domenica 20 dicembre 2015

Buon Natale Stellare

Era una tranquilla mattina al Polo Nord. Dopo una nottata di intense nevicate, il sole si era fatto spazio tra le nubi facendo brillare le colline invernali come se fossero fatte di polvere di stelle. Un raggio curioso rimbalzò sopra una montagnetta di neve ed attraversò una finestra, riuscendo nella difficile impresa di passare attraverso la minuscola feritoia creata dalle tende di velluto verde che nascondevano l’interno della casa. 
Sbirciando all’interno, il raggio di sole vide una grande massa rossa che si alzava e abbassava producendo un rumore cavernoso e potente, che faceva tremare l’acqua dentro il bicchiere posato sul comodino. Il raggio fece un piccolo balzo calcolato e ricadde proprio sulla cima di quella massa, che si rivelò essere morbida e calda. Scivolò divertito lungo il pendio e s’incastrò in un paio di grossi baffoni bianchi, posizionati proprio sotto un nasone rossastro. I baffi si mossero a destra e sinistra e di colpo il rumore profondo si fermò, sostituito da una risatina divertita. –Ehi, che solletico! Ma cosa….ah, ma sei tu, piccolo birichino!- la montagna rossa si sollevò e si rivelò essere un omone decisamente in carne, con una lunga barba scarmigliata e lunghi capelli bianchi come la neve. Babbo Natale liberò il raggio di sole e lasciò che questi vagasse libero per la stanza, saltellando qua e là, rimbalzando su  specchi, bicchieri e giocando sui pomelli di ottone della testata del letto. Quindi si avvicinò alla finestra, ancora chiusa e, guardando con occhi lucenti il raggio di sole, disse: - Che ne dici se lasciamo giocare anche i tuoi amici? – e spalancò le tende, illuminando l’intera stanza. Centinaia di raggi di sole entrarono felici, facendo  brillare tutto di una luce splendente, come se ne vedevano solo al Polo Nord. Babbo Natale aprì le finestre e respirò profondamente l’aria frizzante della mattina. “E’ decisamente Dicembre. Solo dicembre ha quell'odore di cannella e pino” pensò. Adorava Dicembre, era il mese in cui tutto si colorava dei suoi colori preferiti, i bambini gli scrivevano letterine e un po’ ovunque compariva il suo faccione felice. Non era mai stato un tipo particolarmente egocentrico ma aveva sempre apprezzato questo modo speciale con cui gli uomini lo salutavano, in quel mese di festa. Babbo Natale, sorridendo felice, si vestì e scese velocemente le scale, pronto per una deliziosa colazione. Canticchiando canzoncine natalizie e salutando gli elfi che passavano in cucina per una tazza di zabaione, prese il cartone del latte, pronto a specchiarsi in un’immagine più o meno stilizzata di sé. Ma rimase deluso quando, al posto del suo faccione felice, scorse un coso verde con le orecchie oblunghe in quello che sembrava essere un accappatoio particolarmente logoro. Che diavolo era quella specie di elfo post nucleare che teneva in mano un neon come fosse una spada? Turbato, prese lo scatolone dei cereali che piacevano tanto ai folletti e vi scorse un uomo dallo sguardo serio, anche lui ammantato in una tunica marrone e con la stessa lampada tra le mani. – Ma…che…cosa diamine sta succedendo? Chi sono questi?- domandò ad alta voce. Gli elfi, raggrupatisi un po’ ovunque per assistere alla scena, lo guardarono divertiti, senza osare però pronunciar parola. – Chiamatemi subito Percy!- tuonò Babbo Natale ed immediatamente tutti i folletti sparirono, alla ricerca del responsabile del settore comunicazioni e marketing. Pochi minuti dopo Percy, con in mano il suo immancabile tablet, si avvicinò ossequioso. – Buongiorno Babbo Natale, mi hai mandato a chiamare?-
