domenica 15 aprile 2018

Assaggi #3: Lavoretti

Dei saggi si possono dire tante cose: che siano accurati o superficiali, limpidi come l'acqua della Sardegna o oscuri come le parole di una Pizia greca, asciutti come una fetta di carne lasciata troppo tempo sulla piastra oppure scorrevoli ed infiocchettati come un chihuahua nelle mani di Paris Hilton. I saggi possono essere lunghi come la Muraglia Cinese o brevissimi, come uno starnuto emesso sottovoce. Possono essere esaustivi ed appassionanti oppure lasciare tiepidi e pronti ad essere sepolti nei recessi della memoria. Difficilmente però si è sentito dire di un saggio che sia, a tratti, divertente. Diciamoci la verità: "divertente" e "saggio" sembrano quasi due parole antitetiche, gli opposti che violano le leggi dell'amore, non attraendosi mai. Eppure, di tanto in tanto, ecco l'eccezione, il bassethound letterario, tanto serio all'esterno quanto vivace all'interno.
Il mio bassethound è stato Lavoretti, di Riccardo Staglianò. Un libro iniziato come una sfida, forse addirittura frutto di un momento di entusiasmo irrazionale, perché talmente fuori dalla confort zone di un'umanista come me da far impallidire anche la distanza tra Milano e la Luna.
Lavoretti infatti, è un saggio di economia sulla cosiddetta sharing economy, quell'economia fatta di piattaforme multimediali che propongono di instaurare un modello di economia circolare in cui, attraverso l'uso della tecnologia, domanda e offerta si incontrino senza intermediari indiretti, eccetto la piattaforma stessa, scambiandosi beni, tempo o servizi. Un po' come farebbe la zia ambientalista che, invece di andare al supermercato, compra le mele direttamente nella cascina scovata su internet. La realtà che ci racconta Staglianò, invece, è la degenerazione di questo bel concetto nel capitalismo più sfrenato e sregolato (data l'assenza quasi totale di leggi a riguardo) al punto di rendere necessaria una nuova nomenclatura, quella di gig economy, economia dei lavoretti. Si tratta di un'economia in cui il lavoro viene pagato in base alla prestazione erogata e non è vincolata a veri e propri contratti. E' il lavoro dei fattorini di Foodora e Deliveroo, dei drivers di Uber, dei migliaia di moderatori dei social networks (rigorosamente freelance) che si occupano di censurare e/o segnalare le immagini e le frasi che contengono contenuti offensivi, dagli incitamenti di morte dei ragazzini su Ask fino ai messaggi di suicidio su Facebook, e che ha regalato a molti di loro uno stipendio da fame e una bella Sindrome da Stress Post traumatico, con tanto di diagnosi scritta nera su bianco. La Gig economy, ci dice Staglianò, non è il futuro ma un ritorno al passato feudale, in cui le piattaforme, lungi dall'essere l'eroico distruttore delle catene del proletariato ottocentesco, è diventato un nuovo latifondista che estrae una commissione dal servo della gleba che svolge la prestazione, manipola i "collaboratori" affinché lavorino oltre i limiti delle loro possibilità, li punisce riducendo il numero di lavori offerti qualora questi non rispettino i requisiti stakanovisti esigiti o ricevano recensioni negative dai consumatori, non li tutela, li sottopaga, li controlla continuamente. E' così che i drivers di Uber si ritrovano a lavorare anche quando hanno le doglie del parto e a dormire in macchina nei parcheggi delle grandi città per guadagnare tempo ed evitare di tornare in periferia. E' così che i fattorini di Foodora vengono pagati a cottimo 2,50€ a consegna e viene loro ridotta la proposta di lavori se, per qualche motivo, si ritrovano con una gomma bucata per un'ora. E' così che i lavoretti diventano stili di vita e il precariato più estremo si cronicizza come un brutto caso di bronchite.
In questa panoramica disastrosa, che ci vede tutti condannati ad essere allodole davanti ad uno specchio, capite bene che l'ironia diventa non solo gradita, ma addirittura necessaria per ingoiare questo boccone amaro come cicoria e l'autore, fortunatamente, ne fa ampio uso. Staglianò adotta infatti un linguaggio tagliente e amaro, irriverente, cinico e provocatorio, dissacrante e divertentissimo a cui associa una demolizione sistematica, accurata e documentata delle favole moderne a cui i leader di queste nuove piattaforme digitali, comprese Amazon e Facebook, vogliono farci credere. L'obiettivo dell'autore è quello di divulgare e di sviluppare il pensiero critico, di offrire alle persone, soprattutto ai non addetti ai lavori, gli strumenti per promuovere un vero progresso in avanti che sia basato sui diritti acquisiti e non sulla perdita degli stessi in nome di una citofonata flessibilità e autonomia. Per questo motivo, opta per un linguaggio chiaro, accessibile, colloquiale e poco tecnico, e sceglie una esposizione esemplificata, fatta di interviste ai lavoratori, di articoli, di ricostruzioni storiche della nascita e dello sviluppo delle più grandi piattaforme attualmente attive (in particolare Uber e Airbnb) e di diversi capitoli nel quale allarga il discorso, mostrando al lettore il percorso che, di crisi in crisi, ha portato allo smantellamento delle economie tradizionali in nome della nuova economia del futuro, non ultima la crisi attuale, iniziata nel 2008. Ciò che Staglianò sottolinea è quindi che ci troviamo nell'avvenire di un'illusione, per citare Freud, un'illusione che però sta già assumendo la dimensione di un incubo, fatto di precariato, di diritti violati, di pochi che si arricchiscono e di molti che si ritrovano nelle condizioni dei minatori londinesi dell'epoca vittoriana. Un incubo che, alle condizioni attuali, porterà a squilibri economici che non interesseranno solo i singoli ma l'intero sistema e che causeranno un collasso del welfare state (il sistema di assistenza sociale statale) per colpa dell'evasione fiscale legalizzata delle piattaforme e dell'impossibilità di tassare efficacemente i lavoratori che di fatto non hanno contratto dipendente. Conseguentemente, ciò che si delinea è il futuro di una generazione di anziani che, privi di una pensione, si ritroveranno a pesare su finanze pubbliche sempre più esigue e di un presente che esige una "perma-giovinezza" in cui si vive ogni giorno come se fosse l'ultimo. In conclusione, Lavoretti è un libro adatto a tutti coloro che hanno sempre voluto capire qualcosa di economia senza di fatto capirci mai niente, che leggerete tutto d'un fiato (o quasi), che vi farà indignare e, paradossalmente, ridere, che vi aprirà gli occhi e dopo il quale - vi assicuro - inizierete a guardare i fattorini di Foodora con lo sguardo della chioccia davanti al pulcino. 
Duille





