domenica 23 luglio 2017

Telefilm addicted #14 - Genius, l'uomo dietro lo scienziato

Quando si pensa ad Einstein, solitamente vengono in mente due cose: la famosissima quanto incomprensibile formula della teoria della relatività e la maglietta in cui il buon Albert fa le linguacce al mondo, come direbbe Pennac.
Quando io penso ad Einstein, sono tre le cose che mi vengono in mente: la teoria della relatività (che sarà sempre ben oltre le mie possibilità di comprensione), la maglietta in cui Einstein esibisce le sue papille gustative e la serie Genius, della National Geographic. In realtà, avrei potuto limitarmi alla serie, perché questa da sola racchiude tutte le immagini precedentemente menzionate. Esclusa la maglietta. Marketing a parte, Genius è una serie che di geniale non ha solo protagonisti e nome: si tratta infatti di una serie antologica perfettamente costruita, in cui, stagione per stagione, si approfondisce la vita di un grande genio della storia e che ha esordito quest'anno con una corposa biografia sul genio della fisica di origini tedesche. Genius è una serie che fa dell'equilibrio e dell'onestà i suoi punto di forza: equilibrio tra la descrizione del personaggio Einstein e l'individuo Albert ed equilibrio tra la presentazione dei suoi punti di forza (l'intraprendenza, la curiosità quasi infantile, il  pacifismo granitico) ed i suoi punti deboli (l'egocentrismo, l'irremovibilità e la scarsa empatia nei confronti delle persone a lui vicine). E' proprio questo equilibrio che rende Genius una serie estremamente godibile, emotiva, coinvolgente e perfetta anche per i non addetti ai lavori, come la sottoscritta, che potranno godere delle dinamiche esistenziali del giovane (e vecchio) Albert e, nonostante tutto, entusiasmarsi delle intuizioni del grande fisico, furbamente costruite sotto forma di immagini mentali che invadono lo spazio creando scenari surrealisti ed evocativi. La serie è quindi costruita allo scopo di calzare come un guanto a tutti gli spettatori, in modo da essere il più divulgativa possibile e da strizzare l'occhio anche allo spettatore meno preparato. Genius, con un'imbastitura sapientemente costruita, saprà raccontarci la vita di Einstein in modo onesto, senza pregiudizi, idealizzazioni od opportuni mascheramenti volti a tutelarne l'immagine iconica. Ci verrà presentato l'uomo dietro lo scienziato e lo scienziato davanti all'uomo, lo ying e lo yang, il grande studioso della natura e l'individuo genuinamente confuso dagli altri esseri umani, il padre a dir poco distratto e il combattente irremovibile, il marito mancante e donnaiolo e l'amante aperto e privo di pregiudizi.
Ciò che emerge dalla narrazione come un fil rouge che spiega pregi e difetti di Einstein, è la sua profonda passione, che ne motiva tutti i movimenti, tanto nella vita quanto nella scienza. Einstein ama follemente tutto quello che avvicina, è affascinato dalle menti brillanti come dal movimento di un orologio, anche se non sempre riesce a comprendere tutto ciò di cui si innamora. Grazie ad una sceneggiatura perfettamente bilanciata e ad una regia studiata al millimetro, ci ritroveremo di fronte ad una narrazione pulita, lineare e chiara, che intreccerà sapientemente le più grandi scoperte di Einstein - quella teoria della relatività che inseguirà per tutta la vita e che sarà il suo unico vero amore - alla quotidianità, spesso motore delle sue più importanti intuizioni e delle sue più colossali disfatte. Da questo percorso, emergerà l'uomo Einstein, la sua personalità forte e risoluta, la sua autostima a volte ostacolante, la sua profonda passione per la vita, la sua smania di lasciare qualcosa di sé al mondo che è stato il suo successo e la sua rovina. Il tutto condito dalle musiche di Hans Zimmer e da un cast di attori di una bravura ineccepibile.  Alla fine, lasciare Einstein sarà difficile e doloroso, perché sarà come lasciare un vecchio amico di cui avete imparato a conoscere tutte le sfumature, profondamente umano, profondamente vulnerabile ed assolutamente indimenticabile.

