sabato 31 ottobre 2015

Una storia celtica

La sera stava scendendo sul villaggio e tutta la popolazione si preparava a festeggiare Samhain, la notte in cui il cerchio del tempo si chiude e, come negli anelli degli alberi, permette la nascita di un nuovo anello, un nuovo anno, una nuova vita. Si deve morire un po’ per permettere alla vita di rinascere. Caitlin lo sapeva bene, ma quest’anno l’intreccio di vita e morte nel cerchio della vita era ancora più forte e più doloroso. 
La ragazza aspettava quella notte per potersi ricongiungere ancora, solo per un momento, al suo giovane innamorato, scomparso molti mesi prima, insieme alla sua felicità. Tobin era l’uomo che avrebbe sposato, se solo gli Spiriti non avessero voluto portarselo via, a causa di un male incurabile che lo aveva ucciso in pochi giorni, impedendole di dirgli addio. A nulla erano valse le preghiere e l’intervento dei druidi, Cailleach lo aveva chiamato a sé, portandolo nella più felice terra di Tir nan Oge. Caitlin era rimasta sola, a piangere quell’uomo che non aveva potuto sposare, e da allora si era fatta accompagnare solo dall’ombra del suo ricordo e dalla sua tristezza inconsolabile. Ma quella sera Samhain le avrebbe permesso di rivederlo, ancora una volta e di sentire le sue braccia avvolgerla protettive come una coperta di lana in una notte d’inverno. Con la sua famiglia, nei giorni precedenti, aveva raccolto gli ultimi frutti dei campi perché il suo popolo sapeva che, dopo Samhain, quei frutti sarebbero appartenuti per sempre agli spiriti della natura. Erano stati giorni frenetici e allegri, in cui ci si era preparati per onorare i morti. La sera di Samhain, la madre di Caitlin preparò un grande cesto ricco di pietanze e verdure e lo mise al di fuori della porta di casa, affinché i parenti defunti potessero goderne e, insieme alla figlia, posizionarono delle sedie vuote vicino all’ingresso. Quindi si prepararono per la cerimonia del nuovo anno. Intrecciarono i loro capelli con foglie autunnali, misero i vestiti bruni del bosco e inserirono candele scure dentro le rape intagliate. Insieme ai familiari e circondati da fratelli e sorelle, si recarono sulle colline che sovrastavano il villaggio, là, fino al cerchio dei megaliti ed i druidi accesero il fuoco sacro. Era bello vederlo scoppiettare di vita nel buio stellato della notte, faceva brillare i visi di colori nuovi, rendendoli magici come le fate che di lì a poco si sarebbero affacciate dalla porta di Sidhe. Caitlin era convinta che il fuoco avesse un dono conferitogli dagli spiriti: sapeva mostrare i lati segreti della bellezza di ogni individuo, giocava con i rilievi delle guance, faceva danzare le luci sulle pelli e avvolgeva le cicatrici nel silenzio delle ombre, dando un’aura di mistero e fascino a qualsiasi cosa toccasse. Davanti al fuoco ci si scopriva parte della natura e la Natura, come le aveva insegnato suo padre, era sempre stata la creatura più bella mai esistita nel creato. Durante la cerimonia, a Caitlin venne consegnato un pezzetto di pergamena. La tradizione voleva che ciascuno scrivesse un messaggio ad un caro defunto. Con la sua calligrafia delicata, la giovane scrisse un tenero messaggio d’amore a Tobin e quindi lo riconsegnò al druido, che lo bruciò nel fuoco. Guardando il fumo che si sprigionava dal focolare, Caitlin riusciva quasi a vedere le sue parole danzare opache sulle fiammelle e nelle volute scure dell’aria, riempiendo il suo cuore di commozione. S’intonarono canti per i morti, accompagnati solo dallo scoppiettio del fuoco sacro. 
Era un momento magico e comunitario, in cui il villaggio si fondeva in una sola anima dalle mille voci, accomunate dall’amore per coloro che dimoravano a Tir nan Oge e che quella sera avrebbero posato i loro piedi sulla terra, ancora una volta. Alla fine della cerimonia, i druidi presero un ceppo ardente e accesero le candele all’interno delle rape. Era un momento solenne che veniva compiuto in silenzio, un momento in cui solo alla Madre Terra era permesso cantare. Caitlin sentì il fruscio del vento accarezzarle le guance arrossate dal freddo e il chiurlo dei gufi che si mescolava allo scoppiettio del legno profumato che terminava la sua vita divenendo cenere. Solo l’indomani il fuoco sacro sarebbe rinato all’interno del focolare domestico, a sancire l’inizio di un nuovo anno. Quando tutte le candele furono accese, i druidi spensero il fuoco sacro e tutti si inoltrarono nel bosco, seguendo il sentiero che li avrebbe ricondotti al villaggio. Un fiume di luci fluì lungo la stradina sterrata circondata tra gli alberi. Era come se le stelle fossero scese sulla terra per sentire le dita dei loro piedi nudi affondare nella la polvere del suolo. Il corso d’acqua brillante arrivò al paese e si divise lentamente, portando ogni famiglia fino alla soglia di casa. Durante Samhain i focolari sarebbero stati spenti e le famiglie si sarebbero riunite per onorare i morti mangiando il Colcannon, bevendo birra e idromele e raccontando storie e leggende della tradizione. Era proibito uscire di casa, poiché insieme alle anime dei parenti defunti sarebbero giunte anche anime malvagie in cerca di un corpo da abitare. Per tale motivo le rape venivano lasciate al di fuori della casa, per spaventare gli spiriti maligni. Caitlin però quella sera rimase indietro e non entrò in casa. Temeva