sabato 29 novembre 2014

La copia di mille riassunti

Sembra che nel mondo di oggi ciò che conta maggiormente sia la confezione, più che il contenuto. Ogni prodotto è contornato da pubblicità oniriche, pacchetti dalle tinte sfumate o sponsor dallo sguardo lascivo. Anche i libri sono scelti per la loro copertina, che deve incuriosire, stregare, ammaliare, anche se poi il contenuto c'entra poco o nulla. Ma alla fine, guardando bene, in queste costosissime, studiatissime confezioni, si trova subito l'inganno, scritto in microscopiche letterine relegate nell'angolo più sfigato del pacchetto, in quella piega che noti solo quando ti accingi ad aprire il dolce che ha fatto diventare iperattive le tue papille gustative, improvvisatesi per l'occasione accidentali killer che ti annegano a furia di salivare.
"L'immagine è prodotta ai soli fini promozionali", recita quella piccola Cassandra ignorata da tutti. Ed infatti, aperto il pacchetto delle meraviglie, troviamo la più sfigata, insipida e depressa merendina che tu possa incontrare in un triste giorno d'inverno. La clochard delle merendine, il cane abbandonato dei dolcetti industriali, invitante quanto un intero piatto di cavoletti di bruxelles su letto di lumache. Eppure la confezione era così promettente, così ben fatta, così apparentemente costosa e raffinata! E la pubblicità, così romantica, con quelle note di casa e quelle ambientazioni rustiche! E sapete qual'è la cosa più assurda? Nonostante questo incontro decisamente sotto le nostre aspettative, nonostante i soldi spesi inutilmente per un prodotto di infinita bruttura, la prossima volta che ci troveremo di fronte allo stand dei dolci, ricadremo nello stesso errore. Ancora una volta, la confezione vincerà sul contenuto, a cui non daremo neanche una sbirciatina. Cassandra, la regina delle verità non filate da nessuno, subirà di nuovo l'onta di essere il gufo di turno, portatore di infauste notizie che nessuno vuole sentire, forse proprio perchè sono vere. Ma perché parlarvi di merendine e pacchetti plasticosi? Beh, credo sia interessante notare come il modo in cui compriamo rifletta molto la maniera in cui guardiamo il mondo. E dato che l'80% della popolazione italiana compra in base all'apparenza, ai bei visini sulle pubblicità e ai colori delle confezioni, direi che possiamo affermare, senza rischiare grossi ustioni mettendoci le mani sul fuoco, che la nostra società giudichi le persone esattamente allo stesso modo. La confezione vince sul contenuto, anche se dentro il pacchetto non c'è assolutamente niente. Ed ognuno di noi lo sa bene, perché passiamo le nostre giornate affannandoci alla ricerca della giusta confezione che ci renda interessanti, gradevoli, eleganti, belli ma professionali, insomma, per usare un termine non proprio elegante, appetibili. Non importa come, ma da fuori dovremo risultare dei vincenti, anche se dentro ci sentiamo dei falliti o se siamo pieni di problemi irrisolvibili con la mamma, gli amici e pure con il cane. Trucco perfetto anche quando andiamo in piscina, a costo di cazzuolare il tutto con un colpo di cemento, tacco dodici anche in alta montagna, giacchetta all'ultima moda anche se siamo in Groenlandia. E fosse solo questo il problema!
C'è un secondo aspetto di questo mascheramento consapevole che ci rende ancora più oscuri, ancora più simili a quella confezione di plastica che tanto ci ha attirati quando abbiamo fatto l'acquisto. Insieme a vestiti, trucco e scarpe perfette, indossiamo anche la maschera perfetta, che ci renda barbie dal sorriso smagliante e non incrinabile, anche se schiacciati da manine troppo entusiaste, e Action men dai muscoli mentali tonici e vigorosi. L'obiettivo è apparire brillanti, intelligenti, sempre sul pezzo. La nostra maschera deve essere versatile, incastrarsi alla perfezione in ogni scenario, non stridere mai né stonare di fronte al cambio dello sfondo. Una maschera che non deve dire nulla di noi, pur dando agli altri l'impressione di essere perfettamente trasparenti. Ma si sa, le maschere sono maschere e possono dire ben poco di noi. Sono bidimensionali, sono statiche, non mutano mai espressione, proprio come quella delle barbie sempre sorridenti, anche se scendono le lacrime.Perché chi