Duille


lunedì 10 luglio 2017

La fine e l'inizio

La fine e l'inizio. Due parole che vengono sempre insieme e che definiscono una linea di confine netta, drastica, tra ciò che è improvvisamente diventato un "fu" e ciò che è gravido di un misterioso "sarà". E nel mezzo, nessun presente.
Solo il movimento di una pagina che si volta, e noi sull'orlo sottilissimo di quella carta, tentando di tenerci in equilibrio almeno il tempo necessario. Col fiato sospeso, come tutto il nostro essere, come il nostro destino. La fine spezza un presente finora esteso come la superficie dell'oceano, scoprendone i bordi scivolosi da cui siamo costretti a cadere, e inspiegabilmente condensa l'adesso in una manciata di parole già passate su un diario da riaprire tra qualche tempo, a data da destinarsi, magari in un momento di nostalgia per la gioventù che fu. Inspiegabilmente, la fine ci lancia nel passato. Senza che neanche ce ne fossimo accorti. In un battito di ciglia, siamo già nel ricordo. La fine ci riassume simbolicamente in un maglione vecchio improvvisamente infeltritosi e lasciato in un cassetto. Un'identità archiviata troppo presto e di cui resta lo strappo sulla pelle e una ruga in più sulla coda dell'occhio. Soprattutto, la fine trasforma il futuro di cui eravamo certi in un condizionale malinconico, dal sapore portoghese, che ci scruta dallo specchio in un riflesso sfocato del se fosse, del se fossi. L'inizio, invece, è l'incognita, è il buio di un sipario ancora calato, è il suono denso di attesa degli strumenti che si accordano, è il non ancora nato. E' l'inizio del resto della vita, ad un solo respiro di distanza. L'inizio fa paura perché non promette garanzie. Sarà un buon inizio? O un groviglio di cavi in cui ci perderemo, immobilizzandoci , stavolta, in un presente senza futuro? Resteremo inchiodati sul capolettera di quella nuova pagina fino alla prossima, inevitabile fine? O troveremo una nuova identità che ci completerà ed in cui intrecciare le antiche radici? L'inizio parte, si lancia, apre, impone una ricostruzione da capo, una levigatura per entrare nei nuovi confini, un battito accordato alla nuova melodia e lo sguardo riposizionato alla giusta altezza. La fine conclude, estingue, archivia, saluta una parte di vita e una parte di sé, spinge ad una rincorsa all'indietro, tentando di afferrare quell'ultimo alito di fumo, indugiando sulla porta, ancora un istante, solo per dare un ultimo sguardo a ciò che pensavamo ci sarebbe appartenuto per sempre e che ora già si annacqua come un bel paesaggio visto da una finestra piovosa.  La fine ci svuota e l'inizio ci riempie, anche se non so bene di cosa. La fine ci abbandona e l'inizio ci accoglie, anche se non so bene come. La fine è lo ieri e l'inizio il domani. In fondo, l'inizio ha sempre una fine e ogni fine ha un inizio. La fine, in realtà, sfuma nell'inizio, come la spiaggia sfuma nel mare. La fine, quindi, è l'inizio.