- Sì, Percy. Potresti dirmi che diavolo sta succedendo? E’ o non è il primo di Dicembre? Chi o cosa diavolo sono questi tizi in accappatoio sulle scatole dei cereali? E dove sono io? –
- Beh, è molto semplice da spiegare Babbo Natale. Hai mai sentito parlare di Star Wars? –
- Vagamente. –
- Beh, forse è il caso che tu cominci ad interessartene perché sono diventati il tuo peggior nemico. Questo mese uscirà il nuovo film di Star Wars, l'episodio sette, un kolossal che tutti aspettano da almeno il 1983. Quelli che vedi sulle confezioni del latte sono jedi. Sono loro che hanno preso il tuo posto sulle confezioni di tutto il mondo. –
- Di tutto il mondo? –
- Di tutto il mondo. –
- E lo spirito del natale? –
- Sostituito dalla Forza. –
- E le canzoncine carine piene di campanelli?-
- Niente canzoni su babbi o renne, quest’anno. Solo la colonna sonora di Star Wars. –
- Ma è una cosa terribile. Non posso crederci. –
- Guarda tu stesso. – Percy accese la televisione. Immediatamente comparve la pubblicità di una confezione di batterie in cui un coniglietto vestito da jedi brandiva una spada laser accompagnato da una canzone a tutta orchestra che fece venire la pelle d’oca a Babbo Natale.
- Però, mica male la canzone. Chi è che l’ha musicata? Potremmo scritturarlo per scrivere una versione più potente di Jingle Bells. Un po’ come facemmo per Celtic Carols che, personalmente, ha un tocco dark che non mi dispiace affatto. –
- Babbo, la canzone è l’ultimo dei nostri problemi. Continua a guardare. –
La pubblicità successiva vedeva una macchina che si trasformava in una nave spaziale con all'interno una specie di cane gigante che barriva come un elefante, accompagnato dalla stessa musichetta da concerto lirico. Solo dopo altre tre pubblicità, tra cui quella di un panettone che si rivolgeva ad un panettone più piccolo annunciandogli di esserne il padre, comparve una pubblicità natalizia. Seguita poi da altre due pubblicità a tema Star Wars e l’inizio di un programma di intrattenimento.
- Come vedi la situazione è drammatica. 
Secondo i miei calcoli, solo il 20% delle pubblicità sono a tema natalizio, mentre abbiamo una vera invasione di tunichette, discorsi poco chiari su filosofie energetiche e respiri asmatici che sembrano inneggiare all’uso smodato dell’aerosol. E anche i social networks sono intasati da questa specie di febbre da Star Wars. I trending topics danno Star Wars in prima posizione su twitter, facebook e instagram, mentre il Natale è caduto in fondo alla classifica. Per non parlare della drastica riduzione dei downloads di canzoni natalizie su Itunes. Persino deviantart si rifiuta di popolarsi di tue raffigurazioni. E’ un disastro senza paragoni! Non si parla altro che di Star Wars.  Anche la tradizionale puntata natalizia di The Big Bang Theory è stata sostituita con una a tema Star Wars. Solo il dottor Who resiste. Per ora. –
- Ma è terribile. E noi cosa possiamo fare?-
- Passare al lato oscuro della Forza?-
- Smettila di dire sciocchezze. Ci sarà pure qualcosa che ci riporti al centro dell’attenzione! Che ne so, un bel flashmob, una comparsata sulla slitta prima di Natale, la promessa di un regalo extra per tutti i bambini che preferiranno Miracolo sulla 34° strada a Star Wars….-
- Rassegnati Babbo. Almeno per quest’anno, sei bello che dimenticato. –
- Chi parla? –
- Io. – Un raggio di luce illuminò un uomo in saio e sandali.