gli spettri, ma desiderava ardentemente rivedere Tobin, anche solo per un attimo. Sapeva che per poterlo lasciare, doveva dirgli addio. Suo padre aveva intuito questo suo bisogno e le aveva permesso di attardarsi sull’uscio di casa, facendole promettere però di restare all’interno del cerchio benefico delle candele, dove sarebbe stata al sicuro. La giovane si sedette su una delle sedie vuote, rigirando tra le mani un frammento di nastro di raso rosso che le aveva regalato il suo innamorato molte lune addietro, quando la terra era ancora verde e quando il cerchio del tempo era ben lontano dal chiudersi. L'altra metà di quel nastro era stata seppellita con Tobin, un ultimo pegno di una promessa che non aveva avuto il tempo di essere pronunciata. Sentiva le voci allegre delle famiglie nelle case che parlavano e banchettavano felici e vedeva le fioche luci delle candele che facevano splendere le finestre come piccole fiammelle tremolanti. Chiuse gli occhi per un attimo, ricordando le parole che aveva scritto a Tobin e che ora volavano nel cielo alla ricerca dell’orecchio del suo amato. Si poteva sentire il bosco impadronirsi della notte e riempirlo dei suoi odori e dei suoi canti, in onore di Samhain. D’un tratto la ragazza sentì un soffio di vento caldo provenire dalla sua sinistra e, sollevando le palpebre, vide uno spirito seduto accanto a sé. 
Era pallido e sfocato, quasi uno sbuffo di fumo denso. Caitlin lo guardò attentamente, spaventata. Desiderava ardentemente che fosse Tobin, ma era terrorizzata al pensiero che potesse essere uno spirito maligno in cerca di un corpo da abitare. Sapeva di star correndo un rischio enorme e di essere appesa al filo del tempo, lo stesso filo che aveva spezzato la vita del suo amato. Lo sbuffo di fumo allungò quella che sembrava essere una mano e le mostrò un frammento di nastro rosso. Caitlin lo guardò meravigliata e gli occhi le si riempirono di stupore e lacrime. Improvvisamente non esisteva più nient'altro che quel nastro rosso e quello sbuffo di fumo che aleggiava accanto a lei. La ragazza infatti non sentì il frastuono proveniente dall'interno della sua casa, dove suo fratello minore aveva trovato la moneta nascosta nel Colcannon, rischiando di rompersi un dente e non udì nemmeno cadere il grosso ramo pericolante della quercia che abitava da secoli nel centro del paese. Sentiva solo il sangue che pulsava caldo dentro di lei e la fredda umidità di quella massa nebbiosa dai colori opachi. Fu un momento che fermò il tempo, proprio come la notte di Samhain, in cui il velo tra i due mondi si assottigliava al punto da annullare lo scorrere della vita. Quello spettro era proprio Tobin allora. Solo lui possedeva quella promessa di stoffa che lei aveva sussurrato nelle sue mani pallide, poco prima che la Madre Terra lo avvolgesse nel suo abbraccio eterno. Caitlin avrebbe voluto dirgli tante cose, ma sentiva di dover rispettare il silenzio e non spezzare quel momento, fragile come il filo di una ragnatela. A volte, d'altronde, le parole sono superflue per esprimere quello che si sente. Lo spettro mosse il viso verso l’alto e guardò le stelle, seguito dalla sua giovane promessa. Avevano guardato quelle stelle milioni di volte insieme, al limitare della notte, ma non erano mai stati così lontani come allora. Vicinissimi, eppure ormai irrimediabilmente separati. Era un piacere dolce e amaro allo stesso tempo, come quei ricordi che le riempivano la mente. 
Ma era bello sentire ancora la sua presenza accanto al suo corpo, anche se era una presenza fatta di fumo. Tobin la guardò nuovamente, in silenzio, mentre una civetta in lontananza schioccò il becco. Il suo viso si fece più nitido e Caitlin riuscì a scorgere un sorriso luminoso e due occhi profondi. Capì immediatamente che quello era un sorriso di addio, ma non le importava. Sentiva che quell'incontro aveva cambiato qualcosa dentro di sé, l’aveva liberata da un fardello pesante. Tobin esisteva ancora, nei suoi ricordi, nella terra su cui camminava ogni giorno, nel frullio d’ali dei gufi e nel vento che le accarezzava la pelle. Ed era felice là, nella terra di Tir nan Oge. Se avesse avuto bisogno di lui, avrebbe dovuto solo ascoltare i messaggi della natura, come i druidi le avevano detto centinaia di volte. Solo allora, guardando quel sorriso che sembrava uscire da un frassino solitario, era riuscita a capire davvero cosa significassero quelle oscure parole. Poteva dirgli addio, finalmente, sapendo che lo avrebbe sempre avuto accanto, anche quando la sua immagine non avrebbe più fatto piangere il suo cuore. Tobin si alzò e si allontanò dalla casa di Caitlin. Davanti alla ragazza, oltre il cerchio di luce, si poteva vedere un nuovo flusso di vita lungo le strade, un fiume fatto di anime bianche che camminavano lente sulla terra, in un silenzio irreale che sospendeva anche il respiro. Tobin si girò un attimo, la guardò dolcemente un’ultima volta e si smarrì in quella nebbia bianca che riempiva il villaggio. Rientrando in casa, Caitlin capì di star finalmente lasciando oltre quelle candele sicure il dolore del passato, pronta ad inciderlo sugli anelli di quel tempo ormai concluso. Si guardò indietro, ringraziando Samhain per averle permesso di accedere per un attimo al regno dei morti, e rientrò nel mondo dei vivi, per la prima volta dopo tanto tempo.
Duille


