domenica 21 luglio 2019

Sindrome dell'impostore

Qualche settimana fa ho rincontrato una vecchia compagna del liceo e siamo andate a cena insieme. Da brava ansiosa quale sono, non ho mancato l'opportunità di farmela sotto come una donna in attesa del suo turno per l'ecografia a vescica piena. In effetti questo incontro aveva tutti gli ingredienti necessari per terrorizzarmi a dovere, un po' come un film horror costruito su misura: io e questa compagna non ci vedevamo da più di 10 anni e, di solito, in questi casi ci si aspetta di trovarsi molto cambiati (si spera in meglio), con una vita ormai avviata, di avere un poderoso effetto nostalgia dei tempi d'oro dell'adolescenza e l'inevitabile spolvero dei vecchi album di ricordi per mettersi in pari. 
Che non sono esattamente cose che posso annoverare nel mio inventario personale. Prima di tutto, io continuo ad essere la solita ansiosa patologica di sempre, forse un po' migliorata, ma decisamente non ancora nella condizione di vantarsene. Secondo, la mia adolescenza è sicuramente materiale da dimenticare e terzo non ho nessun album dei ricordi da sfogliare in allegria osannando i bei tempi andati. E non iniziamo neanche a parlare della voce "vita avviata", che è meglio. Piuttosto, potevo vantare solchi lacrimali profondi come il canale di Suez e una collezione di diapositive incentrate su eventi a cui ero stata invitata ma a cui avevo rinunciato per restare in compagnia di Madre Gothel l'ansia. Insomma, mi trovavo in una situazione a dir poco spiacevole. La cena alla fine si è rivelata molto carina (come quasi sempre accade quando sono prossima ad infartuarmi dalla paura) ma quella familiare sensazione di essere seduta su un cactus provata tutta la sera, mi ha fatto riflettere. Cosa c'era di sbagliato in questa equazione? Volevo evitare di cadere nella solita risposta passepartout alla Billie Eilish ("I'm the anxious guy, duh!") e così sono andata un po' più a fondo, facendo la palombara interiore in caccia di vecchi relitti dell'anteguerra. Da questa immersione nelle profondità del mio triangolo delle Bermuda sono arrivata ad esumare un'idea, che ho ribattezzato, con la mia solita fantasia da plagio seriale, SINDROME DELL'IMPOSTORE. La sindrome dell'impostore declinata all'ansia sociale è una paura sottile, strisciante ma costante, di essere smascherati per quello che siamo, ovvero dei disadattati patologici che anche prima di ordinare un caffè al bar hanno bisogno della preparazione che fu necessaria agli alleati per organizzare lo sbarco in Normandia (per un esempio, vedi qui). Da qui, la sensazione di essere sempre seduti sul cactus di cui sopra. Potrete intuire da questa premessa che la nostra sindrome dell'impostore non fa sì che mentiamo allo scopo di essere diversi, noi non ci fingiamo fachiri su un letto di chiodi quando in realtà abbiamo la soglia del dolore di un uomo al primo colpo di ceretta, no, noi tendiamo piuttosto a schivare disperatamente gli argomenti che potrebbero stanarci, che poi sono quasi tutti quelli che si affrontano in una conversazione normale. Io definisco questo comportamento "anguillare". Noi, come le anguille, scivoliamo tra le conversazioni senza toccarne nessuna perché il nostro principale obiettivo non è quello di raccontarci, di quello non ce ne frega niente, tanto siamo convinti di avere la ricchezza esperienziale di un rombo impiattato. Quello che per noi assume l'urgenza di un trapianto di cuore è la necessità di nascondere la lettera scarlatta che abbiamo tatuata sulla fronte, quella A di Ansia che pesa su di noi come una palla da carcerato e che siamo convinti nessuno possa capire. 
Ci mascheriamo, anguilliamo e sudiamo freddo, accettando di restare in bilico su quel cactus pronto a pungerci le chiappe perché non vogliamo che ci scoprano difettosi, mancanti e, conseguentemente, che ci percepiscano come stramboidi da cui tenersi alla larga, da compatire o, peggio, da consigliare (male, di solito).Alla base di tutto c'è sempre la paura del Grande Mostro, il giudizio altrui, il timore che, se sputassimo questo rospo interiore, verremmo superficialmente liquidati sulla base dei nostri vuoti, senza considerare il fatto che intorno a quegli spazi ci sono tantissimi pieni, e saremmo ridotti ad essere solo quel rospo che gracida spacconamente sul tavolo, tra i piatti e i bicchieri, con tutto ciò che conseguentemente significa avere un anfibio bavoso e molliccio accanto al piattino del pane. E' proprio a causa di questo timore che, ad ogni conversazione, si crea l'effetto prestazionale di uno scambio di figurine davanti ai propri album, in cui si fa la conta dei "celo" e dei "manca", ma con una pistola puntata alla tempia. Una sorta di roulette russa versione figurine Panini. Celo, celo, manca, manca, manca, manca e, sì, manca anche quella. Certo, l'elefante nella cristalleria che nessuno vuole riconoscere è che ci ostiniamo a confrontare album diversi, che NOI siamo album diversi, ma questo gli altri non lo sanno e noi non vogliamo assolutamente che ne vengano a conoscenza, sempre per la questione "voglio essere un bambino vero" alla Pinocchio. Quindi sfruttiamo quelle poche figurine simili che graziano il nostro album della loro presenza e ne facciamo i pilastri della nostra fittizia identità "normale", infiocchettandoli di capitelli corinzi e bassorilievi su tutta la lunghezza, sperando che questo distragga dal fatto che queste bellissime colonne sono praticamente dei monoliti in mezzo ad un prato. Riassunto: Sindrome dell'impostore. Vorrei pensare che in buona parte, questa paura sia generata dal fatto che l'ansia sociale fa parte di quel novero di disturbi sfigati che non inducono la comprensione né la preoccupazione di nessuno, uno di quei problemi che nessuno conosce, approfondisce o capisce ma su cui tutti, stranamente, hanno un'opinione non richiesta. E forse in parte è proprio così, ma dato che non ho ancora tolto la tuta da palombaro, è giusto essere onesti fino in fondo e riconoscere che c'è anche un'altra ragione per la nostra sindrome dell'impostore ed è la nostra patologica tendenza all'Autosvalutazione (guarda caso, un'altra lettera scarlatta), l'abitudine a giudicarci spietatamente, al non darci mai tregua, a non abbonarci neanche un piccolissimo errore, a non consentirci di essere niente meno che perfetti. E se siamo così crudeli con noi stessi, come possiamo pensare che gli altri saranno più misericordiosi? La realtà di solito ci smentisce, ma è raro che noi diamo una possibilità alla realtà. Sarà sempre molto più pericoloso sputare un grassoccio rospo che sedersi su un cactus per un'intera serata. Le spine di un cactus si possono estrarre e curare. Una volta che il rospo è sul tavolo, invece, non si può più tornare indietro. E a quel punto, l'unica soluzione, si sa, è la legione straniera. 

Duille


domenica 30 giugno 2019

Quando rimasi chiusa nell'ascensore infernale...

