domenica 29 gennaio 2017

La parola alla difesa

Il giorno della memoria è diventato sempre più un evento che ricorre ma che non incide, come un onomastico o il compleanno di quella zia di cui ricordi a malapena il nome. Non annoia, ma di certo non fa presa, non intacca la nostra corteccia da nuovo millennio, che esige la nostra attenzione sul presente.
Molti inneggiano al disinteresse delle nuove generazioni, alla superficialità dei giovani, alla desertificazione dei cervelli, alla società "che non è più quella di una volta", alla perdita di valori, ai social network che massificano annientando lo spirito critico, ai fumetti e ai videogiochi troppo violenti, all'ormone troppo libero e all'encefalogramma troppo piatto. Io credo però che la questione debba essere considerata in base a 3 fattori: il primo è il fattore tempo. Più gli anni ci allontanano da quegli eventi, più essi si incartapecoriscono diventando solo pagine su libri di storia, sequele di numeri, date, eventi da ricordare a memoria, che però sono freddi, aridi, strizzati fino all'osso per incastrarsi in un capitolo di trenta pagine che di umano non ha più niente. Quei deportati che tanto hanno fatto per non essere solo un numero tatuato sul braccio, finiscono nuovamente coll'essere solo un numero tatuato sulla carta. Bella vittoria, essere ricordati solo all'interno di una cifra.
Il secondo fattore è l'assuefazione. Diciamoci la verità: i libri di storia altro non sono che un lungo necrologio intervallato qua e là da qualche approfondimento sulla vita culturale e politica della popolazione oggetto d'esame. Dall'età della pietra, quando gli uomini si ammazzavano a colpi di clava, fino alla rivoluzione francese e alle sue più raffinate decapitazioni alla Regina di Cuori ("tagliatele la testa"!), quello che leggiamo sono elenchi di morti, scannamenti, forme di omicidio più o meno coloriti, per non parlare della grande Madre delle torture: la santa Inquisizione, che ha ridefinito l'intero concetto di sadismo. Il risultato è che, nostro malgrado, siamo assuefatti al massacro. Mentre leggiamo della rivoluzione di Ottobre, noi non vediamo persone che muoiono come scatole di cioccolatini nelle mani di voraci golosi, ma solo fatti da ricordare a memoria. L'unica differenza è che nessuno si aspetta che si sia tormentati da incubi su soldati morti durante le guerre puniche.

Il terzo fattore da considerare, infine, è la storia non ancora scritta su fogli di carta. La nostra storia. Quella del relativo benessere economico, dei supermercati pieni di cibi provenienti da tutte le parti del mondo e del "non ho niente da mettere" davanti all'armadio che scoppia di maglioni. La nostra è una storia di certezze e di libertà, in cui ci possiamo concedere la leggerezza di litigare con la mamma sapendo che poi la si rivedrà a cena. Insomma, uno dei nostri maggiori problemi è l'obesità, santo cielo! Non pretendiamo forse un po' troppo da questi adolescenti, che l'unica paura che conoscono è quella che cercano nei cinema?  E soprattutto, non esigiamo da loro un po' troppo quando ciò che noi stessi proponiamo è il minimo sindacale di un libro logorato dagli anni e forse una gita al museo fatto di altri freddi cartellini da leggere?
Quello che succede alle nuove generazioni, quindi, non è tanto un problema di indifferenza o superficialità. Non sono tutti vuoti come noci di cocco, insomma. Quello che manca è la dimensione dell'emozione. Per capire, bisogna sentire, toccare con mano. Con questo non intendo dire che si debba fare una simulazione di tortura o un esperimento alla Zimbardo versione Auschwitz. Quello che propongo è di spostare il discorso dal piano della memoria al piano della sensazione. Ci sono cose che non possono essere capite che con i sensi e soprattutto con quel sesto senso dai molteplici nomi: anima, cuore, empatia, musica. Portiamoli in luoghi in cui possano sentire il peso della storia sulle loro spalle. Spendiamo due soldi in più per una gita a qualche campo di prigionia, anche locale, anche piccolo. Portiamoli alla stazione e facciamoli entrare nei vagoni di deportazione, per toccare con mano quel freddo che entra nelle ossa e che non ha nulla a che fare con il clima dell'inverno. Scegliamo percorsi di approfondimento che emozionino innanzitutto, mostriamo loro bei film, portiamoli a teatro, proponiamo videogiochi tematici, facciamo loro ascoltare musica moderna che tratta di questi temi, insistiamo con le testimonianze dirette di chi, quel periodo, se lo porta ancora sulla pelle, finché si può. Basta con le ricerche asettiche e con noiosi approfondimenti da studiare. Non servono ad altro che a rendere scolastico qualcosa che dovrebbe essere esistenziale. Impegniamoci per renderli impegnati e consapevoli nell'unico modo davvero efficace: quello del sentimento. Sfruttiamo la loro straripante emotività per farli entrare in contatto con il dolore, il senso di soffocamento, l'angoscia, la perdita di speranza, la negazione della propria identità. E facciamolo usando i loro mezzi, mezzi da adolescente, non mezzi da adulti. Non solo cervello, insomma, ma tanto tanto cuore. Solo così capiranno davvero. E' in questo modo che ho capito anche io. 

