domenica 30 ottobre 2016

Quando il karma è alla stazione del treno...

Le nostre giornate sono costellate da piccole sfortune quotidiane, imprevisti che, a seconda dei giorni, viviamo come catastrofici segni del destino, simpatiche disavventure che diventeranno prontamente succosi aneddoti futuri oppure la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso di una giornata già fin troppo piena di sfighe. C'è però una cosa che pacifica tutti: le sfighe indirette. Quelle sfighe, cioè, a cui assistiamo ma di cui non siamo minimamente protagonisti, ma piuttosto semplici spettatori o, al massimo, ulteriori involontari bastoni tra le ruote dello sfortunato di turno. Sono quelle situazioni in cui, onestamente e senza malizia, ce la godiamo come Poldo davanti alla sua pila di hamburger.
Qualche giorno fa mi sono ritrovata in una situazione del genere: stavo tornando a casa dal mio tirocinio, ero in anticipo rispetto all'orario di partenza del treno ed avevo quindi tutto il tempo per comprare il biglietto alla macchinetta distributrice (la biglietteria è off limits per la mia ansia sociale). Quando sono arrivata, avevo davanti una coppia di ragazzi che stavano trafficando con il display nel tentativo di fare un biglietto per chissà dove. Dietro di me, pochi secondi dopo il mio arrivo, si è invece piazzato un uomo, vistosamente agitato. Ho supposto che fosse in ritardo e rischiasse di perdere il treno, supposizione che si basa sull'unica legge dell'insiemistica in vigore nelle stazioni ferroviarie:  quella dell'orologio. Di solito infatti alla stazione del treno ci sono due evidenti categorie umane: quella del viaggiatore che è in largo anticipo (e se la prende comoda) e quella del tizio che è in ritardo (e deve correre anche se non può fare altro che aspettare), più due categorie bonus, ovvero quella dell'imbranato (che si ostina ad utilizzare strumenti complessi senza esserne capace) e l'adolescente. Quest'ultima è una categoria che meriterebbe un discorso a parte, ma per le nostre esigenze vi posso dire che, generalmente, l'adolescente è lento, caciarone ma con un offertorio di monetine sempre a portata di mano e una conoscenza adeguata dello strumento tecnologico, che riduce la sua naturale bradipia giovanile. L'uomo in questione dietro di me apparteneva probabilmente alla categoria "in ritardo", a giudicare dall'elettricità statica che emanava dalla pelle, rendendolo simile ad una sfera al plasma. Purtroppo per lui, però, davanti aveva me, rappresentante della categoria "in anticipo" e, ancora peggio, la coppia che stava ormai litigando con il distributore, chiaramente appartenente alla categoria bonus degli imbranati. I due ragazzi stavano infatti tentando l'impresa più ardua che si possa affrontare in una stazione del treno: usare il bancomat al distributore. Nella mia lunga vita di viaggiatrice, ho visto molti tentare e fallire in questa utopica missione di trasportare il mondo ferroviario al XXI secolo.
D'altronde, se ci pensate bene, è di per sé anacronistico tentare di aggiornare una realtà di trasporto come questa, che non ha mai cambiato le sue logiche di movimento dal 1800. Comunque, anche i due novelli Giasoni davanti a me hanno tentato la sorte, sfidando il drago meccanico nel tentativo di conquistare il vello d'oro che gli avrebbe permesso il ritorno a casa, ma, come tutti gli altri prima di loro, hanno fallito miseramente, non però senza aver perso tonnellate di tempo nel tentativo di capire i vari come e perché. Ho notato che, quando le cose non vanno come vogliamo, ci piace improvvisarci filosofi, vai a sapere perché. Fatto sta che, mentre loro filosofeggiavano sui grandi interrogativi della vita e dei bancomat, il