domenica 27 maggio 2018

Telefilm addicted #18: UnReal

Tutti, prima o poi, ci siamo arenati su uno di quei finti reality trash dal sapore profondamente americano che raccontano, o fingono di raccontare, le vite di persone sconosciute ma accomunate tutte da personalità alla Donald Trump: autostima alle stelle (e strisce) e totale assenza di un senso del ridicolo, soprattutto visto che tale autostima non è supportata da alcuna reale qualità esibibile. Che sia il Grande Fratello, The Bachelor o il Jersey Shore, tutti abbiamo all'attivo almeno uno di questi trashissimi scheletri nell'armadio. Ma cosa succede dietro a questi reality dal gusto così vistosamente pecoreccio?
La risposta ci viene fornita da UnReal, serie drammatica approdata sulle nostre iridi nel 2016 e che conta la bellezza di tre sfavillanti stagioni, l'ultima delle quali si è conclusa da poco. 
UnReal è una serie che racconta i retroscena di un fittizio reality show chiamato Everlasting, in cui uno scapolottino (come lo chiamerebbe lo specchio incantato di Shrek) viene ficcato in una casa lussuosa con decine di ragazze taglia 42 (e variabili coppe di reggiseno) pronte ad accapigliarsi per essere scelte dal principe azzurro di turno e avere il loro finale da favola. Dietro a questo mondo apparentemente fiabesco (e anacronistico), tutto concentrato su una fittizia ricerca del Vero verissimo Amore, UnReal ci mostra la realtà, molto meno luccicante e decisamente più inquietante, del gioco degli ascolti. Narrando la vicenda dal punto di vista dei producer che gestiscono e creano Everlasting, UnReal ci svela un mondo fatto di manipolazioni psicologiche sui concorrenti, montaggi strategici capaci di stravolgere la realtà e situazioni costruite ad hoc per creare attriti e scandali, tutto in nome del dio Audience. Protagoniste di questo gioco perverso sono la capo Producer Quinn King, che ha fatto della carriera la sua principale ragion d'essere, e la sua seconda, Rachel (interpretata dalla ex amica degli alieni di Roswell, Shiri Appleby), una ragazza con così tanti problemi affettivi da poterci riempire una piscina olimpionica. Sono loro che muovono i fili di questo teatro degli eccessi, insieme ad una serie di comprimari altrettanto sfaccettati ed egregiamente caratterizzati. La serie ci catapulta quindi in uno scenario ben diverso da quello confettoso (anche se un po' stantio) del reality e caratterizzato da una costante e strisciante intrusività dei producers, in cui non vi è più nulla di autentico tranne che la spettacolarizzazione del dolore e lo sfruttamento cinico e quasi sadico delle fragilità dei concorrenti, ridotti a burattini inconsapevoli pronti ad essere sacrificati in nome della macchina acchiappascolti. Il mondo dei producer rivela uno show che, lungi dall'essere realistico, è fatto di schemi, in cui ogni concorrente è scelto con cura per entrare in un'etichetta che ne determinerà il destino. Nella storyline del reality, la serie si rivela sì inquietante, ma capace di molti momenti di leggerezza, giocando con gli stereotipi e sfruttando la sua natura cinica, divertente e scorretta sia nel linguaggio che nelle dinamiche.
Parallela a questa prima narrazione, ve ne è un'altra che, invece, rivela tutta la sua tragicità impossibile da sdrammatizzare. Le manipolazioni psicologiche che i singoli producer attuano sui concorrenti, infatti, si allargano come una macchia d'olio fino a contaminare le relazioni tra loro e con gli altri membri dello staff, mostrando che quello che sembrava essere una strategia lavorativa è in realtà (o è sempre stata) un modo d'essere di cui si è perso da tempo il controllo, una patologia che si autoalimenta nell'essere glorificata ed esaltata dal successo dello show, ma che, gradualmente, diventa predominante a discapito della persona, portando alla solitudine tutti i personaggi, in un modo o nell'altro. La protagonista di UnReal è quindi la patologia psichica che assume il controllo imprigionando i suoi portatori e, cosa ancora più inquietante, che si rivela cieca a se stessa e ai tentativi di risanamento operato da terzi, creando una palude che si oppone tenacemente ad ogni bonifica. Lasciate ogni speranza voi che entrate, insomma. Punto cardine di questa seconda narrazione è Rachel, personaggio seduttivo, manipolatorio e, contemporaneamente, fragilissimo, quasi di vetro, e che, proprio grazie a questo disequilibrio intrinseco, è l'unica che a tratti coglie la patologia che infesta tutto il set, compresa se stessa, cosa che la porta costantemente ad oscillare tra disperati tentativi di autosalvataggio e di redenzione (propria e dello show) e improvvise regressioni a vecchie modalità di comportamento. Rachel agirà il suo sintomo, diventandone vittima e artefice, in una spirale alimentata dagli altri personaggi che, apparentemente più strutturati, si rivelano anche i più ciechi al disagio che li abita.
Per questo motivo, Rachel, fra tutti i personaggi, sarà quella che produrrà maggiormente un vissuto di ambivalenza nello spettatore: sarà amata profondamente per il suo lato umano e fragile ma non potrà mai essere totalmente esentata da una condanna etica, perché lei stessa continua a scegliere il sintomo alla più difficile strada della salvezza. UnReal si scopre perciò una narrazione che mostra come, a volte, il successo vada a braccetto con il disagio. In questo caso, infatti, il successo è possibile solo a discapito della sanità mentale, solo mantenendo e alimentando delle dinamiche disfunzionali che, di stagione in stagione, si faranno sempre più tragiche e asfissianti. In conclusione, UnReal è una serie estremamente divertente, grazie ai suoi dialoghi brillanti, alla dissacrante demolizione del sistema televisivo e ad un parco concorrenti sempre rinnovato e caratteristico che lo rendono un prodotto di intrattenimento intelligente e d'intrattenimento, mantenendo delle tematiche di fondo stimolanti e vivide. Ma c'è un però. Il punto debole della serie, relativamente trascurabile, è la sua ripetitività e prevedibilità: per quanto ci possano essere, nel corso delle puntate, delle svolte narrative che farebbero sperare in un ribaltamento dello status quo, di fatto, alla fine, tutto torna come prima, a costo di forzare pesantemente la sceneggiatura e stravolgere le personalità di alcuni personaggi. Per quanto ci si possa vedere una ennesima rappresentazione del mondo circolare e reiterativo del disturbo psicologico, resta il fatto che, a livello di trama, diventa frustrante come cercare di raccogliere una moneta con due stuzzicadenti. Con una nuova stagione in arrivo, che forse sarà anche l'ultima, speriamo in una conclusione di trama che non punti, ancora una volta, sui cavalli di battaglia e che produca quell'ultimo gesto coraggioso tra i tanti di cui la serie è già un emblema.
Duille