domenica 8 aprile 2018

Sorpresa!

"SORPRESA!" 
Una esclamazione che in molti associano a palloncini, amici nascosti sotto ai tavoli e bocche spalancate da un entusiastico stupore. Che sia una festa a sorpresa, una visita inaspettata, un regalo improvvisato o un atto celebrativo, è un momento capace di cambiare un umore uggioso in una Candyland interiore, tutta confetti e caramelle. Ovvio, esistono anche i cinici disillusi che, di fronte alle braccine alzate degli amici più cari, prenderebbero volentieri un fucile a pallettoni trasformando il tutto in una macabra imitazione di un tiro a segno da Luna Park, ma per lo più le sorprese sono gradite a tutti.
Un caso a parte, come al solito, è rappresentato dagli ansiosi sociali, che fanno della compresenza degli opposti un'arte ancora incompresa. Per noi le sorprese, come qualsiasi altra cosa al mondo che implichi l'interazione sociale con noti o ignoti, è fonte di grandi dibattiti interiori. Se da un lato infatti la nostra parte insicura e desiderosa di affetto si riempie d'amore come un secchiello al mare, rendendoci dolci come miele e ad un passo da stucchevoli gesti eclatanti al limite della nausea (come discorsi magniloquenti più adatti ad una premiazione degli Oscar o inquietanti piani che implicano lo strapparsi il cuore per donarne una fettina a ciascuno dei nostri amici), dall'altro il nostro lato ossessivo compulsivo, che vorrebbe sapere in anticipo anche il numero di respiri previsti per la giornata, ne è mortalmente allergico, lo rifiuta come un bambino davanti ai cavolini di Bruxelles e si ritrova spesso davanti alla prospettiva dell'evento con un crocifisso in una mano e l'acqua santa nell'altra. Da un lato, quindi, l'entusiasmo, l'emozione strappabudella, l'incredulità, la gratitudine innamorata ed i discorsi alla Jack Black in The Holiday ("cosa avrò fatto per meritarmela?"). Dall'altro, il panico dell'indefinito, la preparazione disordinata delle truppe che non sanno se prendere il moschetto o ripassare tutte le nozioni apprese in anni di Trivial Pursuit. La sorpresa è per noi paragonabile a fare Bungee-Jumping appesi ad un filo di lana o beccarsi una bomba di colore in faccia. Elettrizzante e terrorizzante allo stesso tempo.
La faccenda, una volta messi a conoscenza dell'esistenza della sorpresa, assume presto i tratti di un romanzo Carrolliano, in cui tutto è il contrario di tutto e le emozioni si mischiano come tempere sfuggite al controllo, portando irrimediabilmente a quell'antisettico marroncino dissenterico che sembra essere l'inevitabile risultato di ogni mix impreciso. L'assenza di direzione e di indizi che affiancano l'annuncio della sorpresa, l'impossibilità di prevedere cosa accadrà, di pianificare comportamenti, di ipotizzare situazioni, problemi e conseguenti soluzioni, ci atterrisce. Dove andremo? Come ci dovremo vestire? Cosa faremo? Staremo seduti? In piedi? Faremo cose? Chiacchiereremo? Per ognuna di queste domande e per ogni attività, abbiamo un kit di sopravvivenza che deve essere aperto, indossato e fatto proprio come una seconda pelle di cellophane per coprire la nostra inossidabile nevrosi. Questo perché per noi, con la nostra naturale abitudine alla mimesi da Wallflower, agire come persone è molto più difficile che assimilarci alla carta da parati, anche se siamo più carne che cellulosa. Perciò non sapere niente della sorpresa, tranne che la sua esistenza stessa, ci obbliga ad attivare tutti i kit contemporaneamente, con l'obiettivo di essere pronti a tutto, da una serata di giochi da tavolo alla venuta dell'Anticristo, e portandoci ad uno stato di preparazione tale da sembrare Samwise Gamgee, che per recarsi a Mordor si era portato dietro pure le padelle. Una cena allargata tra amici, ad esempio, richiederà, nell'ordine: argomenti di conversazione preventivi, l'individuazione di una gamma ristretta di cibi approvabili (che escludono qualsivoglia sostanza possa trasformare i nostri denti in un giardino verticale) e la riesumazione di quel grammo e mezzo di carisma che conserviamo gelosamente come un tartufo bianco particolarmente raro.
 Al contrario, un'attività di movimento, implicherà un addestramento militaresco del nostro corpo, affinché perda la sua biologica legnosità da insetto stecco e ci doni delle fattezze quasi umane che non facciano sentire tutti a disagio. Prepararci, quindi, è fondamentale per il nostro lato impaurito, ci permette di scegliere con cura ogni passo, dalla selezione degli abiti al modo di occupare lo spazio, e di anticipare le mosse altrui, preservandoci, tra l'altro, dal rischio di marmorizzarci come un daino di fronte ai fari della macchina qualora ci trovassimo ad affrontare degli imprevisti. In fondo, quindi, non chiediamo tanto: la rivelazione (nei minimi dettagli) della sorpresa. Da parte nostra, ci mettiamo tutto il finto sbalordimento che il caso richiederà. Croce sul cuore, che mi possa strozzare.
Ma, sapete una cosa? La verità non è questa. Queste sono le parole del nostro lato cuor di coniglio. La verità è che le sorprese, le vogliamo, anzi, le bramiamo come Augustus Gloop desidera la cioccolata di Willy Wonka. Semplicemente non sappiamo come gestirle. Ma d'altronde, non sappiamo gestire l'80% delle cose che ci succedono, eppure le affrontiamo lo stesso, in un modo o nell'altro. Quindi dimenticate il discorso alla Pimpi e al diavolo anche la cautela. Se dovete farci una sorpresa, l'unico vero consiglio da adottare è questo: la deliziosa bastardata dovete farcela fino in fondo. Non diteci nulla, lasciateci nell'ignoranza del ruminante caprino, ingannateci come il miglior illusionista della storia, abusate della fiducia che riponiamo in voi e non risparmiatevi con i grandi preparativi. Certo, la sorpresa poi sarà più traumatica per noi, potreste addirittura scoprire che siamo in grado di maledirvi in 50 lingue diverse, compreso il farfallese e il Klyngon, ma almeno ci salverete da ore di inutili preparativi e sterili preoccupazioni che avrebbero come risultato il solo invecchiamento precoce della nostra pelle già sufficientemente provata (again, The Holiday docet). 
E a quel punto, davanti alla nostra scompostissima quanto genuina reazione davanti all'imprevisto gesto d'affetto, potrete dire orgogliosamente e con certezza che sia stata, a tutti gli effetti, una vera, magnifica, infartuante sorpresa. 
Duille