ritardatario dietro di me sbuffava come un torello, agitandosi sempre di più e iniziando ad accennare dei passi da tiptap sul posto. Dal canto mio, mi ero calata alla perfezione nel mio ruolo di viaggiatrice in anticipo, scribacchiando su WhatsApp e godendomi la scena. Finalmente i due imbranati hanno accettato l'inevitabile, ovvero che mai quella macchinetta avrebbe accettato una tavoletta di plastica come metodo di pagamento e, sgomenti e confusi, se ne sono andati. Era giunto il mio turno. Mentre iniziavo a fare il biglietto, il torello elettrostatico si è piazzato accanto a me, giusto un centimetro oltre la linea di confine del mio spazio personale e un passo prima del mio legittimo vaffanculo (gli spazi personali sono sacri, SACRI!). E da questo momento, è iniziato un piccolo saggio di danza non richiesto: Io indicavo la stazione di partenza, lui sbuffava, io segnalavo la classe in cui volevo viaggiare, lui trotterellava sul posto, io recuperavo la stazione di arrivo, lui si avvicinava di un millimetro per sottolineare la sua presenza (come se fosse necessario). Ammetto che a quel punto iniziavano a girarmi parecchio le scatole, primo perché quest'uomo era ad un tiro di schioppo dallo sconfinare nella mia zona di incontaminabilità, cosa che avrebbe reso lecito il suo abbattimento a colpi di pallettoni, secondo perché per tutto questo tempo si era improvvisato toro, ballerino di tiptap, sfera al plasma e invasore barbarico ma non gli era neanche venuto in mente di interpretare il ruolo del viaggiatore e chiedermi gentilmente di scavalcare la fila. Così, non solo ha rischiato di perdere il treno, ma si è anche lasciato sfuggire un'occasione di ricevere una carezza emotiva camuffata da gentilezza.
Il toro ha infatti voluto essere l'uomo che non deve chiedere mai e, diciamolo, il karma l'ha punito doppiamente per questa scelta. Infatti, casualmente, quel giorno non avevo moneta per pagare i miei miseri 2.50 €, quindi ho dovuto ricorrere alla banconota. Posso solo immaginare la faccia del toro quando mi ha visto sfilare 10 € dal portafogli. Immagino una scena al rallentatore, la mia mano che solleva una traumatica banconota ghignante, mentre gli occhi del toro strabuzzano di terrore davanti a quella Cassandra di carta che gli comunica il suo prossimo futuro di attese in stazione. Immagino la sua mandibola contrarsi mentre la banconota sparisce, risucchiata non senza fatica dal distributore, consapevole che si è solo all'inizio di questa odissea fatta di stampe e di resti. Ma mai quella mandibola avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe accaduto. Per la prima volta, in tutta la mia vita, la macchinetta si è trovata a corto di spicci proprio sugli ultimi cinquanta centesimi. Così, dopo avermi sganciato i primi 8 € in monete umanamente accettabili, ha sferrato il suo colpo, restituendomi gli ultimi cinquanta centesimi in una cascata di cinque centesimi. Praticamente, ha svaligiato un offertorio ecclesiastico! Io ero evidentemente divertita da questo tintinnare di monete che sembrava una pantomima di vincita alle slot, ma suppongo che il tizio accanto a me stesse ormai fumando di frustrazione. E la cosa non deve essere migliorata quando mi ha visto tuffare le mani nella taschina del resto pescando monete come un orso in caccia di salmoni. Ho dovuto raccattare dieci monete da cinque centesimi, tutto sotto gli occhi ormai scoppiati del toro in ritardo. Voi chiamatela pure casualità, io lo chiamo karma. Karma positivo per me, perché mi sono fatta due grasse risate interiori alla faccia sua, e karma negativo per lui, perché temo che alla fine, quel treno l'abbia irrimediabilmente perduto. Come Cassandra aveva previsto.
Duille


