domenica 31 maggio 2015

Etichette un po' troppo affezionate

La nostra è una società strana, fatta di etichette, di cartellini identificatori, di brevi slogan sulla superficie delle nostre confezioni di carne. Se guardate bene, dietro alla testa, alla fine del collo, troverete la vostra etichetta, il vostro codice a barre, il vostro biglietto da visita per il mondo o comunque lo preferiate chiamare. Tutti ne abbiamo uno, anche se può cambiare nel corso della vita. Sono delle sorte di apripista, dei banditori che anticipano il nostro arrivo con un tonante "udite udite", seguito dall'etichetta che ci rappresenta di più.:"Udite udite, ecco a voi il nerd!" oppure, "udite udite, si reca al vostro cospetto la sicura di sé". Si tratta ovviamente della versione 2.0 di questa figura, un upgrade silente che non annuncia più con il classico fiato alle trombe e aria ai polmoni, in pieno stile pescivendolo al mercato, ma che predilige forme più discrete e raffinate, fatte di passaparola, abbigliamento, modi di agire...etichette, insomma.
Penso che potremmo addirittura far risalire la nascita delle etichette al nostro periodo più primordiale, quando eravamo poco più che animali. In effetti, se ci pensate bene, le etichette sono il nuovo modo con cui ci annusiamo reciprocamente le chiappe senza scadere nelle molestie. A volte inflitte o autoinflitte, a volte attribuite, a volte vere e talvolta false, a volte esposte o addirittura ostentate, a volte rivelatrici o più spesso evidenzianti l'ovvio, le etichette ci parlano di noi ai nostri occhi e a quelli del mondo. Ma quei pezzettini di stoffa alla base del collo possono essere anche molto pericolosi, possono pizzicare, essere fastidiosi o addirittura produrre un doloroso eczema allergico, soprattutto quando diventano l'unica parola che ci rappresenta. E badate bene, in questi casi non possiamo sciacquarci la coscienza scaricando la colpa a qualcun altro, sia essa la società, la cultura ipermoderna, il compagno di scuola che sembra essersi insignito del ruolo di etichettatrice automatica o improvvisandoci vecchietti arrabbiati con i giovani maleducati di oggi, perché (e vi svelerò adesso un'ovvietà più evidente di un lama sulla scrivania) anche quando quell'etichetta ci è stata cucita addosso da altri, siamo noi a ricamarla con filo di acciaio, a bruciarla sulla nostra pelle per sempre, ad inciderla un po' ovunque lungo tutto il corpo, in arabeschi e ghirigori che scivolano sul decumano delle gambe, che attraversano i meridiani dei nostri fianchi e le longitudini delle nostre spalle.
Alla fine ci ritroviamo a guardarci allo specchio e vedere quella parola scavata nelle nostre occhiaie, schiacciata sulle sopracciglia o penzolante agli angoli delle labbra. Siamo un tatuaggio vivente che si ripete all'infinito, senza un inizio e senza una fine, identico a se stesso e dolorosamente piatto. E scegliamo di lasciarcelo. Lasciamo che quell'etichetta ci definisca al punto da annullarci e da farci dimenticare tutte le parole che arricchivano il nostro vocabolario, rendendoci pappagalli spiumati che urlano sempre lo stesso suono con voce gracchiante da autoradio rotta, nella speranza che tra le righe filtri anche il resto, se un resto esiste. L'unica differenza tra noi e i pappagalli è che loro sono comunque più interessanti, perché sanno dire qualcosa laddove il genere pennuto non è in grado di farlo; noi, che l'eloquenza l'abbiamo ormai sdoganata come razza, sembriamo soltanto noiosi, diventiamo induttori naturali di sbadiglio, roba che se mai un giorno inventassero una energia alternativa che si nutre di sbadigli, avremmo il lavoro assicurato per vent'anni. Mentre però aspettiamo la rivoluzione copernicana che ci salverà la vita permettendoci di adagiarci nel nostro giaciglio stigmatico, ci ritroviamo ad essere osteggiati dagli altri e da noi stessi, annoiati dalla nostra similitudine ad un cartellone pubblicitario di un dentifricio, che inizia e finisce lì, al primo colpo d'occhio. Ognuno di noi ha il suo marchio, più o meno voluto, più o meno cicatrizzato, più o meno familiare. Sta a noi non lasciare che quel segno ci oblii a noi stessi, facendoci vedere le nostre possibilità e la nostra identità solo filtrate attraverso le curve di quella parola incisa anche sulla retina. Uscire da quelle sillabe che ci calzano come un guanto è piuttosto difficile, anche quando siamo dolorosamente consapevoli, quindi inutile pensare che una predica ben assestata dia il colpo di grazia alla nostra confortevole permanenza nel sottoscala di Harry Potter, anzi!
