sabato 26 luglio 2014

Sogno di una notte di mezza insonnia

Ieri è stata una buona giornata: mi sono riposata, ho fatto una maratona dei miei telefilm preferiti, ho mangiato dell'ottimo pesce, ho organizzato il mio piano di studi di agosto e me ne sono andata a dormire relativamente serena. Ma, appena chiusi i miei occhi, qualcun'altro ha aperto i suoi, nel buio della mia mente. Quel maledetto serpentello è strisciato tra i miei neuroni appisolati, approfittando dell'assenza di barricate della coscienza, ha messo k.o. la guardia panciuta mangiaciambelle (devo ricordarmi di licenziarla e prendere una versione neurale di Rambo al suo posto) e si è accomodata su una poltroncina vicino al mio orecchio, dove ha sibilato poche parole: 

"Sssei sssicura di riusscire a sstudiare tutto in tempo per l'essame di sssettembre?" 

PLOP! La bolla di sonno è scoppiata, i miei fari oculari si sono aperti, in tutta la loro gloriosa obloità e il mio corpo si è mobilitato, in un unico balzo viscerale.

Il cuore ha dato l'allarme con un ritmo da corsa campestre, i neuroni sono saltati sull'attenti, guardandosi intorno disorientati. 
ALL'ARME! IL RIMUGISERPE E' EVASO! PREPARARSI ALLA DIFESA! SCHIERAMENTO A TARTARUGA! 
Fanteria davanti, cavalleria leggera dietro, e, sopra tutti, i Generali cervelloni che daranno battaglia al Rimugiserpe, come novelli Guybrush Treepwood alla ricerca del proprio titolo di pirata. Perchè quella che si combatte, signori, è una guerra di parole che vede il Rimugiserpe già in vantaggio. Il fetente tiene in ostaggio il sistema limbico, lo strizza, ogni tanto, lanciando raffiche di ansia che ribaltano i Generali, e scariche di adrenalina che farebbero invidia ad un caffeinomane navigato. L'intero corpo è un campo di battaglia, un unico fascio di nervi che potrebbe accendere, da solo tutte le luminarie natalizie di una casa texana. Fuori, la calma della pietra, la pace dei sensi, la quiete del saggio, ma dentro è tutta una trincea, elmetti sulla testa, vocabolari che volano, ospedali da campo ed esondazioni di succhi gastrici arginati con sacchi di lipidi che si sciolgono troppo in fretta. (La nota positiva di tutta questa faccenda è che domani mi sveglierò con due occhiaie da guinness dei primati, ma anche con qualche chilo in meno...grazie Ansia!). C'è panico tra i civili, mentre le forze armate rispondono colpo su colpo alle frasi sibilanti del Rimugiserpe: "E' tutto organizzato! Abbiamo suddiviso lo studio al dettaglio, come sempre! Non c'è niente di cui preoccuparsi!" 
"Ma sssapete benisssssimo che il vosstro sschema è precario. Avete previssto un sssolo ciclo di ssstudio, non vi bassterà mai per preparare tutto bene!" 
Silenzio nelle retrovie. I Generali si consultano, mentre nelle strade dilaga lo sgomento. Alla fine, la risposta, che calma gli animi:
"Certo, ma abbiamo già fatto una prima studiata!" 
"Non dell'intero libro, mi pare e, ssoprattutto, non di tutti i libri!"
La risposta arriva immediata, come una battuta di tennis ben piazzata.
"Certo, ma in fondo è psicodinamica, non devi sapere tutto al dettaglio, devi capire i concetti!" e qui, in un momento di trionfo, "E noi i concetti li abbiamo capiti alla perfezione!"
E' FATTA!
Il Rimugiserpe accusa il colpo. Vacilla sotto il peso di questa verità, che lo zittisce. I Generali Cervelloni si stringono le mani e si congratulano arricciandosi i baffi soddisfatti. Di sotto, i civili si lanciano in esultanze da ultimo dell'anno. Il sonno fa capolino dal suo angolo e, lentamente, comincia a coprire con la sua coperta di ovatta la mente ancora in assetto di battaglia. Ma il Rimugiserpe ha un asso nella manica, che rimette tutte le carte in tavola: "Ma avete dimenticato di aggiungere un libro, poveri sssciocchi!" 
I Generali restano ammutoliti. Controllano nella memoria recente e, sì, effettivamente hanno dimenticato di aggiungere alla programmazione lo studio di un intero libro! Ma come hanno fatto a dimenticarlo?
Il sonno si allontana, rassegnato e con la testa bassa, portandosi dietro la sua coperta. Di dormire non se ne parla nemmeno. E anche il corpo comincia a risentirne. Inizia il classico rigiro da luccio sul materasso, ci si incastra nelle coperte, quelle vere, ed è allora che una terza voce irrompe tra le due parti. E non sono i neuroni, e non è neanche il Rimugiserpe. Oh, no, quella voce sei proprio tu che, al colmo dell'indignazione, tuoni: "Ao'! Ma che è 'sto casino? Vi sembra l'ora di fare 'sta cagnara? Qui c'è gente che cerca di dormire! Ci pensiamo domani mattina allo studio, e pregate che la mia faccia non assomigli ad un panda dopo un'indigestione di bambù!" 
Ma si sa, non hai mai avuto davvero giurisdizione nella tua mente, e la battaglia riprende come se non avessi proferito parola. Beh, almeno ci hai provato. Ora non puoi fare altro che rassegnarti e aspettare che il sonno abbia pietà di te e ti mandi k.o. Lui sì, che ha l'ultima parola.

