sabato 30 gennaio 2016

Non dimenticare

Quel sabato mattina mi svegliai presto e mi preparai ad uscire. Sentivo il peso di ciò che stavo per vedere gravarmi sulla fronte riflessa nello specchio, piegando la pelle in una piccola ruga di espressione e dandomi un'aria lievemente corrucciata. Non era una passeggiata d'altronde, lo sapevo bene. Stavo per entrare in un luogo di cui avevo letto ma che non avevo mai visto davvero e mi preoccupava l'effetto che avrebbe potuto avere sul mio cuoricino sempre troppo gonfio e fin troppo pronto ad indignarsi per quelle che consideravo essere le ingiustizie del mondo. A quell'epoca ero una diciassettenne estremamente sensibile e idealista, una di quelle adolescenti che indossavano ampie salopette colorate e che decoravano lo zaino con i simboli della pace. Volevo un mondo diverso, in cui le pagine dei libri di storia non fossero più scritte con il sangue di innocenti ed in cui ciascuno potesse vivere libero da ideologie razziste e disuguaglianze. 
Era proprio questo idealismo che mi scorreva nelle vene a rendermi molto consapevole di ciò che stavo per affrontare. Stavo per entrare in un cimitero, in un macello legalizzato, pieno di echi che mi avrebbero raggelato il sangue. Una parte di me aveva paura, lo confesso, perché non volevo stare male. Stavo affrontando il mio secondo stage con la scuola e mi trovavo a Berlino da solo una settimana. Volevo divertirmi, come tutti gli altri, esplorare la città e stare in compagnia delle mie amiche, cercando di dimenticare problemi emotivi che per me erano sempre stati insormontabili. Quella era una gita facoltativa, a cui non tutti i miei compagni avevano aderito, e che avrei potuto saltare senza problemi. Ma io avevo subito deciso di partecipare. Non ci avevo pensato due volte. Sentivo una specie di senso di responsabilità verso coloro che si erano visti strappare via quella libertà che io davo tanto per scontata, e con essa la speranza, gli affetti, il futuro e, infine, la vita. Io dovevo loro un pezzetto della mia, di vita, sentivo di dover regalare loro un frammento del mio tempo, sentivo di dover guardare in faccia l'orrore del passato per poter apprezzare veramente la mia esistenza e non sprecarla in inutili fisime mentali da adolescente problematica. Glielo dovevo. Così, con la mia fronte corrucciata e il cuore carico di tormentate attese, salii sul pullman con gli altri miei valorosi compagni e partimmo alla volta del campo di concentramento. Faceva freddo, un freddo pungente e carico di solenne gravità. Era ottobre ed eravamo nel nord della Germania, quindi penso fosse del tutto normale, ma io volli credere, nella mia continua ricerca di un romanticismo nascosto ovunque, che quel cielo plumbeo fosse a lutto per noi. Era un annuncio. Da quel momento in poi, diceva quel cielo, ogni nostro passo avrebbe fatto l'eco a quello di migliaia di piedi che avevano varcato quelle porte del terrore. Il campo era piccolissimo, dall'ingresso si riuscivano a vedere tutte le mura di mattoni che ritagliavano quella porzione di terra come un francobollo perfettamente rettangolare. Non ricordo neanche il nome di quel luogo. Non era uno di quei campi famosi il cui nome riecheggia terrifico nei libri di scuola, come Auschwitz o Dakau, ma credo che in questi casi sia inutile fare stime di importanza. L'orrore non è mai stato proporzionale alla popolarità, dopotutto. Il campo, come dicevo, era piccolo, fatto di terra secca e erba ingrigita dall'autunno, o forse dai miei occhi appannati dal senso di quel luogo. C'erano piccole strade sterrate, che conducevano in vari punti del campo, come le celle e le fabbriche, ed intorno c'era quel verde smorto che sembrava aver visto troppo per poter mai più splendere. Quello era un luogo di morte e se ne sentiva il peso ad ogni passo. 
