sabato 28 giugno 2014

Con gli occhi di Amelie

Quante volte, guardando Il favoloso Mondo di Amelie, ci siamo identificate nella problematicamente splendida protagonista? Quante volte, dopo esserci immersi nella sua favola, ci siamo fermate a fissare il vuoto con occhi trasognati, guardando il mondo con le sue lenti, immaginando di galleggiare sulla terra, con il naso per aria e gli occhi puntati sulle cose, come fari collegati direttamente alla nostra fantasia, piccoli oblò che trasformano il mondo reale in meravigliose creazioni della mente, tanto belle proprio perchè improbabili?  Quante volte abbiamo immaginato una voce fuori campo che commentava con voce suadente ciò che stavamo pensando? E quante volte ci siamo sorprese di scoprirci così simili ad Amelie, lei, così attenta ai dettagli, così sensoriale, che trae gioia dalle piccole cose, lei, giovane sognatrice instancabile?


Sapete, credo che questo sia assolutamente uno dei pregi maggiori di questo film: mostrare la realtà dall'interno, attraverso la mente di una persona, come se fossimo seduti dentro la sua testa, in una stanza di velluto rosso, davanti ad una grande finestra che ci mostra il mondo che sboccia e la realtà che diventa reale, per la prima volta. E' un film che parla delle piccole cose, che diventano grandi e meravigliose perchè sono nostre, perchè siamo noi a renderle speciali. E quando guardiamo le persone dall'interno, non le vediamo forse per le loro piccole caratteristiche, per le loro minuziosità, per i loro piccoli interessi? In fondo, non è questo che le rende speciali ai nostri occhi? Il loro aspetto non ci dice davvero chi sono, ed è per questo che, nel presentare i personaggi che popolano la vita di Amelie, ci vengono descritte tutte le piccole cose che amano, o che detestano, senza fare troppa attenzione alla forma, ma andando direttamente al cuore.
"Coltiva un gusto particolare per i piccoli piaceri: tuffare la mano in un sacco di legumi, rompere la crosta della creme brulee con la punta del cucchiaino e far rimbalzare i sassi sul canale Saint-Martin". 
Ed è così che, tornando a casa, mi sono trovata con il naso per aria, lo sguardo perso nel vuoto e i piedi che galleggiavano ad un palmo da terra, a chiedermi:

.....Cosa piace a Duille? .....

A Duille piace...

...il suono della pioggia che tamburella sul parabrezza dell'auto ferma (le da' l'idea di essere sott'acqua)
...camminare con il vento che le inonda il viso, scompigliandole allegramente i capelli
...schiacciare le foglie secche per sentirne il frizzante scricchiolio
...rigirare in bocca una parola dal suono particolare, sussurrandola piano, per dare voce a tutte le consonanti
...riconoscere tutti gli strumenti musicali presenti in una melodia, giocare a trovarli, seguirli e perderli solo per ritrovarli di nuovo
...raggomitolarsi sulla sedia, come un gatto
...andare sull'altalena
...guardare gli alberi e immaginare tutte le cose che potrebbero aver visto nella loro secolare vita
...cercare ogni giorno un dettaglio nuovo nelle strade che percorre abitualmente
...il profumo dell'aglio sulle dita
...bere il latte nella sua tazza preferita
...guardare gli oggetti del suo passato e lasciare che i ricordi riaffiorino, come se fossero custoditi in quelle piccole cose
...essere ancora sveglia mentre i suoi pensieri scivolano lentamente nel sogno, diventando bizzarri e irreali
...tagliare l'insalata con il coltello, sentendosi una grande chef
...far rimbalzare l'acqua che scroscia dalla doccia sui palmi delle mani, così da formare piccole sfere acquose

E a voi, cosa piace? Cosa vi rende speciali, unici ed inimitabilmente umani? Cercatelo dentro di voi, coltivatelo come un germoglio e mostratelo, mostratelo il più possibile, per toccare il cuore di chi ancora non vede ciò che invece voi vedete.

Duille



venerdì 20 giugno 2014

Telefilm addicted #2 : change is in the air!