Duille






domenica 2 luglio 2017

Capitolo 20: I Fratelli Karamazov

Affrontare un classico della letteratura non è mai un'impresa facile, perché ti espone alla domande che notoriamente funge da spartiacque tra la categoria degli intenditori e quella dei lettori da ombrelloni: Mi piacerà?
Una domanda che si gonfia come Violetta dopo aver mangiato il chewing-gum sperimentale nella fabbrica di Willy Wonka, quando si parla di CLASSICI RUSSI. I veri mostri sacri della letteratura, famosi per essere lunghi come le attese sulla Salerno-Reggio Calabria, ostici come cercare di aprire una cozza cruda con le dita e dallo spropositato numero di personaggi dai nomi impronunciabili, capaci di far impallidire anche i Malavoglia vergani. Per questo motivo me ne sono sempre tenuta religiosamente alla larga. Ho coltivato una immacolata, verginale ignoranza, una sorta di timore reverenziale davanti a questi tomi alti come giganteschi mattoncini Lego. Poi, di colpo, la decisione. Dopo aver letto la recensione della fantavolosa Antonella (link al suo blog QUI), e aver bevuto un Crodino di incoraggiamento, mi sono avvicinata al grande tra i grandi, colui di cui, per scrivere il nome, ho dovuto leggere il riferimento sul volume almeno due volte: Fedor Dostojevskij. Non solo. In un atto di totale follia e sprezzo del pericolo, ho scelto uno dei suoi romanzi più corposi: I Fratelli Karamazov. Che volete, sono una che non ha paura del brivido. Ora, è inutile che mi metta ad analizzare seriamente questo libro, perché, primo,  lo ripeto, la mia ignoranza in materia è vasta come una galassia siderale e, secondo, perché è un classico dei classici. Sarebbe come tentare di recensire Shakespeare. Io non ci riuscirei. E comunque, per una ottima analisi del romanzo, vi rimando a colei da cui tutto è iniziato (galeotto fu il blog e chi lo scrisse). Penso quindi sia più sensato raccontare, per i posteri, il mio battesimo del fuoco con la narrativa russa, che ha impegnato due mesi della mia vita e una sacchetta dedicata, causa rischio di sfondamento della borsa d'ordinanza. Ritornata a casa dopo aver ritirato la mia copia in biblioteca, mi sono concessa un momento di analisi squisitamente scientifica, ho cioè studiato il volume come avrebbe fatto Arale con la cacca rosa.
Davanti a me avevo l'imponenza di 912 pagine, tutte scritte in un carattere così piccolo che avrebbe potuto mettere a suo agio solo un batterio, e stampate su quella che chiaramente era l'anello di congiunzione tra la velina e la carta. Per maneggiare questo libro ci è voluta la delicatezza del chirurgo che ricuce una vena, soprattutto dato che si trattava pure di un libro del 1968, quindi con parecchi anni di servizio alle spalle. Lo ammetto, qualche pagina girata con un filo di foga in più ha subito una piccola microlacerazione, sempre però accompagnata da un mio sussulto colpevole. La seconda cosa che ho deciso di fare, una volta aperto il volume, è stato documentarmi. Traduzione, mi sono sciroppata l'introduzione di 32 pagine, anche lei scritta in Arial -12, che ripercorreva vita, opere e miracoli del buon Fedor. Così ho scoperto che, come tanti autori, anche Dostojevskij, è stato un uomo baciato dalla sfiga cosmica ma profondamente buono (il che dimostra che, se Dio esiste, ha uno strano senso dell'umorismo) e che ha incentrato tutta la sua carriera letteraria su questioni teologico-spirituali. Ottimo. Altro argomento di cui sono digiuna. Quanto possiamo ampliare ancora l'abisso della mia ignoranza? In effetti ne I Fratelli Karamazov è dato ampio, ampissimo, oceanico spazio a riflessioni di questo genere, nelle sue più variegate angolazioni, declinazioni, posizioni, incarnazioni ed ogni altra -zioni che possa venire in mente. Nello scorrere le infinite pagine di questo romanzo/manifesto teologico-spirituale di Dostojevskij, l'autore mi ha insegnato due cose:
1- la PAZIENZA: la trama principale (il rapporto conflittuale tra i fratelli Karamazov e il padre e la morte di questi ultimi per omicidio) è spesso diluita come un caffè americano in lunghi dialoghi, monologhi, pensieri e allucinazioni sul senso della Cristianità. Per centinaia e centinaia di pagine. E qui si arriva al secondo insegnamento:
2- la mia totale IMPERMEABILITA' AI TEMI SPIRITUALI. Una scoperta che avevo già intuito leggendo i Promessi Sposi (ricordo ancora la mia indignazione alla Sgarbi davanti alla conversione dell'Innominato) e confermata in questa nuova messa alla prova. Lo ammetto: sono temi che mi rendono insofferente come un gatto in automobile, non ne colgo il senso né l'utilità. Il concetto di Bene e Male, poi, è per me troppo semplicistico, complice forse anche una irreversibile deformazione professionale che mi porta ad avere una visione prettamente psicologica sulla realtà, anche fittizia.
Ciò nonostante, il buon Dostojevskij ha saputo rendersi onore anche ai miei occhi profani: la psicologia dei personaggi è impeccabile, la loro funzione simbolica è evidente ma non superficiale, i dialoghi delle comparse sono eccezionali e la tensione emotiva che impregna il libro è tangibile ed elettrica. Ma più di tutto, la grandezza di Dostojevskij è esaltata dallo stile narrativo: un narratore che sembra inizialmente onniscente, quasi alla Jane Austen, ma che poi abbandona la sua visione dall'alto per seguire, come una cinepresa, il percorso ora dell'uno, ora dell'altro fratello, dandoci una visione quasi cinematografica che mi ricorda i capolavori del lungometraggio come Birdman. Una narrazione che non smette di sorprendere neanche sul finale, quando si incarna nel testimone anonimo tra la folla.
In definitiva però, sto evitando la domanda tanto temuta di cui parlavo all'inizio: mi è piaciuto? Mi prenderò la responsabilità di tutte quelle anime che segretamente la pensano come me e vi dirò la verità: non mi ha elettrizzato, per i motivi di cui ho accennato prima. Questo non toglie che, per quanto i gusti siano personali e da rispettare in quanto tali, un buon lettore saprà riconoscere in questo autore una enorme padronanza del mezzo, uno stile originale ed avanguardistico e un profondo studio della psicologia umana. Ed io credo di essermi guadagnata il titolo di buona lettrice, anche se aspetterò un po' prima di fare altre due chiacchiere con lo zio Fedor.    
Duille