domenica 25 marzo 2018

Telefilm addicted #17: Lovesick

Prendete una classica sitcom moderna, alla How I met Your Mother o, per i nostalgici, alla Friends. Prendete i loro personaggi rigidamente caratterizzati (il pignolo, il romantico, il donnaiolo, il buffo), le situazioni conviviali in cui sono quotidianamente immersi (il bar, il divano di casa, l'ufficio...) e la sostanziale impermeabilità del gruppo ad ogni ingresso del mondo esterno, usato solo come spunto per fantastiche quanto improbabili avventure. Prendete infine i triangoli amorosi, le cotte segrete, le relazioni più o meno turbolente, le inossidabili amicizie al limite dell'impossibile (come faccia un donnaiolo incallito ad essere il migliore amico di un romantico, ancora non lo capisco). Ecco, prendete tutto questo ed inzuppatelo per bene nella REALTA'. Il risultato sarà LOVESICK.
Lovesick è una serie britannica che partiva con un nome tanto evocativo quanto brutto (Scrotal Recall. Sì, avete letto bene) e che, forse proprio a causa del suo titolo un tantinello fraintendibile, è stata sul punto di morire appena partorita. Fu Santa Netflix a scoprirne il potenziale, resuscitandola come una araba fenice dalle ceneri di un network che, con questo titolo, l'aveva resa osteggiabile come la clamidia da cui la serie parte. Ribattezzata in un modo decisamente più rassicurante, Lovesick attualmente vive serenamente sulla piattaforma americana, anche se è ancora poco conosciuta dal grande pubblico, forse proprio a causa della sua imbastitura strutturale, che prende ad ampie mani dal genere della comedy classica, facendola così precipitare nel facile baratro del preconcetto (colpa anche dell'unica cosa che Netflix non sa fare: i trailer). Ma Lovesick, come dicevo, non è una sitcom canonica, con le risate di sottofondo ad intimarti quando ridere o con accozzaglie di personaggi che stanno insieme solo per opera e grazia degli sceneggiatori. Lovesick è una serie che parte dall'amore per raccontare qualcos'altro. Tutto inizia da una notizia imbarazzante: Dylan, stereotipo del bravo ragazzo in cerca dell'amore, scopre, durante una visita medica, di avere contratto la clamidia e si ritrova costretto a contattare tutte le sue precedenti fiamme per avvisarle del fattaccio, così da permettere loro di prendere le eventuali precauzioni mediche. Dylan però è un tipo corretto, dolce come un gianduiotto, e decide che, invece di mandare un asettico bigliettino con scritto "Ehi! Potresti essere la fortunata vincitrice di una malattia venerea!", preferisce contattare personalmente ogni ragazza per annunciarglielo di persona. Questo di fatto è l'espediente narrativo usato per innescare la trama e rievocare diversi momenti della vita del personaggio e dei suoi due amici, Evie e Luke, usando come punto di aggancio dei flashbacks che ripercorrono brevi periodi delle varie relazioni di Dylan. Non a caso, ogni puntata prende il nome di una delle ragazze della sua lista. Il rischio della serie, date le premesse, era quella di fossilizzarsi in un meccanismo ripetitivo, passando di ragazza in ragazza e di gag in gag, risultando noioso e paludoso. Ciò sarebbe stato vero se l'intento della serie fosse stata solo quella di intrattenere il pubblico. E invece, sorpresa delle sorprese, Lovesick vuole raccontare UNA STORIA.
Tutti i personaggi infatti, scritti alla perfezione, sono accomunati da una ricerca d'identità che, inevitabilmente, finisce coll'intrecciarsi con le scelte amorose dei personaggi. L'amore si configura qui come potente miccia capace di mettere a nudo scomode verità, di rivelare insicurezze e fragilità, di mandare in crisi. Le relazioni finite, ed i relativi flashbacks, sono usati come specchi per completare il puzzle psicologico dei protagonisti, il loro modo d'essere. E' questa quest psicologica che riesce a dare, fin da subito, tridimensionalità ai personaggi, e che permette di sfruttare la classica rigidità caricaturale delle sitcom in modo intelligente ed ingegnoso, evitando la palla curva della riduzione a macchietta. La stereotipia iniziale con cui conosciamo i personaggi (Dylan, il romanticone, Luke, lo sciupafemmine, Evie, l'eterna friendzonata) diventa infatti una confortevole gabbia che tutti usano per proteggersi dall'entrare in contatto con le proprie fragilità e, di fatto, fare i conti con se stessi. L'inizio di questa ricerca da parte di Dylan, mossa da una precedente messa in crisi delle meccaniche rassicuranti quanto statiche dei tre personaggi, fa scattare un cambiamento che, fin dalla prima puntata, investirà tutti i protagonisti, seppur in momenti diversi, rispettando la personalità di ciascuno di loro e le diverse resistenze.
Lovesick è quindi l'amore malato, ma nel senso più umano del termine: le relazioni sono tappabuchi usate per nascondere qualcosa con cui non si vuole fare i conti, ma che, alla fine, si rivelano fallimentari, proprio perché finiscono col rivelare quella fragilità che si è tentato così faticosamente di anestetizzare. Questa tematica centrale forza però la narrazione verso una struttura fortemente episodica, con numerosissime quanto fugaci apparizioni di personaggi femminili la cui funzione psicologica si estingue in una puntata, e che quindi potrebbe facilmente produrre un effetto di spaesamento nello spettatore. La sensazione di vertigine però viene controbilanciata, ancora una volta, attingendo ad un elemento caro della comedy: il rapporto di profonda amicizia e complicità che lega i tre protagonisti, capaci di sostenersi e consigliarsi senza giudicarsi, pur avendo un'opinione su quanto accade l'uno all'altro. Anche in questo caso però, il realismo la fa da padrone: alla base di tutto c'è infatti un affetto genuino e poco citofonato, privo di quella tendenza all'ostentazione tipica di molti prodotti più canonici. Qui, l'amicizia si fa autentica e, per questo, molto vicina allo spettatore. Il realismo della narrazione si rivela anche nella permeabilità del gruppo ad altri personaggi, che in alcuni casi si andranno aggiungendo al trio, svelando un'altrettanta complessità (uno fra tutti, Angus). Lovesick è quindi ben interrato nel mondo sociale più allargato, con tutte le sue difficoltà, le amicizie più o meno strette, i problemi economici e lavorativi, senza porsi come microcosmo autosostentante e, alla lunga, asfissiante. E se tutto questo non bastasse, la serie è anche dannatamente tenera, propositiva, frizzante e ottimista. Avvolge lo spettatore in un percorso importante ma ovattato, perfettamente calibrato, in cui provare empatia con i personaggi sarà facilissimo e che, alla fine, come direbbe Caparezza, ti fa stare bene. In definitiva quindi, tutto quello che c'è da sapere su Lovesick è proprio questo: fa stare bene. Insegna qualcosa sull'essere ventenni nel nuovo millennio, sulle crisi inevitabili e sulle inevitabili crescite che queste crisi comportano, fa ridere con il suo umorismo britannico un po' goffo e tenero, e fa pensare che, comunque vada, tutto si risolverà per il meglio. Qualunque questo "meglio" sia. 