Duille


martedì 24 gennaio 2017

Capitolo 17: Le vergini Suicide

Le vergini suicide, di Jeffrey Eugenides, è un libro di cui si sa già tutto fin dalla prima pagina, anzi, a dire il vero, fin dal titolo stesso. Non perde tempo con inutili fiati sospesi perché d'altronde il suo scopo sembra essere un altro: cogliere l'inspiegabile mistero di una vita che si spegne, avvicinarsi all'impossibile vuoto di senso che aleggia intorno al suicidio di un adolescente cercando di colmarlo con delle motivazioni che lo rendano meno spaventoso, vicino e contagioso.
Il tema sembra quindi lampante, così come il suo titolo: è il suicidio delle cinque sorelle Lisbon a catalizzare l'attenzione del narratore e dell'intero romanzo. La scelta di Eugenides però è quella di raccontare il dramma da lontano, dall'esterno della casa, al di là della porta chiusa, delle tapparelle abbassate come palpebre tristi, oltre la strada e addirittura dentro un corpo maschile, seppur coetaneo. L'autore sembra voler massimizzare la distanza scegliendo un narratore inevitabilmente precluso alla comprensione di un universo femminile stratificato e profondamente diverso. In questo modo anche noi lettori finiremo col raccogliere insieme a lui prove, collezionare testimonianze, fare congetture e ricostruire eventi nel tentativo impossibile di stanare un mistero ostinato che tale vuole rimanere e a cui mancherà sempre l'ultimo tassello, quello delle sorelle Lisbon, ma anche di una femminilità che il narratore non capisce davvero e di cui trascura i dettagli più preziosi. Osserveremo la casa della famiglia deteriorarsi, collassare, imputridire e diventare la bara di fantasmi non ancora morti ma già agonizzanti. Guarderemo le sorelle Lisbon comparire e scomparire come bagliori di luce da dietro una finestra, tra gli steli del prato o annegate nelle castigate divise scolastiche rese ancora più castigate dalla madre. Conteremo le smagliature sulle calze, registreremo le assenze e le presenze, memorizzeremo gli odori lasciati nell'aria dalla loro pelle, ma nonostante ciò esse resteranno lontane, imperscrutabili, come il mistero che se le porterà via. In questa lontananza, nella loro apparente ostinazione alla distanza, vediamo come esse si trasformino nella mente del narratore e dei suoi giovani amici, diventando Naiadi tra giunchi fatti di biancheria, druidi adoranti gli alberi, fuochi fatui, rivelazioni mistiche in un mare di teste di anemoni. E' qui che troviamo il secondo grande tema del romanzo: l'amore. Un amore passionale, vibrante, consumante che tormenta tutti i giovani vicini di casa delle sorelle. Perché tutti amano le sorelle Lisbon, tutti le venerano come dee eteree nel paradosso della loro assoluta carnalità. Tutti vorrebbero toccarle, accarezzarne le morbide curve, passare le dita tra i loro capelli d'oro, baciarne le labbra dal sapore di burrocacao alla pesca. Quello del narratore e degli altri personaggi maschili del quartiere è una venerazione religiosa più antica della religione stessa e che appare più autentica, appassionata e benefica del cattolicesimo isterico della famiglia Lisbon.
L'amore profano degli adolescenti del quartiere, carico di erotismo, ormonalità, di passionale ammirazione e rispetto per quei corpi in sboccio, e l'amore sacro della dottrina, del focolare domestico, della Madre, che finisce per alienare, soffocare, uccidere. Il rovescio di questo amore è però la trasformazione delle sorelle Lisbon in delle Vergini, sante bellissime che nessuno vede davvero nella loro individualità perché ormai elevate alla dimensione del divino. Esse sono simbolo, nel loro dolore vi è espiazione dei peccati umani, vi è il sacrificio inevitabile, come nella passione di Cristo. Non è un caso infatti che agli occhi di tutti le sorelle siano interscambiabili, una unica entità sparpagliata in 5 corpi. In questa adorazione mistica che assume i tratti di un torpore oppiaceo, anche il suicidio diventa simbolo, segno misterico, rendendo le sorelle Lisbon delle Cassandre che hanno visto il futuro di un mondo in decadimento, del degrado dei luoghi, dello smog, degli alberi tagliati e mai più ripiantati, dei corpi che invecchiano, della crisi economica e che per questo hanno scelto di sottrarvisi prima che fosse troppo tardi. Verso di loro si sviluppa un'attenzione morbosa che è quasi abbandono e solo il narratore capirà, anche se troppo tardi, l'errore che le condannerà a morte. Perché loro non sono Vergini illuminate dalla luce divina, ma adolescenti che chiedono solo di essere aiutate a salvarsi. In definitiva quindi questo romanzo si muove su opposti che si scoprono contigui ed in cui la morte diventa il pretesto per parlare dell'amore incondizionato dell'Ideale, sganciato dalla realtà, egocentrico, pericoloso e fagocitante perché rende ciechi, annulla l'altro e, in alcuni casi, uccide.
Duille
"Era un desiderio muto e grandioso: un migliaio di margherite che sintonizzano la corolla in direzione del cammino del sole" (pag. 65).
   


