domenica 29 maggio 2016

Condivisite acuta

Oggigiorno per ogni cosa esiste un microcosmo corrispondente, soprattutto per la realtà dell'hobbistica. Chiunque si voglia avvicinare a queste realtà alternative finirà inevitabilmente con il diventare un astronauta, un personaggio alla Star Trek che approda su un pianeta sconosciuto, con le sue regole, il suo sistema sociale e le sue gerarchie. Tra questi, uno di quelli più antichi è il pianeta Leggio, dove spopolano i lettori nelle loro più diverse sfumature di fanatismo. I lettori sono sognatori, maestri dell'escapologia fantastica, divoratori di storie come il serpente Rosicchiamondo di Stranalandia e, nella maggior parte dei casi, terribilmente gelosi della loro collezione di volumetti. Li trattano come figli, li accarezzano, concedono loro sguardi amorosi che i fidanzati possono solo sognarsi e difficilmente permettono loro di finire in mani altrui. Solitamente hanno una lista brevissima di fedelissimi a cui hanno precedentemente richiesto curriculum, referenze e ispezione della libreria domestica. 

Ovviamente però, come ci insegna la terza legge della mucca lilla e, credo, anche la sociologia, là dove c'è una maggioranza, si annida sempre anche una minoranza, e in questo caso questa piccola fetta del grafico a torta è formato da lettori diversamente gelosi che, lontano da sguardi indiscreti, si scambiano libri in vie secondarie a cui si accede solo conoscendo la parola d'ordine. Sono i lettori indisciplinati, come la sottoscritta. Tra di noi si annoverano i lettori prestanti (quelli che prestano i libri), i lettori post it (quelli che scrivono sui bordi delle pagine), i lettori neon (quelli che evidenziano le frasi che amano di più) e i lettori sbrodoloni (quelli che rovesciano di tutto sopra i libri). Siamo tanti e tutti diversi, ma oggi  ci concentreremo solo sulla prima categoria, quella dei lettori prestanti. La domanda che tutti i bibliofili si pongono è sempre la stessa: cosa ci spinge al prestito? Autolesionismo? Ebrezza per il rischio? Follia? I motivi sono tanti, ma sicuramente non è il disinteresse o la superficialità che muove le nostre azioni. Io, per esempio, amo i mie libri come il più incallito dei bibliofili, di molti ricordo addirittura il momento dell'acquisto. In più sono terribilmente nostalgica, credo che in ogni oggetto si instilli una perla di memoria, che nella mia fantasia ha la forma di una goccia di miele che cade diretta dalla mia mente nelle fibre di un vecchio paio di pantofole, nel freddo metallo di una mollettina per capelli da quattro soldi o tra le pagine di un libro, appunto. Questo fa di me una vera accumulatrice compulsiva di tutto ciò che ai miei occhi è un contenitore di ricordi, ma che nella realtà sono scatole e scatole di cianfrusaglie che di poetico non hanno nemmeno l'alito. Quindi, sulla carta dovrei essere una specie di Gollum del libro che abbraccia i suoi preziosi volumi sibilando "I miei tessoooriii". E invece no.
Io sono una di quelle lettrici che, pur ripromettendosi di non prestare mai ad anima viva i suoi tomi, finisce sempre col tradire la propria parola, consegnando i propri amati nelle mani di amici e parenti. Il problema è che io soffro di condivisite acuta, una malattia del bibliofilo che è molto più diffusa di quanto si creda. La condivisite fa sì che il lettore senta un irrefrenabile impulso non solo di leggere, ma anche di commentare, consigliare e discutere di libri. Se la congiuntivite si palesa con sintomi che riducono la distanza che separa l'essere umano dal pesce telescopio, la condivisite si manifesta con uno strano brillo negli occhi facilmente confondibile con lo sguardo sadico di un serial killer di fronte alla sua preda. E' un impulso irrefrenabile che ci impone di condividere con qualcuno un libro, e la gravità del disturbo è direttamente proporzionale all'apprezzamento del volumetto che abbiamo letto. Credo che se ci imponessimo di resistere all'impulso di condividere, in qualche modo finiremmo con il gonfiarci come dei palloncini diventando molto simili alla prugnobimba della Fabbrica di Cioccolato. Io soffro di condivisite da moltissimo tempo e questo è il motivo per cui, anche se mi riprometto di perseguire la strada della custodia esclusiva dei miei volumi, finisco sempre con il prestarli, posseduta come in un film horror di quart'ordine dal demone dell'entusiasmo. Naturalmente i bibliofili smeagoliani hanno perfettamente ragione nel non affidare i propri libri a mani indiscrete perché i libri, quando sono prestati, non sai mai se tornano all'ovile e, anche nel caso in cui tornino, non sai mai in che condizioni ritornano. Io stessa ho libri che hanno preso il volo e non sono mai più tornati (andati ad Honolulu come Merlino?), altri che si sono fatti vacanze lunghe mesi, a volte addirittura anni, per poi magari tornare da me con una recensione negativa del lettore di turno. Altri libri sono tornati a casa inzuppati come pulcini per uno sfortunato incontro con una vasca da bagno piena, per una pioggia particolarmente intensa o semplicemente perché erano troppo vicini alla brocca dell'acqua. E poi ci sono i libri che si sono portati dietro souvenir a forma di gocce di té, di chiazze di marmellata o addirittura di macchie di Rorschach fatte con la tinta per capelli (grazie mamma). Molti libri mi tornano spettinati, con orecchiette agli angoli delle pagine, oppure ingravidati di fogli di carta, ricette del medico, biglietti del tram, numeri di telefono, liste della spesa. Sono libri vissuti da altri, oltre che da me.  Se ci si pensa bene, però, questo di per sé non è male, soprattutto se si è una collezionista di memorie come me. Guardano quelle macchie, quelle pieghe, quelle grinze sui dorsi di copertina, riesco quasi a vedere la goccia di miele caduta dalla mente di qualche amico e che ora è diventata parte della cellulosa di quelle pagine, proprio accanto alle mie. E' l'apoteosi della condivisite.