Duille




domenica 18 marzo 2018

Assaggi #2: J.R.R. Tolkien. Tradizione e modernità nel Signore degli Anelli

Amare il Signore degli Anelli è stato per me estremamente facile, dal primo momento che ho posato i miei occhioni miopi sulla prima pagina di questo tomone spaventoso da più di 1000 pagine. Molto meno facile è stato, da sempre, spiegare perché ritenessi questo testo così fondamentale, non solo da un punto di vista personale ma anche collettivo.
Stefano Giuliano
Questa difficoltà, per fortuna, non è stata condivisa da Stefano Giuliano che, a partire da una tesi universitaria poi pubblicata, ha confezionato negli anni, e attraverso un paio di revisioni, un saggio dai contorni chiari, dalle tematiche curate e da cui traspare tutto l'amore che questo autore italiano ha per l'opera, adeguatamente velato da quella patina british che tanto viene richiesta nelle tesi di laurea. Niente pathos, please. Il saggio in questione ha il nome emblematico del testo che non vuole girarci troppo intorno e un sottotitolo che arpiona la curiosità come il Capitano Achab arpionò la povera Moby Dick: J.R.R. Tolkien. Tradizione e modernità nel Signore degli Anelli. E proprio di questo tratta l'elegante saggio di 304 pagine: l'incontro, quasi da Big Bang, tra la tradizione letteraria e mitologica indoeuropea e la mente creativa di Tolkien.
Il saggio di Stefano Giuliano è un lungo viaggio nel viaggio, una discesa nel Signore degli Anelli in tutti i suoi particolari: negli oggetti, negli ambienti, nei personaggi, negli archetipi che essi rappresentano e negli elementi di modernità che vi sono stati aggiunti, rendendoli eroi contemporanei e, per questo, capaci di parlare al cuore del lettore moderno. Facendo riferimento a mitologi, filosofi e studiosi delle letterature antiche e delle religioni, nonché attingendo alle saghe più note del panorama mitico-letterario di diverse epoche (tra cui anche quella dantesca e virgiliana), Giuliano, con l'ottica esplicativa dello scienziato, apre le maglie della "favola più lunga del mondo", come la chiamava Tolkien, mostrandone i temi, i simboli e gli elementi costitutivi e restituendo così al lettore una visione sorprendente, più completa ed innamorata dell'opera. 
Il saggio di Giuliano si articola su due macrotemi centrali: il viaggio nell'Aldilà e l'individuazione di riferimenti appartenenti alla mitologia tradizionale nell'opera tolkieniana. Per quanto riguarda il primo tema, la tesi di Giuliano è semplice e chiara: il viaggio dei protagonisti del Signore degli Anelli può essere intesa come una ripetuta catabasi, un viaggio nell'Oltretomba, che viene sfruttato come momento di messa alla prova dell'eroe ed esperienza iniziatica, capace di produrre un processo di maturazione  e rinascita, come altro da sé, proprio attraverso l'atto della morte simbolica. Nel volume, l'autore individua diverse catabasi, tra cui spiccano, naturalmente, episodi come i Tumulilande, Moria o la cavalcata sui Sentieri dei Morti, ma anche momenti meno facilmente intuibili, come le numerose soste nelle terre elfiche, che fanno riferimento alla mitologia celtica dell'Aldilà. Giuliano non si limita però ad indicare le catabasi presenti nel romanzo, ma approfondisce la sua esposizione individuando, per ognuna di esse, i riferimenti alla mitologia norrena, celtica ed indoeuropea da cui queste derivano.