domenica 15 gennaio 2017

Parole totem su tele bianche

Gli inizi hanno sempre avuto un fascino particolare, soprattutto l'inizio dell'anno, che ha un alone mistico. E' un colpo di spugna metaforico, che lascia puliti, rinnovati. Profuma di bucato e non è ancora intaccato dallo stropiccio della vita quotidiana. Ha il fascino del nuovo, dell'intonso. E' piumoso e pieno di possibilità, di promesse di felicità, di opportunità tutte da scoprire, di nuove migliorate versioni di noi stessi. L'inizio dell'anno è il bianco della tela ancora da dipingere e su cui stiamo per posare la prima pennellata di colore.
Ma, come ci insegna Massimo Recalcati in un suo piccolo articolo, la tela bianca può anche essere terrificante. La tela bianca è infatti ingannevole perché si finge vuota quando è fin troppo piena. Ma piena di cosa? "Ogni tela", dice Recalcati, "porta su di sé il peso di ieri". Come a sottolineare che del passato non ci si libera mai del tutto, neanche nel misticismo rinnovatore dell'anno neonato, e inevitabilmente ce lo  trasciniamo dietro come il fango essiccato sotto le suole delle scarpe, che si deposita nella forma di mattonelle indurite in giro per la casa, guastandoci le feste. Non riusciamo ad essere delle nuove versioni di noi perché ci trasciniamo in questo anno nuovo con la nostra vecchia pelle, i nostri vecchi colori, le stesse stantie insicurezze e le stanchezze accumulate, che nessun Energy Drink riuscirà a dissipare. Insomma, nell'entrare nell'anno nuovo, ci siamo dimenticati di dimenticarci a casa, insieme ai giorni che si sono accumulati sul pavimento. Il nuovo anno quindi è pieno di passato, ma anche di un futuro che può essere promessa o presagio, come il gramo visto dalla professoressa Cooman nelle foglie di tè accumulati nella tazza di Harry. Se il passato infatti è pieno di memorie che ci condizionano, il futuro è pieno di aspettative, di ideali, di obiettivi da realizzare, di "opere irraggiungibili", come dice Recalcati. E per esorcizzare questi presagi rendendoli promesse, il primo gennaio ci mettiamo al lavoro e ci rivestiamo di un abito fatto di buoni propositi, di interminabili liste che servono a rassicurarci e a orientare i nostri passi in questo mare di caselle nuove e ancora da riempire. Per molti funziona, ma per me e la mia ansia sociale, è come infilare una mano in un alveare. Non ne usciranno altro che doloranti bubboni pulsanti, sempre che la mia giornata non migliori scoprendomi anche allergica, naturalmente. Riempire una tela già carica di tutta la polvere accumulata nell'anno passato aggiungendovi arzigogoli dorati di fantasie, aspettative sempre troppo grandiose e fiducia tre tacche sopra anche l'ottimismo inneggiato da Tonino Guerra nello spot dell'Unieuro, non è mai una buona cosa, ma io, in quanto ansiosa di vecchia leva, mi muovo per eccessi: o la mia vita sarà un disastro oppure sarà l'anno della svolta, in cui raggiungerò i miei obiettivi, scriverò il libro della mia vita e probabilmente imparerò anche a fare un triplo salto mortale all'indietro sul braccio di una gru. 
