domenica 29 marzo 2015

La legge della probabilità negli incontri da film

Mi rifiuto categoricamente di credere nell'amore romantico che si vede nei film. Avete presente? Quelle improbabili pellicole con inverosimili incontri e situazioni al limite del fiabesco, in cui la bella di turno, camminando carica di libri, borse e documenti, assorta nei suoi profondi ed intelligenti pensieri, si scontra con il più bell'uomo in circolazione, un Gerard Butler in incognito che, oltre ad essere bello da mozzare il fiato, è anche un perfetto gentiluomo. 
Un incrocio tra Johnny Depp ed il Colonnello Wentworth di Persuasione, insomma. Questo Adone misericordioso, lungi dallo sbraitare addosso alla poveretta perché non ha guardato dove metteva i piedi (e come potrebbe? E' la versione in carne e ossa del Principe Azzurro), si china sorridendole affascinante e la aiuta a raccogliere tutte le sue cose, finché le loro mani si sfiorano colorando le guance della giovane donzella e facendo posare l'ammaliante sguardo del nostro eroe su quello splendore al papavero che è diventata la nostra protagonista. Ed in quel momento scocca la scintilla, il mondo si ferma e tutti restano con il fiato sospeso per la magia che sta spandendosi tra quegli sconosciuti, ormai legati dallo stesso sguardo a cuore, mentre la telecamera (e noi attraverso di lei) si piazza ad un centimetro dal naso dei due protagonisti come i miglior voyeurs in circolazione, con tanto di registratore e binocolo, con l'unico scopo di immortalare quell'attimo eterno in cui tutto è cambiato, pur non essendo cambiato niente. E' nato un amore e tutte noi, giovani donzelle, ci sciogliamo immedesimandoci in quella fanciulla dai capelli perfetti e dagli occhi luminosi che ha saputo rubare il cuore a quell'uomo dai tratti principeschi. 
Peccato che, nella realtà, niente di tutto ciò potrebbe davvero accadere: i nostri occhi non sono luminosi e mandorlati come quelli di un cerbiatto e il cuore non ha le forme dei cioccolatini regalati a San Valentino. Nella realtà della vita siamo miopi, con i capelli scarmigliati dal vento o appesantiti dall'umidità e il cuore è tutto un intrico spugnoso di termini come valvola mitrale, atri, ventricoli e pompe. Niente di così romantico eh? Ed anche se la sorte fosse clemente e ci concedesse un incontro/scontro con l'altro genere, le variabili in gioco sarebbero tante e tali che dovrebbero allinearsi i pianeti perché si verificasse esattamente quello che nei film viene descritta come la più banale delle possibilità, probabile quanto trovare un muffin ai mirtilli in un bar ben fornito. Forse dovremmo chiamare a raccolta tutte le fatine della storia della Disney oppure mettere un cero grande quanto un baobab alla Dea Bendata, ma anche così, rischieremmo di esaurire tutta la nostra fortuna in una volta sola e le conseguenze potrebbero essere ugualmente nefaste: il tuo bel tenebroso potrebbe poi essere costretto ad emigrare negli Emirati Arabi per lavoro, oppure potresti morire per caduta di meteorite o vaso di fiori dal quinto piano. In alternativa potreste finire sul lastrico e quindi la vostra storia da "due cuori e una capanna", senza capanna si trasformerebbe molto sinistramente in "due cuori e un ponte", un film che nessuno vorrebbe vedere! 
Quindi, se non vogliamo dare fondo ai nostri libretti di risparmio di polvere magica, saremo costrette a dover gestire lo tsunami di variabili che possono far fallire l'incontro più romantico della nostra vita. Nella migliore delle ipotesi ci ritroveremo sfatte dopo una giornata di lavoro particolarmente intensa e faticosa, con una borsa inspiegabilmente piena di assorbenti (e non è neanche periodo di ciclo!) e finiremo con lo sbattere con l'ipotetico Principe che sarà, per ricombinazione genetica, o bello e consapevole di esserlo (leggi divo di Hollywood) o gentile ma bello quanto una corteccia di frassino bruciata. Non lo dico io, eh? Mendel docet! Da questa equazione non può nascere nulla di buono, neanche nell'eventualità in cui inseriamo forzatamente la variabile "figo sensibile". 