sabato 24 ottobre 2015

Scivolando lungo il continuum: ansiosi ad alto potenziale (parte 2)

Una degli aspetti a mio avviso più interessanti dell'essere ansioso sociale è il fatto di essere in continuo movimento. Con questo non voglio dire che noi ansiosi sociali siamo degli sportivi perché io, per esempio, sono talmente pigra che a volte non ho voglia neanche di alzarmi e andare in bagno, indipendentemente dal fatto che la mia vescica sia lì lì per sfondare il mio bacino e provvedere da sola al suo svuotamento. No, quando parlo di moto, parlo ovviamente di un moto interiore, una sorta di lotta intestina per l'evoluzione che è poi quella che ci permette di muoverci lungo il continuum di crescita di cui vi parlavo nel precedente post. Cercherò di spiegarmi meglio: immaginateci come salamandre che nuotano in cerchio nel loro bicchiere di vetro, in un movimento centrifugo che finisce con lo smussare i bordi e assottigliare gli spessori, fino a rompere il bicchiere che ci contiene, riversandoci in un boccale, e quindi in una ciotolina, e poi in una pentola, e così via. Passiamo il nostro tempo a scartavetrarci, spostandoci in contenitori sempre più grandi e, anche se da fuori potremo sembrare uguali a noi stessi, dentro siamo continuamente al lavoro, da bravi operai lacustri.
Fuori, alberi secolari un po' rachitici, dentro pesci rossi  alla Rollerball con casco e ginocchiere che nuotano intorno sfregando la testina contro le pareti. Ogni volta che spacchiamo un livello di controllo, acquisiamo maggiore libertà e conquistiamo proprietà di linguaggio che ci rendono sempre meno simili ad un pappagallo perplesso e sempre più umanoidi. Ci muoviamo costantemente lungo il continuum, quindi, centrifugandoci fuori dal controllo a cassaforte per avvicinarci il più possibile al controllo ad edamer. Come ho detto nello scorso post, si tratta di un processo di apprendimento che ci vede improvvisarci etologi, studiando chi ci sta intorno, prendendo appunti, imparando le mosse vincenti per apparire normali. Ho usato la parola "apparire" per un motivo ben preciso, dato che probabilmente normali non lo saremo mai, ma forse riusciremo ad evitare che ogni contatto sociale ci bruci quindici neuroni al secondo e richieda un periodo di riabilitazione di tre settimane neanche avessimo contratto la mononucleosi. Il nostro è quindi un duplice intento: da un lato vi è una sana motivazione sociale, che potremmo definire motivazione alla "carica dei 101", ovvero quella di risultare abbastanza piacevoli, coccolosi e simpatici da farci adottare come quei 99 miracolati dalmata del film (è l'effetto cucciolo, ragazzi, l'ho sempre detto!); dall'altro vi è la motivazione legata alla sopravvivenza, una motivazione alla "salvate il soldato Ryan": dato che evitare il mondo non è una cosa fattibile, a meno che non si decida di diventare un ricercatore al Polo Nord, dobbiamo trovare dei modi per sembrare meno gazzelle davanti ai leoni, meno pecorelle al cospetto del branco di lupi, meno barattolo di Nutella alla fiera del cioccolato. Tutti portano una maschera, noi dobbiamo semplicemente trovare quella vincente, una maschera che ci rappresenti ma che abbia i requisiti base necessari ad essere efficace, un po' come una macchina con un motore funzionante, ruote gonfie e un volante comodo. Quanto più la maschera sarà adeguata, tanto più sarà facile accessoriarla con i nostri colori e quindi risultare più autentica, esattamente come una macchina, che può essere di modelli diversi, dimensioni variabili, colori della carrozzeria personalizzate e magari addirittura con delle lunghe ciglia finte sui fanali. Quello che facciamo è semplicemente (semplicemente si fa per dire) passare da ansiosi a basso potenziale ad ansiosi ad alto potenziale. E come sarà un ansioso ad alto potenziale? Cosa lo distingue da un ansioso a basso potenziale? Scopriamolo ora completando il quadro.

Attenzione! Prima di avventurarvi in questa seconda parte, vi consiglio di leggere la parte 1 del post cliccando QUI. Fatto? Bene, allora procediamo!

Ansioso ad alto potenziale.

L'ansioso ad alto potenziale ha le stesse paure zebrine dell'ansioso a basso potenziale, ma ha affinato le sue abilità di camuffamento. Nasconde la sua insicurezza dietro movimento precisi e morbidi, seppellisce la propria paura sotto tonnellate di sorrisi gentili e ha sviluppato una straordinaria capacità diplomatica, tale da renderlo un papabile mediatore nei conflitti inter religiosi. L'obiettivo è rendersi amabili, quindi ogni opinione va espressa con cautela, senza offendere, considerando tutti gli angoli del poliedro argomentativo. Sia chiaro, questo non significa cambiare bandiera a seconda del vento che tira, ma semplicemente esprimersi cautamente, senza essere troppo ruvidi o non esprimersi affatto, qualora ci si renda conto che l'interlocutore ha palesemente scambiato il suo cervello con una patata in cambio di un pacchetto di girelle alla liquirizia. In quel caso si mette una bella croce sopra quella persona e non si perde ulteriore tempo. Si può forse già intuire cosa intendo quando dico che l'ansioso ad alto potenziale ha un controllo ad "edamer". Ciò significa che questi riesce ad essere più spontaneo, ad allentare i controlli dei due collaboratori esterni, a far respirare di più la propria anima facendola fluire a piccole dosi dai buchi del suo groviera. Diciamo che l'ansioso ad alto potenziale testa il terreno, fa piccoli esperimenti mandando in avanscoperta girini della propria personalità e valuta come questi vengono accolti. Dagli studi scientifici finora condotti i girini possono andare incontro a tre possibili esiti:

1- essere ignorati e tornare con la codina tra le gambe alla casa base, dove andranno incontro ad un periodo di autocommiserazione di lunghezza variabile dai pochi giorni alle svariate settimane, che saranno accompagnati da ritiro spirituale del corpo ospite sotto dieci strati di coperte e circa due chili di cioccolato variamente sparsi sulle zone a maggiore ingrasso (nel mio caso, cosce e sedere).
2- essere accolti e osservati con interesse. A questa seconda possibilità, che è quella auspicabile, seguono di solito festini interiori euforici con spreco di coriandoli di gioia e grandi bevute di adrenalina, alla faccia dell'avarizia.
3- essere calpestati come se fossero cimici incrociate con bacherozzi di notevoli proporzioni. Solitamente in questi casi si sospendono gli esperimenti per lutto nazionale.