Quindi di solito rifuggo dai buoni propositi, nel senso che li accumulo nella mente per poi tritarli dentro un mortaio e soffiarli via nell'aria fredda di gennaio. E' bello guardarli volare via, nella luce pallida dell'inverno, mi libera dal peso di obiettivi che probabilmente non avrei mai raggiunto e mi permette di tirare il primo respiro di sollievo dell'anno, sentendo il fiato che suona all'interno delle orecchie nell'atto di espirare. Spariti i buoni propositi, mi ritrovo però a chiedermi quale sarà la bussola del mio anno, quel colpo di spazzolone che sporcherà la mia tela esorcizzandone la pienezza. Ed ogni anno, la risposta emerge così, da sola, come una foglia che, staccatasi dall'albero, atterra sulla spalla del cappotto, e su cui è incisa una parola totem. La parola totem mi da' il coraggio di fare il primo passo, è qualcosa di mio che appoggio alla fine del calendario, è il primo colpo di pennello che, paradossalmente, dedico all'ultima pagina. Quest'anno la parola totem che ho scelto è Rispetto. Dovete capire che, in quanto ansiosa sociale, io sono la migliore nemica di me stessa, sono contemporaneamente la goccia che ripetitivamente cade sulla testa e la vittima di questa tortura cinese. Sta tutta qui la chiave dell'ansia sociale, in fondo: non ci vogliamo abbastanza bene. Capite quindi che la parola di quest'anno è particolarmente importante. Quest'anno, quando mi perderò nell'inevitabile bicchiere d'acqua, ci sarà quella parola a pescarmi come un pesce, una parola che, tra l'altro, ho lasciato io, quindi in un certo senso, finirò col pescarmi da sola. Ve l'ho detto, noi siamo il miglior nemico di noi stessi, siamo in grado di annegarci ma anche di salvarci. Quindi, rispetto. Rispettare i miei sogni, che sottovaluto anche troppo, apprezzare le mie idee, che reputo sempre troppo banali, dare dignità alle mie paure, che saranno pure irrazionali ma esistono e vanno ascoltate, rispettare i miei tempi, che sono lenti come quella di una lumaca zoppa, ma mi appartengono, santo cielo! E non dimenticare che, quando prendo a pugni quel sacco di paglia, quando batto con il battipanni quelle lenzuola piene di polvere, quando ci do dentro di batticarne su quelle fettine di manzo, sto pestando pesantemente me stessa, il mio sacco di paglia pieno di aspirazioni, le mie lenzuola impolverate di tristezze e, dannazione, quelle sotto quel batticarne sono le bistecche del mio cuore! Con questo non voglio dire che la parola totem salverà quelle fettine di manzo dalla mia furia autodistruttiva, ma almeno, quando farò una pausa per asciugarmi il sudore e guarderò l'orizzonte, vedrò quella parola che mi strizza l'occhio amichevole e mi farà avere un minimo di pietà verso di me. Anzi, rispetto. Mi farà avere rispetto.
Duille