Che io odi il caldo è ormai un dato di fatto scritto, sottoscritto, firmato e confermato con la classica sputazzata sulla mano da veri duri del parco giochi. Il caldo liquefa gli entusiasmi, evapora la creatività, sconvolge ogni progetto ingenuamente immaginato in inverno, lasciandoci come dei gusci vuoti il cui unico scopo nella vita è evitare l'autocombustione. 
Nel giro di un paio di tacche di termometro diventiamo delle ruote di bicicletta bucate: imbarchiamo quantità disperate di acqua che, immancabilmente, vengono espulse da ogni singolo poro che ci ricopre, rendendoci sudaticci ammassi di disillusione buoni solo da usare come carta moschicida, dato che siamo più appiccicosi di un barattolo di miele a fine corsa. In estate regrediamo fino a diventare animali dai bisogni essenziali: pappa, cacca e nanna. Ogni altra funzione che implichi l'uso di più di due neuroni contemporaneamente è soggetta ad approvazione, perché in estate, signori, si va in risparmio energetico, a meno di non trovare un'appendice esterna capace di abbassare i nostri bollori corporei al punto da rendere superfluo l'intervento del governo Monti estivo. Personalmente poi, essendo piagata dalla pressione bassa per tutto il mio arco narrativo annuale, l'estate mi catapulta in una condizione di nevrastenia costante e sempre ad un passo dallo svenimento. Quindi perdonate se non sono esattamente una pasqua da giugno a settembre. Quest'anno, alle solite recriminazioni, ho aggiunto una nuova tacca alla lista dei motivi per cui spedire il caldo estivo al confino, ovvero i cali di tensione elettrica. La questione è semplice: tanto caldo = battaglioni di ventilatori e condizionatori arruolati nel difficile compito di non farci sciogliere come un personaggio di Terminator 3 = uso smodato di energia elettrica = cali di tensione. Ecco, giovedì scorso mi sono trovata in mezzo ad uno di questi blackout nel luogo peggiore che si possa pensare: l'ascensore. Ero su un pianerottolo, ingenuamente convinta che l'ascensore suddetto mi avrebbe rigurgitata fuori dall'edificio in cui mi trovavo evitandomi scale arroventate che non ero proprio pronta ad affrontare. Ho premuto il bottone, ho atteso pochi secondi, le porte si sono aperte ed io mi ci sono ficcata dentro insieme a mia madre, che mi accompagnava in questo proposito che, come avrete capito, si sarebbe rivelato alquanto nefasto. Fin qui, comunque tutto bene. Il tempo di entrare nell'ascensore, però, e tutto si è spento per un secondo, un solo, piccolo, insignificante secondo che però ha lasciato uno strascico rivelatore, come un mini ictus elettrico dal sapore profetico: il display elettronico sopra il pannello comandi ha iniziato a segnare il piano 96. E' chiaro, se guardato a posteriori, che l'ascensore stava mandando un disperato segnale di allarme, come Cassandra quando predisse la caduta di Troia. E' altrettanto evidente che si trattava di un messaggio cifrato, dato che ruotando la prima cifra, il numero si trasformava nel 66 che, come ci insegnano a Busto Arsizio, sono i primi due numeri del Male, il quale vive nel luogo più caldo del creato: l'inferno. Adesso, se fosse stato un altro momento qualsiasi della mia esistenza, tutte le mie antenne si sarebbero rizzate come i peli di un gatto spaventato e mi sarei catapultata fuori da quella scatoletta di metallo con uno zompo da ranocchia, ma si da' il caso che fosse giovedì scorso e che nell'aria aleggiassero quei 40 gradi che sciolgono anche il buon senso e rallentano i riflessi più di una bottiglia di grog sparata in endovena. 
Quindi sì, la mia mente obnubilata dal calore non ha colto il messaggio e, con sguardo ebete, ha osservato quel 96 allarmato senza capirlo, mentre l'indice in pilota automatico premeva il bottone per la discesa agli inferi. Risultato: le porte si sono chiuse e tutto è sprofondato di nuovo nel buio, questa volta definitivamente. Eravamo intrappolate in un portasigari di metallo arroventato, senza finestre, con neanche una bava d'aria a rassicurarci e in un edificio pressoché deserto. A questo aggiungete che mia madre è piuttosto claustrofobica e che, come detto sopra, io ho la pressione in un eterno stato depressivo. L'inferno, appunto, come aveva predetto la Cassandra di ingranaggi. Da questo momento, sono seguite una serie di reazioni l'una meno appropriata dell'altra. Prima reazione: il PANICO. Improvvisamente tutti i miei neuroni si sono ripresi dal torpore e si sono resi conto della sfiga cosmica in cui eravamo piombati. Urla generali sempre più forti hanno converso in un muggito collettivo non molto originale, il classico "moriremo tutti" che non passa mai davvero di moda. Un po' tardi, mi verrebbe da dire, ma apprezzo l'impegno, se non altro. Seconda reazione: l'ANIMALE IN GABBIA. Sensazione particolarmente inopportuna, dato che A- la frittata era ormai fatta e B- eravamo incastrate in due metri quadrati di spazio e