domenica 27 novembre 2016

Telefilm addicted #11 - Gilmore Girls o l'orgoglio del secchione

Quando sei una quindicenne secchiona e topo di biblioteca è difficile trovare dei modelli di riferimento nel mondo delle serie tv. Se poi, sei una secchiona che non ha gravi problemi relazionali con la propria madre, beh, le cose si fanno ancora più complicate. Io ero tutte queste cose insieme, e la tv mi aveva insegnato che questo era un crimine che non pagava in quanto a visibilità. 
La maggior parte dei telefilm a cui avevo accesso all'epoca (quando lo streaming era tanto possibile quanto  il teletrasporto) relegavano le studentesse modello e senza grilli per la testa al ruolo di comprimari o, peggio, di macchiette da prendere in giro. Dawson's Creek mi aveva da tempo insegnato che per essere degna dell'attenzione di una cinepresa dovevi essere una hippy 2.0 con la lettera scarlatta sul capoccione, avere familiari galeotti e il carattere di un gatto a cui hanno pestato ripetutamente la coda oppure essere emotivamente instabile (in quello, potevo avvicinarmici). E se pescavamo più indietro nel tempo, la situazione peggiorava come un formaggio stagionato male. Tutte le sitcom americane prendevano i poveri secchioncelli, li vestivano come dei simpatizzanti del Gay Pride ante litteram (riuscendo nell'incredibile impresa di insultare contemporaneamente due categorie umane) e regalavano loro una personalità da stalker condita da espressioni innaturali come la risata alla Picchiarello che sfoderavano come biglietto da visita. Anche la mia adorata Buffy, che vantava un certo avanguardismo nella sua narrazione, relegava la povera Willow delle superiori al ruolo di amica del cuore, importante ma comunque mai vera protagonista, almeno fino a quando non ha deciso di diventare lesbica e di darsi alla magia. In ogni caso, ovunque mi girassi, un cartello gigante con luci al neon mi diceva sempre che essere carini e coccolosi non pagava. Ma il vero guru del "teorema secchio" fu O.C., il quale mi insegnò che, se volevi essere protagonista in un telefilm degli anni 2000 dovevi appartenere ad una di queste tre categorie:
1. essere una super figa iperproblematica o l'ape regina con lo spessore di uno starnuto;
2. essere una secchiona e aspettare che la figa di turno iperproblematica morisse così da prendere il suo posto (anche se non sarebbe mai stato lo stesso per i fan)
3. essere secchione, ma uomo. Questa mi piacerebbe chiamarla la categoria del sessismo.
Poi tutto è cambiato quando sono finita nel mondo di Gilmore Girls.
La storia, per quanto banale, era decisamente innovativa per i canoni dell'epoca: in questa serie non c'erano esagerati drammi esistenziali, né complicati intrecci amorosi o colpi di scena faraonici quanto irrealistici. Semplicemente c'era una madre, Lorelai, che cresceva sua figlia Rory in un minuscolo paesino di provincia. L'identificazione con i personaggi era massima, perché tutte le situazioni presentate potevano facilmente appartenere al background culturale di chiunque: i rapporti genitori-figli, le amicizie, il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, le ambizioni lavorative e scolastiche, le difficoltà economiche e relazionali, gli errori quotidiani e i gesti di coraggio che non avevano niente di straordinario, se paragonati alle serie concorrenti. Ancora più importante, per la occhialuta me quindicenne, era il personaggio di Rory: per la prima volta vedevo una secchiona protagonista indiscussa di una serie, senza che venisse presentata come un'idiota o come una sfigata totale (sia lode agli dei!). Rory è il prototipo della brava ragazza, ma presentata in modo realistico: grande lettrice, timida, impacciata con i ragazzi, sensibile, intelligente, studiosa