vuole perdere tempo con una persona fragile? Questa è una società che schifa le emozioni, aborre il dolore, tranne in televisione. Vuoi piangere? Vai da Barbara D'Urso a raccontare la tua tragica storia, perché qui, nel mondo reale, tutti stanno peggio di te e sono comunque dei vincenti. Capite che, da questa premessa, aprire le porte al rubinetto emozionale ha solo una possibile conseguenza: il balcone o il ponte più vicino. E quindi, teniamo saldamente la maschera, anche se dietro anneghiamo nelle nostre lacrime. Usiamo la maschera per proteggerci, per non mostrare le nostre debolezze, per non sentirci sbattere la porta in faccia, ma a scapito dell'autenticità.
Ed è così che ci troviamo accompagnati da lupi travestiti da agnelli, tanto interessanti perché, dietro quelle miti pecorelle, si cela un guizzo d'occhio lupesco che li rende incredibilmente affascinanti, irresistibili. E quando li smascheriamo, quei lupi in finta lana merino e dal belato preregistrato, ci chiediamo come mai tutto il gregge continui a seguirli, come mai, anche di fronte a quei belati che sanno di ululato, loro siano comunque più interessanti di noi, che ci ostiniamo ad indossare una maschera di pecora su un viso da pecora. Stiamo sbagliando tutto? Davvero l'apparenza conta più dell'autenticità? Davvero una confezione perfetta è più appetibile del tortino fatto in casa, anche se un po' bruciacchiato? La plastica vince sulla carne? Apparentemente sì, dato che, in fondo, tutti cerchiamo la perfezione, anche se significa perdere diverse ore a fine serata per eliminare il catafalco di ciglia finte, extensions, trucco e cerone di fondotinta. Della serie che, quando andiamo a dormire, siamo altre persone. Ed in fondo, non stiamo ad ingioiellare e truccare fino all'inverosimile anche la nostra personalità? I lupi si travestono da agnelli e gli agnelli cercano, maldestramente, di diventare lupi con maschere di agnello solo per poter stare con i lupi travestiti da agnelli senza farsi mangiare. Il risultato è che la solitudine regna sovrana, tutti pensiamo di conoscere tutti ma alla fine dimentichiamo anche noi stessi. Siamo lupi o agnelli? E soprattutto, cosa vogliamo essere? Siamo disposti a perdere un po' di autenticità per un po' di successo? Perché ci sono vantaggi in questi travestimenti raffinati. Se riusciamo a mascherarci bene, siamo davvero in una botte di ferro! Successo assicurato, popolarità ad ogni grado scolastico e interesse da parte di ogni ambiente sociale e lavorativo. Sfileremo sul red carpet della vita, guardando quelli che ancora non sono stati in grado di fare il salto. Ma poi, osservando le foto di gruppo, vedremo tanti esseri con maschere di lupo e piedi di papera, agnello, cane, albero e ci accorgeremo che quelle persone non le conoscevamo affatto e che loro non conoscevano noi. E alla fine scopriremo che, in fondo, abbiamo perso così tanto tempo a levigarci per costruire quella maschera identica alle altre che ci siamo dimenticati di coltivare ciò che siamo. Siamo davvero solo la copia di mille riassunti, come dice Bersani. E poi, chi dice che si debba essere tutti lupi? Non possiamo essere il serraglio di fantastiche creature che popolano questo libro illustrato che è il mondo? All'apparenza sì, ma nessuno ci scommetterebbe un dannato penny su una affermazione come questa. Così, eccoci di nuovo qui, a diventare quelle confezioni vuote che attirano ma che non hanno sostanza. Riusciamo quasi a vedere, nell'incavo dell'ascella, la profetica frase di Cassandra: l'immagine è prodotta a soli fini promozionali. E allora che fare? Come dosare autenticità e confezione? Perché non possiamo certo essere falsi moralisti, viviamo tutti in una società che ci impone la maschera e tutti aspiriamo alla felicità. Ma se la felicità non può darcela né la maschera da lupo né l'assenza di maschera, come fare? Forse l'unica soluzione è proprio puntarlo, quel penny, su quella scommessa e cominciare a usare una maschera da agnello su un corpo da agnello e una maschera da lupo su un corpo da lupo. Bidimensionali sì, ma sempre fedeli a noi stessi. Così la sera, quando toglieremo vestiti e trucco, ci troveremo più belli di quando siamo usciti, perché saremo sempre noi, con o senza maschera.


