domenica 24 settembre 2017

Lettera ad autori di discutibili scelte letterarie

Caro ideatore dello spot a sostegno della lettura,
sì, proprio tu, che hai deciso di ricreare una scena da incontro romantico tra una lettrice e quello che suppongo essere un pirata, ambientata in una caffetteria e sulle note di Cime Tempestose. Questa non è una lettera di complimenti, ma una richiesta di spiegazioni per quello che reputo essere, nel migliore dei casi, un fraintendimento del romanzo e, nel peggiore, la prova schiacciante che tu, il libro, non l'hai mai neanche aperto. Forse giusto una sbirciatina, ma è più probabile che tu abbia cercato qualche citazione su Wikiquote o sul Tumblr di un'adolescente con l'animo tormentato.
La mia domanda è la seguente: perché Cime Tempestose? Perché optare per il romanzo della Bronte se la tua idea era quella di ricreare la magia di un colpo di fulmine? Eri sotto effetto di acidi forti? Hai letto il bignami scritto da Topo Gigio? Sei incappato in una fan fiction sui due protagonisti e hai pensato che fosse uno stralcio della storia originale? Perché, diamine, c'erano migliaia di testi che hanno ampiamente e divinamente affrontato l'argomento, basta chiedere a qualunque quaderno nascosto nel cassetto di un lettore a caso. C'era Jane Austen, c'era Dante e Shakespeare (ma non quello di Otello o Amleto eh? Ho capito che hai gusti strani, tu!), c'era pure l'altra sorella, Charlotte, se proprio volevi restare in famiglia, ma no, tu hai scelto Emily e la storia d'amore più tormentata della letteratura, o almeno tra le prime 10. Che razza di scelta è? Tra centinaia di testi, hai scelto la storia di una coppia che, tra l'altro, non sarà mai tale, in cui la protagonista femminile muore dopo duecento pagine ed in cui il protagonista maschile sarà assorbito per l'intera narrazione da una vendetta sadica nei confronti della progenie di tutti i suoi nemici, compresa la figlia della sua amatissima. Davvero, ottima scelta! Perché non hai pensato di inserire anche, che ne so, Tess dei  D'Urbervilles, che veniva praticamente violentata dal suo amato? Se devi proprio fare scelte letterarie discutibili, tanto vale spararla grossa, non credi? E per la cronaca, non sto mettendo in discussione la scelta del romanzo, che è bellissimo, ma il contesto in cui è stato incastrato a forza. E' l'ambientazione che hai scelto, infatti, che mi fa dubitare A- della tua reale conoscenza della materia o B- dei tuoi gusti in fatto di amore. Diciamocelo, la passione tra Catherine e Heathcliff è più adatta ad una puntata di "Amore criminale" che non ad una serata sospirosa davanti allo schermo guardando Io prima di Te! Quello rappresentato dalla Bronte è un amore egoista, logorante, che consuma anima e corpo e che alla fine uccide. E' l'amore morboso che ti si attacca addosso come un tarlo per non lasciarti mai più. Roba che, al confronto, la relazione sfigata di Angel e Buffy era una favola della Disney! E questa è solo la superficie di una storia fatta di scelte sbagliate ed in cui l'egoismo detta legge più dell'amore. Cime Tempestose parla di dannazione, di orgoglio inscalfibile, di tormenti autoinflitti, non dell'amore passionale, generoso e pacificatore che tutti vorremmo vivere e che ci porta a rosicare pesantemente davanti alle coppiette innamorate viste per strada.
