lunedì 25 aprile 2016

Con un po' di amaro in bocca

Ogni anno, il 25 aprile, si festeggia il giorno della liberazione dal giogo nazifascista in Italia. E' un giorno simbolico, un giorno di memoria e di ringraziamento, un giorno di grandi pulizie di primavera, potremmo dire, in cui si rinfrescano i ricordi, si fa uscire la coscienza morale dall'armadio e le si da' una bella spazzolata, un giorno in cui si fa un giro di lavatrice al senso di giustizia e si lucida il rispetto con una buona dose di olio di gomito. 
Oggi però, sinceramente, non mi sento molto in vena di festeggiamenti. Ho un po' di amaro in bocca, a dirla tutta. Forse sono stata colta da un attacco di cinismo primaverile, una specie di febbre da fieno dell'idealismo, che mi fa smocciolare il naso cerebrale di disillusione e tappa il respiro dell'entusiasmo o forse, più probabilmente, in questi ultimi mesi mi sono arrivate un po' di docce fredde, schiaffi di realtà che mi hanno fatto riflettere sul senso di questo festeggiamento nell'attuale contesto storico. Quello che ho sentito e visto in questi mesi è il lento fallimento del cuore di questo 25 aprile, che si è arenato su una spiaggia come una vecchia balena che ha scambiato un sonar militare per un'orca in fame chimica post cannetta. I nostri padri, nonni o bisnonni che siano, hanno combattuto per una cosa sola: la libertà. La libertà dall'oppressione, la libertà di essere e autodeterminarsi, la libertà di conoscere, di avere una propria opinione e non morire per questo, la libertà di decisione e la libertà di essere fratelli anche quando si indossavano bandiere diverse. Un unico popolo, quello italiano, e un unico genere, quello umano. Ciò che invece vedo io, in questo 2016, è un paese che si è un po' lasciato andare, come uno di quei mangiatori di hot dog professionisti che rinunciano allo sport perché "tanto non serve a niente" e che, in fondo, non sono neanche così interessati ai possibili rischi per la salute loro e del pavimento in legno che potrebbero sfondare con il loro peso da piccolo pachiderma. Ecco, noi siamo un po' così: non ci siamo dimenticati dell'importanza di esercitare la nostra libertà. Semplicemente, sembra che non ci interessi più. 
Quello che ho visto il 17 aprile, ad esempio, è stata la possibilità di esercitare il proprio diritto di parola e decisione e la scelta di sprecarla non andando a votare. 
Quello che vedo io è che ancora nel 2016 esistono cittadini italiani che hanno uguali doveri ma non uguali diritti solo perché qualcuno ha deciso che amare una persona dello stesso sesso non è amore ma devianza, in barba ai manuali di psicologia e, soprattutto, alla faccia della Costituzione, che evidentemente viene utilizzata da questi Messia improvvisati come carta per avvolgere il pesce appena comprato in pescheria. 
Quello che vedo sono tentativi di leggi omofobe che vietano la libertà di culto solo perché quel culto ha un simbolo diverso dalla croce (di nuovo, tanti saluti alla Costituzione).
Quello che vedo è un grosso cartello di Stop davanti alle case di troppi, e mi spaventa vedere muri reali con anacronistici checkpoints che sono un deja-vu del muro di Berlino e che in troppi sembrano accogliere con l'indifferenza di una zebra allo zoo. Erigiamo muri contro chi sta vivendo le stesse esperienze che hanno vissuto i nostri nonni, e che sono il motivo per cui festeggiamo questo giorno importante. Non sentite anche voi una leggerezza puzzetta di incoerenza nell'alzare la bandiera italiana per festeggiare la libertà il 25 aprile e, il giorno dopo, utilizzare la stessa bandiera come anteposto dello slogan "tornatene a casa tua"?
Quello che vedo insomma è una grande stanchezza nei migliori dei casi e una pandemica superficialità nei peggiori, il dare troppo per scontato un diritto che in realtà dovremmo custodire e curare come la rosa nella teca di vetro della Bella e la Bestia, e addirittura il disinteresse di riconoscere che noi, pingui figli del consumismo, stiamo vivendo dei frutti di chi si è sporcato le mani, l'anima e i sogni prima di noi e per noi! Gente che, tra l'altro, in molti casi fa ancora parte della nostra famiglia, anche se con dentiera e occhiali a fondo di bottiglia, gente che pensava a noi e lottava per noi prima ancora che fossimo anche solo il ruttino di un'idea. E non per fare la Foscoliana della situazione, ma la tomba dell'ultimo partigiano non è ancora stata scavata e noi ci permettiamo già di lanciarci nel revisionismo storico, nel rigurgito nazionalista e nel raffreddamento dell'impegno sociale in una versione controcorrente del riscaldamento climatico? Se lo facciamo per bilanciare l'effetto serra, sappiate che è fatica sprecata, non funziona così l'ambiente! O forse vogliamo infartuare anche le ultime povere anime che si sbattono per ricordarci quanto non sia scontato quello che abbiamo? Vogliamo davvero essere noi la causa del suicidio di massa a suon di antidepressivi (o, spero, viagra) degli ultimi combattenti per la libertà? Perché ogni volta che diciamo "chissene", un partigiano muore, schiatta, si invola nel cielo, passa a miglior vita, diventa cibo per i vermi. E' matematico, come la morte delle fate in Peter Pan. L'unica differenza è che qui nessun battimani farà il miracolo. 
Quindi oggi non riesco proprio ad essere entusiasta, felice e orgogliosa, perché mi rattrista (e mi fa incazzare, scusate la parola) che festeggiamo persone morte affinché noi possiamo NON esercitare il nostro diritto di essere liberi, affinché noi possiamo decidere di NON continuare la loro lotta, e affinché possiamo dimenticare che quella lotta per noi significa stringere in mano una matita e non imbracciare un fucile. Con tanti cari saluti a Bella Ciao. 
Duille
 