Anche in questo caso le opzioni sono due: nella prima lui è gay. Anche qui, la legge della probabilità e la sfiga che ha colpito il mondo etero femminile ha fatto sì che tutti i più bei ragazzi della storia siano omosessuali, il che significa belli ed inarrivabili per questioni pratiche. Potremmo continuare a rodere per l'eternità accanto a quello che al massimo potrebbe diventare il più bel migliore amico che abbiamo mai avuto. L'opzione numero due invece ci pone di fronte al miracolosamente etero ragazzo che ci finisce addosso (il che significa che i nostri livelli di fortuna sono stati già mezzi prosciugati) e che, sbattendo contro di noi, non ci augura gentilmente la morte per soffocamento da gelato, ma si china sui nostri averi aiutandoci a raccogliere la nostra vita sparpagliata sul pavimento. Anche qui, le probabilità fioccano come la neve a gennaio: 
1- giusto stamattina avevi tutti i tuoi vestiti sporchi/ti sei svegliata tardi/avevi il ciclo/hai deciso che per un giorno volevi mandare in cantina il proverbio "se bella vuoi apparire devi soffrire" a favore di un più semplice "comodo è meglio". In tutti questi casi il risultato è che sei abbigliata come se dovessi recitare ne I miserabili e ti affacci al mondo fiduciosa pensando "Ma sì, chi vuoi che incontri oggi?" 
Beh, cara amica, anche qui le leggi matematiche vengono in nostro soccorso dimostrandoci, con tanto di grafici e power points, che quando siamo vestite da Jessica Rabbit, ci ritroviamo di fronte allo scenario post-apocalittico da invasione aliena, mentre quando affacciamo il naso fuori casa con indosso babbucce a forma di volpe, capelli a cipolla, pantaloni bucati e maglietta macchiata di sugo, ecco che di colpo scopriamo che effettivamente abbiamo un problema di sovraffollamento della superficie terrestre. Nuova Dehli concentrata sul nostro pianerottolo. 
2- Sei vestita alla grande e mentalmente elogi la te stessa mattutina per la scelta che valorizza le tue forme e l'acconciatura che esalta i tuoi occhi. Ricambi lo sguardo del tuo futuro marito, gli sorridi e...proprio allora ti ricordi che forse non era il caso di prendere l'insalata mista con rucola e aglio per pranzo. 
3- dalla tua borsa emergono i tuoi più oscuri segreti, di quelli che solo una borsa è testimone e custode. E non mi riferisco solo all'antiestetico assorbente che saluta felice il mondo con i suoi colori allegri, ma anche alla marea di cartine di caramelle, cioccolatini o merendine che ti sei divorata in lunghi mesi di spostamenti e che si sono accumulati nella tua amica di finta pelle in attesa del primo cestino di passaggio. Per salvare l'ambiente e rispettare gli spazi collettivi ora passeremo per la proverbiale divoratrice di cibo compulsiva.
4- La tua borsa ti salva dall'inevitabile figuraccia (basta tenere la zip ben chiusa, cara!) e le vostre mani si sfiorano finalmente mentre state raccogliendo la tua copia di Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij (perché siamo colte noi!). Tu arrossisci seguendo il copione da film. Ce l'hai fatta! Ormai cosa potrebbe rovinare il momento? Beh, si da il caso che il tuo arrossire non ti renda affascinante come Giselle di Come d'incanto, ma ti trasformi in una copia in gonnella di Ron Wesley, con la migrazione del sangue alle orecchie o un'imbarazzante diffusione a chiazze del tuo delizioso rossore lungo tutta la faccia, facendoti assomigliare al manto di un leopardo colpito dai filtri di Instagram. 
Come potete vedere, il fato, la genetica, la biologia e le leggi della probabilità statistica sono contro di noi e nulla potrà cambiare questa scomoda verità. Gli incontri magici non esistono, partiamo da vocabolari diversi e mondi che non si concludono al confine di un fotogramma. E forse è per questo che ci piacciono tanto i film che rendono questo nostro complesso, caotico mondo alla Sliding Doors semplice e prevedibile. In fondo, guardare questi film è come ascoltare una bella fiaba. Che però resterà per sempre una fiaba. 
Duille