domenica 20 maggio 2018

Capitolo 24: L'una e l'altra

Quando penso a L'una e l'altra, di Ali Smith, non riesco a togliermi di mente la stessa immagine: una fila di perle tenute insieme da un filo di nylon. C'è un inizio che incontra una fine ed una fine che incontra un inizio, come una collana che si chiude intorno ad un collo. Ci sono due storie che si intrecciano senza intrecciarsi mai, la storia di una pittrice ferrarese del 1400 che si finge uomo per poter dipingere, e la storia di una ragazza dal nome maschile che ha perso sua madre e che finge di stare bene quando crede di non sentire niente perché in realtà sente troppo.
steli d'erba- il mondo segreto sotto il pavimento
Ci sono due vite molto diverse: la vita votata all'arte, coraggiosa, intrepida, anche un po' sfacciata, e la vita annullata dal dolore, piena di buchi, di strappi e pareti che marciscono dietro vecchi poster. C'è la storia dei colori, degli azzurri veneziani e degli ori, e la storia della perdita di ogni colore, il dominio del nero, della muffa che cresce dentro e fuori. E poi l'immagine nella mia mente cambia e le perle iniziano a sfilarsi dal loro filo di nylon, una dopo l'altra, lentamente. E' quello che succede anche al mio libro di biblioteca: l'inizio e la fine si sfilano e mi rimangono in mano. Non si staccano, non si strappano, ma si sfilano, come se non fossero mai state attaccate a nulla, come se fossero fascicoli da portare via. La fine e l'inizio, per la precisione. Potrei attaccarle insieme e si formerebbe una nuova storia. O la stessa storia. Ed è un po' la sensazione che mi dà questo romanzo. Un bel collier di perle che si perde nella mia incomprensione. Perché la narrazione di Ali Smith è perfetta, un flusso di coscienza capriccioso come solo il pensiero può essere, una vera collana di perle che, a mio avviso, racchiude il pregio e il difetto dell'opera. Si salta infatti deliziosamente da una perla alla successiva, sentendo tutta la distanza che le divide, guardando il vuoto in mezzo, il filo di nylon, la frase tronca, lo spazio bianco. Ci si lascia prendere dal flusso di un pensiero che perde i vincoli temporali e addirittura la sintassi, un esperimento alla Joyce che funziona alla perfezione. Ci si immerge nella storia di un fantasma del 1400, che era femmina ed era maschio, l'una e l'altra cosa, ma che in fondo, forse, era solo lesbica. Ci si perde nel lutto di una sedicenne che ha perso la madre e che, suo malgrado, deve continuare a vivere. Ci si muove tra gli affreschi all'uovo del pittore ferrarese e la puntigliosità grammaticale della sardonica studentessa. Eppure. Eppure tutto è sfiorato, tutto è accarezzato e mai toccato. La vita di una pittrice che fu costretta ad essere uomo per essere presa sul serio, il dolore di una morte improvvisa che non si riesce ad elaborare. Ma qual è il punto? Cosa ci vuole dire l'autrice?  
l'una e l'altra
Le perle si vedono, ma si vede troppo anche il vuoto che le separa l'una dall'altra, vuoto che gradualmente si inizia fastidiosamente a sentire. E l'una non è più anche l'altra, ma solo due realtà separate che non si fondono mai insieme. Così ho la sensazione che le perle non siano la metafora giusta, perché, più che perle, quelle che leggo sono gocce di rugiada su una ragnatela. Avrei voluto guardarci dentro, a queste gocce, capire come ci si sente ad essere acqua, cosa si vede, se si prova freddo. Volevo vedere il mondo alla rovescia, i confini allungati, il morso del dolore, la sensazione della solitudine di un segreto inconfessabile di cui tutti erano già a conoscenza e, per questo, ancora più inconfessabile. Volevo annegarci dentro e uscirne viva per miracolo. E invece si vedono i fili, si evita di bagnarsi, ci si perde in discorsi profondi che suonano laminati e in descrizioni pittoriche che sembrano compiacersi di se stesse ma dimenticare il senso, si arriva vicino ma mai al cuore. Forse il problema è che si è voluto essere per forza l'una e l'altra cosa, il dialogo filosofico e l'emozione più pura, la pittrice e l'orfana, lo stile e il contenuto. E per essere l'una e l'altra cosa, in 312 pagine, si è finito con lo sfiorare tutto e non toccare niente. Alla fine non è rimasta che l'ombra di un ricordo che sparirà al primo raggio di sole. Un inizio e una fine che si sfileranno via dal volume, una serie di perle che spariranno sotto il letto. O forse, semplicemente, sono io che non ho capito niente (cosa molto, molto probabile).  
Duille