non c'era proprio la geografia adatta ad una crisi di nervi come si conviene. Eppure nella mia mente tuonavano terrori da prigioniero, tutti accomunati dal comune denominatore dell'assenza di spazio (pensiero molto rassicurante in una situazione come quella in cui mi trovavo, grazie per il tuo contributo, cervello). Se non altro, per la prima volta coglievo una certa logica nella reazione della mosca che si sfrantuma ripetutamente il cranio contro i vetri della finestra di casa, dato che avrei voluto fare la stessa cosa contro le porte scorrevoli della caffettiera rovente in cui mi trovavo a tostare. Fortunatamente sono una persona tremendamente ansiosa e, negli anni, ho sviluppato tecniche da animale stecchito per evitare che le mie paure generassero imbarazzanti reazioni alla Looney Toons, Quindi, nonostante mi sarei volentieri lussata una spalla a furia di tirare colpi ai portelloni dell'ascensore, non l'ho fatto. Mi sono limitata a tremare come un drogato a corto della sua dose. Terza reazione: la incontestabile sensazione di un CALDO OPPRIMENTE, che ha assunto la peculiare forma di un solido che premeva su ogni centimetro della mia pelle, cosa che mi ha fatta sprofondare in una preoccupazione ancora più cupa (anche se molto più logica): e se avessi avuto un calo di pressione proprio lì dentro? 
E badate, io non sono come quelle persone che in dieci secondi cadono tramortite sul sedile della metro prive di sensi, no, io sono del gruppo dallo svenimento lento e meticoloso, con nausea, giramento di testa, vista annebbiata e fosfeni ovunque in pieno stile fuochi fatui che, alla fine, forse, sfoceranno nello svenimento. Insomma, un'agonia che non avevo alcuna intenzione di provare in quella bara d'acciaio buona solo a commemorare Iron Man. Finalmente, dopo tutto questo blackout interiore, la razionalità ha sgomitato tra la folla di neuroni isterici portando un'idea: provare a premere la campanella di emergenza. Fantastico! Splendida idea! Unanime sguardo ammirato del sistema nervoso e grandi pacche sulle spalle dell'inaspettato salvatore. Dunque, premiamo la campanella. La campanella non funziona. Morta come tutto il resto. Orrore dipinto sul mio volto e faccia cadaverica di mia mamma già rassegnata all'imminenza del suo funerale. Ok, calma Duille, troviamo un'altra soluzione: proviamo a chiamare il numero di emergenza riportato nell'ascensore. Naturalmente, Capitan Ovvio nella mia testa ha dovuto subito puntualizzare che negli ascensori il telefono non prende (di nuovo, grazie cervello per riuscire sempre a calmarmi così bene). La cosa più seccante è che non è un caso che si chiami Capitan Ovvio, perché ovviamente aveva ragione. Nessuna linea. Eravamo bloccate in un ascensore rovente, con 50.000 gradi percepiti, senza linea telefonica, in un edificio abitato da pendolari (quindi praticamente una cattedrale nel deserto) e con le provviste costituite solo da mezzo litro di Gatorade. Samvise e Frodo alla fine del Signore degli Anelli avevano molte più chance di sopravvivere a Mordor rispetto a me di uscire viva da quell'ascensore. E loro avevano solo un biscottino elfico come bene di conforto. In sostanza: orrore 2, il ritorno. La disperazione ricominciava a sibilare tra le truppe, gli sguardi riprendevano la forma della mucca al macello e la razionalità si ritirava per deliberare in privato, quando, ecco il miracolo sotto forma del suono di una chiave che gira nella toppa. Un essere umano! Un essere umano! In barba alla mia ansia sociale, che di solito mi cuce la bocca meglio di una spillatrice, ho dato fiato alle trombe e, in pochi attimi, si è materializzata una voce dall'altro lato della porta che ha fatto l'unica cosa possibile: tirare i portelloni dell'ascensore per forzarli manualmente. A quel punto è riemerso il mio lato animale che, senza tanti complimenti, si è dato da fare a sua volta, con il beneplacito di tutti i neuroni coinvolti, uniti da un impeto collaborativo a dir poco commovente, a cui si è unito anche quello materno. Con la forza della disperazione sulle dita, siamo riuscite ad aprire le porte quel tanto che bastava per farci zompare fuori dalla casseruola demoniaca come due gatti soffianti. Immediata riconoscenza alla voce salvifica e fuga estatica alla "tutti insieme appassionatamente" verso gli spazi aperti delle praterie d'asfalto della città, rigorosamente per le scale, che non ci sono mai sembrate tanto deliziose e rassicuranti. Ed ora che sono sopravvissuta a questa quasi comparsata sulle riviste di cronaca nera, veniamo alle lezioni imparate: il caldo è il quinto cavaliere dell'apocalisse venuto a contaminare tutto ciò che ci è di più familiare, anche gli ascensori, rendendoli trappole mortali che farebbero venire la claustrofobia anche ad un esperto di escapologia. Di certo, la prossima volta che vedrò un ascensore in estate, seguirò il consiglio di Gandalf: fuggite, sciocchi!  

