sabato 27 dicembre 2014

Due facce della stessa medaglia

La mia è una piccola famiglia composta da 5 persone, 2 gatti e 1 cane. Nonostante l'esiguità numerica però siamo stati in grado di collezionare un interessante campionario umano delle reazioni al Natale che mi ha reso una sorta di etologa del Christmas mood. Come sapete, il Natale ha la curiosa capacità di produrre un caleidoscopio di atteggiamenti che vanno ben oltre al classico "o si odia o si ama". Il Natale, come tutte le grandi cose, non lascia indifferenti. 
In linea di massima, però, questa coloratissima festa tende a produrre tre grandi tipologie di reazioni: depressione, odio, entusiasmo, ciascuna declinabile a sua volta in una miriade di sottocategorie personalizzate in base a storia di vita e carattere del singolo. La tristezza è sicuramente una delle categorie più diffuse e fastidiose della festa. Il depresso infatti durante il mese di dicembre rivive tutti i Natali passati, come nella miglior tradizione del celebre Canto di Natale di Dickens. Questi Ebenizer Scrooge malinconici contano i caduti, rimembrano passati lontani in cui anche loro solevano essere invasi dalla frizzantezza dello spirito di Santa Claus, quello spirito ormai perduto, o meglio, accoppato a furia di sassi e padellate dalla malefica e velenosa vita che smonta i sogni più granitici come se fossero armadi dell'IKEA comprati in sconto. La compagnia di questi individui è una prova di resistenza per il nostro spirito festaiolo e sognante, un rito di iniziazione per verificare se siamo davvero fedeli a sua barbosità Babbo Natale. Servirà tutto il nostro coraggio e ogni briciolo di spirito natalizio per affrontare questi buchi neri risucchia gioia. Dovremo aprire le cantine del nostro cuore e stappare la miglior bottiglia di allegria della nostra riserva segreta per non soccombere al prosciugamento emotivo dei depressi, che non sembrano voler altra cosa al mondo che un compagno di lacrime e bevute intonando "un cordiale fanculo ad un altro Natale". 
Di tutt'altra pasta sono invece una tipologia umana che si sta diffondendo a macchia d'olio nelle società occidental-capitaliste e che è stata ribattezzata dall'etologa che c'è in me con il termine Grinch. Il Grinch è la persona che inizia a lanciare scorati occhi al cielo il primo di dicembre e continua a far rimbalzare quelle due palline da ping pong verso l'aria fino al 26, in una solitaria partita che ammorba tutti tranne gli appassionati di tennis. 
Nel migliore dei casi ci toccherà sopportare la sua trasformazione in vaporetto sbuffante, che almeno avrà una sua qualche utilità domestica. Con un po' di fantasia potremo considerare il nostro congiunto alla stregua di un elettrodomestico e piazzarlo davanti ad un tavolo a soffiar briciole o adagiarlo sul pavimento come un Eolo spazza gomitoli di polvere. Più problematico sarà invece occuparlo qualora esca dal suo mutismo d'indignazione e decida di improvvisare un comizio anti-natale. Di solito la tradizione anti-Xmas vuole una invettiva forconata contro l'anima consumistica del Natale, contro la sua ipocrisia e la perdita di valori, in cui l'unica magia rimasta è quella del conto in banca prosciugato il primo di gennaio. Io credo che in realtà queste persone siano un po' pigre e affette da una leggera fobia alla porporina. Fosse per loro, il Natale non esisterebbe o almeno sarebbe fortemente ridimensionato. Niente mastodontici alberi multicolore ad ingombrare il salotto, ma minuscoli alberini in legno da piazzare su una mensola a rappresentanza sindacale della categoria; niente luci fuori dalle finestre, che sono accecanti e fin troppo abusate. In effetti, diciamocelo, ci sono persone che confondono le ghirlande luminose con segnaletiche di atterraggio visibili dai satelliti. E non tocchiamo i canti natalizi! Se potessero, i Grinch imbraccerebbero i loro fucili e impallinerebbero televisioni, radio e computer intonanti canti polari, insieme alle natiche che hanno osato ondeggiare al ritmo di quelle sinfonie candite. Per i Grinch il Natale è un'esplosione di zucchero che trasforma le persone in caramelle salterine, una sorta di versione invernale dei fagioli messicani. Troppa melassa nei loro ingranaggi robotici!
D'altro canto, i Grinch non hanno poi tutti i torti. Dall'altro lato della barricata infatti ci siamo noi, principianti folletti con la patente rosa, persone adrenalinizzate da una sniffata generosa di magia del Natale, come ogni bravo drogato che si rispetti.