"L'arte non fa succedere niente in un modo che fa sembrare che sia successo qualcosa". 



domenica 6 maggio 2018

C'è crisi e crisi

L'ansioso sociale può vivere due principali tipi di crisi: quella breve, che ho ribattezzato "crisi da Capodanno", che arriva con botti, spargimento di lustrini e l'inopportuno entusiasmo di un bambino davanti all'intero set di pentole della Mondial Casa, e quella lunga, che io chiamo "Crisi Millefoglie", perché è lenta a prodursi e tremendamente stratificata.
Se la crisi breve è uno scoppio, un "BUU" lanciato da qualcuno mentre stavi facendo il pisolino del secolo e che, per questo, ti fa esplodere il cuore in un milione di coriandoli che poi ricomporrai diligentemente a colpi di bestemmie e nastro adesivo, la crisi lunga è più infida e si insinua lentamente, senza fretta, senza quasi che ci si accorga del suo arrivo. E' come un fastidioso prurito sul palato, che lentamente arriva a dar noia anche alla punta dei capelli o una marea in risalita di cui ci accorgiamo solo quando arriva a minacciare il nostro piccolo regno fatto di sdraio, ombrelloni e sportine piene di insalata greca e panini con la porchetta. Inoltre, se la crisi da Capodanno è generalmente improvvisa e causata da un evento scatenante a cui devi sopravvivere, tipo eruzione del Vesuvio a Pompei, la crisi Millefoglie non ha un'univoca motivazione, ma tante piccole cause che si sono sommate nel tempo come i cumuli di plastica e pannolini sporchi sulla collinetta dietro casa (che, per inciso, in origine non c'era neanche). Perciò la causa della crisi lunga non è mai l'ultimo evento che ne ha prodotto la manifestazione: quello semmai è la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Si tratta in realtà di uno strato dietro l'altro di pensieri, eventi, questioni e paure che si sono create nel tempo e che si è scelto di nascondere sotto al tappeto, in attesa che sparissero da soli. Purtroppo però, Mastro Freud ci aveva preso giusto quando diceva che tutto quello che si accumula internamente, ad un certo punto, trova una via per uscire. Alias (per noi): crisi Millefoglie. Gradualmente, infatti, si inizia a sentire una strana puzza di marcio e, ad un certo punto, si scopre di essercisi cascati con tutte le scarpe, in quella pozza di fango che sta risucchiando, e si finisce col sentire una profonda affinità con il cavallo di Atreiu, annegato nella palude della tristezza. In effetti, anche la natura della crisi è molto diversa: la crisi da Capodanno fa paura come la reazione di una delle protagoniste di Jersey Shore a cui hai salutato il fidanzato, mentre la crisi Millefoglie è più simile ad una lenta, inesorabile caduta nella tristezza. E' come un salasso: senti tutte quelle sanguisughe che ti ciucciano come fossi un Calippo alla fragola e non c'è verso di levartele di dosso perché sono troppo viscide e scivolano dalle mani. E ad un certo punto, sei solo troppo stanco per provare ancora a staccarle dalle braccia. Semplicemente, ti arrendi. In realtà, per quanto possa sembrare un pensiero controcorrente rispetto all'imposizione sociale del "tirate i pomodori ai deboli e a chi si arrende", mollare il colpo talvolta si rivela la scelta migliore.
L'attitudine da Rambo infatti non è necessariamente quella più logica, soprattutto se si sta lottando con i mulini a vento. A volte, ha molto più senso fermarsi un attimo e cercare di capire davvero cosa stia accadendo. Invece di rifiutare il dolore fingendo malamente che vada tutto bene, in certi casi è meglio andargli incontro e vedere cosa ha da dirci. Per tornare alla metafora delle sanguisughe, dobbiamo aspettare che finiscano di nutrirsi perché, se è vero che le sanguisughe reali non fanno altro che farti venire una bella infezione che, se tutto va bene, ti manderà presto al creatore (liberandoti almeno dei dolori fisici), quelle psicologiche hanno davvero la funzione spurgante che tanto auspicavano i dottori settecenteschi. Sono dei netturbini che ripuliscono dolorosamente e preparano ad una nuova rinascita. Sono come un esfoliante psicologico, che alla fine lascia stanchi, ma con una pelle di pesca che farebbe invidia anche ai culetti dei neonati. E' un ciclo in cui si deve passare, insomma, una bollitura lenta nella marmitta del dolore in cui si deve sguazzare per un po' e che non ha nulla a che vedere con l'autocommiserazione. E' un momento in cui, invece di muoversi, si deve stare, stare  il tempo necessario ad aprire tutti i pori mentali, a far uscire tutti i pensieri negativi che si sono accumulati nel tempo, tutte le insicurezze, le paure, le critiche autoinflitte e le variopinte fantasie in cui, anzianissimi, si viene ritrovati dai pompieri sul divano di casa, morti ormai da settimane e mezzi mangiati dai fidati felini. Si deve andarci a fondo, in quel pantano, ci si deve mettere le mani dentro, e perché no, anche la testa, si deve guardarlo in faccia, il fango che ci si è portati dentro per tutto questo tempo e che ci ha reso fragili come un vaso Ming in un asilo nido. Solo attraversando quel momento si potrà uscirne perché, nel mezzo di tante cose familiari, si troverà anche una nuova verità, saltata fuori solo grazie a questo rimescolio intestino di liquami e ossa rotte che sembra voglia farci lo scalpo. Alla fine quindi, le crisi Millefoglie, per quanto terribili e debilitanti, per quanto ci lascino come dei bolliti di manzo dopo una cottura di tre ore, arrivano quando è necessario e ci raccontano qualcosa di noi che, volente o nolente, ci tocca ascoltare, guardare, raccogliere e magari farci  qualcosa di buono. E talvolta, inspiegabilmente, quella cosetta che ci ritroveremo tra le mani potrebbe addirittura sconvolgerci la vita. E in meglio. Nel frattempo, per citare il buon Neil Gaiman, Buona apocalisse a tutti. 