Duille

domenica 2 giugno 2019

Elogio funebre a Midnight, Texas (i fiori da quella parte, grazie)

Siamo qui riuniti per celebrare la vita di Midnight, Texas, la cui breve esistenza, composta di sole due stagioni, è stata cancellata da un calo di ascolti tanto ignominioso quanto giustificabile. Midnight lascia la sua sorella maggiore True Blood, e altri fratelli minori che, per questioni di tempo e perché sinceramente ci interessa poco, non nomineremo ma saluteremo con la manina. 
Midnight, cari fratelli, era una serie oggettivamente brutta e questo non lo si può negare. Non dico che fosse un cesso a pedali, ma diciamo che più che rifulgere come una stella, luccicava come una flatulenza a cui era stato dato fuoco. Partiva da premesse che in passato si erano rivelate vincenti: voleva raccontare le avventure (o forse è più appropriato dire, le sfighe manzoniane) di una piccola cittadina texana in cui era concentrato un campionario di creature soprannaturali che non si vedeva dai tempi di Sunnydale, i quali, evidentemente trovando deliziose le strade non asfaltate che attentavano alla vita dei suoi abitanti a colpi di asma e le quattro catapecchie color paglia che sembravano uscite da un set abbandonato della Signora del West, avevano deciso di mettervi radici e trasferirvi residenza e rampolli. Vai a capirne i gusti. In questo pout-pourri c'era un po' di tutto, come un fritto misto di pesce: un angelo dall'atteggiamento hippy e dai muscoli degni di un culturista, maritato con un demone insapore e chiaramente presente solo in qualità di esponente del mondo LGBT, dato che non aveva né una sua indipendenza narrativa né una qualsivoglia personalità (se non quella di essere chiaramente gay), un vampiro dagli occhi di ghiaccio che si nutriva dell'energia delle persone (in altre parole, un asciugone), una sicaria con traumi infantili che aveva fatto proprio il detto di "bella e maledetta" e con un arsenale da guerra che da solo contribuiva al 2% del PIL mondiale, uno zingaro che vedeva i morti, tra cui la sua petulante nonnina dalla risata inquietante e dai consigli amorosi non richiesti, una strega potentissima ma stucchevolmente votata al bene, una tigre mannara (perché evidentemente i lupi sono diventati out mentre facevo la pausa gabinetto) e un manipolo di umanoidi dai nomi ridicoli che se la contendevano con i vari Polli e Palline mocciane (Creed, ad esempio, ma soprattutto Bobo...sì, Bobo). Eppure, di questa colorita popolazione di partenza, Midnight non ha mai saputo davvero cosa farsene. E questo perché Midnight era come un pilota di formula 1 su una Fiat Panda: aspirava alla velocità supersonica della macchina da corsa ma con la frizione gracchiante e il motore con l'asma. Il risultato erano trame col singhiozzo, colpi di scena buttati a caso e senza un vero contesto che, se non stavi attento, rischiavi ti interessassero tanto quanto indovinare il numero di fagioli dentro una boccia di vetro solo per la gloria. Come dimenticare ad esempio, la noiosissima dipartita del Reverendo, superata nel giro di uno starnuto dagli abitati del paesello e ancora in minor tempo dalla sottoscritta? 
Midnight, Texas aveva una sceneggiatura che sembrava scritta cinque minuti prima della messa in onda, con trame episodiche pronte ad evaporare nel giro dei quaranta minuti della puntata e trame stagionali lente come un ottantenne in farmacia, che si risvegliava verso gli ultimi due o tre episodi quando, forse ricordandosi di essere una serie urban fantasy DI AZIONE, iniziava a correre disperatamente per tirare le fila di un discorso inesistente con la stessa lucidità dello studente davanti al foglio bianco a cui si annuncia che mancano solo cinque minuti alla fine della prova. I risultati di questa frenesia pazza e senza idee erano finali di stagione banali e scontati quanto una brutta battuta da rimorchio in un locale scadente e che finivi col dimenticare appena partivano i titoli di coda. In base a ciò, molti potrebbero pensare che Midnight fosse una serie svogliata, ma non era così, perché lei ci provava davvero, a dare un senso a tutto questo ciarpame umano scritto con i piedi, ma era come un retino bucato: per quanto volesse acchiappare quelle farfalle, proprio non ci riusciva. Midnight era una brava serie ma non aveva il senso del pathos, né quello della tensione, se è per questo, e non iniziamo neanche a parlare della sua totale ignoranza del concetto di epicità. Era la Pimpa finita nel Signore degli Anelli, praticamente. Tentava di costruire elaborati colpi di scena, ma si dimenticava che il genere a cui apparteneva esisteva dai tempi di Mary Shelley e quindi finiva col riproporre ancora e ancora la stessa zuppa riscaldata che ormai era diventata prevedibile come il nerd scelto per ultimo durante l'ora di ginnastica. 
Il tutto era poi condito da questa imbarazzante mole di effetti speciali trash che sembravano usciti da un video amatoriale sviluppato su after effect da un undicenne (forse lo stesso nerd scelto per ultimo a ginnastica). Non dimenticherò mai la prima volta che vidi le maestose ali dell'angelo/hippy in CGI...mi rimarranno incollate sulla retina (e nei miei incubi) per sempre. Ma nonostante tutto questo, Midnight ci mancherà immensamente. E perché?, direte voi. In fondo è solo l'ennesima serie trash del nuovo millennio. E invece no. Midnight era molto più di questo perché aveva cuore. E una strana consapevolezza di ciò che era. Proprio come la flatulenza a cui si dà fuoco, che non si atteggia a lanciafiamme, così Midnight non si prendeva neanche lontanamente sul serio, e lei per prima mandava tutto in vacca con battute ridicole ma tenere, spingendo fino allo stremo certi estremismi creati solo per divertire, ed esagerando i toni riuscendo a non renderli mai fastidiosi. Alla fine, una serata con Midnight era sempre divertente, i suoi personaggi risultavano caricaturalmente simpatici (a parte Creek, che era inutile come una nutria morta in autostrada) e le piccole caratteristiche dei personaggi erano a loro modo sorprendenti e vivacizzanti. Midnight era la simpaticona a cui ti rivolgevi quando eri triste, era il giullare che ti tirava su di morale senza chiederti niente in cambio, era ignorante al punto giusto e non ti giudicava mai per scegliere il trash invece che qualcosa che avesse davvero senso guardare. Soprattutto, Midnight ti salvava dal vero trash, quello cattivo, puzzolente e incurabile di certi teen drama fantasy che, oltre ad essere scritti con Google Translate, si atteggiano anche a futuri classici del genere. Midnight, col suo gusto un po' kitsch e le sue trame scontate ma divertenti, invece, salvava la nostra dignità di spettatori e ci permetteva di guardarci allo specchio senza provare vergogna. Midnight era il guilty pleasure di cui, in fondo, non ti pentivi mai. Come le patatine del discount. Quelle sono buone sempre. E oggi, in questo triste giorno, ti celebriamo, Midnight, per averci lasciati troppo presto, per essere stata buona con noi scegliendo di concludere le trame di ogni stagione invece di lasciarle aperte, ti ringraziamo per aver misericordiosamente scelto cliffhangers conclusivi di cui, in fondo, non ce ne fregava niente, rendendo così il nostro cuore meno pesante nel salutarti. 
Grazie Midnight.
Te s'è voluto bene. 
Duille