Di solito questi discorsi da coach motivazionale hanno il solo effetto di far venire istinti omicidari anche al più tenue agnellino o, nel mio caso, fanno uscire il mio lato bronx, tutto orecchini a cerchione, ditino alzato e linguaggio da scaricatore di porto. No, lo sappiamo tutti che le etichette sono come le sanguisughe: una volta che si attaccano diventa abbastanza difficile scrostarle via. Il problema è che se ci facciamo l'abitudine ci convinciamo che tutto ciò che ci sia da dire di noi sia inscritto in quel minuscolo inci che costeggia il nostro collo e tutto il corpo ne risente. Anche la nostra postura finisce col riprendere le curve delle lettere che la compongono, rendendoci molto simili a dei cactus cresciuti in un sifone o a quelle curiose angurie che vivono la loro vita dentro contenitori dalle forme quadrate. Sì, in sostanza diventiamo angurie quadrate. Solo che noi, a differenza delle angurie, abbiamo il vantaggio del libero arbitrio e la ridicola tendenza a non usarlo. E perché fare una cosa del genere? Perché trasformarci in Quasimodi del XXI secolo? Perché essere angurie quando si può essere mongolfiere? Io, che parlo dall'alto della mia saggezza ansiogena, penso che sia perché è più facile. Non è un caso che esista il famoso detto "meglio un male conosciuto che un bene sconosciuto": in effetti riassume perfettamente la scarsa attitudine al rischio di tanti di noi, che hanno preso un po' troppo alla lettera gli insegnamenti di Benit Gabor ne La mummia e che invece hanno snobbato completamente le massime dell'Indiana Jones dei tempi d'oro. Dovremmo essere più Indiana Jones e meno Benit, anche perché il povero Benit è finito sbranato dai coleotteri, mentre Indiana Jones si becca sempre tutte le ragazze e ha reso di moda quel cappello da sfigato alla texana e la frusta da sadomaso. Ma non c'è solo la scarsa intraprendenza a bloccarci in uno stato di crisalide eterna. Esiste anche un motivo meno nobile (se possibile) della pigrizia ma che tutti, se ci mettiamo una mano sul cuore, riconosceremo come nostra: mantenendo le etichette, ci si può crogiolare nell'autocommiserazione di un destino già segnato in partenza e in buona parte definito da altri. E' quanto accade ad esempio a Sophie, la protagonista del libro Il Castello Errante di Howl, che si lascia marchiare dallo stigma della primogenitura, che nel suo mondo sancisce il destino di una vita triste e anonima. Sophie è così impegnata a vedersi sotto le frange di quella parola, che non si arrischia a sfidare la sorte, a cercare un futuro migliore per sé, che le calzi meglio, ma preferisce continuare a lamentarsi dietro al bancone della sua cappelleria, incastrata in abiti che non le appartengono e in una vita che non desidera. In fondo, essere primogenita le dà la sicurezza di non avere chances e quindi di non doversi rimproverare nulla nel non provarci. Nessuna sliding door per lei, nessuna scelta la porterà verso un futuro diverso da quello a lei già confezionato addosso.
La stessa cosa accade a noi ansiosi sociali, che sappiamo già che il nostro destino è quello di essere una sedia vuota che brilla per la nostra assenza. Noi siamo il vuoto. Siamo il vuoto di quella sedia, il vuoto di una bocca parlante, il vuoto di uno spazio accanto a qualcuno. Non siamo vuoti, ma siamo il vuoto. Siamo un vuoto spaziale, che ci viene dato ma che rifiutiamo per poi soffrire per non averlo occupato. E siamo così certi di essere quel vuoto che ad un certo punto smettiamo di lottare e ci rassegniamo al nostro destino. Vediamo tutto sotto la lente di quella parola, e nulla di quanto ci accade può essere interpretato sotto altra veste, esattamente come accade a Sophie. La ragazza, pur vivendo incredibili avventure, incontrando Maghi, cani-uomo, castelli erranti e demoni di fuoco, continua a sentirsi la stessa primogenita destinata al piattume di una vita senza scossoni. Allo stesso modo, noi ansiosi sociali possiamo fare qualsiasi cosa, essere scrittori dotatissimi, pittori dal gusto più raffinato o brillanti piloti di tappeti volanti, ma quando ci chiederanno cosa stiamo facendo in questo periodo, finiremo come sempre con il sentirci dei poveri inetti che non combinano mai nulla nella loro vita. Il punto è quindi prendere coraggio e iniziare a darci altri nomi, oltre a quello principale. Prendere un pennarello e aggiungere un'altra definizione alla nostra etichetta, lì, proprio accanto al nostro marchio di fabbrica. E non fraintendetemi, non sto cercando di fare una paternale da saggia eremita dall'altro lato del computer. Non ho di certo ambizioni da mago di Oz, io. Prendetelo più come un promemoria che faccio a me stessa, come una di quelle fastidiose sveglie mattutine che vorresti sbattere contro il muro con tutta la forza iraconda che possiedi. Le sveglie sono fastidiose, ma pur sempre utili. E io ogni tanto ho bisogno di darmi uno scossone per uscire dal mio torpore da lumaca spiaggiata su una saliera. Quindi, coraggio Duille, arraffa quel pennarello e inizia il tuo mantra. Sii più di ciò che credi, sforzati di trovare nuove parole per te stessa. Scovale come i più pregiati e puzzolenti tartufi di bosco e scrivile su tutto il corpo, intorno a quella che già ti ammanta come una tuta da sub. E col tempo, vedrai che piano piano le vecchie parole svaporeranno lentamente, come meduse sul lido, per citare Thomas Mann.
E allora, pulizie di primavera, arrivo! 