Duille 


sabato 22 novembre 2014

Una lettera mai scritta ed una mai letta

Internet è un mondo in cui i sogni possono trovare uno spazio in cui parlare, una piccola scatola in cui essere conservati per chiunque vorrà aprirla e scoprirvi il meraviglioso contenuto. A volte è il caso che ci conduce verso quei contenitori, come se avessimo preso una deviazione dalla strada principale.
A volte sono facce amiche che ci indicano quel piccolo vicolo incastrato tra due case, fatto di ciottoli schiacciati dal peso dei palazzi che si richiudono a guscio su di lui. Io sono entrata in questo secondo modo in quella via e vi ho trovato un vecchio che raccontava una storia a chiunque volesse fermarsi ad ascoltarla. Questo vecchio raccontava di quando, da giovane professore, chiese alla sua classe di scrivere una lettera al loro sé, 20 anni nel futuro, promettendo inoltre di recapitarne una copia a ciascuno di loro esattamente 20 anni dopo quella stesura. Quel giovane insegnante, diventato un vecchio dagli occhi stanchi e i capelli bianchi, non dimenticò la promessa. 20 anni dopo inviò la copia di quel tema e lasciò che il passato si fondesse per un attimo con il presente, e che due voci, incapaci di udirsi, potessero per una volta parlarsi e ascoltarsi. Ascoltando questa storia, mi sono ritrovata a fantasticare su cosa avrei scritto se, da adolescente, mi fossi mandata una lettera. Sarebbe stata una lettera fatta di punti di domanda, richieste dolorose e speranze strappate che cercavano nel buio un filo che le cucisse. Un tema pieno di amarezza e di cinismo, la voce di una ragazza disillusa dalla vita e da se stessa, che non credeva più in niente se non nel dolore stesso. Quante parole dal suono stridente e duro vi sarebbero state incise sopra, con calligrafia delicata e sottile, come la lama di un coltello pregiato? Ma io non scrissi mai quella lettera e mai potrò leggerla. Eppure, mi sono chiesta, cosa avrei potuto rispondere a quella lettera mai nata, a quella me che non sono più ma che fa parte della mia memoria? Avrei potuto ricucire quelle speranze lacerate? Avrei potuto dare una luce benefica a quel mare in tempesta dai capelli mossi e la testa china? E mentre mi domandavo ciò, vedevo fluttuare intorno a me le risposte, intere frasi che galleggiavano davanti ai miei occhi, che giocavano a nascondino tra i miei capelli, che zampettavano da una parte all'altra delle mie mani. E così, ho deciso di scrivere una lettera alle me che verrà ed una lettera alla me che fu, dieci anni fa. La prima, rimarrà un segreto custodito in una fragile bustina di carta, da dimenticare e rinvenire tra 10 anni. La seconda, invece, è un dono che dedico a me stessa e a tutti coloro che, come me, hanno sofferto ma sono guarite grazie al tempo e alla fatica, che sono gli unici veri fili che posso ricucire le speranze e dare nuova direzione alla vita. La dedico soprattutto a tutte le me del passato, a tutti voi che soffrite adesso come ho sofferto io. Lo dedico a tutte quelle persone che hanno l'ansia sociale, schiacciate da questo disturbo che, come un mantello nero, le avvolge e impedisce loro di splendere. E anche a tutti coloro che soffrono, anche se non necessariamente del mio stesso male. Quindi eccola, la mia lettera per te, ombra del passato.



Cara Duille,
ti scrivo dieci anni nel futuro, in un epoca in cui nulla è perfetto, ma tutto è perfettamente imperfetto. Ti scrivo dandoti un nome che non ti appartiene, perché nel tuo tempo, Duille non esiste ancora e non esisterà per molto. Duille è un essere nuovo anche per me. E' il mio presente e il nostro futuro, dato che è ancora futuro anche per me. Diciamo che è ciò che siamo davvero se non avessimo corpo e non avessimo paura. Siamo noi in potenza. D'altronde, anch'essa è solo un passaggio, un adesso in evoluzione, nella speranza che un giorno lei possa abitarci, camminare nelle nostre gambe e parlare attraverso la nostra bocca. Ma Duille esiste già, solo che non l'hai ancora nominata. La troverai nei tuoi occhi, nelle tue mani, nella tua meraviglia di fronte al mondo e in quei sogni ad occhi aperti che ti fanno abbandonare quel peso che porti nel cuore ogni giorno.
Duille è il nome di ciò che ti fa galleggiare ad un palmo da terra, che è molto più dell'amore, perché non dipende dagli altri, ma dipende solo da te. Duille è il tuo sogno di parlare, sono le tue labbra che si schiudono all'emozione, che trovano una parola per esprimere ciò che senti adesso. Anche quel sentire non ha ancora trovato un nome. Ma anche lui ce l'ha già. Si chiama Ansia sociale. Un nome piccolissimo, un nome che non fa paura. Eppure è il mostro più terribile che tu conosca. E' quel sasso nero con aculei e denti che ti rode dall'interno, che ti sgretola lentamente, che ti rende polvere. E' quell'urlo acuto che infrange il silenzio della notte. Ansia sociale. Una parola che non dice nulla dell'essere nero e senza forma che sussurra parole catramose tra i rami secchi di quel bosco stregato in cui credi di abitare. E' una parola tecnica, una parola inventata dagli specialisti e per questo, una parola completamente senza valore. Ma quando sentirai questa parola, per la prima volta, non sarai spaventata, né arrabbiata. Sarai sollevata. Saprai finalmente che non sei sola, che esistono persone come te, che esiste un nome a questo dolore, anche se è un nome vuoto. Però, il solo fatto che esista, questo nome, ti rende normale. E ti aggrapperai a quella manciata di simboli, a quello scheletro già parzialmente riempito di significati. Quella parola ti darà ordine, ti farà sentire capita, almeno da un foglio di carta. Tu, che sei sempre stata incompresa dal mondo fuori casa, troverai qualcosa che capisce esattamente quello che senti. Qualcosa da cui non ti dovrai nascondere con elaborate bugie, qualcosa che non giudicherà, ma anzi, ti indicherà ciò che già sai, ma che non avevi mai pronunciato. E sarà liberatorio. Un pezzetto di quel sasso nero si sgretolerà. La voce di quell'anima nera dentro la testa si incrinerà, solo per un attimo e sarà illuminato dal faro della conoscenza. La vedrai in tutta la sua piccolezza, una pulce nascosta sotto stracci neri. Ma non per questo sarà meno pericolosa. Solo, meno spaventosa. Ci vorrà tempo per migliorare e tanta strada davanti ai tuoi piedi, ma farai progressi.


