sabato 30 luglio 2016

Amplificati

Qualche giorno fa mi sono ritrovata a guardare, per la milionesima volta, Ragazze Interrotte, un film del 1999 tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Susanna Kaysen. Non so perché mi piaccia tanto, ma spesso mi ritrovo a guardarlo. In effetti ci sono film che, senza un apparente motivo, ti si attaccano addosso come i piumini dei pioppi in primavera, inducendoti a cercarli in diversi momenti della vita. Bruno Bettelheim diceva, riferendosi alle fiabe, che ciò dipendeva dal fatto che queste sono portatrici di una verità, rispondono cioè a delle implicite domande di vitale importanza in quel dato momento. Quindi mi sono ritrovata a pensare che forse anche i film, come le serie tv o i romanzi, svolgano la stessa funzione negli adulti. Sussurrano cose, ci raccontano qualcosa di noi e le continuano a dire fino a quando siamo pronti ad udirle e lasciarle entrare. Io ho sentito qualcosa di nuovo riguardando ancora, per la milionesima volta appunto, questo film degli anni '90. E quello che mi ha detto è concentrato in un'unica, bellissima frase pronunciata dalla protagonista, Susanna, alla fine di questo viaggio di caduta negli inferi e di rinascita:

"Essere pazzi non vuol dire essere spezzati, o inghiottire un oscuro

segreto. Sono io, sei tu, amplificati."

Amplificati. La verità in una parola piccola come una noce, di sole cinque sillabe. Una parola che si irradia, che sconfina dalla curvatura delle sue lettere, che sembra proiettare fibre di luce, come dita lunghissime, verso luoghi sempre più lontani dal punto di partenza. Io mi sento amplificata in effetti, almeno quanto mi sento matta, soprattutto quando la paura mi paralizza senza motivo, di fronte ad un viso, ad una scelta o ad un'opportunità. 
E Susanna ha ragione, perché neanche io mi sento spezzata, difettosa, mancante o, peggio, rotta. Mi sento troppo. Mi sento amplificata. Una verità che, tra l'altro, avevo già sentito, anche se in un'altra veste. In psicologia statistica, infatti, la chiamano deviazione dalla norma, ovvero quando, su un bel grafico, la freccetta della nostra anima sfreccia verso l'alto o verso il basso, fuori dall'andamento standard. L'unico problema di questa verità scientifica è che ha sempre puzzato insopportabilmente di naftalina. E' asettica, fredda, sa di cloroformio. E' fin troppo pulita per parlare di qualcosa che dovrebbe essere terroso, sanguigno, pulsante. Mi sembra che ci riduca a quegli animali dentro i vasetti di alcool che si vedono nei musei di scienze naturali. Preferisco di gran lunga questa visione poetica della realtà, più sanguigna, ma anche aperta in più direzioni, come la parola da cui tutto ha avuto inizio. Siamo amplificati dunque. Sentiamo troppo e troppo di qualcosa soltanto. Troppa paura. Troppo dolore. Troppa rabbia. Troppo vuoto. Troppo nulla. Perché, anche quando si sente poco, in realtà si continua a sentire troppo, solo che si sente troppo niente. Se ci si pensa bene, siamo come dei supereroi al rovescio. La super forza di Jessica Jones, il super udito di Daredevil, la super velocità di Flash, la super elasticità di Mr. Fantastic, sono amplificazioni di abilità umane che già possediamo. Noi, invece, siamo amplificati in negativo, finendo con l'essere autodistruttivi, Meduse allo specchio, villain ed eroi di una storia drammaticamente tragicomica. Ma in fondo, in questa amplificazione non c'è anche qualcosa di maledettamente romantico? Questo nostro allungarci fino a sentire le note più acute sulle corde del violino, quelle che spaccano i vetri e che fanno abbaiare i cani, e le note più basse, che sembrano provenire dalle profondità della terra, questo sentire estremo non è in fondo dolorosamente struggente? Possiamo considerarlo solo un abbraccio mortale, un difetto, una deviazione dalla norma?
O dal fondo dell'abisso in cui ci troviamo possiamo imparare qualcosa? Imparare a sentire le gocce d'acqua sulla lingua quando piove, per esempio, ad ascoltare lo scricchiolio delle pietre intorno a noi o a godere della morbidezza della terra umida sotto le dita dei piedi. L'amplificazione si può addestrare come un drago, o un meta-lupo? Possiamo imparare ad amplificarci in ogni direzione, a toccare con la punta delle dita tutte le corde di quel violino? Possiamo espanderci come la parola, lanciando rami di luce oltre i confini della nostra pelle, diventando più di un corpo paralizzato? Riusciremmo ad imparare dal "troppo", trasformando il troppo dolore in troppa gioia, il troppo strazio in troppo amore e il troppo vuoto in troppa contemplazione? O ancora meglio, potremmo sostituire quel troppo con il tanto? Forse è questo il primo passo per scalare l'abisso: ascoltarlo, guardarlo in faccia e lasciarsi guardare da lui, come direbbe Nietzsche, lasciarsi osservare ma, per la prima volta, non distogliere lo sguardo e rubarne i segreti così come lui ci ruba il tempo e l'anima. Amplificarci, quindi, aprirci come stelle marine, come boccioli di margherite, per piangere fino ad arrossarci gli occhi e ridere fino alle lacrime, per sentire il cuore spezzettarsi come pane secco e cogliere la frizzantezza dei polpastrelli solleticati dal vento, fuori dal finestrino di una macchina in corsa. Se proprio dobbiamo essere amplificati, impariamo a sentire tutto, per essere finalmente pieni di molte cose, e non di una sola che non vorremmo. E allora, forse, non sarà più l'abisso ad inghiottirci, ma saremo noi a guardarlo, dall'orlo di una caduta che non ci spaventa più così tanto. Forse allora, ci accorgeremo di aver domato l'abisso e di essere ancora meravigliosamente amplificati.
Duille  