- Gesù? –
- No, sono Luke Skywalker. Ma certo che sono Gesù!-
- Sei venuto a gongolare?-
- Ma per chi mi hai preso? Io sono superiore a certe cose. Sono qui per aiutarti.-
- A ritornare in carreggiata?-
- Ad accettare la cosa, o come dicono in Frozen, to let it go.-
- Ma assolutamente no! Non accetto di essere soppiantato da un branco di gente uscita or ora dalla doccia e che evidentemente non ha pagato la bolletta della luce. –
- Anche io la pensavo come te, quando sei comparso tu. Non potevo accettare che i miei sacrifici per l’umanità fossero annullati da un vecchio in sovrappeso vestito di rosso e che forse aveva qualche sospetto problema di alcolismo, dato il rossore del naso e la tendenza a ridacchiare in continuazione. Senza offesa, sia chiaro. –
- Ma figurati. –
- Beh, caro Babbo, ti consegno la mia verità: lottare non serve a nulla. Qui non si tratta di fede o di magia del Natale. Qui si tratta di moda. E nella moda vince chi è più affascinante. Mi dispiace dirlo, ma ormai sei vecchio, desueto, da rottamare. Hai fatto il tuo tempo, sei vintage, per essere gentile.
Non fai più brillare gli occhi ai bambini e di certo le tue renne non reggono il confronto con la possibilità di soffocare qualcuno con la sola forza della mente. Io stesso ho dovuto soccombere a questa sconvolgente verità e capire che il mio predominio era stato spazzato via da un tizio in  tuta di flanella rossa inventato dalla Coca Cola. Avessi saputo che sarebbe finita così, mi sarei risparmiato il supplizio di essere impalato ad una croce. Che poi, lo sapevi ciò che quella bevanda riesce a combinare ad una monetina arrugginita? -
- Guarda, senza offesa, ma non credo che sia esattamente la stessa cosa. Io sono lo spirito del Natale, sono transgenerazionale, sovrareligioso, vado oltre ad ogni orientamento…-
- Qualcuno potrebbe dire che la scelta dei colori sia un pelino filocomunista, non ti pare?-
- No, no, no! Il rosso è il colore della passione, del calore del fuoco nel caminetto, delle bacche in mezzo alla neve…è il rosso dell’amore che imperla le guance. –
- Sì, certo. Anche le aragoste e i pomodori sono rossi ma non mi sembra che per questo siano gli sponsor ufficiali del Natale.-  
- Lo sapevo che venivi per gongolare! La verità è che ti brucia il fatto di essere stato spodestato da me ormai secoli fa e che da allora la mia bonaria notorietà non abbia fatto altro che crescere. –
- Non mi brucia affatto. Ma non lo vedi che non hai sostanza? Tu sei solo frutto del consumismo e i prodotti del consumismo sono destinati ad essere soppiantati da altri prodotti analoghi, come Star Wars. E poi, visto che stiamo parlando di spodestamenti, vorrei farti notare che per soppiantare me si è dovuto creare un uomo che vola su una slitta e produce giocattoli al polo Nord, mentre per dimenticare te sono bastate una lampada al neon e un saio passato in candeggina. Mi verrebbe quasi da dire che minimal è meglio. –
- Ma come ti permetti! Nessuno, e dico proprio NESSUNO, mi ha dimenticato. Star Wars è una moda passeggera e non potrà mai competere con la magia che riesco a creare ogni anno, grazie ai folletti e agli elfi che mi danno una mano. –
- Suvvia, non litigate voi due, che siete messi meglio di altri. –
- Toh, chi si vede! Lucia?-
- Buongiorno Gesù, buongiorno Babbo. –
- Qui ci si sta affollando un po’ troppo. Ma chi vi ha invitati a casa mia?-
- Nessuno, sono stata svegliata dagli schiamazzi. Direi che il disturbo della quiete pubblica mi legittimi ad irrompere in casa tua e chiederti cortesemente di tacere. –
- Ma oggi ce l’avete tutti con me? Quello lì è venuto per gongolare…-