domenica 12 maggio 2019

Into the war

Ci sono momenti in cui vivere con l'ansia sociale significa ritrovarsi in un contesto di guerra. L'ansia però è notoriamente perfezionista e non si limita a buttarci nel mezzo della mischia di una guerra qualsiasi. Niente brutte copie delle guerre puniche per noi, nessuna riedizione della guerra dei Cent'anni e nemmeno una rivisitazione in chiave moderna di qualche battaglia Pokemon particolarmente epica. Lei, creativamente sadica per natura, prende in prestito niente di meno che dalla Storia dei conflitti internazionali, pescando un po' di qua, tagliuzzando un po' di là, abbinando i colori e confezionando un bouquet nuovo fiammante che ha un non so che di funereo (vai a sapere perché). 
L'ansia quindi ci confeziona LA GUERRA, facendoci entrare di diritto nell'Olimpo di personaggi con conflitti pluriennali dedicati, come Elena di Troia, Ned Stark e il famosissimo Piero (che potrete trovare a riposare nel campo di grano). Grandi onorificenze di cui - mi sento di parlare a nome degli altri - avremmo tutti fatto volentieri a meno. Ma così è. A differenza dei colleghi succitati però, la nostra è una guerra invisibile, per cui non si canteranno ballate in stile Signore degli Anelli o si bruceranno ettari di foresta per narrarli. La guerra dell'ansia sociale nessuno la conosce, nessuno la comprende e, soprattutto, nessuno la considera tale. Siamo solo una manciata di persone un po' troppo fifone per essere normali. La nostra guerra però, anche se una guerra fatta di fantasmi, è comunque una guerra vera, che inizia con la chiamata alle armi, quando viene annunciato il Terribile Evento che, capirete dal nome, non avrà esattamente le stesse sfumature emotive di una gita a Disneyland. La chiamata alle armi ha più le sonorità esotiche della guerra in Vietnam, quando la roulette russa americana sorteggiava un anno di nascita che faceva vincere ai suoi "fortunati" portatori un viaggio di sola andata per l'inferno. Se i futuri soldati americani, da quel momento in poi, avevano negli occhi la morte, il sangue e le budella sparse un po' ovunque, noi ansiosi sociali veniamo invasi da scenari apocalittici fatti di pianti destrutturati come un piatto gourmet, pensieri snervanti quanto una zanzara notturna, sguardo disperato da malato terminale e giornate passate a camminare in un mondo diventato un campo minato, pregando tutti gli dei, noti e ignoti, in carica o pensionati, di aiutarci a non mettere i piedi in fallo. Il tutto con il corpo completamente elettrificato, come se dieci murene sguazzassero rabbiose nel nostro intestino o come se continuassimo a mettere le dita in tutte le prese di corrente che ci capitassero sotto al naso. In una parola, la chiamata alle armi ci getta nel Disturbo Pre-traumatico da stress. E da allora sono dolori, perché finché il Terribile Evento non sarà passato, annullato o noi avremo trovato la scusa a prova di bomba per schivarlo, l'ansia ci farà vedere i famigerati sorci verdi. Caschetto in testa, anfibi ai piedi, tuta mimetica che fa pandant con il nostro colorito itterico sfoggiato per l'occasione, veniamo catapultati indietro nel tempo, scomodando un'altra famosa guerra, forse una delle più note, tanto da avere l'altisonante nome di Prima Guerra Mondiale, e in men che non si dica ci troviamo in trincea per affrontare il difficile momento dell'Attesa, ovvero i giorni che separano la chiamata alle armi (aka, l'annuncio che il Terribile Evento s'ha da fa') e l'assalto (ma lì ci arriviamo dopo). 
L'Attesa ha il sapore degli umidi inverni europei, del fango molliccio sotto le suole, della puzza di polvere da sparo, del silenzio vigile, dei tentativi di mantenere una quotidianità che finisce coll'avere la consistenza del pane vecchio di giorni. Continuiamo a vivere, giorno dopo giorno, ma sui gomiti, pancia a terra, testa china per schivare i sibili dei proiettili, attendendo l'arrivo di qualche sparata della nostra ansia che dovremo combattere con il solo ausilio di un fucile di cui abbiamo perso le istruzioni per l'uso, di una lettera dalla persona cara a proteggerci il cuore e di una piccola riserva di buona sorte (che, in tempi di guerra, si sa, scarseggia). L'Attesa è una guerra di posizione che sfilaccia i nervi, che ci getta nel panico e ci svuota come lumache sotto l'impietoso assalto del cucchiaio. Da fuori non si vedrà niente, se non forse una minore energia, un'ombra più spessa sulle occhiaie, un occhio che si rifugia nell'orbita dandoci un aspetto Burtoniano che potrebbe anche ammaliare qualche groupie degli zombie (della serie, non tutti i mali vengono per nuocere). Dentro però, friggiamo sulla sedia elettrica, intrappolati in quella buca di terra che è rifugio e allo stesso tempo prigione. Dentro, ci logoriamo, nell'Attesa. Spesso, durante queste giornate, cerchiamo strategie per gestire il male di vivere che ci strozza come una flatulenza canina. Alcuni di noi si aggrappano a piccoli oggetti come fossero amuleti protettivi: collanine fortunate, portachiavi, piccole cianfrusaglie pelose capaci di rassicurarci, anche se per una frazione di secondo. E' come se avessimo bisogno di sentire la consistenza dei materiali sotto le dita, come se necessitassimo di un legame con la realtà quando ci sentiamo evaporare nell'immaterialità solida di un brutto sogno. Altre volte ci stordiamo, proprio come dei tossici, per far tacere per un paio d'ore quel rumore intorno a noi: ci spariamo film uno dietro l'altro come fossero cucchiaini di Nutella, ci ingozziamo di serie tv (eccomi), facciamo splendere la casa come neanche Bree Van De Kamp avrebbe saputo fare, ci ammazziamo di lavoro, sport, hobbies, impegni, commissioni, studio, litigi e condiamo tutto con una bella carrellata di titoli di coda insonni in compagnia della tv. (Piccola parentesi: io sono tra i pochi fortunati che, anche se stesse cascando il mondo, ad una certa fa subentrare il turno di notte e il custode corporeo spegne le luci e manda a letti i bambini come la più efficace delle tate. Ve lo dico così, giusto perché possiate rosicare un po'). 
Alla fine però, comunque agiamo, ovunque ci nascondiamo, qualunque azione stancamuscoli possiamo fare, ci ritroveremo sempre lì, nella trincea dell'Attesa, ad aspettare il momento in cui verrà urlata la carica, in pieno stile Napoleonico, e, baionette in mano e sgargianti divise rosse che ci rendono perfettamente visibili al nemico, ci slanceremo dalle retrovie, supereremo le linee difensive, ci fionderemo come mucche impazzite nella no man's land, scavalcheremo i cadaveri di chi ci ha provato prima di noi, e correremo incontro alla morte mentre tutto il nostro corpo farà di tutto per trattenerci, ci peserà addosso come un sacco di pulci su un pastore maremmano, si condenserà alla base dei piedi per rallentarci, ci darà delle taglie in più di scarpe che ci faranno inciampare, ma noi dovremo correre, correre incontro al pericolo, perché è l'unica cosa da fare, dannazione, o la va o la spacca, si deve andare, ci si deve schiantare contro il muro di corpi di fronte a noi, perché è quella la strada giusta, paradossale, certo, terrificante, sicuro, ma giusta come se fosse il tom tom stesso ad indicarcela. "Tra trecento metri, schiantarsi a sinistra". E poi, superato lo scoglio nemico, ci si ritroverà dall'altra parte, stropicciati come fazzoletti tra le mani di un adolescente tormentato, con qualche osso rotto, la dignità acciaccata e una città interiore squassata dai bombardamenti e tutta da ricostruire, ma saremo sopravvissuti all'Assalto. Vivi. Miracolosamente. Stanchi come se avessimo circumnavigato il globo in monopattino, ma vivi. Sparpagliati sul terreno come pezzi di un puzzle, ma un puzzle a cui non manca neanche un pezzo. Anzi, a ben vedere, ce ne potrebbe essere anche qualcuno in più, un pezzo jolly che brilla tra gli altri, come una medaglia al valore o il biglietto dorato di Willy Wonka. Saremo ufficialmente sopravvissuti al Terribile Evento (che poi si rivela immancabilmente non così terribile) e probabilmente ci aspetteranno ancora giorni di rimorsi e di rimproveri da smaltire come una brutta influenza, ma di certo siamo e saremo ancora in piedi, alla faccia di chi non credeva in noi. Alla faccia nostra. 

