domenica 30 agosto 2015

Bicchieri sbeccati su tappi di sughero.

Oggigiorno quando si parla di fragilità, lo si fa sempre con una punta di vergogna. Diciamoci la verità: parlare di fragilità non va di moda, probabilmente perché va fin troppo di moda. Potrà sembrare un controsenso, ma se ci pensate bene un senso ce l'ha. Qualche sapientone un giorno ha scoperto che parlare delle proprie disgrazie è fonte di big money, soldi facili che piovono dal cielo come le arance nel carnevale di Ivrea, ed ha deciso di costruirci sopra un impero, pronto a sfruttare i cuoricini più commossi dalla vita. E questo ha decretato la fine della nostra libertà di parola. Spettacolarizzare il dolore ha portato a considerare i discorsi sulla fragilità secondo due sole teorie: 

1- Il Paradigma della piccola fiammiferaia 


Definito anche "Il teorema di Barbara D'Urso", questo paradigma si fonda si tre capisaldi: si piange, si singhiozza, si lacrima copiosamente. Insomma, si piange al cubo. E se proprio si è dei fuoriclasse, si arricchisce la performance con una danza di fazzoletti che, si sa, ha sempre un forte impatto emotivo. In questo paradigma l'elemento discriminante non è la storia drammatica, ma l'attitudine. Se avrete il giusto atteggiamento, potrete parlare di qualsiasi cosa e spezzare cuori, attivare dotti lacrimali e addirittura ottenere sovvenzioni economiche. Il giusto atteggiamento renderà la morte della zanzara per vostra mano un caso mediatico di difesa personale, con tanto di "hai fatto quello che dovevi per sopravvivere" e magliette inneggianti il proprio nome. La giusta espressione addolorata potrà trasformare la perdita del calzino nella lavatrice come il nuovo caso di scomparsa di un familiare, con la triste storia di come si vive, giorno dopo giorno, nell'angosciante ignoranza delle sorti dell'amato calzino, perduto un giorno durante l'ultima centrifuga a 30° ("l'altro calzino è distrutto, si rifiuta di lavarsi, resta sempre chiuso nel suo cassetto, anche i suoi colori sono ormai sbiaditi. Non si è mai ripreso dalla perdita del fratello").

2- Il teorema del prode eroe


Questo secondo teorema vede invece la dominanza del dramma, ma di drammi veri, quindi non scomodatevi a presentarvi se non avete una gamba in meno, una sorellina malata e un padre che dieci anni fa è uscito a comprare le sigarette e si è ritrovato con una seconda famiglia in Vermont. In questo teorema i fazzoletti sono banditi, così come le lacrime, mentre è richiesto uno sguardo fiero, petti gonfi d'orgoglio e una tempra che spezzerebbe anche i diamanti. Si deve apparire invincibili, persone che, nonostante l'evidente sfiga che li ha colpito ripetutamente come un fulmine in spiaggia in una giornata di sole, non hanno perso il sorriso sulle labbra e continuano ad inseguire sogni che, guarda caso, riguarderanno proprio la disgrazia che li ha colpiti. Avete perso una gamba in un incidente stradale? Chissene, siete diventati degli atleti paraolimpici. Siete paralizzati dall'età di tre anni? Beh, ma che problema c'è, ormai fate street climbing su rotelle. Avete sofferto di un terribile cancro che vi ha lasciate senza neanche un capello? No problem, avete tirato su un negozio di parrucche biologiche. Il teorema del prode eroe, come spero abbiate capito, vuole che l'individuo portatore non solo non soffra per la sua evidente, lampante, mastodontica sfortuna, ma che finisca anche col combattere quotidianamente contro il corvaccio del malaugurio, magari facendo anche del bene. Si tratta del giovane che non sa nuotare, con una terribile allergia al pelo ed una fastidiosa ernia al disco che si ritrova a salvare un San Bernardo con la dermatite in un lago montano. Questo è il teorema dell'eroe. L'obiettivo però qui non è quello di fungere da modello, da insegnamento, ma indurre un'ammirazione superficiale nello spettatore, innalzarlo a supereroe kritponiano a cui non si potrà mai neanche aspirare, quindi tanto vale continuare a soffrire terribilmente per non poter comprare il divano massaggiante che spruzza aromi di azalea dai braccioli.