Noi siamo quelli che il primo dicembre iniziano la metamorfosi in bastoncini di zucchero ricoperti di glassa a forma di fiocchi di neve. I Grinch esistono perché li abbiamo creati noi. La loro protesta intellettuale è frutto del nostro entusiasmo smodato, dei nostri trilli di gioia spaccatimpani e dei nostri canti stonati ma pieni di passione che eruttiamo peggio di un juke-box in loop dal '64. Noi siamo i loro Frankestein e quindi abbiamo un debito d'onore nei loro riguardi. In effetti in certi momenti siamo davvero delle palline in un flipper innevato, al punto da sembrare pignatte pronte ad esplodere stelle filanti e carta da regalo brillante. Non mi sorprende che i Grinch ci vedano come esserini che vomitano arcobaleni al ritmo di Rocking around the Christmas Tree. Il minimo che possiamo fare è lanciargli una manciata extra di biscotti, così, tanto per rabbonirli prendendoli un po' per la gola. In fondo, comunque lo si guardi, il Natale è un momento di dialogo e compromessi, il tempo in cui Grinch e bastoncini di zucchero si guardano negli occhi e si allungano una mano, trovando conforto e sostegno nella loro differenza. Loro, tenendoci con i piedi ancorati alla terra; noi, facendoli volare un pochino quando il vento è abbastanza forte. 
E' la magia del Natale. Tranne che per i depressi. 
Duille


lunedì 22 dicembre 2014

Quando il destino ci mette lo zampino...