venerdì 22 aprile 2016

Amleto e le sue groupies

Questo è il quattrocentesimo anno dalla morte del più prolifico scrittore mai esistito sulla faccia della Terra prima dell'invenzione della Red Bull, l'uomo dall'instancabile pennino, colui la cui sconfinata bibliografia non entra dentro una libreria, il poeta di cui tutti conoscono almeno un verso, lui, il solo ed inimitabile William Shakespeare. 
Io sono sempre stata una grande fan del Bardo e dei suoi quattro peli in testa e quando ho saputo che avrebbero proiettato al cinema lo spettacolo teatrale del suo lavoro più famoso, l'Amleto, registrato niente di meno che al National Theatre di Londra, e per di più in lingua originale sottotitolata, sono dovuta andare a vederlo, pena la morte per annegamento nella mia acquolina. Così l'altro ieri, io e la mia copia sgualcita dell'Amleto, comprata quando ero ancora una liceale e letta almeno un migliaio di volte, ci siamo avviate alla volta del cinema più vicino. Non ero mai stata al cinema a vedere uno spettacolo teatrale, e tantomeno per vedere una proiezione in lingua originale, quindi ero contemporaneamente eccitatissima e preoccupatissima all'idea di non riuscire ad essere sufficientemente veloce per seguire testo e immagini. Ovviamente noi amanti dei bevitori di té dell'epoca elisabettiana siamo stati stipati in una minuscola saletta, dove eravamo comunque pochi, circa una trentina, di tutte le età e di tutti i colori di capelli, compresi degli spumeggianti capelli rosa ostentati con disinvoltura da una ragazza di 16 anni che è diventata seduta stante la mia eroina. Io invece ero seduta accanto all'entusiasta di turno, che manifestava preoccupanti segni di fanatismo religioso in una combo micidiale: infatti temo che la suddetta compagna di sedile non fosse lì solo per vedere impazzire Amleto, ma anche per far infuocare i suoi lombi (per citare Amy Farah Fowler) alla vista del suo interprete, Benedict Cumberbatch. Quindi, mentre aspettavamo l'inizio del film, non faceva altro che trillare felice sulla sedia come un fringuello in amore, osannando la bravura del meraviglioso Benedict, ammirandone la modestia, invidiando tutti coloro che avevano avuto l'onore anche solo di toccare la maniglia un secondo dopo lo splendido Benedict. Io, dal canto mio, non sono una fan di Sherlock, quindi il "maestoso Benedict" lo conoscevo solo per The Imitation Game. Non ero di certo una groupie come il fringuello cinguettante accanto a me. Comunque, una volta spente le luci, ho dimenticato tutto, compresi i respiri vistosamente trattenuti di Miss Fringuello davanti alle scene fondamentali, perché quello a cui ho assistito è stata un'esperienza mistica. Avete presente quelle esperienze che vi lasciano a bocca aperta, quelle situazioni che sapete già non avrete parole adeguate per descrivere, quelle cose che, mentre vi assistete, sentite che vi sono entrate dentro al punto da avervi cambiato? Ecco. 
Questo è quello che è successo. Perché questo adattamento dell'Amleto è quanto di più bello, più struggente, più maestoso e più vivo io abbia mai visto. Potrei parlarvi per ore della regia curatissima, delle scenografie incredibilmente dettagliate, delle scelte di abbigliamento che sovrappongono le epoche, degli attori mostruosamente bravi, e comunque non basterebbe. Quello che posso però raccontarvi, nel tentativo di farvi capire quanto sia bella quest'opera, è ciò che ho sentito durante la visione di questo capolavoro. Ciò che ho vissuto è stato un totale coinvolgimento nell'opera, un'immedesimazione totale in quei personaggi che avvampavano e incenerivano come fiammiferi, guidati dal vero protagonista di questo adattamento: l'emozione. Il cuore di questo