e con grandi ambizioni lavorative (andare ad Harvard e diventare una giornalista). Per una volta, una secchiona era presentata come un personaggio brillante, interessante, senza bisogno di circondarla di situazioni al limite del credibile o di darle una personalità esplosiva (in tutti i sensi possibili). I problemi che Rory affronta nella serie possono quasi sempre fare il paio con situazioni affini che anche lo spettatore può aver vissuto nella vita reale. Rory semplicemente affronta la sua adolescenza normale di ragazza normale in un paesino in cui si conoscono tutti, vive i suoi banali drammi amorosi (che non contemplano gravidanze indesiderate o adesioni dei fidanzati a sette che venerano l'invisibile unicorno rosa) e fa scelte relativamente difficili che potremmo dover fare anche noi, una per tutte quella dell'università che, se analizzata, rivela tutta la complicatezza di una scelta dal forte valore simbolico dal punto di vista delle rivendicazioni familiari. Rory è quindi qualcuno in cui riconoscersi senza dover fare troppi compromessi con se stessi e che fa sentire fieri di essere ciò che si è. E' un inno al "Sono secchia e fiera di esserlo".
Rory ci insegna che essere studiosa non ci renderà Leopardi con fondi di bottiglia agli occhi, la gobba e la vita sociale di una pulce di mare, che una cosa non esclude l'altra e decisamente che studiare e amare la lettura non ci renderà per forza delle ferventi sostenitrici dell'apparecchio o creature che ignorano l'esistenza del make up e dei negozi di abbigliamento. Soprattutto ci insegna che l'intelligenza e la cultura vanno coltivate, perché non sono repellenti anti maschio ma sono punti di forza che aumentano il nostro charme, tanto quanto la bellezza e la simpatia. Ricordiamo che Dean, il primo fidanzato di Rory, si è innamorato di lei mentre la guardava leggere Moby Dick su una panchina. E con questo direi che potrei chiudere la mia arringa! Lo stesso  principio vale anche per il rapporto con la madre, che è considerato un pregio nella serie, un punto di forza da ostentare, e non da nascondere. Tutti sanno che per piacere ad una Gilmore, bisogna per forza ingraziarsi l'altra. Ed è bello vedere che, per una volta, una madre e una figlia non cercano di farsi lo scalpo a vicenda, ma sono capaci di condividere preziosi momenti e di costruire un rapporto di fiducia e complicità, pur con momenti di litigi e incomprensioni. E' bello soprattutto sei hai quindici anni e non vorresti vedere tua madre schiacciata sotto un pianoforte a coda. La genialità di Amy Sherman Palladino (ovvero la creatrice della serie) è stata poi quella di affiancare questo estremo realismo delle tematiche e delle categorie umane ad un totale surrealismo dei comprimari (uno per tutti, Kirk) e dei dialoghi, completamente scardinati dai soliti binari e molto più vicini alle battute veloci delle sitcom e delle stand up comedy. I dialoghi infatti sono la punta di diamante di questa serie, che ha introdotto un elemento di totale novità: sono velocissimi, brillanti, intrisi di cultura pop americana e quasi sempre caratterizzati dal botta e risposta. Un ulteriore elemento a cui svariate categorie di spettatori possono facilmente identificarsi (me compresa). Il punto è, quindi, che Gilmore Girls ha insegnato a tutti che la normalità è interessante, anche se non è movimentata. E' il modo in cui viviamo la nostra quotidianità a rendere la vita stimolante e questa è una cosa che non troviamo in nessun altra serie. Personalmente, poi, Gilmore Girls mi ha fatto sentire orgogliosa di essere una secchiona fissata con i libri, perché mi ha dimostrato che anche io posso essere protagonista, anche quando tutti gli altri mi dicevano che potevo essere solo una comprimaria.