Esiste una legge non scritta secondo cui quando sei nelle peggiori condizioni che tu possa immaginare (calze bucate a causa dell'unico chiodo non ben fissato, occhiaie fino alle ginocchia per un brutto episodio di insonnia, capelli che decidono giusto quel giorno di ribellarsi alle leggi della fisica e diventare le serpi di Medusa), in poche parole, quando sei un rottame, incontri di sicuro almeno una persona degna di nota, uno di quegli individui per il quale vorresti apparire al meglio. I motivi possono essere variabili: narcisismo, interesse romantico, voglia di rivalsa. Tutte ottime ragioni per apparire come una Venere del Botticelli vestita di stelle.
Ma il destino è malandrino e ci tiene a farci fare bella figura solo con piccioni e auto parcheggiate.
Lo saprete meglio di me: quando siamo belli come il sole, usciti dall'adattamento in chiave moderna di Cenerentola al ballo, al punto che sentiamo la nostra personale colonna sonora in sottofondo e il vento che ci scompiglia elegantemente i capelli, mentre ci doniamo al mondo in tutta la nostra sfolgorante bellezza, spesso più unica che rara, il resto del mondo si ricorda di avere un impegno urgente.
Il risultato è un paesaggio post apocalittico, The Walking dead alla sua quarta stagione, la bottiglia dell'acqua Lete in cui noi siamo la solitaria particella di sodio (C'è nessuuuuno?). Una Silent Hill senza nebbia in cui gli unici a guardarci sono i cani a passeggio e qualche vecchietto occasionale. Ma guarda caso, se invece siamo davvero dei copertoni sgonfiati dopo una tempesta di sabbia, se siamo noi gli zombie di The Walking Dead, allora ecco di colpo l'esplosione demografica, improvvisamente il nostro paesino diventa il centro di New York durante la settimana della moda. E tra questa moltitudine di gente sconosciuta troveremo sicuramente una (o se siamo proprio sfortunato, più di una) di queste categorie di persone: l'amica/o che non vedevamo da un triliardo di anni, il/la nemico/a giurata (che può anche essere l'ex fidanzato di turno) per il quale vogliamo apparire al meglio solo per farla/o rosicare oppure il classico figo di turno su cui vogliamo lasciare una bella impronta retinica. Ecco, io sono una di quelle persone che finisce sempre per incontrare il vicino di casa quando è vestita con un pigiamone viola di pile, il cipollotto sulla testa e lo sguardo da rana, e che invece trova il deserto dei tartari quando, per una volta, si sente bella come Lisa Hannigan (la strafiga nella foto sopra, per intenderci). Credevo di aver toccato il fondo quando, a capodanno dell'anno scorso, durante un attacco particolarmente violento di ansia sociale, avevo incontrato una mia compagna del liceo che non vedevo da tantissimo tempo. Lei, bella come un bacetto perugina perfettamente incartato nella sua frangetta sbarazzina, e io, che avevo assunto i tratti di un rospo bavoso: pelle rossa a furia di piangere, capelli afflosciati (dal dispiacere suppongo, non saprei), vestito buttato addosso solo perché le convenzioni sociali vietano il pigiama in luoghi pubblici e sguardo da malata terminale di peste bubbonica. Sempre per mantenere il paragone di prima, la Venere di Botticelli vs la Venere degli stracci. Vi lascio immaginare il mio entusiasmo nel farmi trovare in quelle condizioni!
Ma recentemente ho toccato un nuovo record di rottamaggio e sento che è il momento di condividerlo con voi. 
E' martedì. Sono in condizioni disastrose: ho il collo bloccato per un violento crampo al muscolo della spalla che mi ha colpito il venerdì precedente, ho un raduno di Woodstock sulla fronte, tutta concentrata in un unico enorme, gigantesco brufolo proprio nel centro della fronte, i miei capelli sono mollissimi e sporchi perché, grazie al collo bloccato, non posso neanche lavarli come si deve e ho l'espressione di una patata dopo la bollitura a causa delle notti insonni per il dolore.
Insomma, sono un gobbo con la faccia da patata a cui hanno impiantato un corno da unicorno. Una patanicorno gobbuta. Non certo il massimo dello charme. Ma decido di uscire lo stesso a portar fuori il cane. Convinta che sarei stata fuori poco (e che avrei evitato i posti affollati) mi vesto nel peggior modo possibile: jeans larghi (di quelli che fanno sembrare il sedere afflitto dalla legge di gravità), scarponcini a carro armato neri e giubottone da tuttofare squattrinato, con tanto di brutto cappuccio sulla testa. Sì, perché pioveva pure. Quindi, tutta imbragata in questo modo, esco di casa e, caso vuole che incontri mia madre, che decide di unirsi a me per la passeggiatina. Promemoria per la futura Duille: MAI FARE GIRETTI CON MAMMA SE SEI UNO STRACCIO!!! Perchè? Perché le mamme ad una certa età dimenticano che anche l'occhio vuole la sua parte e non si accorgono che siete davvero delle cozze ambulanti. Se vi volessero davvero bene, dovrebbero rispedirvi a casa e togliere tutti gli specchi dalle pareti, onde evitare A- che vi spaventiate nel vedervi e B- che rompiate i suddetti specchi al contatto con la vostra mefitica immagine. Ci mancano pure i proverbiali sette anni di sfighe. Ma ripeto, ad una certa età le mamme si dimenticano che noi figlie siamo ancora in età da marito e che ci teniamo a non far scappare la popolazione umana degna di nota. Insomma, per farvela breve, siamo finite nel centro del mio paese, io, lei, il cane e il mio corno francese sulla fronte. Ed è allora che il destino ha puntato il suo occhio monello su di me. In un banchettino nel centro della piazza c'era un ragazzo bellissimo, di quelli con gli occhi azzurri e il visino simpatico che fa sciogliere i cuori anche ai ghiaccioli, un principe azzurro moderno bello come il miele artigianale che vendeva (che per me è un altro punto a favore).