Amleto, d'altronde, è proprio l'emozione, è il fil rouge che trascina i personaggi come fili di marionette, e ciò in cui quest'opera è riuscita è farci sentire quelle emozioni come se fossero nostre, diventando tutti un po' Amleto, Ofelia, Gertrude, Orazio, Laerte. Tutto ruota intorno al dolore, che spezza la voce e accartoccia i corpi come foglie secche, che stropiccia le mani di Ofelia e che è così ingombrante da togliere il respiro, che svuota di senso il corpo con un cucchiaino e che fa appassire il mondo come un fiore avvizzito. Ciò che ci viene esaltata in tutta la sua drammaticità è la corsa di Amleto incontro alle braccia aperte della morte e, in questo suo correre cieco, l'abbandono di tutti gli ormeggi che potrebbero salvarlo, quei legami, di amicizia e di amore, che rifiuta in nome di una spinta mortifera che lo fa oscillare tra la vita e la morte, tra l'abbandono al dolore e l'avvampante vendetta, tra l'essere e il non essere. Amleto cederà alla vendetta, mentre Ofelia, fragile creatura fatta di vapore, si spezzerà in mille frammenti, scegliendo la morte come ultimo gesto di sanità in un mondo interiore ormai corroso dal dolore. La maestosità dell'adattamento di Lindsey Turner è proprio il riuscire ad esaltare in ogni modo queste emozioni, ad esempio sfruttando una scenografia pulita nel primo atto e coperta di cenere nel secondo, valorizzando l'interpretazione carica di sentimento degli attori, rendendo superflua una collocazione storica del dramma, optando invece per un pout-pourri di abiti che attingono contemporaneamente a più epoche, quasi a sottolineare l'universalità di quel sentire, che è poi l'universalità del grande maestro inglese. 
Ed è terribilmente efficace, perché noi spettatori lo sentiamo tutto, questo vuoto che avvampa come una tanica di cherosene al contatto col fuoco, e ci sentiamo perdere anche noi, vediamo il dolore negli occhi scarnificati di Amleto, che scava anche i nostri occhi, nella rabbia che gli tira i tendini e che smuove anche noi, negli sguardi persi nel vuoto con cui si interroga, che ci dà un attimo di  tregua, nel capo basso di Ofelia, che schiaccia anche noi. Mi sono ritrovata così coinvolta da arrivare, mio malgrado, a sperare in un momento di svolta, una deviazione da quella corsa verso l'inevitabile abisso, che Amleto si accorgesse di uno sguardo, di una mano tesa, di una luce in quell'oscurità rossa in cui era piombato. Una speranza utopica, lo so bene, ma non potevo accettare che quelle vite, che in quel momento sentivo così adese a me, potessero essere spezzate in questo modo insensato. In questo adattamento di Amleto, quindi, tutto funziona con una perfetta sinergia e gli attori sono così naturali da rendere ogni parola vera e ogni gesto autentico e spontaneo, al punto di farci dimenticare che, in fondo, stiamo solo vedendo un dramma teatrale. E' l'effetto catartico descritto dai greci, l'annullare per un attimo la barriera della finzione e rendere tutto vero. In questo caso, il Vero di Amleto, che è anche il nostro vero, esibisce cuori strappati dal petto e portati in punta di mano, come quel teschio di Yorick su cui Amleto rifletterà in una scena di struggente bellezza. Lo strazio del dolore, l'impossibile redenzione, l'inevitabilità delle azioni e le sue conseguenze, il male che scava e rende ciechi, questa è la storia di Amleto. La bravura degli attori non fa altro che trascinarci con loro in quel baratro, perdere il senno e spezzarci il cuore, per poi uscirne più stanchi, ma ancora pieni di meraviglia. 
In fondo è questa la magia del teatro. O forse, è questa la magia di Shakespeare. E d'accordo, la groupie aveva ragione, è anche la magia di Benedict Cumberbatch! 