Incontrerai persone che ti aiuteranno. Una terapeuta che ti saprà guidare e ti farà sbocciare fuori chiedendoti di guardarti dentro. All'inizio, non ti accorgerai di grosse differenze. Ma un giorno, semplicemente, ti vestirai esattamente come volevi. Non nel modo migliore per non essere notata. Non nel modo più adatto a renderti invisibile. Ti vestirai come sogni di vestirti adesso. Esploderà il colore, emergerà l'etnico e soprattutto, arriverà il celtico. Il tuo abito, gradualmente, ti rispecchierà sempre di più e rappresenterà sempre meno il tuo terrore. Sarà sempre meno armatura e sempre più biglietto da visita. E questo cambiamento sarà lo specchio di ciò che sta crescendo dentro: una nuova consapevolezza, un germe di speranza. Ma non sarà un viaggio solitario. Avrai degli amici fedeli con te, persone che ti staranno accanto nonostante questa pulce esotica e terribile. Non avrai più bisogno di inventare ciò che non hai, non avrai più bisogno di rifugiarti nei libri o nella fantasia per trovare quel calore di cui tanto hai bisogno adesso. Ti capiranno davvero, anche quando non ti capiranno, perché ti accetteranno, innanzitutto, e solo dopo cercheranno di capire. Non ti abbandoneranno, ma questo non significa che non temerai di perderli ad ogni nuova crisi. Non sarà un viaggio facile e non credere che per il fatto di non essere sola la paura diminuirà. La posta in gioco sarà molto più alta. Avrai molto più da perdere, cose e persone per cui hai faticato, legami per cui hai lottato contro te stessa innanzitutto. Perché ciò che sei adesso, che ti rende così cinicamente fiera, quella fortezza di solitudine che ti sei creata per proteggerti da coloro che ti hanno fatto male e da coloro che potrebbero farti male, sarà ciò contro cui lotterai. Lotterai per fidarti. Lotterai per andare contro al tuo istinto di conservazione, al tuo desiderio di non soffrire. Essere soli fa male, è vero, ma protegge anche. Protegge dalle delusioni, protegge dai legami e dalla realtà. Un mondo di solitudine è rassicurante, non ti tradisce. E' un fischio costante di dolore che puoi imparare a non ascoltare. Ma il legame, quello smuove tutto. 
Crea arabeschi di emozioni, montagne russe di gioia e dolore che non puoi prevedere e che, soprattutto, non puoi controllare. Ma di cui non potrai più fare a meno, perché ti darà esattamente quello di cui hai bisogno. Un bocciolo di fiducia, una gemma di autostima. Non ti posso dire che starai bene, perché nel mio presente, che è il tuo futuro, le crisi sono all'ordine del giorno. Le sfide saranno sempre più difficili e sarai sempre più stanca. Ma avrai nuove frecce al tuo arco, spade più affilate, forgiate dalla speranza. Ti posso dire che esiste, quella speranza che non vedi, dentro di te, che esiste una via d'uscita da questa melma nera in cui ti trovi ora. Dovrai essere una guerriera e lottare ogni giorno. Lottare ogni volta che il tuo piede si poggerà sul mondo, ogni volta che qualcosa di bello si affaccerà alla tua finestra, lottare contro la voglia di scappare, lottare anche contro la stanchezza, contro la disillusione, lottare contro quella vocina nella testa che ti dirà che non ce la farai. Dovrai lottare per fidarti degli altri e lottare per parlare con loro di ciò che senti. Nulla sarà facile, tutto sarà difficile. Ma sai cosa dice sempre la mia psicologa? Il bello delle cose difficili è che non sono impossibili.

Duille

P.s. vi lascio il link al video da cui questo post ha avuto ispirazione (purtroppo è in inglese):
https://www.youtube.com/watch?v=oeX1H7ajOvQ&feature=youtu.be
Vi lascio anche il link al video di Breaking Italy che ne ha parlato per primo:
https://www.youtube.com/watch?v=zP4DZ2oDxo4
domenica 16 novembre 2014