Duille 

 
lunedì 23 maggio 2016

Topiche dell'ansia sociale

Sigmund Freud, nella sua esplorazione della mente umana, aveva intuito ciò che Shrek avrebbe poi ampiamente riassunto in una sua celebre frase: gli orchi sono come le cipolle. E la mente umana è come un orco. Cipollosa. In quanto essere bulboso, la nostra testolina non può certo essere liquidata in una descrizione di poche righe. Infatti il primo strizzacervelli della storia gli ha dedicato non una, ma ben due classificazioni, a cui ha dedicato libri, seminari, articoli e, secondo me, anche parecchi sollevamenti d'occhi dei parenti durante il Natale. Freud ha chiamato queste classificazioni TOPICHE. 
Nella prima topica Freud ha avuto una visione alla Titanic: un iceberg, le cui parti sommerse rappresentavano l'inconscio, quelle a pelo d'acqua il preconscio e quelle su cui bivaccano abusivamente pinguini imperatore e orsi polari, il conscio, o la coscienza, come preferite. La seconda topica era più simile ad una linea del tempo, in cui ogni parte occupava un posto nella storia dell'uomo: la preistoria, con i suoi uomini tutto pelliccia, clave e suoni gutturali, era l'Es. Nell'epoca delle grandi monarchie illuminate era localizzato il Super Io, che però poteva velocemente scivolare verso l'epoca dittatoriali, facendosi crescere inquietanti baffetti a spazzola. Infine, l'epoca moderna era caratterizzata dall'Io. Queste due topiche si incastravano insieme come quei bellissimi rompicapi in legno che restano tali (ovvero bellissimi) fino a quando non vengono lanciati con violenza contro lo stesso muro che ha già visto l'assalto della sveglia insolente. Riflettendoci, sono giunta alla conclusione che anche l'ansia sociale possa essere organizzata in due topiche: la prima topica è quella del Serraglio, un A-team formato dal Procione incazzato alla batteria, pronto a suonarci come tamburi, alla voce il Rimugiserpe, che ci dedica le più accorate canzoni di scoraggiamento, e al basso il pipistrello, che ci regala quel sound traumatizzato che ci contraddistingue. La seconda topica invece, nella mia esperienza, vede lo sdoppiamento (strippiamento?) della mia persona in tre, ovvero tre versioni di Duille che convivono nella stessa stanza, con letto a castello, tavolo e un bel pavimento di parquet. 
La prima Duille è quella panica: è la prima a svegliarsi, l'ultima ad andare a letto e la più celere a rispondere al campanello che annuncia il postino e la sua lista dell'attività del giorno. Ad ogni missiva, la sua reazione è sempre la stessa: urla da albatros, corsa intorno alla stanza come se fosse inseguita da uno sciame di vespe e lacrime che bagnano il pavimento causando non pochi scivoloni. La Duille panica non argomenta, non spiega, non parla. Lei piange e urla come se avesse nell'ugola l'ibrido di un maiale davanti alla mannaia, una scimmia urlatrice e una sirena particolarmente ligia al suo dovere. 
La seconda Duille è quella razionale: vive, mangia, prega e ama indossando sempre lo stesso tailleur grigio con decollete dal tacco anziano, occhialetti tondi e crocchia professionale ad abbottonarle la nuca. La sua vocazione è quella dell'analista e la sua massima aspirazione è calmare la Duille panica a colpi di discorsi perfettamente sensati. O almeno, a calmarla abbastanza da evitare l'ennesima fossa ad anello sul pavimento causata dalla sua corsa. Inutile dire che è tutta fatica sprecata, perché raramente le sue parole, lucide come un foglio di acetato e scritte in perfetta calligrafia nell'aria, riescono a sovrastare le urla paniche quel tanto che basta per arrivare alle orecchie della Duille panica. E anche quando il miracolo accade, l'effetto benefico dura il tempo di un respiro di sollievo, per poi ripristinare il giusto caos interiore che fa tanto casa.  
In tutto questo parapiglia di parole, urla, scope dei vicini che sbattono sul soffitto e cani del quartiere che abbaiano allarmati, c'è lei, la terza Duille, la Duille della spontaneità: eternamente relegata in sottofondo, ha la voce di una puntina sul disco di vinile, inudibile a meno di non fare silenzio. E' lei che cerca di dirmi come mi sento davvero rispetto all'attività proposta, ma invano, perché spesso non la riesco a sentire. Tuttavia talvolta, durante il riposino recupera-energia della Duille Panica e mentre la Duille razionale è intenta ad organizzare i suoi appunti in vista del secondo round, la Duille Spontanea si siede sul pavimento della camera, le gambe incrociate e il viso concentrato, a leggere la lettera postale. E in quel momento di silenzio, fa sentire la sua ruvida voce da grammofono, sussurrando uno slancio di entusiasmo, un caldo moto di tenerezza, un rotondo sguardo curioso da gatto, ma anche un totale disinteresse, il fastidio di una cosa non gradita, a volte persino il rifiuto. Lei è l'unica che dice la verità, con la sua voce croccante avvolta in strati di ovatta e anni. 
Il resto, è solo rumore. 