"Il suo viso esprimeva una estrema arroganza e, al tempo stesso, cosa strana, una evidente codardia. Egli somigliava ad un uomo che si fosse assoggettao e avesse sofferto a lungo, e fosse ora balzato in piedi ad un tratto col desiderio di farsi valere. O, meglio ancora, a un uomo che vorrebbe picchiarvi, ma, al tempo stesso, ha una terribile paura di essere picchiato da voi". (p.264)


lunedì 26 giugno 2017

La sindrome del Topo Cagone

Nel paniere delle preoccupazioni di un ansioso sociale ci sono tante cose quante i regali nel sacco di Babbo Natale. La maggior parte di queste preoccupazioni sono utili quanto contare i granelli di sabbia nel deserto durante una tempesta o imparare a memoria l'elenco del telefono del 1993, ma comunque ci affliggono come se stessimo ideando la teoria della relatività per la prima volta. Tra queste pippe mentali degne di nota quanto un cinepanettone c'è tutto quel mondo chiaroscuro dei FAVORI.
Come avevo detto in passato, per noi i favori sono un argomento delicato: siamo bravi a farli ma pessimi a riceverli. In sintesi, il problema può essere indicato in quella che io chiamo la Sindrome del Topo Cagone. Permettetemi di inforcare i miei occhiali da intellettuale ed esporvi scientificamente la questione. Il topo cagone è uno degli animali mitici partoriti dalla mente di Stefano Benni nel suo bestiario immaginario, "Stranalandia" e, di base, la sua particolarità è quella di produrre una quantità di cacca sproporzionatamente superiore al cibo che ingerisce. Per citare Benni, "se mangia 3 ghiande, la mattina dopo deposita sulla spiaggia una torta di 3 quintali". Adesso, se sostituiamo il cibo (e i suoi puzzolenti prodotti di scarto) con i favori, otterremo la composizione chimica della Sindrome del Topo Cagone. Fondamentalmente, quando ci fanno un favore, o una gentilezza (che per noi sono sinonimi), ci sentiamo obbligati a restituirlo centuplicato. Potremmo applicare alla nostra sindrome una versione molto ignorante (e modificata) del principio del piano inclinato, secondo la formula:

massa del favore x ampiezza dell'inclinazione dell'ansia = velocità e portata della restituzione del favore.