Camminavamo in un silenzio irreale, carico di significato. Si sentiva solo lo sfregare delle nostre gambe inguantate in pantaloni pesanti e i cappotti frusciare nell'aria gelida, mentre i maglioni sonnecchiavano pigri sotto le giacche. I nostri passi rompevano inopportuni un silenzio sepolcrale, sembravano quasi dilaniarlo, quel silenzio. Avevo l'impressione che quelle scarpe da ginnastica e quegli stivali che galoppavano incerti sul suolo fossero irrispettosi, troppo ridanciani per quel luogo. Anche noi eravamo inopportuni, con la freschezza della nostra giovinezza e il calore dei nostri abiti sbattuti in faccia a quelle mura. Mentre ci muovevamo, il silenzio calava più cupo, l'aria si faceva più pesante, il cielo più grigio, il respiro più affannoso. Era come muoversi in un cimitero fatto di tombe invisibili e di occhi vuoti intrappolati nelle intercapedini dei mattoni. La terra sembrava essere impregnata di fotoni incolori e il dolore condensato in anni sbatacchiava contro la cassa toracica mischiandosi con le nostre sensazioni, fino al punto di confonderci. Qua e là erano state piantate delle specie di lapidi, su cui si ammucchiavano sassi di varie dimensioni, come se stessero riparandosi dal freddo pungente. Erano altre memorie, di tempi successivi, che lasciavano un segno su quelle, di memorie, sommandosi, accalcandosi fino a riempire tutto lo spazio. Tanti ebrei erano morti in quel luogo, ma anche dissidenti politici, Rom, Sinti, omosessuali, disabili mentali. Le conseguenze di una mente megalomane e affetta da una specie di distorta sindrome divina si estendeva in quel campo vuoto agli occhi, ma fin troppo pieno, se ascoltato con altri sensi. Se infatti la vista poteva percorrere a volo d'uccello tutto il campo, il corpo sembrava schiacciato da migliaia di altri corpi, il respiro sembrava rubare l'ossigeno ad altre bocche e la speranza sembrava spegnersi un po' di più ad ogni deglutizione, come una candela senza ossigeno. Mi sentivo piccola e impotente, terribilmente viva accanto a tutta quella morte. Era un luogo infestato, non c'era dubbio, ma non da fantasmi, quanto piuttosto da dolore e memoria di epoche diverse, che avevano impregnato le pareti delle celle, il filo spinato ormai arrugginito, le pietre in processione catturate in una fotografia, i sentieri bruciati, il silenzio tombale che non poteva essere spezzato. Oggi, ripensando a quel giorno, penso che quel luogo fosse maledetto, annegato nell'orrore di ciò che era accaduto e nell'orrore degli occhi che lo avevano visitato dopo. Mi piacerebbe pensare che, in un futuro lontano, quella maledizione e quel silenzio spettrale verranno spezzati da una risata fragorosa e piena. Credo che se lo meritino, in fondo, quei ricordi. Io quel giorno uscii dal campo un po' più pesante, portandomi attaccate alle suole delle scarpe i passi stanchi del passato, e un po' più viva, di fronte alla consapevolezza di un tempo che non mi sarebbe mai stato strappato.
Duille