Duille



sabato 23 maggio 2015

Dentro i flutti di un'esistenza in tempesta: Di donne e altre onde

Parlare di vite è difficile, talvolta impossibile. Le vite sono lunghe, articolate, complesse, dispersive, solitarie anche nella folla. Seguire un filo solo sembra inevitabilmente riduttivo, soprattutto perché ogni vita è la somma di tante altre, passate o presenti, perdute nei ricordi o ben chiare davanti agli occhi. Raccontare una vita che soffre, poi, è ancora più difficile, ancora più pericoloso. Si rischia di cadere nella banalità, di essere superficiali oppure di andare troppo a fondo e di annoiare. Si può cedere al moralismo o alla freddezza documentaristica. Si può essere troppo emotivi diventando tutto cuore e poco sguardo. E allora, come raccontare una vita e, tra queste, una vita che soffre? Roberta Lagoteta ha trovato un modo tutto suo, originale quanto rischioso, funambolico oserei dire, di narrare l'esistenza di un'onda, come la chiama lei stessa, e delle altre creature marine che le passano vicino. 
Di donne e altre onde è, in effetti, un testo che parla di esistenze ed in particolare di quelle esistenze marchiate dalla dipendenza, dal dolore, dal sangue e dalle lacrime. L'autrice sceglie di raccontare questa storia affidando la parola all'unica persona che avrebbe diritto a detenere questo scettro vocale: la sua protagonista, Azzurra. Ma Azzurra non è una ragazza qualunque, non si limita a salire la scala della sua vita un gradino dopo l'altro, ma preferisce accompagnarci per mano nella sua mente, renderci fantasmi tra i suoi neuroni, spettatori di uno stream of consciousness che inizia con la prima pagina e si concluderà solo con l'ultima parola di questo romanzo. D'altronde raccontare una vita significa dare voce ad un pensiero, ad una coscienza che vaga, avanti e indietro, senza ordine e direzione, senza alcuno scopo se non quello di esistere, come un filo di cotone nel vento. Un linguaggio inusuale, difficile, che mette alla prova, che testa la nostra resistenza e la nostra caparbietà. Ci sfida a non desistere di fronte a questo flusso che salta i gradini, che ritorna sui suoi passi, che si ferma sul posto o corre a perdifiato la rampa di scale di questa esistenza addolorata, in fuga da delle vite che l'hanno resa sensibile al punto da scarnificarsi e che trova nella dipendenza l'unico filtro tra la propria pelle ustionata e il mondo radioattivo che la circonda. Il pensiero di Azzurra è il vero protagonista di questa storia, cresce con lei, con il suo corpo, con i suoi seni, con le sue gambe, i suoi capelli e con il suo cuore, e cambia con l'ammucchiarsi degli anni e delle esperienze sulle sue guance e sulla sua pelle. 
Inizialmente lineare e cosciente, il pensiero di Azzurra racconta l'evoluzione di un'esistenza al principio fatta di piccole routine e di ghirigori sui bordi di un foglio di carta, in un lucido susseguirsi di eventi fondamentali ma incredibilmente comuni: una gita al mare, un litigio tra i genitori, un pranzo davanti alla tv con nonna Rina, un amore sbocciato durante un concerto. Ma con l'arrivo della dipendenza che tutto spezza e tutto cancella, anche il pensiero di Azzurra si spezza e cancella, scivolando con noi al di fuori del tempo, oltre il ticchettio dell'orologio, giù nel pozzo del Bianconiglio, cadendo al rallentatore, suicidandosi lentamente, mentre si cerca di afferrare frammenti di ricordi che, stranamente, non combaciano mai tra loro. Intorno a quei ricordi spezzati, Azzurra cuce ghirigori di riflessioni