Recentemente fioccano serie sulla disabilità e sulle malattie. Qualche esempio? Perception, una serie poliziesca che ruota intorno alla figura di Daniel Pierce, eccentrico neuroscienziato affetto da schizofrenia, o il recentissimo Chasing Life (di cui ho visto appena due puntate, quindi è ancora in prova), che invece ci racconta come la giovane April affronta la scoperta di avere un cancro. Ma non sono solo le serie drammatiche ad essere investite da questa ondata di rinnovamento. Anche le comedies ci mettono del loro, con lo stupendo Growing up Fisher, moderna family sit-com in cui Mel, padre di famiglia e divorziato, è cieco dalla nascita, o il più conosciuto Michael J. Fox show, creato appositamente sulla figura dell'attore (di cui ho avuto una cotta da quando faceva ritorno al futuro!) e sul suo morbo di Parkinson. Adesso, la domanda che mi pongo è: il mercato è saturo e quindi ci si lancia in trovate commerciali nuove e che possano interessare il pubblico (un po' come Will e Grace fu per il mondo dei gay) oppure c'è un vero desiderio di includere nelle serie tv qualcosa di più reale e spesso spinoso? Il mio lato più cinico (o forse più realistico) propende per la prima ipotesi, ma sapete che vi dico? Alla fine non mi interessa poi tanto il motivo che muove queste scelte, ma le sue conseguenze benefiche. Se devo dire la mia, sono entusiasta di trovare finalmente un po' di realtà nelle serie tv. Certo, non è che le serie non siano mai state popolate da persone disabili: in "Ultime dal cielo" la co-protagonista era una cieca e perfino nel logorroico Dawson's Creek si trattava il tema dell'infermità mentale. Però non sono mai stati il cuore di una serie, e mai come adesso gli sceneggiatori sembrano desiderare mettere le mani in pasta e mettersi alla prova con queste realtà spesso oggetto di tabù, perchè troppo dolorose da trattare o troppo serie da ridicolizzare in una sit-com.


A mio avviso, invece, è importante includere queste realtà nel mondo della serialità, talvolta ridicolizzandole bonariamente, proprio per normalizzarle, introdurle nella nostra quotidianità, e smetterla una buona volta di crederle rarità da trattare con i guanti o, peggio, con paura. Queste serie ci mostrano l'ovvio, cioè che anche i ciechi, i parkinsoniani e gli schizofrenici sono persone come noi, con emozioni, caratteracci e sogni nel cassetto. Ma si sa, a volte c'è davvero bisogno che qualcuno ci sbatta davanti agli occhi le banalità, perchè spesso le perdiamo di vista. E dato che non tutti abbiamo a portata di mano un cieco da osservare nel suo habitat naturale, direi che queste serie sono una buona alternativa allo stalking selvaggio!!! Si tratta di telefilm che smontano pregiudizi, svelano la persona dietro la disabilità, sfatando falsi miti e ridicole idee che spesso affollano la mente di noi piccoli ignorantelli. Perchè la sindrome di Down non annovera tra i suoi sintomi la bontà a tutti i costi, così come la schizofrenia non coincide con la follia senza senso e violenta che ci immaginiamo sempre. Questi telefilm assolvono la loro funzione più alta: raccontare storie e, facendolo, inviare un messaggio, forte e chiaro. Mai giudicare un libro dalla copertina. Mai pensare che una parte definisca il tutto. Mai credere che il diverso nell'aspetto, o nella mente, sia anche necessariamente alieno. Intrattenere insegnando, sfruttando la forza benefica della loro longevità, che ci permette di scoprire i personaggi lentamente, un passo alla volta, facendoci affezionare, fino a considerarli parte della famiglia, con tutte le emozioni contrastanti che solo un parente riesce a darci. E questo, signori, è il motivo per cui amo le serie tv!

Duille

Si, sono una fan di Gilmore Girls...non giudicatemi! ;) 