- Prego, "quello lì" ha un nome. Sono il figlio di Dio in fondo, mica un gelataio qualunque! –
- Sì, va beh, abbiamo capito. Non c’è bisogno di ripeterlo ogni volta. Tu invece, che sei venuta a fare qui? –
- A ricordarvi che avete ben poco di che lamentarvi. Voi siete conosciuti in tutto il mondo, mentre  nel mio caso appena si varcano le porte di Milano divento solo un nome su un calendario, eppure non faccio tante storie. Per me non ci sono grandi feste nazionali o rievocazioni storiche mondiali. Sono solo una santa che copre le zone delle colline bergamasche e sono felice anche così.- 
- Se posso aggiungere, mi fai anche un po' di concorrenza. –
- Suvvia, Babbo, non fare il difficile e cerca di capire il punto. –
- No, no, per carità, ho capito. Anch'io adoro fare i regali ai bambini e leggere le loro lettere, ma qui si tratta di un attacco allo spirito del Natale. -
- Diciamo che è un attacco al tuo narcisismo.- 
- Non sono narcisista, Gesù, sto difendendo un pilastro culturale, i valori della bontà, della generosità...-
- E la tua immagine a rappresentarli.-
- Esatto. Anche quella. Ma solo come strumento di valori morali da non dimenticare. Quindi il problema rimane. Come mi disfo di questa piaga che è Star Wars? –
- Credo che non ci sia molto da fare. Starwarizzati. –
- Eh?-
-Ma sì. Togli quella puzzolente tuta che poteva funzionare negli anni ’80, perdi un po’ di chili, sistema quella barba e licenzia le renne. –
- Ottima idea Gesù. Potrebbe anche usare un look più futurista, in fondo un po’ assomiglia ad Obi-Wan-Kenobi. Potresti diventare un suo sosia, come quelli che imitano Elvis Presley. Potresti chiamarti  Obi-Wan-Natale –
- MA STIAMO SCHERZANDO? Sono gli altri che imitano me! Io non imito nessuno, sono originale al 100% e non intendo snaturarmi perché un branco di idioti ha deciso di far uscire un film a ridosso della mia festa!-
- Fino a prova contraria, il compleanno è il mio.–
- Gesù, prima che dica cose di cui potrei pentirmi, ti invito caldamente ad uscire da casa mia e portarti dietro la tua compare improvvisatasi consulente d’immagine! –
- Ma…-
-FUORI! Fuori da casa mia! –
- Andiamo Lucia, qui il buon vecchio Natale sta avendo una crisi isterica. Questi sono i risultati dei prodotti commerciali. Non tengono il passo con i tempi. –
Gesù e Lucia sparirono con un piccolo, elegante “plop”.
Babbo Natale si lasciò cadere su una sedia, mentre la televisione mostrava uno speciale in diretta dal cinema di Roma inondato da webstars.
Percy si avvicinò con fare professionale.
- Babbo Natale? Forse ho trovato una soluzione al problema. –
L’uomo lo guardò con occhio stanco.
- Che ne dici di modificare un po’ il tuo slogan? Invece di “Oh Oh Oh, Buon Natale”, potresti dire “Buon Natale stellare”, mentre in sottofondo facciamo partire i suoni delle spade laser. Non è un’idea geniale?-
Percy scappò dalla stanza, schivando la ciabatta di lana lanciatagli da Santa Claus. 
Forse, in fondo, non era poi una così buona idea. 
Duille

domenica 13 dicembre 2015

Incroci di strade e viaggi di carta

Qualche giorno fa gironzolavo per Milano, improvvisandomi abitante di una città che è sempre stata troppo grande per i miei piedi e troppo veloce per il mio respiro gelato dall'inverno. Avevo camminato in lungo e in largo, girovagando tra le stradine ed i viali, sempre in bilico tra il viaggiatore di passaggio e il veterano con la testa immersa nei ricordi che spuntano ad ogni angolo. Un po' topo di città e un po' topo di campagna, mi sono ritrovata alla ricerca di un tram che mi riportasse a casa. E' stato allora che mi sono imbattuta in lei. 