domenica 24 gennaio 2016

Quando un'ansiosa sociale va in manifestazione...

Quando si manifesta, quello che si fa è un gesto. Un gesto di presenza, fatto di passi, parole, di corpi che si muovono all'unisono, di respiri che fanno buffe nuvolette nella stessa porzione di cielo. Manifestare è importante, ci rende padroni per un momento del cambiamento. Anche se solo per un giorno, crediamo nel futuro, anche se alcuni direbbero che in realtà crediamo nelle fate. Manifestare è quindi fare un passo, un gesto, donare un po' del proprio tempo a qualcosa di più grande di noi. 
E nel mio caso, ha significato anche mettere da parte il mio terrore patologico da ansiosa sociale, raccogliere quelle due briciole di coraggio che conservo gelosamente e tuffarmi in questo oceano umano di manifestanti. Per un'ansiosa sociale come me, a cui viene un attacco di dermatite anche solo a camminare in una strada troppo affollata, pucciarsi come un biscotto in questa tazza di esseri umani è un vero atto di eroismo, una specie di sacrificio per la causa. E' come se si chiedesse ad una persona che non sa nuotare di fare la traversata dello stretto di Gibilterra senza neanche un bracciolo, è come proporre ad un claustrofobico di fare un corso di escapologia, è come far partecipare un afroamericano ad una festa del ku klux klan. Non so se ho reso l'idea. Per me stare in mezzo a tutte quelle persone è una vera tortura, perché mi scontro con un duplice terrore: la paura delle folle, che mi da' un senso di soffocamento pari solo a quello provato nel bagno della scuola dopo il passaggio dei fumatori, e la paura delle persone, che nella mia testa sono dei goblin verdastri e pieni di pustole pronti a giudicare e rifiutarti per qualsiasi cosa. Preferirei guardare tutta la saga di Saw senza censure piuttosto che infilarmi volontariamente in una di queste situazioni. Da qui lo scarso numero di tacche sul mio bastone delle manifestazioni. Questo di per sé non sarebbe un problema se non fosse per il mio idealismo convinto che mi accompagna da quando ho circa dodici anni, una specie di attitudine alla Robin Hood che mi porta ad indignarmi per un nonnulla ed ascoltare i Modena City Ramblers a nastro, ma di cui a volte farei volentieri a meno, e questo non perché la mia controparte arco, freccia e coda da volpe mi metta nei guai spingendomi ad agire anche quando non dovrei, ma piuttosto perché essa viene sempre frustrata dalla mia ansia sociale, che mi pietrifica come dopo aver ricevuto uno sguardo ammiccante dalla Medusa. 
Di tanto in tanto riesco però ad evitare lo sguardo della serpiforme signora e a partecipare a qualcuno di questi eventi. Ieri era uno di quei giorni, il giorno del flashmob a favore della legalizzazione delle unioni omosessuali e delle coppie di fatto. Sia chiaro, da sola non sarei riuscita a combinare niente, ma per fortuna avevo la mia scorta personale di entusiasmo, ovvero la mia famiglia, a compensare la momentanea sparizione di Robin Hood, assente per una pausa gabinetto sospettosamente lunga. Così mi sono infagottata nella mia armatura di lana e sono uscita. Dopo un tragitto in macchina ed un'infinita traversata in tram, sono arrivata in Piazza della Scala, dove si sarebbe tenuta la manifestazione. Da qui in poi, tutte le mie emozioni hanno deciso di esprimersi contemporaneamente, accoppiandosi per antitesi. Così, tanto per fare qualcosa. Con mia somma gioiorrore (gioia + orrore), la piazza era gremita di persone, il che significava due cose: l'evento stava avendo un ottimo successo (da qui la gioia) e c'era una calca che avrebbe potenzialmente potuto uccidermi, fisicamente