Telefilm addicted #5 - Requiem for a comedy

C'era una volta gli anni '80, ricordati per poche semplici cose: abiti dai colori improbabili, capigliature alla minecraft per i ragazzi e alla "dita nella presa" per le ragazze e il boom delle sit-com familiari. Gli anni '80 hanno visto approdare sul piccolo schermo palate di famiglie variamente colorate e dalle più svariate opinioni politiche, ma tutte estremamente prolifiche di figli: I Robinson, I Jefferson, Casa Keaton, il mio amico Arnold mostravano la classica famiglia americana alle prese con i problemi di tutti i giorni. Negli anni '90, accanto ai lacrimosi (quanto noiosi) teen drama (Beverly Hills e Dawson's Creek in testa), la sitcom scopriva che anche i single e le coppie senza figli facevano ridere: si sono così aperte le porte a grandi classici della comicità dell'ultimo decennio prima della profetizzata fine del mondo, con l'intramontabile Friends e capolavori come Dharma e Greg o La Tata (che non sarà di sicuro la rivoluzione del genere, ma a me faceva ridere).
Non si perde però il gusto della serie formato famiglia da milleduecento figli, perché "la tradizione è tradizione" e finché ci sarà il tacchino al Ringraziamento e la gelatina di mirtilli (rigorosamente in barattolo) noi prodi yankees non ci faremo mancare le sitcom allargate. Però i tempi cambiano, si sa, e non si può più pensare di far figliare come conigli una coppietta relativamente giovane. Come risolvere il numero di figli che progredisce in modo inversamente proporzionale all'aumentare degli anni? Ma ovviamente coinvolgendo sempre di più familiari, vicini e chi più ne ha più ne metta! Ecco quindi che compaiono serie come Willy il principe di Bel Air, 8 sotto un tetto, ecc. ecc. Gli anni 2000 si scoprono in fondo non così apocalittici dopotutto, quindi si festeggia con nuove ondate di sitcom che, finalmente, si ricordano che il mondo è bello perché vario e che santo cielo, siamo entrati nel terzo millennio, vogliamo fare qualcosa per le categorie emarginate da ogni genere di serialità? Ecco quindi comparire una serie che personalmente ho detestato ma che ha comunque fatto scuola: Will e Grace, prima new entry ufficiale del mondo gay nel palinsesto televisivo. Ma i produttori si rendono anche conto che ormai la risata in sottofondo sa di stantio e che i vecchi format hanno un piede nella fossa già da tempo. Il genere si rivoluziona, si da' una bella mano di bianco sulle pareti, si tolgono un po' di ragnatele e nascono le prime serie comedies che non pretendono necessariamente di far ridere: Ally McBeal, Malcolm e il capolavoro dei capolavori Scrubs, che ha fatto sognare generazioni e forgiato la sottoscritta durante la sua solitaria adolescenza da nerd inconsapevole (la mia quota di ironico cinismo misto a coccolacchiottosità viene proprio da Scrubs!). Ed è così che, tra un colpo di spazzola e un pensionamento dei doppiatori di risate (che poi, li pagano? oppure registrano di nascosto le risate di persone nei bar?) arriviamo ai giorni nostri. E qui iniziano le note dolenti. Sì, perché non so se sia dovuto alla mancanza di idee degli sceneggiatori, all'avvento dello streaming che ha messo sul mercato tutto il ben di Dio che la serialità proponeva oppure se sono io che sono diventata più grande e quindi più schizzinosa ma...le sitcom di questi anni sono terribili! Insomma, guardiamo in faccia la realtà, nella serialità comica di questi anni si è optato per un modello black and white: o hai successo o sei fuori.

A- Le serie cancellate

Buone serie vengono cancellate nel giro di qualche settimana, giusto il tempo per poter dire "Oh, va che bella questa serie, finalmente qualcosa di decente. Quando arriva la prossima puntata?". Non arriva. Non arriva e non te lo dicono. Ti fanno innamorare di una serie solo per mollartela a metà, senza neanche una puntata conclusiva e senza neanche uno straccio di spiegazione se non il solito mantra de "gli ascolti sono bassi". Solo quest'anno mi hanno cancellato tante di quelle serie che mi piacevano che ora sono pronta a qualsiasi mondo postapocalittico alla The Walking Dead. Rambo mi fa un baffo a me! Dopo che ho dovuto piangere la dipartita di The Michael J. Fox Show e Growing Up Fisher, il mio cuore si è fatto duro come quello di una Mantide Religiosa. E ho pure concesso una dolce e accorata ovazione all'ingresso della diversità nel mondo seriale, un discorso pieno di sentimento che sembrava annunciare l'arrivo di un nuovo Messia della serialità! Mi mancava solo la luce divina ed il coro angelicato in sottofondo per completare il quadro (perché lo sguardo contemplativo e il sorriso estatico c'erano già!). Ma non potevano fermarsi lì, oh no! Hanno lanciato nuovi ami a cui io, povera pesciolina sprovveduta, ho subito abboccato. Il colpo più duro è stato vedermi cancellare nel giro di quattro puntate (QUATTRO PUNTATE! 4 PUNTATE!) Manhattan Love Story, una sitcom dolce come un bignè alla crema e finalmente capace di ironizzare senza scadere nel trash. Il mio cuore si è sgretolato come una statua di das ed ho dovuto riattaccare i pezzi con lo scotch! Ma questa serie in particolare ci pone di fronte al secondo problema della nuova sitcom moderna  che tocca invece le serie che hanno successo. Quindi passiamo direttamente al punto B di questa mia invettiva contro la serialità moderna:

B- Le serie di successo

Le serie di successo purtroppo sembrano seguire il principio che io ho definito "dell'ubriaco allegro", che si divide in altre 2 sottosezioni:

1) L’ubriaco allegro nostalgico
Tutte le sitcom che hanno avuto più successo negli ultimi anni sono serie che puzzano di nostalgia come le scarpine di quando eri bambina e che tua madre conserva gelosamente nell'armadio. How I met Your Mother è una di queste: una versione moderna di Friends con al centro della vicenda un uomo romantico. C'è il classico gruppo di amici (tre maschi, due femmine), la coppietta felice, la ragazza pratica che vuole fare carriera, il romanticone che le sbava dietro dalla prima all'ultima puntata, il marpione dal cuore d'oro. Molto simile a Friends, se al posto del marpione inseriamo lo scemo dal cuore d'oro. E anche una delle mie sitcom preferite, ultimo custode del mio cuore, The Big Bang Theory, è creata da un genio degli anni '90, Chuck Lorre, che ha anche creato Dharma e Greg. Niente da dire sul prodotto, secondo me è bellissimo, fatto con attenzione e con una firma inconfondibile! Ma un giorno vi farò una sviolinata su questa serie. Infine Modern Family, altra serie bellissima ma che sembra comunque partire dal recupero di vecchi schemi familiari, per quanto sia assolutamente uno dei prodotti più originali e innovativi dai tempi di Will e Grace (solo che, per una volta, i gay sono gay e non pagliacci isterici! Grazie Lloyd e Levitan!).