Tu vorresti dirmi che, alla luce di questa notizia, non provi neanche un po' di senso di colpa per quella poveraccia seduta sul divano a cui hai appioppato quell'incubo romantico? Perché io, personalmente, ho avuto un moto di pena per lei mentre guardavo il filmato. Quando poi ha avuto l'incontro con il giovane pirata, mi sono ritrovata in piedi ad urlare allo schermo "Fuggite, sciocchi!" scomodando ancora una volta Gandalf. Avrei addirittura fatto volentieri irruzione nella caffetteria impugnando un battipanni per far disperdere i due poveri malcapitati come fossero stati dei piccioni. Salvati in corner da un destino di tormenti e vendette intergenerazionali, e tutto a causa della crudele ignoranza di uno sceneggiatore/regista/non so che ruolo tu ricopra! A meno che, certo, non fosse tutto premeditato. Forse sei un misogino che desidera che tutte le donne finiscano come Catherine Earnshaw e prole. No, saresti troppo banale, è più probabile che tu sia una persona più democratica nel diffondere il tuo astio e, semplicemente, detesti i giovani nel loro insieme, soprattutto quelli che perdono tempo a leggere al bar invece di spaccarsi la schiena per guadagnare la loro pagnotta. Uno di quei cliché viventi che ammorbano tutti sostenendo che ai loro tempi le cose erano migliori. Certo, potresti anche essere un complottista che, invece di promuovere la lettura, la vuole disincentivare presentando un contenuto fuorviante di un libro, così da produrre una cocente delusione in qualsiasi ragazzina che si avvicinerà alla lettura di questo classico sperando di ritrovarvici l'amore romantico delle varie Bella ed Edward, oltre naturalmente a produrre una subitanea avversione da parte dell'intero genere maschile, minacciato di devirilizzazione se solo sfiorerà il tomo maledetto (si sa che i maschietti sono un po' sensibili sull'argomento). In quel caso saresti un genio del male capace di prendere due piccioni con una fava in nome dell'analfabetismo. Quasi ammirevole. Ma potresti anche essere in perfetta buona fede e aver scelto questa storia maledetta per seguire il trend sintomatico degli ultimi anni che vuole storie d'amore alla E. L. James, con uomini cavernicoli tirati a lucido e donne a cui sembra abbiano disossato il cervello con un cucchiaio da gelataio. Forse speri che, avvicinando i lettori a storie tormentate come questa, salverai almeno lo stile e la grammatica, se non le menti di chi lo legge. Un piccolo supereroe letterario, insomma. Qual è la verità? Cosa ti ha spinto a fare questa scelta? Vendetta contro il genere umano come Megamind? Odio nei confronti dei libri, come Gaston? Sindrome della crocerossina? Patologia? Ignoranza? Io, se posso, preferisco immaginare che, alla base di questa tua strana scelta letteraria, ci sia stata una considerazione troppo letterale del concetto di Romanticismo con la complicità di una googlata notturna dell'ultimo secondo, in cui hai pescato il primo testo classico spuntato fuori digitando la voce "libro romantico". In quel caso, galeotto fu il web e chi lo usò con leggerezza.
Duille