domenica 24 luglio 2016

Quando il prelievo del sangue si rivela l'armadio di Narnia...

Dicono che la città di notte sia un mondo a parte, fatto di ombre e colori sgargianti, di evasione dalla quotidianità e tuffi nel dolore concentrati nell'alcolico fondo di una bottiglia. Scrittori e poeti ne hanno parlato, affascinati dall'alone decadente e romantico di quella coperta stellata capace di avvolgere tutto in un'ovatta fredda e anestetica.
Nessuno ha però mai parlato del mondo dell'alba e, vi assicuro, quello è un mondo a cui varrebbe sicuramente la pena dare un'occhiata. Non mi riferisco al mondo dei postumi della notte, quello delle walks of shame con i tacchi in mano o dei barcollamenti fino a casa con l'alito che puzza ancora di alcol. Mi riferisco al mondo che all'alba esce di casa dopo un lungo pisolo ristoratore, quel mondo che la pazza vita notturna non sa neanche che faccia abbia. Casualmente, qualche settimana fa mi sono ritrovata catapultata proprio in quel mondo brinoso da disgelo mattutino. L'occasione era il classico esame del sangue, quello che solitamente esige l'abbandono della branda in orari che dovrebbero essere resi illegali e il trascinamento fino al più vicino ospedale senza avere potuto addentare neanche l'aroma di una brioches. Un esempio civile di tortura autoinflitta, insomma. Nel tragitto da casa mia all'ambulatorio ho potuto assistere al risveglio del mondo intorno a me, scoprendo che ci sono un milione di cose che non vengono raccontate da quei pochi pazzi che si sono ritrovati a ramingare senza meta nei primi raggi di sole. Tutti parlano della brina sulle foglie, del risveglio delle margheritine nei prati, del sole che scalda la terra con i suoi timidi baci, ma nessuno parla degli stormi di piccioni che fanno feng shui aerei con la coordinazione di una squadra di nuoto sincronizzato misto alla lenta serenità degli anziani giapponesi, che sembrano avere nei loro pugnetti rugosi il segreto dell'eternità.  Nessuno parla dei folli (perché sono folli) esseri umani che alle sei del mattino fanno jogging in rigorosa tenuta sportiva in tinta e con la determinazione di un atleta olimpionico negli occhi. E nessuno, ma proprio nessuno, parla della caratteristica fauna ultracentenaria che si può incontrare all'arrivo all'ambulatorio. Perché svegliarsi all'alba quando si ha 28 anni è uno sforzo indicibile che comporta bestemmie cellulari così colorite da far vergognare anche un pirata ubriaco, ma apparentemente questa è una realtà che cessa di avere i tratti della violenza non appena le nevi perenni raggiungono i capelli dell'individuo. In effetti, quando sono arrivata alle porte dell'ambulatorio non ancora aperto (le più dolorose 7.10 della mia vita), c'era già una fila di anziani delle più diverse altezze, consistenze e morbidezze, variamente accessoriati ma tutti accomunati dallo stesso inspiegabile silenzio del meditatore e tutti apparentemente convinti che impalarsi davanti alla porta d'ingresso potesse avere qualche sciamanica capacità di accelerasse il tempo. Sembravano un piccolo esercito di terracotta cinese, perfettamente immobili nella loro armatura di camicie, apparecchi acustici, bastoni e deambulatori. Tra loro e i pinguini imperatori la differenza era minima, giusto una quota di diffidenza che li teneva ad una reciproca distanza di sicurezza...o magari temevano che, stando troppo vicini, avrebbero fatto la fine dei birilli dopo il contatto con la palla da bowling.
