lunedì 31 luglio 2017

It's all about the blog: liebster award 2017

Signori, è di nuovo quel periodo dell'anno. E' arrivato il Liebster Award day! Lo so, a volte potrei sembrare un po' troppo commossa da questo evento, ma se ci pensate bene è una cosa straordinaria, un segno di stima e affetto totalmente gratuito che ti fa sentire al caldo come dentro un comodo maglione di lana (o un frigorifero imbottito di piume, visto che siamo in estate).
Quest'anno, come l'anno scorso, una splendida anima digitale mi ha nominata tra i "vincitori" di questo premio ed io non posso che profondermi in inchini, strombazzate di naso e occhioni da cucciolo innamorato di fronte ad un gesto così piccolo, eppure così importante. Ed è ancora più sorprendente e meraviglioso poiché la suddetta anima mi era completamente ignota fino a questo momento: che posso dire? Ho preso il volo come una mongolfiera colma di elio!!! Grazie, grazie e ancora grazie Julia. Nel caso non la conosceste, Julia scrive un blog carinissimo, che sto scoprendo poco a poco e che è un po' uno specchio delle sue passioni più profonde, come libri e manga. La trovate qui, su Tanto non importa. Fateci un salto, non ve ne pentirete! Ed ora tagliamo corto, che si sa, le sezioni dei Liebster Award sono lunghe e si conciliano PESSIMAMENTE con la mia naturale tendenza alla logorrea! Ricapitoliamo le basi per chi non lo conoscesse:
1. Il liebster award è un premio virtuale rivolto a blog con meno di 200 iscritti. Ha lo scopo di far conoscere anche noi, piccoli soldi di cacio, al grande pubblico che sguazza nel mare del web. 
2. la prima cosa da fare è ringraziare il blog che vi ha premiati. Della serie, se l'educazione non la conosci da te, te la forniamo noi in pillole. 
3. Dato che il liebster Award ha un'anima da ossessivo, tutto gravita intorno al numero 11: si deve rispondere alle 11 domande del blogger che vi ha premiato e formulare 11 domande per 11 blog che nominerete a vostra volta alla fine del testo più lungo della storia d'Italia. Escluso Dante, s'intende. 
4. Alla fine è richiesta comunica su carta pergamenata, inviata via gufo, posta o cavallo, agli 11 vincitori. Ma basta anche solo avvisarli nel loro blog. 
Adesso che abbiamo messo gli indispensabili puntini sulle "i", partiamo con le risposte alle bellissime domande che Julia ha scelto: 
1. Raccontaci un tuo ricordo d’infanzia bello o divertente
Praticamente tutto i miei ricordi d'infanzia sono popolati da strane costruzioni e dalla presenza costante della migliore compagna di giochi per eccellenza, mia sorella. Pescandone uno a caso, ricordo che una volta avevamo arraffato un gomitolo di lana e di questo tesoro avevamo fatto la cosa più logica da fare con un gomitolo di lana: tappezzare la camera di fili, che passavano da un lato all'altro della stanza, per poi improvvisarci agenti segreti che dovevano superare (senza toccare) dei terribili raggi laser lanosi che avrebbero potuto ucciderci. Per noi, solo imprese di rilevanza capitale!
2. Parliamo di look. Ne hai mai avuti di bizzarri, osceni o quantomeno imbarazzanti? Tutti abbiamo avuto tagli di capelli o scelte stilistiche, almeno in fase adolescenziale, di cui vergognarci profondamente. Abbi coraggio e svelaci i tuoi!
Io e la moda siamo sempre stati due mondi paralleli. Non ho mai abbinato niente, più che altro avevo dei periodi alla Picasso. Lui ha avuto il periodo blu e rosa, io quello arancione e verde (che naturalmente insieme stanno bene come il caramello e l'acciuga). Inoltre, a causa della mia ansia sociale, il vestiario era più che altro una tuta mimetica che mi faceva confondere tra la folla. In ogni caso, ho avuto anche io le mie stravaganze, perché sono sempre stata un'eccentrica. Terrorizzata, ma pur sempre eccentrica. Tra i miei must delle medie, per esempio, c'erano questi pantaloni in Lycra blu elettrico con grossi quadratoni bianchi e azzurri che sembravano essere usciti da un incubo degli anni '70 e di cui andavo (e mi spiace dirlo, ma vado tuttora) fierissima. L'idillio è finito quando mia madre, esasperata nel vedermi andare in giro così, ha imposto il suo veto stilistico e ha archiviato per sempre i pantaloni. Lacrimuccia e minuto di silenzio per quei pezzi d'arte incompresa.