sabato 21 marzo 2015

Imbruttirsi fa bene all'anima

Quando si inizia un percorso terapeutico di solito ci si aspettano grandi stravolgimenti e grandi battaglie intestine. Ci si aspetta anche la propria quota di dolore e fatica, perché nessun cambiamento arriva senza il proverbiale accompagnamento di sudore, sangue e lacrime. Ma nessuno ti prepara veramente alle carrettate di sassi che ti piomberanno addosso durante le sedute. 


C'è un motivo per cui le persone si rifiutano di andare in terapia e non è solo per il timore di essere pazze. Una parte di noi, molto profonda, molto inconscia e molto saggia sa già che ci sarà da sudare decisamente più delle note sette camicie. Il trattamento terapeutico è paragonabile al viaggio di Ulisse per i mari del mediterraneo e sappiamo tutti che il nostro coraggioso eroe è partito carico di navi, cibarie e uomini ed è tornato solo, magro come uno stuzzicadenti e vestito all'ultima moda clochard. Io sono in terapia ormai da sei anni e ho visto rotolarmi addosso di tutto: balle di fieno, sacchetti di ghiaia, mucche da cento chili, cemento a presa rapida e a volte l'intera cordigliera delle Ande venuta in trasferta appositamente per me. Il risultato non è mai piacevole. Quando esco da sedute particolarmente pesanti, di solito sono una specie di fontana umana che ha sfruttato ogni poro del proprio corpo per espellere le lacrime: naso, occhi, ascelle (perché, sì, diciamocela questa sconvolgente verità: si può anche sudare freddo in questi casi), ogni pertugio è buono per spurgare dolore e il mio corpo sembra non avere interesse a mantenere quel minimo di dignità che mi serve per arrivare alla macchina o a casa. Preferisce esprimersi in tempo reale, lasciando a me il compito di camuffare il più possibile nasi gocciolanti, occhi arrossati, sguardo sconvolto e guance infiammate. Come sapere se ci si trova vicino allo studio di uno psicologo? Basta osservare le persone che bazzicano la zona. Se ne troverete parecchi che sembrano aver appena visto Hachico, allora avrete fatto bingo! Ma una volta usciti dalla propria infernale sessione di rimestamento emotivo, cosa succede? Come risollevarsi dopo la doppia pizza che ci ha cambiato i connotati del viso? Io, che ormai sono un'esperta, ho sviluppato un mio rituale personale, che mi aiuta molto in questi casi. Quando sono proprio uno straccio, neanche buono per pulire i pavimenti di un bagno pubblico, l'unica cosa da fare è assecondare il mio corpo. Lui si sta imbruttendo? Ed io mi imbruttirò di più. Mi concedo un attimo di autocontrollo fino all'arrivo all'auto, giusto per non spaventare i passanti e inizio il mio processo di abbruttimento. 