Capite bene che, di fronte a questo particolare modo di concepire la fragilità, sia essa fisica o psichica, parlarne nel quotidiano diventa piuttosto ostico. Proprio perché va tanto di moda nel mondo dello spettacolo, la fragilità è fuori moda nel mondo reale. La nostra società ci impone il principio del Superuomo, sia esso Spiderman o Batman. Indipendentemente dal fatto che preferiate un eroe con poteri sovrannaturali prodotti da un ragno transgenico o un ricco uomo d'affari traumatizzato dalla vita, il risultato è l'immagine di blocchi granitici, pugili che prendono a calci le proprie fragilità fino mandarle al tappeto. Non c'è bisogno di parlarne, di mostrare le proprie ferite, bisogna rispondere al dolore combattendo il crimine, irrigidendosi fino a far scomparire le tumefazioni sotto strati di corazza. Dobbiamo essere uomini e donne d'azione, prestazionali, capaci di fare tutto e di farlo al meglio. In quest'ottica dominata dal principio del Superuomo, la fragilità è quindi l'opposto della forza, ci mostra deboli, ci rallenta, ci rende meno pettoruti adoni dai tratti perfetti e più gracili adolescenti in cerca di identità. Se si deve proprio avere una fragilità, la società raccomanda di sceglierla nel cesto dei disturbi da lei approvati: una bella anoressia che ci rende regine delle nevi dagli zigomi scavati, oppure, perché no, una dipendenza da cocaina, che ci renda prestanti come atleti congolesi pronti per una staffetta olimpionica. Parlare di ciò che sta sotto a questa perfezione, della carta velina di cui siamo costruiti sotto questa apparente corazza di adeguatezza, è però vietato, pena l'onta pubblica, il discredito generale, l'esilio sociale. Nessuno quando parla delle proprie debolezze vuole essere tacciato per un cercatore di compassione con tanto di retino e ancora meno vuole essere schiacciato sotto la finta immagine dell'eroe che, proprio in quanto tale, non soffre per il proprio disturbo, ma lo combatte a suon di positività, neanche fosse un personaggio dei My Little Pony.
Piuttosto, preferiamo tacere e continuare a covare la nostra fatica nel silenzio della nostra mente, annaspando nel tentativo di apparire normali, belli, perfettamente naturali, completamente a nostro agio nei nostri panni. Quello che la società non vuole proprio capire è che il dolore esiste, che la gente è fatta anche di carta velina e che esiste almeno un altro modo di parlare delle proprie fragilità. Attenzione società, non implodere mentre ti porgo in mano il Santo Graal dell'ovvio: la terza via è il Racconto. Bisogna RACCONTARSI, con il solo scopo di essere compreso dagli altri e non di ottenere fazzolettini extra o una pacca compassionevole sulla spalla, si tratta di rendersi più trasparente e non di trasformarsi in un Action Man che ha capito tutto della vita. Quello che dobbiamo fare è mostrare i confini peculiari del nostro essere, che, udite udite, probabilmente avrà una forma diversa rispetto al noioso quadrato supereroistico a cui ci hanno abituati. Non siamo tutti personaggi di Minecraft, alcuni di noi sono rotondi, altri sono dei ricci pieni di punte, altri ancora hanno la forma di orsi bruni, altri potrebbero apparire come dei cuscini, o dei pennelli. Ognuno ha la sua forma e capire cosa siamo e perché siamo non ci rende cercatori di fama spicciola, né Capitan America dal sorriso plastificato. Ci rende semplicemente umani. Parlare delle proprie fragilità ci permette di sentirci meno soli, di capirci davvero profondamente, scoprirci diversi eppure simili, conoscere modi di pensare ed essere unici e sì, anche di renderci conto di quanto siamo fortunati a non avere paura di un hamburger, di una relazione o solo di andare a comprare un biglietto dell'autobus. Certo, sarebbe la fine della maggior parte dei talk show che spettacolarizzano il dolore se si scoprisse che non siamo l'eccezione alla regola, ma SIAMO la regola. Siamo la prassi, stiamo tutti così. Non siamo originali protagonisti di drammi alla Promessi Sposi, né sfortunati oggetti dello stalking innamorato di Madama Sfiga. Siamo tutti nella stessa barca, sia essa un gommone, una ciambella, uno yacht, una zattera o un tappo di sughero. Cambia solo il mezzo con cui ci muoviamo, ma sempre di oggetti galleggianti si tratta. Se invece di preoccuparci di fingere costantemente di avere i piedi ben piantati per terra ammettessimo di essere in mare aperto ed in più con il mal di mare, scommetto che troveremmo molte mani alzate attaccate a facce verdi dalla nausea. Parlare di fragilità in questo modo è sano, è bello e secondo me è anche giusto, perché in fondo siamo tutti dei bicchieri sbeccati. Quante volte, quando qualcuno ha ammesso di sentirsi a disagio in una situazione, ci siamo sentiti stranamente sollevati e più in pace? E' questo senso di sollievo che cerchiamo di dare parlando della fragilità: accorciare le distanze, sentirsi meno alieni, incontrare il simile anche negli opposti, vedere i graffi sui vetri altrui e capire di essere per la prima volta normali.
Per riconoscere che il detto "Tutto il mondo è paese" non è mai stato così vero.
Duille