Indipendentemente dall'esito del singolo esperimento, una volta che si è iniziato il processo di pastorizzazione, ovvero la trasformazione della cassaforte in caciottina, di solito si assume un atteggiamento navale e si continua a procedere in avanti. Certo, si potranno avere brusche frenate, piccoli momenti di regressione disillusa che possono durare anche parecchi mesi, ve lo concedo, ma alla fine ci si rialzerà dalla propria valle di lacrime, si rimetterà in testa il cappello da capitano e ci si continuerà a muovere. In fondo, la cassaforte ormai è stata forzata e il proprio mondo interiore, che fino a quel momento era stato confinato nel buio di una cella e sostituito da una versione metallica da Uomo Bicentenario, è finalmente stato scarcerato, anche se ancora intimidito da questa lunga reclusione e vagamente affetto dalla Sindrome di Norimberga. I suoi aguzzini avranno avuto ragione a tenerlo recluso così a lungo? Magari è davvero una versione interiore del Gobbo di Notre Dame e il suo Frollo personale ha solo agito allo scopo di proteggerlo da un mondo troppo retrogrado per poter accettare la sua scorfanaggine.  E' piena di dubbi, la nostra piccola personalità, piena di paure, eppure incuriosita di affacciarsi al mondo, desiderosa di essere vista, di essere apprezzata e amata. Non può evitare di fare capolino dalle fessure dei denti, di fare il surf sulla lingua in movimento, di spiare curiosa dalle retine degli occhi. Ed è questo che accade all'ansioso ad alto potenziale: non può e non vuole fingere che la sua personalità non stia vagando come una piccola Alice dentro il suo corpo e perciò utilizza le sue nuove abilità per permetterle di mostrarsi in modo protetto, a piccole dosi e con i suoi tempi. L'ansioso sociale semplicemente le prepara il terreno. Sorride complice, parla con gli occhi, ascolta interessato ed interviene in modo pertinente e diplomatico, ride allegro e gioviale, evita i conflitti troppo accesi, assume un atteggiamento da bonaria nonna sulla sedia a dondolo, pronta ad ascoltare senza giudicare e a consigliare senza imporre. Cerca di adottare la corazza coperta di pile (pail, non pile, eh?! non siamo mica la Duracell, noi!), di quelle che la rendono non minacciosa, morbida, simpatica a pelle. Questo perché, come dicevo prima, ha imparato a scegliere la sua pelle e a non lasciare che sia la sua ansia a imporgliela.
E una volta trovata la pelle giusta, state pur certi che non se la toglierà facilmente. Se infatti conoscerete uno di questi ansiosi, non saprete mai cosa stia provando davvero, dietro quel sorriso gentile o quella posizione rilassata. Potrebbe essere arrabbiato, triste oppure, più probabilmente, terribilmente spaventato, ma queste emozioni non traspariranno mai, nascoste dietro quell'aria di imperturbabile gentilezza. Diventerà una Monnalisa tridimensionale. Probabilmente starà morendo dentro, con uno sguardo da bambino davanti alla prima iniezione e potrebbe addirittura essere in preda ad un attacco di ansia talmente forte che dentro la sua testa starà risuonando una sirena che urla "voglio andare a casa, voglio andare a casa, PORTATEMI A CASA!", ma da fuori ci sarà sempre la stessa immagine equilibrata, imperturbabile come una foglia su un ramo di pino (che, lo sappiamo bene, se ne sbatte dei cambi di stagione), serena come una giornata di primavera, perfettamente a suo agio come un calzino appaiato, magari un po' silenziosa, ma pur sempre illuminata. Gli altri non sanno che in quei momenti la luce non proviene dalla personalità, che si è rintanata in qualche bronchiolo, ma da una lampadina al tungsteno prontamente posizionata sotto la cute da abili addetti antipanico. L'importante è mantenere le apparenze, restare sul pezzo, essere comunque gradevoli per l'altro in modo che, quando quella paurosa della personalità vorrà finalmente farsi vedere, l'ambiente fuori sia ben disposto ad accogliere la nostra piccola trovatella. La chiave del successo è sempre la stessa: sorrisi all'ingrosso, gentilezza a pioggia e opinioni zuccherate dalla diplomazia. Niente quadrati, per l'ansioso ad alto potenziale, solo cerchi, grazie. E se magari potesse portare anche un contorno di insalatina sarebbe grandioso. 
La domanda delle domande a questo punto è d'uopo: cosa definisce il passaggio dalla prima metà della linea alla seconda? Ma semplicissimo! Di solito si può notare un graduale ma costante incremento dell'interesse del mondo verso la nostra trincerata anima di rinoceronte, il che fa presumere un affinamento delle nostre abilità e l'abbandono dell'atteggiamento alla Paris Hilton dei poveri a favore di una versione più consona, diciamo alla Gandhi. Certo, la strada dell'ansioso sociale non si conclude al raggiungimento del controllo ad edamer, piuttosto questo traguardo apre le porte alla prossima strada, quella che lo porterà a sgranocchiare sempre di più le maglie della propria formaggiosità, mentre dentro di sé continuerà la battaglia epica a colpi di logica con il Serraglio ansioso e l'addestramento della personalità verso una maggiore autostima. 
Ma questa è una storia che sto ancora scrivendo.

Duille



domenica 18 ottobre 2015

Scivolando lungo il continuum: ansiosi a basso potenziale (parte 1)

Finora abbiamo affondato per benino le nostre manine nella marmellata emotiva che è l'ansia sociale, presentando alcuni dei suoi protagonisti. Si potrebbe pensare che, giunti a questo punto, riconoscere un ansioso sociale sia semplice come distinguere un cuscino da un wombat. Ma, mi dispiace dirlo, la cosa non è così semplice. Nonostante il cuore di un ansioso sociale sia simile in tutti gli spugnosi corpicini dei suoi portatori, i modi in cui cerchiamo di tenere a bada il nostro serraglio di animali in miniatura varia drasticamente e si colloca lungo un continuum di crescita che va da un livello di controllo che definisco "a cassaforte" a quello più elastico e morbido, "a formaggio edamer".


Tutti gli ansiosi sociali, anche quelli più formaggiosi, grovierosi, anche quelli che fanno venire l'acquolina in bocca a Ratatouille in persona, sono partiti dal controllo a cassaforte ed hanno man mano imparato a smussare questa struttura metallica fino ad assumere la tipica conformazione interiore a caciotta. Dovete immaginare questa scala come una sorta di catena evolutiva dei nostri sistemi di difesa, che vanno dalla versione più primitiva, tutta mazze, grugniti e sguardo truce, alla versione più moderna, più simile ad una mean girl consapevole che da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Raccontarvi tutti i passaggi che portano da un estremo all'altro implicherebbe una mastodontica, faraonica, mongolfieristica mole di parole e dettagli così microscopici che solo una pulce d'acqua potrebbe trovarli degni di nota, per cui vi risparmierò questa tortura. Nella mia personalissima (e quindi poco scientifica) teoria però, ho pensato di distinguere due macroaree lungo questa scala evolutiva. La prima area, quella che va dal controllo a cassaforte fino a circa metà della linea evolutiva, caratterizza gli ansiosi a basso potenziale, mentre la seconda, che copre la restante metà del continuum, è incarnata dall'ansioso ad alto potenziale. Lungi dall'essere delle categorie statiche e definitorie, queste due macroaree, la cui nomenclatura ho vergognosamente rubato alla ormai defunta categorizzazione dell'autismo, sono utili per descrivere un funzionamento caratterizzato dalle abilità di socializzazione di uno scorpione del deserto e, all'opposto, un funzionamento che permette maggiori abilità di chiacchiericcio ed un atteggiamento che ha sostituito un esoscheletro duro e distanziante con una più adeguata corazza di pelo morbido. Ma poiché la trattazione dell'argomento è vasta ed il mio dono della sintesi è completamente inesistente, affronteremo questi due estremi del continuum separatamente. Non ringraziatemi. Partiamo quindi dall'

Ansioso a basso potenziale.