domenica 17 settembre 2017

La scala dello psicoaviatore

In quanto ansiosa sociale, ci sono all'incirca due miliardi di situazioni che possono mandarmi in corto circuito i neuroni. Diciamo che, al confronto, le pagine gialle sono un libretto di Peppa Pig pensato per ipovedenti. E naturalmente, essendo così tante le possibilità di morte da panico (della serie, "ti piace vincere facile?"), incappo in una di queste almeno una volta al giorno. Dato che non bastano le dita delle mani e dei piedi di tutta la Lombardia per poterle contare, ormai divido le singole situazioni ansiogene in categorie di grandezza, secondo una mia personalissima scala che sfrutta come unità di misura i velivoli e che io chiamo "la scala dello psicoaviatore". Più è grande il velivolo, più drammatica sarà la situazione che io, piccola psicoaviatrice, dovrò affrontare e maggiore sarà il numero di neuroni che manderò in fumo a causa dello stress. Perché, naturalmente, grandezza del velivolo e decesso neuronale sono in una relazione direttamente proporzionale l'una all'altra. Per capire meglio la mia classificazione, dovete tenere conto del fatto che la gravità della situazione, nel mio cervello in costante stress, è definito soprattutto da tre aspetti:
1. il livello di esposizione, ovvero quanto mi trovo al centro dell'attenzione. Per farvi un esempio, una cena molto affollata implicherà un livello di esposizione bassa, dato che potrò sfruttare i miei superpoteri da Wallflower mimetizzandomi con le pareti, mentre un dibattito in gruppo esigerà un maggior livello di esposizione, dato che mi verrà richiesta un'opinione. Come potete capire, molto dipende da quanto sarò in grado di sottrarmi all'occhio dell'altro, che è la mia Kriptonite.
2. la Prestazionalità, cioè quanto dovrò dimostrare la mia validità come persona, professionista, pensatore, giocatore, studente o organismo che cammina su questa terra. Insomma, quanto dovrò dimostrare di essere più di un ammasso di organi e pelle ambulante. Ne consegue che praticamente tutti gli ambiti di valutazione sono critici per natura e finirò a stressarmi allo stesso modo tanto per un esame all'università quanto per una partita a Taboo. Buona parte del problema, naturalmente, riguarda la mia anima precisetti, che pepa sempre la mia vita con una spruzzata di tormento come se mi trovassi in una versione accademica di un romanzo delle sorelle Bronte.
3. il livello di familiarità. Questa coordinata riguarda invece le persone coinvolte e contempla una dimensione quantitativa e qualitativa. La prima dimensione è piuttosto semplice da capire: la fifetta è direttamente proporzionale al numero di persone presenti nella stanza. Quindi, tanta gente = tanta paura. Fin qui, niente di nuovo. La seconda dimensione invece è più sottile, ma altrettanto semplice (sono ansiosa, mica originale): quanto meno conosco le persone che mi circondano, tanto più il mio livello di ansia crescerà. Quindi, in questo caso, la relazione è inversamente proporzionale. Inoltre, va considerato che la situazione peggiora nettamente se le persone presenti sono da me note ed etichettate come "disagianti", ovvero tutta quella marea umana di cui non mi fido, che spesso è giudicante, troppo diretta, leggermente aggressiva ed in linea di massima un po' imprevedibile. Le classiche spine nel fianco, insomma.
Detto ciò, possiamo tornare alle nostre categorie. Tenete conto che si tratta sempre di sezioni che mutano in relazione alle mie evoluzioni o involuzioni terapeutiche e che sono quindi estremamente personali. Per quanto ci siano delle situazioni che, universalmente, fanno sbiancare tutti gli ansiosi sociali, non sempre queste si trovano nella stessa posizione della classifica. Ciò dipende dalle caratteristiche individuali, dal livello di benessere raggiunto e dalla gravità del disturbo da cui si parte. Considerate quindi le situazioni contenute nelle mie categorie come strettamente vincolate alla mia persona in questo determinato momento storico.
La categoria più piccola è quella che chiamo "aeroplanino di carta". Comprende situazioni che gestisco con un basso livello di ansia e che quindi intaccano poco le mie risorse energetiche quotidiane di psicoaviatrice. In altre parole, sono tutte quelle situazioni che, conclusesi, non mi lasciano tramortita come Willy il Coyote dopo la caduta dell'incudine.  In questa categoria troviamo: comprare i biglietti dell'autobus, mettere una maglietta un po' meno mimetica, scegliere una nuova strada per tornare a casa, passare in mezzo ad un capannello di persone che intralciano la via, passare del tempo da sola, leggere ad alta voce in un contesto di gruppo, ordinare al ristorante, comprare una focaccia in panificio. 