Prima tappa: IL SUPERMERCATO

Le teorie cinematografiche che sostengono che per recuperare da una brutta delusione o da un grande dolore emotivo si debba mangiare come se ci si volesse poi iscrivere ad una gara di sumo, sono maledettamente vere. Quando si soffre per qualunque motivo e soprattutto quando la sofferenza è terapeutica, un modo molto utile che ho trovato per riempire quel vuoto interiore che pesa come il facocero della pubblicità del digestivo è quello di MANGIARE! Ma attenzione. Non si deve mangiare qualsiasi cosa e soprattutto, non si deve mangiare sano. Lasciate perdere finocchi, zucchine o mele succose. Quando si scaccia il facocero cavo, si deve mangiare il cibo più spazzatura che si riesce a trovare, quello che il tuo corpo riconosce come rifiuto non appena lo metti in bocca, mandandolo poi diretto alla corsia di evacuazione, senza neanche analizzarlo più di tanto. Può essere qualsiasi cosa: biscotti confezionati, vaschette di gelato, cioccolato di infima qualità, tramezzini pieni di maionese industriale e improbabili gamberetti, panini del McDonald's al doppio ketchup o qualsivoglia altra sostanza che farebbe storcere il naso ad un dietologo e anche alla tua amica salutista. Il mio personalissimo junk food da sfondamento, capace di rabbonire anche i più ostili facoceri d'assalto è una versione meno commerciale del Saikebon, gli spaghetti di riso in brodo che vendono in confezioni monoporzione e pronti in cinque minuti. Non prendo quello ufficiale semplicemente perché mi fa stare male, e io voglio sfondarmi di cibo, non avere nausea per tre giorni. L'idea è stare meglio, non peggio. Comunque, a parte le mie intolleranze alimentari, gli spaghetti di riso riescono a calmarmi come se avessi preso quattro pasticche di antidepressivi o un paio di bicchieri di vodka. Fanno il miracolo. Il calore del brodino abbraccia corpo e anima come una coccola di pile mentre gli spaghetti danno la sensazione di star masticando qualcosa di più del cucchiaio, in un ponte culturale tra la nostra cucina pastereccia e il lontano oriente, patria dello zen, dello ying e dello yang. In quegli spaghetti in brodo c'è concentrato tutto il benessere piumoso dello spirito e tutta la consistenza della cucina italiana, conferendoti una panza piena e una mente alleggerita dal potere della meditazione alimentare.

Seconda tappa: LA SCALETTA CINEMATOGRAFICA

La mia seconda tappa mi vede sdraiata sul letto, impigiamata, con una copertina avvolgente che stende un velo compassionevole sulle mie stanche membra e affondata nei cuscini, con i miei spaghetti di riso pronti per essere mangiati - rigorosamente con le bacchette - e il computer davanti. A questo punto le scelte sono varie, dato che possiamo optare per una indigestione di telefilm, una scofanata di video di youtube oppure per una più classica abbuffata di film. Ma anche qui il minimo comune denominatore è sempre lo stesso: l'abbruttimento. La seconda tappa prevede che all'abbruttimento fisico si accompagni un abbruttimento psico-emotivo, l'autoinduzione ad una condizione di torpore mentale, come se ci si fosse fumati due o tre canne tutte d'un fiato, senza gli effetti collaterali (e legali) dell'uso della nostra amica dal nome biblico. Per ottenere questo risultato si deve fare ricorso a tutti quei film che sono universalmente riconosciuti come film stupidi, brutti e infrequentabili ma che segretamente tutti abbiamo visto e che ancor più segretamente, tutti amiamo. Questa settimana, ad esempio, ero particolarmente depressa, mi sentivo un po' come se mi avessero schiacciata sotto un tir che trasportava polli con un quoziente intellettivo più alto del mio, quindi l'unico degno accompagnamento per i miei spaghetti di riso ricostituenti non poteva essere che lui: MEAN GIRLS. E non solo il primo film, quello con Lindsay Lohan, che è ancora vagamente guardabile, ma anche quello ancora più trash che nessuno ha visto e che scopiazza malamente il primo. Diciamocelo, Mean girls non è di sicuro una perla della cinematografia ed è anche vagamente sessista, con questi personaggi femminili meschini, stupidi e stereotipati, ma è il film ideale se ci si vuole imbruttire. L'obiettivo è spegnere il cervello e Mean girls riesce perfettamente nell'intento. Intrattiene, non fa riflettere e se ti perdi delle battute perché stai sorseggiando rumorosamente i tuoi spaghetti di riso seguendo pienamente il bon ton giapponese, riesci comunque ad arrivare alla fine del film comprendendone il senso. Guardare Mean Girls è come dormire stando svegli. Ma la funzione terapeutica di un film come questo, e per cui gli saremo sempre grati, non è solo quello di spegnere il cervello dolorante, ma anche di acutizzare i miei sensi di ragno: quando l'encefalogramma è piatto, i sensi la fanno da padrone ed è così che riesco ad uscire dal mio pozzo di depressione. Mi concentro sul gusto degli spaghetti in bocca, sul calore della copertina, sulla morbidezza dei cuscini, Insomma, riesco a percepire la coccola che ho faticosamente costruito e a trovarne giovamento. Lascio che la mia faccia vada alla deriva assumendo le espressioni più disperate e luttuose che potrà mai sperimentare e mi godo il mio momento di rinascita, che si concluderà poi con una lunga dormita notturna. Come Lazzaro, dopo il mio momento di imbruttimento, mi rialzerò più forte di prima, riaccenderò il cervello e sarò pronta ad iniziare una nuova battaglia. Con qualche etto in più di spaghettosa serenità nella pancia.
Duille