    
domenica 16 ottobre 2016

Mucche in altalena

A volte, quando mi capita di trovarmi davanti ad un'altalena, mi viene in mente come il suo movimento sia simile alla guerra interiore che anticipa ogni evento, grande o piccolo che sia, di noi ansiosi sociali e che è comunemente chiamata Ansia anticipatoria (alias:Voldemort, Sauron, Charles Manson, i cavalieri dell'apocalisse, e, personalmente, i burattini).  
Forse sarebbe più appropriato associarlo ad una montagna russa, ma, non vogliamo mica essere scontati, vero? E poi, le montagne russe hanno sempre un alone di eccezionalità, quell'emozione vertiginosa che capita una volta ogni tanto e per di più in condizioni eccezionali, mentre qui si parla di crisi interiori che sono all'ordine del giorno, come la cimice che finisce sul letto proprio mentre stai dormendo, o, appunto, come quelle piccole seggioline volanti che vanno forte (in tutti i sensi) nei parchi giochi. Quindi, altalena. L'altalena sale e scende, dondolando vertiginosamente tra il cielo e la terra. In un attimo, stiamo per toccare una nuvola ed il secondo dopo abbiamo il naso ad un palmo dal pavimento, per poi riprendere slancio e, in quell'attimo di rincorsa all'indietro, avere una visione a volo di uccello del probabile schianto a cui potremmo andare incontro se qualcosa andasse storto. La terra, si sa, è dura, è solida, è potenzialmente mortale, soprattutto a quella velocità. E noi non abbiamo neanche un paradenti per evitare la nostra subitanea trasformazione in succhiafrullati. Ma quindi, cosa c'entra l'ansia con le altalene? L'altalena, semplicemente, è una versione reale dell'ansia anticipatoria, la vera bestia nera con cui ci confrontiamo ad ogni nuova scadenza sul calendario. Sappiamo di essere al sicuro su quella seggiolina, eppure, chissà perché, siamo convinti che fare testamento prima di salirci non sarebbe stata poi una così cattiva idea. L'altalena, uno strumento per bambini, un simulatore di volo, per noi puzza un po' troppo di morte violenta con necessario calco dentale per identificare il corpo. Ma lasciatemi spiegare meglio. Appena avvistato l'obiettivo (una festa, un impegno lavorativo, una visita alla gastronomia del paese), eccoci scomodamente seduti sulla nostra altalena, le mani artigliate alle fredde catene di metallo, vero simbolo della nostra prigione di paure, e le gambe che penzolano, impossibilitate a raggiungere il suolo. A questo punto, iniziamo a pensare. Ed è l'inizio della fine. Siamo animali da terra, pensiamo, come le tartarughe e i lombrichi. O le mucche! Ecco, noi siamo delle mucche. Ci piace stare con i nostri zoccoli belli poggiati sul pavimento, brucare la nostra erba e goderci il venticello delle montagne. Non chiediamo mica tanto. E allora, cosa diavolo ci facciamo sedute su un'altalena? Perché dobbiamo lanciarci in questa simulazione di volo? Mica abbiamo le ali! E poi, chi lo vuole un cambiamento? Stiamo benissimo così! Siamo serene, felici, sì certo, un po' annoiate, e può darsi anche che ci siamo perse un paio di volte a guardare l'orizzonte con sguardo trasognato, ma erano solo sogni! Siamo a posto, grazie. Davvero.
Eppure, eccoci lì, senza sapere come ci siamo finite, tra l'altro. "Sei seduta comoda?" domandano da qualche parte dietro di noi. "Sì", muggiamo poco convinte. "Allora partiamo!" Una presa decisa inizia a trascinarci indietro, vediamo le zolle d'erba susseguirsi ed allontanarsi, mentre ci rendiamo conto di quanto siamo drammaticamente fuori dal nostro elemento. Questa è la parte in cui abbiamo una bella panoramica dello schianto a cui andremo inevitabilmente incontro. Ed allora partono i pensieri di panico. "Non ce la farò mai! Guarda quanto sono in alto, mi schianterò sicuramente! Non sono pronta, non ho le competenze necessarie per affrontare questa cosa! Morirò! Morirò sicuramente! E morirò pure male! Mi schianterò al suolo, diventerò un hamburger, carne trita, marmellata di mucca! Oppure, morirò di paura! Infarto in volo, esplosione del cuore! Il punto è che sicuramente morirò! Oppure, peggio! Potrei rovinare a terra e sopravvivere! Farò una figuraccia davanti a tutte le altre persone che sono qui davanti a me! Diventerò lo zimbello della situazione! Una bella barzelletta da raccontare alle feste. Una cosa del tipo 'Oh, ti ricordi di quella volta che la mucca sull'altalena si è schiantata? Che sfigata! E dire che era così semplice, bastava restare attaccata con il sedere al sedile e le mani sulle catene. Ci sarebbe riuscito anche un marmocchio. Povera scema! Anzi, chiamiamola Scemucca!' E via di sghignazzi da far arrossire anche un cesto di ciliegie!" Ma ormai non c'è più niente da fare, non si può più tornare indietro. La presa dietro di noi si allenta e iniziamo a scivolare su quella minuscola tavoletta di plastica agganciata per grazia divina a due perni che potrebbero cedere in qualsiasi momento. L'occhio sgranato, ci lasciamo scappare un muggito di terrore che squarcia il silenzio della nostra mente, e per