Duille



mercoledì 16 luglio 2014

Quando ti si buca una gomma (e sei in ritardo)...

Ieri mia madre mi ha accompagnata dalla psicologa. Per fare prima. E perchè ero in ritardissimo. Ma a quanto pare non era destino. Infatti, non ci si doveva mica bucare la gomma (anzi, la parola giusta è DISINTEGRARE) in Piazza 24 Maggio? Ci siamo parcheggiate in un angolino (per pura grazia divina abbiamo trovato in fretta un parcheggio - grazie Dio per aver guardato dalla nostra parte - ), sono corsa fino alla mia lontanissima meta per riuscire almeno a dire ciao alla psicologa ("ecco che la numero 25 attraversa di gran carriera la strada rischiando l'investimento, eccola che si butta in un bar e arraffa una bottiglia d'acqua, ecco che arranca gli ultimi metri tenendo teneramente tra le braccia il polmone deceduto ... E CE L'HA FATTA! Con solo mezz'ora di ritardo!!!") Faccio la mia seduta di 20 minuti in cui racconto il mio sogno in versione bignami, ri-esco fuori, constato la disastrosa situazione dei miei piedi (ballerine nuovissime super dolorose = vesciche come se piovesse), raccatto mia madre che, nell'attesa si è scofanata un gelato, e ripartiamo alla volta della macchina. Mia madre miagola per (nell'ordine): caldo, stanchezza e un dolorino al ditone del piede destro (tu soffri donna? E io cosa devo dire? I miei piedi stanno organizzando uno sciopero!) mentre io comincio a zoppicare con tutta la dignità che mi è rimasta.
Ci fermiamo da un gommista che sembra provvidenzialmente spuntato tipo fungo solo per venire in soccorso di noi giovani donzelle in difficoltà, ma per fare 100 metri (la distanza che ci separa dalla macchina) ci chiedono 25 euro di uscita. Ce ne andiamo augurando dissenterie a fiotti e cali della corrente durante la partita di calcio, e proseguiamo il nostro viaggio nel sahara rivendicando la nostra indipendenza femminista al motto:"non siamo mica sceme!".
Arriviamo alla macchina, dove mio padre, giunto per l'occasione (in barba al nostro femminismo), indice una lotta con la gomma che, per quanto ormai devastata dalla vita, non vuole proprio mollare l'osso e, una volta sconfitta e sostituita con la sua sorellina anoressica di scorta, partiamo alla volta del gommista vicino casa, che ci spilla 250 euro per cambiarci TUTTE le ruote. Secondo la sua versione, le tre superstiti sono ad un passo dal darci forfait come la sventurata che ci ha mollate prima. Mia madre dimentica tutti i dolori di prima e li fa convergere in un unica sincope animica. Finalmente, all'alba delle 20.30 SONO A CASA. E' stato il pomeriggio più lungo della mia vita.


