Jim Kay, terrificanti e ammalianti, un reticolo avviluppante di linee bianche, nere e grigie, che sembrano disegnate d'impulso, rabbiose, nervose, ruvide nelle tavole rappresentanti il mostro e le storie che racconta, e che contrastano in modo netto e deciso con la fredda linearità e piattezza delle forme che rappresentano il quotidiano, dai tratti elementari e quasi bidimensionali, che non fanno altro che sottolineare questo scollamento inevitabile di Conor dal mondo che lo circonda. Sette minuti dopo la mezzanotte quindi si rivela un connubio perfetto tra immagine e testo, tra dentro e fuori, un gioiello che non ha paura di parlare. E' l'attraversamento del dolore, che però non si propone solo di raccontarlo, ma di curare con l'unica medicina possibile: la verità. E' la verità che permette di lasciare andare, di cicatrizzare le ferite, di dare speranza. E' la verità, per quanto dolorosa, straziante, terribile, che rende liberi. 
Duille


"- Hai detto che sei un albero curativo - disse Conor. 
  - Bene, ho bisogno che tu curi!- 
  E' quello che farò, disse il mostro. " (p.157)

domenica 7 gennaio 2018

Buoni propositi

Anno nuovo, vita nuova, si dice sempre. Ma obiettivi vecchi, vecchie illusioni, vecchie smentite. Non capisco per quale motivo si debba caricare ogni anno del peso dei nuovi propositi. Cosa rende il primo gennaio un momento di svolta, chi gli ha conferito l'onorificenza di Destino Supremo?
Perché appendere un nuovo calendario dovrebbe far sì che tutte le nostre cattive abitudini, i nostri difetti, le nostre paure, sparissero improvvisamente, come starnutite via dall'ultima raffica di brillantini lanciati in aria allo scoccare della mezzanotte? E' il fascino del nuovo? Dell'intonso? Vedere tutte quelle caselline vuote, perfettamente lisce e brillanti, ha un effetto catartico? E allora perché non abbiamo un effetto simile anche con altri Nuovi? Perché, ad esempio, non riempiamo di buoni propositi i calzini appena comprati, invece di ingombrarli solo dei nostri piedi? Perché non ci lanciamo in articolati progetti di alimentazione sostenibile davanti alla nuova padella antiaderente comprata in sconto al supermercato? Perché un quaderno nuovo non suscita aspirazioni poetiche shakespeariane, oltre alla classica soggezione della pagina bianca? No, solo il calendario smuove il magma interiore come un piatto di lenticchie particolarmente ricco di fibre, solo il nuovo anno rivolta il fondale psichico come una carpa affamata nel letto di un fiume, e per fare cosa? Per metterci alla lavagna durante l'interrogazione di matematica, a fare conti che sappiamo già non torneranno, a rivedere tutto per l'ennesima volta, a fare un bilancio di quello che non va. Il primo dell'anno ha lo stesso effetto del cambio di guardaroba primaverile, in cui si prende ogni singolo maglione e si decide se avrà ancora un posto nel nostro cassetto o sarà eliminato come un concorrente di X Factor bravo ma a cui manca quel quid. Solo che qui si mette alla berlina ogni singolo giorno, ogni morbidezza colpevole che ci arrotonda, ogni giornata triste, ogni occasione sprecata in nome della pigrizia, della paura o di una svista. In realtà l'ultimo dell'anno, più che un momento di festeggiamento, è il Giorno del Giudizio a cui ci prestiamo in nome di non si sa quale incantesimo. Si scandaglia tutto, come un avvocato deciso a smascherare la colpevolezza, a sottolineare le mancanze, a trovare le incongruenze tra il verbale dell'anno prima e le azioni compiute. "Qui c'è scritto che avrebbe smesso di mangiarsi le unghie." "Sì, è vero..." "E allora perché indossa i guanti?" "No, è per bellezza...io non..." "Sia messo agli atti la prova numero 2, nella fattispecie una foto che mostra come, in data 16 giugno, il teste si addentava voracemente le dita durante l'esame di biologia." "Ma era un esame stressante, è stato un crollo momentaneo!" "Ah, sì, e come spiega allora la testimonianza del signor Giacomo, che afferma di averla vista tormentarsi le unghie durante il vostro appuntamento di febbraio? E questo scontrino, che dimostra la richiesta di una ricostruzione delle unghie in data 24 settembre?" "E' vero, sono colpevole, colpevole! Ma l'anno prossimo sarà diverso! Lo giuro!"