Questa prima categoria di persone parte dal livello base, dallo start comunicativo, è come un bambino che cerca di capire i rudimenti del camminare, ma dovete immaginare, più che un morbido e paffutello pupo entusiasta, un vecchio albero pietrificato e leggermente inacidito dalla vita. Una sorta di incrocio tra un Ent dopo un lungo periodo di fossilizzazione e il nonno di Heidi prima dell'incontro con la piccola pallina di gioia che è sua nipote.  Il livello di controllo che l'ansioso sociale tiene sulle proprie azioni, movimenti, parole, svolazzo di capelli e persino sul tipo di calzini indossati è massimo, il che significa che in realtà non ha controllo su niente. Come tutti sappiamo infatti è impossibile controllare completamente l'immagine che si da di sé, ma questo è proprio ciò che l'ansioso a basso potenziale esige a se stesso. Nulla deve essere lasciato al caso, la spontaneità è bandita come Zorro a Los Angeles (o come un libro di Stephenie Meyer alla facoltà di letteratura inglese), l'obiettivo è computerizzarsi, automatizzarsi, controllare alla dogana ogni singolo respiro affinché si uniformi agli standard di intensità definiti in sala governativa. E questo per un motivo molto preciso: l'insicurezza. Dovete immaginare la mente di un ansioso sociale a basso potenziale come una dittatura dominata dal Rimugiserpe e dal Procione, che hanno poggiato i loro morbidi sederoni (o hanno acciambellato le loro spire), sulle poltroncine di comando molte lune fa e da allora hanno iniziato una campagna di terrorismo psicologico sostenuto spesso dall'avvento della pubertà. L'idea veicolata è che la personalità dell'ansioso sia simile alla bava lasciata da una lumaca dopo aver ingerito delle foglie di ortica e che, per il proprio bene, è il caso che essa venga tenuta sotto stretta sorveglianza, legata con camicia di forza neanche fosse la figlia di Harley Queen e del Jocker e controllata a vista per evitare che porti vergogna e onta all'intero sistema persona. Per poter essere normali non si deve essere se stessi, bisogna depurarsi dalla propria identità fatta di denti sporgenti, occhiali enormi e risata maialina.
Una situazione difficile per l'ansioso sociale, che di fatto non può liberarsi così facilmente di se stesso. Non esiste un sistema di raccolta differenziata delle personalità, né tantomeno un centro di riparazione delle identità. Se solo si avessero delle biciclette al posto della personalità! Allora sarebbe tutto più facile: si sistemerebbe il manubrio, si gonfierebbero le ruote, si rivernicerebbe la carrozziera e tutto sarebbe in ordine. E invece, siamo fatti di impalpabile, ingombrante personalità che sfugge da tutte le parti come una sottiletta sciolta. E questo fa impazzire di paura gli ansiosi a basso potenziale, che hanno la sensazione di non avere alcun controllo sulla situazione e su se stessi, sentono di sfuggirsi, loro, con le loro braccia mollicce che roteano ovunque, con le parole che sembrano uscire da sole dalla loro bocca, con l'atteggiamo goffo di un Pippo albino. Onde evitare uno tsunami di gaffe e di gesti da sfigato che li porterebbe inevitabilmente alla derisione pubblica, tendono allora al controllo totale, sotto l'attenta guida del Rimugiserpe e del Procione, ben disponibili a tenere in riga la personalità esplosiva e sempre fuori contesto. Loro sono ben consci del fatto che quella dell'ansioso è una personalità beta, una brutta copia indesiderabile che purtroppo ci si è ritrovati cucita addosso e che non si potrà mai sfilare, interessante quanto una patata bitorzoluta in fase di germogliazione, imbarazzante e priva di colore come un sasso a forma di sasso. Una macchia grigia dal sapore insipido. Una personalità da panetto di tofu, insomma. Per tale motivo, e a detta loro, nell'interesse dell'ansioso, hanno strutturato un rigoroso protocollo di comunicazione che bypassa quell'inetto del cervello, chiaramente artefice di questa versione della personalità fatta di didò (e quindi non degno di coinvolgimento), e si accentra nelle loro capaci manine (o code). Ogni frase, ogni gesto ed ogni movimento dovrà passare attraverso il loro attento vaglio, dove verrà scremato, riadattato, censurato e modellato al fine di essere presentabile per il mondo. Il risultato di solito è un allungamento imbarazzante dei tempi di reazione, che fa sì che, nel momento esatto in cui vengono computate le frasi giuste ed efficaci da comunicare all'esterno, il resto del mondo è già passato all'argomento successivo, e una riduzione ai minimi termini della spontaneità, a favore di frasi telegrafiche, movimenti ingessati e minimalisti e tentativi panici di aderire perfettamente alla sedia fino ad essere dimenticati. Questo è il controllo a cassaforte. Un continuo dibattito sull'efficacia, eleganza, adeguatezza, pertinenza, interesse di quanto si ha da offrire ed una continua, estenuante lotta interiore per far uscire un barlume di spontaneità in una oligarchia dominata da due due soli consoli in cui anche il tono di voce delle singole sillabe è oggetto di disquisizioni teorico-dittatoriali. La conseguenza del controllo a cassaforte purtroppo è che questa rigidità da lastra di amianto, lungi dal rendere invisibili come Susan dei fantastici quattro, mette un grosso cartello lampeggiante sulla testa degli ansiosi sociali, visibile anche dal satellite, come quelle case americane decise ad abbattere il nostro ecosistema in prossimità del Natale. Certo, il cartello non li etichetta come strani e disadattati, né come ansiosi sociali, ma li addita come antipatiche persone con aria di superiorità e tanta puzza sotto al naso da sembrare di essersi sparsi una dose generosa di gorgonzola sciolta per due settimane in un brodo di pesce con ammollo di calzini usati da un maratoneta.
Gli ansiosi a basso potenziale sono riconoscibili proprio perché appaiono affettati e rigidi come manici di scopa, trincerati in un silenzio ostinato e distanziante e portatori di uno sguardo disapprovante e giudicante. Insomma, nessuno li vuole intorno perché risulteranno simpatici come un'unghia sulla lavagna. E poco importa che in realtà quel manico di scopa sia lì dove si trova perché in quel momento la spina dorsale è emigrata in Azerbaijan, o che il silenzio sia in realtà un modo di non rivelare la propria natura di scorfano in un mare di pesci tropicali, o ancora che quello sguardo apparentemente giudicante in realtà sia quello di una zebra davanti ad un nutrito branco di leoni affamati. Il risultato è comunque l'isolamento, la disapprovazione e il desiderio bruciante di tornarsene a casa. E dopo un paio di episodi del genere, di solito gli ansiosi sociali rinunciano direttamente a questa faraonica fatica, dicendosi che si tratta di una colossale perdita di tempo, neuroni e fibre muscolari e che lascerà solo spossati ed infelici, rievocando gli stessi episodi dell'infanzia, di quelli che finiscono nella categoria "ultime scelte nella formazione delle squadre durante l'ora di ginnastica". Non credo di dovervi spiegare la monumentale pregnanza di non essere scelti per ultimi a ginnastica. In sostanza, se questi ansiosi fossero dei biscotti, probabilmente sarebbero dei brutti ma buoni un po' bruciacchiati. Talmente spaventati dal giudizio dell'altro da trincerarsi dietro un'immagine di duchessina dei poveri dall'ego troppo grande per concedere la parola alla plebe. Piccole duchesse, sì, ma di cartone, che si sfilacciano, si smontano e rimontano come bambole di carta solo per piacere agli altri, solo per non essere ciò che sono, rimanendo comunque da sole. Con il tempo e con molta fatica, gradualmente si cercherà di imparare dai propri errori e si inizieranno a smussare un pochino le rigidità, di solito usando gli altri come modelli di riferimento. Ci si improvvisa antropologi della socializzazione, si prende segretamente appunti di questo o quel gesto efficace, dell'importanza del sorriso e della risata di gruppo, che produce un'integrazione immediata, della fondamentale scoperta che non ci si dovrà più preoccupare del gesticolìo convulso delle mani se esse verranno appoggiate sulle gambe o se resteranno posate sul tavolo o su una guancia, della determinante efficacia di uno sguardo aperto e sereno diretto verso l'altro. Piccoli trucchetti che permettono di sopravvivere, anche se non ancora di vivere e che avvia a grandi falcate verso la seconda metà del continuum. 
Ma questa, è un'altra storia.