Una busta rossa, abbandonata in mezzo ad una strada, a fare da ponte tra due strisce pedonali. Sembrava proprio una passerella giapponese, lì appoggiata tra quelle due righe bianche, adagiata sopra un rigagnolo di asfalto grigio. Curiosamente intonsa, quella busta di carta vermiglia, pulitissima, splendente, come un fiore caduto da qualche albero scosso dalla brezza. Bloccata tra due rive, navigava sull'asfalto improvvisandosi laccio di due palloncini bianchi stampati sulla terra. Galleggiava, in attesa, ma invece di una scarpa, ha trovato uno sguardo. Lo sguardo di un curioso viaggiatore di passaggio, un po' troppo topo di campagna per una città grande come quella. Quello sguardo, di fronte a quella curiosa barchetta di carta che dondolava inerme, non ha avuto il cuore di usare la punta del suo stivale per traghettare la busta rossa fino al marciapiede di fronte. Probabilmente mossa dal suo pensiero animistico, convinta che, in fondo, ci sia un po' di vita in tutto ciò che ci circonda, forse solo perché sapeva che quella busta era stata di qualche mano che l'aveva scelta, a suo tempo, per chissà cosa. Sentiva però, quello sguardo, che c'era troppa violenza in un colpo di tacco, troppa noncuranza nella suola di una scarpa. Il mondo era già fin troppo pieno di indifferenza e quella grande città ne era la prova. Quante vite erano passate per quelle strisce pedonali ignorando quel pacchettino di carta rossa? Quanti pensieri avevano volato ad un metro da lei come nuvole di passaggio? Quante gambe avevano solcato quella strada come giganteschi archi mobili sopra la sua testolina? Quanti occhi avevano fissato un punto troppo in alto per lei, non vedendola affatto? C'era troppo freddo in quella grande città per lasciare che tutto si risolvesse in un calcio, seppur tenue. No, ci voleva proprio una mano, cinque dita, le linee della vita sul palmo, il calore della pelle, per entrare in contatto con la ruvida cellulosa di quella busta rossa. 
E così, forse ancora troppo pazza, troppo idealista o forse solo troppo romantica per non lasciarmi intenerire da quella lettera, l'ho raccolta. Era una busta perfettamente pulita, scampata chissà come al passaggio degli pneumatici e delle suole di frettolosi piedi con un traguardo da raggiungere. Forse era lì da poco o forse era solo una busta dannatamente fortunata. Di certo un tempo era stata agganciata a qualcosa, forse un pacco regalo, di quelli incartati accuratamente, con una bella carta brillante, decorata con un bel nastro dorato arricciato da qualche mano maldestra che però ce l'aveva messa proprio tutta per rendere quel pacchetto il più bello possibile. Purtroppo neanche quel pezzo di nastro adesivo che avvolgeva un angolo della busta quadrata, facendo risaltare il color melograno della carta, era riuscito a salvarla dalla caduta, così come non vi era riuscita la graffetta che mi guardava arcigna e seria sotto l'adesivo trasparente. Sembrava quasi l'inizio di una storia avventurosa alla Soldatino di Piombo. Forse la busta sarebbe tornata a casa, passando di mano in mano, di storia in storia, di sconosciuto in sconosciuto. O forse era destino che venisse smarrita. Ora però era tra le mie mani e sotto i miei occhi che la fissavano curiosi. Se avesse potuto arrossire, credo non me ne sarei accorta, tanto era rossa quella carta, come le mele mature in alberi di campagna e credo che neanche lei avrebbe potuto vedere segni del mio arrossire, se lo avessi fatto, perché anche io avevo mele rosse sulle guance infreddolite. Rigirandola tra le mani, mi sono accorta di una dedica, scritta a mano dal suo precedente proprietario: Per Maddalena e Davide, con una bella sottolineatura decisa. Allora era proprio un regalo, quella a cui questa busta pendeva prima di essere liberata dal suo destino di messaggera e prima di diventare l'ultima foglia d'autunno in una città di asfalto. Probabilmente la mano che l'aveva scritta era quella di un uomo, a giudicare dalle linee brusche e appuntite che formavano le lettere. Mi ricordavano aspre cime montuose di qualche località nordica. Le vette "Maddalena e Davide", difficili da affrontare se non da esperti scalatori. O magari quella ruvidezza dei tratti indicava un regalo poco sentito, un atto dovuto, il rispetto dell'etichetta natalizia che impone il regalo anche a coloro che non sopportiamo. Chissà cosa avrebbe detto uno studioso di calligrafia, di quella mano. Nella mia testa zampettava sicuramente altro, in quel momento, di fronte a quella nuova ipotesi. Pensavo che la busta forse aveva deciso di non soggiacere a delle convenzioni sociali che non la riguardavano e che probabilmente non capiva. In fondo, era fatta di carta ed un tempo era stata un albero. Allora, in un atto di ribellione, aveva preso la grande decisione e aveva saltato, abbandonando un destino certo per uno a dir poco infausto, soprattutto visto dove si trovava. O magari mi stavo inventando tutto. Perché in fondo una busta è una busta e non ha pensieri. Ma cosa penserebbe se ne avesse? Io cercavo di immaginarlo, mentre mi rigiravo tra le mani quella busta dedicata da mani nervose e che un tempo forse fu legata ad un pacchetto.