3. Hai mai fatto sport? Oppure suonato qualche strumento musicale? Se sì, a che livello? Raccontaci le tue esperienze, oppure, se non l'hai mai fatto, quale sport avresti voluto praticare/strumento musicale suonare?
Glisserò dignitosamente sulla domanda sportiva perché sono una persona combina la pigrizia ad una totale incapacità sportiva (e non faccio la modesta, da piccola non riuscivo neanche ad arrampicarmi sugli alberi da sola). Vi basti sapere che ho arrancato un anno di ginnastica ritmica, in cui non ho imparato neanche a fare la ruota, e che ho fallito nell'impresa di imparare a nuotare con fluidità. Con la musica invece me la sono cavata decisamente meglio. Avevo fatto dei corsi di ritmica da bimba in cui ho sviluppato un feticismo per il tamburello, ho avuto l'occasione di sentire tutto il peso dell'arpa, in una sola, indimenticabile, lezione, ed infine la svolta alle medie, quando ho preso tra le mani la mia prima chitarra. Lei è stata la mia unica amica nei tre anni più infelici della mia vita e mi ci sono dedicata con dedizione e passione. Suonare mi faceva sentire viva, risvegliava ogni cellula del mio corpo e mi faceva sentire importante, piena, amata. Ho suonato in orchestra, in duetto e mi hanno anche proposto qualche assolo, che ho rifiutato per modestia (leggi: FIFA COSMICA!). Per un po' avevo anche pensato di continuare il conservatorio ma alla fine la logica economica ha prevalso e il mio destino si è rivolto verso altre sonorità, quelle delle lingue straniere.
4. Sì sa, i social e gli smartphone hanno devastato il cervello un po' di tutti. Quale social o app ti ha creato maggiore dipendenza? 
Devo ammetterlo, sono una persona impermeabile ai social: facebook mi annoia tremendamente, non ho twitter e per Snapchat sono decisamente (e fortunatamente) fuori età. La mia unica vera passione è lei: Lady Instagram, signora dell'immagine, paladina dei fotografi in erba, fornitrice di sogni in formato polaroid.
5. Quale personaggio, ahimè passato ormai a miglior vita, ti sarebbe piaciuto incontrare? Perché? 
Datemi della banalotta, ma io vorrei fare due chiacchiere con Louisa May Alcott, l'autrice di Piccole Donne. Una figura così anticonformista, femminista e che ha saputo sfornare uno dei personaggi più iconici ed ispiratori della storia della letteratura (sì, sei tu, mia adorata Jo March), avrebbe molto da dire. E anche se non avesse niente da dire, vorrei comunque ringraziarla per avermi regalato uno scopo di vita, un'identità ed un sogno quando ancora non sapevo quanto tutto questo fosse importante.
6. Se soffrissi di personalità multipla, che caratteristiche potrebbero avere i tuoi alter ego?
Questa è la mia domanda preferita!!! In quanto ansiosa sociale, sono già abbastanza ingombrata di inquilini mentali. Però, supponendo una personalità multipla, direi che in me convivrebbero una signorina Rottermeyer, una bambina di 8 anni in fissa con i colori, un hobbit e un cane.
7. Una persona famosa - in qualsiasi campo - che stimi molto. Parlaci di lui/lei e del perché la/lo ammiri.
Io ho un'unica, grande cotta intellettuale: Daniel Pennac. Ha scritto quella che considero la saga più ispirata della contemporaneità ed ha saputo insegnarmi un bel po' di cosette in fatto di stile letterario. Pennac è un traduttore di emozioni non convenzionale e, da quel poco che ho visto, anche una persona molto carina. Come si fa a non amare le persone carine E geniali?
8. Una cosa del tutto superflua che compreresti se avessi soldi da buttare dalla finestra.
Ma è ovvio! Una vagonata di abiti medievali! Pratici quanto girare con una tenda da circo in un negozio di vasi Ming e discreti come mettersi un dito nel naso su un palcoscenico, ma sono talmente belli!!!!
9. Hai la possibilità di avere una casa in qualunque posto tu voglia. Dove vai ad abitare e con chi?
foto di Alexandraco_illustration
Se potessi scegliere, vorrei una casa in montagna, a ridosso di un lago e con un bosco frusciante a circondarmi. Il luogo perfetto insomma. E sul chi, beh, con i miei gatti, naturalmente, e con lo spirito dei miei cani, che non concimano più questa terra con i loro adorabili culetti ma mi fanno ancora le feste nella mente.