Tolkien si rivela quindi un attento studioso, capace di assorbire gli elementi ricorrenti delle credenze tradizionali e di plasmarle, così da creare un nuovo mito, in continuità con quelli del passato ma con numerosi elementi di innovazione. E' qui che si inserisce il secondo macrotema del saggio, che ne da' anche il titolo: l'autore, infatti, rivela come Tolkien, grande studioso di mitologia e particolarmente appassionato di miti norreni, si sia affidato ampiamente alla mitologia antica per costruire un romanzo attento a creare un'atmosfera mitica ed ancestrale, sfruttandone i simboli ricorrenti, senza di fatto restare intrappolato nel semplice esercizio di stile o nell'opera celebrativa fine a se stessa. Il Signore degli Anelli, infatti, è molto più che un patchwork mitologico. L'autore oxoniense era talmente esperto del materiale scelto da essere stato in grado di padroneggiarlo totalmente, riuscendo contemporaneamente a salvarne l'evocativa struttura di significato implicita (i simboli che parlano al lettore, riportandone echi antichi ed insegnamenti identitari), e a plasmarli, aggiungendovi temi nuovi e attuali che lo hanno reso il mito moderno che tutti conosciamo. Infatti, come ci spiega Giuliano, accanto ai temi classici delle opere cavalleresche (la figura del guerriero-re, le battaglie, il concetto dell'onore) e a quelli propri delle fiabe e dei miti antichi (la struttura che alterna momenti di azione e di calma, gli aiutanti magici dell'eroe, le prove da affrontare, la crescita interiore del protagonista), si palesano altri temi, cari a Tolkien, dal sapore molto più contemporaneo, come il tema della Macchina, simbolo della tecnologia moderna egoista e individualista, della "conoscenza piegata allo sfruttamento". In una capacità quasi premonitrice, Tolkien denuncia la Macchina, la ricerca dell'onnipotenza individuale non più piegata ai ritmi del tempo naturale, come nuova forma del Male. Nel suo romanzo infatti, come spiega Giuliano, i personaggi positivi (Hobbit ed elfi soprattutto) sono creature silvane, dai ritmi lenti e dagli strumenti semplici, mentre Sauron e Saruman sono rappresentati l'uno come un occhio scrutatore, quasi un presagio del futuro fatto di telecamere e raccolta dati delle moderne società internaute, l'altro come uno scienziato costruttore di macchine infernali che avvelenano i fiumi e creatore dei temibili Uruk-Hai. Questi sono solo alcuni dei temi che l'autore del saggio approfondisce (degno di nota è anche la disquisizione sulla fisicità del Male), mostrando come Tolkien sia stato capace di sfruttare un'intelaiatura classica per intesservi una narrazione a cavallo tra tradizione e modernità, tra religione e filosofia, tra denuncia sociale ed etica morale, arrivando a concepire un mito moderno, che, come dice Giuliano, ha "restituito significato al mito, dato nuovo vigore a idee e valori antichi, offerto un antidoto al materialismo e al cinismo odierni". In conclusione, l'opera di Giuliano si rivela un ottimo approfondimento per tutti coloro che sono innamorati del Signore degli Anelli, per tutti coloro che hanno intuito nell'opera di Tolkien qualcosa di più di una semplice epopea fantasy ma che, per vari motivi, non avevano gli strumenti per poter cogliere pienamente quel qualcosa in più. Un saggio rigenerante, che si legge tutto d'un fiato, dal linguaggio chiaro e lineare, senza però perdere il gusto per l'uso di alcuni (ma non troppi) termini tecnici (come "ctonio", che si è rivelato, ovviamente, non essere il cugino di Tonio Cartonio). Un'opera ricca di approfondimenti e con una bibliografia sconfinata che permetterà di proseguire all'infinito questo meraviglioso, appassionato viaggio nel viaggio. 
Duille


lunedì 5 marzo 2018

Ansia di (da) voto

Noi ansiosi sociali, sulla base della mia esperienza da cavia, siamo creature che hanno bisogno di solide routine, talmente solide da potercisi sbattere agevolmente contro e da renderci quasi incomprensibili quei film horror basati sui loop temporali. Costruire una routine non è cosa da poco: esige fatica, sudori freddi, tachicardiche esplorazioni e tanto tempo sulla graticola prima di riuscire a cucirsela addosso. La ripetizione del sempre uguale è la chiave di questa impresa eccezionale.