Duille




venerdì 11 luglio 2014

Emozioni in apnea: la terapia d'urto dell'ansia sociale

Le emozioni sono una delle spine nel fianco dell'ansia sociale. Le amiamo, le odiamo. Le vorremmo spegnere, ma non possiamo farne a meno. E' la nostra linfa e la nostra maledizione. Perchè, vedete, noi viviamo le emozioni in un modo tutto particolare: fondamentalmente sono incontenibili, incontrollabili, indomabili. 
Nel mio immaginario, sono come quei treni che passano correndo vicino alla banchina della stazione: si annunciano rumorosi, con il loro schiamazzare, ma non sei mai totalmente preparato al loro arrivo. E poi, semplicemente, ti sommergono, mandandoti in apnea. Un corridoio di vento ti travolge, facendo volare i capelli, smuovendo il corpo premuto dalla pressione dell'aria. 
Il suono del treno, il clang-clang delle ruote sui binari, il rumore dell'aria spostata prepotentemente ti rende sorda alla tua stessa voce e ti ruba la parola. Sei pesce. Le parole della tua mente cadono una ad una nel silenzio riempito rabbiosamente da quel suono schiacciante, da quella forza che irrompe noncurante, interrompendo tutto e lasciandoti lì, ad aspettare. Il treno è, e nel suo essere, contagia tutto, che tu lo voglia o no. 
E l'emozione non è forse la stessa cosa? Non è forse una forza che irrompe nella vita, interrompendo tutto, ammutolendo tutto, riempiendo corpo e mente del suo suono, del suo corpo, della sua parola che non è mai davvero parola? Non è forse un'energia che altera gli equilibri, spezza legami e ne crea di nuovi?  Non è una scarica che confonde, annullando i sensi e la voce interiore, e che disorienta, scardinando e facendo impazzire la nostra bussola guida? E come possiamo noi, ansiosi sociali, giunchi costantemente sull'orlo di spezzarci, sopravvivere a questo canto vitale che non conosce tenuità? Ci nascondiamo, aspettando che passi, proteggendoci come meglio possiamo. Ma sopravviviamo sempre. Inspiegabilmente, siamo ancora lì dopo il passaggio del treno. Scompigliati, ma ben piantate a terra. E da qualche parte, dentro di noi, un ricciolo di vento si fa il nido, diventando parte di noi. 
E qui sta la doppia valenza del nostro rapporto con l'emozione. Immaginate cosa significhi essere travolte completamente da un'emozione come l'amore, la gioia, l'allegria, l'affetto. E' una sensazione meravigliosa, magica. Ci illuminiamo da dentro, respiriamo a pieni polmoni quella luce dorata e frizzantina che risveglia ogni cellula, rendendoci brillanti stelline fiammeggianti. Penso che in quei momenti, saremmo addirittura capaci di trasmettere quelle bollicine di gioia, con un solo gesto. Non riusciamo quasi a contenerle, eppure non ne siamo mai sazi, inebriati dalla scarica di vita che ci attraversa, esondando dai nostri occhi, dal nostro sorriso, dalla nostra risata, dalle nostre braccia aperte.


Ma purtroppo, questa apparente assenza di scudi, che ci permette di essere toccati completamente dall'emozione, è anche la principale causa delle nostre ferite. Quando quel vento impetuoso è portatore di un'emozione negativa, che sia paura, tristezza, sconforto o frustrazione, ci invaderà allo stesso modo, con un unico urlo acuto di terrore che ci gela, fa sobbalzare, ci ribalta come colpiti da uno schiaffo, bloccandoci nell'attesa che finisca. Come la sirena che annuncia un bombardamento, questo treno nero ci spaventa terribilmente, e ci rannicchiamo su noi stesse, le braccia che avvolgono le gambe, e la testa nascosta nelle ginocchia, aspettando semplicemente che passi. Dopo un'emozione negativa, di solito ci servono almeno un paio di giorni di assoluta calma: chiudiamo fuori dalla porta il mondo e ci curiamo le ferite. Siamo scottati, abbiamo bruciature emotive sull'ottanta per cento del corpo, anche un alito di vento ci potrebbe far sobbalzare. Quindi la soluzione è bunkerizzarci in casa, stacchiamo telefoni, cellulari, social networks, diciamo bye bye agli amici e lasciamo che il silenzio ricostruisca la nostra pelle ustionata. E solo allora possiamo, con passi incerti, uscire di nuovo nel mondo. 