quanto lo vorremmo, non riusciamo proprio a darcelo, un contegno! Stiamo volando verso il suolo, Santo Cielo, e non abbiamo neanche fatto testamento! Siamo troppo giovani per morire adesso, abbiamo una lunghissima lista di cose da fare, posti da vedere, sogni da realizzare! Morire adesso significherà sicuramente diventare fantasmi con questioni irrisolte che vagano sulla Terra infastidendo i vivi! Sfiga nella sfiga! Oh Dio! La terra si avvicina, il cuore rimbomba impazzito nelle orecchie, AIUTO, NO, non vogliamo farlo. NON VOGLIO MORIREEEE!!! MUUUUU!!! E poi, d'un tratto l'altalena vira verso l'alto e lo sguardo si perde nell'azzurro del cielo, nelle nuvole bianche e in quei passerotti che ci guardano ammiccanti. Siamo in cielo e la sensazione, strano a dirsi, non è poi così male. Siamo in una terra piena di promesse, senza recinti, senza confini, con passerotti che ci guardano lascivi (un po' troppo forse) e lepricani che preparano la pentola di monete d'oro da collocare alla fine dell'arcobaleno. 
Ma sì, in fondo, ce la possiamo fare! Siamo forti, siamo coraggiosi, abbiamo tante risorse, e poi, volare non sembra neanche così difficile! Basta sbattere le ali, e noi le abbiamo, le abbiamo, cavolo, come tutti gli altri! E che nessuno dica il contrario! Questo cielo sembra fatto apposta per noi, con le sue nuvole e i suoi spazi pieni di possibilità, è proprio la cosa giusta per noi. Quante cose potremo fare in mezzo a quei prati azzurri! Potremo finalmente sfruttare quelle lezioni di ballo prese quando eravamo solo vitellini, per esempio. Oppure potremmo dipingere di rosa le nuvole, così da accordarle ai colori del tramonto. L'abbiamo sognato così tante volte, abbiamo così tante idee, perché non provarci? Sì, ce la faremo, è questo il nostro posto. Siamo delle mucche volanti. Siamo Muccalla! Ma poi l'altalena dell'ansia scende di nuovo e la paura riappare, il cielo ci sembra troppo grande e magnifico per mucche come noi, il vento scivola lungo il nostro corpo e ci fa fischiare le orecchie. Ma a cosa stavamo pensando? Noi saremmo delle Muccalla? Per favore! Siamo animali da terra, non potremo mai aspirare a toccare quelle nuvole, noi mangiamo, digeriamo, evacuiamo e via di nuovo. Questo è tutto. Dobbiamo accettare il fatto di essere destinate ad un pezzetto di prato e un recinto, ad una vita di esistenza ignota, perché siamo davvero delle Scemucche. Dipingere le nuvole? E con che abilità? Non abbiamo mai neanche tenuto in mano un pennello. E la danza? Sono passati così tanti anni che ci copriremmo solo di ridicolo a ballare in quei cieli. E mentre ondeggiamo indietro, ci convinciamo che tutto quello che abbiamo sognato mentre eravamo lassù erano solo utopie, sciocche fantasie che non c'entrano niente con la realtà. Noi siamo delle creature senza potenzialità, se non quello di finire un giorno in un panino. Ma a cosa stavamo pensando? Noi? Nel cielo? Ma per favore. Con lo sguardo ci ritroviamo a fissare la stessa zolla di erba che avevamo visto all'inizio, che ora appare più triste, più grigia, ma comunque sempre rassicurante. E' a quella zolla che apparteniamo, non prendiamoci in giro. Ma di nuovo, la terra ci sguscia sotto gli zoccoli e di nuovo ci ritroviamo catapultati all'indietro, allontanando la terra che avevamo appena ritrovato, e ancora una volta sale la paura, come il mercurio in un termometro. E si ricomincia da capo. Avanti e indietro, il nostro cuore che fa gli straordinari per stare dietro a tutte quelle emozioni impazzite ("Oh, mucca, ma che succede? Guarda che qui mica siamo ad un concerto heavy metal! Datti una calmata e scegli una emozione sola, non centocinquanta!"), e la nostra mente che va a duemila passando dal trittico dell'ansia anticipatoria: paura-speranza-disillusione e poi via da capo. Un sandwich da far venire il vomito. Altro che montagne russe! Ma quando finalmente ci chiediamo chi ce l'abbia fatto fare, chi ci spinga sempre più in alto e poi sempre più in basso, quando finalmente ci schiodiamo dai nostri loop egocentrici di pensieri e ci voltiamo cautamente a guardare la forza centrifuga che ha fatto iniziare tutto questo tira e molla, scopriamo noi stessi che, zampe aperte, ci stiamo spingendo da soli. Ah, allora sei stato tu, maledetto! No, aspetta, sono stata io...maledetta? Siamo noi? Noi che ci incasiniamo la vita? Ma cosa significa? Beh, ce lo dico io, care mucche. Il punto è che noi siamo sia Muccalla che Scemucche. Possiamo fare tutto, imparare tutto, volare nel cielo e dipingere le nuvole. L'unico problema è che siamo così sceme da continuare a starci a sentire. O forse, più che sceme, abbiamo una paura del diavolo. Ma sapete una cosa? Fortunatamente, oltre a noi che ci friggiamo il cervello a furia di ansia, c'è anche lei, la nostra copia che ci spinge, a ricordarci che possiamo fare più di quanto crediamo. E per quanto la odieremo (oh, sì, la odieremo profondamente), lei è la cosa più bella che abbiamo. Siamo noi, senza paura delle altalene.
Duille