Duille


sabato 14 maggio 2016

Liebster Award!

Qualche giorno fa stavo pigrando in giro (sì, ho detto pigrando, se hanno inventato "petaloso" e tutti l'hanno osannato, pretendo la mia fetta di applausi, anche se non sono un paffutello nanetto di sette anni). Quando si pigra, lo sappiamo tutti, la prima cosa che si fa è dare una sbirciatina veloce (per modo di dire) a Facebook. E mentre io davo un'occhiata alle ultime news sulla mia pagina, ho trovato una mail di Antonella, del blog If you have a Garden and a library you have everything you need.
Nella suddetta mail, mi annunciava, con un'eleganza che solo chi è british inside poteva mostrare, che mi aveva nominata tra i vincitori dei Liebster Awards. Le mie reazioni a questa notizia sono state prima una festa intestina, con banda sonante in piazza, coriandoli e lancio di colombe, seguito dall'intervento cerebrale (quel guastafeste) che ha puntualmente fatto notare la più logica delle cose: nessuno lì dentro sapeva cosa fosse un Liebster Award. Non lo sapeva la banda, non lo sapevano i passanti venuti a festeggiare, non lo sapeva nemmeno la cellula epatica che si stava scofanando un discutibile babà gigante innaffiato al rum. Di conseguenza si è innescato un dibattito che ha assunto più o meno queste tonalità: 
Cellula epatica:-  Liebster è molto simile alla parola Lobster, quindi sarà un premio in cui c'entrano le aragoste!- 
Cellula cardiaca:  - Sì! Come quel film che abbiamo visto l'altra sera, ti ricordi? - 
Cellula bronchiale: - Beeello quel film! Completamente folle, ma da togliere il fiato! La sceneggiatura era scritta benissimo! -
Cellula epatica: -E la fotografia? Hai visto che fotografia?- 
Cellula cerebrale: - Cellule! Per favore, prendetevi una tazza di caffè e concentratevi! Chiaramente l'aragosta non c'entra niente, altrimenti ci sarebbe stato scritto "Lobster Award" e non Liebster! 
Cellula nasale: - Infatti! Forse Liebster deriva dal tedesco! Liebster non è un superlativo di lieben? Tipo "Amatissimo" o cose così. Fidatevi, io ho naso per queste cose. 
Cellula cerebrale: - Va beh, facciamo una cosa intelligente, leggiamo il post di Antonella e tagliamo la testa al toro. 
Cellula epatica: - Questo è il motivo per cui ti abbiamo eletto sindaca del corpo, sai sempre cosa fare!-