La cosa più strana era il contrasto tra quella marmorea immobilità da bradipo e la frizzante tensione che si sentiva nell'aria. Quelle persone attendevano l'apertura delle porte con la stessa eccitazione della sposa squattrinata davanti alla svendita nell'atelier di lusso. E io, confusa, osservavo quella elettricità calma con la sensazione di essermi persa qualche dettaglio di vitale importanza. Perché erano tutti così ansiosi di farsi bucherellare un braccio? Era noia? Erano i postumi di una notte insonne? O forse questa era la versione vetusta dello sport estremo? Le domande si affollavano nella mia mente e la situazione delle mie interrogazioni è decisamente peggiorata quando le porte sono state effettivamente aperte, venti minuti dopo. I letargici vecchini che avevano messo radici davanti alla porta come degli Ent, di colpo avevano recuperato le energie di giovani puledri e si erano gettati nell'atrio con un'ansia da saldi in un centro commerciale americano. Gente che fino a trenta secondi prima sembrava potesse inciampare nelle proprie gambe, di colpo era diventata un maratoneta che si lanciava a grosse falcate verso le scale o verso l'ascensore. Da nonno a Jess Owens in un secondo e mezzo. Come non sia esploso il cuore a tutti ha del miracoloso! Davanti a me c'erano vecchini che abbandonavano i deambulatori per lanciarsi in staffette da centometrista, altri che, togliendosi l'ossigeno con un atteggiamento da Bruce Willis in Die Hard, zompavano verso l'ascensore come canguri australiani, ho addirittura visto un anziano che saliva le scale a due a due, cosa che nemmeno io sarei riuscita a fare senza rischiare l'ammutinamento di un polmone. E tutto questo A STOMACO VUOTO! Iniziavo a sospettare che nel mezzo ci fosse qualche accordo con il diavolo, che in realtà quelli fossero cyborg travestiti da anziani o che al terzo piano, dove si trovava la stanza dei prelievi, ci fosse qualche premio che valeva assolutamente la pena ottenere. Magari ai primi cento prelievi veniva omaggiata una brioches alla crema o una scatola di lassativi (si sa, i vecchietti sono molto attenti alle loro esigenze intestinali). In ogni caso, quando sono arrivata al piano per fare l'accettazione, c'era un'aria da solotto borghese mista a catena di montaggio. Mentre gli anziani, in una forma smagliante e senza neanche un po' di fiatone, chiacchieravano amabilmente aspettando il proprio turno per il piercing ematico, dalle porte dell'ambulatorio uscivano a nastro altri anziani già bucherellati e con il loro cotoncino applicato come una medaglia al valore al braccio torturato dall'ago ipodermico. Era magia quella a cui assistevo? Il prelievo del sangue era la versione italiana e molto meno poetica dell'armadio di Narnia? Ero finita in qualche mondo parallelo? In un quadro di Dalì? In un libro di Benni? In una versione geriatrica di I love shopping? E' tuttora un mistero per me, ma di certo adesso posso affermare con cognizione di causa e con orgoglio da Guerra dei Mondi di aver visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.
Duille    