domenica 23 agosto 2015

Un giorno di ordinaria follia

In quanto ansiosa sociale mi sono abituata negli anni a non sorprendermi troppo di fronte alla mia apparente, insensata follia. Sono avvezza a tutte le forme di paura che mi si presentano davanti al naso come sempre nuovi e originali tipi di sushi, ciascuno avvolto nel suo simpatico abitino di salmone, tonno, polipo, anguilla, e su letti di riso, tofu o alga nori. Insomma, la varietà non manca nella mia vita. Mi rendo conto però che tale consuetudine non sia altrettanto consolidata tra voi comuni mortali baciati da follie alternative alla mia. E così ho pensato di attingere al mio già ricco archivio di episodi di vita costellati dalla mia fedele compagna di avventure e raccontarvi un giorno di ordinaria follia alla Duille. 
Domenica scorsa i miei amici hanno organizzato una gita in un paesino nei dintorni della mia zona, un piccolo borgo sul cucuzzolo di una collina immersa nel verde, in cui si teneva una delle tante manifestazioni medievali che vanno tanto di moda, almeno qui al Nord. Sulla carta, un'uscita perfetta: boschi, medioevo, frescura dei colli, amici, tutto sembrava prefigurare una giornata indimenticabile. E non solo! Si stava anche avverando ciò che la me adolescente aveva sempre desiderato: fare parte di un gruppo, poter vestire i panni della mia età, essere cercata e non cercare, essere il famoso stelo d'erba nel prato e non la solita erbaccia che cresce solitaria, inevitabilmente incompresa, strutturalmente diversa. In una parola, essere normale, per una volta. (E direi che con questa affermazione mi sono proclamata regina degli sfigati, ma che ci volete fare, ho avuto una vita triste e solitaria, ma vissuta con molta dignità...più o meno). Ma mentre la me adolescente esultava con tanto di pon pon e maldestre esibizioni acrobatiche, la mia parte adulta si ritrovava a fare i conti con la suddetta grande compagna di viaggio, l'ansia sociale, che stava già sguinzagliando la sua squadra di guastafeste per, appunto, guastarmi tutto il divertimento e rendere questa giornata perfetta il solito inferno emotivo per me e per il mio povero stomaco, già rassegnato ad una nuova prova di contorsionismo estremo. E' iniziata così la consueta riunione condominiale, che ha assunto all'incirca questi toni:  
Rimugiserpe: Cara Duille, ma sei sicura che sia il caso di andare? Non mi sembri proprio in forma. Guardati! E' da ieri sera che stai cercando di tenerci fuori dalla questione, senza successo tra l'altro, come puoi vedere. E poi, non hai bisogno di sbatterci fuori dalla tua mente, noi siamo qui per aiutarti! Pensa un attimo alle terribili situazioni a cui potresti andare incontro una volta lì: magari sarai costretta a partecipare a quei terrificanti giochi medievali, oppure ad uno degli spettacoli. Sarebbe mortalmente imbarazzante dover scappare a gambe levate dal panciuto bardo di turno, e per di più davanti a tutti. 
Procione iracondo: Infatti, alla tua età non ti puoi mica rifiutare. Cosa sei, una poppante che si nasconde tra le gonne della mamma?  
Rimugiserpe: Procione ha ragione. In più, non ti dimenticare con che tipo di persone ti stai avventurando lassù. I tuoi  amici sono tipi che amano lanciarsi in ogni attività che passa loro sotto il naso, sono come orsi bulimici davanti ad una dispensa di miele e non esiteranno a trascinarti con loro in questo turbine zuccherino. Credi forse che rispetteranno la tua, diciamo, particolarità? Dovrai puntare i piedi per non essere coinvolta e questo lo sai bene. 
Procione: E tu non sei esattamente una cima in queste cose! Vuoi che tiri fuori l'album dei No mancati per rinfrescarti la memoria? L'ho appena rilegato in pelle, così non si rovina. 
Rimugiserpe: Magari dopo Procione, non credo che Duille abbia bisogno di vedere i tuoi noiosi album ogni santa volta che discutiamo di qualcosa con lei. Diventi pesante. 
Procione: Ma strozzati con una ciambella al cioccolato!
Rimugiserpe: Che signore che sei, Procione, davvero un signore. Direi che dopo questo illuminante esempio di diplomazia possiamo tornare a noi. Come diceva Procione con parole a dir poco discutibili, sai bene che ogni decisione comporta prima una lunga discussione con noi del Serraglio. E sai anche tu che ad ogni tuo No seguirà l'inevitabile, corretto rimprovero di Procione.
Procione: E gli album stavolta non te li eviterà nessuno! Ah ah! 
Rimugiserpe: Credi che sarai in grado di sopportare la vergogna e la rabbia conseguente al tuo tirarti indietro da attività che sai bene vorresti fare? 