Duille



domenica 11 ottobre 2015

Disarmante onestà autunnale

L'autunno è un argomento che produce numerose controversie, al punto che potrebbe essere oggetto di dibattito alle Nazioni Unite. Diciamoci la verità, quando si affronta la questione "autunno", improvvisamente gli umori colano a picco come il Titanic dopo la collisione con il celebre iceberg. Appena arriva il 21 settembre le proboscidi delle persone si allungano come se tutti i dolci della terra si fossero convertiti in broccoli ed emerge il lato crepuscolare di poeti affermati o solo improvvisati.
Sembra che l'autunno scateni una sensazione di mortalità, di fine della vita ed il mondo sente il bisogno di comunicare la propria sofferenza con versi strappalacrime o semplicemente con sguardi truci nei confronti dei giacconi che fanno capolino dall'armadio. La popolazione assiste impotente (ma non silenziosa purtroppo) al lento decadimento naturale, alla caduta delle foglie, metafora delle esistenze spirate, spiranti o che spireranno, alla riduzione delle ore di sole, che provoca una versione latina della skammdegisthunglyndi (la depressione da giornata corta tipica dell'Islanda), e all'inevitabile comparsa dell'umidità nemica di capelli e ossa. Il fastidio la fa da padrone, la gente indossa controvoglia abiti pesanti e si lagna in continuazione del tempo, del freddo, del grigiume, della pioggia e di qualsiasi altra cosa le passi per la mente e che possa in qualche modo produrre insulti alla stagione...tipo il traffico. Sembra quasi che l'autunno ispiri al borbottio da pentola di fagioli, trasformando le persone in quegli anziani tutta giacca, coppola e pantaloni gessati che si parcheggiano, carichi di critiche, davanti ai cantieri.  E se ci si azzarda a dire che l'autunno in fondo è una gran bella stagione, se non addirittura la preferita, gli sguardi dei poveri nostalgici dell'estate si allargano sconvolti come se si annunciasse di avere un'ancestrale passione per la necrofilia. Apparentemente la normalità nel nostro paese è piangere calde lacrime abbracciando le proprie infradito, mentre amare l'autunno è da pazzi dark con la passione per le tombe e il sangue. Ma, ve lo dico sinceramente, è ora di finirla con questa storia! Basta associare l'autunno alla morte, allo scorrere del tempo e basta pensare che con esso arrivino solo carrettate di malumore, virus e capelli inumiditi da nebbia e pioggia battente. Non solo! Sapete che vi dico? A me l'autunno piace. Anzi, lo amo! Capito? Lo amo! Se fosse un uomo me lo sposerei e ci farei tanti autunnini dai capelli multicolore. Sconvolgetevi, amanti degli occhiali da sole, perché il vostro monopolio decisionale su cosa sia bello e cosa non lo sia finisce oggi! Ma siccome sono una persona magnanima che crede nel dibattito costruttivo, spiegherò a voi estatofili convinti, sì, proprio a voi, grandi appassionati di sunbathing e di vestitini scollacciati, perché l'autunno è una stagione così bella e affascinante. Prima di tutto, l'autunno è una stagione onesta. Non ci illude con felicità forzate, non ci mostra il mondo monocromaticamente, con le primaverili tinte pastello da té delle cinque della first lady britannica, i gialli infuocati da ustione dell'estate o il gelido biancore da regina delle nevi dell'inverno.