sabato 16 luglio 2016

Conigli e coccodrilli in tangenziale

Ci sono dettagli nell'essere ansiosa sociale che a volte mi fanno sentire un personaggio uscito da un libro di Lewis Carroll. Uno di questi dettagli è il mio rapporto con il tempo. Non posso garantire che questa sia una caratteristica comune a tutti gli ansiosi sociali perché, come si potrà facilmente intuire, non siamo esattamente persone dalla favella facile e ciò rende il confrontarsi arduo quanto scalare l'Everest con i lacci delle scarpe annodati insieme. Quello di cui vi parlerò, quindi, è il mio personalissimo rapporto con il tempo, un rapporto che definire complicato è riduttivo. Io e il tempo infatti ci siamo stati antipatici fin dall'inizio, forse c'era qualcosa a pelle che non funzionava, non saprei. Il fatto è che dal fatidico momento in cui ci siamo messi gli occhi addosso, è stato subito odio, e da allora ho passato la vita a correre dietro al tempo, ad arrivare in ritardo, a mancarlo sempre per un pelo, neanche fossi il bambino della pubblicità della cremeria che non trova mai Gigi a casa. 
In poco tempo sono diventata il Bianconiglio di Carroll che passa le giornate a correre dietro ad appuntamenti urlando "è tardi, è tardi assai, io son già in mezzo ai guai" e dopo tanti anni sono giunta alla conclusione che il problema, nel mio caso, sia di duplice natura: da un lato c'è la mia tendenza costitutiva alla lentezza, la mia pelosa anima da bradipo, il mio orologio biologico sempre impostato su slow-motion (non so se per un desiderio di epicità o se per perdita del telecomando). Dall'altro lato c'è l'ansia sociale, che mi paralizza grazie a corpose iniezioni di paura, facendomi diventare ancora più Bianconiglio di quanto non vorrei, ma di quelli  veri, che ti si piazzano davanti alla macchina in movimento, con l'occhio sbarrato dal terrore mentre tu li insulti in aramaico dicendo loro di muoversi, di scostarsi, stupida bestia, non vedi che ti sto lasciando passare? Dai, che ho dietro il camionista che mi sta già clacsonando! Spostati, santo Cielo, MUOVI QUELLE CHIAPPE PELOSE! E davanti, niente,  lo stesso occhio sbarrato e, suppongo, un principio d'infarto in atto. Ecco. Io sono quel genere di roditore. La bestia che sta per essere investita e che, nonostante questo, non riesce proprio a muoversi. Il risultato è la continua sensazione di muovermi nell'acqua, così lenta da produrre la promozione di compassionevoli campagne per la mia soppressione terapeutica, o di essere sempre in un fuso orario diverso rispetto agli altri. Ciò significa che mentre tutti pranzano io sto ancora facendo colazione, mentre gli altri partecipano a rave party vestiti di colori fluo che si illuminano alla luce UV, io sono ancora in pigiama a scegliere cosa indossare, e quando gli altri sono sposati e con figli, io sono appena arrivata alla festa. Non è solo una questione di tempi fisici, ma anche biologici. La paura di fare, di osare, di buttarmi nel flusso, mi rallenta al punto da farmi perdere un'intera era evolutiva, da sfasarmi tutte le tappe della crescita, per cui finisco con il sentirmi pronta a partecipare al ballo studentesco quando ormai la palestra è vuota, i coriandoli simulano la geografia planetaria sul pavimento e i palloncini interpretano per immagini ciò che probabilmente accadrà alla prossima rimpatriata scolastica. Il punto è che perdo tempo, o meglio, spreco tempo prezioso nel combattere con me stessa per muovere quelle dannate gambe paralizzate dal terrore, per poi ripetere tutto al passo successivo e a quello dopo ancora. Ai piedi l'ansia mi mette dei bei blocchi di cemento ed io non sono esattamente The Rock in quanto a forza e non sono Michael J. Fox in quanto a determinazione. Il mio riflettere, convincermi, litigare con me stessa, per poi rinunciare perché la stanchezza prende il sopravvento mi fa perdere occasioni che vorrei agguantare a mani tese. 
Il problema diventa sempre lo stesso: vorrei farlo, ma non ce la faccio. E mentre io non ce la faccio e mi fermo a pensare, a struggermi, a domandarmi, a sgridarmi, compiangermi, annegare in fazzoletti e pigiami di pile di due taglie più grandi (mbeh? Quando soffro, amo stare comoda), il tempo continua la sua corsa, sfuggendomi dalle mani come un mucchietto di sabbia raccolta sulla spiaggia. E la cosa peggiore è che il tempo va così veloce che ad un certo punto me lo ritrovo di nuovo alle spalle, dopo essere passato già due volte dal via che io ho appena lasciato, e mi incalza con un particolarissimo suono, spaventoso quanto il jingle che accompagna Jason o che annuncia la comparsata della tripla fila di denti dello Squalo: il ticchettio dell'orologio. E' in quel momento che scopro perché io e il tempo siamo costitutivamente in rotta. Lui è il coccodrillo di Peter Pan, quello che ha ingoiato orologio e mano di Capitan Uncino ed io, ricordo, sono ancora quel coniglio bianco nel mezzo della tangenziale con gli occhi sbarrati dal terrore. Siamo biologicamente incompatibili, cacciatore e preda che, come ci insegna Red e Toby, non potranno mai essere amici fino in fondo. Lui è destinato a mangiarmi ed io ad essere digerita nel suo stomaco giurassico. La mia reazione a quel ticchettio in effetti riflette questa consapevolezza biologica, avvicinandosi drammaticamente a quella di Capitan Uncino: baffi che si muovono a tempo di orologio, zompi dal letto nel cuore della notte indossando imbarazzanti camicie di flanella, pupilla dilatata che interpreta gli effetti dell'LSD e la consapevolezza che la fine è vicina, che l'inverno sta arrivando, che siamo alla frutta, che è arrivato il momento di fare testamento, insomma. E se Capitan Uncino sentiva l'acquolina del coccodrillo colargli lungo la schiena, io sento avvicinarsi i titoli di coda del mio film personale senza che abbia neanche avuto il tempo di leggere la prima battuta della sceneggiatura. Il che produce un incremento dell'effetto tangenziale. Solo, con più tachicardia. 
Alla fine quindi il mio rapporto con il tempo si riduce a questo: un coccodrillo e un coniglio che corrono una maratona ferma in tangenziale davanti ad una macchina con i fari accesi. Praticamente l'inizio di una barzelletta! 