che a volte risultano criptici, inafferrabili, gli stessi scarabocchi complicati con cui la ragazza dava senso ai propri quaderni di scuola, ma a cui nessuno, a parte lei, dava peso. E' il momento del buio silenzio della droga che confonde tutto e dei tentativi di dar loro un senso. Interi blocchi di tempo semplicemente sfuggono, ubriacando anche il lettore di quello stordimento che la protagonista ricerca disperatamente, per poi riapparire bruscamente, catapultandoci in un presente confuso, svaporato, fuori dal mondo e ancora un po' fuori dal tempo. Un tempo che fluisce indipendente dalla protagonista, che scivola, imprendibile, sempre ad un passo oltre la vita di Azzurra, ridotta ormai ad un' esistenza ripetitiva, inconsapevole, attorcigliata su di sé, schiacciata sul proprio asse, in continuo movimento, ma solo destinata a soffocarsi tra le sue spire. Si ha la sensazione di una vita in apnea, fatta di sonni dimentichi e bruschi risvegli che confondono la protagonista e destabilizzano il lettore. Sta proprio in questo racconto frammentato, fatto di bolle di sapone afferrate e poi scoppiate, che troviamo la sfida dell'autrice a noi indirizzata. Il lettore, di fronte a questo movimento confuso e altalenante del racconto, che salta da un risveglio impastato all'altro e da un tempo a quello precedente o successivo, ha la sensazione di perdere egli stesso il filo del discorso. 
A volte si ha la sensazione di essere catapultati fuori dai binari del pensiero che la protagonista snocciola come semi di ciliege mangiate in fretta e ci si ritrova ad assemblare il puzzle della sua vita pezzo per pezzo, raccogliendo i tasselli sparsi nel romanzo con la pazienza di un collezionista, sopportando la frustrazione di non capire sempre e di non comprendere tutto. C'è una storia, ma nascosta in una vita di fughe dal dolore, come un filo rosso all'interno di uno scatolone pieno di ritagli di giornale. Sta al lettore farsi strada in quell'oceano di ritagli, in quelle pagine di diario strappate e buttate alla rinfusa, sconosciute anche al loro padrone, incatramate in un dolore senza speranza, mascherate dalla cinica ironia e dalla disillusa consapevolezza della caducità della vita percepita da Azzurra, che può solo sentire se stessa nei rintocchi di una campana funebre, ma che non si comprende fino in fondo, per quanto disperatamente bramosa di rivelarsi a se stessa. Non si tratta certo di un libro facile, né come tematica né come stile, che può risultare a tratti eccessivamente aulico. E' un esercizio di raffinatezza stilistica, la liberazione da ogni debito verso il lettore, a cui non si deve nulla. Il debito dell'autrice è infatti totalmente rivolto ad Azzurra, Azzurra a cui ha donato quelle pagine bianche affinché ne facesse ciò che desiderasse. Il lettore può solo scegliere se accettare di essere messo da parte, di non essere più il destinatario di quella storia ma solo spettatore accidentale di un pensiero che, come un filo di lana, cerca di riavvolgersi alla ricerca del suo gomitolo. Se accetterete questo, potrete capire - e non capire - questo racconto dalle tinte forti e poetiche, ironicamente sottile e pesantemente tragico, a tratti faticoso e disturbante, bucato nel fluire come è bucata la vita di Azzurra. Se tollererete di essere bucati, dimenticati e dimenticanti, incrostati, allora là, nel grumo di una lacrima, troverete anche lei. 
Duille 




"Vieni al riparo nel mio nido di dita, nessuno potrà più ferirti" 
sabato 16 maggio 2015

What does the fox say?