Mia mamma proprio quel giorno ha deciso di avere una voglia irrefrenabile di miele ed ha trascinato me e il cane fino al suddetto stand. Non vi dico il mio imbarazzo! Ho cercato di sfuggire in ogni modo, mi sono affondata dentro il cappotto nella speranza di essere percepita come un giubbotto con le gambe e mi sono tenuta a distanza di sicurezza, usando il cane come scusa. Insomma, non potevo certo avvicinarmi troppo, il mio corno da unicorno avrebbe immediatamente fatto le presentazioni per tutti sbattendo contro la sua fronte! E sia chiaro, non è che avessi chissà quali aspirazioni romantiche nei confronti del suddetto venditore di miele, ho pur sempre l'ansia sociale e prima di avvicinarmi a qualcuno così, i mari sarebbero evaporati per poi riformarsi nuovamente dopo una lunga glaciazione. Ma ho ancora un po' di dignità femminile e vorrei almeno apparire al meglio di fronte ad un tipo che sembra aver parcheggiato il suo aitante ronzino dietro l'angolo!!! Purtroppo mia madre quel giorno aveva deciso di dare la giornata libera al suo acume e ha cominciato a tempestarmi di domande su quale miele avrei preferito. Nella mia testa echeggiava solo una frase; MADRE!!! IO TI STRAPPO LA LINGUA ADESSO!!! Ovviamente non avrei mai potuto dire una cosa del genere, sarebbe stato il coronamento della mia disfatta: una patanicorno gobbuta con la proprietà di linguaggio di uno scaricatore di porto. No, no! Dovevo agire. In un momento di coraggio, ho alluso a bisogni del cane e sono fuggita verso casa, senza voltarmi indietro e anticipata dal mio corno da narvalo, che faceva strada come un faro dell'orrore nella nebbia dei miei pensieri!
In sostanza, invece del classico bell'incontro di cui parla il buon Arthur Abbott in The Holiday, c'è stato un incontro alla Bella e la Bestia al rovescio, con una spruzzatina di Gobbo di Notre Dome e fettina di limone direttamente da ventimila leghe sotto i mari.
Con un inizio così si può solo migliorare, giusto? 
Duille 


domenica 14 dicembre 2014

Fiera dell'artigianato: istruzioni per l'uso

Milano a Natale è sinonimo di una cosa sola: FIERA DELL'ARTIGIANATO. Tutti i milanesi non sentono odor di Natale finché la città non inizia ad essere tappezzata dai rossi manifesti che avvisano dell'arrivo del mondo in una stanza. E la fiera non ha bisogno di squilli di trombe per annunciarsi: bastano poche semplici parole che indichino dove e quando, come le migliori rock star del momento. La fiera dell'artigianato è il James Bond delle festività, l'Indiana Jones del Natale milanese, il Michael Jackson dicembrino. La sua fama la precede. Un giro del mondo concentrato in 10 padiglioni giganteschi da girare tutti con il fiato sospeso e con la bocca spalancata dalla sorpresa. Un luna park di colori, odori, sapori, una festa per i sensi e un dissanguamento per il portafogli. I neofiti potranno pensare che si tratti di una deliziosa passeggiatina tra anfore, formaggini e abiti variopinti, ma in realtà si tratta di una vera e propria avventura, un giro del mondo in 8 ore che esige preparazione, allenamento e organizzazione! Non si può certo pensare di uscire con Indie e non portarsi dietro corda, padellino e sciabola! 
E siccome io sono una veterana della fiera, vi propongo una pratica guida per sopravvivere al mostro multicolore ed uscirne con un ricordo felice e non troppo traumatico! 

 1- Costumi di scena

Innanzitutto l'abbigliamento è essenziale. Lasciate perdere abitini carini e scarpette all'ultima moda: alla fiera dell'artigianato le parole d'ordine sono COMODITA' e CIPOLLA! Vestirsi a strati è fondamentale, soprattutto perché si passa dai soliti -2 gradi milanesi ai 180° di media interni. Non è un caso che le persone si agglutinino negli ingressi pelandosi come patate pronte alla bollitura: la fiera ha temperature tropicali, rese ancora più sahariane dalle mandrie umane che pascolano tra le bancarelle, in corridoi strettissimi. Va da sé che l'attrito da sfregamenti e i classici 36° corporei emanati da ogni essere umano che vaga ramingo per le viuzze innalzano le temperature a livelli di fissione nucleare. In poche parole, girare per la fiera è come fare un giretto su Mercurio. Quindi urge un abbigliamento consono all'esplorazione planetaria. Il mio consiglio? La mattina, quando decidete cosa mettervi per la giornata in fiera, pescate un capo per ogni stagione: t-shirt direttamente riesumata dall'estate, maglioncino di cotone pesante per primavera e autunno e il piumino superleggero ma caldissimo che tenete per le rare gite invernali in montagna, quando fa così freddo che anche lo yeti preferisce restare a casa a bersi una cioccolata mentre voi, poveri sfigati, vi ritrovate a fingere di saper andare sugli sci anche se non avete la minima idea di come si chiamino le aste a cui affiderete la vostra incolumità fisica. Per tutti i forestieri: a Milano d'inverno fa maledettamente freddo e durante la fiera di solito il cielo ci concede gelate da record, roba che, se non sbatti spesso gli occhi, ti si congela anche l'umor vitreo! Quindi vestirsi a cipolla è l'unica possibilità di sopravvivenza se volete circolare nella fiera dell'artigianato senza morire di disidratazione e di congelamento. Contemporaneamente. 
 2- Provviste    