Duille

domenica 22 aprile 2018

Sentiero

Cos'è un sentiero nel bosco all'inizio di Aprile?
Solo una strada che porta da qualche parte. Forse più difficile, più scivolosa e accidentata, ma pur sempre una strada. Una strada con un nome più antico, lasciato per distinguerla dalle strade dell'oggi, che sono lisce come il riflesso di una pozzanghera e grigie come fronti corrucciate nell'atto di capire un concetto difficile. 
Ma perché un sentiero dovrebbe essere una direzione? Può portare in nessun luogo? Chi decide cos'è un sentiero e cosa non lo è? E chi attesta che la fine di un sentiero sia la destinazione? Se ci spostassimo dalla consumata visione antropocentrica che ha dato forma alla nostra mente, cosa troveremmo? Terra morbida, certo, e foglie umide, e un cielo segnato da ragnatele di rami nudi, appena intiepiditi da un raggio di sole dal sapore ancora spiccatamente invernale. E poi tronchi verticali che raccontano la prospettiva e ripristinano la profondità nel moto ondoso di marroni boschivi che sembra non avere inizio, né fine.
Il sentiero, perciò, forse non è uno strumento, una grande freccia da seguire. Forse è un viaggiatore che ci accompagna, come un fiume o un filare di alberi. Forse il suo senso non è nel protendersi in avanti, nell'arrivare in qualche luogo, ma nell'esistere in quella porzione di mondo, essere spazio fine a se stesso e costeggiare uno spazio a lui diverso, come una linea sabbiosa che si tuffa nel mare, spruzzandosi di spuma, o i colori dei campi arati, che cambiano di acro in acro e a seconda della coltivazione. Il sentiero, come la spiaggia o il colore delle campagne, è un facilitatore dello sguardo, una mano che guida verso cose che i nostri occhi deformati dagli scopi e dalle destinazioni faticano a cogliere. Riaggiusta la vista, ripristina le priorità, rallenta la corsa appesantendo i passi, imponendo ostacoli. Ci spoglia degli abiti artificiali delle città con le loro strade di asfalto, costruite per arrivare e non per andare, e ci restituisce silvani, come ricci o lepri impellicciate o come lucertole in cerca del raggio di sole su cui riposare. Il sentiero è il filo di Arianna in un labirinto senza pareti che ci permette di entrare nel cuore delle cose. Per questo sembra non alludere in avanti, ma in basso, verso la terra, le foglie brune, i rami secchi e le pietre ancestrali, più vecchie di tutto ciò che è vecchio. Ci costringe a prestare occhio alle nostre radici e a quello in cui affondano. Alle conchiglie fossilizzate nelle pietre, al tappeto di foglie scure che un tempo, verdissimo, toccò il cielo e che adesso copre la terra a ricordo nostalgico di un'estate ormai lontana e, allo stesso tempo, a promessa fiduciosa di una nuova primavera. Perché se la Natura è cerchio, come può un sentiero dirigersi verso altro che non sia se stesso? Verso altro che non sia la terra, il cielo e gli alberi nel mezzo? Verso altro che non sia una nuova linea dell'orizzonte?
E allora, in questo mondo di cerchi che si ripetono l'uno nell'altro, forse il sentiero non è neanche uno spazio, ma un tempo stratificato. E' fatto di passi, che lo hanno scavato e limato fino a renderlo alveo di un fiume, è nato da vite fuggevoli, passate una volta e forse mai più tornate, dalle loro direzioni, dalle loro storie portate su palmi e su talloni, su zoccoli e zampe. E' fatto di piogge che ne hanno ammorbidito le tracce, di terra umida, ruzzolata dai versanti, di deviazioni create da alberi stanchi accasciatisi un attimo durato per sempre e di rami, spezzati da un colpo di vento più forte, diventati nuovi tronchi pieni di vita. Il sentiero è un esperimento sinfonico di atti arrivati in momenti diversi.
E' il tempo prima del tempo, prima dell'uomo e prima del bosco, il tempo del mare, dei pesci e delle meduse, delle conchiglie rimaste a testimoniare quel mondo sulle superfici di pietre sparse, in attesa di essere viste per raccontare la loro storia e crearne di nuove nello sguardo che vi si poserà, nella mente che le accoglierà, nella penna che ne scriverà, nella bocca che ne parlerà.
E' il tempo recente, appena passato, di un autunno di rossi e gialli scivolati via con le prime piogge invernali, simili ad acquerelli ancora bagnati e di cui resta solo la solida consistenza lignea dei marroni, capaci di creare una nuova tavolozza cromatica fatta di sfumature brune di cui non si conosce ancora il nome: la terra scura. I rami secchi quasi grigi. I bianchi opachi di vecchi muschi addormentati. 
E' il tempo dell'imminente, della primavera ad un passo dall'esplodere, come una banda di ottoni irriverenti in un Rhapsody in Blue. E' fatto di una primula sfacciata come la giovinezza, che ammicca al lato del sentiero e che, come uno squarcio nel tempo, spiazza lo sguardo, quasi fosse un fuoco fatuo di cui non si credeva l'esistenza. E' così gonfia di colore, così bianca e verdissima e gialla, da apparire fuori contesto in quel pacato mare bruno di foglie letargiche e tronchi nudi, in cui solo l'edera tenta timide e riservate pennellate di colore. Viene da un altro tempo, la primula, annunciando un futuro imminente. Lo dice al sentiero e il sentiero lo mostra a noi.
Il sentiero è quindi un momento fatto di tempi, di spazi, di incontri sfiorati, di orme involontariamente percorse, di secoli antichi e fin troppo recenti, di oggi e di ieri, ma anche di domani. Il sentiero cambia il tempo, richiama un'epoca in cui il tempo non era deciso dai calendari e dagli orologi, ma dalle primule, dalle foglie cadenti, dagli anelli degli alberi. Il sentiero è il cielo, gli alberi, i prati, i campi e tutto quello che c'è tra il nostro occhio e la linea dell'orizzonte.
Il sentiero è la Terra.  
Duille