L'autunno non ci impone di essere estatici come in primavera, felici e avventurosi come in estate e tristi e melanconici come in inverno. Non ci appiattisce dietro una singola emozione che si suppone dovrebbe dominarci per tre lunghi mesi. Provateci voi a procurarvi una inscalfibile felicità da giugno a settembre! Neanche con una dose generosa di cocaina riusciremmo a tenere quei ritmi di allegria senza che ci si scardini la mascella. L'autunno invece non indora la pillola eclissando le emozioni negative, ma nemmeno la avvelena adottando un atteggiamento da depresso cronico alla "tanto moriremo tutti". Piuttosto, ci mostra tutto, dalla più alta sfumatura della gioia prodotta dallo sfavillio degli alberi, fino alla più cupa tristezza di un giorno di pioggia di ottobre. Proprio come la vita, l'autunno ci racconta una storia, fatta di tutti i tasselli del sentire, in una policromia emotiva che ricalca la vasta gamma di sfumature delle foglie che ci fanno l'occhiolino dagli alberi. L'autunno è fatto di gioie e dolori, di fini ed inizi, di melanconie e di euforie, di balle di fieno e di mattine fredde che fanno venire la pelle d'oca; è fatto di scricchiolii di foglie frizzanti e schiocchi di ossa anchilosate dall'umidità, è fatta di salti nell'acqua accumulata sui marciapiedi e di pozzanghere in cui si riflettono rami spogli dai tratti decadenti. E' luce, ombra e tutto ciò che vi sta in mezzo. E' onesto, appunto. E non solo. E' anche rispettoso. Io vedo l'autunno come una madre che accoglie tutti i suoi figli, siano essi alberi secolari o piccoli uomini approdati da poche decadi sulla terra. Accetta ciò che siamo senza pretendere nulla, rispetta senza giudicare le fibre di cui siamo costituiti, ama la nostra corteccia, anche se è fatta di lacrime e sangue raggrumato, anche se è luce abbagliante e polvere di stelle, anche se è fatta di sorrisi incrostati e bollicine di spumante. L'autunno non seleziona i suoi figli in base al colore delle loro fibre, non fa mai sentire fuori posto o fuori tempo. Non pretende etichette di comportamento che solo in pochi potranno rispettare, non chiede di fare romantici picnic primaverili nei parchi o di vivere fantastiche avventure estive in compagnia dell'amico del cuore. Se esiste un luogo in cui tutti possono sentirsi a casa, quel luogo e quel tempo è l'autunno. L'autunno se ne frega delle convenzioni, della selezione naturale, non ha un copione prestabilito o libretti d'istruzione e non le importa di avere un colore dominante o una temperatura stabile. Lei se li prende tutti i colori, e si concede ogni giorno di scegliere il clima che più la aggrada.
L'unica cosa che desidera è rispettare se stessa e il suo modo di essere e chiede agli altri di fare lo stesso. Si tratta perciò di una stagione che invita a respirare piano, ad ascoltarsi meglio e per questo si dice che l'autunno sia una stagione introspettiva. Però in realtà, più che un momento di introspezione, è un momento di sintonizzazione emotiva con tutto ciò che ci riempie internamente e ci circonda, è un periodo di comunicazione tra tutte le creature del suo universo e tra tutte le parti di sé. L'autunno infatti accorcia le distanze tra i suoi figli e consente agli alberi di toccare gli uomini, di sfiorarli con un bacio rubato su una guancia, mentre una foglia scivola dolcemente sulla punta del naso o si intreccia tra i capelli. In autunno le nuvole scendono sulla terra e ci avvolgono nel loro abbraccio bianco. Gli alberi mostrano le ossa, protendono le lunghe dita verso il cielo, formando intricati ricami che contrastano con il grigio e l'azzurro aereo. Inondati di fuoco, ci chiedono di poggiare su di loro i nostri occhi, di toccarli a nostra volta come loro fanno con noi. E' perciò il momento dei silenzi e dei sussurri, ma anche del gioco e del sogno, il momento di rallentare e godersi una passeggiata con i nostri fratelli naturali, di vagabondare con il naso per aria avvolti in una giacca pesante, indipendentemente se sul nostro viso vi sia meraviglia, felicità o lacrime di tristezza. In autunno si ha diritto di sentire tutto, di essere tutto, purché si accetti di sentire. Si può essere completi, senza doversi giustificare con nessuno, finalmente a casa nel morbido abbraccio di una stagione dalle tinte color caminetto. Se saremo disposti a sentirci e a sentire, l'autunno ci rivelerà i più segreti del mondo.