Il problema, come potete vedere, sta proprio in questa assenza di filtri, in questa congenita perdita di armatura: siamo nudi davanti all'emozione, non abbiamo neanche un piccolo misero scudo di cartone a difenderci dal treno emotivo. Forse prima di nascere abbiamo mancato la grande svendita di protezioni, forse non ci è arrivato l'invito alla annuale distribuzione di armature. Il dato di fatto è che non abbiamo neanche un caschetto da bicicletta, neanche un rattoppato paio di ginocchiere. Niente. Solo la nostra pelle delicata contro i fuochi del drago. E mi sa che fabbricarne una, di armatura, non è semplice come si possa pensare.
Ci abbiamo provato, in passato, ma alla fine sceglievamo sempre il materiale sbagliato, o avevamo incollato male i pezzi, oppure i nostri chiodi erano di cattiva qualità...alla fine quell'esile scudo che ci eravamo faticosamente costruiti a forza di buoni propositi, discorsetti allo specchio e inneggiamenti al "mai più soffrire", quello scudo su cui riponevamo così tante speranze, finisce sempre irrimediabilmente con il venir spazzato alle prime avvisaglie di treno. 
Ed è così che finiamo a fantasticare su quanto sarebbe bello se avessimo un bel bottone rosso piantato nella schiena, da premere all'occorrenza, così da spegnere il nostro recettore emotivo. Allora sì che saremmo invincibili: lo scudo d'acciaio temperato che tanto desideravamo. Passa pure treno. Non ti temo affatto, non potrai farmi male. Sono indistruttibile, stavolta. Ma quel bottone non esiste, e penso che sarebbe anche un po' antiestetico, quindi è un bene che non ci sia. Però resta il problema: come fare a proteggersi dalle emozioni? Beh, da quel poco che ho capito dalle mie frequenti apnee emotive, l'unico modo per difendersi dalle emozioni negative è togliere la testa dalle ginocchia, alzarsi in piedi e, a testa alta, lasciarsi inondare dall'emozione. All'inizio saremo ustionati come non mai, completamente carbonizzati, neri pece peggio che Dick Van Dike dopo una passeggiatina nei camini di Londra. Ma, di fuliggine in fuliggine, noteremo che, ad ogni colpo di treno, una parte sempre più estesa della nostra pelle sarà intatta e riusciremo a prendere una boccata di aria, di tanto in tanto. In sintesi, la parola chiave è 

 ESERCITARSI.

So che è difficile, impossibile talvolta, ma non bisogna per forza iniziare a fronteggiare treni ad alta velocità. Cominciamo con un trenino a vapore, che va piano, ma che comunque spaventa a sufficienza. Facciamoci le ossa su quello, finchè non farà più paura e potremo guardarlo arrivare con il sorriso di sfida sulle labbra e la spada sguainata.
 E, una volta che avremo imparato a conoscere bene le nostre paure, e saranno meno pericolose, scopriremo che l'ansia sociale ci ha fatto un'altro importante regalo: ci ha resi recettivi all'emozione pura. Il nostro scudo è stato forgiato dalla nostra mano, dal nostro sudore, sangue e lacrime, è il frutto di migliaia di scottature, non ci è stato dato. E quindi sappiamo esattamente come abbassarlo quando sentiamo la frizzantezza nell'aria. Siamo nati nudi di fronte alle emozioni, e possiamo tornarvi in qualsiasi momento. Quindi, adesso lavoriamo per costruire uno scudo sufficientemente forte da proteggerci dalle paure che conosciamo, e godiamoci appieno le emozioni che noi sceglieremo di vivere. Ora saremo capaci di farlo.


Duille


venerdì 4 luglio 2014

Quando il buffo è l'unico modo veritiero di raccontare una storia triste: Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata è indefinibile, indescrivibile, inspiegabile. E' arte nella sua forma più bizzarra e giocosa. Non si prende sul serio e, nel non farlo, diventa un capolavoro. Ammetto di essermi trovata davvero in difficoltà nel pensare a come parlarne, perché recensirlo è impresa troppo ardua per una lettrice come me. Ci ho provato, l'ho anche scritto nero su bianco su un buon vecchio foglio di carta. Ma,anche dopo due pagine scritte fitte, non ero soddisfatta. Perchè, lo ripeto, Ogni cosa è illuminata è indicibile con le parole. Forse lo potrei descrivere con delle immagini: è un sorriso, è una lacrima, è un cuore che batte di passione. Ogni cosa è illuminata è un microcosmo, un gioco, una commemorazione. E' un pensiero sussurrato all'orecchio, tra sè e sè, una malinconica canzone d'amore perduto. Ma forse potremmo definirlo più precisamente un libro matrioska.