Duille 


sabato 9 aprile 2016

Kyngyosukui

Il kyngyosukui è un gioco tradizionale che si pratica durante i festival giapponesi e che consiste nell'acchiappare pesci rossi muniti solo di un retino in carta di riso. E' un gioco arduo, in cui il tempismo, la costanza e una mastodontica dose di pazienza sono essenziali. 
Il kyngiosukui potrebbe anche essere lo sport nazionale dell'ansioso sociale, se al posto dei pesci ci fossero pensieri, emozioni e angosce. Mi spiego meglio: l'ansia sociale è un disturbo che ci fa vivere con la testa perennemente affollata e il cuore eternamente accelerato. E' un lavoro a tempo pieno, il nostro, fatto di continui litigi interiori, analisi al microscopio di ogni azione compiuta in cerca dell'inevitabile errore, di panico di fronte ad ogni nuova situazione e di tentativi di calmare questa angoscia prima che ci produca un infarto. Essere ansioso sociale in molti casi ci rende simili ad una pentola di minestra sul fuoco, fatta di quadretti di carote, foglie di spinaci e listarelle di sedano che si mescolano in continuazione a causa del ribollire dell'ansia tenuta sempre in caldo dal focolare collocato all'altezza dello stomaco. In mezzo a questo movimento convezionale e tra tutti questi pezzetti di verdura cerebrale che affiorano alla vista per poi sfuggire un istante dopo, capire cosa succede dentro di noi in ogni momento è un'impresa decisamente ardua, quasi quanto cercare di togliere un frammento di guscio dall'albume crudo di un uovo. Arduo, ma non impossibile. Ed è qui che rientra in gioco il kyngyosukui. Ciò che un ansioso sociale molto motivato impara presto a fare è quello di sviluppare la pazienza, la determinazione e la costanza del pescatore di pesci rossi, cercando di individuare, in mezzo a tutta quella brodaglia in ebollizione che è la sua mente in ansia, i singoli pezzetti di carota che sguazzano velocemente, per poi tentare di afferrarli prima che affondino nuovamente verso la base della pentola. Il nostro retino non è fatto però di carta di riso, ma di attenzione e silenzio. In una parola, di ASCOLTO. Si tratta però di un ascolto particolare, che con l'udito ha poco o nulla a che fare. Ascoltarsi è simile al fermarsi su una collina, durante una passeggiata, e sedersi sull'erba, senza un apparente motivo, per poi rimanere lì, ad aspettare qualcosa senza aspettarsi poi nulla. Si resta in silenzio ad ascoltare qualsiasi cosa voglia farsi sentire, fino al punto da riuscire a sentire quel grillo che frinisce in qualche angolo di prato e in lontananza il rumore delle campane di paese. 
Nel caso dell'ansia sociale, ascoltarsi significa abbandonare tutta la razionalità che utilizziamo per arginare il fiume d'angoscia sempre sul punto di esondare, rinunciare alle sovrastrutture fatte di pregiudizi e non accontentarsi più delle risposte facili che quotidianamente l'ansia sociale ci propina come una pappa riscaldata troppe volte. Ascoltarsi significa cercare di capire perché si sta male in quel determinato momento, ponendo domande e poi facendo silenzio, lasciando che il corpo e la mente rispondano. All'inizio riusciremo solo a comunicare con l'angoscia e solo in termini quantitativi, arrivando a cogliere un picco di paura maggiore nell'incontro con l'evento che ha provocato la crisi. C'è sempre un motivo molto preciso per cui stiamo male, ma spesso l'ansia è talmente rumorosa e pervasiva da impedirci di individuare quel nucleo problematico. In un secondo momento riusciremo anche a distinguere le singole sensazioni che compongono l'angoscia: vergogna, rabbia, impotenza, paura, imbarazzo e talvolta, molto in fondo, addirittura gioia, felicità, entusiasmo. Non sempre, infatti, tutto quello che etichettiamo come paura è davvero tale. Anche situazioni che ci rendono felici sono nascoste dalla spessa coperta di ansia che ci fa da leitmotiv esistenziale. Quindi bisogna imparare a fare silenzio e ad ascoltare oltre il rumore, per capire che siamo più della nostra paura e che a volte abbiamo paura di ciò che desideriamo. L'ansia sociale ci da' questo compito che diventa presto un dono, perché ci renderà più ricchi e sensibili a noi stessi, capaci di collaborare con la nostra mente per capire cosa vogliamo davvero di momento in momento e di quanto possiamo osare senza crollare nel panico, trasformando quindi un limite, la paura, in un termometro emozionale capace di orientarci nelle nostre scelte. Inoltre, riusciremo ad intuire quegli stessi guizzi di coda dei pesci rossi anche negli sguardi, nei gesti e nelle parole degli altri. Ancora una volta, quindi, la parola è la stessa: kyngyosukui.
Duille