Diciamoci la verità, l'ultimo dell'anno è un bagno di sangue per tutti, un mattatoio a cui ci esponiamo quasi inconsapevolmente, pronti ad ammettere le nostre malefatte e promettere che il prossimo anno sarà diverso, noi saremo diversi, e che tutto quello che non è arrivato o non abbiamo fatto arrivare quest'anno, l'anno prossimo ci sarà, oh, sì, puoi giurarci. Forse l'ultimo dell'anno ha una vocazione ecclesiastica di cui siamo all'oscuro ma di cui subiamo irrimediabilmente il fascino, spingendoci alla confessione espiatoria. Più probabilmente, il Capodanno ci scopre masochisti, un masochismo camuffato da impeto di rinnovamento, un po' come bere la Coca Cola zuccherata all'agave. Il nome sarà diverso, ma resta pur sempre catrame. E così, come con la Coca Cola, il primo dell'anno ci ritroviamo a ruttare a pieni polmoni propositi faraonici e stormi di idee grandiose che non raggiungeremo mai. Perché, oltre a riempirci di obiettivi riciclati di anno in anno, chissà perché finiamo sempre col prefiggerci scopi che sono costituzionalmente incompatibili con le nostre essenze, con le nostre fibre più nucleari. "Perderò 20 chili", "Sarò più in contatto con il mio Io interiore", "Troverò l'amore", "Mi vorrò più bene", "Coglierò al volo ogni occasione". Certo. Potremmo aggiungere anche "Sconfiggerò la morte", "Imparerò a volare muovendo su e giù le braccia" e "Griderò così forte che mi sentiranno in Australia". Io penso che, spinti dall'ebrezza dell'alcool e farciti dello zucchero che durante il periodo natalizio imburra le nostre vene, ci sentiamo come Ethan Hunt, capaci di ogni missione impossibile. Ma diciamoci la verità, è l'iperglicemia che parla per noi perché, nella maggior parte dei casi, questa resterà una missione impossibile e, in aggiunta, tremendamente frustrante, come chiedere ad un fuoco di non spegnersi durante un acquazzone. Perché quindi, se proprio dobbiamo, non possiamo proporci obiettivi che rispettino il nostro essere e che, perciò, non siano così mortificanti e privi di fondamento? Perché non potremmo proporci di usare meno carta igienica, ad esempio, o di controllare i tempi di cottura della pasta prima di buttare la confezione?
E se proprio vogliamo lanciarci nell'impresa eccezionale, che è cosa buona e giusta, perché non facciamo un bagno di realismo e inseriamo semplicemente la voce "iniziare una psicoterapia", con conseguente "trovare i soldi per iniziare una psicoterapia"? Crediamo davvero che, se non abbiamo mai iniziato o portato a termine una dieta in tutti questi anni, ci riusciremo solo grazie al cambio di un numero alla fine di una cifra? Se non riusciamo proprio a smettere di rimproverarci, cosa ci fa credere che il nuovo calendario ci darà la forza che serve? Neanche Luke Skywalker avrebbe potuto fare molto senza l'aiuto di Obi Wan Kenobi. Sia chiaro, non è che io sia contraria ai buoni propositi in toto (ok, forse un po' sì), ma sono contraria a questa fede cieca nel potere del numero. Personalmente credo nella parola totem, una sorta di guida spirituale a cui aggrapparsi in quei momenti in cui l'anno che tanto riempiamo di speranze, ci prenderà inevitabilmente a schiaffi come Piedone con un paio di malcapitati. Sono dell'idea che, buoni propositi o no, sarà la vita a farla da padrone, insieme alle onnipresenti sfighe, i cattivi incontri, le prove insormontabili e qualche chilo di troppo durante i binge watching televisivi. Avere un salvagente a cui aggrapparsi quando si perde la rotta non ci impedirà di andare alla deriva per un po', ma almeno ci aiuterà a non affogare in noi stessi. Il che, secondo me, è già un traguardo di tutto rispetto. Sia che si decida di scrivere una lista di buoni propositi, quindi, o che si opti per la parola totem, il punto credo sia sempre lo stesso: guardare in faccia la realtà, accettarsi un po' per il complicato ammasso di cellule che si è, e navigare il meglio che si può in questi 365 giorni, che sì, sono nuovi, ma che non ci omaggiano ancora dei tre desideri della Lampada di Aladino. Per ora. 