Io: Ma magari stavolta riuscirò a superare alcuni dei miei limiti. In fondo, ho fatto tanti progressi, non sono più la persona che ero prima. 
Procione: Ma che stai dicendo? Ti devo ricordare che ieri non sei neanche riuscita ad andare in edicola a comprare la rivista che volevi? Te lo devo proprio ricordare? Serpe, tienimi perché sto per tirare fuori l'album dei fallimenti e il frustino abbinato! Tu, mia cara, vivi nel mondo dei sogni. Guarda la realtà! Sei ancora ai piedi della scala che devi salire e emotivamente sei come un ciccione di duecento chili con in mano una scatola di biscotti al burro. Smettila di illuderti e dai retta a Serpe, altrimenti ti dovrò far ragionare io a suon di esempi. 
Fortunatamente, il Procione non aveva poi tanta ragione, dopo tutto. Un minimo di scalini li avevo saliti, almeno quelli sufficienti a vedere le reali dimensioni degli esseri con cui mi confrontavo abitualmente, al punto da sapere che praticamente tutto quello che quei due avevano detto, facendo le parti del poliziotto buono e di quello cattivo, era falso, falso su tutta la linea.  
Ero abbastanza forte da dire no e i miei amici sufficientemente sensibili da non forzare la mano. Anche io avevo iniziato a creare i miei album, e dicevano cose diverse da quelle del Procione! Così, dopo aver preso la ramazza più incattivita dalla vita trovata nel ripostiglio mentale, li ho sbattuti fuori dalla mia mente come facevano le tettute massaie di altri tempi con i topi. Inseguita dai loro borbottii e con il pipistrello che volava sulla mia testa, sono comunque partita con i miei amici, determinata a non farmi terrorizzare da questi terroristi psicologici, e ho tenuto duro finché mi sono calmata a sufficienza da rivestire la loro porta di cotone di serenità. Non proprio lana di roccia, ma sempre meglio che niente. La giornata è proceduta bene e mi stavo seriamente divertendo, almeno fino a quando non è accaduto il dramma, la catastrofe delle catastrofi: si è presentato così, di punto in bianco, un amico di uno dei miei amici, che IO NON AVEVO MAI VISTO!!! Inutile dirvi che neanche la più solida ovatta zen avrebbe potuto contenere il serraglio di fronte ad una ghiottoneria simile! Hanno sfondato la porta come un fiume in piena, con la bavetta golosa che colava dai loro musi, e si sono piazzati strategicamente come una legione romana, adottando quello che chiamo lo schieramento a Sandwich: il Rimugiserpe ha preso possesso dell'orecchio destro, il Procione di quello sinistro (portandosi dietro i suoi amati album dei miei fallimenti) e il Pipistrello ha volato direttamente sulla testa del nuovo arrivato, rendendolo un incrocio tra un cinghiale, un boia senza cappuccio e un clown pazzo. Conseguenza inevitabile: trasmutazione immediata in un tronco d'albero spennacchiato, conversione istantanea in una statua di marmo dopo l'incontro con Medusa. 
Avrei voluto tanto possedere uno di quei costumi anti stalking che usano in Giappone, di quelli che ti permettono di mascherarti da distributore automatico di snack. Certo, nel mio caso ci sarebbe voluta la versione alpina dello stesso travestimento, ma mi avrebbe comunque fatto comodo. La scena sarebbe stata più o meno questa: "Piacere, sono Tizio". E subito dopo, SWISH! stava porgendo la mano ad un pino. Ma purtroppo non sono nata per essere un camaleonte, né possedevo uno di quegli utili costumi da mimetizzazione, quindi mi sono limitata a diventare la copia cartonata di me stessa. Sorriso plastificato, movimenti meccanici alla C3PO e tentativi sfinenti di apparire brillante e simpatica. Improvvisamente ero stata catapultata fuori dalla zona aurea dell'integrazione ed ero finita di nuovo in panchina alla ricerca affannosa di un modo per varcare i confini di questo Stato di Grazia come l'ultimo immigrato con le scarpe bucate. Quando si dice che basta un niente per mandarmi in crisi, dico davvero. Basta un nuovo incontro, una deviazione dal piano originale, un imprevisto e tutto si ribalta, cambiano le luci e il modo di percepirmi e, come una statua di Giano bifronte, la mia parte più sicura e autentica viene sostituita dalla sua controfigura terrorizzata dalla vita. E riuscire a riprendere il controllo del mio corpo diventa abbastanza complicato, anche perché improvvisamente mi ritrovo a camminare su uova di Alien pronte a schiudersi e masticarmi viva, oppure su lande di biscotti