ovvero, quanto più il favore sarà grosso e dato con gentilezza e quanto più l'ansia sarà alta, tanto più la restituzione sarà amplificata.
In parole povere, se ci regalano una caramella, noi dobbiamo fare una torta a 3 piani con sbuffi di panna e granella di nocciole. Se ci prestano un biglietto dell'autobus, noi dobbiamo come minimo ringraziare con un abbonamento annuale agli spettacoli del teatro alla Scala. Se ci fanno un complimento, dobbiamo a nostra volta farne uno di proporzioni più ampie. E non parliamo nemmeno di quando ci prestano soldi! In quel caso diventa una corsa contro il tempo, una sorta di attacco di dissenteria (per restare in tema) senza poter nemmeno accedere ad una pasticca di Imodium. Il denaro va restituito subito, anzi, prima di subito, dobbiamo essere più veloci delle onde radio, della luce, del tempo o di Poldo davanti ad una pila di hamburger (che poi, in fondo, è la somma di quanto detto sopra). I soldi scottano più di una colata di cera, sono implicanti quanto il sangue immaginario sulle mani di Lady Macbeth e ci spingono all'ossessione allo stesso modo.
La cosa peggiore è che questo tipo di favore non può essere vincolato all'incremento proporzionale del piano inclinato. Va restituito nell'esatta somma con cui è stato ricevuto, magari accompagnato da profondi inchini di deferenza riservati di solito solo all'Imperatore del Giappone. Tutt'altra faccenda sono invece gli inviti a pranzo, cena, merenda, dal gelataio o al bar per la seconda colazione. In questi casi l'attesa è consentita, a patto però di restare all'erta come un sonarista in un sottomarino della Seconda Guerra Mondiale: bisogna sondare l'area alla ricerca del prossimo afflusso di cibo a pagamento e quindi lanciare il missile, arpionare la pagnotta e pagare al posto di colui che ci ha sfamato la volta precedente. Poco importa se l'altro ci ha offerto una brioches e noi una degustazione di salumi tipici con carrello di formaggi biologici. L'importante è restituire il favore al più presto, in pompa magna ma con la naturalezza data solo dalle nostre straordinarie doti di dissimulazione. Il vero problema è che non sempre è possibile ricambiare il favore, soprattutto quando il favore te lo fa un perfetto estraneo. Quelle persone che ti lasciano il loro numero dal panettiere, quelle che ti inseguono per restituirti il guanto cadutoti accidentalmente o quelle che, semplicemente, sono deliziosamente gentili. Questa gente non la rivedremo mai più, quindi ci resterà un alone di gioia mista ad una crescente frustrazione legata all'impossibilità di ricambiare, facendoci sentire come uno di quei cavi elettrici attaccati alla corrente ma non al dispositivo da ricaricare. Alla fine, quindi, la Sindrome del Topo Cagone ci affligge alla stregua della fotosensibilità dei bambini in The Others, trasformando il bello in castelli di ansia allo stesso modo in cui il nostro ormai  celebre topo trasforma il cibo in castelli di cacca.
Duille
va così

lunedì 19 giugno 2017

Atmosfere

Dico sempre che quello che accade nei film sia una enorme forzatura della realtà. Meravigliosa, naturalmente, ma pur sempre una forzatura. Quegli incontri improbabili, quelle pose plastiche, quelle bellezze eteree che si perdono nei loro profondi pensieri dentro un bar, con la luce giusta che illumina perfettamente il loro lato migliore rendendole fantastiche madonne da incorniciare. Tutte balle. Splendide, inverosimili balle. Tanto impensabili nel mondo reale quanto desiderabili.