La categoria intermedia è quella del drone. Riguarda tutte quelle situazioni che so di poter fronteggiare, ma che richiedono la ferrea forza di volontà di Nami e Mila durante gli allenamenti di pallavolo con l'allenatore Daimon e la dedizione, propria solo dell'istinto di sopravvivenza, di un orso bruno a pesca di salmoni. In questo secondo livello la vittoria non è mai assicurata e tra me e l'ansia si gioca una partita combattuta ad armi pari e senza esclusione di colpi. Tra le situazioni "drone" troviamo: entrare in un negozio affollato, scegliere il posto in prima fila in classe, sostenere un esame, andare dal medico, dover ritornare sui propri passi perché si è sbagliato strada, pagare in cassa, dare informazioni, mangiare in pubblico con persone che non conosco bene, mandare una mail a qualcuno verso cui non ho confidenza, fare una domanda, indossare il piumino invernale quando tutti stanno ancora portando la giacca d'autunno, chiacchierare del più e del meno con un estraneo e tutte le situazioni  in cui mi rendo vulnerabile davanti a persone che non siano la mia famiglia, come piangere o confidarmi. 
Infine c'è la categoria mongolfiera. Questa è sicuramente quella che mi da' più filo da torcere, zeppa di situazioni saldamente nelle mani del mio nemico ansiogeno ed in cui le mie doti aviatorie sono quasi nulle. Mi ritrovo a volare in terreni sconosciuti, pericolosi come la valle di Mordor in preda ad uno sfogo sulfureo ed il livello di stress è alle stelle. Molte di queste situazioni sono ancora inespugnate, altre sono faticosamente affrontate, ma solo perché mi ritrovo con una simbolica pistola puntata alla tempia. In questi casi mi ritrovo ad interpretare un gladiatore con i muscoli di Fantozzi ed il coraggio di un chihuahua sul divano che sta per essere schiacciato da un paio di natiche particolarmente corpose.
Tra le cose più terrificanti che non faccio ancora o che faccio solo dietro minaccia di esecuzione immediata di tutti i miei cari e della mia progenie futura, ci sono: fare o ricevere una telefonata da un numero sconosciuto, comunicare il mio evidente disaccordo con persone che non conosco bene, parlare in pubblico (ovviamente), andare in posti nuovi, vestirmi in modo appariscente, fare un colloquio, ordinare telefonicamente una pizza (ma non necessariamente solo una pizza), far valere i miei diritti con uno sconosciuto che mi scavalca nella fila al supermercato, confessare una cotta (non necessariamente al diretto interessato), andare a ballare, assistere ad uno spettacolo in cui è richiesta la partecipazione attiva del pubblico, cantare al karaoke, essere impulsiva, leggere ad alta voce i miei scritti a qualcuno, e tutta una serie di situazioni che comprendono il fare qualcosa da sola in contesti popolati: andare al bar, al cinema, al ristorante da sola, partecipare ad un corso da sola, viaggiare in posti nuovi da sola, fare palestra da sola....insomma, avete capito.
Conclusione, la mia vita da ansiosa sociale è scandita e strettamente regolata dai livelli di ansia che colmano il mio saturimetro quotidianamente. I vincoli sono tanti, le sfide innumerevoli, le energie sprecate inutilmente terrorizzandomi davanti ad un chiosco dei gelati come se fossi al cospetto di un T-rex con la laurea, incalcolabili, eppure posso dire di cavarmela discretamente. Conoscendo bene le mie paure e il livello di stress che mi causano, imparo ad organizzare le imprese in base alle mie risorse e a spingere l'acceleratore su tutte quelle situazioni che so di poter affrontare, anche se mi spaventano quanto It ha terrorizzato i pargoli della mia generazione. Non bado troppo, quindi, agli aeroplanini di carta che mi si fiondano addosso ogni giorno, ma concentro tutte le mie energie per abbattere i droni che mi si parano davanti come Kylo Ren durante uno dei suoi accessi di rabbia. L'obiettivo è spostare sempre più in alto il limite massimo delle mie risorse di psicoaviatrice e utilizzare la mia spada laser per fare a pezzi più droni possibili, così come fece Luke durante il suo primo addestramento nel Millennium Falcon. Addestrare la Forza, per combattere il mio Darth Vader personale. Un drone alla volta. Fino a poter prendere tra le mani anche l'ultima mongolfiera. 
Duille