e metaforicamente (da qui l'orrore). Tenete conto che la folla ha per me una specie di effetto ustionante: è l'abolizione totale degli spazi personali, obbliga ad un contatto visivo e corporeo forzato che non lascia scampo, e si sa, gli sguardi sono l'anticamera dell'interazione, cosa che mi spaventa a morte, forse più delle folle. Insomma, il male per un'ansiosa sociale come me che sente il bisogno di sventolare l'ordine restrittivo che obbliga il mondo a tenere una distanza di almeno un metro e mezzo da sé. Dovunque mi girassi, mi agganciavo a sguardi casuali, a teste di cui non riconoscevo il corpo e venivo sballottata di qua e di là da persone di passaggio. Troppo contatto per me. Però era anche terribilmente bello vedere tutte quelle persone che ridevano e chiacchieravano, rannicchiandosi l'uno contro l'altro come dei pinguini reali al Polo Nord.
Per risolvere almeno la questione "sandwich", ovvero l'essere spinta da mille schiene, sederi e pance contro altre mille schiene, sederi e pance, abbiamo iniziato a cercare un posto sufficientemente comodo in cui sostare. Mentre ci davamo alla ricerca di questo Valhalla come ligi cani da tartufo, si è fatta avanti una mia vecchia conoscenza interiore, la coppia dentro/fuori. Mi spiego meglio: in quasi tutte le situazioni di gruppo, siano esse manifestazioni, concerti, convegni o code alla posta, mi assale un senso di vergogna molto intenso: mi sento un'impostora, un pesce fuor d'acqua, la signora con la sporta della spesa capitata per caso sul red carpet  alla notte degli Oscar, proprio il giorno in cui si era messa le babbucce a causa di quell'attacco di callite particolarmente acuto. 
Mi sento terribilmente fuori contesto, fuori dal coro, fuori luogo e fuori tempo, fuori da tutto insomma, e con l'impressione che tutti si domandino polemicamente cosa diavolo ci faccia io lì. Contemporaneamente però vengo pervasa dalla netta sensazione di essere circondata da persone simili a me, che condividono il mio modo di pensare, i miei valori, i miei ideali. Mi piace immaginare che questa sensazione sia data dal mio Robin Hood interiore che poga felice con i Robin Hood dei suoi vicini. Quindi mi sento un po' fuori e un po' dentro, un po' bianco e un po' nero, un po' tuorlo dell'uovo e un po' albume. So di essere nel posto giusto al momento giusto ma ho come la sensazione di essere l'unica a saperlo e che per gli altri io sia fuori posto. E' il lato persecutorio dell'ansia sociale, che non si tira mai indietro quando si trova di fronte ad un gruppo di persone. E' uno stakanovista, lui, a differenza di quell'incontinente di Robin Hood, che sparisce quando più ne hai bisogno. 
Di fronte a quella massa di persone che sembravano provenire tutte dallo stesso centro sociale, quindi, io lottavo con la sensazione di dovermi defilare per non contaminare l'intera manifestazione con la mia ignorante presenza. Loro (compresi cani e bambini) sembravano crederci molto più di me, con le loro sveglie modificate ad hoc, le stampe sulle magliette, i capelli colorati, i palloncini, gli slogan su fogli di carta e il loro cipiglio da alternativi a cui ho sempre aspirato ma che non sono mai riuscita ad incarnare davvero. Persino gli alberi sembravano più sul pezzo di me. 