In quanto ansiosa sociale ho sempre dovuto lottare con desideri irraggiungibili, opportunità mancate e strade evitate per paura. Quando si rinuncia a qualcosa a cui si tiene molto, la frustrazione arriva a pacchi raccomandati e con ricevuta di ritorno e può diventare complicato portarsi questi sacchi di sabbia in giro per la vita quando il postino della tristezza si presenta due o tre volte a settimana. In poco tempo ci si ritrova con la casa inondata di sacchi di iuta di dimensioni variabili che fanno capolino da ogni angolo e che si cerca di camuffare come meglio si riesce: creando dei divani in stile "fabbrica del caffè del Mississipi", trasformandoli in morbide cucce per il cane, il gatto e il porcellino d'india e, quando si è davvero disperati, usandoli come mattoni per il fortino anti pirati che si è sempre desiderato fin dalla tenera età. Ad un certo punto però, di fronte a tutti questi mobili di sacchetti, ci si comincia a sentire un po' stanchi del monocromatismo e anche il sedere comincia a pizzicare un po' per tutta quella iuta che fodera divani, sedie, lenzuola, tavolette del water e asciugamani. Di fronte a questa situazione da sepolti in casa, con il rischio continuo di essere davvero schiacciati dalla montagna di borse impilate alla meglio in ogni angolino libero, ci si deve difendere come si può, soprattutto quando si ha l'ansia sociale. 