domenica 15 aprile 2018

Assaggi #3: Lavoretti

Dei saggi si possono dire tante cose: che siano accurati o superficiali, limpidi come l'acqua della Sardegna o oscuri come le parole di una Pizia greca, asciutti come una fetta di carne lasciata troppo tempo sulla piastra oppure scorrevoli ed infiocchettati come un chihuahua nelle mani di Paris Hilton. I saggi possono essere lunghi come la Muraglia Cinese o brevissimi, come uno starnuto emesso sottovoce. Possono essere esaustivi ed appassionanti oppure lasciare tiepidi e pronti ad essere sepolti nei recessi della memoria. Difficilmente però si è sentito dire di un saggio che sia, a tratti, divertente. Diciamoci la verità: "divertente" e "saggio" sembrano quasi due parole antitetiche, gli opposti che violano le leggi dell'amore, non attraendosi mai. Eppure, di tanto in tanto, ecco l'eccezione, il bassethound letterario, tanto serio all'esterno quanto vivace all'interno.
Il mio bassethound è stato Lavoretti, di Riccardo Staglianò. Un libro iniziato come una sfida, forse addirittura frutto di un momento di entusiasmo irrazionale, perché talmente fuori dalla confort zone di un'umanista come me da far impallidire anche la distanza tra Milano e la Luna.
Lavoretti infatti, è un saggio di economia sulla cosiddetta sharing economy, quell'economia fatta di piattaforme multimediali che propongono di instaurare un modello di economia circolare in cui, attraverso l'uso della tecnologia, domanda e offerta si incontrino senza intermediari indiretti, eccetto la piattaforma stessa, scambiandosi beni, tempo o servizi. Un po' come farebbe la zia ambientalista che, invece di andare al supermercato, compra le mele direttamente nella cascina scovata su internet. La realtà che ci racconta Staglianò, invece, è la degenerazione di questo bel concetto nel capitalismo più sfrenato e sregolato (data l'assenza quasi totale di leggi a riguardo) al punto di rendere necessaria una nuova nomenclatura, quella di gig economy, economia dei lavoretti. Si tratta di un'economia in cui il lavoro viene pagato in base alla prestazione erogata e non è vincolata a veri e propri contratti. E' il lavoro dei fattorini di Foodora e Deliveroo, dei drivers di Uber, dei migliaia di moderatori dei social networks (rigorosamente freelance) che si occupano di censurare e/o segnalare le immagini e le frasi che contengono contenuti offensivi, dagli incitamenti di morte dei ragazzini su Ask fino ai messaggi di suicidio su Facebook, e che ha regalato a molti di loro uno stipendio da fame e una bella Sindrome da Stress Post traumatico, con tanto di diagnosi scritta nera su bianco. La Gig economy, ci dice Staglianò, non è il futuro ma un ritorno al passato feudale, in cui le piattaforme, lungi dall'essere l'eroico distruttore delle catene del proletariato ottocentesco, è diventato un nuovo latifondista che estrae una commissione dal servo della gleba che svolge la prestazione, manipola i "collaboratori" affinché lavorino oltre i limiti delle loro possibilità, li punisce riducendo il numero di lavori offerti qualora questi non rispettino i requisiti stakanovisti esigiti o ricevano recensioni negative dai consumatori, non li tutela, li sottopaga, li controlla continuamente. E' così che i drivers di Uber si ritrovano a lavorare anche quando hanno le doglie del parto e a dormire in macchina nei parcheggi delle grandi città per guadagnare tempo ed evitare di tornare in periferia. E' così che i fattorini di Foodora vengono pagati a cottimo 2,50€ a consegna e viene loro ridotta la proposta di lavori se, per qualche motivo, si ritrovano con una gomma bucata per un'ora. E' così che i lavoretti diventano stili di vita e il precariato più estremo si cronicizza come un brutto caso di bronchite.
In questa panoramica disastrosa, che ci vede tutti condannati ad essere allodole davanti ad uno specchio, capite bene che l'ironia diventa non solo gradita, ma addirittura necessaria per ingoiare questo boccone amaro come cicoria e l'autore, fortunatamente, ne fa ampio uso. Staglianò adotta infatti un linguaggio tagliente e amaro, irriverente, cinico e provocatorio, dissacrante e divertentissimo a cui associa una demolizione sistematica, accurata e documentata delle favole moderne a cui i leader di queste nuove piattaforme digitali, comprese Amazon e Facebook, vogliono farci credere. L'obiettivo dell'autore è quello di divulgare e di sviluppare il pensiero critico, di offrire alle persone, soprattutto ai non addetti ai lavori, gli strumenti per promuovere un vero progresso in avanti che sia basato sui diritti acquisiti e non sulla perdita degli stessi in nome di una citofonata flessibilità e autonomia. Per questo motivo, opta per un linguaggio chiaro, accessibile, colloquiale e poco tecnico, e sceglie una esposizione esemplificata, fatta di interviste ai lavoratori, di articoli, di ricostruzioni storiche della nascita e dello sviluppo delle più grandi piattaforme attualmente attive (in particolare Uber e Airbnb) e di diversi capitoli nel quale allarga il discorso, mostrando al lettore il percorso che, di crisi in crisi, ha portato allo smantellamento delle economie tradizionali in nome della nuova economia del futuro, non ultima la crisi attuale, iniziata nel 2008. Ciò che Staglianò sottolinea è quindi che ci troviamo nell'avvenire di un'illusione, per citare Freud, un'illusione che però sta già assumendo la dimensione di un incubo, fatto di precariato, di diritti violati, di pochi che si arricchiscono e di molti che si ritrovano nelle condizioni dei minatori londinesi dell'epoca vittoriana. Un incubo che, alle condizioni attuali, porterà a squilibri economici che non interesseranno solo i singoli ma l'intero sistema e che causeranno un collasso del welfare state (il sistema di assistenza sociale statale) per colpa dell'evasione fiscale legalizzata delle piattaforme e dell'impossibilità di tassare efficacemente i lavoratori che di fatto non hanno contratto dipendente. Conseguentemente, ciò che si delinea è il futuro di una generazione di anziani che, privi di una pensione, si ritroveranno a pesare su finanze pubbliche sempre più esigue e di un presente che esige una "perma-giovinezza" in cui si vive ogni giorno come se fosse l'ultimo. In conclusione, Lavoretti è un libro adatto a tutti coloro che hanno sempre voluto capire qualcosa di economia senza di fatto capirci mai niente, che leggerete tutto d'un fiato (o quasi), che vi farà indignare e, paradossalmente, ridere, che vi aprirà gli occhi e dopo il quale - vi assicuro - inizierete a guardare i fattorini di Foodora con lo sguardo della chioccia davanti al pulcino. 
Duille