venerdì 13 giugno 2014

Da un'altra angolazione: piccoli momenti di felicità

Stavo riflettendo un po' in questi giorni, leggendo e rileggendo gli ultimi post, e mi sono accorta di aver parlato solo di un aspetto dell'ansia sociale, quello negativo. Certo, l'ansia è una gran seccatura, a volte addirittura un dolore fortissimo: una gabbia che schiaccia il cuore e lega le braccia. Però ho imparato che in tutte le cose esiste anche il rovescio della medaglia. Non crediate che non esista. Semplicemente, bisogna capire da quale angolazione guardare. E anche la nostra gabbietta mangia-respiri ci insegna qualcosa. Ma ce lo sussurra così sottovoce che spesso non lo sentiamo, soffocato dal battito furioso del nostro cuore che cerca di uscire da quelle grate troppo strette. Cosa mi ha insegnato l'ansia sociale? Tante cose, e non le ho ancora scoperte tutte. Sto ancora ascoltando, tra un battito e il successivo. Il primo grande insegnamento che ho ricevuto è stato quello di apprezzare le piccole bellezze della vita. Noi ansiosi sociali non ci concediamo tanto, ma sappiamo guardare bene e trovare tesori nascosti che ai più passano inosservati. Ci riempiamo gli occhi del bello del mondo, nella sua semplicità. Sappiamo far parlare i sensi, li facciamo cantare ed esplodere dentro di noi di mille colori. Per la maggior parte del tempo sopravviviamo, schivando i colpi, ma sappiamo trovare momenti in cui essere completamente vivi, totalmente presenti. Un esempio? Il breve tragitto dall'autobus a casa.
Ho imparato a vivere ogni istante intensamente, per quanto banale: ogni passo davanti all'altro, ogni ciottolo che sfiora il mio sguardo, ogni fruscio di foglia, ogni profumo speziato che proviene dalle case. 


Adoro soprattutto quelle giornate ventose di primavera, in cui si formano mulinelli di petali, in cui c’è quel buonissimo odore di erba appena tagliata che ti stuzzica il naso, e il sole fa capolino tra le nuvole. E quanto è elettrizzante essere sorpresa da una raffica di vento, di quelle potenti, che ti scompigliano tutti i capelli, che ti attraversa come una scarica di energia vitale e ti fa venire voglia di volare via con quella forza invisibile ma fortissima? Quella elettricità mi corre dentro tutto il corpo, fino alle gambe, che chiedono di correre libere, di sentire ancora quella brezza, di essere genuinamente felici nel fare ciò per cui sono nate. Ogni volta le vorrei accontentare, ma il mio procione mi dice “No, sembreresti ridicola! Vuoi che tutti ti guardino?” E allora mi limito a scrollare le spalle, con accondiscendenza, come una madre con un bambino monello, e lascio che l’energia risalga dalle gambe fino al mio viso e mi illumini di spazi infiniti, ed esca attraverso il sorriso, grande radura della mia felicità, che neanche la mia gabbia può contenere. E mi dico: “un giorno volerete, mie care gambe, ma per ora camminate, sentite il peso del corpo sopra di voi e l’asfalto sotto di voi, e l’aria che vi accarezza accanto, facendovi venire la pelle d’oca, e il calore che vi bacia su ogni centimetro di pelle.” E in quei momenti, il mio corpo e la mia mente accettano di essere in armonia, si parlano come due vecchi amici seduti davanti ad un caffè, ed è allora che mi sento completa, intera, unita. Mi lascio trasportare dalla musica nelle cuffie e

mi godo il momento. 

Anche nel peggiore dei momenti, quindi, ci sarà sempre spazio per un attimo di felicità, da custodire gelosamente, come un piccolo cerchio di luce tra le mani. Cercarlo è ciò che ci permette di vivere, anche quando non ce lo consentiamo. Trovarlo, ci permette di essere liberi, anche se solo per un attimo. E questo è l'insegnamento più grande che ci può dare l'ansia sociale: la felicità è in ogni cosa, basta solo avere occhi per guardarla.

Duille

sabato 7 giugno 2014

Si può rinunciare alla rinuncia?