Duille


domenica 10 luglio 2016

Telefilm addicted #10 - Orange is The New Black: il mondo in una stanza

Le serie tv sono come dei lunghi libri visivi che invece di svilupparsi in kilometri di pagine, si dischiudono lungo il tempo, avvolgendosi in mantelli di minuti. E come i libri, le serie tv, figlie di un Dio cinematografico minore, sono creature che si prendono il tempo di raccontare una storia in tutte le sue parti, senza correre, perché loro non hanno una vita di 120 minuti, ma di 10, 12 ore. Più che farfalle, sono gatti selvatici. E' forse per questo che le amo così tanto. E come i libri, le serie tv hanno un grande potere, quello di dire Qualcosa, e sì, qualcosa con la lettera maiuscola, che fuor di simbolo significa mandare un messaggio che non passi troppo per il cervello ma arrivi dritto allo stomaco, come una freccia scagliata direttamente nella cornea.
Un esempio mirabile è Orange is the New Black, una serie che ha fatto scalpore per essere un pout-pourrì di questioni sociali, politiche ed esistenziali da far girare la testa. Tratto dall'omonimo (e molto più insipido) libro di Piper Kerman, Orange is The New Black è quella che viene definita una serie corale, ovvero una serie a più voci, in cui non c'è un vero protagonista che traina la storia, ma piuttosto un personaggio/chaperon che ci introduce nella vicenda, diventandone poi parte integrante. E in Orange is The New Black di personaggi ce ne sono tanti, tanti quanti sono le etnie rinchiuse all'interno della prigione femminile di Litchfield, sezione di Minima Sicurezza. Una serie corale, quindi, e quasi interamente al femminile, in cui le donne vengono rappresentate nella loro interezza e complessità. Non c'è nessun appiattimento dei personaggi in facili stereotipi di genere, ma un attento studio del background culturale, etnico e individuale di ogni detenuta, che emerge prepotentemente nella sua psicologia e ne giustifica le azioni. Ne emerge quindi un'esaltazione del femminile in cui non trova spazio il modello iperfemminista moderno, ma che punta a dipingere un'immagine vera e differenziata della donna, che tenga conto delle radici individuali di ogni personaggio. Questo è un elemento che amplifica il divario tra la prigione e le sue detenute.
Laddove infatti la prigione tende a differenziare in modo grossolano le sue "ospiti", accalcandole per etnia, la serie mostra una realtà ben diversa, fatta di storie, di personalità definite e sensibilità uniche. Così ad esempio nel ghetto, sede delle detenute di colore, troviamo Poussey, che parla tre lingue ed è figlia di un rigido soldato americano, mentre nella sezione delle caucasiche convivono americane, russe, hawaiane e cinesi provenienti dalle più diverse estrazioni socio-economiche, comprese famiglie altolocate come quella di Piper. Come dire, l'abito non fa il monaco. Un altro elemento fortemente presente nella serie, e che all'epoca dell'uscita suscitò grande scalpore, è la presenza di temi legati al mondo LGBT, anche in questo caso mai polarizzato verso estremismi irrealistici. L'amore lesbico è descritto con grande onestà e sensibilità, considerandone i diversi aspetti e le sue più variegate sfumature: l'amore tra donne esplode per un bisogno di calore umano, per combattere la solitudine, per svago, ma anche per scelta, per affinità, per amore insomma. E come il rapporto tra donne è affrontato seriamente, allo stesso modo vengono descritte le donne lesbiche: mi ha particolarmente colpita la cura con cui hanno descritto le lesbiche più mascoline, che non sono ridotte a macchiette di uomini pettoruti e non ricalcano i modelli maschili, come troppo spesso siamo stati abituati a vedere, ma che piuttosto esprimono la libertà di essere loro stesse in quanto donne.