Era rigida, leggermente pesante. Probabilmente conteneva un bigliettino di cartoncino, di quelli che si aprono a libro e al cui interno si scrivono frasi di circostanza del tipo "Buon Natale da Giulia e Antonio". Forse chi l'aveva scritta aveva addirittura segnato la data. Forse la mano che aveva scritto il biglietto non era la stessa di chi aveva fatto nascere quelle vette ripide sulla busta. Forse dentro la busta sarebbero sbocciati tratti di donna, come minuscoli fiori di ciliegio sulla carta bianca oppure più simili a rose consce della loro importanza. E se ci fosse stata dentro una lettera? Una bella lettera scritta a mano, su una vecchia carta da lettere, in cui si dicevano cose importanti e si esprimevano affetti sinceri. C'era un mondo intero di possibilità in quella lettera scarlatta, infiniti fili che avrebbero portato ad infiniti finali di quella storia inconsistente come lo sbuffo di una teiera. Era come avere un cielo stellato tra le mani e sapere di poterlo scartare in qualunque momento per scoprirne tutti i segreti. Ma non l'ho fatto. Qualcosa dentro di me ha fermato la curiosità. Una sorta di rispetto per quella busta rossa. Rispetto per qualcuno che non conoscevo neanche, che era solo una calligrafia nervosa sul dorso di un pezzo di carta, in fondo. Ma che diritto avevo io per appropriarmi di parole, immagini, suoni che non erano a me destinati? Qualunque fosse il contenuto di quella busta, non era previsto che fossi io a leggerla. Davanti a quel cielo stellato tra le mani, non ho avuto il coraggio di andare oltre. Ho scelto di non violarne i segreti, di lasciare che il suo messaggio restasse intonso come la carta in cui era avvolto. Ho scelto che non fossero i miei occhi i primi a posarsi al suo interno. Probabilmente non sarebbero stati neanche quelli di Maddalena e Davide, forse sarebbero stati quelli di qualche Marco in uscita dalla scuola, o di qualche Mohamed di ritorno dalla pausa pranzo. Magari sarebbe stata una Francesca a leggere quelle parole, magari sarebbe stato proprio quello di cui aveva bisogno per illuminare una giornata andata decisamente storta. In fondo, perché mai dovremmo pensare di essere sempre il centro dell'universo? Forse la storia di quella lettera non era la mia storia, io ero solo una comparsa di passaggio, uno di quei personaggi secondari di cui ci si dimentica presto. Magari quella lettera era davvero destinata a qualcun altro, magari aspettava un'anima gemella che avrebbe dato un senso a quel curioso fiocco di neve rosso che era caduto dal cielo plumbeo di Milano. Io ho sentito che non era per me che quella busta aveva iniziato il suo viaggio. Così, l'ho appoggiata su un panettone, al bordo di quella strada dove tutto era iniziato. E' stata una piccola storia di pochi secondi, ma pur sempre una storia. E una storia, vale sempre la pena di raccontarla. 