Duille


domenica 20 novembre 2016

Il valzer del toast: un monologo in due atti

Da fuori, sembrerà una persona qualunque in panetteria, in attesa del suo turno. Scruta attenta la vetrina, scegliendo il suo prossimo spuntino, o forse addirittura il suo imminente pranzo al volo. Ha l'aria distratta, sembra non accorgersi delle altre persone che le mulinano intorno, altrettanto distratte dalla ricca varietà di panini, focacce, pasticcini e prodotti da forno.
Una tra tanti, esattamente come gli altri. Se però si potesse scrutare cosa accade dietro gli occhi, sotto la cascata di capelli castani spettinati dall'elettricità statica del cappello, il verdetto sarebbe decisamente diverso. Ma, a differenza degli altri, che possono solo accontentarsi di osservare l'involucro epidermo-sociale di quella persona, noi possiamo miniaturizzarci e, passando attraverso l'orecchio, entrare direttamente nella sua mente, per guardare cosa succede. Ed allora scopriamo che quella persona silenziosa e distratta, apparentemente noncurante, in realtà è intenta in un lunghissimo monologo interiore a cui sembra fin troppo abituata.
"Allora, quando arriva il mio turno - aspetta, qual è il mio numero? Ah, il 37, ok - quando arriva il 37 chiederò un toast. Quali saranno le parole giuste? "Buongiorno, vorrei un toast al prosciutto". No, forse è meglio un "Salve, vorrei un toast al prosciutto". Ma no, salve è troppo generico, e poi da qualche parte avevo letto che è un termine rude, un po' ruvido. Non voglio mica sembrare maleducata! Allora "buongiorno" sia. "Buongiorno, vorrei un toast al prosciutto." O meglio, "buongiorno, potrei avere un toast al prosciutto?". La domanda suona meglio, è meno impositiva, ha un bel tocco di gentilezza, mentre la richiesta diretta ha un sapore di comando che deumanizza. E poi, rende anche antipatici! Chi sono io? Luigi XV? Siamo forse in un libro di Orwell? Se c'è una cosa che mi dà fastidio sono le persone scortesi. No, no, meglio la domanda. La domanda è carina. Ehi, ma a che numero siamo? 35? E io, che numero sono? 37? Sì, 37. Ok, attenzione, non distraiamoci che altrimenti perdo il numero e dovrò prenderne un altro. Perché figuriamoci se sarei in grado di scavalcare qualcun altro dopo di me perché mi sono distratta prima. Mi vergognerei troppo. Già mi vedo la scena: "Scusi, io ho il 37. Lo so che state già servendo il 38, ma non avevo sentito chiamare il mio numero. Toccherebbe a me." E intanto Mr. 38 mi squadra come uno squalo davanti ad un umano che gli ha tirato per sbaglio un calcio sulla testa. No, no! Non voglio neanche pensarci! Non riuscirei mai a farlo. E poi, che figura ci farei? Sono qui da almeno cinque minuti, come faccio a non sentire (o vedere, dato che c'è anche il tabellone), l'arrivo del mio numero? Passerei per la svampita di turno! Quindi sarà meglio fare attenzione per evitare questo tipo di scenario. Quanto manca al 37? Ma ero davvero il 37? Ah sì. 37. Dunque, quanto manca? Ancora due numeri? Ma il 35 sta svaligiando il negozio? Ah, no, ha finito. Sono passati al 36. Mamma mia, tra poco tocca a me. Che ansia! Calma, calma. Non ci agitiamo! Non è che stia per fare un discorso alle Nazioni Unite, devo solo fare una ordinazione. Un'ordinazione in panetteria. E poi, sto comprando un toast, mica un etto di cocaina. Di cosa devo avere paura? Ce la posso fare.
Allora, ripassiamo. "Buongiorno, potrebbe darmi un toast al prosciutto?" Ma poi, lo dovrò specificare che deve essere al prosciutto? Non è scontato? In fondo, i toast non sono fatti con prosciutto e formaggio? Non è che finisco col fare la figura della cioccolataia? Non vorrei beccarmi un commento sarcastico da parte della panettiera. Non lo sopporterei. Mi farebbe arrabbiare e vergognare terribilmente. E io non sono capace di rispondere per le rime. E poi non mi verrebbe in mente niente da dire. Rimarrei solo lì impalata a farmi prendere in giro. Una cosa decisamente da evitare, soprattutto visto che ho ancora un lungo pomeriggio da affrontare e non vorrei dovermi trascinare dietro questo senso di disagio. So benissimo che poi si spargerebbe a macchia d'olio per tutto il corpo. "Buongiorno, potrebbe darmi un toast, per favore?". Ecco, meglio. Il per favore finale, poi, è proprio un tocco di classe. Molto british. Ci sta bene. E poi aggiungerei un sorrisone a 32 denti. Oh, cavolo, il 36 sta pagando. Calma, calma. "Buongiorno potrebbe darmi un toast, per favore?" "Buongiorno, mi darebbe un toast?" "Buongiorno, potrebbe..." 