Ma ho cercato di ricordarmi che c'ero e questa era l'unica cosa che contava. Alla fine ci siamo posizionate in una zona con un gruppetto di alberi (i famosi alberi molto sul pezzo) e abbiamo messo radici. Una posizione perfetta per la mia legnosa presenza. Mi era fisicamente impossibile mimetizzarmi con la chiassosa esuberanza della folla, ma almeno potevo tentare una mimesi con i tronchi vicino a me. Inoltre non ero nè troppo fuori dalla folla, ma neanche nel centro del ciclone, dove l'aria per respirare veniva centellinata e se ti cadeva la sciarpa potevi anche dirle addio per sempre. In quel punto, così vicino e così lontano, che rispecchiava così bene il rave party emozionale che mi si scolpiva dentro, ho trovato un pochino di pace interiore ed ho potuto mettere in pratica gli insegnamenti accumulati in anni di terapia. Invece di controllare come una chioccia preoccupata che dentro di me le emozioni mezze ubriache non facessero a pezzi i vasi ming del salotto, ho iniziato a guardarmi intorno. Ed è così che è sbocciata la meraviglia. Se c'è una cosa bella di questo tipo di manifestazioni, infatti, è l'arte che ogni persona riesce ad incarnare, la creatività gioiosa con cui ogni individuo racconta il proprio ideale di libertà. Quello che avevo davanti agli occhi era un poutpourri di persone, di colori, di stravaganze e sobrietà. C'erano bambini a diversi stadi di gnomaggine, cani di tutte le dimensioni, signore incappottate e ragazzini urlanti, associazioni lgbt e pastafariani in divisa, spose trampoliere e sveglie bi e tridimensionali, pelli e capelli di tutti i colori, gli antipodi del globo e le estremità del tempo dell'uomo, bolle di sapone e bandiere della pace, palloncini a forma di cuore e cuori leggeri come palloncini. Era tutto incredibilmente vivo, vivido, bello, felice e vitale. Nessun caffè al mondo potrebbe competere con quella vivacità. Avevo la netta sensazione che il mio corpo, sì, anche il mio corpo così anonimo e disadorno di simboli, fosse fondamentale in quel momento, perché occupava uno spazio e colmava un numero che faceva la differenza. Io facevo la differenza. 
Questo mi ha fatto sentire bene e, anche se non ha convinto del tutto la mia ansia sociale, l'ha almeno rimessa al suo posto per un po'. Era tutta una questione di prospettiva, di guardare in modo nuovo, di smettere di dare potere ai miei lati distruttivi e iniziare a proiettarmi in quel mondo che tanto temevo. Così ciò che prima era una tortura adesso era se non altro una situazione scomoda velata da un certo grado di benessere, che sbocconcellava il tempo riducendolo, invece che dilatarlo. In men che non si dica era così arrivato il momento di iniziare il flashmob. Tutti hanno preso in mano le proprie sveglie, i cellulari, le chiavi di casi, le corde vocali e, dopo un veloce conto alla rovescia, al grido di "svegliati Italia, è ora" hanno iniziato a sventolare le chiavi, a far suonare le sveglie, a rintoccare le corde vocali, per ricordare che è il momento di andare avanti e riconoscere che la vita e l'amore non conoscono genere, ma solo identità, che il concetto di famiglia non è definibile né etichettabile, che dobbiamo smetterla di indicarci in base ai gusti sessuali e in base al genere, ma solo in base a che tipo di persone vogliamo e possiamo essere. E questo trascende ogni categorizzazione a priori, perché è un processo in continuo divenire. Lo sapeva bene quella piazza, che stava lottando per un futuro migliore, senza domandarsi chi fosse etero e chi non lo fosse, chi fosse sposato o allergico al matrimonio, chi fosse uomo o donna, chi fosse intimidito e chi euforico. E lo sapevo bene anche io, che univo lotta a lotta, che lottavo per un diritto inalienabile ed in cui credo profondamente, quello della libertà, e che contemporaneamente lottavo anche per la mia libertà personale dal giudicante fardello dell'ansia. Un passo alla volta, un gesto alla volta, rappresentato da un mazzo di chiavi tintinnante nell'aria. 
Duille  
    