domenica 15 marzo 2015

Procrastinare l'improcrastinabile

Procrastinare. Una delle tante parole dell'ansia sociale. Procrastinare all'infinito, dividere il tempo in ore, e le ore in minuti, e i minuti in secondi, e i secondi in millisecondi, e quando anche l'unità di tempo più piccola del mondo è stata conquistata, inventarsi nuove unità per continuare a scomporre all'infinito il tempo che ci divide dalla cosa che dobbiamo forzatamente fare, da adesso ribattezzata come "il Terribile Evento", paragonabile solo alla traversata degli Hobbit attraverso Mordor fino al Monte Fato. 
 Avere sempre ancora un attimo per riflettere, ancora un momento prima del grande trauma è rassicurante e allontana il Terribile Evento di un passo, anche se piccolissimo. Certo, detto così potremmo sembrare completamente pazzi, ma vi svelerò il segreto di Fatima: NOI SIAMO PAZZI! Non nel senso convenzionale del termine forse, certo non da internamento e allucinazioni, ma sfido qualsiasi ansioso sociale a dichiarare di non essersi dato del pazzoide almeno una volta durante la sua vita. Io di sicuro perderei e non solo perché l'ho appena scritto qui, nero su bianco. Una volta messi tutti i puntini sulle i e svelato le carte in tavola, possiamo procedere nella trattazione del nostro tema: procrastinare. Non è un caso che io abbia deciso di sottolineare la nostra sottile follia sotterranea, perché solo tenendo conto di questa realtà potrete capire quanto segue: il nostro procrastinare non ci fa sentire bene, ma ci porta solo a bollire allegramente nel nostro brodo come una zucchina che sta tirando le cuoia a rallentatore, friggiamo come uno stomaco colto da un attacco di ulcera in slow motion, siamo più elettrici di un cavo di alta tensione e più disfattisti di un oracolo di Delfi. Continuiamo a dividere le ore compulsivamente per darci più tempo, ma quel tempo lo impieghiamo preoccupandoci del Terribile Evento da cui stiamo scappando tritando finemente le lancette dell'orologio come i migliori cuochi di Masterchef. Il risultato è un'agonia che si amplifica all'infinito man mano che dilatiamo i secondi in nuovi minuscoli organuli temporali. Forse la nostra speranza è che, continuando a dividere l'indivisibile, ad un certo punto l'orologio si fermerà e noi vivremo in un attimo eterno in cui essere finalmente sereni. Peccato che di solito questo non avviene e, se mai avviene, il vero motivo è che si sono scaricate le batterie al nostro amico ticchettante. Procrastinando tentiamo di spostare un po' più in là l'inevitabile momento della crisi,  il panico da Capitan Uncino, l'attimo in cui ci ritroveremo ad affogare nelle nostre lacrime come Alice nella saletta della maniglia, mentre siamo scossi dai singhiozzi più indecorosi e potenti mai concepiti da polmone umano, eccettuato forse quello dei nuotatori, senza contare la deforestazione di cui siamo artefici indiretti a causa del nostro gigantesco consumo di fazzoletti (perché sì, rischiamo di soffocare anche nelle nostre produzioni di tristezza nasali). 