Ognuno trova il suo modo: alcuni ignorano il problema, altri evitano situazioni che possano offrire l'occasione all'ansia di fornire i simpatici gadget di consolazione succitati, altri ancora scavano una fossa aperta, ci buttano dentro i sacchi e poi si tuffano in quella piscina di frustrazione e tristezza affogandoci lentamente dentro, dopo aver dato un drammatico addio alla vita con tanto di lacrimuccia e teatrale mano sulla fronte. Io posso dire di averle provate un po' tutte, compreso il tuffo carpiato da melodramma siculo nella sconsolazione. Recentemente però ho trovato un nuovo modo per difendermi dal dolore dei fallimenti e dalla delusione. Non so se si possa definire una tecnica salutare e sana come potrebbe essere una mela succosa lanciatami tra le mani direttamente dal campo in cui è stata coltivata ("Marleeeeneeee") oppure se si tratti di una nuova forma di intossicazione simile a quelle droghe dai nomi pittoreschi che ti infilano in tasca il biglietto da visita della morte. Solo il tempo potrà rendere conto della bontà di questo nuovo metodo. Sicuramente però è efficace e mi toglie dall'impiccio di dover riciclare e reinventare ogni volta i miei sacchi di frustrazione, che nessuno vuole neanche regalati. Per questo metodo mi sono ispirata alla celebre favola di Esopo "La volpe e l'uva", un racconto noto a tutti e diventato allegoria di coloro che, di fronte alla sconfitta od impossibilitati ad ottenere qualcosa, sottolineano i difetti veri o presunti dell'oggetto conteso finendo con il disprezzarlo e negarne il desiderio. Sappiamo tutti che si tratta di una favola che porta con sé un alone di rimprovero nei confronti di questa volpe golosa che però appare del tutto incapace di accettare la sconfitta. Si può quasi sentire la puzzetta di ipocrisia aleggiare dietro la coda della nostra amica pelosa. Io credo però che, se si gira un po' la testa di lato, si arriccia il naso e si aguzza la vista, si possa ribaltarne la morale, rendendola addirittura un modello di virtù. 
In effetti, se ci si pensa bene, la volpe ci insegna come essere felici. Lo so, sembra che l'abbia sparata grossa o, più volgarmente, che l'abbia fatta fuori dal vaso, ma suvvia, in fondo, se vi ascoltate bene, non sentite una parte di voi che annuisce dicendo con la sua vocina da vecchia nonna "Io l'ho sciempre pensciato"? No? Allora lasciatemi argomentare e convincere il vostro scettico sopracciglio aggrottato lassù, sopra l'occhio. La volpe che non può raggiungere l'uva, invece di struggersi per ciò che non ha potuto ottenere, decide semplicemente di ricordarsi che nulla è perfetto e non lo è neanche quella succulenta, luccicante uva baciata dal sole di settembre.  E attenzione, questo non significa denigrarla o disprezzarla, ma vagliare tutte le possibilità che fino a quel momento, colpa lo stomaco gorgogliante o il cuore palpitante, non si erano considerate. Infatti la nostra saggia volpe si ricorda che non vale la pena struggersi per dell'uva che probabilmente è anche acida. Non si tratta di ipocrisia, ma di semplice matematica, calcolo delle probabilità, lista dei pro e contro, esame di realtà o comunque la vogliate chiamare. Non viviamo in un mondo bianco e nero, ma in una stampa in scala di grigi, oppure potremmo dire che in ogni cosa esiste lo ying e lo yang, il dolce e il salato, la vasca delle palline e quella delle sabbie mobili. La nostra volpe si fa portavoce di questo pensiero e io semplicemente faccio la stessa cosa per non essere seppellita dalle sabbie del Sahara o peggio, per non ridurmi a collezionare i miei sacchetti di tristezza annotandone data e ora come il miglior nostalgico pieno di rimpianti. Ma come applicare alla vita di tutti i giorni questa massima? In realtà è molto semplice e sorprendentemente liberatorio. Facciamo un esempio. In quanto ansiosa sociale le mie possibilità di avere un ragazzo sono pari a quelle di essere colpita da una cicogna sulle cui ali si è incastrato un meteorite cosmico sviluppando così la capacità di volare? Beh, pazienza. Significa che sarò risparmiata dalla depilazione infinita, dalle paranoie dettate dall'insicurezza, dalla biancheria di pizzo elegante ma comoda come il letto di un fachiro, dall'incontro con i suoi genitori con inevitabile inizio della guerra fredda con sua madre, dalla terrifica presentazione ai suoi amici a cui dovrò fare di tutto per piacere, anche se ciò dovesse significare funambolare su un filo interdentale con una tazzina sul naso recitando a memoria il Macbeth di Shakespeare, dal discutere di religione, politica, società, valori rischiando di rimanere terribilmente delusa quando scoprirò che lui è a favore del disboscamento selvaggio o è un simpatizzante di Scientology, dall'essere inevitabilmente condizionata dai suoi umori, dai suoi gusti e dalla paura, patologicamente mia, di essere abbandonata perché poco interessante o a causa del mio comportamento, sapendo già che, ai miei occhi, sarò 
un disastro su tutta la linea e che finirò col rimproverarmi per essere troppo spaventata, troppo timida, troppo insicura, troppo ansiosa, troppo inibita, troppo pigra, troppo carente. E questo nonostante tutta la fatica e le oceaniche distese di stress che dovrei affrontare semplicemente per convincermi ad accettare di andare con lui a prendere un caffè, con buona pace delle mie rughe. Tutto sommato, non avere un ragazzo mi concede una certa libertà, un cuore tutto mio che è condizionato solo da me stessa e che non devo condividere con nessuno, oltre che a ritmi personali che non devo adattare e a cui nessuno si deve adattare. Come vedete non si tratta di denigrare l'altro, ma di vedere il lato positivo della questione, il classico bicchiere mezzo pieno, per intenderci. Certo, un bicchiere di plastica con una bel taglio laterale, ma pur sempre un bicchiere. Il bicchiere che mi è stato concesso e che per ora mi devo far bastare. L'unica cosa che posso scegliere al momento, aspettando i saldi dell'IKEA, è la prospettiva da cui guardare le cose. E posso scegliere se crogiolarmi nell'arsura di una gola secca, di labbra screpolate di fronte a quell'aria che riempie il mezzo bicchiere prosciugandomi, oppure se bere a grandi sorsate l'acqua fresca proveniente da quella metà allegramente liquida e sciabordante di vita che è il mio bicchiere. La volpe ha scelto il bicchiere mezzo pieno. Io scelgo di seguire la volpe. 

Duille
 


sabato 2 maggio 2015

Quando il veterinario è d'uopo...