10. Un alimento o bevanda del quale non potresti mai, per nessun motivo, fare a meno.

Mai dire mai, che non serve lo sai, diceva il piccione di Fievel. Che è un modo di dire che si può rinunciare a quasi tutto...diciamo che io amo mangiare, quindi tutto fa brodo, ma se dovessi scegliere un preferito, direi sicuramente il grana grattugiato a dosi più che generose sulla pasta. Immaginate un manto stradale sul mio piatto e vi farete un'idea!
11. Cos'è che ti fa ridere fino alle lacrime?
Lo humor nero di mia sorella. Vi assicuro che ha un dono che non ha ancora compreso del tutto!  

Ecco. Queste erano le risposte alle mie undici domande. Ed ecco i miei nominati, che anche quest'anno non sono 11 ma solo perché molti dei blog che seguo sono in inglese o non aggiornano da un po' il blog. Quindi, here we go: 

Antonella di Mybooksgarden : appena passata a wordpress, Antonella è la mia guru in fatto di letture. Non mi sono mai pentita di leggere un libro consigliato da lei! E le sue rubriche di chiacchiere sono a dir poco eccezionali!
Viola di Quasi adatta : ironica e tremendamente divertente. Un esempio? "Sto all'ultimo oreo come Zeno sta all'ultima sigaretta" 
Cristina, di Blog letterario semiserio: il suo stile fresco e vivace è ideale per queste giornate calde
Adele, di The Book Lawyer: spumeggiante come una bottiglia di champagne e con opinioni librose sempre fuori dal coro. 
Giusy, di  A girl of Winterfell: il suo blog si concede di spaziare un po' ovunque. Io adoro la sua rubrica sulle serie tv! 
Jennifer, di BTS of my Soul : adoro il suo blog, e spero che questa nomina possa stimolarla a riprendere in mano quel piccolo pezzetto di mondo che mi piace così tanto visitare!

A voi fanciulle, le mie domande, tutte accomunate dall'incredibile profondità e serietà che mi rappresenta:
1. Hai una serie tv che ti ha cambiato la vita?
2. se potessi scegliere il lavoro dei tuoi sogni - vero o immaginario - quale sarebbe?
3. Hai una parola che, per sonorità, ti piace particolarmente? Se sì, quale?
4. Qual è la canzone in cui ti senti più identificata al momento?
5. Meglio alti con una baguette per piede o nano da giardino con un piede da Cenerella?
6. Hai qualche passione incompresa dagli altri?
7. Penna e calamaio o computer e tastiera?
8. Perché hai scelto questo nome per il tuo blog? E' stato immediato o ci hai dovuto pensare?
9. Chi sei stata nella tua vita precedente?
10. Sei una persona creativa o non ti avvicineresti neanche ad una matita?
11. Domanda molto personale, quindi se vuoi puoi non rispondere. Quanto è importante la pasta nella tua vita?

Finito. Ho scritto come sempre più di quanto avrei dovuto e meno di quanto avrei voluto, quindi direi che lo possiamo considerare un pareggio, no? Un'ultima cosa prima di lasciarvi. Mi rivolgo di nuovo a te, Julia: mi farebbe davvero tanto, tanto piacere se avessi voglia di rispondere anche tu alle mie domande in un commento qui sotto. Che vuoi, sono una personcina maledettamente curiosa! 
Ed ora, alla biga! Mi aspettano delle comunicazioni da consegnare! 
Duille