friabili. Un passo falso e si cade di sotto, nelle fauci del Procione. Quindi, movimenti cauti, da gatto in agguato, circospetto, ma fingendo una naturalezza che prego sia diventata abbastanza credibile dopo anni di allenamento. In sostanza, divento Benjamin Malausséne dopo aver preso tre Valium ("il valium mi avvolge il corpo di nuvole, senza cambiare nulla allo stato dei nervi. Visto dall'esterno, sembro in estasi, dentro invece friggo, come una bobina elettrica che non smette di bruciare"). Dovete sapere che quando si è in questa particolare situazione interiore, diventa difficilissimo capire come distribuire l'attenzione: so bene di dovermi concentrare all'esterno, sulle persone che mi circondano, sulle parole che sento e sulle risposte che do, ma dentro di me si sta svolgendo un attentato alla Bruto vs. Cesare, quindi spesso mi ritrovo a mettere il pilota automatico mentre mi riparo dagli affondi di spada del Procione, appena digievoluto per l'occasione nella sua versione albina da Supersaian. Totalmente concentrata all'interno, non riesco a fare altro che difendermi dalle parole del Procione studiando ogni mio movimento, la postura del mio corpo, lo spazio che occupo, l'espressione facciale, le parole che pronuncio, il numero di silenzi, le informazioni che divulgo, tutto pur di arrivare preparata al prossimo attacco del Procione. 
"Sei troppo silenziosa, parla di più! Ma dì qualcosa di intelligente, smettila di fare battutine stupide! Sì, ma non ti ho detto di fare la maestrina, non stai mica facendo un test di intelligenza! Ed eccola che è tornata al silenzio. Cos'è, non riesci a trovare una via di mezzo tra il mutismo e la logorrea? Cribbio, partecipa un po'! E non ti azzardare a dire cose a caso! Almeno hai sentito quello che ti hanno detto? E non provare a dare la colpa a me, sei tu che non sei capace di conversare. Te l'avevo detto che dovevi restare a casa, ma no, tu dovevi fare di testa tua... E COSA STAI FACENDO CON QUELLE MANI? Non lasciarle lì come due tentacoli di polipo! Ma non incrociarle! Lo sai che dicono che sia un segno di diffidenza e chiusura! E trova un posto in cui metterti. No, lì no, sei troppo fuori dal gruppo. No, neanche lì, sei troppo vicina! Non rimanere indietro! Non stare sempre vicino alle stesse persone, spostati un po'! Mamma mia, sto lavorando con una polpetta di patate, non con una persona". Questo il genere di frastuono che mi affolla la mente. Mi sorprendo di non essere apparsa come un orso che balla il tip tap, in effetti. Fuori potrò sembrare (spero) un normale essere umano, ma dentro ho i colori di guerra, la fascetta di rambo, il kilt di William Wallace, Pungolo (la spada di Frodo) e le Uzi di Lara Croft. Diciamo che in quell'occasione è andata anche meglio del solito, perché, nonostante dovessi interagire con quello che credevo essere un Nazgul, e nonostante dentro di me ci fosse la guerra civile,sono riuscita a mantenere un certo contegno senza desiderare bramosamente di nascondermi sotto il tavolo, sulla cima di un albero o tuffarmi nell'ombra di qualche amico che si trovava con me. Questo non toglie che sono tornata a casa stanchissima, piena di dubbi e molto confusa. Se quindi dovessi fare un bilancio della giornata, dovrei ragionare a doppio binario: sul primo binario c'è il piano del reale e, da quel punto di vista, la giornata è stata fantastica, tutto quello che avrei potuto desiderare: le sensazioni del viaggio, il benessere dello stare insieme, la bellezza di essere cercata e voluta genuinamente, lo spettacolare borgo, la natura, le passeggiate, gli spettacoli (niente coinvolgimento del pubblico adulto, caro Rimugiserpe!), la tranquillità con cui sono stata accettata interamente, comprese le mie follie, la magia delle cose semplici insomma, che per me hanno un valore analogo all'allineamento dei pianeti! Dall'altro lato abbiamo il binario dell'ansia sociale: da quel punto di vista poteva decisamente andare meglio, ma anche peggio. Ha un po' guastato l'idillio in cui mi trovavo, mi ha fatto faticare e poi mi ha costretta ad un difficile confronto con il Serraglio che si è prolungato fino alla sera del giorno dopo, lasciandomi scontenta, insoddisfatta e arrabbiata con me stessa. Ma, alla fine, ce l'ho fatta, sono riuscita a gestire la situazione se non come un'esperta giocatrice, almeno come qualcuno che, finalmente, conosceva le regole del gioco. Una degna conclusione di un altro giorno di ordinaria, straordinaria follia. 