domenica 3 aprile 2016

Quando arriva il giorno della laurea...

Ho sempre temuto tantissimo il giorno della laurea. Quando facevo la triennale (più o meno nel periodo in cui è stata scoperta la penicillina), il solo pensiero di ritrovarmi davanti ad una commissione a decantare le lodi della mia tesi mi faceva calare a picco la pressione e assumere le consistenze di un uovo al tegamino.
Quindi non ci pensavo, confortata dalla mastodontica mole di giorni che mi separavano da quel terribile evento. Ma il tempo ha sempre avuto l'animo burlone e mi sono ritrovata a bruciare tutti quei giorni in un lungo sospiro di sollievo, per ritrovarmi a preparare ad una laurea per cui, ovviamente, non ero assolutamente pronta! Insomma, mi ci vedete davanti ad una commissione a parlare della mia tesi? Io che, ricordiamolo, ho attacchi di tachicardia anche solo per chiamare il cameriere? No? Figuratevi io! Eppure una settimana fa ho aperto gli occhi e, in compagnia di occhiaie che avrebbero potuto comodamente contenere due piccoli contrabbassi, mi sono affacciata al fatidico giorno della laurea. La situazione di partenza era decisamente drammatica: sguardo da cucciolo di foca davanti al bastone del cacciatore, capelli che si erano improvvisati termometri dei miei livelli di ansia, postura da condannato al patibolo e, naturalmente, panico tra le truppe interiori. Insomma, sembravo un prigioniero di guerra che aveva passato due anni dentro un pozzo ed ero in piena sindrome da stress pre-traumatico. Correre ai ripari era il minimo, soprattutto visto che quella giornata sarebbe stata mio malgrado immortalata da parecchi dispositivi tecnologici. Quindi, mentre io mi occupavo dell'interno, ripetendomi mantra propositivi e tormentando una pallina antistress, mia sorella mi cazzuolava la faccia con tutto quello che trovava, fino a rendermi vagamente simile ad un essere umano (inutile pretendere di accedere all'Olimpo della bellezza, qui si trattava fondamentalmente di evitare la bancarotta risarcendo i miei amici per la rottura degli obiettivi delle loro fotocamere). Finalmente pronta, con una fetta biscottata come mio unico combustibile organico, sono salita in macchina e mi sono diretta all'università. Naturalmente, essendo un'ansiosa sociale con una fervida immaginazione, avevo passato tutta la settimana prima ad immaginare scenari apocalittici riguardanti la mia presentazione: dire qualche aberrazione gravissima che mi avrebbe radiata dall'albo prima ancora di esserci entrata, incorrere in un'amnesia specifica per l'articolazione delle parole a causa dello stress, non saper rispondere alle domande, balbettare come un cd rigato, cancellare per sbaglio il power point, inciampare nei miei piedi stile Bella Swan, insomma, fare la classica figura da cioccolataia davanti alla commissione, al mio relatore (che mi credeva già una mezza inetta) e davanti a tutto l'entourage di parentame e amici.