domenica 23 luglio 2017

Telefilm addicted #14 - Genius, l'uomo dietro lo scienziato

Quando si pensa ad Einstein, solitamente vengono in mente due cose: la famosissima quanto incomprensibile formula della teoria della relatività e la maglietta in cui il buon Albert fa le linguacce al mondo, come direbbe Pennac.
Quando io penso ad Einstein, sono tre le cose che mi vengono in mente: la teoria della relatività (che sarà sempre ben oltre le mie possibilità di comprensione), la maglietta in cui Einstein esibisce le sue papille gustative e la serie Genius, della National Geographic. In realtà, avrei potuto limitarmi alla serie, perché questa da sola racchiude tutte le immagini precedentemente menzionate. Esclusa la maglietta. Marketing a parte, Genius è una serie che di geniale non ha solo protagonisti e nome: si tratta infatti di una serie antologica perfettamente costruita, in cui, stagione per stagione, si approfondisce la vita di un grande genio della storia e che ha esordito quest'anno con una corposa biografia sul genio della fisica di origini tedesche. Genius è una serie che fa dell'equilibrio e dell'onestà i suoi punto di forza: equilibrio tra la descrizione del personaggio Einstein e l'individuo Albert ed equilibrio tra la presentazione dei suoi punti di forza (l'intraprendenza, la curiosità quasi infantile, il  pacifismo granitico) ed i suoi punti deboli (l'egocentrismo, l'irremovibilità e la scarsa empatia nei confronti delle persone a lui vicine). E' proprio questo equilibrio che rende Genius una serie estremamente godibile, emotiva, coinvolgente e perfetta anche per i non addetti ai lavori, come la sottoscritta, che potranno godere delle dinamiche esistenziali del giovane (e vecchio) Albert e, nonostante tutto, entusiasmarsi delle intuizioni del grande fisico, furbamente costruite sotto forma di immagini mentali che invadono lo spazio creando scenari surrealisti ed evocativi. La serie è quindi costruita allo scopo di calzare come un guanto a tutti gli spettatori, in modo da essere il più divulgativa possibile e da strizzare l'occhio anche allo spettatore meno preparato. Genius, con un'imbastitura sapientemente costruita, saprà raccontarci la vita di Einstein in modo onesto, senza pregiudizi, idealizzazioni od opportuni mascheramenti volti a tutelarne l'immagine iconica. Ci verrà presentato l'uomo dietro lo scienziato e lo scienziato davanti all'uomo, lo ying e lo yang, il grande studioso della natura e l'individuo genuinamente confuso dagli altri esseri umani, il padre a dir poco distratto e il combattente irremovibile, il marito mancante e donnaiolo e l'amante aperto e privo di pregiudizi.
Ciò che emerge dalla narrazione come un fil rouge che spiega pregi e difetti di Einstein, è la sua profonda passione, che ne motiva tutti i movimenti, tanto nella vita quanto nella scienza. Einstein ama follemente tutto quello che avvicina, è affascinato dalle menti brillanti come dal movimento di un orologio, anche se non sempre riesce a comprendere tutto ciò di cui si innamora. Grazie ad una sceneggiatura perfettamente bilanciata e ad una regia studiata al millimetro, ci ritroveremo di fronte ad una narrazione pulita, lineare e chiara, che intreccerà sapientemente le più grandi scoperte di Einstein - quella teoria della relatività che inseguirà per tutta la vita e che sarà il suo unico vero amore - alla quotidianità, spesso motore delle sue più importanti intuizioni e delle sue più colossali disfatte. Da questo percorso, emergerà l'uomo Einstein, la sua personalità forte e risoluta, la sua autostima a volte ostacolante, la sua profonda passione per la vita, la sua smania di lasciare qualcosa di sé al mondo che è stato il suo successo e la sua rovina. Il tutto condito dalle musiche di Hans Zimmer e da un cast di attori di una bravura ineccepibile.  Alla fine, lasciare Einstein sarà difficile e doloroso, perché sarà come lasciare un vecchio amico di cui avete imparato a conoscere tutte le sfumature, profondamente umano, profondamente vulnerabile ed assolutamente indimenticabile.