domenica 9 ottobre 2016

Il silenzio di Fuocoammare

Ci sono storie che, per essere raccontate, esigono il silenzio. Nessuna musica, nessuna colonna sonora a commuovere, nessuna voce fuori campo. Solo il silenzio e, naturalmente, il rumore del mare. Perché alcune storie sono così piene di tutto, del mondo fuori, fatto di salsedine e pelle bruciata, e del mondo dentro, fatto di gioia, dolore e speranza, che l'unica cosa importante è avere gli occhi aperti e l'armatura abbassata.
Queste sono le uniche indicazioni necessarie per capire cosa Fuocoammare sia: uno sguardo puro su un frammento di mondo che, per essere compreso, esige di essere nudi davanti allo schermo. Vincitore dell'Orso d'oro come miglior film al festival di Berlino e futuro rappresentante italiano agli Oscar 2017, Fuocoammare è un film di connessione: unisce i pezzi di un Italia che si ostina a dividersi in compartimenti stagni, sostenuto dai media che propongono "il problema dei profughi" come qualcosa d'altro, separato e spesso distante, che non ci riguarda davvero. Il film, invece, prende quel pezzo di puzzle e lo rimette al suo posto, all'interno del cerchio della vita di un popolo, quello italiano, ricordandoci che quella che vediamo non è la loro storia, ma la nostra. Perché, nel momento in cui queste persone arrivano nel nostro mare, diventano parte di noi, entreranno nei nostri libri, nelle nostre conversazioni, nella nostra politica ma, soprattutto, nei nostri occhi e nella nostra anima. Fuocoammare restituisce il fuoco ad un fenomeno che tendiamo ad ignorare, spesso per proteggerci dal dolore, a volte per paura, troppo spesso per quel pungente senso d'impotenza che ci divora dentro e che ci spinge a voltare la testa. Ma quindi Fuocoammare è un racconto sui profughi? No, è la storia di Lampedusa, fatta di sbarchi disperati sui barconi fatiscenti, sguardi gravi che hanno finito le lacrime, di uomini morti e uomini vivi, di identità rappresentate solo da un numero ed un luogo di origine, ma è anche la storia di Samuele, che cresce nella sua terra costruendo fionde e lottando con un occhio pigro, della signora Maria, che pulisce casa e prenota canzoni alla radio locale, di Francesco, che si tuffa in cerca di ricci nel mare mosso dell'isola, e di nonna Maria (un'altra Maria) che, mentre rammenda, racconta a Samuele della guerra e di quando i razzi luminosi lanciati in aria facevano brillare il mare di rosso, come fosse infuocato.