Ci sono quei giorni in cui, nonostante tutte le procrastinazioni possibili ed immaginabili, non si può più evitare la gita dal veterinario. E nessun Bravo caritatevole verrà a minacciarti davanti al portico di casa per dirti che "questa gita non s'ha da fa'!". Non ci sarà nessun asteroide a minacciare di rendere il pianeta Terra un simpatico ammasso di coriandoli, nessuna inaspettata quanto gradita visita ufficiale del Capo di Stato di turno a mandarti deliziosamente all'aria i piani. Sei sola. Sola davanti all'epopea di dolori e distruzione di timpani che ti aspetta. Un'orda di orchetti in un karaoke bar al confronto è come fare una visita in un campo di fragole in compagnia di Bocelli. E chi ha animali, e soprattutto GATTI, sa bene di cosa parlo.
I gatti, infatti, sono noti per tre cose: testardaggine, tenerume e trasformazioni demoniache durante i viaggi in macchina in pieno stile Resident Evil. Sono come mogwais nutriti dopo la mezzanotte e diventati improvvisamente dei gremlins malefici e sbavanti, solo che qui la discriminante non è il cibo, ma l'automobile in movimento. I gatti soffrono la macchina e questo è un dato di fatto, ma ciò che non ci dicono è che purtroppo non hanno il dono dello stoicismo ("Come si soffre Kiwi? In silenziu in silenziu in silenziu!"): se a loro qualcosa non va, te lo dicono, e a pieni polmoni. Ed io lo so bene, dopo anni di felina contestazione che compare ad ogni viaggio, con tanto di striscioni e arrampicate sulle antenne della luce. Appena si sale in macchina, un'onda di lagne, di pianti, di urla e suppongo di imprecazioni invade l'abitacolo, le orecchie e l'anima (perché sì, ti entra anche dentro l'anima), producendo un effetto a catena isterica che si appiccica su ogni persona facendo prudere le mani e le corde vocali e rischiando il gatticidio come nelle migliori notti insonni delle neo mamme.  E se a questo aggiungiamo un cane particolarmente pauroso e con un odio viscerale verso ogni forma di barboncino bianco (giuramento di odio razziale che affonda le radici in ricordi di vessazione dal bullo vicino di casa), il quadro è completo. Potete capire il mio entusiasmo all'idea di caricarmi tutti in macchina e partire alla volta del veterinario. Sapevo già che sarebbe stato un viaggio breve ma sudato, che mi avrebbero fatto pagare ogni singolo secondo su quella vettura e che poi avrei dovuto sopportare ore e ore di fila per poter vaccinare tutte le mie bestiole ululanti e irritate con me e dalla vita. Ma, come dicevo all'inizio, s'ha da fa'.
E quindi facciamolo. 
La ricetta per un buon successo dal veterinario prevede: due persone che si immolino per la causa (in questo caso, io e mia madre), vestite con abiti caserecci e sacrificabili in caso di crisi fisiche delle bestie, due trasportini, rigorosamente imbottiti di asciugamani e perfettamente lavati, un cane imbrigliato nella sua pettorina e ancora inconsapevolmente felice della gita che si prospetta davanti a sé immaginando di andare nella Valle Incantata ("ti ho appena conosciuto e già ti voglio bene"), valanghe di fazzoletti da incastrare a forza nella borsa, sguardo da Rambo, strisce di guerra sulle guance, fascetta da militare sulla fronte e siringhe di pazienza da iniettarsi sulla coscia come diabetici della tolleranza. Ecco. Siamo pronti. Recuperare i gatti è un'altra impresa, soprattutto perché sono scaltri e, a differenza del cane, hanno già capito che il loro futuro prossimo è incerto. Inseguo i gatti per tutta la casa, chiudo tutte le porte e li placco in un angolo, prendendoli con dolce fermezza e ficcandoli a forza nel trasportino nonostante le scene alla Roger Rabbit. Entrambi cominciano a lagnarsi per motivi diversi: Felìx (mi raccomando, l'accento sulla i) frigna intristito per essere stato ingabbiato, incarnando alla perfezione l'anima di una vedova siciliana con tanto di abito nero peloso preso in prestito da una donna russa; Nicodemus s'incazza visibilmente e mi guarda ululante di protesta. Gli manca solo la tazza da sbattere contro le grate. Lo sguardo truce da "ti ammazzo nel sonno" però ce l'ha già. Carichiamo l'allegra fattoria in macchina. Nel complesso abbiamo un umore da bipolarismo: Bea, il cane, è felice e allegra, zompa nel bagagliaio con tutta la sua grazia da mammut di dieci anni; i gatti si lamentano come se stessero andando al patibolo. Noi ci facciamo la nostra prima dose di Insulinopazienza. Durante il viaggio in macchina, partono le urla disperata di Nicki. Urla che mettono in mostra tutta la potenza vocale del gatto, suscitandomi un momentaneo moto di stima per questa Maria Callas pelosa. Ma dura poco perché improvvisamente il micio viene posseduto da un demonio proveniente dall'Inferno e dalla voce acuta come quella di una bambina in grembiule e coltellaccio da macellaio in mano. Si produce uno sdoppiamento di voce che avvia la fase che io chiamo dell'"Esorcista": la bocca spalancata mostrante le fauci, gli occhi fuori dalle orbite, le urla da coro a cappella dei dannati, mostrano tutto il furibondo malessere del mio povero gatto, posseduto dalle creature infernali del mal d'auto associato ad una scarsissima capacità di sopportazione e ad una tendenza alla protesta da afroamericano di Houston. Seconda dose di Insulinapazienza per me. Dall'altro lato, Felìx piange sconsolato e già rassegnato al suo destino di reclusione, o forse tenta di indurre pietà con quei suoi occhioni supplicanti. Mi ritrovo affiancata da Dottor Jeckyll e Mr. Hyde sdoppiati nei due sedili della macchina. Bea, sempre empatica, frigna compassionevole unendosi al coretto di voci bianche. Terzo giro di Insulinopazienza offerto dalla casa. Con ghiaccio, grazie. E ci metta anche quel simpatico ombrellino che fa tanto villaggio al mare.