Alla fiera dell'artigianato il cibo non manca e verrete tentati da ogni ben di Dio mai concepito nel mondo (letteralmente). A parte gli assaggini gratuiti, ci saranno una miriade di ristorantini pieni di leccornie fantastiche che vi faranno seriamente pensare di affittare uno stomaco extra per contenere tutto ciò che le vostre papille vi indicheranno con abbondanza di salivazione. Ma attenzione: alla fiera il mondo è alla portata di mano, ma spesso non di portafogli. Non dico che non ci si possa concedere un piatto caldo in uno dei trilioni di ristoranti mondiali, ma la media è di circa 10 € a libagione, il che può diventare un problema se la vostra idea è farvi la scorpacciata della vostra vita E acquistare il proverbiale regalino per mammà. Una soluzione a questo problema scovata dai milanesi squattrinatissimi come me è la seguente: portate da casa tutto ciò che vi serve per sopravvivere alla visita e attingete al portafogli solo per togliervi l'eventuale sfizio. Di solito il mio arsenale personale comprende: bottiglietta d'acqua (una per partecipante), focaccina/paninetto (da addentare in caso di calo di zuccheri mattutino) e dolcino da secondo calo di zuccheri pomeridiano, quando le gambe iniziano a protestare per il kilometraggio raggiunto. Se avrete questi accorgimenti, non vi troverete ad essere invasi da attacchi di fame alla zombie, che vi porteranno a fiondarvi su qualsiasi cosa odori vagamente di cibo e potrete valutare tranquillamente, in partnership con lo stomaco, cosa degustare (degustare, non divorare!). Il tutto senza dover poi lanciarvi in qualche supermercato e comprare due biscotti in sottocosto da spacciare per prelibatezze libanesi ai vostri congiunti.

 3- La Mappa 
   
Quando arriverete alla fiera, la prima cosa che vedrete saranno cartelloni giganti, gente che si muove in ogni direzione peggio che in un aeroporto nell'ora di punta e luci sfavillanti che promettono le sette meraviglie del mondo in un clic. Ma, prima di lasciarvi catturare dal vortice ciocconesquickoso di odori, suoni e luci, fate subito una virata alla vostra destra. Lì troverete la vostra unica alleata in questa avventura tra giungle, deserti e spezie: la mappettina che gli organizzatori della fiera stampano a frotta. Credo che ogni Natale facciano fuori un ettaro di foresta solo per stampare quei foglietti di carta. Ma non aspettatevi di aver risolto i vostri problemi una volta agguantata la vostra copia di cartina: lungi dall'essere una stella polare che vi guiderà nel magico mondo della fiera, la mappa è più un vademecum dei padiglioni, un Virgilio sfigato a cui, vostro malgrado, affiderete il vostro orientamento. Una sorta di bigino made in Taiwan, giusto per non perdervi troppo quando, desiderosi di andare in Francia, vi ritroverete inspiegabilmente in Ecuador. Purtroppo le vie della fiera sono senza nome, quindi perdervi sarà più semplice che centrare la bocca con il cucchiaio. E tecnicamente c'è un ordine della disposizione degli stand, ma inspiegabilmente, sembreranno perderli non appena vi ci troverete in mezzo. I paesi del mondo si rimescoleranno come carte della briscola e vi ritroverete a chiedervi se non sia il caso di fare una ripassatina di geografia, perché non è proprio possibile che, mentre state camminando allegramente per le vie della Spagna, vi ritroviate a cacciar bufali con i cowboys americani. La mappa vi permetterà se non altro di capire cosa vi aspetta andando a sinistra o a destra e, in questi casi, è confortante almeno sapere di non andare completamente allo sbando. Quindi prendete la mappa, anche se è inutile. Le vostre gambe ringrazieranno