Duille 

sabato 15 agosto 2015

Occasioni sprecate: Le ho mai raccontato del vento del Nord

Quando si sceglie un libro nuovo, prendendolo dallo scaffale in cui sonnecchia pigro da tempo immemore, si fa un atto di fiducia, un salto nel vuoto basato solo su una copertina, poche frasi abbozzate ad un angolo del volume e una sensazione. Ce ne andiamo dal negozio, dalla biblioteca o dalla casa dell'amico con molte aspettative, con l'eccitazione del primo incontro e con mille domande: mi innamorerò di questo libro? Mi insegnerà qualcosa? Sarà capace di far vibrare le corde della mia chitarra cardiaca fino a farla suonare di meraviglia? 
Un atto di fiducia, dunque. Un salto dalla scogliera che potrà concludersi in due modi: l'incontro con la spuma del mare, che farà da cuscino ai nostri sogni, oppure una spiacevole visitina delle rocce che ci lasceranno doloranti e delusi. Quando ho preso "Le ho mai parlato del vento del Nord", di Daniel Glattauer, pensavo di aver scelto un libro da spuma del mare, che mi avrebbe fatto sognare con parole poetiche e musica di sottofondo. Un libro da leggere tutto d'un fiato, senza fiato e col fiato sospeso. Le premesse c'erano tutte: un titolo accattivante, una bellissima copertina, un profumo di neve invernale che si poteva sentire sfogliando di fretta le sue pagine e una frase, una bellissima frase che mi sembrava il degno preludio di un autore che sapeva cosa significasse scrivere: "Emmi, mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra". Inutile dirvi che non si trattava affatto di un libro da spuma del mare, né da neve, neanche da brodino con la pastina, a dir la verità. Ormai l'avrete capito, sto ancora usando la ciambella per evitare di poggiare troppo peso sul mio povero sedere dolorante. Le ho mai parlato del vento del Nord è stata una cantonata colossale, un palo della luce contro la faccia mentre si va sui pattini, una delusione su tutta la linea che, a distanza di tempo, mi rendo conto avrei potuto evitare intuendo subito il pericolo, magari leggendo il quarto di copertina con più attenzione, senza lasciarmi influenzare dai fiocchi di neve negli occhi. Ma vedevo del potenziale in questo volumetto di 192 pagine, a partire dal fatto che si trattava di un romanzo epistolare dell'era di internet. Si tratta infatti della storia di un incontro/scontro virtuale, una mail mandata per caso che innesca una scintilla che non potrà che trascinare con sé i due protagonisti fino a consumarli. Amore a prima digitazione, fatto di corpi composti di sole parole, occhi di lettere, capelli di frasi, sorrisi di sillabe sussurrate. Amore che s'insinua lentamente, tasto dopo tasto, riempiendo gli spazi bianchi tra un respiro e il successivo, fino ad essere l'unico ossigeno possibile. Un amore che non ha volto, ma solo ideale, un amore che si fonda sull'autenticità, sul superamento dei limiti sociali, un amore privo di maschere come dei volti che le portano, o forse un amore basato ancora sull'inautenticità, perché solo lo sguardo può davvero scrutare dentro, solo la voce può tradire la vera natura dell'animo che si ha di fronte. 

Un amore quindi che si fonda sulla fragilità, sulla disillusa convinzione che la realtà non possa competere con la finzione. Ma tutto questo è solo il punto di partenza, una bella idea mai sviluppata in un libro che, di fatto, non parte mai davvero, che non sfrutta le enormi possibilità che la storia permette, che non utilizza efficacemente il canale scelto, quello epistolare, per andare a fondo nella mente dei personaggi, per conoscerne le profondità o almeno per concedere loro una frizzante esperienza alla C'è posta per te, preferendo imboccare la strada facile dell'amore proibito, della sensualizzazione del dialogo, del desiderio bruciante frustrato sempre dall'impossibile incontro, della malizia seducente, della brillante botta e risposta che non svela poi molto dei personaggi, se non la loro voglia di piacersi per la loro arguzia. Tutto il libro è un sorriso ammiccante intervallato da momenti di rabbia indotta dalla paura di perdere tutto, un tutto che non esiste e che, in fondo, nessuno dei due vuole che esista. Un bel sogno modellato dai suoi protagonisti, narcisisticamente legati alla loro immagine, infantilmente innamorati di un ideale costruito ad hoc dalle loro menti. Emmi della fantasia e Leo dei sogni notturni. Niente di più. Emmi e Leo, i due protagonisti, di fatto non si conoscono, non si vogliono conoscere e non si fanno conoscere agli occhi dell'altro e di se stessi. 
Nessuna delle parole scambiate tra i due personaggi ci rivela qualcosa di più del loro animo, poiché entrambi sono fermamente impegnati a non raccontare nulla di sé, dei motivi che li hanno portati ad incontrarsi e a scriversi, delle scelte fatte nella loro vita, nulla che li renda più di un'email mandata per caso ad uno sconosciuto. Sono bidimensionali come le lettere digitali che si inviano. L'intero libro è un esercizio di seduzione che, se nelle prime pagine può essere interessante, alla lunga diventa noioso, poiché finisce col diventare ripetitivo, inutile, sterile, vuoto come i dialoghi che fanno i due personaggi, denso solo di gelosie (di lei), di patetismo (di lui) e di strizzatine d'occhio che fanno venire i nervi. Non supportato da un autentico racconto di sé, da una profonda intesa che esula dal semplice piedino fatto sotto al tavolo, il libro perde spessore, rendendo addirittura antipatici i suoi protagonisti, poiché non riusciamo a comprenderne le azioni, motivarne i timori o anche solo capirne le scelte. E così Emmi diventa una donna frustrata e bacchettona, una femminista inacidita e gelosa di ogni incontro di Leo, morbosamente seducente ma inevitabilmente frustrante, poiché nessun incontro tra i due sarà mai possibile, dato che lei è felicemente sposata, ma fermamente determinata a tenere questo innamorato virtuale schiavo delle sue parole. Leo, d'altro canto, ha un carattere più mite che però sfonda nella passività, nella debolezza emotiva, nell'accettazione acritica di qualsiasi rimprovero pur di tenere legato a sé Emmi, per poi cadere in momenti di vera disperazione che non trova però la compassione del lettore, troppo alieno al personaggio per poterlo giustificare, tantomeno empatizzare con lui. Quello che si legge in queste pagine non è l'amore romantico di due persone complicate, ma un amore tossico tra una persona che ha tutto e vuole di più senza perdere nulla e un'altra che non ha niente e che non sembra voler meritare di più. Tutto ciò che si può salvare da questo libro è il finale, che non è caduto in facili sotterfugi e si è mantenuto in linea con la trama generale. Ma forse non è poi un vero punto di forza, poiché hanno fatto il seguito di questo romanzo, che devo ancora decidere se leggere. In conclusione, se scrivere è come baciare, leggere "Le ho mai raccontato del vento del Nord" è come assistere alla telefonata di due adolescenti con molta proprietà linguistica. Ciò che ci viene mostrato sono solo due idee luccicanti e abbellite con paillettes che si fanno la corte dall'angolo di un computer. E nulla di più. 
Duille