- 37!-
- Bluonffsohrno, mi dahjgrebbe un tolbkjlst? - 
- Certo. -
Qui urge una piccola incursione del narratore, che poi sarei io (Salve). Riavvolgiamo un attimo il nastro e usciamo per un secondo dalla mente della nostra protagonista e ripetiamo la scena vista da fuori. Giusto per chiarezza. Motore....Azione!
- 37! -
- Buongiorno, mi darebbe un toast?-
- Certo. -
Ecco, come vedete qui c'è stato un piccolo corto circuito dovuto ad un eccesso di adrenalina. Niente, di grave, da fuori nessuno se ne è accorto, ma cosa sta succedendo dentro? Torniamo a buttarci un occhio?
"Ma cosa ho detto? Non si è capito niente! Ho sicuramente balbettato e biascicato! Tutti avranno notato che ero agitata! Ma il "per favore" almeno l'ho inserito? Sicuramente no! Maledetta amnesia da ansia! E poi, guardatemi! Sono tutta rossa, mi sento le guance in fiamme, ho gli occhi fuori dalle orbite come una triglia dopo un'ora in padella! Per non parlare di tutta la situazione sotto le braccia. Una vasca olimpionica! Meno male che ho il giaccone perché adesso puzzerò come un paio di calzini vecchi! Ok, diamoci un minimo contegno. Ormai è andata. Adesso prendo qualsiasi cosa mi allunghi e scappo via. Prima pago però. Ci manca pure concludere questa esperienza a dir poco imbarazzante con un furto di toast. O di qualsiasi cosa abbia capito la commessa. Cavolo, perché sono un tale disastro?"
- Ecco a lei. Sono due euro e cinquanta.-
"Due euro e cinquanta. Ok, adesso li prendo e...NO! Il mio portamonete è vuoto! Ho solo un campionario di cinque centesimi! Le devo dare una banconota da venti! Quella minimo mi sputa in un occhio! Che vergogna. Va beh, diamoglieli. Adesso mi scuso per non avere moneta."
- Mi scusi, sono senza moneta. -
"Basta fare quella risatina da anatra! Mica siamo in uno stagno! Certo che però anche la commessa poteva almeno dire qualcosa. Io sono stata carina in fondo. Ah, ecco il resto. Fiuu! Finalmente è finita, adesso me ne vado con il mio toast e...aspetta un attimo. Ma è bruciato! Dovrei chiederle di cambiarmelo. Ok, adesso glielo chiedo. In fondo è un mio diritto. Ho pagato un toast, non del prosciutto tra due fette di carbone. Ma se si offendesse? Perché d'altronde le sto dicendo che il toast non va bene. Che non è un buon prodotto. Magari me lo tengo così. Basterà solo grattare via la crosta nera. No! No, la ragione è dalla mia. Questo toast è bruciato e io ne voglio un altro. Io ne esigo un altro. Con gentilezza, le chiederò un altro toast. Al mio tre, ok? Uno...due..."
- 38!-
"NOOOO! Ha chiamato il 38! Adesso come faccio? Non posso mica intrufolarmi così nel tempo dedicato ad un altro! E' troppo imbarazzante! Ecco, ho aspettato troppo! Ho perso tempo a farmi coraggio, a rimuginare e a convincermi e adesso la situazione si è fatta ancora più ansiogena. Stupida! Basta, me lo tengo così. Non è poi così bruciato in fondo. Ci sono giusto un paio di angoli scuri. Si può fare. Si può fare. L'importante è avere qualcosa da mettere sotto i denti. E poi, è un toast. Direi che è comunque una vittoria."
Saltiamo nuovamente fuori dalla mente della nostra protagonista giusto in tempo per vederla uscire dal negozio dopo aver dato un saluto frettoloso. Guarda dritto davanti a sé, tenendo il suo toast nel sacchetto. Appare tranquilla, ha solo la schiena un po' irrigidita, ma potrebbe essere dovuto al freddo. E' distratta, come tutti, probabilmente sta già pensando al prossimo segmento della sua vita. E' una tra tanti, esattamente come gli altri. O forse no?