Quando, quindi, la routine si rompe e subentra un evento nuovo, anche se a sua volta fagocitabile nella routine, si ha un effetto alla Guerra dei Mondi, con tanto di Carmina Burana in sottofondo. E non si creda che gli scardinatori della routine debbano avere le proporzioni di mastodontici martelli militareschi alla The Wall, pronti a marciare minacciosamente sulle nostre esili abitudini di carta di riso. Per un ansioso sociale, basta lo starnuto di  una pulce a ribaltarlo come dopo un giro nella centrifuga. Un esempio per tutti: le votazioni elettorali. Che siano quelle nazionali, comunali o destinate alla scelta del colore dei cancellini delle lavagne, la percezione che producono è sempre la stessa: un abuso di potere non necessario e sadicamente lesivo della nostra già fin troppo provata psiche. Non importa che si sia un attivista da centro sociale o un sostenitore fin dalla culla del diritto/dovere di voto. Qualsiasi ansioso sociale, anche il più motivato, proverà sempre paura e astio per il rituale del voto. Ad occhi profani questa nostra ambivalenza emotiva potrà sembrare una incomprensibile incoerenza, spiegabile solo facendo appello a quella dicotomia freudiana tra conscio ed inconscio o, più pragmaticamente, affidandosi alla celebre metafora dal balcone fuori dall'edificio o del cavallo all'esterno della stalla, a seconda delle influenze urbane o agricole. In fondo, dire "sei fuori come un balcone" è semplice, chiaro e mette un bel punto definitivo alla questione, lasciando liberi di tornare a più liete faccende, come spiare il vicino di casa o colpevolizzare il fruttivendolo marocchino per le disgrazie compiute dall'Isis. In realtà però, la questione della nostra ambivalenza è facilmente spiegabile: non è l'atto civico e politico del voto a causarci l'allergia, ma il rituale sociale del recarsi alle urne e conferire con gli scrutinatori dallo sguardo annoiato per ben due volte, prima e dopo il voto. Praticamente è come chiederci una doppia panatura nell'olio bollente. Ecco, quello è il vero, unico problema: stare in mezzo alla gente mentre si è costretti ad uscire dal proprio acquario. E' scontato quindi che, se non potremo evitare di rivolgere la parola agli scrutinatori, almeno cercheremo di ridurre all'osso l'incontro con le palle degli occhi di altri ignoti votanti, recandoci alle urne negli orari più improbabili, all'alba, ad esempio, o al calar delle tenebre in compagnia dei vampiri e degli alcolisti in pellegrinaggio al bar. E come se tutta questa traumatica esposizione sociale non fosse abbastanza, va considerata anche la combo con l'ansia da prestazione.
Qualcosa potrebbe andare storto, potremmo dimenticare la matita, sbagliare a piegare la scheda, andare alle urne senza passare dal via, inciampare nelle nostre gambe, rimanere impigliati nella tendina della cabina come una mosca nella carta moschicida, squittire il nostro nome o avere un'autocombustione facciale da imbarazzo difficile da giustificare. Il risultato sarebbe l'inevitabile walk of shame che nessuno, e dico proprio NESSUNO, vorrebbe dover affrontare, soprattutto se si vive vicino al luogo del delitto. Così di solito, la missione suicida della votazione viene anticipata da mesi di preparazione maniacale, ripetizioni mantra sui passaggi da compiere nel momento dell'ingresso nel salone del dolore ("Saluta, consegna, ritira") e tentativi di contenere la subitanea trasformazione in Ghost Raiders arrugginiti. Solo l'ingresso nella piccola scatola di fiammiferi che è la cabina elettorale riesce ad apportare un momento di sollievo. E' incredibilmente rassicurante sapere di essere finalmente soli tra le confortevoli tendine di carta scura del cubotto, un po' come essere avvolti nel Mantello dell'Invisibilità potteriano, ed è tutto così sollevante da spingerci a ventilare l'idea di farci un nido dentro e andare subitaneamente in letargo. Ma questo sollievo dura poco perché, anche se la questione sociale è momentaneamente sospesa, resta pur sempre l'ansia da prestazione che svolazza sulla nostra testa come una cimice e che si traduce nelle migliaia di domande (di cui sopra) che mettono in dubbio le nostre capacità intellettive di base, eclissate però di fronte all'Unica Domanda, paragonabile solo all'Unico Anello: quanto tempo restare nella cabina elettorale? Domanda gravosa, domanda importante, domanda decisiva per le sorti del nostro prossimo futuro. Restare troppo poco suggerirebbe una certa superficialità nella decisione o alluderebbe all'idea che stiamo prendendo l'incarico elettorale con troppa leggerezza. Restare troppo, d'altro canto, potrebbe risultare sospetto, farci sembrare indecisi o semplicemente portare a chiedersi se siamo stati risucchiati in un wormhole, se siamo svenuti sulla tessera o se, in preda all'indecisione su chi votare, abbiamo commesso harakiri sfruttando la matita spuntata come katana cerimoniale. Come si può capire, le tempistiche sono importantissime per la nostra credibilità di elettori, ma soprattutto per garantirci buone probabilità di uscita dal vespaio sociale delle votazioni senza grossi danni. Un bel respiro profondo (facciamo due) e via, si scosta il Mantello dell'invisibilità e ci si lascia risputare nel mondo, si sbrigano le ultime faccende burocratiche ("imbuca, ritira, saluta") e ci si dilegua nella notte, con tanto di nuvoletta di fumo. E finalmente, potremo tornare alla nostra cabina mentale, con le sue tendine di abitudini e la sua rassicurante, penombrosa ripetitività di carta. Sperando che nel frattempo, non cada il governo.
Duille