Eppure eccomi qui, in una specie di momento di metacoscienza, a guardarmi perplessa mentre, raggomitolata sul divano, e abbracciata alla mia copia dei Fratelli Karamazov così come Bridget Jones abbracciava il gelato, mi perdo per l'ennesima volta nel classico degli anni '90 "C'è posta per te". Una perfetta posa da film, anche se contornata dalla più cruda realtà, fatta di capelli arruffati, abiti più larghi di una taglia e da un brutto attacco di estate che mi rende lucida come un culturista prima della competizione. La cosa però non cambia il fatto che tutto diventi particolarmente bello quando guardo C'è posta per te. E' sempre così: mi scaldo come una borsa dell'acqua, mi ammorbidisco come se fossi stata messa dentro un barattolo di Coccolino alla lavanda, mi sento felice, anche se c'è un'umidità tale da far sudare anche il televisore. C'è posta per te è un gran bel film, ma non per i motivi che molti di voi potrebbero attribuire al mio doppio cromosoma X. Si tratta infatti di un film abbastanza semplice dal punto di vista della trama, con una storia d'amore poco originale e a tratti improbabile (ti potresti mai innamorare della persona che ha fatto fallire il negozio che hai ereditato dalla compianta mamma morta?), una Meg Ryan un po' troppo legnosa e scelte di sceneggiatura a volte un po' frettolose, probabilmente invocate in nome della magia Hollywoodiana e delle sue jazz fingers, che tutto possono. Quello che io amo di questo film, invece, sono le atmosfere. La New York dai palazzi di mattoni bianchi incorniciati da scale massicce e portoncini in ferro battuto. I caffè raccolti e romantici, dove andare a bersi un caffè in tazza grande e leggere un libro. I parchi sempre raggianti, anche in pieno inverno, e i mercati di quartiere in cui sentire lo spirito della comunità. Il tutto, naturalmente, senza che neanche un foglietto di carta, una cicca di sigaretta o, peggio, una cacca di cane fumante, magari appena scodellata dal barboncino di turno, vengano a turbare l'idillio visivo in cui siamo immersi. Una grande, meravigliosa finzione che è un po' un asso piglia tutto, un poutpourri di opposti che stranamente non stonano e che sembra capace nell'impossibile impresa di mostrare anche i demoniaci franchising che uccidono i piccoli imprenditori come altri pittoreschi angoli di paradiso che completano quella tavolozza di colori cittadina dalle tinte pastello. Ma non importa, ci concediamo la sospensione della realtà in cambio di un po' di emozione. Facciamo un atto di fede a tempo determinato. Giusto il tempo di girare l'angolo e arrivare a quella vetrina piena di promesse e a quell'insegna verde dalla grafica da Paese delle Meraviglie: "The Shop around the corner".
Casa. Quella libreria di legno scuro, dal pavimento a scacchi marroni, con dipinti sopra le pareti, i fiori freschi sul bancone, le luci di Natale sparse un po' ovunque. Quella vetrina che tiene il tempo delle stagioni, la porta a vetri con il campanello, i libri che sembrano ridere dagli scaffali. Questo è il grande regalo che ci rimarrà per sempre dentro e che mi porta continuamente a tornare a far visita a questo film. Le atmosfere sono tutto, è il ricordo che si annoda come un fazzoletto al cuore. Ed in C'è Posta per te è fatto soprattutto di pagine, di copertine, di illustrazioni. E' fatto di libri. Libri alle cene, libri con rose tra le pagine per riconoscersi, libri con cui incantare i bambini, libri su cui piangere per la fine di un sogno, libri che guardano i protagonisti mentre si scrivono mail. Io amo l'amore di Kathleen per i libri, la sua malinconia nel doverli lasciare andare, il ritornarvici, anche solo per un secondo, anche se costretta ad entrare nella libreria del nemico. L'amore per i libri che è qualcosa di più che semplice passione: è identità, è pura esistenza, l'idea di appartenere a qualcosa così profondamente che non si può lasciarla andare. L'amore per i libri è la vera fibra costitutiva del film, è l'atmosfera che l'impregna in ogni fotogramma, in modo sottile ma onnipresente. La potremmo definire un'atmosfera letteraria, che circonda tutto come un buon profumo di biscotti appena sfornati e che finisce coll'insinuarsi anche nella narrazione. I protagonisti, infatti, si raccontano come in un romanzo a puntate, costruiscono biografie romantiche l'uno dell'altro, si donano attraverso una tastiera e trasformano la quotidianità in qualcosa di eccezionale. E ditemi, non è questo che fanno i libri in fondo? Trovare farfalle in metropolitana?  Per me la risposta è già data da quell'abbraccio raggomitolato sul divano da cui tutto è iniziato. Sì, è proprio questo che fanno i libri.
Duille