E' un po' questa la chiave di lettura con cui Orange is The New Black analizza la dimensione femminile, ovvero quella di considerare il femminile come una questione mentale più che fisica, rendendo in questo modo ovvio tanto il delicato e frivolo temperamento di Lorna, come la grezza femminilità di Boo o l'incredibile eleganza di Sophia, transgender in continua lotta per il riconoscimento della sua identità. Orange is The New Black si rivela quindi un vero manifesto del mondo femminile, che non si lascia ammaliare da facili rappresentazioni della donna e che invece ne sottolinea ogni piega, compreso lo straordinario potere dell'amicizia e della solidarietà, capace di superare ogni differenza ideologica. Accanto a questo tema, se ne sviluppa uno parallelo, che trova massima espressione soprattutto durante la quarta stagione, ovvero quello del carcere e del potere nel carcere. Come ci insegna il celebre esperimento di Zimbardo (vedi qui), l'estremizzazione dei poteri, senza alcun controllo, porta inevitabilmente ad una deumanizzazione collettiva, in cui le guardie diventano sadici dei a cui tutto è concesso e le detenute schiave costrette a sottostare in silenzio ad ogni forma di vessazione, consapevoli dell'assenza di ogni loro libertà umana. Se nelle prime due stagione questa deumanizzazione si esprimeva soprattutto nell'annullamento delle libertà personali e della privacy, con perquisizioni corporali costanti, spesso ad opera di uomini, molestie verbali, sfruttamento lavorativo delle detenute e insopportabili giorni in cella di isolamento, nella quarta stagione la situazione precipita in modo vistoso, complice anche l'acquisizione del carcere da parte di una compagnia privata che considera la struttura come un qualsiasi altro investimento di cui massimizzare i benefici. Questo produce scelte superficiali che non considerano gli interessi delle detenute e che rende la prigione solo un luogo in cui sopravvivere, annullandone quindi lo scopo rieducativo e rendendone tutti i frequentatori meno di animali. Quello a cui assistiamo è la caduta di ogni valore positivo della detenzione, l'evaporazione delle regole civili e della sensibilità così tanto acclamatamente attribuita all'essere umano.
Le guardie si rivelano aguzzini senza cuore, che torturano in vari modi le carcerate, e spesso si sentirà la parola Guantanamo, come a sottolineare con più enfasi la direzione della denuncia verso cui la serie protende. Tutto ciò pone lo spettatore di fronte alla domanda delle domande: qual'è lo scopo del carcere? E' solo una scatola in cui chiudere persone che hanno commesso un delitto oppure è un'opportunità per creare, in un ambiente protetto, un cittadino migliore laddove la società non è stata in grado di farlo? E chi è il buono in questa storia di continui ribaltamenti, in cui chi dovrebbe rappresentare la legge finisce coll'abusare così selvaggiamente del suo potere dimenticando le stesse regole di cui dovrebbe farsi propulsore? E se ancora non bastasse, qual'è il ruolo dell'istituzione di fronte al disagio psichico? E' quello di abbandonare a se stesso il detenuto disturbato, nella speranza di trovare qualcuno, come nel caso di Suzanne, che lo accolga e lo protegga da sè, dagli altri e dall'istituzione stessa, per poi chiuderlo nella sezione psichiatrica, fantasma dal sapore di incubo, quando la situazione sfugge al controllo? Guardando la storia dall'interno, dal punto di vista delle carcerate, Orange is The New Black annulla la distanza tra lo spettatore e il carcerato, costringe ad entrare in contatto emotivo con loro ponendolo di fronte ad un vero dilemma morale, che poco ha da spartire con quei giudizi morali dati dalle persone comuni nei bar, lontani dalla trincea, o sedute nelle poltrone della MCC, la ditta acquisitrice del carcere. La serie non si risparmia quindi, proponendo tanti temi di grande spessore e mettendo le mani in pasta con consapevolezza e cura, al fine di smuovere le coscienze e fare ciò che una serie dovrebbe far fare: riflettere.
Duille