Duille





domenica 13 novembre 2016

Pillole di bellezza: l'aviatore

Ho incontrato l'aviatore del Piccolo Principe. L'ho incontrato ad un semaforo stradale, mentre la mia vita procedeva immersa nella zuppa della sua routine. Era bello e romantico, nella sua giacca di pelle marrone pesante, con lo stemma disegnato sul lato del braccio sinistro. Lui attraversava la strada, e io lo guardavo sorpresa dall'interno dell'abitacolo dell'automobile. Non poteva avere più di cinque anni.
Aveva capelli castani, a caschetto, un taglio perfetto per indossare la cuffia da aviatore senza spettinarsi troppo, e l'elettricità nel corpo, come chi passa troppo tempo lontano dalle cose che ama. Forse stava andando a recuperare il suo aeroplano, in un angolo segreto e remoto della città, alla vista di tutti però, perché, si sa, la gente è così distratta che le cose gliele si possono nascondere alla luce del sole senza che loro neanche le notino. Ma io l'avevo visto, l'aviatore. Avevo visto lui e il violino che portava sulla schiena, protetto da una bella custodia nera. Chissà cosa ne avrebbe fatto, di quel violino. Magari avrebbe suonato una ninnananna alle stelle, per emozionarle al punto da farle brillare di notte per gli amanti nostalgici. O forse avrebbe iniziato una giga per permettere al vento di invitare le foglie secche a ballare. Avevo di fronte un aviatore musicista, qualcosa che il romanzo aveva tenuto nascosto. Un segreto, che dovevamo forse scoprire aprendo gli occhi? O un pezzetto di sé che l'aviatore aveva scelto di non raccontare? Ora me lo regalava, in quel passare pasticciato che è proprio dei bambini. Ma l'aviatore è generoso e anche a me ha voluto fare un regalo, come al Piccolo Principe. Io non avevo bisogno di una pecora, non avrei saputo dove metterla. Ma lui lo sapeva, sapeva di cosa avevo bisogno prima ancora che lo sapessi io. Voltandosi verso di me, in quella sua marcia allegra, mi ha guardata e mi ha salutata con la mano, sorridendo.
Aveva mani piccole e rotonde, perfette per un musicista volante. Io l'ho imitato e gli ho sorriso a mia volta, di quei sorrisi caldi e materni che noi adulti conserviamo gelosamente per i più piccoli, quei sorrisi di burro caldo e caramello che ci piace tanto regalare, ma che, chissà perché, doniamo sempre troppo poco. Ho agitato la mia piccola grande mano, una mano che si supponeva grande, ma che aveva scelto di mantenere le dimensioni infantili, forse nell'illusione di conservarne anche l'incanto. Di quell'illusione erano rimaste quindi solo le grandezze, mentre la vita si era portata via la morbidezza, scoprendo le nocche dure e tirando gli archi dei tendini. Le mani dell'aviatore bambino, invece, avevano ancora il candore dei cuccioli e le morbide forme delle fragole appena raccolte nel sottobosco. Il piccolo aviatore aveva però un altro regalo per me, un bel regalo inatteso, anche da un bambino: un bacio, lanciato in aria, come un fiocco di neve sfuggito alla sua nuvola. Un aviatore di cinque anni, con un violino sulla schiena e un bacio che spiccava il volo come un minuscolo coriandolo a forma di cuore. E' stato allora che ho capito di cosa avessi bisogno: stupore. Un vero momento di meraviglia, di quelli che ti fanno sentire un bel tepore nella pancia e che di colpo rilassano tutti i muscoli, perché non c'è più bisogno di tenere duro, di raccogliere tutti i pezzi insieme, non c'è niente da cui difendersi. C'è solo quel minuscolo aviatore violinista che, dall'alto dei suoi sessanta centimetri, ti insegna la vita.
Duille