sabato 8 agosto 2015

Mareggiare pallido impanato

Nel lontano 2008, quando ero ancora una giovane farfalla scampata all'adolescenza senza - credevo - danni apparentemente evidenti, il mio cervellino da rampante fanciullina post maturità guizzava già di strambe idee, come le bollicine d'aria dentro un bicchiere di Coca-cola. Recentemente ho ricordato uno di questi pensieri con cui mi dilettavo sentendomi molto alternativa ed originale e, dopo essere stata al mare, mi sono ritrovata a pensare che, in effetti, non fosse un pensiero poi tanto sbagliato quello che fece friggere i miei neuroni nel 2008. La me ventenne aveva capito qualcosa che la sua più vecchia controparte non poteva che approvare e confermare, là sotto il sole, con il suo costume nero e giallo e completamente cosparsa di crema solare al punto da sembrare un calabrone albino, ovvero che 

l'estate al mare ha un'anima subconscia culinaria.  

Ora, questa potrà sembrare la frase pronunciata da una persona sotto acidi pesanti e con un livello alcolico un po' troppo vicino alla soglia del coma etilico, ma si tratta in realtà di una epifania che mi sembra tuttora molto valida e non spiegabile con la volatilità della mia giovane età di allora. Oggi, più vicina ai 30 che ai 18 (sigh), continuo a ritenere che sia maledettamente vero e, con la mia nuova consapevolezza adulta, posso anche sfoderare le mie arti argomentative. 
Vi dimostrerò non solo la veridicità della mia affermazione, ma vi svelerò anche il segreto per cui gli italiani sono amanti dell'ambiente marino almeno quanto le foche. Gli italiani, si sa, sono il popolo della buona cucina, dei grandi pranzi, della parmigiana sulla spiaggia, del convivio, per usare un termine raffinato, e questa tradizione affonda le sue radici niente meno che nell'epoca dei romani. I pasti sono usati per celebrare la vita e la morte, per prendere decisioni, per condividere affetto, per passare il tempo e per superare momenti di noia, per accompagnare un buon film o una lettura sul divano, il cibo è un modo di sentirci amati, perché nulla ti ama di più di una bella fetta di torta o un piatto di pasta al sugo che ti guarda con gli occhi a cuore dal suo recipiente di ceramica. Insomma, agli italiani piace mangiare e far mangiare. Ricordate? Siamo pizza, spaghetti e mandolino. Da nord a sud cambiano le quantità ma non la radice comune: il buon banchettare. Mi sorprendo che non sia abitudine portarsi una forchettina nella borsa in caso di necessità. E' altrettanto vero, inoltre, che agli italiani piace il mare, la tintarella barbecue e la pucciata nell'acqua da bravi tortellini di brasato o, come direbbe Miguelito e il suo cesto d'insalata in testa, come se fossimo pastina in un piatto di minestra. Sotto a questa duplice e apparentemente slegata passione, esiste in realtà una connessione solida che solo la mia mente dadaista (e credo Voyager) hanno saputo individuare. 
Ciò che collega mare e cibo è la COTOLETTA. 
Mi rendo conto che adesso quei pochi di voi che mi avevano dato un po' di credito staranno pensando che avrebbero fatto prima a investire i loro risparmi psichici su una cartomante convinta di essere stata rapita da alieni in tutù, ma vi assicuro che il caldo non mi sta facendo delirare e che ho una motivazione perfettamente ragionevole per motivare questa frase i cui componenti sembrano essere stati pescati a caso dal dizionario.