Duille



domenica 28 aprile 2019

Tutte le storie in un libro

Scrivere di un libro è relativamente semplice, se si ha un'idea da cui partire. Molto più difficile è scrivere dei libri, di quella categoria in continua espansione che rappresenta un mondo a sé stante e che ha acquisito ormai le fattezze di un'atmosfera, similmente a parole come "bucolico", "caffè" o "giapponese". Come si fa a parlare di un mondo? Da dove si inizia e dove si finisce, se si finisce? Comprimerlo tutto in un unico discorso diventa impossibile, quindi se ne può parlare solo alle sue condizioni, cioè a capitoli. 
Una delle prime cose che si può dire del Libro è che è capace di raccontare più storie contemporaneamente. Se ne possono individuare almeno tre principali. 
C'è la Storia dell'Autore, innanzitutto, dei suoi gusti letterari e non, dei suoi pensieri e del modo particolare in cui zampettano tra le spugnosità neurali, del suo umorismo (o della sua drammatica assenza), delle sue ispirazioni e aspirazioni. La storia dell'Autore ci apre ai suoi fantasmi, ai suoi traumi, anche quelli che cerca disperatamente di seppellire sotto tombe di raffinatezze stilistiche o di allontanare costipandoli in personaggi fatti di elementi opposti della tavola periodica. Leggendo, si capisce cosa l'Autore se ne sia fatto del libro, se in esso abbia cercato una cura al suo dramma e quale tipo di cura abbia trovato, una psicoterapia ad esempio o un cerotto o un sogno ad occhi aperti o una visione, oppure se abbia usato il libro come un bisturi perfettamente affilato e sterile per fare un taglio preciso e sicuro dentro la carne, una linea dritta come un fuso che collega le viscere e il cuore, per vedere cosa ci sia dentro, cosa sia rimasto e cosa manchi, per capire se il cuore pompi ancora o se ormai viva di asettici fili elettrici impiantati dopo l'ultimo attacco al miocardio. Potrebbe anche essere un autore arrabbiato, che non vuole scoprire niente a se stesso perché è già tutto fin troppo scoperto e brucia maledettamente, e l'unica cosa che vuole è mostrare tutta la sua sanguinante impotenza, esporre le viscere perché tutti le vedano, vuole prendere la mano del lettore e ficcarla nel suo addome sventrato a colpi di coltello, perché senta quello che sente lui, perché non sia più l'unico. Ma il libro non si ferma qui, perché nel momento in cui nasce, appena la penna si è sollevata dall'ultima pagina, il libro sfugge al controllo del suo creatore e diventa vivo, generando una seconda storia, la Storia del Libro. Noi lettori lo chiameremmo Romanzo, o Saggio forse. In ogni caso, La Storia del Libro è fatta dei suoi protagonisti di carta, delle loro emozioni, che non sono mai completamente adese a quelle dell'autore, ma che trovano una loro ribelle autonomia, come una ciocca di capelli che rifiuta di stare al suo posto. Le Storie dei Libri raccontano di se stesse, palpitano ai loro ritmi, scelgono le proprie colonne sonore e seguono un loro percorso, ignoto anche a chi scrive, al punto che sembrano mitologicamente scriversi da sole. E poi, naturalmente, c'è la Storia del Lettore che legge il libro. Di quello sguardo che raccoglie la Storia del Libro tra le ciglia, che le affonda dolcemente nel mare gelatinoso delle iridi, facendolo sprofondare nel triangolo delle bermuda delle pupille, fino a sparirvi, ingoiato da menti voraci pronte a vedere altro oltre l'orizzonte. 
La Storia del Lettore è una duplice storia perché è la Storia di ciò che il Lettore percepisce in ciò che legge ed è la Storia del Mentre si Legge. E' l'interpretazione che il lettore da' alla Storia del Libro, prima di tutto, un filtro simile alla carta di una caramella appena scartata che, messa davanti agli occhi, talvolta trasforma il mondo nella rossa camera di sviluppo di un fotografo ed altre volte annega tutto in un bagliore da acquario verde bottiglia. La storia del Lettore è un estratto della Storia del Libro, che si riempie di profumi nuovi come una casa con le finestre spalancate. Guardando bene, il Lettore può intravedere la Storia dell'Autore che si nasconde come una lucertola tra le intercapedini delle parole, ma più spesso formerà un collage che parla proprio di lui, del Lettore, rispecchiandolo al punto da farlo sentire nudo, smascherandolo di una maschera che non sapeva neanche di avere. Il Lettore si interroga del mistero di un libro sconosciuto che aveva pescato quasi per caso e in cui è finito per essere pescato, come un pesce pregiato ed inafferrabile, senza sapere che in realtà è stato lui stesso a pescarsi da solo, aprendosi al libro come labbra dischiuse al bacio. In contemporanea alla Storia del Lettore che legge il Libro, poi, c'è la Storia del Mentre si Legge. Questa è una storia che non verrà mai scritta con parole d'inchiostro, ma che sarà un pulviscolo segreto che solo il Lettore potrà vedere in controluce, ogni volta che aprirà il Libro.  E' la Storia biografica di chi si era quando si lesse per la prima volta, è la testa disordinata dai pensieri di un'epoca, di una generazione, di un'età, di un anno, di un momento vissuto su uno specifico giro di accordi. E' la Storia di chi si era prima del libro e di chi si è diventati dopo. E' la Storia di ogni lettura, tracciata come gli anelli sul tronco di un albero e di cui si può ripercorrere la sequenza all'indietro ritrovandosi, nostalgicamente. Il Libro diventa allora un diario dell'oggi che sfiora lo ieri, sono tutti i sé della linea del tempo che si sovrappongono per un attimo nello stesso, semplice gesto di girare una pagina. Sulla sua carta possono trovare spazio indizi ermetici che esigono parole d'ordine mai pronunciate: sbavature di tazze di tè cadute durante uno starnuto di primavera o l'ombra di un'impronta del gatto di casa rientrato dal giardino. A volte nel libro si può contare il numero di volte in cui è stato chiamato a dare consigli, e che si rivela nella brossura esposta come le ossa sulle nocche delle dita. La Storia del Mentre si Legge racconta di adolescenze fragili, di lacrime cadute in passaggi comici, di rossetti sbavati e abitudini abbandonate, di letture nella vasca da bagno che si sono rivelate pessime idee, di ricerche di senso immortalate in orecchiette oggetto di critiche, di profondi amori, di granelli di sabbia e di fiori pressati. Una storia nella storia. Per questo i libri sconvolgono ed estasiano: perché sono capsule del tempo che contengono tutte le storie del mondo nello stesso numero di pagine.
Duille



domenica 31 marzo 2019

World Congress of Families: il medioevo bussa alla porta.

A quanto pare è possibile viaggiare nel tempo. Doc e Marty lo avevano già fatto nel 1985, in effetti, e il Doctor Who lo ha reso un marchio di fabbrica da diverse ri-generazioni, ma finora tutto sembrava relegato a quel fantastico mondo che è la fantascienza, in cui basta pensare ad una possibilità, condirla di un po' di tecnologia e, voilà, il piatto è servito. 

E invece. 