La nostra procrastinazione di solito segue dei ritmi molto precisi: quando mancano ancora settimane o giorni al terribile evento, tendiamo ad utilizzare efficacemente la nostra formula magica, il nostro personalissimo bibidi bobidi bu, la nostra abra cadabra che tutto può, e che può assumere svariate forme. La mia preferita è "ci penso dopo" o, in variazione "lo faccio dopo". Sapere che ho del tempo da dedicare ad altro rispetto al Terribile Evento mi tranquillizza e mi da' anche un certo buonumore, come quei ragazzi che si concedono una visitina di cinque minuti su facebook durante una pausa dallo studio. Inutile dirvi che, in questa prima fase, il risultato di questa formuletta è identica a quella di facebook: il Terribile Evento viene del tutto risucchiato, come il pomeriggio degli studenti che si lasciano tentare dalla faccia librosa. La spinosa questione che tentiamo di evitare sparisce come per magia e di colpo ci si dimentica di lei e di tutte le angosce ad essa legate. La magia funziona alla perfezione e per un po' abbiamo l'illusione di essere le novelle Cenerentola al ballo con il principe azzurro, serene e felici, almeno fino allo scoccare della mezzanotte. In effetti, la magia non fa sparire proprio un bel niente, ma nasconde solo il problema sotto il tappeto. Viene fuori che il kit della perfetta fatina l'abbiamo comprato al discount e che finora non abbiamo fatto altro che ballare con la scopa dentro la nostra cameretta infestata dai topi. Ma in quel momento l'illusione funziona alla perfezione, in una sorta di effetto placebo percettivo che ci da' un senso di sicurezza completamente fasullo. Man mano che il tempo passa la nostra formula magica si approssima alla scadenza e, iniziando a perdere splendore, rivela tutta la sua finzione. Continuiamo a ripeterla nella speranza che dia ancora qualche sprazzo di magia, come quando si spreme l'unico tubetto di dentifricio che ha esalato l'ultimo respiro ormai da tempo. Purtroppo l'incantesimo si è spezzato e riusciamo a vedere il Terribile Evento salutarci con la manina da sotto il tappeto, da dietro la tenda o dall'interno dell'armadio in cui si è nascosto. Il panico ci coglie e l'unica cosa che riusciamo a fare è raggomitolarci in un angolo con la testa tra le mani ripetendo ossessivamente "lo faccio dopo, lo faccio dopo, lo faccio dopo!". Ovviamente la cosa più logica da fare sarebbe prendere in mano la situazione ed affrontare il Terribile Evento, ma noi ansiosi sociali non crediamo al detto "Via il dente, via il dolore", o forse è la nostra tendenza ad autosabotarci che ci porta a non credere nella praticità. Ma questa è un'altra storia. La verità è che non si può impedire l'arrivo del Terribile Evento e spesso, questi altro non è che un evento qualsiasi che semplicemente stiamo demonizzando.Crogiolarci nella paura non porterà altro che più paura e con sé tutto il serraglio di animali che affollano le stanze dell'ansia sociale. Quindi rompiamo questa spirale di terrore, sfoderiamo la nostra spada giocattolo e il nostro scudo di plastica e affrontiamo il nostro drago di cartapesta, con passo sicuro e sguardo fiero, perché, anche se non ci crediamo fino in fondo, abbiamo tutte le carte in regola per uscire vittoriosi da questa sfida. Fiato alle trombe, dunque, e sellate i cavalli, si parte alla volta dell'antro del drago! 
Magari tra cinque minuti eh? 
Duille 