domenica 8 aprile 2018

Sorpresa!

"SORPRESA!" 
Una esclamazione che in molti associano a palloncini, amici nascosti sotto ai tavoli e bocche spalancate da un entusiastico stupore. Che sia una festa a sorpresa, una visita inaspettata, un regalo improvvisato o un atto celebrativo, è un momento capace di cambiare un umore uggioso in una Candyland interiore, tutta confetti e caramelle. Ovvio, esistono anche i cinici disillusi che, di fronte alle braccine alzate degli amici più cari, prenderebbero volentieri un fucile a pallettoni trasformando il tutto in una macabra imitazione di un tiro a segno da Luna Park, ma per lo più le sorprese sono gradite a tutti.
Un caso a parte, come al solito, è rappresentato dagli ansiosi sociali, che fanno della compresenza degli opposti un'arte ancora incompresa. Per noi le sorprese, come qualsiasi altra cosa al mondo che implichi l'interazione sociale con noti o ignoti, è fonte di grandi dibattiti interiori. Se da un lato infatti la nostra parte insicura e desiderosa di affetto si riempie d'amore come un secchiello al mare, rendendoci dolci come miele e ad un passo da stucchevoli gesti eclatanti al limite della nausea (come discorsi magniloquenti più adatti ad una premiazione degli Oscar o inquietanti piani che implicano lo strapparsi il cuore per donarne una fettina a ciascuno dei nostri amici), dall'altro il nostro lato ossessivo compulsivo, che vorrebbe sapere in anticipo anche il numero di respiri previsti per la giornata, ne è mortalmente allergico, lo rifiuta come un bambino davanti ai cavolini di Bruxelles e si ritrova spesso davanti alla prospettiva dell'evento con un crocifisso in una mano e l'acqua santa nell'altra. Da un lato, quindi, l'entusiasmo, l'emozione strappabudella, l'incredulità, la gratitudine innamorata ed i discorsi alla Jack Black in The Holiday ("cosa avrò fatto per meritarmela?"). Dall'altro, il panico dell'indefinito, la preparazione disordinata delle truppe che non sanno se prendere il moschetto o ripassare tutte le nozioni apprese in anni di Trivial Pursuit. La sorpresa è per noi paragonabile a fare Bungee-Jumping appesi ad un filo di lana o beccarsi una bomba di colore in faccia. Elettrizzante e terrorizzante allo stesso tempo.
La faccenda, una volta messi a conoscenza dell'esistenza della sorpresa, assume presto i tratti di un romanzo Carrolliano, in cui tutto è il contrario di tutto e le emozioni si mischiano come tempere sfuggite al controllo, portando irrimediabilmente a quell'antisettico marroncino dissenterico che sembra essere l'inevitabile risultato di ogni mix impreciso. L'assenza di direzione e di indizi che affiancano l'annuncio della sorpresa, l'impossibilità di prevedere cosa accadrà, di pianificare comportamenti, di ipotizzare situazioni, problemi e conseguenti soluzioni, ci atterrisce. Dove andremo? Come ci dovremo vestire? Cosa faremo? Staremo seduti? In piedi? Faremo cose? Chiacchiereremo? Per ognuna di queste domande e per ogni attività, abbiamo un kit di sopravvivenza che deve essere aperto, indossato e fatto proprio come una seconda pelle di cellophane per coprire la nostra inossidabile nevrosi. Questo perché per noi, con la nostra naturale abitudine alla mimesi da Wallflower, agire come persone è molto più difficile che assimilarci alla carta da parati, anche se siamo più carne che cellulosa. Perciò non sapere niente della sorpresa, tranne che la sua esistenza stessa, ci obbliga ad attivare tutti i kit contemporaneamente, con l'obiettivo di essere pronti a tutto, da una serata di giochi da tavolo alla venuta dell'Anticristo, e portandoci ad uno stato di preparazione tale da sembrare Samwise Gamgee, che per recarsi a Mordor si era portato dietro pure le padelle. Una cena allargata tra amici, ad esempio, richiederà, nell'ordine: argomenti di conversazione preventivi, l'individuazione di una gamma ristretta di cibi approvabili (che escludono qualsivoglia sostanza possa trasformare i nostri denti in un giardino verticale) e la riesumazione di quel grammo e mezzo di carisma che conserviamo gelosamente come un tartufo bianco particolarmente raro.
 Al contrario, un'attività di movimento, implicherà un addestramento militaresco del nostro corpo, affinché perda la sua biologica legnosità da insetto stecco e ci doni delle fattezze quasi umane che non facciano sentire tutti a disagio. Prepararci, quindi, è fondamentale per il nostro lato impaurito, ci permette di scegliere con cura ogni passo, dalla selezione degli abiti al modo di occupare lo spazio, e di anticipare le mosse altrui, preservandoci, tra l'altro, dal rischio di marmorizzarci come un daino di fronte ai fari della macchina qualora ci trovassimo ad affrontare degli imprevisti. In fondo, quindi, non chiediamo tanto: la rivelazione (nei minimi dettagli) della sorpresa. Da parte nostra, ci mettiamo tutto il finto sbalordimento che il caso richiederà. Croce sul cuore, che mi possa strozzare.
Ma, sapete una cosa? La verità non è questa. Queste sono le parole del nostro lato cuor di coniglio. La verità è che le sorprese, le vogliamo, anzi, le bramiamo come Augustus Gloop desidera la cioccolata di Willy Wonka. Semplicemente non sappiamo come gestirle. Ma d'altronde, non sappiamo gestire l'80% delle cose che ci succedono, eppure le affrontiamo lo stesso, in un modo o nell'altro. Quindi dimenticate il discorso alla Pimpi e al diavolo anche la cautela. Se dovete farci una sorpresa, l'unico vero consiglio da adottare è questo: la deliziosa bastardata dovete farcela fino in fondo. Non diteci nulla, lasciateci nell'ignoranza del ruminante caprino, ingannateci come il miglior illusionista della storia, abusate della fiducia che riponiamo in voi e non risparmiatevi con i grandi preparativi. Certo, la sorpresa poi sarà più traumatica per noi, potreste addirittura scoprire che siamo in grado di maledirvi in 50 lingue diverse, compreso il farfallese e il Klyngon, ma almeno ci salverete da ore di inutili preparativi e sterili preoccupazioni che avrebbero come risultato il solo invecchiamento precoce della nostra pelle già sufficientemente provata (again, The Holiday docet). 
E a quel punto, davanti alla nostra scompostissima quanto genuina reazione davanti all'imprevisto gesto d'affetto, potrete dire orgogliosamente e con certezza che sia stata, a tutti gli effetti, una vera, magnifica, infartuante sorpresa. 
Duille