sabato 2 luglio 2016

Lettera agli amanti estivi

Passi veloci sul pavimento. Piedi nudi che macinano il terreno. Una sedia stride sorpresa di fronte allo spostamento prodotto dalla mano nervosa che l'ha agguantata di sorpresa. Tonfo di corpo sul sedile, dita veloci che si allungano sulla tastiera. Pensieri che saettano dal cranio direttamente alla punta delle dita. Una lettera è in arrivo. E non è una lettera allegra. 
"Caro amante dell'estate, 
tu non mi conosci, probabilmente non bazzichiamo neanche le stesse zone. In realtà potresti avermi vista di sfuggita, durante il  tuo inneggiare alla bella stagione. Sono la tizia accartocciata sulla panchina, col fiato corto, o quella che cerca l'ombra come un pipistrello cerca il buio. Probabilmente non mi hai degnata neanche di uno sguardo, mentre ti godevi quel sole arcigno e perché avresti dovuto? Chiaramente non faccio parte del fan club dell'estate. Ti scrivo, anche se non mi conosci, perché vorrei farti una domanda: come fa a piacerti l'estate? Cosa ha di così allettante questa stagione da farti gridare di gioia nel momento in cui strappi dal calendario la pagina di maggio e vedi sbucare giugno in tutto il suo ardente entusiasmo? Perché forse il problema sono io, o forse viviamo in due realtà climatiche parallele. La verità è che io non trovo niente di buono nell'estate, o almeno non in quella che si adagia sulla mia schiena da giugno a settembre in questa specie di pozza mancata che si chiama Pianura Padana. I problemi fondamentalmente sono due: il caldo e il sudore. Partiamo dalla cosa peggiore, ovvero quella specie di griglia da barbecue in cui vengo posata nei mesi estivi trasformandomi in una salsiccia a contenuto grasso variabile. Hai presente cosa succede alle salsicce sulla griglia? Si arrostiscono, assumono colorazioni fuliggine e SUDANO. Sudano come se non ci fosse un domani, sudano come se avessero una pistola puntata alla tempia, perdono liquidi come un gavettone bucato. E anche io, salsiccia umana, sudo come se fossi affetta da un esodo di massa dell'acqua corporea. Cos'è, le particelle d'acqua abbandonano la nave che affonda come i topi del celebre motto? Sanno qualcosa a me ignoto? Perché io, invece di scappare, corro ai ripari di fronte a questa fuga liquida! Mi spunta un terzo braccio (o forse è un corno?) a forma di bottiglia, che è la mia unica fonte di vitalità ed evita fastidiosi cali di pressione che mi annebbiano la vista e mi intontiscono neanche mi fossi scolata il proverbiale shottino di troppo. Tutto questo sudare, intontirmi e reidratarmi si somma ad una cappa di calore che si adagia stile coperta di lana, di quella che pizzica, e che mi rende estremamente consapevole della massa di ogni pianeta del sistema solare ora accoccolatosi sulla mia cervicale e, contemporaneamente, mi permette di identificarmi completamente nella mela caduta sulla testa di Newton ormai secoli or sono. 