E invece a quanto pare, come dicevo all'inizio, si può fare davvero. Solo così si può spiegare come nel 2019, in un'epoca in cui esiste la macchina elettrica, i viaggi spaziali sono diventati meta turistica dei milionari e si è riusciti a rendere popolare il gelato al puffo, ci si trovi davanti al World Congress of Families, una delle cose più anacronistiche e antidiluviane esistenti dai tempi della Santa Inquisizione Spagnola. 
Il WCF (che già dall'acronimo rivela la sua eloquente natura espulsiva da toilet) è un convegno anti-LGBT, anti-abortista, anti-divorzista, anti-femminista, non dichiaratamente ma di fatto anti-progressista e sicuramente anti-patico come una cacca di piccione che ti crolla sulla testa prima di un colloquio di lavoro importante. Si presenta a noi come un'opinione non richiesta su internet per "affermare, celebrare e difendere" (da chi non si sa) "la famiglia naturale" qualunque cosa essa voglia significare, dato che, in natura 
A- gli animali prevalentemente figliano con perfetti sconosciuti con cui non hanno condiviso neanche un conto al ristorante
B- solo pochi animali, come il castoro e il pinguino degli Antipodi, restano insieme per la vita;
C- fino a prova contraria, noi non discendiamo dai pinguini ma dalle scimmie e,
D- nel mondo animale è presente (e non come devianza) l'omosessualità, l'ermafroditismo (basta guardare i pesci rossi che scommetto molti di questi aulici promulgatori del concetto di normalità hanno regalato ai loro pargoli) e più modi diversi di accoppiarsi. Come a dire che per la natura, il mondo è bello perché è vario. 
Ad aggiungere controsenso all'ambiguità, la famiglia "naturale" è tale, secondo i relatori di questo congresso, perché "unita nel matrimonio". Adesso, qualcuno del convegno, per favore, mi trovi una gallina ed un pollo che, prima di deporre l'uovo, abbiano convolato a nozze davanti allo sguardo di genitori commossi e dell'immancabile zio ubriacone. Già da queste premesse si può facilmente intuire come le ideologie portanti del convegno si tengano insieme con lo sputo (un virile sputo eterosessuale, ovviamente) ma se ciò non bastasse, possiamo tornare indietro fino alle origini dell'evento, partorito dalla mente di Allan C. Carlson, storico ed ex funzionario del governo Reagan,  che se lo inventò per contrastare il calo demografico nelle società occidentali imputato alla rivoluzione sessuale e al femminismo. Un concetto che sembra avere una inquietante affinità di forma con un assioma del Pastafarianesimo, secondo cui l'aumento dei fenomeni del cambiamento climatico sono correlati alla riduzione del numero dei pirati nel globo. La differenza tra i due concetti però, e qui sta la mia inquietudine, è che il secondo è volutamente provocatorio e goliardico, mentre il primo si avvale della serietà profetica di Matusalemme e della prepotenza dello sfollagente sul cranio del manifestante. 
E se anche questo non fosse sufficiente, si può sempre snocciolare una serie di affermazioni di inconfutabile valenza scientifica (a scanso di equivoci: sarcasm ON) promulgate da alcuni degli esponenti del convegno di quest'anno, che sostengono ad esempio come il sesso anale sia collegabile ai rituali satanisti oppure che la lotta contro la violenza sulle donne sia distruttivo per la famiglia tradizionale, dandoci quindi, oltre ad una visione evidentemente galileiana di queste affermazioni, anche uno spaccato sociologico del tutto nuovo, che vede la stretta correlazione tra tradizione e botte da orbi. Cose che le mamme del passato, con il battipanni, il mattarello, la ciabatta e la più moderna cucchiarella di legno sempre a portata di mano, avevano capito perfettamente e tramandato a noi figli. Scemi noi che non l'avevamo capito. Ovviamente non mancano mai gli evergreen di turno, più longevi dei dischi in vinile e dei risvoltini nei pantaloni che non vogliono proprio saperne di sparire, ovvero l'associazione tra aborto e omicidio e tra omosessualità e pedofilia, anche questi corroborati da studi scientifici probabilmente condotti da Joseph Gall in persona, inventore della Supercazzola Suprema del 1800, ovvero la frenologia, ma dalla pericolosità dell'eugenetica, che ricordiamo è stata molto apprezzata da un certo omino isterico con i baffi a spazzola (e no, non sto parlando di Charlie Chaplin). E non voglio neanche entrare in quella trita e ritrita questione della "teoria del Gender", di cui ovviamente il WCF si fa portavoce, e che si basa su una campagna di disinformazione di proporzioni paragonabili alle teorie che affermano che i bambini nascano sotto i cavoli, che quando si ha il ciclo non lievitino i dolci e che la Luna sia fatta di formaggio. 
Date tutte queste premesse, resta e si rafforza una domanda: chi ha deciso che queste persone fossero meglio di altre per poter parlare di diritti civili, di famiglia e di genere? Chi ha deciso che loro fossero le più indicate per dire cosa formi un nucleo familiare? Sono forse il CAF, che decide chi dobbiamo includere nell'ISEE? Chi ha deciso che avessero un'autorità maggiore di altri per prendersi il diritto di giudicare ciò che per antonomasia è ingiudicabile e decidere cosa sia normale, naturale e giusto? Non vedo, tra i relatori di questo convegno, psicologi, antropologi, sociologi e tantomeno, visto che tirano in ballo questo benedetto concetto del "naturale", qualche biologo o naturalista. Quello che vedo sono un mucchio di politicanti, tutti appartenenti all'estrema destra di stampo religioso, scrittori, presidenti di associazioni pro life, duchi e principesse (davvero), calciatori, una manciata di psichiatri, e preti. Nessuno di loro (a parte forse gli psichiatri) ha competenze tecniche per poter parlare di questo argomento, se non una nebulosa dottrina morale che sembra emergere da cassetti polverosi, teorie antidiluviane o da una macchina del tempo. 
Perciò mi rivolgo direttamente a voi, relatori del WCF. Dato che vi vedo smarriti nei fiumi dell'incenso oscurantista, voglio aiutarvi ad uscire dai secoli bui in cui siete accartocciati, con un pratico bigino di ovvietà che dovete tenere sempre con voi, vicino al cuore, e che vi aiuterà a chiarirvi le idee.
1. Non è il genere a definire chi sia giusto amare, ma la CONSENSUALITA'. Tutto il resto è stupro, stalking, molestie, mobbing, pedofilia e zoofilia. 
2. La famiglia non si basa sull'eterosessualità della coppia e sul matrimonio ecclesiastico, ma sul RISPETTO RECIPROCO. Quindi può essere formata da maschi, femmine, gatti, cani, girbilli, pappagallini, tartarughe, amici e zii acquisiti. Potete depennare dalla lista tutti i nuclei in cui si esercita e si subisce violenza. E, se ve lo steste chiedendo, sì, anche quello in cui il marito tira qualche sberla alla moglie perché la cena non era pronta alle otto in punto. 
3. Le donne non hanno come passatempo preferito l'aborto. Non scelgono se fare la lezione di yoga o fare un raschiamento dal ginecologo. Quindi è inutile che gli piazzate fuori dalle cliniche stuoli di antiabortisti con le Bibbie in mano. Vi assicuro che la loro sarà sempre (e vi prego tatuatevelo sulla fronte), SEMPRE una scelta sofferta con cui convivranno per tutta la vita. 
4. Non esiste il complotto sul Gender. Quella si chiama INFORMAZIONE. Se siete dei negazionisti, quello è un problema vostro e del vostro psicologo, non dell'umanità tutta. 
5. L'LGBT NON E' UNA RELIGIONE, quindi non ci sono conversioni, integralismi, rituali, dogmi da seguire né iniziazioni orgiastiche, nel caso vi fosse venuto in mente. Ci sono solo persone che non vogliono essere discriminate o "tollerate" per ciò che sono. Vogliono solo essere trattate come persone. 
6. Questo c'entra relativamente: vorrei ricordare all'ala africana e femminile dei relatori che i vostri colleghi sono gli stessi che, in altri tempi e in altri luoghi, sarebbero stati sostenitori della teoria della razza e della inferiorità intellettuale della donna.
Ma dato che so già che nel migliore dei casi ignorerete i miei bigini e, nel peggiore, lo butterete nel fuoco purificatore spegnendone poi le braci con l'acqua santa, ho una proposta per il convegno dell'anno prossimo: invitate come ospiti un terrapiattista, una curandera sudamericana, Vanna Marchi, un bimbo di 5 anni che ha iniziato a farsi le sue teorie sul mondo e un esponente di Scientology (che, come religione, ha la stessa solidità ideologica di questo convegno). Sono sicura che sarà un successo. 
Duille