2)L’ubriaco allegro disinibito
Una buona parte delle nuove sitcom sembra essere andata un po' agli eccessi per quanto riguarda il tema dello svecchiamento. Sembra che oggigiorno non si possa fare alcuna serie di successo se non si parla, mostra o si fa del sesso. Ci sono intere serie completamente dedicate a questo. Married e You're the worst sono le prime che mi vengono in mente. Intere puntate riempite di scene di sesso più o meno esplicito. Sia chiaro, io non sono una bigottona che sogna il ritorno delle gonne anni '50 e del proibizionismo, ma non si può pensare davvero di ridurre tutte le relazioni umane a buchi, tette e lenzuola (scusate la brutalità). Una felice eccezione è Scrotal Recall, che usa il problema sessuale (una malattia venerea) per indagare i rapporti umani e sessuali tra il protagonista e le varie donne con cui ha avuto delle storie durante gli anni. Molto carino (se non me lo cancellano, ovviamente!).

Infine sto notando un nuovissimo trend che si sta sviluppando nell'ultimissimo periodo: un vero e proprio rispolvero dei vecchi format. Facendo nuovamente riferimento al principio dell'ubriaco allegro, potremmo dire che è un caso da vomito nel giardinetto di casa dell'ex ormai sposato con figli mentre cercavi di farla/o tornare sui suoi passi rievocando i bei vecchi tempi andati. Mi sono trovata tra le mani cose (perché sono cose, non serie) come Cristela e i McCarties. Ogni puntata dura 20 minuti ma sembra durare almeno un paio di vite. C'è tutto quello che non dovrebbe mai essere riportato alla luce! La mummia delle serie tv si è impossessata di qualche produttore e ha ideato sitcom che puzzano così tanto di vecchio che la cuccia del mio cane sembra quasi Eau de Toilette! Risate registrate riesumate da qualche cassetto polveroso, ping pong di battute che non fanno ridere nessuno e un'aria di plastica che permea tutta la serie. Il finto più finto della Barbie Umana!
Insomma, alla fine di questo sproloquio posso dire che la situazione per le sitcom non è rosea. I prodotti più originali non scalfiscono il grande pubblico e quelli più trash sembrano spopolare. In questa spirale di già visto e noioso, i produttori sembrano ridursi a pescare nella cesta delle occasioni alla ricerca di qualche format vintage che possa ridare lustro ad un genere che non sembra riuscire a decollare, neanche con un po' di buona volontà.
Non resta che appoggiarci a quelle poche serie che hanno ancora l'aura di santità per guidarci nell'oscuro mondo fatto di battute scadenti e risate registrate che è il 2014.