sabato 7 marzo 2015

Sognando un sogno di carta: la Schiuma dei Giorni

I libri sono come le persone: ne esistono di vari tipi, ciascuno con la sua storia, raccontata con una particolare ed unica cadenza nella voce, che ne rivela le origini, ciascuna con un vocabolario che ne esalta le sue sfumature di personalità, ciascuna sagomata di un taglio speciale con cui guarda il mondo. I libri, proprio come le persone, hanno velocità diverse: alcuni sono veloci, immediati, adrenalinici. Sono libri che non si fermano mai, sempre di corsa, che si leggono con il cuore in gola. 
Altri sono frecce al rallentatore, che di pagina in pagina fanno breccia nella valvola cardiaca per poi farvi crescere un giardino di sillabe che non ci lascerà mai più. E poi c'è una particolare categoria di libri che, come alcune persone, non si inquadrano bene fin dall'inizio. Libri che bisogna guardare a fondo, di cui bisogna ascoltare anche gli spazi bianchi tra le parole, libri il cui messaggio si trova dietro al testo, in un linguaggio segreto che può essere carpito con lo stomaco e non con gli occhi. Uno di questi libri diesel è sicuramente La schiuma dei giorni, di Boris Vian. Quando lo lessi, ormai un anno e mezzo fa, rimasi molto perplessa dallo stile, da alcune scelte narrative e soprattutto dal particolarissimo ed enigmatico modo in cui l'autore ha scelto di trattare le emozioni. Ero confusa, devo ammetterlo. Proprio come quando si emerge da un sogno, mi sono ritrovata a grattarmi la testa chiedendomi "Cosa cavolo ho appena letto?" Perché qualcosa non quadrava decisamente. La storia, ad alto impatto onirico, è piuttosto semplice, dopotutto. Colin, giovane ereditiere, incontra Chloè, incarnazione di una canzone di Duke Ellington. I due si innamorano e, in un tempo sorprendentemente breve, si sposano. Durante la luna di miele si scopre che una ninfea ha iniziato a crescere nei polmoni della giovane sposa, mettendone a rischio la vita. L'unico modo per ridurre lo sviluppo della ninfea è quello di circondare la malata di fiori freschi, ma per farlo, Colin si ridurrà sul lastrico. Come vedete, la storia è piuttosto scontata, senza troppi fronzoli e tratta un tema importante come il cancro con la delicatezza della simbologia onirica, rendendo questa grave malattia quasi poetica. E di fronte a tanta sensibilità, tanta dolcezza, la domanda che mi sono posta per tutta la lettura è stata: e dove sono le emozioni? I personaggi sembrano quasi abbozzati, di una semplicità estrema, apparentemente superficiali, non è dato loro neanche un piccolissimo spazio introspettivo. Sono personaggi tutti concentrati sull'azione, in un libro che però dovrebbe essere intriso di emozioni come se fosse stato pucciato nel miele. Diciamocelo, La schiuma dei giorni è un libro che a prima lettura frustra parecchio, perché è qualcosa di totalmente nuovo, completamente diverso da tutto ciò che possiamo aver letto prima. E' un sogno che è stato trascritto sulla carta, un gioco che l'autore fa con il lettore, invitandolo a risolvere il rebus elaborato per noi, lasciandoci in questa isola misteriosa rigurgitante di indizi ma di cui non abbiamo neanche un francobollo di mappa. 
Ed è qui che capiamo che La schiuma dei giorni è un libro diesel, un libro ad effetto ritardato. Per usare una metafora etilica, non è un bicchiere di vodka che ti va subito alla testa, ma un cocktail molto fruttato, che all'inizio sembra non avere alcun effetto ma che, alla fine, ti fa ritrovare a ballare sui tavoli con il reggiseno sulla testa. 
E' un romanzo indefinibile e, ad un'analisi più attenta, addirittura volutamente fuorviante. Inizialmente sembra uno di quei romanzi veloci, tutto azione, in cui tutto sembra casuale e sopra le righe, in cui il gusto per lo strano e lo scioccante sembra prevalere sulla vicenda in sé. La taxi-nuvola utilizzata dai due personaggi per nascondersi dagli sguardi indiscreti, il pianoforte che trasforma le melodie musicali in cocktails dai sapori più variegati, le anguille che nuotano lungo le tubature e che vengono pescate direttamente dai rubinetti, le morti surreali ed irrazionali che costellano l'intero romanzo e che vengono vissute con lo stesso pathos di quando cade una baguette sul pavimento sporco. Queste stranezze sono tutte invenzioni geniali dell'autore a cui però sembra essere data un'importanza eccessiva, i dettagli risaltano sproporzionatamente oscurando completamente la trama. Tutto scivola come un guanto di velluto, senza toccare apparentemente nessuno, eppure qualcosa non torna. Qualcosa non torna nell'apparente caos che