Duille



 
domenica 17 dicembre 2017

Appesa teneramente ad un ramo

Ho sempre avuto lo stesso albero di Natale, fin da quando ho memoria. Un vecchio albero di plastica verde, con spruzzi di finta neve e sporadiche pigne che appesantiscono i rami come seni particolarmente abbondanti.
Negli anni, il mio albero è andato invecchiando, così come io sono andata crescendo: alcuni perni hanno iniziato a cedere, facendo scivolare stancamente verso il basso i rami che sorreggevano e qualche ago sintetico ha finito per staccarsi, come singoli capelli in una  testa che incanutisce e si incalvisce un po'. E nel tempo, il mio albero si è rimpicciolito, come un anziano nonno che si restringe nel susseguirsi degli inverni. Forse però, sarebbe più giusto dire che sono io ad essermi ingrandita. Guardando quell'albero di cui riesco agevolmente a toccare la cima, ricordo la me bambina che lo osservava, carica dell'ammirazione che solo le cose che ci sovrastano riescono a suscitare. Ero fiera di quell'albero così alto ed eterno. Ricordo anche di come venivo presa in braccio da mio padre per essere issata fino alla cima e poter fissare il puntale di plastica rossa che campeggia ancora sull'abete. Solo che oggi posso fare tutto da sola, semplicemente sporgendomi un po', alzando solo i talloni di un piede cresciuto in scarpe sempre più grandi. Guardandolo, oggi come allora, mi rendo conto che il mio albero artificiale ha qualcosa di materno. Mi scalda sempre il cuore di un affetto familiare, perché è come un fratello che torna ogni anno, in vista delle feste, a prendere il suo posto nella famiglia, a completare il cerchio. Come tutti gli alberi artificiali, il mio abete non ha radici, ma una base in metallo con tre piedini su cui lui si incunea, rimanendo quasi sospeso in aria, un po' come l'illusione ottica di carta che Ichabod Crane mostra a Katrina in Sleepy Hollow. Ed in fondo, riflettendoci bene, tutto il mio albero è una bella illusione ottica. "E' la verità, ma la verità non è sempre ciò che appare". Il mio abete invecchiato, il mio Nonno abete, non è infatti solo un albero. E' anche un percorso di ricordi. E' come un vecchio album di fotografie che ritrovi in soffitta e che affascina al punto da spingerti a sedere sul primo scatolone sufficientemente solido che incontri, solo per sfogliarlo, con gli occhi pieni di nostalgia. Ogni foto riaccende una memoria del passato, un odore, una risata, un colore.
E sfogliando le pagine, è come se ti accendessi a tua volta di decine di lampadine, un neurone alla volta, illuminandoti da dentro, fino a renderti una ghirlanda luminosa. Il mio albero porta le sue fotografie appese ai rami orami invecchiati ma ancora solidi, le indossa con affetto, accendendomi ogni volta di migliaia di lucine, mischiando deliziosamente il passato con il presente. Ecco le decorazioni di ceramica a forma di elefante e cigno, ormai mangiucchiate dagli anni. La mia famiglia le aveva comprate ad una fiera, quando ero solo una bambina. Ricordo che ero poco più alta dello stand su cui le decorazioni erano disposte accuratamente, splendide nei loro brillanti colori smaltati. Ricordo soprattutto la sorpresa e la gioia provata quando la mamma permise a me e a mia sorella di sceglierne una a testa. Fu un momento importante, il primo vero acquisto della mia vita, a cui dedicai tutta la concentrazione che una bambina di 8 anni poteva racimolare. Ironia della sorte, non ricordo se scelsi l'elefante o il cigno. Le decorazioni che ammiccano poco più in alto mi fanno fare un salto temporale di vent'anni. Sono due biscotti per cani fatti di feltro imbottito che cucii a mano poco dopo la morte dei miei cani. Quelle decorazioni furono un conforto per me, un modo di affrontare il lutto, un simbolo della loro eterna presenza nel momento più importante dell'anno e che guardo ancora con tutto l'amore che mi hanno regalato e che, spero, io ho regalato a loro. E poi, naturalmente, c'è quell'unica decorazione che da bimba mi terrorizzava: una testa di Babbo Natale barbuto con due occhi a palla che strabuzzano minacciosi. Era un regalo dei nonni, inviato direttamente dall'altro lato del mondo e, in quanto regalo familiare, era sacro, intoccabile e incestinabile, anche di fronte al primordiale terrore infantile. Odiavo quella decorazione e odiavo quegli occhi porcini che mi guardavano carichi di promesse da incubo. Così cercavo di metterla nell'angolo più nascosto dell'albero ed evitavo accuratamente di guardarlo.
Negli anni, quella decorazione ha perso la sua carica maligna, ma la tradizione è rimasta e ancora oggi fa brutta mostra di sé nell'angolo più nascosto dell'abete, in una sorta di omaggio all'infanzia. C'è anche la stellina di cotone imbottito che feci alle superiori con estrema fatica e numerose punture di spillo a sagomare la punta delle mie dita inesperte. Ne feci una per ciascuna delle mie amiche, a sugello del nostro legame, il pegno di un amore mai davvero corrisposto. C'è però anche il simbolo di un legame autentico maturato più avanti, la dimostrazione che non bisogna mai perdere la speranza: è un cuore di legno fatto di ramoscelli intrecciati che si mimetizza timido tra il fogliame. E' naturale e disordinatamente armonico, flessibile nelle sue parti eppure perfettamente in forma. E' solido ma non soffocante, pieno di fessure in cui far fischiare il vento. E' onesto e sicuro, senza zone d'ombra. Si può persino vedere la guida che ne costituisce la forma. Il segno perfetto di un'amicizia certa come la legge di gravità. Di alcune decorazioni è rimasto solo il ricordo a dondolare vivace sui rami non addobbati: le palline rivestite di filo diligentemente devastate dal mio gatto, i kilometri di ghirlande dorate fatte a brandelli dallo stesso piccolo vandalo e le luci di Natale, mandate in pensione anni fa in nome di una festa più ecosostenibile. Il mio abete quindi è una verità ed un'illusione, è un albero e un insieme di aghi sintetici e rami metallici, è un addobbo Natalizio e un album di fotografie, è un oggetto d'arredo e un membro della famiglia, è il simbolo del Natale e il simbolo della mia storia e di quella della mia famiglia. E' la verità, ma la verità non è sempre ciò che appare. E' meravigliosamente molto di più.

Duille 

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