Ecco. Questo è quello che è successo. Pura verità. Pura follia, direte voi. Però alla fine la conclusione è che, dopo aver letto il bellissimo post di Antonella, ho capito cosa sono i Liebster Awards, anche se ancora mi è ignota la questione etimologica. Ma quindi cos'è questo premio? Semplicemente un premio passaparola che permette di far conoscere blog con meno di 200 followers. Un'idea a dir poco perfetta! Un blogger viene nominato insieme ad altri 10 bloggers tra i vincitori del suo personale Liebster Award e a sua volta ne nomina altri 11, che a loro volta nomineranno altri 11 vincitori e così via, in una catena virtuosa che ruota intorno al numero 11. Il perché di questo numero è un mistero insolubile, ma credo che presto Giacobbo ci farà una puntata di Voyager. 
Ma ora bando alle ciance e passiamo al vero succo della questione. Siccome sono organizzati, quelli del Liebster Award hanno preparato una bella scaletta da seguire, così anche la gente come me, che se non sta attenta si mette anche i calzini spaiati, non si perde. 
Punto primo, i ringraziamenti: Grazie, grazie, grazie ad Antonella di If you have a garden and a library you have everything you need. Se non conoscete il suo blog, correte subito a leggerlo! Si occupa con passione di una delle cose più belle del mondo: libri. Li legge (alla velocità della luce, che invidia!), li ama e li racconta delicatamente. E poi, con un titolo così per il suo blog, come si fa a non amarla? 

Punto secondo, scrivere qualcosa sul blog preferito. Io sono una pessima lettrice di blog, come vedrete più avanti, quindi non ne ho uno preferito.

Punto terzo, rispondere alle 11 domande del blogger che ti ha nominato. Giuro, sarò sintetica come una fibra di nylon! 

a. Qual'è il tuo libro preferito? 
Il mio cuore è diviso tra due libri, che sono la mia famiglia, la mia casa e la mia anima: Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien, che mi ha insegnato i valori più nobili dell'essere umano, e La Fata Carabina, di Daniel Pennac, che mi ha regalato calore e consigli ogni volta che ne avevo bisogno. 

b. Ti piace andare al cinema? 
Ammetto di non essere una cinefila. Il cinema ha i suoi lati positivi, certo, ma io ho un'anima da gallina e mi piace stare appollaiata sulla poltrona, possibilmente in pigiama, mentre guardo un film. Nessuna di queste cose sono fattibili su quelle microscopiche poltroncine!

c. Meglio comprare i libri o prenderli in prestito in biblioteca? 
Dipende dalle dimensioni. Del portafogli e della casa. Io che dispongo di piccoli spazi (già stracarichi di libri) e di piccole finanze, sono arrivata a questa felice conclusione: la prima lettura di un libro la faccio in biblioteca e, se il libro mi piace molto, compro la copia in libreria, da rileggere. Vi assicuro che, anche con questa scrematura preliminare, la mia wish list è comunque mostruosamente lunga!

d. Cosa pensi del bookcrossing? 
Trovo che la pratica del bookcrossing sia incredibilmente poetica! Mi piace l'idea di questo incontro tra vite e credo che donare un libro ad uno sconosciuto sia un grande atto di amore. 

e. Ti piace appuntarti pensieri e cose su un diario? 
Decisamente sì! Ho uno scatolone pieno di diari, in cui ho annotato cose della mia vita. I motivi che mi hanno portato a scriverli sono cambiati nel tempo, ma alla base di tutto c'è sempre la gioia di ritrovare versioni di me stessa del passato. Mi piace farle rivivere in quelle pagine, e magari dialogarci, rassicurarle, prendermi cura di loro, perché in fondo sono ancora parti di me. 