Fuocoammare è il ritratto dell'isola in un'epoca precisa, e fatta dell'intreccio di tradizioni, di storie, di cultura, di canti e di vite con origini geografiche diverse ma tutte unite dal mare, che uccide ma che è anche fonte di speranza. Speranza di lavoro per i Lampedusani, tradizionalmente destinati a diventare marinai, e speranza di una nuova vita per i profughi che si ritrovano ad attraversarlo. Vite che inevitabilmente s'incontrano, come nel caso del medico Pietro Bartolo, che dirige il poliambulatorio locale, occupandosi di Samuele e della sua ansia, e salvando vite africane o, più spesso, cercando di dare un nome ai cadaveri di chi, in quel mare, ci è morto. Singole vite che s'intrecciano quindi, talvolta di sfuggita, talvolta toccandosi, ma tutti uniti dal mare, dalla speranza. E dal silenzio.
Perché in questo film l'immagine è tutto e la parola perde consistenza fino ad estinguersi nel ruggito del mare, nel vento tra gli arbusti, nella selvaticità della natura lampedusana, assumendo i tratti di un documentario naturalistico, che osserva l'animale uomo senza commentarlo, perché di questi animali comprendiamo ogni sfumatura. Così ogni spiegazione diventa superflua, stona come potrebbe stonare la musica e si preferisce mostrare senza abbellire o imbruttire. Verità in fotogrammi mobili. In fondo, è tutto così dannatamente evidente che mi domando se ci sia davvero bisogno di dire altro. Non è chiaro lo sguardo del medico mentre racconta lo strazio delle autopsie fatte ai bambini deceduti per identificarli? Non è evidente la stanchezza, la fatica grave, come i tasti neri di un pianoforte, nei corpi degli addetti della Guardia Marina che si stagliano davanti al mare, infagottati nelle loro tute bianche, in una rassegnata e spossata attesa del prossimo salvataggio? Non è palese la storia di tormenti incrostata sul corpo di quell'uomo africano che respira a fatica sul pavimento della chiatta di salvataggio? Non è straziantemente chiaro il dolore su quel petto che si solleva e abbassa compulsivamente, come se cercasse di aggrapparsi alla vita in quei pochi, faticosi respiri? Il sale delle lacrime che si mischia al sale del mare, non è forse tragicamente familiare? E il pianto disperato della donna seduta in mezzo ai salvati, distrutta pur essendo viva? E' davvero importante sapere perché pianga? Conta davvero sapere chi ha perso? Non è incredibilmente facile capirla, pur non sapendo nulla di lei, pur riconoscendola come "altro da sé", come diversa? Fuocoammare ci ricorda l'ovvio, ovvero che siamo tutti esseri appartenenti alla stessa specie, ci capiamo senza parlare perché condividiamo lo stesso codice emotivo, perché siamo fatti della stessa fibra di carne e sangue, perché abbiamo una genetica comune adattata ad ambienti diversi. Siamo uguali e per questo ci capiamo senza bisogno di spiegazioni. Basta guardare. Basta guardarci. Alla fine, tutto si riduce a questo: rimettere tutto a fuoco, una terra, una nazione, delle vite, una specie. Ed è ancora Fuocoammare, o forse, anche un po' Fuocoamore.

Duille


sabato 1 ottobre 2016

Quando arrivò il primo giorno di università...