domenica 6 novembre 2016

Capitolo XVI: Fisica della malinconia

Nel mondo letterario esistono tanti tipi di libri difficili. Ci sono libri con trame complicate, che si accartocciano su loro stessi rendendo ogni passaggio un argomento da decifrare; altri che hanno prose elaborate o parole altisonanti, evidenti esercizi di stile che li rendono pavoni da ammirare; altri ancora che partono da argomenti complessi e che solitamente regalano tomi da 1000 pagine. E poi ci sono libri difficili perché sembrano non avere una trama. Semplicemente fluiscono sotto gli occhi, mentre ci si chiede dove vogliano andare a parare.  
Sono creature totemiche, Sibille di cui capiamo le parole ma non il messaggio, pezzi di puzzle impressionisti di cui non cogliamo il disegno generale. Cosa mi stai dicendo? Dove stiamo andando? Da dove siamo partiti? E, soprattutto, chi sei? Questa è la domanda che mi sono portata in tasca per tutta la durata della mia lettura di Fisica della Malinconia, di Georgi Gospodinov. Si tratta di un libro irraccontabile, perché apparentemente senza trama. O almeno, così sembra perché, se ci si lascia sommergere dal testo, se si accetta di essere ospite nel corpo del narratore, se ci si concede di passare dall'"Io sono" all'"Io siamo", di colpo ci si ritrova in un labirinto dai molteplici corridoi, tutti da esplorare. Le tematiche profonde in questa opera si sprecano, si confondono, si camuffano, si nascondono per poi riapparire improvvisamente, talvolta ombre annidate nel sottotesto e talvolta manifesti urlati a squarciagola, che dimostra l'incredibile padronanza del mezzo da parte di questo autore. Ma la domanda resta: cos'è Fisica della malinconia? Partiamo dall'ovvio: è un lungo monologo, un soliloquio rivolto ad un pubblico di lettori. Non è solo un atto introspettivo o un'ostentazione di bravura (che, per inciso, ha a pacchi), ma un lascito. Gospodinov ha una grande umiltà di fondo, non s'improvvisa mai altisonante dio letterario da antico testamento. E' consapevole di spiazzare il lettore con un testo ostico e determinato a farsi comprendere, perciò, mano tesa, ci accompagna lungo questo percorso verso la fine del libro, regalandoci delle "stazioni di sosta" fuori pagina in cui riprendere fiato. Luoghi in cui l'autore sveste i panni di protagonista/narratore per tornare ad essere uomo, o meglio, padre accudente. Si tratta di un atto di amore su carta, un gesto di relazione che sposta il lettore dalla posizione di pubblico a quella di soggetto partecipante. In quanto monologo, si avvicina molto anche ad un testo teatrale, che va letto ad alta voce, facendo risuonare ogni parola; sembra quasi il testo stesso a chiederlo: "leggimi, recitami, parlami". E' poi il racconto di una vita, che inizia dalla nascita e termina con la morte, tutta vissuta nell'adesso, eppure con la strana consapevolezza che quell'adesso non esista più nel momento stesso in cui lo leggiamo, creando un delizioso paradosso temporale. Man mano che procediamo nella lettura, c'è una graduale sensazione di invecchiamento, una perdita di empatia, di meraviglia e fiducia e l'acquisizione di riflessione, nostalgia, malinconia e verità. E' contemporaneamente il racconto di una vita al singolare, quella di Gospodinov, e al plurale, quella di ogni creatura che nasce, nascerà o nacque e che è