Duille


lunedì 10 luglio 2017

La fine e l'inizio

La fine e l'inizio. Due parole che vengono sempre insieme e che definiscono una linea di confine netta, drastica, tra ciò che è improvvisamente diventato un "fu" e ciò che è gravido di un misterioso "sarà". E nel mezzo, nessun presente.
Solo il movimento di una pagina che si volta, e noi sull'orlo sottilissimo di quella carta, tentando di tenerci in equilibrio almeno il tempo necessario. Col fiato sospeso, come tutto il nostro essere, come il nostro destino. La fine spezza un presente finora esteso come la superficie dell'oceano, scoprendone i bordi scivolosi da cui siamo costretti a cadere, e inspiegabilmente condensa l'adesso in una manciata di parole già passate su un diario da riaprire tra qualche tempo, a data da destinarsi, magari in un momento di nostalgia per la gioventù che fu. Inspiegabilmente, la fine ci lancia nel passato. Senza che neanche ce ne fossimo accorti. In un battito di ciglia, siamo già nel ricordo. La fine ci riassume simbolicamente in un maglione vecchio improvvisamente infeltritosi e lasciato in un cassetto. Un'identità archiviata troppo presto e di cui resta lo strappo sulla pelle e una ruga in più sulla coda dell'occhio. Soprattutto, la fine trasforma il futuro di cui eravamo certi in un condizionale malinconico, dal sapore portoghese, che ci scruta dallo specchio in un riflesso sfocato del se fosse, del se fossi. L'inizio, invece, è l'incognita, è il buio di un sipario ancora calato, è il suono denso di attesa degli strumenti che si accordano, è il non ancora nato. E' l'inizio del resto della vita, ad un solo respiro di distanza. L'inizio fa paura perché non promette garanzie. Sarà un buon inizio? O un groviglio di cavi in cui ci perderemo, immobilizzandoci , stavolta, in un presente senza futuro? Resteremo inchiodati sul capolettera di quella nuova pagina fino alla prossima, inevitabile fine? O troveremo una nuova identità che ci completerà ed in cui intrecciare le antiche radici? L'inizio parte, si lancia, apre, impone una ricostruzione da capo, una levigatura per entrare nei nuovi confini, un battito accordato alla nuova melodia e lo sguardo riposizionato alla giusta altezza. La fine conclude, estingue, archivia, saluta una parte di vita e una parte di sé, spinge ad una rincorsa all'indietro, tentando di afferrare quell'ultimo alito di fumo, indugiando sulla porta, ancora un istante, solo per dare un ultimo sguardo a ciò che pensavamo ci sarebbe appartenuto per sempre e che ora già si annacqua come un bel paesaggio visto da una finestra piovosa.  La fine ci svuota e l'inizio ci riempie, anche se non so bene di cosa. La fine ci abbandona e l'inizio ci accoglie, anche se non so bene come. La fine è lo ieri e l'inizio il domani. In fondo, l'inizio ha sempre una fine e ogni fine ha un inizio. La fine, in realtà, sfuma nell'inizio, come la spiaggia sfuma nel mare. La fine, quindi, è l'inizio.