L’imminenza di ottobre, quest’anno, mi ha reso nostalgica. Ora che sono neolaureata, ovvero disoccupata e con un titolo che al massimo potrà fare bella figura su un muro della mia cameretta, non dovrò più iniziare i corsi, quindi niente più corsa alle fotocopie, niente quarto d’ora accademico e niente annegamenti in scartoffie burocratiche che ti fanno rimpiangere di essere nato.
Ma, mentre questa settimana mi dilettavo in questo crogiolo di deliziosa melanconia, si è palesata in me questa domanda: vi ho mai raccontato del mio primo giorno di università? Una domanda alla papà castoro, ve lo concedo, ma che apre le porte ad uno dei miei tragicomici ricordi di vita, comici adesso, ma vi assicuro, assolutamente tragici all’epoca. La mia esperienza di avvio universitario è stata, ovviamente, traumatica: direi che, a livello emotivo, è paragonabile alla sensazione provata da Maria Antonietta all’annuncio che il suo collo di lì a poco non sarebbe più stato gravato dall’ingombrante peso della sua testa. Neanche a dirlo, di questa deliziosa sfumatura emotiva devo ringraziare lei, l’ansia sociale, che mi ha sempre fatto da Vermilinguo in tutti i migliori momenti della mia vita, rendendoli immediatamente i peggiori, come un cupcake al gusto “rutto di orco”. Prima di tutto, dovete sapere che il mio primo giorno di università fu formato da due giorni (due giorni di passione, nel senso biblico del termine), nessuno dei quali coincise con il primo giorno ufficiale. Mi spiego meglio: il mercoledì di quella settimana era previsto un “incontro di orientamento” per le matricole di psicologia che, secondo la mia logica, doveva essere la mattinata inaugurale dei corsi, i quali, sempre secondo la mia logica, sarebbero quindi dovuti iniziare il giorno dopo. Mi recai quindi all’incontro in modalità omino di latta caricato a polvere da sparo: occhi sgranati, cuore a tamburo, corpo ridotto ad un ciocco di legno, elettricità endovenosa e ascelle trasformate in doccioni di Notre Dome. Normale amministrazione per un’ansiosa sociale, come sappiamo. Dell’orientamento non ricordo quasi nulla, ad essere sincera, il che mi fa presupporre che fosse utile quanto un colino in mezzo al deserto, ma ero comunque vagamente fiera di me per essere riuscita a presentarmi senza farmi esplodere le coronarie. La situazione però precipitò quando sentii questa conversazione (liberamente ispirata all’originale) arrivare da alcuni colleghi davanti a me:
- Allora, hai già recuperato i libri che ci hanno consigliato ieri? –
- Ma va, mica ho avuto tempo! Hai visto che orari avevamo? E oggi pomeriggio abbiamo ancora lezione fino alle sei, mi sa che in libreria ci andrò nel weekend. –
- Come prima settimana di lezione, è stato un casino. –
Da quel momento, signori, il panico: urla nelle strade venose, saccheggi di televisori nei negozi, paranoiche cellule che finalmente tiravano fuori le chiavi del bunker antiatomico in cui avevano immagazzinato montagne di scatolette per gatti, le autorità corporee che non riuscivano a gestire l’ondata di paura dilagante e qualche sparuta cellula ad un passo dalla mitosi che, fumandosi l’ultima sigaretta, annunciava uno sconfortante “tanto moriremo tutti”. Una situazione alla the day after tomorrow in cui tutto il sistema generale andò in tilt lasciandomi irrigidita come un ghiacciolo all’anice, gli occhi vitrei tipo bambino davanti ad un’animella, il  cuore che dallo stupore smise di pompare e i polmoni che, non sapendo cosa fare, pensarono bene di trattenere il fiato, collaborando alla mia trasmutazione in statua vivente. Il mio cervello a quel punto entrò in azione attivando la sirena delle calamità naturali e convocando il consiglio di gabinetto per salvare il salvabile e portarmi a casa prima del crollo delle ultime dighe e la mia conseguente digievoluzione in urlo di Munch.
Tutto ciò perché avevo appena scoperto che le lezioni erano già iniziate da quel lunedì e quindi io, matricola fresca di diploma e con l’aggravante di una psiche solida quanto uno stuzzicadenti che sorregge un elefante, avevo già perso tre giorni di lezione. Tre giorni di lezione che, nella mia mente bacata da ansiosa, sentenziavano irrimediabilmente la mia morte sociale, il rogo di ogni mia speranza di integrazione, un destino da emarginata sociale che mi avrebbe reso presto una barbona senza amici e senza libri. Mentre il gabinetto di guerra cercava di radunare le forze per non farmi abbandonare dal sistema muscolo-scheletrico, l’ansia sociale naturalmente sguazzava nella situazione bullizzandomi senza pietà, ricordandomi come questa fosse la dimostrazione del mio essere un fallimento come