martedì 12 settembre 2017

Assaggi #1: L'effetto Mozart

In principio era il suono, diceva Franco Fornari in Psicoanalisi della Musica. Noi siamo il suono e veniamo dal suono: il suono è la prima cosa che sentiamo nella vita intrauterina ed è il primo segno del nostro ingresso nel mondo. Ci identifichiamo nel suono del nostro nome, attraverso il suono entriamo in contatto con gli altri, nel suono esistiamo, ci comprendiamo e ci rendiamo comprensibili. Il suono, quindi, ci contiene, ci riempie, ci circonda e ci plasma.
L'evoluzione del suono è la musica, che dà ordine e creatività ad un interno già musicale. E' ritmo, come il battito cardiaco della madre che sentivamo quando ci addormentavamo sul suo petto. E' ancora suono, come quello, unico nel suo genere, che emettiamo dalle corde vocali e che è una seconda impronta digitale. E' gioco, come quei primi vocalizzi che emettiamo da lattanti, che fanno vibrare tutto il corpo, come fossimo la cassa armonica di una chitarra. E' identità, come quella che riconosciamo nella rassicurante melodia del nostro genere preferito. E' armonia, come quella che ci colma quando sentiamo il vento frusciare tra gli alberi, o l'acqua gorgogliare in un fiume. La musica quindi fa parte di noi a tal punto da diventare uno strumento di cura potentissimo, perché parla il linguaggio privo di semantica che ci apparteneva prima ancora che ci appartenesse l'aria stessa. E questo, in estrema sintesi, è quanto ci spiega Don Campbell nel suo saggio, l'Effetto Mozart. La musica cura, il suono ripara, la melodia placa i tumulti. L'effetto Mozart è l'effetto salubre, curativo, quasi magico che la musica può donare, e che trova la sua massima espressione nella produzione di Mozart, costruita per rispettare determinati parametri che la rendono adatta al rilassamento concentrato, alla creatività, alla guarigione. La musica, sia essa strumentale o naturale, ci rilassa, ci carica, è un antidepressivo naturale, è uno strumento adatto alla meditazione, è un antidolorifico, risveglia dal torpore e ringiovanisce il più acciaccato degli anziani, è un canale di comunicazione verso parti segrete e memorie perdute. Ed in più, ci dice Campbell, cura.
Non cura come una medicina, ma come una terapia, fatta di respiri, vocalizzi, polmoni che si espandono, vibrazioni sonore che si riverberano nei nostri vuoti, di corpi che si liberano da gomitoli di voci soffocate per troppi anni e di cui avevamo ormai fatto l'abitudine. Se usata con sapienza e consapevolezza, la musica può rinforzare il sistema immunitario, può velocizzare i tempi di recupero dalle operazioni chirurgiche, può sciogliere gli stati d'ansia. La musica raccontata da Don Campbell non è solo fede nel mezzo sonoro, ma anche scienza e ricerca. Ci sono studi che dimostrano come le vibrazioni di alcuni strumenti musicali possano influenzare le cellule, come il suono aiuti le piante a crescere, come la musica possa camuffare le voci schizofreniche, come le canzoni favoriscano l'apprendimento linguistico e rendano l'ambiente lavorativo più confortevole. Campbell non è uno psicologo né uno scienziato, ma un musicista e in questo risiede contemporaneamente il punto di forza e di debolezza del suo saggio. Il punto di forza è dato dall'estrema scorrevolezza del volume, dal linguaggio semplice, dal suo preferire esempi e testimonianze ad un'astratta analisi teorica dell'argomento, dalla sua grande preparazione musicale, dall'enorme passione che trasuda da ogni parola e dalla sua fede incrollabile nella musica. Il tallone d'Achille è dato da una certa superficialità nell'esposizione teorica, dal citare ricerche che motivano le sue tesi senza indicare riferimenti che consentano al lettore un approfondimento, dall'assenza di dati statistici e dalla totale mancanza di una bibliografia che, per persone che hanno avuto accesso a numerosi saggi, può rendere la lettura un po' meno convincente, perché non estesamente supportata da solidi riferimenti scientifici. La sua stessa incrollabile fede, che lo porta a parlare con scienziati e santoni, straripa più volte nel misticismo, che depotenzia, in parte, il potente messaggio e sgretola la solidità della trattazione. Non basta infatti credere per rendere vero qualcosa. Anche se è vero. Ciò nonostante, l'Effetto Mozart è sicuramente ottimo per chi si approccia all'argomento per la prima volta poiché, grazie al suo taglio leggero e divulgativo, sarà in grado di stimolare la curiosità, ingolosire i palati e spingere il lettore a cercare testi più solidi ed impegnativi. L'effetto Mozart è quindi un libro propedeutico, che pecca talvolta di eccessiva leggerezza e di un entusiasmo che sfocia nella fede religiosa, ma capace di aprire domande, di spalancare le porte del mondo musicale come terapia del profondo, di affinare l'udito, di ascoltare (e ascoltarsi) più a fondo.