Innanzitutto, è una matrioska di storie: due vicende, parallele ma intrecciate, si alternano durante tutto il romanzo. Scritte da mani diverse, si parlano tra loro per allusioni e non detti, consapevoli di star narrando la stessa storia, ma dal bordo di tempi distinti. Due autori diversi, con cuori diversi e menti diverse che si incontrano e si scontrano, nell'unico punto di contatto tra le due vicende: le lettere che Alex, giovane ucraino dall'inglese sgangherato e buffo, scrive a Jonathan, il giovane americano che ha guidato nel suo "molto rigido viaggio". Le lettere sono il grido ribelle di una gioventù, di un desiderio di felicità che viene negato anche nella finzione, ma a cui si anela rabbiosamente, di cui si esige il diritto. Perché Brod ha diritto di essere felice, e Yankel e Safran, e la Zingarella, e tutti noi. 
Ma la matrioska di cui parlo va oltre alla struttura con cui il romanzo è costruito. Si estende in ogni direzione: 
è una matrioska della parola, il cui significato ne contiene altri che si aprono l'uno dentro l'altro e ogni frase schiude domande da cui emergono altre domande.
E' una matrioska del tempo, in cui il presente guarda ad un passato che si sta già muovendo verso il futuro di un presente voltato all'indietro, alle radici della sua esistenza, in un eterno moto circolare.
E' una matrioska dello spazio, che lega i personaggi in una rete di ragnatele esistenziali, finchè essi si perdono in identità multiple, in cui non importa più chi sono, poichè diventano simbolo, emblema di un popolo, di un tempo e di una vita, ad indicare che noi siamo la nostra storia e che la storia del mondo siamo noi. 
Ma è anche un gioco stilistico perfetto, in cui l'autore mostra tutta la sua incredibile padronanza della lingua, la sua capacità di far vibrare di mille sfumature le corde di quei segni stampati. Foer sperimenta ogni stile e ogni struttura gli venga in mente, a partire dallo sgangherato quanto dolcissimo stile di Alex, che si "bussa il petto" per scusarsi, o che "sfagiola" le belle ragazze con cui diventa "carnale". A questi momenti malinconicamente ironici si alternano le pagine di Jonathan, che rievocano la storia di Trachinbrod dalle sue origini, quando "il carro di un tal Trachim B (secondo noi) cadde nel fiume", fino al dramma della sua fine, durante la Seconda Guerra Mondiale, usando una poesia a volte enigmatica, contenente sempre più significati di quanti riusciamo a cogliere.



E quando il dramma cala, inevitabile, sul piccolo Shtetl di Trachimbrod, Foer si concede uno stream of consciousness cavalcato dall'emozione, dall'urlo vuoto dell'orrore della Storia. Le parole si fondono, diventano flusso indistinto deformato, terrore senza fiato che corre in ogni direzione, senza capacitarsi mai del tutto, senza riconoscersi davvero nello specchio. E quando anche le parole non bastano più, allora è il silenzio muto della pagina bianca, del punto sospeso che toglie il respiro. 
Eppure, tutto questo non basta per spiegare Ogni cosa è illuminata. Forse dovrei semplicemente dire che è Arte, e l'arte non si può spiegare, ma solo vivere. E' un libro complesso, inizialmente difficile, confusivo, che mette alla prova. Ma se ci si lascia guidare dal flusso, si potrà sentire l'intima complessità dell'essere umano, la sua forza vitale, il suo amore passionale e carnale, le sue 613 tristezze e il suo scorrere eterno, perchè "il principio del mondo giunge spesso".



Senza dubbio il libro meglio scritto che mi sia capitato tra le mani, consigliatissimo, ma da leggere piano, assaporando a fondo ogni parola, ogni sottinteso e tutta la dolce malinconia che non lascia scampo, neanche nei momenti di allegria. Un libro che cambierà il modo di concepire la scrittura, perché Foer non è uno scrittore, ma uno scultore della parola.

p.s. vi consiglio di guardarvi anche lo splendido film da cui è tratto questo capolavoro. Guardatelo prima, durante o dopo la lettura, non vi rovinerà la magia delle pagine che andrete a leggere. E se non volete guardarlo per il libro, fatelo per Elijah! ;)


Duille
" Tu hai dei fantasmi? 
Sicuro che ho dei fantasmi. 
E come sono i tuoi fantasmi? 
Sono dentro le palpebre dei miei occhi. 
E' lo stesso posto dove abitano i miei fantasmi. 
Tu hai dei fantasmi? 
Sicuro che ho dei fantasmi. 
Ma tu sei un bambino. 
Io non sono un bambino. 
Ma tu non hai conosciuto l'amore. 
Questi sono i miei fantasmi, gli spazi nel mezzo dell'amore. "   



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