domenica 4 giugno 2017

Ansia sociale e procioni rabbiosi

Parlare di ansia sociale non è facile perché si deve affrontare un intero mondo popolato da creature spaventose ed astute, tutte interessate a succhiarvi come ghiaccioli al limone e più organizzate di una banda di mafiosi. Oltre al Rimugiserpe e al Pipistrello (che ha avuto il suo articolo ad honorem qui), esiste un terzo componente dell'allegra banda dei musicanti di Brema: il PROCIONE RABBIOSO.
Il procione è fondamentalmente il braccio armato del Rimugiserpe, è un hooligan eternamente frustrato ma con grande padronanza del vocabolario, che ti passa a fil di spada grazie solo alle doti dell'insulto selvaggio. Il suo obiettivo è farti sentire una nullità, convincerti che tutto quello che fai (o che non fai) sia sbagliato ma, soprattutto, che tutto quello che accade sia colpa tua. Attenzione però, perché la colpa non riguarda solo le azioni sbagliate, ma il tuo stesso modo di stare al mondo. Fondamentalmente, il procione perora la causa del Rimugiserpe sostenendo la tua erroneità strutturale. Solo, lo fa in modo più energico. Laddove infatti il Rimugiserpe è tutta ragione, che ti smonta pezzo a pezzo a colpi di logica, lasciandoti nuda come un lumacotto sull'asfalto, il Procione è pura forza bruta, che ti scuote come un banano sotto al suo tifone di improperi fino a farti cadere tutti i nervi. Laddove il Rimugiserpe è dissuasione, il Procione è punizione: punizione per aver eluso il controllo della serpe razionale, mettendo il nasino da topo fuori casa, ma anche punizione per aver ceduto al suo controllo, rinunciando a quel gesto di autodeterminazione. Della serie, "mai 'na gioia", per usare un'espressione da giovinetti. Per capire l'impatto del Procione nella vita di un ansioso sociale, urgono dei riferimenti culturali esemplificativi: il procione è paragonabile all'indigestione dolorosissima che si sviluppa quando, per gola, si mangia il proverbiale boccone di troppo, o all'insulto dei compagni quando manchi la palla durante una partita di pallavolo. E' la signorina Rottermeier e la preside Trinciabue, è un ibrido di Vernon e Petunia Dursley con in mano il nodoso bastone di Dudley. Il procione, infatti, è maestro dell'insulto violento ma strategico, poichè sa colpire tutti i tuoi punti vitali come neanche Ken Shiro riuscirebbe a fare. Gironzola con un pugno di ferro fatto di frasi velenose come la mela della Strega di Biancaneve, ed il suo hobby preferito è urlartele, sputacchiando, ad un centimetro dell'orecchio come un caporal maggiore in preda ad un attacco di nonnismo. Come dicevo, viene sguinzagliato in molteplici occasioni, per esempio, quando l'approccio persuasivo del nostro Scoraggiatore razionale non raggiunge lo scopo di farci desistere dal nostro intento "suicida", ovvero quello di partecipare al Terribile Evento (che potrebbe essere una banalissima riunione, una cena tra amici o il chiedere una semplice informazione ad un passante), oppure quando, stanchi del continuo sabotaggio della nostra mente, rinunciamo direttamente all'evento per zittire il suo sibilante discorso. 
In entrambi i casi, il Procione partirà all'attacco seppellendoci di insulti fino a sotterrarci, mettere una lapide sulla nostra tomba e un necrologio sul giornale, usando frasi mantra dal suo più classico carnet di proposte, che prevede evergreen quali: "sei una fallita", "non riuscirai mai a combinare niente nella vita", "rimarrai triste e sola per sempre" e "nessuno ti amerà mai", per poi passare ad una sequela di rimproveri adattati al contesto di riferimento. Se saremo andati al Terribile Evento, il Procione provvederà a sbobinare ogni secondo della nostra serata facendoci notare, sempre a suon di urla e di insulti, quanto siamo stati inadeguati in questa o quella situazione e quanto ci siamo resi ridicoli con i nostri goffi tentativi di conversazione, il tutto supportato, ovviamente, dall'immancabile Rimugiserpe che provvederà ad indicarci i punti più salienti delle nostre inadempienze umane, creando una combo inarrestabile che avrebbe sconfitto pure i Power Rangers in versione robottone. Se invece avremo rinunciato, inizierà a rimproverarci del nostro fallimento come esseri umani, della nostra scarsa forza di volontà, della nostra vigliaccheria. Alla fine, in qualunque caso, il risultato sarà lo stesso: schernirci e sputarci addosso tutta la nostra inadeguatezza, la nostra pochezza intellettuale, la personalità di cartone, la presenza di un comodino, la simpatia di un muro bianco fissato per ore, l'arguzia di un tacchino e la forza di volontà di un bambino di fronte alle caramelle e ci consiglierà l'unica soluzione possibile per risolvere questo pasticcio costitutivo, ovvero la piattaforma ecologica. Come potrete aver capito, il Procione è un tipo diretto a cui non piacciono i giri di parole. Va fiero della sua onestà fin troppo sadica, un'onestà che, tra l'altro, sente di dover condividere a tutti i costi con le persone interessate, nella fattispecie noi poveri esseri portatori d'ansia, che non potremo sfuggire a quella che lui considera una dura verità capace però di forgiare il nostro carattere. Alla fine, ci ritroveremo a rintanarci come un gomitolo di lacrime nell'angolo più remoto del letto, aspettando la fine di questo bombardamento sui tetti della nostra città psichica. Perché, fortunatamente, anche il procione ha una barra dell'energia ad esaurimento e, per quanto gli piaccia tormentarci, si ritroverà ad un certo punto ad essere a corto di parole. La cosa fastidiosa (e un po' triste) è constatare che questo livello spropositato di rabbia venga in realtà da noi, che noi siamo il Procione e che quello sparare sulla croce rossa sia tutta farina del nostro sacco. Sono convinta però che, una volta interiorizzata questa verità, saremo in grado di riassorbire i nostri aguzzini come delle gelatine, liberandoci finalmente da tutta questa carica di non amore verso noi stessi. Nel frattempo, suggerisco di aprire l'ombrello per superare questo momento se non indenni, almeno asciutti.