f. Che rapporto hai con i social? 
L'opposto di quello che ho con i diari! Fatico moltissimo a tenere le fila di una pagina facebook, non ho mai capito il senso di twitter e snapchat mi sembra davvero inutile! Mi piacciono però tutti quei social che permettono di esprimere qualcosa di artistico: instagram e Youtube sono le mie droghe! 

g. Perché hai aperto un blog? 
Per tre motivi: il primo è perché io amo, amo, AMO scrivere. E ad un certo punto scrivere sui miei quaderni non mi è più bastato. Volevo condividere, mettermi alla prova, dare spazio alla mia passione. Il secondo motivo era che avevo davvero bisogno di trovare uno spazio in cui essere me stessa, totalmente, senza filtri. Il terzo motivo è arrivato dopo, ma è stato altrettante importante: raccontare un disturbo, quello dell'ansia sociale, che non ha mai trovato spazio in nessun discorso pubblico, ma che è più comune di quanto si pensi.

h. Qual'è il tuo motto? 
"Non è finita finché non è finita". E' semplice come gli ingredienti di una raindrop cake (link), ma mi ha salvata dal panico in molti momenti! 

i. Té o caffè? 
Assolutamente tè! Non so come voi tutti riusciate a bere quell'intruglio nero amarissimo! Io lo riesco a bere solo allungato in un oceano di latte! 

l. Quali sono le tue passioni? 
(Sintetica Duille, sii sintetica!) Io adoro scrivere, leggere, guardare telefilm, ascoltare musica e coccolare i miei gattoni. 

m. Che cos'è per te la musica? 
E' un filo d'oro che ci collega alle emozioni. E' così importante, che ci ho scritto anche sopra una tesi di laurea!

Fatto! Sono riuscita nell'impossibile compito di essere sintetica! Pat pat sulla spalla per me! 

E adesso passiamo al prossimo punto, il punto quarto, ovvero scrivere 11 cose su di me.

1) sono logorroica in ogni senso. Parlo tanto, scrivo tanto. Questo difetto è dovuto al fatto che credo che il flusso di coscienza sia decisamente sottovalutato! 

2) Sono un'inguaribile nostalgica. Quando sono arrivati gli mp3 io li ho snobbati, nonostante l'inevitabile vantaggio, preferendo gli ingombranti cd; in soffitta ho scatoloni stracolmi di oggetti che mi attivano ricordi del passato, compresa la sciarpa dell'Inter che il mio compagno di classe della seconda elementare, Stefano, mi regalò come pegno d'amore/regalo d'addio prima di trasferirsi. 

3) Sono una di quelle persone che stalkerano con lo sguardo la gente che legge sui mezzi pubblici, nella speranza di scoprire il titolo del volume che ha tra le mani. 

4) Ho una grandissima passione per i romanzi inglesi. Sono tipo una groupie. Ho passato un periodo vivendo a pane e Jane Austen e quello prima a pane e sorelle Bronte e quello prima ancora a pane e Shakespeare. Quindi ho messo su un bel po' di chili nel frattempo!

5) Non ho il minimo senso pratico e vivo con la testa perennemente tra le nuvole.

6) Ho un amore viscerale per gli alberi, li preferisco anche ai fiori. Hanno il potere di farmi sentire a casa anche se sono lontana. Forse in un'altra vita sono stata anch'io un albero. 

7) Quando ero adolescente ero un'idealista convinta e volevo cambiare il mondo, sostenuta anche dai libri che leggevo (Lord Of The Rings docet, ve l'ho detto). Oggi, che sono più grande e realista, ho deciso che il modo migliore per farlo è diventare una psicologa, aiutando una persona alla volta. 

8) Da piccola avevo deciso che avrei fatto la veterinaria. Poi, ho scoperto che la sola vista del sangue mi faceva svenire. Ho ripiegato quindi per la funambola. Poi, ho scoperto che soffrivo pure di vertigini. Per fortuna poco dopo è arrivata Joe March a salvarmi l'avvenire. 

9) Sono un'annusatrice di cose. Annuso i libri, annuso i cibi, annuso i barattoli, passo ore negli stand delle Yankee candle. Ora, le cose sono due: o sono una cocainomane mancata oppure in un'altra vita ero un cane.  

10) Questo non è il mio primo blog (ci vorrebbe proprio una musichetta da colpo di scena adesso). Se siete abbastanza vecchi conoscerete MSN, il pre-facebook. Lì era possibile creare un blog che solo gli amici potevano leggere. La me adolescente ne aveva aperto uno che, come questo, non leggeva praticamente nessuno. Come vedete, non mi scoraggio facilmente! 