domenica 25 febbraio 2018

Metamorfosi

L'adolescenza è un momento né carne né pesce. Si cresce ma non abbastanza, si è responsabili, ma non del tutto pronti per esserlo. Si vuole di più, ma si è intrappolati in un presente troppo spesso fatto di freddo acciaio ricoperto di cera bollente. Guardando indietro, con lo sguardo dell'oggi rivolto al passato, mi rendo conto che l'adolescenza, anche la mia adolescenza, è stata anche il tempo delle promesse fatte a se stessi. Si era tutti protesi in avanti, verso un futuro da costruire che, in molti casi, era anche l'unica consolazione ad un presente sofferto e stringente, da cui non sembrava esserci via d'uscita se non quella dell'attesa e della resistenza. Il futuro, in adolescenza, era una promessa tenuta in punta di dita.
A volte, per crederci davvero, perché le radici affondassero in profondità nella terra umida, diventava necessario, anzi, indispensabile, urlare questa promessa a gran voce, cantarla, danzarla, farla esplodere nello spazio fino a farlo riecheggiare su ogni superficie. In fondo, era il manifesto di un'identità ancora in divenire, la chiave di catene invisibili che ci si portava addosso tutti i giorni, sotto allo zaino carico di libri di scuola. A volte queste esplosioni erano forti, pirotecniche, bellissime come cigni o potenti come ringhi di tigri. Altre volte, però, erano sommerse, ittiche, come una bolla d'aria che affiorava sul pelo dell'acqua e che alludeva l'esistenza di altro, sotto la superficie, qualcosa di cui nessuno si accorgeva. Ma che, comunque, esisteva. Era il manifesto dei timidi, degli introversi, degli insicuri, dei poeti nascosti sotto maglioni sformati e occhiali rotondi. A volte, era così importante, quella promessa di futuro, da non poter nemmeno essere sussurrata all'orecchio dell'acqua. Era così determinante, da diventare un segreto da avvolgere in una pergamena e nascondere nel buio di un cassettino, custodito da una fata. Non poteva essere detto perché era fatto di trasparenze, di foglie di Lunaria che si spezzavano al tocco. Allora le si fissava su una pagina, le si intingeva in punta di penna e le si srotolava sulla carta, in un movimento acquoso da rigagnolo di pioggia che accompagna il fianco di un marciapiede. Le si liberava in uno spazio ristretto, che poteva essere piegato e tenuto nascosto in un taschino, all'altezza del cuore, o che poteva essere imbottigliato in una minuscola ampolla capace di contenere tutto il proprio nucleo.
Lo si lasciava celato in piena vista, come un pensiero che galleggia sulla testa e che increspa le labbra, rassicurantemente invisibile a tutti tranne che a sé. Oppure lo si proteggeva, custodendolo in un angolo remoto di un luogo misterioso, accessibile solo con una mappa scritta nel linguaggio delle suggestioni e delle fantasticherie ad occhi aperti. In ogni caso, ovunque questi segreti fossero celati, restavano in attesa. Aspettavano di liberarsi dalla pagina e di aprirsi a ventaglio sulla realtà, coprendola tutta, aderendovi come un guanto fino a sciogliervisi dentro, una pagliuzza di grafite dietro l'altra, cambiandone la trama, arricchendone i colori. E quel giorno sarebbe arrivato, quando ormai ci si fosse dimenticati di quel foglio sgualcito addormentato in un letargo apparentemente eterno. Quel giorno arriva, magari dopo anni di buio, sia nel cassetto che fuori, dopo stagioni di dubbi, cadute e lotte al limite del sopportabile, dopo attimi senza fiato fatti di speranze vacillanti sostenute solo da una determinazione disperata. Quel giorno è arrivato, e ci trova di nuovo, come allora, davanti a quel cassetto, di fronte a quel foglio di pergamena ancora intatta, sebbene sottilissimo, faccia a faccia con quelle parole, alla mano che le scrisse, al braccio che sostenne l'impresa, al collo piegato in atto di devozione, al mento silente, alle labbra ermetiche ed al naso sospirante. Ci trova ad indugiare davanti al ricordo di quegli occhi adolescenti di cui resta ancora una traccia e, più in alto, davanti al fantasma di quella fronte concentratissima, dietro cui brillavano, come lucciole, i pensieri, solo per un attimo, prima di scorrere veloci nelle terminazioni nervose, per iniziare la loro metamorfosi da bruco a crisalide cartacea. E riguardandosi, iride dell'oggi nell'iride di ieri, si può sorridere, complici di se stessi, consapevoli, per la prima volta fin nelle ossa, di essere gli artefici di questo miracolo definitivo, del traguardo raggiunto, della prima conclusione di una grande, personale metamorfosi: il volo della farfalla.   
Duille