 4- Il giorno della spedizione    


Ultimo punto fondamentale, oggetto di dibattito e di discussioni infinite è sempre il solito: quando andare alla fiera? Dato che è un'attrazione ormai riconosciuta e consolidata e dato che Milano è una città bella grande, vi lascio immaginare cosa significhi andarci. Una città di circa 1 milione di abitanti si riversa ad imbuto in una piccola fiera già strapiena di stand di ogni tipo. Il risultato? Il delirio. Parliamo davvero di fiumi di gente, stormi di persone che si accalcano per le microscopiche viette di tessuto, orde di milanesi imbruttiti che si concentrano come sugo di pomodoro nei padiglioni fino a farli scoppiare. Mandrie di esseri umani che entrano entusiasti ma che, dopo un paio di ore, sono presi dall'ira da calca, peggiorato anche dal caldo torrido della fiera. Il risultato è una polveriera ambulante, un ammasso di acido lattico distribuito, un odore di rissa ad ogni angolo. Questo porta molti a desistere dalla spedizione. Chi invece alla fiera non vuole proprio rinunciare, si ritrova a fare calcoli complicatissimi, analizzando date, piani astrali e allineamento dei pianeti, arrivando sempre alla stessa conclusione: andare alla fiera in settimana. Per l'amore del Cielo, non andate nel weekend! Non ne uscireste vivi! Vi trovereste in una scena simile a quella di un film post apocalittico, durante un terremoto che separa le placche mentre i vulcani eruttano l'eruttabile, il mare decide di trasformarsi in un'unica onda di dimensioni bibliche e il panico imperversa in città. Andate in settimana, fidatevi. Giorni papabili per eccellenza: dal lunedì al giovedì, con una forte probabilità sul martedì. E sapete perché? Semplicemente perché il resto del mondo in settimana lavora! Quindi il mio consiglio è di maturare i giorni di ferie proprio in quel periodo, non ve ne pentirete. Non solo i corridoi saranno più accessibili e la gente più affabile, ma potrete accedere ai famosi e ghiottissimi assaggi gratuiti senza dover staccare un braccio a morsi ai concorrenti. Insomma, sarete meno branco di iene affamate che non mangiano da mesi e più Mary Poppins che si gode la passeggiatina nel suo dipinto in compagnia di Bert! La qualità della vita ne gioverà! 

In conclusione, la fiera dell'artigianato è sicuramente un'esperienza da fare, ma non va presa sotto gamba. Urge disciplina, organizzazione, esercizio e tanta voglia di avventura. Ma una volta vista, non ne potrete più fare a meno. Almeno fino a quando vi reggeranno le gambe.

Duille

sabato 6 dicembre 2014

Con amore, Dicembre.

Quando arriva dicembre il mio mondo si ribalta completamente. Per un mese tutto ciò che sono viene dimenticato, prendo il groviglio di lana che cerco di dipanare tutto l'anno e lo chiudo in un cassetto. A dicembre niente ansia sociale, niente paura e niente angosce. A Dicembre, metto in pausa la vita e divento ciò che desidero essere, alle mie condizioni, senza preoccuparmi di null'altro che di spargere la mia felicità come un folletto che lancia brillantini dorati. L'ansia sociale non può varcare le porte di questo freddo mese di fine anno.
E' come se Dicembre avesse una piccola porticina ricoperta di polvere di stelle, che avvera i desideri e che lascia indietro ciò che ci tormenta quotidianamente. La mia ansia sociale rimane lì, invischiata in quei fili d'oro stellari, guardandomi torva nel suo completo nero. Niente nero a Natale. L'unico nero consentito è quello della notte, la trapunta dei sogni che ci culla ogni sera, sull'orlo del sonno. L'ansia sociale dovrà fare il giro lungo, andando alla prossima porta, quella di Gennaio, perché nel mese di Dicembre lei non ci entra. Dicembre è magico anche per questo: illumina tutto con le sue luci calde e soffuse, con i suoi profumi e i suoi colori natalizi, non lasciando neanche uno spazio d'ombra dove far rintanare i nostri mostri. Non ci sono angoli bui sotto al letto dove far acquattare le paure e ogni armadio terrificante è aperto e inondato di deliziosi completi natalizi. A Dicembre c'è solo gioia declinata in ogni modo possibile: gioia estatica, gioia entusiastica, gioia romantica e sì, anche gioia nostalgica e malinconica, per coloro che abbiamo perso e che ricordiamo in un momento di struggimento del cuore. Ma Dicembre ha la capacità di non farci indugiare troppo nel dolore di un momento, ha sempre qualcosa da donarci: una ghirlanda che fa capolino su un balcone, un fiocco di neve che strizza l'occhio da una vetrina, un albero di Natale che si affaccia dalla finestra di casa, osservando i passanti. A Dicembre camminare per strada significa entrare in un sogno fatto di luci splendenti, di rossi, di verdi aghi di pino, di dorate sfere variamente decorate e pacchetti tra le braccia delle persone. E tutto questo è reso ancora più bello da quel variegato mondo di cappelli, sciarpe, cappotti e guantini invernali, con pon pon che troneggiano oscillando sulle teste delle ragazzine, fiocchi di neve che sembrano scivolare sugli slittini lungo le sciarpe penzolanti dai colli e scarponi caldi che avvolgono calzettoni dal sapore montano. E quando si ha ancora più voglia Natale e di una spruzzatina di montagna, ci si può rifugiare nel bar preferito e sorseggiare una cioccolata calda con la panna montata e un bacio di cannella.