11) Ho studiato chitarra per tre anni e per un po' ho anche pensato di studiare al Conservatorio. Poi, il senso pratico ha prevalso e sono finita al linguistico. Sempre di musica si parla, in fondo. 

E adesso è il momento di nominare 11 blog che seguo, ovvero il punto cinque. E qui casca l'asino perché, come ho già detto, io sono una pessima lettrice di blog, tanto quanto sono una grande divoratrice di libri. Ne seguo pochissimi e tra l'altro non so neanche come sapere quanti followers hanno...quindi citerò quei pochi che seguo più assiduamente.

1. The Platypus Review. A dispetto del nome è un blog scritto in italiano che si occupa di scienze naturali. Istruttivo e incredibilmente divertente, proprio come gli ornitorinchi! 
2. Vivo quando nessuno mi vede. Un blog letterario con un nome a dir poco eccezionale. 
3. Diary of a social phobic. Questo è un blog in inglese, uno dei pochi sull'ansia sociale che non è scritto da uno specialista.  
4. Libri in metro. C'è chi legge e chi legge le persone che leggono. 
5. Fiordiluna Studio. Un blog che incrocia romanticismo sfrenato, un grande amore per Sailor Moon e una mostruosa capacità di costruire grafiche blog. Il mio blog ne è un esempio! 

Ecco. Questo è il meglio che riesco a fare. Ma come dico io, pochi ma buoni!  

Punto sesto, spremermi le meningi e fare 11 domande per i nominati. Pronti? Via!

1) Qual'è la serie tv che consiglieresti al volo?  
2) Se avessi un superpotere, quale sarebbe? 
3) Se dovessi rinascere animale, quale saresti? 
4) Ti piace cucinare? 
5) Qual'è il tuo sogno impossibile? 
6) Com'è nato il nome del tuo blog? 
7) Ti piacciono i fantasy? 
8) Leggi prima il libro o guardi direttamente il film? 
9) Qual'è la tua passione inconfessabile?
10) Sei un fan di Star Wars?
11) Nerd o hipster?

Punto settimo, informare i bloggers citati, cosa che farò appena finito di scrivere questo rotolone Regina!

Grazie ancora ad Antonella per questo delizioso regalo, noi ci vediamo prossimamente con nuove fantastiche avventure (che occuperanno spazi più limitati spero!)

Duille 


sabato 7 maggio 2016

Telefilm addicted #9 - The A word ovvero l'autismo, davvero.

Una cosa che ho sempre apprezzato dei mezzi di intrattenimento moderni è che possono essere un utilissimo strumento per aprire la mente a nuove realtà. E' quanto succede con The A word. 
The A word è una serie inglese, reboot dell'omonima serie israeliana Yellow Peppers, che racconta le vicende di una famiglia inglese dopo la scoperta che il piccolo di casa, Joe, è affetto da un disturbo dello spettro autistico. 