Duille


domenica 9 novembre 2014

Duille e il muro di Berlino

Ci sono storie che conosciamo solo dai libri, rivoluzioni lontane e quasi mitiche e passati recenti che ci hanno visto testimoni da lontano, indirettamente. E poi ci sono storie che, nonostante la distanza, ci toccano nel profondo del cuore, fanno vibrare le fibre della nostra corteccia di nuovi suoni, ci  parlano sussurrandoci nell'orecchio parole di speranza o, più spesso, cantano a squarciagola inni di lotta e di vita. Io avevo solo 1 anno quando tutto il mondo poté assistere meravigliato alla caduta del muro di Berlino.
Quando si ha un anno si è troppo impegnati nel perfezionare la dura arte del cucchiaio (gira la mano, raccogli pappa, rigira il polso, tieni la posizione, avvicina cucchiaio, centra la bocca, gnam! E ora, da capo!) e il mondo è decisamente troppo grande e troppo complicato per badare ad esso. Quando siamo così piccoli tutta la nostra realtà si concentra sui dettagli: il viso della mamma, il cucchiaio con cui litighiamo, il nostro migliore amico di peluches che ci accompagna in ogni avventura, trascinato per un braccio nelle nostre maldestre escursioni per la casa. Siamo tutti presi dalla scoperta degli spazi, dai movimenti del nostro corpo, dalle parole che sgorgano dalla nostra voce. Non abbiamo proprio tempo per cose così grandi e apparentemente così inutili come un muro che cade. E poi, cosa c'è da vantarsi? Noi distruggiamo muretti di lego tutti i giorni e non mi sembra proprio che ci dedichino un servizio al telegiornale per questo! Eppure, dando un'occhiata a mamma che sta guardando la televisione, notiamo che ha gli occhi lucidi e un sorriso meravigliato stampato sulla bocca. Certo, ad un anno non sappiamo esattamente cosa sia un sorriso di meraviglia, ma conosciamo la sorpresa, quindi un po' ci raccapezziamo lo stesso. Ma quello che proprio non riusciamo a capire è il perché. Perché questa gente che distrugge un muro di lego è così bella da paralizzare tutta la famiglia, lasciando ferri da stiro sospesi in mano, caffettiere borbottare infuriate sul fuoco e bambini a domandarsi cosa stia succedendo? Ad un anno è di certo una domanda impossibile da rispondere, soprattutto per qualcuno che non ha ben chiaro neanche il concetto di meraviglia. Così ce ne disinteressiamo e andiamo avanti con la nostra vita fatta di piccoli spazi e piccole conquiste. Ma crescendo, diventando cintura nera di Cucchiaio e Maestri nelle espressioni più variegate, allungandoci in altezza e in esperienza, un giorno ci imbattiamo in quel filmato, casualmente, magari proprio un 9 novembre di un anno qualunque.
E di colpo, ci ritroviamo con gli occhi bagnati, lo sguardo illuminato e il cuore che batte al ritmo dei colpi di quei picconi. E allora capiamo. E anche io ho capito la bellezza di quel gesto così apparentemente violento, la splendida energia di quella folla che era pronta a cambiare il mondo con un semplice piccolo passo, diventando un solo corpo composto da miriadi di mani, voci e occhi. Quei picconi che colpivano quel muro, quegli strumenti che aggredivano quei mattoni colorati, lungi dall'essere carichi di odio e di rabbia, erano pieni di amore. Amore, capite? Quale meravigliosa rivoluzione può nascere da un sentimento così grande? Quale sguardo non si riempie d'infinito di fronte ad un gesto di speranza così potente? Quale giovane non trova ispirazione in un atto di fede così spontaneamente esplosivo, eppur gentile? E' stata l'unica volta che un atto di forza mi è sembrato così bello e così vivo. Ogni colpo sprigionava scintille invisibili, stelle filanti dei secondi che erano stati imprigionati dentro quelle mura, annullando il tempo, bloccando le persone e Berlino stessa in un eterno presente, trasformando la città in una gigantesca sala d'attesa per il giorno in cui tutto sarebbe finito e il mondo avrebbe ricominciato a girare. La città che attende, un giorno, semplicemente, ha smesso di aspettare.


E ha abbattuto quel muro che divideva strade, famiglie, vite, quartieri. Ha liberato il terreno dal peso di quelle pietre di oppressione, di egoismo e di cieca pazzia. Ogni colpo era accompagnato dalle risate ed ogni risata si librava in aria andando a solleticare i piedi di tutte quelle anime che erano morte tentando di scavalcare il muro, quando la follia di uomini che dovevano portare libertà era sfociata nella più orribile delle invenzioni: una forbice di mattoni che spezzava, tagliava, tranciava in due ricordi, passati e legami. Ogni frammento di calce che crollava era una lacrima che finalmente si ricongiungeva con la terra, una pioggia d'acqua sgorgata dagli occhi di migliaia di berlinesi che ora diventava linfa e nutrimento per i germogli del futuro, finalmente liberata dal suo dolore. Ogni fantasma di mano che si era appoggiata su quel muro era ora diventata pugno interno al cemento, che spaccava e batteva da dentro, dando un ritmo alle risate e alle parole delle persone là fuori, dando una melodia alle mani di oggi che stringevano quei picconi. I vivi e i morti, uniti in un'unica melodia ritmica, spingevano e distruggevano da dentro e da fuori, da ogni direzione, in un unico movimento, per liberare il futuro incrostato nel catramoso calcestruzzo che aveva diviso e ucciso. E poi, in tutto questo danzare, liberare, illuminare, finalmente qualcuno riuscì a salire su quel muro, seguito da altri e altri ancora, da ogni lato, come piccole formiche. Si aiutavano l'un l'altro, si abbracciavano, fino a coprire interamente quel pezzetto di muraglia che li aveva divisi, fino a diventare una neve benefica che bonificava tutto, riempiendo il dolore con la gioia, la rassegnazione con la speranza, le urla con le risate, il passato con il futuro, l'odio con l'amore. Loro erano lì, consci di star facendo la storia, ma forse non consapevoli di quanto avrebbero ispirato le future generazioni, loro, che ci hanno insegnato a sperare sempre, a lottare in nome dell'amore, loro, che si erano ripresi la vita sull'orlo del cielo.
Per questo gesto posso dire solo una parola: Grazie.


Duille


sabato 1 novembre 2014

Molto forte incredibilmente vicino: una melanconia disperatamente dolce

Che Jonathan Safran Foer fosse un genio, ormai era chiaro. Pochi sanno maneggiare il dolore con la poesia di questo autore, facendo serpeggiare la speranza tra le righe della pagina, per poi, di quando in quando, ricordare, con una dolorosa stretta allo stomaco, l'orrore di cui si sta parlando, il buco nero da cui i personaggi cercano costantemente di uscire con tutta la forza che hanno. Lo abbiamo visto con Ogni cosa è illuminata e lo ritroviamo anche nel suo secondo romanzo, Molto forte incredibilmente vicino.