O magari, se si vuole fare i raffinati, ci si può concedere un tè in compagnia degli amici, chiacchierando e mangiando biscotti, mentre il baluginio delle luci fuori, nelle strade, solletica le guance ed il freddo, che di tanto in tanto fa capolino con l'ingresso di un altro cliente, cerca di rubare qualche granello di pasta frolla che è sfuggito all'assaggio. Dicembre è il mese dei sensi, non del pensiero. Questo mese non ha niente da dire al cervello, vuole parlare solo con il cuore, usando parole che la mente non può capire, ma che sono proprie di quel muscolo che batte dentro al petto e così sottovalutato durante il resto dell'anno. Le parole del cuore sono fatte di suoni, di immagini, di profumi, di sensazioni. E Dicembre ce le regala tutte, queste sensazioni. Vediamo le luci più belle e i colori più allegri, che si accordano come melodie di ciocchi di legno nel camino, sentiamo i canti di Natale nelle sfumature del jazz, del blues, del pop, del country, in un giro del mondo sonoro tenuto insieme da questa ghirlanda musicale di cui non ci stanchiamo mai. Sentiamo gli odori dell'arancia, dello zenzero e della cannella, veri protagonisti olfattivi di questo mese, e qua e là questi odori iniziano una danza con il freddo del vento e con il profumo dei biscotti, eterni viaggiatori pronti a scoprire il mondo al di là della cucina dove sono nati. Assaggiamo dolci sapori, resi più speciali dalle mani cariche di amore che li hanno generati. In fondo, a Natale ci nutriamo di amore, non di cibo. 
E, se siamo molto fortunati, il cielo parteciperà ai festeggiamenti con una coltre bianca che annulla i rumori dei passi e delle ruote, lasciandoci immersi in una nuvola di silenzio, in cui amplificare il battito dei nostri cuori e il suono delle nostre risate. Dicembre ha una magia dentro di sé che nessun altro mese possiede: ha il dono di zittire il cervello, di spegnere le preoccupazioni e di farci nutrire corpo e anima delle piccole gioie del quotidiano, di un fiocco rosso, di una stella dorata, di un ricciolo di profumo che stuzzica il naso, di un sorriso dato gratuitamente ad uno sconosciuto, di un abbraccio sincero tra amici. Dicembre fa venire voglia di pensare al momento, di non rimpiangere ciò che è stato e di non angosciarsi per ciò che sarà. Dicembre è il carpe diem dell'anno. E' il vivere momento per momento, secondo per secondo, godendosi ogni respiro ghiacciato, ogni passo sulla terra e ogni sorso di allegria che ci si concede. 
Bisogna ascoltare le sue parole, perché Dicembre sa molte cose, è un mese vecchio e invernale, un mese che racconta storie vicino al fuoco dall'alba dei tempi, su una vecchia sedia a dondolo in una baita sperduta tra i monti, circondata da pini innevati. Dicembre ci chiede di credere nella possibilità di essere felici, anche se per un attimo e lo fa silenziosamente, dimostrandoci quanto si possa essere felici di ciò che esiste intorno a noi e che aspetta solo un nostro sguardo per brillare e farci brillare. Anche se il mondo tende a pensare che Natale sia una festa commerciale, Dicembre ci ricorda che la vera magia del Natale è essere totalmente nel proprio corpo e sparso nel mondo, in un attimo eterno di continua meraviglia cristallizzato nella neve.

Duille




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