La gita dal veterinario di questa settimana è culminata con le nostre facce incollate alle sbarre del portone chiuso della clinica e la riproduzione fedele di una delle scene più disgustose e famose dell'esorcista, interpretata con passione (e dovizia di dettagli) da Nicodemus, che in quel momento ha deciso di portare la sua protesta al livello successivo e sganciare le armi batteriologiche, espellendo qualsivoglia cosa fosse possibile espellere dai suoi sfinteri. L'intero interno del suo corpo ora tappezza la gabbietta, in un tripudio di profumi in tonalità corteccia. Sono giunte le notizie dall'interno fresche fresche di stampa, inviate da qualche solerte e fastidioso inviato che ci teneva a raccontare la sua storia direttamente da Apocalipse Now. In effetti assistiamo a scene da apocalisse! Il panico spopola tra le truppe umane: Chiamate un prete! Adesso! E una ditta di pulizie con tanto di container di candeggina al seguito! E un digestivo per noi, perché si sa, gli stomaci sono solidali gli uni con gli altri, e se si ribella uno di loro, anche gli altri sentono il bisogno di dire la loro riguardo alla situazione alimentare dal dopoguerra ad oggi. Mi munisco dei miei fazzolettini di carta, che adesso sembrano incredibilmente fragili e per niente fiduciosi nel loro potere assorbente, non dopo aver visto cosa è rimasto dal passaggio di Slimer nei suoi momenti di massima viscosità. Tappandomi il naso e ripetendo come un mantra la frase che, spero, riappacifichi il mio corpo ("E' cioccolada...è cioccolada...è cioccolada") ripulisco lo scempio e poi mi concedo un attimo per concludere le trattative con i sindacati intestinali e riportare i fiumi di schifo sotto i livelli di guardia. Una volta che il pericolo esondazione è stato placato, ripiombiamo tutti in macchina e ci fiondiamo a casa, sempre tra gli urli disperati di Nicodemus ormai svuotato di ogni suo avere alimentare e la lagna di Felìx ancora in versione carcerato triste. La giornata si conclude con Nicodemus nella vasca da bagno, io e mia sorella che lo placchiamo tentando di evitare che concretizzi la sua minaccia da inizio gita e generosi dosi di acqua e aceto su un panno umido per tentare di rimuovere gli ultimi rimasugli di orrore satanico rimasti sul suo pelo. 
Tutto questo ci insegna una cosa: i film dell'orrore non sono poi così lontani dalla realtà. Forse è per questo che ci fanno tanta paura. 
Duille 





Visite

Powered by Blogger.

Post by mail!

Lettori fissi

Archivio blog