Quella di Alison e Paul è presentata come una famiglia apparentemente normale, con piccoli drammi quotidiani che però sono ben bilanciati da un solido rapporto di coppia e dall'amore nei confronti dei due figli, Joe, di cinque anni, e Rebecca, adolescentissima (e se posso aggiungere, inglesissima) figlia del primo matrimonio di Alison, ma amata da Paul come se fosse sua. Una famiglia normale, appunto, le cui radici sembrano essere ben affondate in un terreno di amore e rispetto reciproco. Niente a che vedere con la famiglia che si trasferisce nella porta accanto e formata da Eddie, fratello di Alison, e sua moglie Nicola (con l'accento sulla i, prego), che sta cercando di ricostruire un rapporto di fiducia inevitabilmente minato dal tradimento di lei ancora fresco di bucato e che tutta la famiglia di Eddie, e il paese intero, non fa che ricordare con il suo atteggiamento astioso verso Nicola, colpevole del misfatto, e Eddie, colpevole di debolezza. Ad aggiungere l'ultimo tassello a questa colorita famiglia, troviamo Maurice, padre dei due fratelli, uomo dal carattere intransigente, dal sarcasmo caustico e dal cuore buono. 
Questo precario equilibrio inizierà a traballare quando, durante una festa di compleanno, Nicola noterà dei comportamenti inusuali in Joe e ventilerà l'ipotesi di autismo. La diagnosi di Joe ha infatti la più prevedibile ed umana delle conseguenze, quella di sconvolgere gli equilibri e produrre una crepa sullo specchio familiare che si farà largo tagliando volti e deformando sorrisi. Quello a cui assistiamo nelle sei puntate che ci vengono proposte (e scritto divinamente) è lo schizofrenico balletto della disperazione, gli stadi del lutto, le azioni paniche per mantenere il controllo, la corsa contro il tempo, l'impotenza, la frustrazione, le parole diventate tabù, come quella parola che inizia per A e che deve essere tenuta nascosta a tutti, anche a se stessi, al fine di ritardare il momento in cui Joe diventerà per tutti ciò che è già: diverso. Il fulcro della vicenda, a mio avviso, ruota intorno alla negazione di Alison, più che al disturbo di Joe. Quest'ultimo infatti, pur essendo l'oggetto delle attenzioni di tutti, di fatto resta ritirato nel suo autismo, diventando uno specchio riflettente che mette a nudo il disagio familiare, che costringe i suoi membri a fare i conti con una realtà che non riguarda solo l'autismo, ma anche le dinamiche interne, amplificate dalla situazione che si ritrovano tra le mani. Alison cerca disperata una normalità che le sfugge di mano e la vuole così tanto, questa normalità, da diventare egoista, talvolta brutale, danneggiando il figlio e la famiglia che le sta intorno con decisioni prese da sola, con le sue mancanze, imponendo un silenzio omertoso al proprio sentire e condannando quello degli altri. Là dove la famiglia cerca, ognuno a suo modo, di fare i conti con la realtà, Alison la rifiuta, e prova di tutto per dimostrare a se stessa che Joe è "normale".
Finisce così in una serie di comportamenti a matrioska, in cui tutto il suo altruismo cela un egoismo di fondo non condannabile il quale, a sua volta, nasconde una paura estrema di ciò che aspetta lei, come madre, e Joe. Alla fine, guardando quella crepa nel vetro, scopriamo che non è stata creata da Joe, ma da Alison e dalla sua famiglia, perché, come dice Rebecca, "Joe è sempre Joe". Ciò che è cambiato è il modo in cui gli altri lo guardano. The A word si rivela quindi non tanto la storia dell'autismo, ma della reazione all'autismo, dipinto con il tipico piglio inglese, che bilancia con perfetta maestria la difficoltà di avere a che fare con questa etichetta così difficile da portare con momenti di ironia che alleggeriscono i toni, senza quindi mai drammatizzare il disturbo, ma tenendolo ben piantato sul piano del reale. L'obiettivo è raccontare l'autismo attraverso le sue caratteristiche, positive e negative (stereotipie, ripetizioni di frasi, comportamenti agitati, intelligenza, interessi settoriali, quel modo unico e speciale di comunicare) e spiegare cosa vi si cela dietro (la difficoltà di prevedere e capire il comportamento altrui), senza ingigantirlo e, allo stesso tempo, alzare lo sguardo da quello scricciolino di cinque anni con le cuffie azzurre e guardare come la famiglia vive questa metamorfosi, senza mai condannare (e questo è importante) ma rendendo evidente la più grande verità: è il mondo che risulta eternamente impreparato alla diversità, non viceversa. Di cosa ha paura Alison in fondo, se non dell'emarginazione di suo figlio, della stigmate sociale, della solitudine relazionale? Possiamo quindi dire che la sua paura sia davvero solo l'autismo? O forse teme il mondo in cui Joe dovrà vivere? E' la storia più vecchia del mondo, ma in fondo è sempre stata la madre di tutte le storie.

Duille


Stuzzicherie

  • La stereotipia di Joe è messa in risalto dalla struttura delle puntate, che iniziano sempre allo stesso modo (una gioia per gli occhi), ma sempre caratterizzate da piccoli dettagli diversi. Una sola parola: GE-NIA-LE!!!!
  • La serie è ambientata nel District Lake, il che significa, montagne, neve, paesaggi mozzafiato e gente che zompa sulle colline manco fossero caprioli!
  • Tutta la prima stagione è infarcita di brani musicali indie rock che sono perfettamente implementati nella storia e che lo rendono un gioiellino sonoro niente male.   
domenica 1 maggio 2016