Non ne siamo consapevoli, ma ogni volta che andiamo al mare iniziamo una rappresentazione antropomorfa della preparazione della cotoletta, una recita che ci vede inscenare la famosa bistecchina di pollo con un passione e convinzione da oscar, come se non aspettassimo altro che ottenere la parte dell'albero o del masso nella recita scolastica di fine anno. Se agli Alessandri Gassman e alle Margherite Buy spettano i ruoli da cinema, noi brilliamo della luce delle star guadagnandoci il nostro posto al sole impersonando il destino di delizia del filetto di tacchino. Se ci pensate bene, è proprio quanto ci accade al mare: il nostro colorito lunare, più che ad una lattea mozzarella assomiglia alla fettina di carne che abita con il suo pallore roseo le vaschette di polistirolo, con tanto di sudorazione fredda e morbidezze colpevoli di troppi mesi passati sul divano a guardare serie tv. 
Giunti finalmente nel nostro paradiso dell'abbronzatura, felici come un bambino che incontra finalmente un panettone senza canditi, ci affrettiamo a spalmarci di creme dalle varie tonalità, rendendoci calamitici come carta moschicida, come quei catturapelo a forma di gelato o, appunto, come una cotoletta appena uscita dal trattamento estetico nel suo bagno d'uovo. Belli unti, brillanti come storioni appena pescati, ci affacciamo a quella distesa di pangrattato in cui certo non ci tufferemo, ma che comunque finirà misteriosamente coll'appiccicarcisi addosso come il peggior innamorato rifiutato. E' una legge matematica, un'altra saggia lezione della mucca lilla: la sabbia sta alla pelle incremata come un cane al rumore del pacchetto di biscotti appena aperto. Ed è ingegnosa per giunta, sicuramente molto più del cane, a sfruttare ogni singolo elemento naturale per iniziare il suo attacco al Fosso di Helm: il vento, i piedi dei bagnanti di passaggio, gli asciugamani svolazzanti di coloro che, già ben rosolati, salutano la spiaggia, e naturalmente i deliziosi pargoletti che, qualsiasi cosa facciano, sollevano tempeste tropicali di polvere da far concorrenza ai venti sahariani. Alla fine, nonostante le accortezze, a prescindere dai funambolici tentativi di rendere il nostro asciugamano una zattera sicura di fronte a questo oceano di terra polverizzata, ci ritroveremo invasi di sabbia anche nelle cavità nasali. Come cotolette, anche noi saremo impanate e pronte per la cottura. A questo punto la strada della Cotoletta Marina si divide (trivide?): c'è chi predilige una cottura classica in padella, lucertolando sotto la graticola solare fino a quando non si sarà abbrustolita come un toast. Ci sono poi quelli che, timorosi di bruciarsi, preferiscono cotture lente e a fuoco basso sotto il coperchio dell'ombrellone. Infine, ci sono i veri temerari, coloro che, come giovani concorrenti di Masterchef, tentano di rinnovare una ricetta vecchia come la terra volatile su cui si sono impanati, scegliendo una bollitura in acqua fredda che, se da un lato toglie un po' di impanatura, dall'altro lascia comunque un aroma ittico che si sposa perfettamente con le spezie di alghe che daranno un ulteriore sapore marino alla nostra carne. Il risultato sarà una scaloppina alle erbe bagnato in brodo di pesce. Non giudicate, i cuochi sono sempre un po' stravaganti, non trovate? 
Qualunque cottura voi scegliate, alla fine il risultato sarà sempre lo stesso: cotolette. Ecco spiegato il motivo per cui agli italiani piace tanto il mare: ricorda loro la cucina di casa, l'effervescente e stimolante rito della preparazione del pasto, con tutte le sue possibilità espressive. La cotoletta unisce i popoli in un unico abbraccio al sapor di pangrattato. E se ancora non credete alle mie parole, concedetevi una giornata da etologo e osservate i vostri simili come se foste in una foresta di gorilla. Giudicate voi stessi e ditemi se la pazza sono io o tutte quelle persone che, giorno dopo giorno, si affannano per assomigliare in tutto e per tutto alla loro controparte da tavola con contorno di purè. 
La spiaggia non avrà più lo stesso sapore.  

Duille


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