Duille


martedì 30 maggio 2017

Distesa

Ho sempre creduto che la nostra sia una razza che ha un po' dimenticato la sua anima animale. Ci siamo meccanicizzati in obiettivi e leggi che abbiamo creato da soli ed in cui ci siamo avviluppati fino a strozzarci, come se fossimo avvolti in un bel nastro di raso rosso diventato ormai troppo stretto. Siamo come quei bimbi dell'antica Cina che venivano fasciati strettamente nelle bende, così da crescere nel modo giusto, un modo che abbiamo deciso noi, ma da troppo tempo contro di noi. Nel grande piano per la nostra umanità abbiamo dimenticato di includere la nostra animalità, le nostre origini, il nostro naturale spirito lento, fatto di stagioni, di albe e tramonti, di piogge e nevicate. In realtà siamo molto meno simili agli automi razionali che dovremmo essere e molto più simili al gatto che, sdraiato su un cornicione, osserva pigramente il mondo, o alla gru, che tiene le zampe al fresco nelle risaie di maggio. Non sarebbe bello perdere quello scopo meccanico che ci siamo inventati e recuperare, almeno in parte, il nostro scopo naturale, che è solo quello di essere, e non di arrivare? Talvolta, in quei pigri pomeriggi primaverili, in cui il vento soffia morbido sugli occhi, in quelle estati calde fatte di ranocchie gorgoglianti, o in quelle sere d'inverno battute dalla pioggia o accarezzate dalla neve, io credo che lo sentiamo ancora, quello scopo naturale, e, se siamo fortunati, potremo abbracciarlo.
E' quel senso di pigrizia che assale come una stoffa di seta, rilassando tutto il corpo. E' quel senso di calma che sento oggi. Il mio spirito animale che mi chiama. Il mio totem. Oggi infatti mi sento stanca, di una stanchezza priva di nervi. Mi sento molle come un gambo di erica, priva di ossa e di durezze. Sono elastica come una foglia di nocciolo e sciolta come un cristallo di ghiaccio notturno diventato ormai rugiada. Mi spando sulle superfici, mi percepisco allargarmi come un'alga sulla spiaggia o come una medusa sospesa nell'acqua. Ho perso i muscoli, si sono stesi anche loro, come panni al sole, ed insieme ci lasciamo andare verso le periferie, occupando gli spazi, ampliando la massa, senza chiedere permesso, senza sensi di colpa, riempiendo i vuoti che sono nostri di diritto, in questo mondo immenso che ci circonda. Dispongo in fila ogni cellula, come se fossi un rombo o una sogliola, dispiegandomi come una manta, affinché tutte possano vedere il sole. Mi allungo  come un millepiedi, sento i tendini stirarsi di felicità e calcolo l'ampiezza del mio essere sulla base della larghezza delle mie braccia aperte a stella. Sento la nuca tastare il terreno ed il corpo aprirsi come le ali di un falco grigio. E tutto ciò che sono ora è un desiderio di eternità, di prati soffici in cui sciogliermi ed in cieli frondosi in cui immergere gli occhi. Sento il presente scivolarmi addosso come un rivolo d'acqua, sempre più ampio, ma gentile, privo di spigoli. Mi sembra di essere sul fondo di un ruscello, sdraiata sul fondale limaccioso, circondata dalla rotondità dell'acqua, a guardare la luce che filtra in mille fotoni liquidi attraverso questo cielo denso. Non ho fame, né sete. Non ho colpe, né fretta, né luoghi, né tempo. Non ho passato, né futuro. Ho solo questo attimo fatto di respiri che mi risuonano con intimi sussurri dentro il petto. Ho questo cielo sopra di me e questa terra, bellissima, sotto le dita dei piedi. Oggi sono distesa come un albero di betulla ed immobile come una notte di stelle. Oggi sono fatta di canti di grillo e di fruscii di erba, mi disseto attraverso la pelle, come una spugna, bevendo luce e vento. Gioco con le mani, guardo le dita dondolare nell'aria, prima d'intrecciarle sulla pancia, ad accordarsi con il respiro, a trovare il ritmo con il battito del cuore. Oggi sono pianta, animale e tempo presente. Oggi mi godo il mio essere viva in un mondo vivo. Oggi sono esattamente dove dovrei essere. In me. Con me.
Duille


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