Duille 


lunedì 7 dicembre 2015

Gomitoli e corse sul ghiaccio: Dicembre

Quando andavo al liceo, l'arrivo di Dicembre era un momento eccitato e magico. Voleva dire Natale, certo, ma era anche il primo mese che mi prometteva un po' di vacanza e riposo dalla frenesia scolastica. Ho sempre creduto che Dicembre fosse il mese patrono degli studenti, pieno di promesse vellutate impacchettate in perfetti sacchettini rossi. Ad aprirli, quei sacchetti, potevi quasi sentire i sussurri delle cioccolate calde in capienti tazze di ceramica dal manico avvolgente, potevi avere un assaggio del calore delle coperte di pile sulla pelle e sentire le pile di libri che ridacchiavano facendosi scappare sillabe dalle pagine fitte. Dicembre ha sempre avuto la consistenza dei gomitoli di lana, il sapore del ritorno a casa, il suono del respiro assonnato. 


E' un mese che offre un ritorno alla calma dei flutti e al silenzio di una strada ricoperta di neve, trafficata solo da qualche passante occasionale. Ti da la curiosa sensazione di avere la testa immersa nell'acqua, ascoltando il canto del mare, fuori da tutto eppure, paradossalmente, nel centro del mondo. Dicembre promette e mantiene sempre. Per qualche giorno ti garantisce la serenità della tana, la tranquillità del silenzio, la contemplazione senza tempo del pigro movimento delle maree invernali, il contatto con le ginocchia in un raggomitolo del corpo. Ma Dicembre è anche un paradosso, un mese a contrasti. E' un mese freddo, dalle tonalità polari, un'infinita sfumatura di grigi, azzurri, neri, blu che brillano sui lampioni illuminati, sull'erba brinata, sui bruni rami nudi di alberi letargici.
Su questa tela nordica, pallida come la Luna, zampettano i colori caldi delle feste: i gialli lattiginosi lampeggiano nelle sfere delle luminarie, come falene in orbite di vetro o lucciole in un frammento di fiaba trapuntato nella realtà; i rossi scivolano lungo i nastri che pendono dalle buste o fanno il giro del mondo in una pallina di Natale, i verdi si protendono eleganti nei loro vestiti di aghi di pino, nelle puntute forme del pungitopo, nel materno sguardo del vischio, saggi muschiati che guardano le esistenze mutevoli dall'alba dei tempi, prima ancora che il rosso si legasse ad un filo di lana, quando il giallo era ancora il riflesso della Luna in un lago ghiacciato e l'oro si nascondeva timido nelle profondità della terra. Il caldo e il freddo, a Dicembre, si fondono in una corrente temporalesca che fa girare la testa, che ubriaca e rende gli occhi affamati. Vogliono di più, quelle iridi inebriate, più contrasti, più colori, più vita che cresce sotto quei cieli grigi, vogliono vedere ancora il miracolo dei bucaneve spuntare sotto la monotonia dell'inverno. Perché Dicembre ha il dono di invitare al grande sonno invernale ma anche, allo stesso tempo, di concederci una seconda primavera fatta di questo caleidoscopio di colori che strizzano gli occhi da vetrine, marciapiedi e cancellate. E così, coperti da cappotti pesanti, i piedi inguantati in calzettoni colorati, le persone si riversano nelle strade per godere di questi fiori elettrici, per diventare un attore di questo sogno collettivo, arrossando le guance, aprendo i sorrisi di bianchi denti che spuntano da sotto le sciarpe, trasformando i capelli in rami nudi infiocchettati da nastri color cannella. A Dicembre si corre sul ghiaccio, ci si ubriaca di colore, ci si inebria di profumi di zenzero e pino, di mela e vin brulé, di cioccolato e chiacchiere, di baci rosso fuoco e di abbracci morbidi come un letto di muschio in una foresta estiva. Dicembre è tempo per respirare forte, per vagare senza meta, per tirare un sospiro di sollievo, per vivere di piccoli momenti, perché anche se si tornerà a casa a mani vuote, si avrà pur sempre il cuore pieno. 
Duille


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