domenica 17 gennaio 2016

Artificieri laureati alla CEPU

Gli eventi sociali sono la morte per un'ansiosa come me. La piaga che ci affligge la portiamo nel nome, d'altronde. E' la società che ci sfianca, la folla che ci incava gli occhi nelle orbite, le interazioni con il prossimo che ci trasformano in impersonificazioni dell'Urlo di Munch. In fondo, il problema non è tanto il mondo, quanto la gente che lo abita. Viviamo in una nostra personalissima versione di The Walking Dead, solo che in questo mondo gli zombie parlano e invece di mangiarti il cervello, ti corrodono il corpo e la mente sparando parole acide. 
 Così, ogni volta che riceviamo un invito per eventi di qualsiasi tipo, sia essa la comunione della cuginetta o l'appuntamento dal parrucchiere, iniziamo a sudare freddo e ci prepariamo a corazzarci almeno al pari di Robocop. Ogni evento sociale è come aprire le porte dell'Inferno e spingerci dentro. Se Alice cadeva nella tana del Bianconiglio finendo a Wonderland, noi finiamo in un girone creato apposta per noi da un qualche demoniaco aggiornamento di Windows, fatto di sentieri nebbiosi che non portano a null'altro che a banchi di nebbia più o meno fitti e costellati da un assillante presentimento di imminente morte violenta. Più o meno come se ci fossimo avventurati in un campo minato indossando un paio di infradito che ci vanno un po' larghe, oppure fossimo finiti a passeggiare con il cane in un cimitero indiano sconsacrato. Ciò che ci manda più in crisi sono le decisioni da prendere di volta in volta in una situazione, decisioni che si moltiplicano come i gremlins a contatto con l'acqua, comprese quelle che riguardano il cosa dire, il quando dirlo e il come dirlo, oltre che ad una valanga di decisioni inerenti il linguaggio del corpo. Tutte queste decisioni sono accomunate da un senso di definitività, al punto che, al momento di premere il pulsante decisionale, sentiamo riecheggiare nell'aria la celebre frase di Anche i cani vanno in paradiso: "Non potrai più tornare indietro, non potrai più tornare indietro". Una decisione, per un ansioso sociale, quindi, ha la stessa certezza di un diamante: è per sempre. Se prendiamo la decisione sbagliata, quella ci porterà inevitabilmente ad un futuro di sofferenza e dannazione eterna, in cui verremo sfiniti dagli insulti del Serraglio fino a ridurci ad uno stato larvale e ci corroderemo nei nostri succhi gastrici. Capite bene che di fronte ad una tale prospettiva, il peso della decisione si fa un tantinello gravoso. Ogni movimento diventa davvero una questione di vita o di morte, con tanto di colonna sonora presa in prestito da qualche film d'azione. Improvvisamente, di fronte ad una scelta, ci ritroviamo artificieri davanti ad una bomba piazzata all'interno di un orfanotrofio pieno di pargoli e cuccioli di cane. Il destino dell'umanità è affidato a noi. A noi, CHE CI SIAMO LAUREATI ALLA CEPU! Praticamente siamo spacciati, ma ormai siamo lì, davanti a quel congegno complicatissimo e tutti contano su di noi, sulle nostre manine tremolanti, sul nostro sudore che inonda magliette, fronti e schiene, e sul nostro cuore che sta per raggiungere livelli da beatboxing pompando sangue ad un cervello che, invece, si rifiuta di prendersi qualsiasi responsabilità e che ha già chiamato il suo avvocato. 
Quindi, vagliamo le opzioni. Filo rosso o filo blu? Regalo personale ma rischioso, perché potrebbe non piacergli affatto, oppure regalo standard che però ha il sapore del brodino a cui ci si è dimenticato di mettere il dado? Un saluto cortese con un ciao caricato di amicizia oppure un bell'abbraccio fraterno che spezza l'imbarazzo iniziale? In men che non si dica inizia un valzer di decisioni che vengono immediatamente rimangiate per il sopraggiungere di nuovi dubbi circa la fondatezza delle stesse. Filo rosso. No, filo blu. Anzi no, meglio il filo rosso. Ma il filo blu mi da' sensazioni più chiare. Però è anche vero che nei film si taglia sempre il filo rosso. Ma spesso all'ultimo secondo si opta per quello blu. Andiamo su e giù come uno yo-yo in questa danza tribale sfinente che di mistico non ha proprio nulla e che ci lascia più morti che vivi. In fondo, si tratta di una decisione impossibile perché, in realtà, nessuno sa cosa succederà se taglieremo il filo rosso o il filo blu. Eppure noi ci stiamo a ragionare per ore, fino a quando il tempo scade e ci ritroviamo trasformati comunque in spezzatini di carne da raccogliere con un cucchiaino (come fallire restando immobili). Ma perché ci comportiamo così? La logica vorrebbe che ad un certo punto, vista l'impossibilità di avere alcuna certezza, si prenda una decisione e si segua il mantra "sia quello che Dio vuole". Noi però sembriamo più affini ad un funzionamento ossessivo-compulsivo che ad un metodo di pensiero logico-razionale e sono giunta alla conclusione che una spiegazione ci sia a questo comportamento apparentemente insensato. Alla base di tutto questo rimuginare, secondo la mia esperienza, c'è un bisogno di perfezione che ci inchioda al muro dell'inettitudine e che si trasforma in un'ansia da prestazione che ci scaraventa nella notte di una bocca spalancata dalla paura, in quell'Urlo senza voce dipinto da Munch. La signora Perfettini, che nella mia mente è rappresentata da una donna degli anni '50 dei sobborghi americani, ci ricorda sempre che se le cose si fanno, le si fanno bene, il che significa che qualunque decisione prenderemo, dovrà non solo essere quella giusta, ma quella perfetta e, ovviamente, perfettamente eseguita. Il game over non è contemplato dalla nostra fata madrina sfornabiscotti e ancora meno sono accettate le cose approssimative. Tutto deve andare liscio come l'olio e se questo non accade, beh, la bomba esplode. Non esistono mezzi termini, non esistono i tentativi, esiste il fare e il non fare, come dice Yoda, non il provare. Solo che la nostra fatina dai capelli inamidati ha preso troppo alla lettera la teoria dello jedi alto quanto uno sgabello, rendendola dittatoriale. Il risultato è rimanere inchiodati all'incertezza, domandarsi fino all'ultimo quale maledetto filo tagliare, pur sapendo che non esiste risposta a questa domanda, fino quando, allo stremo delle forze, ne taglieremo uno, proprio ad un secondo dall'esplosione. 
3....2....1.....zac! 
E niente. 
Scopriremo che non succede assolutamente niente dopo quel taglio. La bomba, era solo un giocattolo. 
Duille 


domenica 3 gennaio 2016

Sir Capodanno e i suoi lustrini.