Quindi possiamo dire che al momento di sedermi sulla sedia ero "leggermente" nervosa, più o meno come un soldato che aveva appena messo un piede su una mina. In più, ero la prima della lista, quindi toccava a me aprire le danze, giusto per mettere un ulteriore pizzico di stress alla piscina di adrenalina in cui sguazzavo dalle sei di quel mattino. Nel momento di entrare in aula, le cose hanno preso una piega un po' inaspettata (ed è tutto dire): io e i miei nervi ci sediamo sulla seggiolina, davanti ad una decina di persone a diversi stadi di noia, sguinzaglio il pilota automatico sulle mani (ho capito già da un po' che, in situazioni come questa, il cervello non ha la più pallida idea di cosa farsene, delle mani), apro il mio power point e attacco a parlare. Immediatamente mi fermano: "Signorina, il microfono". Io guardo con occhio vacuo quell'antenna nera che spunta dal tavolo e constato che, sì, effettivamente quello è un microfono. Solo dopo un altro secondo capisco il senso di quella indicazione e mi rendo conto che è spento. Provvedo ad accenderlo, non senza problemi, come si potrà presumere dal livello intellettivo a cui ero regredita in quel momento. Comunque, riesco ad accendere il microfono, riprendo fiato, riparto, mi rifermano: "Signorina, avvicini il microfono". Qui il mio cervello ha deciso di fare un balzo di intraprendenza e proporre una frase, anche se tutt'oggi non ho capito se il suo sia stato un tentativo di outing o se si sia improvvisato cabarettista. Solo di una cosa sono certa, ovvero la sciagurata frase che è uscita dalla mia bocca: "Ah, si può spostare?" SI PUO' SPOSTARE? Ma che razza di domanda mi è venuta in mente? Già che c'ero potevo far scivolare un rivolo di bava dall'angolo della bocca e mostrare un grafico del mio encefalogramma piatto! Avrei volentieri inscenato un funerale alla mia intelligenza in quel momento, ma non avevo proprio tempo, quindi ho deciso di rimandare a dopo il lutto e la successiva vendetta contro la mia materia grigia. Lanciatami per la terza volta nella presentazione della mia tesi, riesco finalmente a portarla a termine. Mi aspettavo quasi un coro di angeli a sancire l'avvenuto miracolo! Non solo avevo concluso la presentazione, ma ero anche riuscita nell'impossibile compito di apparire sicura! E come se non bastasse, per aggiungere miracolo al miracolo, sono stata in grado di rispondere alla domanda del co-relatore senza divagare come un ramingo nelle brughiere! Se ci fosse stata un'apparizione della Madonna con dei marshmallows tra le mani non mi sarei sorpresa. E così, in meno di mezz'ora, si era conclusa la mia avventura di laurea, che mi ha visto sopravvivere a numerose gaffes, settimane di scenari scartati dal film Shining e svariati piani di fuga in Canada. Oggi, ripensando a quel giorno, mi viene in mente solo la pubblicità delle siringhe Pic e la vocina della bimba protagonista che esclamava sorpresa: "Già fatto?"
Che posso dire? Ti comprendo in pieno, sorella!
Duille

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