Un libro che vuole spogliare un evento drammatico come l'11 settembre di ogni connotazione politica, economica o etnica, per mostrarne la sua vera, nuda natura: il dramma umano. Quel giorno morirono molte persone e Foer sceglie la voce di un bambino, Oskar Schell, per narrare la vita dopo quella mattina terribile, in cui molti persero qualcuno e lui perse il suo papà. Il suo straordinario papà, che amava raccontargli meravigliose storie e fare lunghi indovinelli che stimolavano la mente di Oskar. Quel padre che, morendo, ha lasciato in sospeso l'ultimo enigma, che non troverà mai risposta, e un figlio, che non sa più vivere nel mondo senza di lui. Oskar è esempio di una tragedia che ha spezzato vite, quelle di chi è morto e quelle di chi è rimasto. Maglioni con un buco in mezzo che si sfilacciano mentre cercano disperatamente una toppa, un orlo che renda sicuro un vuoto inguardabile e che continua ad allargare le maglie di lana, mostrandosi anche agli occhi chiusi. Oskar è un bambino bucato, che cerca di orlarsi con le invenzioni, le lettere inviate a personaggi famosi e da lui stimati e  i racconti con la nonna e la mamma, sue raison d'etre. Ma che inevitabilmente finisce sempre con lo spingersi di nuovo vicino a quel buco incolmabile. E allora decide di iniziare ad esplorarlo quel buco, camminando intorno al bordo, rinunciando a dimenticare. Parte da un filo, una chiave, per iniziare la sua discesa, nella speranza che quel piccolo oggetto lo aiuti a sentire ancora, per un attimo, il respiro vitale emergere dal ricordo del padre. Fame di parole nuove, ancora non udite, e di gesti non visti, come se in quelle frasi e in quei movimenti ci fosse ancora un briciolo della vita ormai spezzata, per farlo resuscitarlo, solo per un altro po'. Sperando che questo basti, anche se non basterà mai.E contemporaneamente, Foer ci proietta
dall'altro lato della strada e dall'altro lato del mondo, nella storia che affonda le radici in un passato lontano, tutto europeo, fil rouge della storia dell'autore e dei suoi romanzi. Affonda le mani nella terra di Dresda e nella vita di una donna e di un uomo, che vivono un eterno lutto che tenta, invano, di essere un cercare di vivere. Una coppia che si ama ma che è inseguita dai fantasmi degli amori passati e spariti e che si aggira tra luoghi di Niente che finiscono col diventare più importanti dei Luoghi di Qualcosa. Foer non perde il piacere ad intrecciare storie diverse, eppur collegate, legandole dallo stesso dolore insolubile, dalla stessa difficoltà a vivere, e saltando da una storia all'altra mantenendo queste note malinconiche e addolorate, vero unico comune denominatore. Un velo di tristezza che sembra sgorgare spontaneamente dalla penna dell'autore, tristezza a volte poetica, a volte quasi divertita. Malinconia che ci avvolge come una pigra risacca sulla riva del mare invernale, mentre si guardano nuvole grigie in fondo all'orizzonte e dentro il cuore, e mentre i gabbiani, volando, tentano di bucare quelle coltri di cotone. Leggendo queste pagine e guardando quel paesaggio, ci si ritrova a pensare che sia dannatamente bello, tristemente meraviglioso, meraviglioso quel sospiro di acqua che parla sui piedi, meraviglioso quel vento salino che fa rabbrividire, meravigliosa l'umidità sulla pelle fusa nella sabbia bagnata. Malinconicamente bello, al punto che si vorrebbe sciogliersi in una lacrima e diventare parte di quel mare dalle note così familiari. Molto forte, incredibilmente vicino è la storia di una ricerca impossibile, la ricerca del pezzo di puzzle caduto nel caminetto acceso, un libro sulle parole mai dette e su quelle mai concluse, su lettere scritte ma mai inviate, su suoni che si è dimenticati e su voci che non si vogliono dimenticare. La storia della vita dopo la tragedia che, crudelmente, va avanti, e di persone che, nella vita, non ricordano più come ci si sta. Persone che si inventano inquilini misteriosi, lettere battute con inchiostro invisibile, voci inudibili scritte sui muri e tatuate sulle mani. Personaggi in fuga nella ricerca, che si circondano di immagini per fissare un punto fermo in un mondo che cade a pezzi dolcemente, come una marea che lentamente scioglie una statua di creta. Immagini che Foer descrive, scrive e fotografa, dando un impatto ancora maggiore alla sua narrazione e rendendoci parte attiva della vita di Oskar, di Thomas, della nonna e della mamma. E saranno proprio le immagini a concludere questo romanzo, come ultimo potente messaggio che le parole non sono in grado di esprimere davvero. Molto forte, incredibilmente vicino è straziante, poetico, divertente, malinconico. Un omaggio a tutte le morti, in ogni luogo e in ogni tempo. Un saluto, un abbraccio colmo di compassione a tutti coloro che hanno avuto la maledizione di continuare a vivere dopo la tragedia. 

Duille


"Le piaceva saltare sul letto. Aveva saltato sul letto per tanti anni che un pomeriggio, mentre la guardavo saltare, il materasso si sfasciò. La cameretta si riempì di piume. Le nostre risate le tenevano in aria. Pensai agli uccelli. Avrebbero volato se, da qualche parte, non ci fosse stato qualcuno che rideva?"


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