Sì, sono consapevole del mio corpo, che per questi tre mesi sviluppa una specie di infatuazione molto potente per il pavimento. Diciamo che la sensazione che provo spostandomi per il mondo è quella di avere la stazza di un lottatore di sumo fuori allenamento avvolto in una pelliccia d'orso. Ogni ossicino, ogni granello di carne pesa come se fossi in un ascensore che sale ad altissima velocità. Divento un'incudine praticamente! Potrai quindi capire che deambulare diventa abbastanza difficoltoso, anche con il terzo braccio a bottiglia. Ragazzo, io MUOIO DI CALDO in questa estate umidiccia di pianura che si è portata via il vento lasciando in baratto una sauna a cielo aperto che deprime anche i capelli, decisamente ad un passo dal suicidio. E non voglio neanche toccare l'argomento ceretta! Su quello facciamo che stendo un velo pietoso per non traumatizzare ulteriormente gli animi. Ma anche così, la questione è tutt'altro che esaurita: l'estate non è solo un dramma per il corpo, che mi trasmuta nel lupo ripieno di pietre dei sette capretti, ma anche per la mente!!! In estate soffriamo in due: io, che collasso ad ogni angolo di strada e riscopro una certa affinità con i vampiri, e il mio povero criceto cerebrale, chiaramente affaticato dentro la sua pelliccia. Guardalo, fa quasi pena lì appeso alla sua ruota come un vecchio paio di calzini brutti. Ci prova a tirare avanti, gira su quella rotella mettendocela tutta, ma lo vedi che arranca, va in iperventilazione ogni cinque minuti, lasciandomi troppo spesso a dovermi gestire con il pilota automatico (ti assicuro che non è il massimo della vita). A volte ho addirittura la sensazione di avere la testa dentro un acquario pieno d'acqua, tipo un palombaro al rovescio, o che una nuvola sia entrata nella testa passando per un orecchio, mentre dormivo. Si può avere la testa piena di nuvole? 
E' diverso dall'essere TRA le nuvole, perché lì è la testa che va a prendersi una tazza di té sul soffitto, come nella scena di Mary Poppins, mentre qui è una vera invasione di casa e le nuvole, si sa, sono fatte di aria e acqua. Quindi, ricapitolando: palude nell'aria, palude nella testa e un sole cocente a farci bollire per bene come delle patate. Il che mi riporta alla domanda originale: cosa diavolo ti piace dell'estate? Ti piace il caldo torrido? Il biglietto lasciato dall'anima che si accomiata fino al ritorno del vento del Nord? Il criceto a cui devi fare la respirazione artificiale ogni mezz'ora? La convinzione che, entro settembre, ti cresceranno le branchie? Cosa, cosa santo cielo, cosa? Forse sei un alieno che ha vissuto sempre su Mercurio, oppure sei un mutante, tipo la torcia umana, che del fuoco se ne infischia. O magari sei molto religioso e vuoi espiare in questo modo i tuoi peccati, invece di rovinare il tuo corpo con digiuni e cilici sulla schiena. O forse sei semplicemente pazzo. Certo, probabilmente la verità è che vivi in qualche zona costiera di mare o in quei paradisi nordici che sono le montagne. In quel caso, d'accordo, ti concedo una certa dose di comprensione, anche se concedimi di dirti che ti piace vincere facile! Ma se sei uno di quelli che vivono come me nella pentola a pressione della pianura, beh, allora mi dispiace, ma sei per forza pazzo, masochista o hai l'aria condizionata a casa. In tutti questi casi non posso che detestarti, caro amante dell'estate, perché in estate la mia sensibilità è evaporata insieme ai fluidi corporei, è sgusciata fuori dalle ascelle insieme a litri d'acqua. E non mi dire che quello che ho appena detto è schifoso, perché l'estate non ha niente di poetico, è proprio questo: puzza nelle metropolitane, pelli appiccicaticce e sguardi incarogniti dalla stanchezza. E' una lotta e tu, che te ne vai a zonzo felice sotto la canicola non meriti nient'altro che il mio astio, un astio stanco, certo, ma pur sempre tutto l'astio che posso rivolgere a qualcuno che non ha neanche la decenza di uniformarsi alle esigue masse che soffrono in questo momento di intenso dolore collettivo. Quindi questa, alla fine, si rivela essere una lettera di ira, come quelle che mi becco io tutto l'inverno, all'arrivo della neve o sotto lo scroscio della pioggia autunnale. Che vuoi che ti dica? Mi sembrava doveroso pareggiare i conti.
Saluti rancorosi, 
Duille."


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