domenica 18 febbraio 2018

Telefilm addicted #16: Britannia

Si può parlare di Britannia, la nuova serie tv fantasy-storica approdata sui nostri schermi a gennaio 2018, in due modi: come un prodotto a se stante o come tentativo di sostituirsi al suo cugino, più assurdamente famoso, Game of Thrones.
Se lo consideriamo come aspirante erede della nuova Zecca televisiva degli ultimi anni, Britannia sembra fallire ogni aspettativa, un po' come un fratello minore ribelle che non vuole seguire la ancestrale tradizione familiare di diventare avvocato, decidendo piuttosto di girare il mondo in compagnia di un cane pastore e un Narghilè. Se infatti cercherete recensioni di Britannia sul vasto mondo virtuale, troverete sempre la stessa cosa: Britannia non è Game of Thrones. Non ha quel gusto voyeuristico per il sesso selvaggio e il sangue a secchiate, non ha la stessa faraonica mole di personaggi, non ha la stessa complessità della trama né la raffinatezza dei costumi. Insomma, la bocciatura totale, senza neanche un rimandato a settembre. Ma io, unica creatura sulla terra insieme agli eremiti sulle montagne del Tibet, non ho ancora visto Game of Thrones. E questo mi permette di parlare di Britannia senza quella inutile aspettativa da tossico in crisi d'astinenza a cui si rifila lo zucchero invece della cocaina. Britannia, chiaramente, non è Game of Thrones, ma credo non voglia nemmeno esserlo. Detto questo, è davvero una serie da prendere e buttare nel camino per poi non parlarne mai più, come il più imbarazzante segreto di famiglia? Personalmente, non credo. Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto, di cosa parla Britannia? Nata dalla collaborazione tra Sky e Amazon, la serie, che per ora consta di 1 stagione da 9 episodi, narra una versione fortemente (e, sottolineo, FORTEMENTE) romanzata dell'invasione, da parte dell'Impero Romano, della Gran Bretagna, nel 43 d.C. Come accennato prima, non aspettatevi una serie realistica, perché i riferimenti storici fungono esclusivamente da pretesto per contestualizzare una trama dai tratti fantasy e dalle atmosfere squisitamente celtiche. Quella che Britannia ci presenta, infatti, non è la storia di come Roma conquistò la Gran Bretagna, ma il classico scontro epico tra il Bene e il Male, tra l'equilibrio naturale e l'invasore assetato di potere. Ben presto si assiste ad uno scollamento radicale e sempre più definitivo dalla trama storica, di fronte all'avanzata prepotente di elementi magici, rappresentati da inquietanti druidi incartapecoriti che nulla hanno a che fare con il più noto e bonario Panoramix, da oscure profezie alla Harry Potter, da visioni psichedeliche che sconfinano nella tossicomania anni '70, da rituali elaborati che talvolta scomodano convenientemente anche i monumenti megalitici più suggestivi, e da una nomenclatura divina dei personaggi che scardina qualunque aderenza alla realtà per catapultare nel puro fantasy.
La serie, quindi, chiede allo spettatore una forte sospensione dell'incredulità, l'abbandono di ogni riferimento reale e di ogni scetticismo, per entrare in una dimensione onirica, mitologica e a tratti allucinatoria. In cambio, ci regala l'immersione totale più che nella cultura celtica, nell'atmosfera un po' ingenua del celtismo, nei suoi boschi verdissimi, nelle sue formule magiche sussurrate in gallese, nei capelli selvaggi e rosso fuoco di Kerra, la principessa dei Cantii, nei tatuaggi recanti profezie personali incisi sui visi e sui corpi dei protagonisti. Più che raccontare una storia, Britannia vuole suggestionarci, riuscendoci pienamente. Le inquadrature sono realizzate appositamente per esaltare i paesaggi del Galles e della Repubblica Ceca, per dare quel senso di contatto costante con la Natura, quell'intimo legame con la Madre Terra e le sue creature, rendendo così la visione suggestiva, maestosa, mozzafiato. I colori degli abiti e della fotografia sembrano sottolineare questa esigenza di fusione, puramente estetica, con l'ambiente, contribuendo ad immergerci in questo mondo privo di realismo ma estremamente affascinante. Altro punto di forza sono certamente la predominanza di personaggi femminili forti e carismatici, a partire dalla principessa Kerra, ribelle come lo fu Merida nel lungometraggio Disney che il personaggio sembra omaggiare almeno nell'aspetto, per continuare con la regina Antedia, magnifica nella sua bianca chioma vaporosa, che non si fa piegare nemmeno dall'invasore romano, per concludersi con la piccola Cait, incastrata, come nella celebre canzone di Britney Spears, tra il mondo dell'infanzia e il mondo, fin troppo duro, degli adulti.
Detto ciò quindi possiamo dire che Britannia soffra solo di un impietoso ed ingiusto paragone con il Trono di Spade? No. Purtroppo i suoi detrattori hanno parzialmente ragione. Britannia soffre effettivamente di una trama generale e di sottotrame poco incisive, a tratti caotiche negli intenti, con personaggi ben caratterizzati ma non sufficientemente approfonditi, verso i quali si prova simpatia ma di cui non si comprendono fino in fondo le motivazioni reali, a causa di uno scarso approfondimento delle loro storylines individuali, e a cui non ci si riesce a legare affettivamente, come invece accadeva nel caso di The Walking Dead e, suppongo, di Game of Thrones. Anche la scelta di inserire in una serie drammatica numerosi  e palesi comic reliefs, per quanto piacevoli, fa perdere di credibilità ad un prodotto che, per il massiccio uso di elementi magici, di per sé irrealistici, avrebbe dovuto investire molto di più su una struttura narrativa seria, così da permettere allo spettatore di fare quell'atto di fede necessario a dare definitiva vita all'alone magico del prodotto. Dando dei tratti fortemente comici a molti personaggi, e soprattutto ad uno dei protagonisti, il druido Divis, ci si ritrova spesso a mettere in dubbio la veridicità di quanto vediamo. Forse, se si fosse optato per un'ironia più sottile e celata, l'effetto di alleggerimento della componente drammatica sarebbe stato altrettanto efficace senza far perdere di spessore all'atmosfera generale. Infine, ahimè, una gravissima nota di demerito va alle colonne sonore che, per me, grandissima amante della musica celtica, sono state assolutamente insufficienti, dimenticabili e lontanissime dal mondo fantasy-celtico che si è così faticosamente cercato di ricostruire, a partire dalla sigla, tratta da un brano degli anni '60 dal sapore più indiano e beatlesiano che non celtico. Forse gli autori si sono fumati qualche erbetta insieme al druido Veran prima di scegliere le colonne sonore. Comunque una vera occasione sprecata.
Per tirare le somme, posso dire che Britannia non è sicuramente un capolavoro ma nemmeno un prodotto scadente, è godibilissimo, soprattutto per chi ama il mondo fantasy e quello celtico, ha atmosfere molto suggestive che da sole valgono tutto il prodotto e intrattiene moltissimo. Se Britannia non aspira a raccontare nulla di vero, e di certo non potrà essere usato come riferimento storico per una partita di Trivial Pursuit, riesce però a rendersi credibile grazie alla sua capacità di incantare,  suggestionare e rapire l'immaginazione, spingendo lo spettatore a voler tornare ancora, ancora e ancora in quel mondo magico che profuma di muschio e di corteccia. E per un fantasy, questo viene prima di tutto.
Duille



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Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

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