domenica 8 gennaio 2017

Ansia da Capodanno

Che Capodanno sia una piaga umana, lo abbiamo appurato da tempo, ma per un ansioso sociale può essere davvero il bubbone sotto l'ascella sinistra che tanto preoccupava Don Rodrigo.
Capodanno infatti ci mette di fronte alla prova impossibile per eccellenza: partecipare ad un evento sociale di massa obbligatorio, estremamente frenetico ed interattivo, che ha il sadico compito di definire il tuo status nella carta d'identità dello stile e la tua posizione nella scala sociale per tutto l'anno che verrà. In pratica è uno sfigometro molto patinato. D'altronde, la minaccia è stampata nero su bianco: quello che fai a Capodanno lo fai per tutto l'anno, come dire "attento a quello che scegli". Gli altri forse lo potranno vedere come uno scocciante rito sociale che assecondano per quieto vivere, ma per persone come me è più simile ad un Hunger Games a cui accediamo solo con una piuma per fare il solletico, è la casa stregata in cui dobbiamo passare la notte, è una catastrofe che Nostradamus non aveva previsto, per citare il buon Ernie Smuntz. In fondo la nostra paura è anche comprensibile: la pressione è tanta, soprattutto quando si chiede ad un principiante di giocarsi tutto il jackpot annuale in una sola mano notturna di poker. Il fatalismo di San Silvestro, con la sua dicotomia "tutto o niente" è il male assoluto per una persona che, come me, si sforza tutto l'anno di vedere le sfumature di grigio in un mondo che esiste solo per contrasti. Eppure, eccoci qui, a decidere tutto sulla base della densità demografica della nostra stanza. Per noi, poi, le cose generalmente possono andare in due modi: nel migliore dei casi, ci inviteranno ad una festa a cui finiremo immancabilmente col non andare; nel peggiore, non saremo invitati neanche dal cane di turno e ci ritroveremo a rammaricarci della nostra totale invisibilità sociale. Alla fine, comunque vada, il risultato sarà sempre lo stesso: saremo a casa, con il nostro pigiamone di flanella, nascondendo a noi stessi e ai nostri cari la nostra rassegnazione da vongola immersa nell'acqua inquinata da idrocarburi. 
Non credo di dovervi spiegare la mastodontica delusione di essere lasciati a casa nella giornata mondiale del divertimento: diciamo che è paragonabile allo scoprirsi un cavoletto di bruxelles in un piatto di patatine fritte. E lasciate che ve lo dica, non mi sorprenderebbe scoprire che il buon Kafka abbia scritto la sua Metamorfosi proprio in una notte a cavallo tra i due anni. Spiegherebbe tante cose. A Capodanno, essere l'unico a non avere piani ci rende ancora più dolorosamente consapevoli di essere pantofole a forma di coniglio in mezzo a decollete con tacco dodici. E, chiariamoci, non è un'epifania di cui abbiamo bisogno. Sappiamo fin troppo bene di avere la rubrica più corta del mondo ed il diario soporifero come un libro pieno di codici binari. Eppure Sir Capodanno ci tiene a ricordarcelo. La cosa peggiore però, paradossalmente, è quando Buddha guarda dalla nostra parte e, impietosito, fa sì che qualcuno ci inviti ad una festa. A questo punto di solito, dopo aver riagganciato il telefono o aver finito di leggere il fatidico messaggio tanto desiderato, scatta l'apocalisse, il conto alla rovescia per l'autodistruzione, le sette piaghe d'Egitto e l'invasione degli ultracorpi in un unico lungometraggio dalle tinte trash. Per rendere la cosa un po' più comprensibile, immaginate uno scenario alla Guerra dei Mondi in versione melodramma sudamericano e con molte paillettes (perché è pur sempre Capodanno). Il dilemma morale ci consuma come cerini e ben presto si inizia una partita a tennis tra le nostre due metà. Andare o non andare? Perché in entrambi i casi ci sarà un bel po' di ansia da smaltire. Conosciamo fin