domenica 25 marzo 2018

Telefilm addicted #17: Lovesick

Prendete una classica sitcom moderna, alla How I met Your Mother o, per i nostalgici, alla Friends. Prendete i loro personaggi rigidamente caratterizzati (il pignolo, il romantico, il donnaiolo, il buffo), le situazioni conviviali in cui sono quotidianamente immersi (il bar, il divano di casa, l'ufficio...) e la sostanziale impermeabilità del gruppo ad ogni ingresso del mondo esterno, usato solo come spunto per fantastiche quanto improbabili avventure. Prendete infine i triangoli amorosi, le cotte segrete, le relazioni più o meno turbolente, le inossidabili amicizie al limite dell'impossibile (come faccia un donnaiolo incallito ad essere il migliore amico di un romantico, ancora non lo capisco). Ecco, prendete tutto questo ed inzuppatelo per bene nella REALTA'. Il risultato sarà LOVESICK.
Lovesick è una serie britannica che partiva con un nome tanto evocativo quanto brutto (Scrotal Recall. Sì, avete letto bene) e che, forse proprio a causa del suo titolo un tantinello fraintendibile, è stata sul punto di morire appena partorita. Fu Santa Netflix a scoprirne il potenziale, resuscitandola come una araba fenice dalle ceneri di un network che, con questo titolo, l'aveva resa osteggiabile come la clamidia da cui la serie parte. Ribattezzata in un modo decisamente più rassicurante, Lovesick attualmente vive serenamente sulla piattaforma americana, anche se è ancora poco conosciuta dal grande pubblico, forse proprio a causa della sua imbastitura strutturale, che prende ad ampie mani dal genere della comedy classica, facendola così precipitare nel facile baratro del preconcetto (colpa anche dell'unica cosa che Netflix non sa fare: i trailer). Ma Lovesick, come dicevo, non è una sitcom canonica, con le risate di sottofondo ad intimarti quando ridere o con accozzaglie di personaggi che stanno insieme solo per opera e grazia degli sceneggiatori. Lovesick è una serie che parte dall'amore per raccontare qualcos'altro. Tutto inizia da una notizia imbarazzante: Dylan, stereotipo del bravo ragazzo in cerca dell'amore, scopre, durante una visita medica, di avere contratto la clamidia e si ritrova costretto a contattare tutte le sue precedenti fiamme per avvisarle del fattaccio, così da permettere loro di prendere le eventuali precauzioni mediche. Dylan però è un tipo corretto, dolce come un gianduiotto, e decide che, invece di mandare un asettico bigliettino con scritto "Ehi! Potresti essere la fortunata vincitrice di una malattia venerea!", preferisce contattare personalmente ogni ragazza per annunciarglielo di persona. Questo di fatto è l'espediente narrativo usato per innescare la trama e rievocare diversi momenti della vita del personaggio e dei suoi due amici, Evie e Luke, usando come punto di aggancio dei flashbacks che ripercorrono brevi periodi delle varie relazioni di Dylan. Non a caso, ogni puntata prende il nome di una delle ragazze della sua lista. Il rischio della serie, date le premesse, era quella di fossilizzarsi in un meccanismo ripetitivo, passando di ragazza in ragazza e di gag in gag, risultando noioso e paludoso. Ciò sarebbe stato vero se l'intento della serie fosse stata solo quella di intrattenere il pubblico. E invece, sorpresa delle sorprese, Lovesick vuole raccontare UNA STORIA.