Spade, trincee e livelle

Ci sono giorni in cui l'ansia mi pesa tantissimo, più o meno come se portassi sulle spalle un pianoforte a coda in acciaio inox infarcito di panini con porchetta. Dovete sapere che per un ansioso sociale in fase di guarigione come lo sono io (o come almeno spero di essere), è essenziale mantenere un'omeostasi interna ottimale. Non si deve muovere neanche uno spillo, dobbiamo essere imperturbabili come un santone indiano in levitazione. 
Immaginateci come delle specie di artigiani emotivi che passano le loro giornate a controllare la bollicina d'aria della loro livella interiore, monitorando, verificando, registrando e intervenendo su ogni movimento verso gli estremi di quella sferetta d'aria che, da sola, definirà la nostra giornata come una discesa nell'Inferno o una salita in Paradiso. Gli spostamenti, infatti, implicano sempre un cambiamento degli equilibri che andrà a scompaginare il nostro già fragile ecosistema interno e, soprattutto, il rapporto con il nostro piccolo Gremlin personale, che non aspetta altro che un nostro momento di debolezza per iniziare la colonizzazione in pieno stile Hernan Cortez. Se la bollicina d'aria si sposta verso sinistra, significa che saremo in un momento di grazia, una specie di intossicazione da felicità che ci renderà molto vivaci e meno terrorizzati del solito, più simili al Doug di Up e meno a Leone il cane fifone, per intenderci. Saremo scodinzolanti, con occhioni felici da impasticcati vecchia scuola e per un po' dimenticheremo di essere fatti della stessa sostanza con cui sono fatti i fili dell'elettricità. Se la livella invece indica un brusco spostamento a destra, beh, lì iniziano i guai grossi. Perché se gli stati euforici possono provocarci rimproveri a posteriori per essere stati troppo avventati nell'esprimerci, gli stati depressivi sono paragonabili all'alimentare il Gremlin dopo mezzanotte con cucchiai di steroidi. La nostra ansia si pompa fino a raggiungere livelli da Action Man ed è pronta a gonfiarci di botte in stile Hulk Hogan. Ciò esigerà l'intervento del nostro supereroe personale, quel Medioman con dentiera e reumatismi che ci è stato fornito col pacchetto di benvenuto nel mondo insieme alle mentine e al paio di mutande di scorta. Quando stiamo male, qualunque sia il motivo che ha scatenato il nostro disagio, diventiamo soldati in trincea, ed ogni nuovo giorno è una riedizione della Grande guerra, che inizia appena apriamo gli occhi e, nel migliore dei casi, che si conclude solo quando ci perdiamo nuovamente tra le braccia di Morfeo. 
Appena ci svegliamo, vediamo il Gremlin seduto sul cuscino che sorseggia un caffè; mentre ci guardiamo allo specchio considerando la possibilità di convertirci all'Islam solo per poter indossare il burqa, lui è lì che ci mostra le cicatrici di anni di lotte adolescenziali con i brufoli, unico vero residuo dello splendore della giovinezza; mentre ci vestiamo in tonalità mimetica, è lì a passarci il dolcevita più anonimo che possa esistere; mentre camminiamo per strada verso l'autobus, ci si appollaia sulla testa facendoci abbassare lo sguardo neanche fossimo studenti in attesa mentre la professoressa scorre il dito sul registro per decidere chi interrogare. Passiamo da momenti in cui avanziamo su spiagge minate, di trincea in trincea, con le pallottole che fischiano vicino alle orecchie ad ogni nostro passo falso, a momenti di ritorno all'epoca settecentesca, con veri e propri incontri vis a vis con la nostra avversaria. A quel punto diventa tutto un gioco di scherma, un continuo duello all'ultimo sangue tra due Highlanders, in cui si uccide e si viene uccisi, per poi rialzarsi sanguinanti e ricominciare un nuovo duello, magari davanti ad un bar in cui si sta decidendo se entrare o meno. Affondo, schivata, parata, la nostra giornata è fatta di sibili di spada che ci tagliano una guancia, di stridii di lame che si scontrano, di carne trafitta e di dolorosi squarci che ci fanno sanguinare. A fine giornata, ci curiamo le ferite come gatti usciti da una rissa, ci bendiamo, ci rattoppiamo i buchi e ci riposiamo aspettando i nuovi duelli al sorgere del sole o la nuova estenuante attesa dentro la trincea. Ecco perché controllare e riequilibrare la nostra livella interiore è così importante, perché lei, come un infallibile esperto di scommesse, definirà le probabilità della nostra vittoria e la percentuale delle nostre sconfitte. E vi assicuro, non vorreste mai essere nella posizione di chi perde dieci volte su undici. 
Duille    



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