troppo bene la procedura: l'eclissi di Luna immediatamente oscura i cieli della nostra mente, i sussurri striscianti ci fanno gelare il sangue, il panico fa il riscaldamento prima di entrare in campo, il presentimento tanto superstizioso quanto reale che qualcosa di terribile accadrà da un momento all'altro si annuncia. La verità è che partecipare a queste feste è terribilmente stressante: significa socializzare con persone che non si conosce quasi, essere brillanti e divertenti proprio quando, a causa dell'agitazione, il cervello parte per le Fiji lasciandoci solo un biglietto sul comodino con scritto "ti chiamo io", significa vestirsi elegantemente quando noi non sappiamo neanche cosa significhi dress code, in una parola, significa fingere.
Fingere di essere allegri quando si è terribilmente spaventati, fingere di entusiasmarsi per un conto alla rovescia che in realtà ci fa accapponare la pelle (abbracciare estranei ci fa irrigidire come insetti stecco), fingere di essere simpatici e spontanei quando nella nostra testa si spolverano i copioni con battute imparate a memoria in anni di solitari esercizi, fingere di non sudare, fingere un sorriso preconfezionato per l'occasione ma che tira come un paio di collant di una taglia più piccola, fingere di essere rilassati quando nella nostra testa ci sono bombardamenti aerei e cellule che si buttano a mare all'urlo "si salvi chi può". Lasciate che ve lo dica, è stancante non perdere la faccia in questi momenti, mentre si cerca di tenere a bada questa versione interiore de La notte del Giudizio. Alla fine è inevitabile che, mentre ci si sta confrontando con l'ansia dell'abito, del trucco e dei capelli, mentre si immaginano ipotesi di conversazioni e si snocciolano rosari di possibili risposte passepartout, mentre ci si prepara alle inevitabili gaffes, mentre si trovano strategie per svicolare dagli argomenti che immancabilmente rivelerebbero la nostra inadeguatezza sociale, ci si chieda se ne valga davvero la pena. Vale la pena stressarsi tanto, rischiare di essere vittima del Petrificus Totalus sfuggito accidentalmente dalla nostra bacchetta e iniziare l'anno nuovo sull'orlo di una crisi di nervi ben controllata? Non meritiamo anche noi una notte di pausa dalla nostra dilagante follia? Se mai ci arriveremo, alla porta di casa della festa di turno, sarà dopo lunghissime battaglie, con la faccia gonfia dal pianto, il cuore che scoppia, e dopo aver litigato con ogni fibra delle nostre gambe che hanno optato per una conveniente trasmutazione in radici. Davvero, ne vale la pena? Vale la pena infilarsi in quella vasca piena di insetti e serpenti solo perché forse potrebbero rivelarsi di gomma? Nella maggior parte dei casi la stanchezza prende il sopravvento e, mandato al diavolo tutto, finisce che ci inventiamo una scusa vagamente plausibile ma a cui non crede nessuno, appendiamo di nuovo l'abito buono al chiodo e, infilato sul corpo il rassicurante pigiamone di flanella e un'aspirina contro il mal di testa in bocca, ci prepariamo all'ennesimo capodanno a casa, alimentando il sollievo per aver evitato una serata sui carboni ardenti ma nascondendo sotto sotto un'anima riscopertasi vecchio dell'Alpe, ovvero arrabbiata con il mondo e maledicente Sir Capodanno e i suoi lustrini, la società che promuove l'apparenza prima della sostanza, il sistema dell'abbigliamento corrotto che impone minidress fatti d'aria nelle fredde notti dicembrine, l'inspiegabile euforia dei fuochi d'artificio e la lobby dello spumante. Alla fine brinderemo con un grugnito all'ennesimo inizio anno che di nuovo ha soltanto il calendario, sollevati dell'allettante promessa che per i prossimi 365 giorni non ce ne dovremo più preoccupare.
Duille



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