Tutti i personaggi infatti, scritti alla perfezione, sono accomunati da una ricerca d'identità che, inevitabilmente, finisce coll'intrecciarsi con le scelte amorose dei personaggi. L'amore si configura qui come potente miccia capace di mettere a nudo scomode verità, di rivelare insicurezze e fragilità, di mandare in crisi. Le relazioni finite, ed i relativi flashbacks, sono usati come specchi per completare il puzzle psicologico dei protagonisti, il loro modo d'essere. E' questa quest psicologica che riesce a dare, fin da subito, tridimensionalità ai personaggi, e che permette di sfruttare la classica rigidità caricaturale delle sitcom in modo intelligente ed ingegnoso, evitando la palla curva della riduzione a macchietta. La stereotipia iniziale con cui conosciamo i personaggi (Dylan, il romanticone, Luke, lo sciupafemmine, Evie, l'eterna friendzonata) diventa infatti una confortevole gabbia che tutti usano per proteggersi dall'entrare in contatto con le proprie fragilità e, di fatto, fare i conti con se stessi. L'inizio di questa ricerca da parte di Dylan, mossa da una precedente messa in crisi delle meccaniche rassicuranti quanto statiche dei tre personaggi, fa scattare un cambiamento che, fin dalla prima puntata, investirà tutti i protagonisti, seppur in momenti diversi, rispettando la personalità di ciascuno di loro e le diverse resistenze.
Lovesick è quindi l'amore malato, ma nel senso più umano del termine: le relazioni sono tappabuchi usate per nascondere qualcosa con cui non si vuole fare i conti, ma che, alla fine, si rivelano fallimentari, proprio perché finiscono col rivelare quella fragilità che si è tentato così faticosamente di anestetizzare. Questa tematica centrale forza però la narrazione verso una struttura fortemente episodica, con numerosissime quanto fugaci apparizioni di personaggi femminili la cui funzione psicologica si estingue in una puntata, e che quindi potrebbe facilmente produrre un effetto di spaesamento nello spettatore. La sensazione di vertigine però viene controbilanciata, ancora una volta, attingendo ad un elemento caro della comedy: il rapporto di profonda amicizia e complicità che lega i tre protagonisti, capaci di sostenersi e consigliarsi senza giudicarsi, pur avendo un'opinione su quanto accade l'uno all'altro. Anche in questo caso però, il realismo la fa da padrone: alla base di tutto c'è infatti un affetto genuino e poco citofonato, privo di quella tendenza all'ostentazione tipica di molti prodotti più canonici. Qui, l'amicizia si fa autentica e, per questo, molto vicina allo spettatore. Il realismo della narrazione si rivela anche nella permeabilità del gruppo ad altri personaggi, che in alcuni casi si andranno aggiungendo al trio, svelando un'altrettanta complessità (uno fra tutti, Angus). Lovesick è quindi ben interrato nel mondo sociale più allargato, con tutte le sue difficoltà, le amicizie più o meno strette, i problemi economici e lavorativi, senza porsi come microcosmo autosostentante e, alla lunga, asfissiante. E se tutto questo non bastasse, la serie è anche dannatamente tenera, propositiva, frizzante e ottimista. Avvolge lo spettatore in un percorso importante ma ovattato, perfettamente calibrato, in cui provare empatia con i personaggi sarà facilissimo e che, alla fine, come direbbe Caparezza, ti fa stare bene. In definitiva quindi, tutto quello che c'è da sapere su Lovesick è proprio questo: fa stare bene. Insegna qualcosa sull'essere ventenni nel nuovo millennio, sulle crisi inevitabili e sulle inevitabili crescite che queste crisi comportano, fa ridere con il suo umorismo britannico un po' goffo e tenero, e fa pensare che, comunque vada, tutto si risolverà per il meglio. Qualunque questo "meglio" sia. 

Duille




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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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