Capodanno.
Io ODIO Capodanno. Se Pasqua mi è del tutto indifferente e l’Epifania mi compra prendendomi per la gola, Capodanno mi fa salire l’istinto omicida e l’odio nei confronti dell’umanità tutta. Capodanno è una festa pretenziosa, altezzosa e dannatamente esigente! Insomma, chi può competere con una festività che ha come suo mantra il divertimento sfrenato dal tramonto all’alba (ma senza vampiri)? 
Capodanno è l’incrocio tra un tamarro discotecaro e un baronetto inglese. Personalmente l’ho sempre immaginato come una sorta di aristocratico allevato secondo solidi principi calvinisti, del tipo orat e laborat, che inevitabilmente finisce col ribellarsi alla morale medievale ritrovandosi agli arresti per aver rapito una capra e tentato di venderla su Ebay; uno di quei figli della società bene, i cui genitori frequentano i country club e nel tempo libero si divertono a perpetrare la tradizione familiare facendo sentire inadeguati i propri figli, no matter what; uno di quei figli che poi, in un contesto di pari, riversa la propria frustrazione facendo sentire il prossimo importante come uno stuzzicadenti usato da un tricheco con l'alitosi. Ecco, per me il Capodanno è questo: un’ape regina dai tratti sadici. Puzza sotto al naso, abito di paillettes, sguardo annoiato e gusto per la trasgressione, il Capodanno smarca tutte le altre feste in fatto di anima festaiola e tendenze del momento, dettando legge su cosa si debba fare per passare l’ultimo dell’anno in modo da non finire nella lista nera degli sfigati. Perché puoi anche spendere tutti i giorni della tua vita facendoti venire le piaghe da decubito giocando ai videogiochi o facendoti esplodere i capillari oculari a furia di guardare serie tv, ma l’ultimo dell’anno se non ti ritrovi a spaccarti di cocktails con un milione di amici finché il tuo sangue potrà essere usato come bevanda alcolica da offrire agli ipotermici, beh, allora sei ufficialmente uno sfigato, un reietto della società, una persona triste che non è riuscita neanche a farsi invitare dal vicino di casa alla festa del suo oratorio. Quante persone si sono sentite allegre come un verme all’amo mentre, l’ultimo dell’anno, reggevano un bicchiere di plastica pieno di spumante da quattro soldi, circondati da una manciata di parenti che facevano il conto alla rovescia davanti al concertone di anime disperate su Rai 1? Quanti hanno scoperto una strana affinità emotiva con la pasta scotta mentre la loro anima si prosciugava giocando al tradizionale tombolone? 
E tutto questo forse perché la famiglia sembrava uscita dalla soffitta insieme al servizio buono delle grandi occasioni o perché la tombolata era noiosa? No! Nella maggior parte dei casi questa sensazione di mollezza nel fondo dello stomaco era dovuta solo a lui, lo spocchioso Capodanno, e al suo maledetto manuale dell’ultimo giorno dell’anno. A lui, che non accetta come outfit tutone in pile e babbuccia calda, a lui che non sopporta la mischia generazionale, a lui che impone lo sballo senza tenere conto che magari sei astemio, diabetico o emotivamente arido (e felice di esserlo). Se il Capodanno fosse solo una festa come tante, senza tutto quell’entourage di idiozie riassunte nel celebre detto “Ciò che fai a capodanno, lo fai tutto l’anno”, forse ce lo godremmo di più, senza quell’ansia da prestazione che fa collassare tutti ore prima dell’inizio del conto alla rovescia, a causa del vestito da indossare, rigorosamente estivo anche se il Polo Nord si è parcheggiato fuori dalla porta di casa, del luogo elegante ma giovanile da trovare, della musica adatta sia all’amico amante dell'elettronica sia alla ragazza che non vive un giorno senza Laura Pausini, della giusta dose di alcool (abbastanza da bastare per tutti ma non troppo da alludere a qualche problemino di alcolismo) e poi, il dilemma dei dilemmi: fare il trenino è ancora “in”? Alla fine di tutto e dopo attente riflessioni, sono giunta alla conclusione che forse ci danniamo a festeggiare il capodanno perfetto perché in fondo non sappiamo con certezza se stiamo assistendo alla nascita di un nuovo anno oppure ad un funerale particolarmente chic. Per sicurezza, meglio sbronzarci su.
Duille

     

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