Duille 

sabato 3 ottobre 2015

Epifanie influenzali: il naso

Si dice che quando si è costretti a fermarsi dalla frenesia della vita si abbia il tempo per riflettere su grandi temi universali: il senso della vita, l'esistenza di Dio, la capacità dei bombi di sfidare le leggi della fisica continuando imperterriti a volare. Più il contesto è aulico, più i pensieri sono altisonanti e da massimi sistemi: non è un caso che i grandi poeti e scrittori siano stati ispirati da boschi, rive marine, soli abbaglianti e nevi zuccherofile. 
Nel mio caso, il momento di riflessione non ha avuto la fortuna di essere accompagnato da un background da grandi rivoluzioni copernicane. Sepolta da coperte, cuscini, fazzoletti e tachipirine, con la sola compagnia di un poster arboricolo a rappresentare il mondo silvano capace di far emergere l'estro creativo più alto, sono giunta alla mia personale verità, una epifania che con la befana ha ben poco a che fare. Una verità che ho avuto davanti agli occhi per anni, ma che ho sempre rifiutato di vedere, presa dal sollievo di aver terminato la simulazione di vecchina ultracentenaria e poter finalmente girovagare per la casa senza aver bisogno di pit stop divanosi anche per riprendermi da una pipì veloce al bagno. Ma questa verità finalmente si è palesata anche ai miei occhi miopi (letteralmente miopi, non metaforicamente) ed ora ne capisco l'importanza. Sappiamo tutti che avere l'influenza è un po' una perdita di pazienza, oltre che di tempo. Ci impone a letto quando meno ce lo possiamo permettere e ci rende attivi come un'alga appena pescata dallo stagno. Ma il raffreddore, quello è anche peggio. Non solo non ci consente il lusso di fonderci con il divano come una macchia di cioccolato fa con la nostra maglietta preferita, ma prende in ostaggio il naso senza avere neanche la decenza di richiedere un riscatto. Ed è proprio in questi momenti di privazione odorifera che capisco quanto sia fondamentale il naso nella vita quotidiana. Non il pollice opponibile, ma il naso! Il raffreddore ci ricorda di non maltrattare questa povera antiestetica escrescenza perché è più importante di quanto non si creda, indipendentemente dal fatto che sia a forma di tubero o un portatore sano di gobbe dromedarie. Non avere il naso è una grossa seccatura e comporta una marea di problemi che rendono la giornata una specie di corsa campestre nella fanghiglia. Da quando ho il raffreddore, ad esempio, ho sviluppato una certa empatia per i pesci rossi che, per qualche motivo, sono finiti fuori dall'acqua: boccheggio, proprio come un pesce, mentre mi muovo nel mondo diventato improvvisamente stitico di ossigeno. I polmoni protestano, minacciano di contattare il sindacato, usano l'arma della commiserazione mostrandomi le piccole celluline che dovrebbero nutrire con l'aria che il Governo ha deciso di tagliare a causa della guerra battericida. "Cosa devo dare da mangiare a questo figliolo? Lo guardi! E' tutto citoplasma e DNA!" mi dice un bronchiolo mostrandomi una cellula cardiaca tutta deperita. Ma io cosa ci posso fare? I confini sono stati attaccati e abbiamo appena salvato la gola da una possibile tonsillite. "Stiamo lavorando alacremente per il recupero delle funzioni respiratorie nasali", concludo, "Vogliate nel frattempo farvi bastare l'aria proveniente dal bocchettone di riserva aperto appositamente per arginare il disastro". Ma anche così, la situazione non è rosea. Si ansima, ogni movimento fuori dall'ordinario manda a zero i livelli di ossigenazione, si fanno grossi respiri nella speranza di dare un po' di sollievo ai polmoni intenti a dividere le razioni di aria. E fosse questo l'unico problema!  
Non solo mi sembra di essere all'interno di un gigantesco simulatore di sub, ma c'è anche il fastidioso problema del concentrato di albume d'uovo che non si sa come sia finito nel naso, ma che è deciso a non restarci a lungo. Passo le mie giornate a soffiarmi il naso, al punto che a momenti mi sembra di star eliminando anche etti di massa cerebrale. Lo sento proprio strizzarsi nella testa, scivolare velocemente e sparire nel fazzoletto. E questo mi pone un altro quesito, già destinato a fare la figura dello straccione di fronte alle grandi domande dell'universo (compresa quella dei bombi): mi chiedo, si diventa più stupidi quando si ha il raffreddore? E' per questo che tendiamo a ridurre all'osso le nostre attività di pensiero? Per camuffare delle inevitabili quanto irreparabili perdite? Qualunque sia il motivo, rimane il fatto che questo naso continua a svuotarsi come se non ci fosse un domani, ma rimane perennemente, ostinatamente chiuso. E mi ritrovo ancora una volta con la bocca aperta come un adolescente davanti al primo paio di tette. Il problema però è che la bocca, per sua natura, non è fatta per rimanere aperta tanto a lungo e difatti si secca come un'estate italiana particolarmente calda. Il deserto dei tartari, lì dentro, la lingua rinsecchita come una lumaca annegata nella saliera, le labbra screpolate come se fossero battute dal vento glaciale del Polo Nord e la consapevolezza che ogni reidratazione dovrà essere fatta velocemente e a piccole dosi, pena lo svenimento per ipo-ossigenazione. Senza il naso, tutto si liofilizza, compreso il lembo di pelle che separa il suddetto fondamentale organo dalla nostra ormai moribonda bocca. A furia di soffiare e passarci sopra il fazzoletto, la pelle sottonasale è diventata così ruvida da poterci grattare sopra il formaggio e così secca da riprodurre i movimenti tettonici della Pangea. Abbiamo la cute a zolle, in piena carestia, mancano solo una manciata di irlandesi che tentano di coltivarci due o tre patate e abbiamo finito la rappresentazione vivente della grande carestia del 1845!
 Mi secco lentamente come una fetta di arancia sul calorifero, pericolosamente vicina a diventare una futura imitazione di una mummia preistorica. A nulla valgono creme, oli, burri applicati con sapienza e generosità in quelle zone che assomigliano sempre più pericolosamente a delle prugne secche: le creme bruciano, gli oli scivolano, il burro unge. E comunque, tutto verrà spazzato via dalla inevitabile soffiata di naso che arriverà come un tornado che si abbatte sul paesino già piegato dalla lunga siccità. Di fronte a questa situazione da allerta meteo, il Governo centrale (che poi sarei io) viene lasciato solo, piagato dalla carestia, la siccità, le rivolte proletarie e le proteste delle papille gustative, che di colpo sembrano incapaci di distinguere un pomodoro da una torta al cioccolato. E' stato a questo punto, mentre la mia faccia spariva per la milionesima volta nel fazzoletto, che è sopraggiunta l'epifania: il naso è fondamentale per la sopravvivenza. Non i pollici opponibili, non i piedi, non le orecchie. Il NASO. Senza naso va tutto in malora: i raccolti si seccano, la popolazione si affama, la resistenza si abbassa a quella di un pirata ultracentenario con un lungo passato di alcolismo e tutti i piaceri della vita diventano l'ennesima sfida alla sopravvivenza. Più che un raffreddore, direi che siamo in una pagina della Divina Commedia versione 2.0, girone Chirurgia Estetica. Ti sei lamentato del tuo naso con la gobba o per il tuo aspetto fisico poco soddisfacente? Sei arrivato ad intervenire chirurgicamente per diventare una persona di plastica? E allora, per la legge del contrappasso, eccoti sparito il naso. E vi assicuro, è una punizione che farebbe riflettere anche la più accanita antagonista del nostro apripista facciale. Con il naso la vita ti sorride e, oltre a mantenere efficienti le funzioni vitali, puoi anche godere dei piccoli piaceri quotidiani: annusare una tazza di té alla cannella, respirare a pieni polmoni la frizzante aria invernale, masticare una pietanza senza dover aggiornare i commensali in tempo reale (leggi, mangiare con la bocca aperta), arricciare il naso di fronte alla lettiera fresca di ricordino felino e addirittura imitare la celebre mossa di Samantha la strega. Il naso migliora la vita, il naso dà colore all'esistenza, alza la qualità delle nostre giornate e ci mostra un mondo migliore. Il naso, insomma, andrebbe eletto Presidente della Repubblica. 
Duille


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