persona, studentessa e portatrice di cervello e snocciolandomi un futuro apocalittico, fatto di attacchi d’ansia ad ogni nuova lezione, di solitudine, di sessioni d’esame a cui non mi sarei presentata, per finire con un abbandono definitivo della mia incipiente carriera accademica e successivo eremitaggio sotto la scrivania come un pipistrello particolarmente grosso. L’ansia mi dava tre mesi di vita come studente, e vi assicuro, io le credetti. Il mio sistema di emergenza brevettato però riuscì nell’intento di farmi arrivare tra le mura domestiche senza troppi effetti collaterali: solo una faccia della consistenza e del colore di una mozzarella e le sopracciglia che tentavano di rappresentare un’iperbole del mio stato interiore in forma grafica. Passai tutto il pomeriggio di quel giorno a piangere sul letto, rannicchiata a gamberetto, ripetendomi tra una tirata di naso e uno strombazzamento nel fazzoletto che non ce l’avrei mai fatta, che ero una fallita e che ero pazza a pensare che sarei riuscita a combinare qualcosa di decente nella mia vita che andasse oltre al piangere o al fungere da cavia per qualche esperimento per combattere l’ansia. In realtà, visto da fuori penso che si capisse molto poco di quello che stavo dicendo, dato che la mia voce aveva la consistenza di quella emessa da un cellulare nel bel mezzo di una galleria, ma vi assicuro che l’effetto era tutt’altro che piacevole.
Il giorno dopo la situazione era da postumi di una sbronza: occhi a panda, sguardo stanco, capello depresso e un’intera giornata di lezioni davanti, la prima della mia carriera per me, la quarta per tutti gli altri. Avevo il morale a terra, il mio inizio universitario era stato quanto di più disastroso potesse esserci al mondo e i miei livelli di autostima erano ai minimi storici. Tenendo conto che, anche nelle mie giornate migliori, il mio stimometro non superava i livelli di uno studente a cui avevano calato i pantaloni davanti alla classe, direi che ero messa proprio male. Ero in piena sindrome post traumatica e dovevo ancora iniziare! “Siamo messi bene”, pensai. Nonostante ciò, ormai mi ero iscritta, avevo fatto un esame e avevo pagato la retta, quindi non sentivo di avere molta scelta: dovevo andare a lezione. Mi caricai la mia ansia sulle spalle e andai a seguire le prime lezioni della mia vita, rassegnata al mio destino di dolore. I pronostici dell’ansia erano chiari: niente amici, niente successi accademici, fiorire di attacchi d’ansia, brufoli e senso di inadeguatezza, e alla fine della mattinata sembrava proprio che Nostradamus ci stesse azzeccando. Ricordo che, in attesa dell’inizio della lezione del pomeriggio, sedevo sui gradini antistanti l’aula guardando le persone intorno a me, alla ricerca di qualche anima solitaria che, in quattro giorni, non fosse riuscita ancora ad inserirsi. Cercavo i classici disadattati che potessero considerare pittoresca la mia continua tremarella e la mia faccia da cucciolo di foca. Analizzavo i miei compagni ai raggi x, facendo una stima della loro inaccessibilità (perché fare una stima dell’accessibilità significava darmi già troppe chance, chance che, ricordo, non avevo in quanto marcata dalla lettera scarlatta della sfigaggine innata). Quando si sono aperte le porte dell’aula, sono stata una delle prime ad entrare, solo per scoprire che il professore era in ritardo e quindi avremmo dovuto aspettare. Nel momento in cui mi girai per andarmene, finii letteralmente addosso ad una ragazza con una maglia giallo canarino e ricci castani. In quel momento, la disperazione deve aver preso il sopravvento, perché mi ritrovai a parlarle, spiegandole la situazione e, miracolosamente, io non morii e lei non scappò come se avesse visto lo yeti. Anzi, si mise  a chiacchierare con me e nel giro di un nanosecondo scoprii che anche lei aveva fatto l’errore di confondere l’incontro di orientamento con il primo giorno e, a peggiorare le cose, aveva saltato anche la lezione del mattino, a cui avevo preso parte, perché aveva sbagliato l’aula. Era riuscita a fare peggio di me, senza l’aggravante della crisi isterica nelle segrete di casa a cui io invece mi ero abbandonata. E’ stato quindi a partire da un errore che ho conosciuto quella che è poi diventata la mia migliore amica, che ho poi ribattezzato Dory, per evidenti motivi. Questo episodio mi ha insegnato una lezione importante: un errore può essere un’opportunità e, in quanto potenziale vantaggio, cessa in automatico di essere un errore. Non vi preoccupate però, ho allegramente ignorato questa lezione per il resto dei miei anni accademici.

Duille




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