domenica 24 marzo 2019

Assaggi #4: Pensieri di uno psicoanalista irriverente

Quando vidi per la prima volta il saggio di Antonino Ferro era una sera estiva, una di quelle notti in cui il calar delle tenebre concede un attimo di tregua al caldo grigliato tipico della Pianura Padana, lasciando il posto ad una leggerissima brezza, come una carezza di seta appena percepibile. Lui era lì, appollaiato nella vetrina di una libreria che costeggiava la mia università. 
Mi strizzava l'occhio dalla sua copertina pulitissima e sembrava sorridermi di un sorriso particolare, come se avesse appena fatto una marachella di cui non si pentiva minimamente. "Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi". Non sapevo niente dell'autore né ovviamente ho avuto la possibilità di leggere la quarta di copertina, dato che un vetro e un orario di apertura ci dividevano come nei migliori film romantici. Eppure ho deciso all'istante che quel libricino dalla faccia furba meritava un incontro più formale, un caffè al bar, per esempio, o una cena insieme, rigorosamente in un ristorante etnico, in cui si mangiano i cibi con le mani e si divide lo stesso bicchiere. La mia sempiterna scarsità di dobloni e l'assenza del suddetto dispettoso in biblioteca, mi è costata un'attesa di un anno, che non ha scalfito di una virgola la mia curiosità. E così, quando finalmente lui ha deciso che era il momento di rendersi disponibile nel catalogo della mia spacciatrice di fiducia (sempre la biblioteca), l'ho subito ordinato e l'ho letto. Quindi, eccomi qui, a parlare di questo saggio mentre lui continua a strizzarmi l'occhio e a fare le linguacce al mondo, come Julius il cane. Per rendere giustizia a questo volumetto di appena 153 pagine, però, si deve affrontare il discorso per punti/precisazioni, adottando un metodo più schematico del solito, allo scopo di non perdersi in quello spazio tra terra e cielo che è, di fatto, la psicoanalisi. Quindi partiamo. 
PRIMO, è necessario specificare che non si tratta di un saggio, ma di un'intervista, di quelle in cui c'è chi domanda e chi risponde. Ma non aspettatevi un'intervista dal sapore giornalistico, perché la psicoanalisi fa provincia a parte ed è irriducibile a qualsiasi imbrigliamento in schemi precostituiti, il che significa che non è mai lei ad adattarsi al mezzo, semmai il contrario. Ciò significa che davanti a noi si snocciolerà un'intervista psicoanalitica, in cui alla domanda non sempre segue una risposta precisa e chiara, e assolutamente non aspettatevi l'esaustività (questa sconosciuta), quanto un sogno, un viaggio, un racconto per immagini molto in linea con lo stile della psicologia dinamica, secondo cui la domanda non si esaurisce nella risposta perché non esiste un'unica risposta accettabile, ma molteplici possibilità che spesso si esprimono in nuove domande. Una costruzione impossibile, insomma, come un quadro di Escher, e che ad alcuni potrebbe suonare come un po' troppo evasiva, quando non direttamente frustrante. 
SECONDO, è necessario fornire due informazioni al volo sui suoi protagonisti, ovvero Luca Nicoli (l'intervistatore) e Antonino Ferro (l'intervistato). Ringraziamo Sua Santità L'Internet per le pillole di saggezza che seguiranno. Luca Nicoli è uno psicoanalista e redattore della Rivista di Psicoanalisi, che praticamente è la versione per strizzacervelli del Science, in cui vengono pubblicate tutte le ricerche e gli articoli di psicoanalisi. Una Bibbia, per quelli del settore. Ferro, invece, è stato il presidente della Società Psicoanalitica Italiana, che è come dire che è stato il Presidente della Repubblica di quella psicologia che ha fondato la psicologia, ovvero quella freudiana. Insomma, due personcine di un certo spessore. 
TERZO, urge specificare che in questo libro non si parla di teorie psicoanalitiche, ma di pratica psicoanalitica (che, per parafrasare Pollon, sembra uguale ma non lo è). Niente approfondimenti sulle teorie freudiane, niente spiegoni sul complesso di Edipo, niente pipponi sul significato dei sogni. Qui si parla di psicoanalisti, più che di psicoanalisi. Più precisamente, si entra nel complesso mondo della pratica clinica, di cosa significhi essere uno psicoanalista oggi, di come esserlo, di quanto applicare la tecnica e a quale tecnica affidarsi, di quanto parlare e quanto tacere, di quanto lasciare spazio alla propria irriducibile ed unica individualità e quanto sparire dietro la maschera imperscrutabile dell'analista-basset hound. Soprattutto, il libro si interroga su come adattare al nuovo millennio e alle sue realtà un bagaglio teorico e metodologico che rifiuta lo statuto di documento storico preferendo vestire i panni dell'evergreen sempre attuale.
QUARTO, questo libro si prefigge di mettere in discussione tutto questo, dal vocabolario psicoanalitico all'applicazione delle regole, al concetto stesso di regola. Qualcuno direbbe elegantemente, che questo libro si fa un bel po' di seghe mentali. Non troveremo quindi spiegazioni su come applicare il transfert, quanto la domanda se ancora si possa parlare di transfert e controtransfert, non ci saranno indicazioni su cosa dire e come dirlo, quanto su cosa significhi essere vivo nella seduta (se compaiono punti di domanda sulla vostra testa, non vi preoccupate. E' normale). 
Il tutto detto e fatto con l'irriverenza promessa nel titolo, con un linguaggio ironico, ricchissimo di citazioni pop e cinematografiche dal sapore squisitamente personale, pregno di metafore culinarie e fantascientifiche che buttano spavaldamente alle ortiche ogni classicismo, rendendo il volume rinfrescante, togliendogli di dosso la polvere dei secoli, nonostante l'autore abbia ormai più di 70 anni, e soprattutto dando sollievo a noi, giovani psicologi, che ci siamo tormentati con le stesse domande e gli stessi dubbi che l'autore e il suo intervistatore esprimono con la semplicità e il candore di chi ha l'autorità per farlo. Ferro quindi scardina ogni caposaldo della tecnica analitica e lo guarda, come diceva Paul Valery, "allo stesso modo con cui una mucca guarda un treno", ovvero come se fosse la prima volta, senza dargli quell'importanza monumentale degli intoccabili. 
E proprio da questi due ultimi punti emerge la mia unica perplessità in merito al volume: credo infatti che il testo non sia così alla portata di quelli che Ferro chiama "pazienti curiosi". Nonostante la indispensabile presenza di un glossario creato apposta per chiarire i termini tecnici mutuati soprattutto dalla teoria bioniana, semisconosciuta ai non addetti ai lavori, il discorso entra molto nel dettaglio della pratica, parlando di concetti come l'unisono, l'0attenzione fluttuante, gli elementi beta e alfa, il campo, la O (sì, la lettera, e no, non è un errore di battitura), dando per scontato che si sappia minimamente di cosa si parla. E vi assicuro che il glossario in questi casi non sarà sufficiente. 
Pensieri di uno psicoanalista irriverente è quindi un volume frizzante e tonificante che parla della tecnica psicoanalitica, ma che, secondo me, è riservato a chi di psicologia ha più di un'infarinatura. E' sicuramente dedicato a tutti i giovani psicologi che si affacciano alla professione con quel desiderio di rinnovamento tipico della giovinezza ma con ancora addosso la soggezione nei confronti dell'Istituzione che li ha formati, a partire da Nonno Freud, e che si chiedono come fare a far parte di una professione che, oltre ad un lavoro, nasce come vocazione, quindi allergica a tutto ciò che esula dalla mente e che riguarda il pragmatismo un po' sporco della vita. Un libro squisitamente psicoanalitico, quindi, che lascerà il lettore/professionista assolto da ogni peccato, semplicemente perché scoprirà che il peccato per cui si è tanto affannato, non esisteva in partenza.  

Duille



Here I am!

La mia foto
Eccomi! Sono una scrittrice in erba, divoratrice di libri, sognatrice professionista e ansiosa sociale multicorazzata. Ho la fissa dei ricordi, la testa fin troppo tra le nuvole, interessi disordinati, un amore impossibile per gli alberi e una passione al limite del ridicolo per le serie tv. Ah, e le presentazioni non sono proprio il mio forte. Si vede?

Visite

Powered by Blogger.

Cerca nel blog

Lettori fissi

Archivio blog