Duille






domenica 2 luglio 2017

Capitolo 20: I Fratelli Karamazov

Affrontare un classico della letteratura non è mai un'impresa facile, perché ti espone alla domande che notoriamente funge da spartiacque tra la categoria degli intenditori e quella dei lettori da ombrelloni: Mi piacerà?
Una domanda che si gonfia come Violetta dopo aver mangiato il chewing-gum sperimentale nella fabbrica di Willy Wonka, quando si parla di CLASSICI RUSSI. I veri mostri sacri della letteratura, famosi per essere lunghi come le attese sulla Salerno-Reggio Calabria, ostici come cercare di aprire una cozza cruda con le dita e dallo spropositato numero di personaggi dai nomi impronunciabili, capaci di far impallidire anche i Malavoglia vergani. Per questo motivo me ne sono sempre tenuta religiosamente alla larga. Ho coltivato una immacolata, verginale ignoranza, una sorta di timore reverenziale davanti a questi tomi alti come giganteschi mattoncini Lego. Poi, di colpo, la decisione. Dopo aver letto la recensione della fantavolosa Antonella (link al suo blog QUI), e aver bevuto un Crodino di incoraggiamento, mi sono avvicinata al grande tra i grandi, colui di cui, per scrivere il nome, ho dovuto leggere il riferimento sul volume almeno due volte: Fedor Dostojevskij. Non solo. In un atto di totale follia e sprezzo del pericolo, ho scelto uno dei suoi romanzi più corposi: I Fratelli Karamazov. Che volete, sono una che non ha paura del brivido. Ora, è inutile che mi metta ad analizzare seriamente questo libro, perché, primo,  lo ripeto, la mia ignoranza in materia è vasta come una galassia siderale e, secondo, perché è un classico dei classici. Sarebbe come tentare di recensire Shakespeare. Io non ci riuscirei. E comunque, per una ottima analisi del romanzo, vi rimando a colei da cui tutto è iniziato (galeotto fu il blog e chi lo scrisse). Penso quindi sia più sensato raccontare, per i posteri, il mio battesimo del fuoco con la narrativa russa, che ha impegnato due mesi della mia vita e una sacchetta dedicata, causa rischio di sfondamento della borsa d'ordinanza. Ritornata a casa dopo aver ritirato la mia copia in biblioteca, mi sono concessa un momento di analisi squisitamente scientifica, ho cioè studiato il volume come avrebbe fatto Arale con la cacca rosa.
Davanti a me avevo l'imponenza di 912 pagine, tutte scritte in un carattere così piccolo che avrebbe potuto mettere a suo agio solo un batterio, e stampate su quella che chiaramente era l'anello di congiunzione tra la velina e la carta. Per maneggiare questo libro ci è voluta la delicatezza del chirurgo che ricuce una vena, soprattutto dato che si trattava pure di un libro del 1968, quindi con parecchi anni di servizio alle spalle. Lo ammetto, qualche pagina girata con un filo di foga in più ha subito una piccola microlacerazione, sempre però accompagnata da un mio sussulto colpevole. La seconda cosa che ho deciso di fare, una volta aperto il volume, è stato documentarmi. Traduzione, mi sono sciroppata l'introduzione di 32 pagine, anche lei scritta in Arial -12, che ripercorreva vita, opere e miracoli del buon Fedor. Così ho scoperto che, come tanti autori, anche Dostojevskij, è stato un uomo baciato dalla sfiga cosmica ma profondamente buono (il che dimostra che, se Dio esiste, ha uno strano senso dell'umorismo) e che ha incentrato tutta la sua carriera letteraria su questioni teologico-spirituali. Ottimo. Altro argomento di cui sono digiuna. Quanto possiamo ampliare ancora l'abisso della mia ignoranza? In effetti ne I Fratelli Karamazov è dato ampio, ampissimo, oceanico spazio a riflessioni di questo genere, nelle sue più variegate angolazioni, declinazioni, posizioni, incarnazioni ed ogni altra -zioni che possa venire in mente. Nello scorrere le infinite pagine di questo romanzo/manifesto teologico-spirituale di Dostojevskij, l'autore mi ha insegnato due cose:
1- la PAZIENZA: la trama principale (il rapporto conflittuale tra i fratelli Karamazov e il padre e la morte di questi ultimi per omicidio) è spesso diluita come un caffè americano in lunghi dialoghi, monologhi, pensieri e allucinazioni sul senso della Cristianità. Per centinaia e centinaia di pagine. E qui si arriva al secondo insegnamento:
2- la mia totale IMPERMEABILITA' AI TEMI SPIRITUALI. Una scoperta che avevo già intuito leggendo i Promessi Sposi (ricordo ancora la mia indignazione alla Sgarbi davanti alla conversione dell'Innominato) e confermata in questa nuova messa alla prova. Lo ammetto: sono temi che mi rendono insofferente come un gatto in automobile, non ne colgo il senso né l'utilità. Il concetto di Bene e Male, poi, è per me troppo semplicistico, complice forse anche una irreversibile deformazione professionale che mi porta ad avere una visione prettamente psicologica sulla realtà, anche fittizia.
Ciò nonostante, il buon Dostojevskij ha saputo rendersi onore anche ai miei occhi profani: la psicologia dei personaggi è impeccabile, la loro funzione simbolica è evidente ma non superficiale, i dialoghi delle comparse sono eccezionali e la tensione emotiva che impregna il libro è tangibile ed elettrica. Ma più di tutto, la grandezza di Dostojevskij è esaltata dallo stile narrativo: un narratore che sembra inizialmente onniscente, quasi alla Jane Austen, ma che poi abbandona la sua visione dall'alto per seguire, come una cinepresa, il percorso ora dell'uno, ora dell'altro fratello, dandoci una visione quasi cinematografica che mi ricorda i capolavori del lungometraggio come Birdman. Una narrazione che non smette di sorprendere neanche sul finale, quando si incarna nel testimone anonimo tra la folla.
In definitiva però, sto evitando la domanda tanto temuta di cui parlavo all'inizio: mi è piaciuto? Mi prenderò la responsabilità di tutte quelle anime che segretamente la pensano come me e vi dirò la verità: non mi ha elettrizzato, per i motivi di cui ho accennato prima. Questo non toglie che, per quanto i gusti siano personali e da rispettare in quanto tali, un buon lettore saprà riconoscere in questo autore una enorme padronanza del mezzo, uno stile originale ed avanguardistico e un profondo studio della psicologia umana. Ed io credo di essermi guadagnata il titolo di buona lettrice, anche se aspetterò un po' prima di fare altre due chiacchiere con lo zio Fedor.    
Duille

"Il suo viso esprimeva una estrema arroganza e, al tempo stesso, cosa strana, una evidente codardia. Egli somigliava ad un uomo che si fosse assoggettao e avesse sofferto a lungo, e fosse ora balzato in piedi ad un tratto col desiderio di farsi valere. O, meglio ancora, a un uomo che vorrebbe picchiarvi, ma, al tempo stesso, ha una terribile paura di essere picchiato da voi". (p.264)


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