Duille

 
domenica 3 settembre 2017

Telefilm addicted #15: Anne with an E, a kindred spirit

Il mio rapporto con Anna dai capelli rossi è sempre stato ostile. Nel mio immaginario, questo personaggio melodrammatico e testardo, così come veniva presentato nel famosissimo anime che ha tediato la mia infanzia, si contrapponeva, in una epica battaglia, con la mia beniamina di sempre, Heidi, uscendone inevitabilmente sconfitta. Approcciarmi alla serie della CBC canadese, distribuita internazionalmente da Netflix, è quindi stato possibile solo grazie al mio grande amore per le serie tv e per i racconti ad alto tasso di natura. Il risultato è stato l'estasi.
Anne with an E infatti è un fiore di campo. E' armoniosa e colorata, semplice nelle linee, spettinata, chiara in ogni petalo, forte e pronta ad affrontare ogni colpo di vento con tenacia. Anne è come il paesaggio che la circonda: viva al punto da togliere il fiato, intensa, selvatica, determinata, inspezzabile. Non perfetta, certo: è romantica al punto da cadere spesso nel melodramma, emotivissima, orgogliosa e testarda. Reale, e per questo impossibile da non amare. Il taglio dato alla serie è sicuramente più curato rispetto a quello dell'anime tratto dal romanzo di Lucy Maud Montgomery e a tratti è quasi Dickensiano: non teme di mostrarci la cruda realtà dell'infanzia dei primi del '900, fatta di adultizzazioni precoci, ruvidezza, sfruttamento e, in generale, di poco amore. Anne, come Oliver Twist e come David Copperfield, arriva ad Avonlea danneggiata da un passato di solitudine e ripetuti abbandoni, in cui l'unica vera compagna di vita è stata la sua prodigiosa immaginazione, amplificata a tal punto da divenire una seconda protagonista, un doppio eroico della ragazzina, che la salva quando nessun altro sembra in grado di farlo. Anne però non è un'eroina manzoniana abbandonata dalla Provvidenza, ma una figlia del suo tempo, paragonabile a molti degli abitanti della cittadina di adozione, a partire da Marilla e Matthew Cuthbert, i suoi nuovi genitori, che hanno dovuto rinunciare a tutto in nome della famiglia. Questa scelta annulla il rischio di patetismo a cui invece si scadeva spesso con l'anime, e rende tutto più realistico, quasi verista, dando autenticità al dramma, che non è il dramma di una singola anima sfortunata, ma il dramma di un secolo. Raccontando le storie dei diversi personaggi, ricorrendo anche ad ingegnosi flashbacks, diventa possibile per lo spettatore comprendere le numerose sfumature che, come un tappeto tessuto a mano, li intrecciano e li formano, e di capirne così scelte, comportamenti, spigolosità e difetti. Anne with an E è quindi anche una falda di tristezza sotterranea che scivola, nascosta al di sotto della vista, sotto i prati di tarassaco, ma di cui si può avvertire il gorgoglio e che, talvolta, prorompe con spruzzi impetuosi in superficie, bagnando i volti di lacrime, proiettando in un passato indimenticabile e forgiante come un colpo di martello sul ferro rovente.
Eppure, questa drammaticità acquea viene continuamente e fieramente combattuta da una praticità campestre che scaccia facili autocommiserazioni, e dallo spumeggiante entusiasmo e positività di Anne. L'alone di luce e allegria che permea tutte le 7 puntate della stagione la rende una nuvola di leggerezza, un ruscello di freschezza ed è magnificamente esaltata dalle colonne sonore agresti ed incalzanti, dalla fotografia coloratissima e dalla costante presenza del respiro della natura, negli interni delle case piene di mele e fiori, fino ai paesaggi mozzafiato dell'isola di Prince Edward e dell'Ontario Canadese, su cui la macchina da presa indugia ammirata, e che ricordano ad Anne (e a noi) che anche un ciliegio in fiore è un buon motivo per essere felici. Le atmosfere campestri sono quindi ottimo compendio ad una storia dalle tinte accese seppur semplici, che mostra le difficoltà quotidiane di un tempo che non è più, almeno per alcuni di noi, e di vite che rifiutano di rinunciare a se stesse, al proprio racconto ancora in divenire e ricco di promesse. Anne with an E è l'esaltazione della vita, è l'esposizione orgogliosa del proprio essere, con i suoi drammi, le cicatrici, le stranezze di ciascuno di noi. Non indora la pillola e ricorda che l'autenticità ha sempre il suo prezzo, un prezzo che Anne pagherà spesso con l'emarginazione, il pregiudizio, l'aperta ostilità, ma che non la porterà mai ad annullarsi, preferendo piuttosto la solitudine e la fuga nei boschi, ma trovando poi, immancabilmente, un'anima affine, a kindred spirit, che l'amerà e la rispetterà esattamente per ciò che è. E' in questo modo che la piccola Anne diventa portavoce di una speranza identitaria e di un femminismo gentile ma granitico, che fa dell'esempio la sua dottrina, fin dalla prima puntata. Anne non vuole essere ridotta in categorie limitanti, non rinuncia al suo femminile ma rifiuta i vincoli sociali associati al suo genere. Sogna quindi abiti con maniche a sbuffo, tè da signora, principesse e spose bianco vestite, ma parla chiaro, s'intestardisce, è impulsiva e idealista, coltiva la sua mente come a suo tempo fece Jane Eyre, ama impetuosamente e si fa rispettare, rifiutando tenacemente di essere salvata dal maschio di turno. Sostenuta da una cerchia di personaggi ruvidi, impacciati, teneramente supportivi, compresa la vicina di casa Rachel e il giovane Jerry, ed equipaggiata con tutto il coraggio di cui è capace, Anne (con una e), si prepara a conquistare il mondo ed i cuori di chi incontrerà nel suo cammino.

Duille 


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