circonda i personaggi, nell'incomprensibile asetticità delle loro esperienze, nella folle velocità con cui la storia si sviluppa, nella quasi molesta noncuranza con cui vivono la vita. Ed in effetti qualcosa non torna davvero, perché, come ho detto prima, La schiuma dei giorni è qualcosa di unico e per leggerla bisogna buttare dalla finestra qualsiasi canone di riferimento ci si sia costruito durante gli anni. E' un libro che, proprio come la ninfea che affligge la povera Chloè, sboccia in ritardo ma che, una volta compreso, rivela tutta la sua meravigliosa, poetica, struggente drammaticità. I personaggi non provano emozioni perché è il mondo che le prova per loro. Quel pazzo mondo pieno di stranezze si plasma aderendo al sentire dei personaggi, sostituendo ai sentimenti le immagini dei sentimenti: i cieli cambiano colore, le stanze si rimpiccioliscono, i corpi invecchiano precocemente man mano che il dramma si inscena, consumando letteralmente tutto ciò che fisicamente circonda quei cuori pulsanti. Lo stesso tempo assume le forme e i colori della vita, così che, laddove crediamo di leggere una vicenda descritta troppo oggettivamente, ci ritroviamo di colpo ad essere circondati da una straziante soggettiva del dolore, in cui tutto cambia con il cambiare di noi stessi. Mentre Chloè vive la sua malattia, il tempo rallenta fino a fermarsi in un immobile presente, i colori si slavano fino a diventare di un grigio funereo, che non lascia scampo e da cui non si può più fuggire. Il peso del dolore schiaccia Colin e schiaccia il lettore, che non vede più nulla, se non l'ombra della morte anche negli oggetti di uso quotidiano. 
 La maglia di colori così meravigliosamente intessuta all'inizio del romanzo, si apre sgretolandosi in una statica caduta nell'oblio. Capiamo che ogni riga è metafora, occultata da una verità descrittiva apparentemente priva di scopo, ogni parola è simbolo che diventa realtà, in una solidificazione degli umori che concretizza anche il pensiero, delegando le emozioni al mondo, facendo sì che il dolore impregni ogni rivolo d'acqua, ogni finestra sporca, ogni parete scrostata. La morte diventa la protagonista di questo volume, insieme alla feroce critica alla nostra società consumatrice e egoista, in cui la solitudine la fa da padrone. Il messaggio è affisso ovunque, è così palese da risultare invisibile, ma non impercepibile. Le nostre pance lo sentono anche quando i nostri occhi non lo vogliono vedere. Daniel Pennac, che ha scritto la prefazione del libro, ci ha visto un elogio dell'amore che tutto può. Io ci ho visto una fedele descrizione della disperazione, che annienta fino a non lasciare più nulla, se non se stessa. La Schiuma dei Giorni mostra, sfiorandola, l'orrore della vita nelle sue diverse declinazioni: l'ossessione di Chick per il suo autore preferito che porterà distruzione nel suo rapporto con la fidanzata, la solitudine e la disperazione che portano ad atti estremi, la morte che scorre sotto gli occhi senza toccare davvero più nessuno, la malattia che infetta tutto, anche chi ci sta vicino. Una fedele testimonianza del mondo moderno, filtrata dal simbolismo onirico, come a voler proteggere dalla sconvolgente verità. E' un libro che consiglio, ma con moderazione perché è un libro che richiede compromessi, che si deve lasciar decantare nell'inconscio fino a quando le sue note fruttate non si paleseranno. Per leggere La schiuma dei giorni si deve accettare la frustrazione di non capire, il fastidio dell'irrazionale, lo scardinamento degli schemi, e si deve sopportare lo straziante dolore dell'epifania, della comprensione che porta via ogni traccia di magia, lasciandoci intravedere l'orrore dietro quel velo sognante che ci ha protetti fino ad ora, consci che quello che vediamo è quello che siamo davvero. Per amare la Schiuma dei giorni si deve sospendere la realtà, abbracciare l'assurdo, entrare nel sogno. Ma soprattutto, per comprendere la Schiuma dei giorni si deve aspettare. Aspettare che il vero significato arrivi al cuore perché, come tutti i sogni, il messaggio non è per la mente, ma per l'anima. 

Duille

 
"La', dove i fiumi si gettano nel mare, si forma una barriera difficile da superare, e grandi vortici schiumanti in cui ballano i relitti. Di fuori la notte, là dentro la luce della lampada, e in mezzo i ricordi rifluivano dall'oscurità, si urtavano nel chiarore e mostravano le loro pance bianche e le loro schiene argentate, galleggiando qualche volta in superficie, altre volte affondando di nuovo." 

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