morta, muore o morirà, pur non morendo mai del tutto. Questa pluralità di vite che s'intrecciano è giustificata dallo splendido artificio letterario scelto dall'autore, l'empatia patologica del narratore, che lo catapulta continuamente da un corpo all'altro, da un tempo al precedente e da un'esistenza all'altra, sia essa quella del nonno, della zingara Rosalija o di una lumaca. Il libro diventa così la storia delle vite in una vita, come a suggerire che ognuno di noi sia l'intreccio degli incontri, dei ricordi tramandati, dell'impronta di memoria di chi ci ha cresciuto, educato o solo sfiorato.
E questo introduce un'altra identità dell'opera: Fisica della malinconia è infatti anche una capsula del tempo contenente le storie di coloro che non saranno ricordati, una collezione di attimi, di oggetti, di creature, l'eternizzazione di ciò che scade e va a male, della mela che marcisce e dell'uomo che muore. E' nel dettaglio che si annida la vita, ci dice l'autore. Gospodinov colleziona quindi storie in una matrioska di contenitori dentro altri contenitori. Il primo contenitore è il suo corpo e la sua mente, in cui raccoglie come biglie le storie in cui è caduto tramite la sua empatia o che ha comprato dalla bocca di altri; il secondo contenitore è la cantina piena di vecchi scatoloni carichi di pagine, quaderni, ritagli di giornale, maschere antigas, ottusità umana e meraviglia del sublime naturale; il terzo contenitore, il più importante, è il libro in cui ha racchiuso tutte le altre scatole immaginarie, la vera arca di Noè; il quarto inevitabile contenitore, infine, siamo noi lettori che, leggendo le sue pagine, diventiamo il nuovo guardiano di quello che è, è stato e sarà. Un brulicare di vite sparse in due occhi e in migliaia di neuroni, a cui si aggiunge la nostra storia, magari raccontata attraverso il post di un blog. Fisica della malinconia quindi è un ibrido, non è un genere puro, come dice l'autore, ma un labirinto in cui scegliamo quale corridoio percorrere di volta in volta, quale storia ascoltare per poi ricominciare da capo ad ogni nuova lettura, seguendo le assonanze con il nostro sentire in quel momento della vita. Così oggi potremmo seguire il filo di Arianna che ci porta nei percorsi della vita, nelle sue domande esistenziali, nei suoi antipodi che si scoprono sovrapposti, e domani potremmo invece cercare il Minotauro, l'uomo-animale, l'archetipo dell'abbandono, dell'emarginato, di un mostro che in realtà è solo un bambino. Tra due anni potremmo svoltare l'angolo e guardare l'umanità sciocca e violenta, incapace di cambiare anche dopo la fine del mondo, confrontandola con una specie così diversa, quella animale, e magari, tra cent'anni, finire per sbaglio in un corridoio che racconta il regime, la povertà, i libri letti di nascosto e le frasi di protesta intrappolate nelle mura di casa. Nel labirinto tutto è possibile, tranne rimanervi intrappolati. Il sapiente ed amorevole filo di Gospodinov ci aiuterà sempre a trovare l'uscita.

P.s. trovate una recensione davvero bella anche sul blog If you have a garden and a library you have everything you need: link blink!
Duille





"Da dove sappiamo, ad esempio, che le api non scrivono romanzi? Abbiamo letto almeno un favo di miele?" (p.195)

Visite

Powered by Blogger.

Post by mail!

Lettori fissi

Archivio blog