Oggi volevo parlarvi della rinuncia, altro grande totem dell'ansia sociale. Però mi risulterà difficile farlo in modo chiaro e leggero come al solito, perché sono un tantinello incazzata! Recentemente mi è successa una cosa molto bella che però mi ha mandata talmente in crisi da costringermi a rinunciarvi, con tutto il pachidermico strascico di rimpianti e rimuginii che la cosa comporta. Ho pensato che, proprio in virtù di questa ennesima rinuncia personale, fosse il momento giusto per condividere questo nuovo tassello del puzzle, ma è praticamente impossibile senza che mi salga un'ira da bollitore che sta per esplodere! Insomma, dopo 5 anni di terapia sono ancora qui a scrivere di rinunce personali, di un ennesimo "postponi" alla mia vita. 
MA CHE CAVOLO! 
Ma perchè devo sempre rinunciare a tutto? Perché noi ansiose dobbiamo essere piagate da questa dipendenza dalla rinuncia? Rinunciamo a prendere un libro in biblioteca, a fare una telefonata, a dire una cosa spontaneamente, ad entrare in un negozio, a parlare con il ragazzo che ci piace. E il tutto è condito da una marea di patetiche e plasticose scuse che ci facciamo andare bene perchè non abbiamo neanche la decenza di inventarcene una buona, di scusa, se proprio non ce la sentiamo di dirci la verità. Che poi, la verità la sappiamo perfettamente, ci ostiniamo a nasconderci dietro ad un dito, ma chi vogliamo prendere in giro? Lo sappiamo che è quel maledetto mostriciattolo fifone che ci congela sull'uscio, ci blocca le parole in gola e ci rende tappezzeria di fronte alle persone. 
Ma facciamo comunque finta che ci sia una valida motivazione per non essere spontanee, in virtù della prudenza, del rispetto per l'altro, dello scarso tempo, o di qualsiasi altra cosa che ci venga in mente, anche se è la solita zuppa riscaldata. Queste scuse sono come quelle tristi gallette di riso soffiato che sembrano fatte di polistirolo e che mangiano solo le donne perennemente a dieta. Sono finte, come queste stitiche scuse che tappano malamente il disagio ed il dolore per aver rinunciato per l'ennesima volta. Perché, comunque, al dolore non si scappa! 

Alla rinuncia segue sempre il RIMPIANTO, altra grande amica delle ansiose come la sottoscritta. E più è importante la cosa a cui hai rinunciato, più la rimpiangerai dopo. Da qui, la mia incazzatura di stasera. Non rimpiangiamo solo ciò che abbiamo perduto, ma anche tutte quelle cose a cui abbiamo rinunciato prima di lei. Le vediamo sfilare come tante modelle lungo il red carpet del nostro fallimento, avvilendoci sempre di più e spaventandoci all'idea che la fila aumenterà, fino a quando non basterà il nostro triliardo di neuroni per ricordarle tutte. Ci guardiamo indietro, e vediamo tutte le occasioni perse, il tempo buttato dietro a paure che ci hanno impedito di vivere, e, guardando avanti, vediamo esattamente la stessa cosa. Siamo bloccate in un eterno presente, come le mosche giurassiche rimaste invischiate nell'ambra.
E, mentre prendiamo atto della nostra condizione di dolore (come se fosse la prima volta), arriva la stoccata finale: IL RIMPROVERO
Guardiamo tutte quelle belle occasioni sprecate, il procione si sveglia dal suo letargo alla Verdun ("è la clessidra della sua faccia, quel sorriso. Pian piano si restringe, gli angoli della bocca si avvicinano e quando le labbra rosa saranno solo un pugno serrato, il trombettiere suonerà la sveglia delle truppe riposate") e ci rimprovera per la nostra inettitudine: "dov'è la tua spina dorsale? L'hai lasciata nel cassetto delle calze? E un po' di autostima, santo cielo! Davvero era così impossibile andare in biblioteca a prendere il libro che ti piaceva tanto? (Ci terrei a precisare che è la stessa mente che poi te la fa fare addosso quando ti sfiora anche solo l'idea di andare in biblioteca). Guarda, fai prima a fare le carte per diventare monaca di clausura! Ah, giusto, neanche quello sapresti fare!" E a questo punto passa ad analizzare nel dettaglio la tua ultima rinuncia.

Quindi, per ricapitolare, nell'ansia sociale vige la regola delle 3 R: 

1) RINUNCIA
  2) RIMPIANTO
     3) RIMPROVERO

Nostre care compagne di viaggio in ogni momento della giornata e spesso anche della notte, come il procione incazzato, ci ricordano sempre quanto sia complicato essere noi, e come ogni piccolo successo debba essere assaporato proprio perchè sarà l'eccezione che conferma la regola. 
Ma non voglio essere del tutto disfattista, voglio anche darvi un po' di speranza: con il tempo, e tanta tanta (l'ho già detta tanta?) tanta terapia, riusciremo a ridurre quella fila di sfighe che ci autoinfliggiamo, e faremo cose che non avremmo mai creduto possibile fare, senza rinunciarvi, ma dovremo anche affrontare nuove sfide, più difficili, più complicate e più impegnative, che ci manderanno in crisi e ci porteranno a rinunciare. Però esiste sempre il rovescio della medaglia, e se c'è una cosa che non ci manca è la perseveranza e la capacità di vedere il lato positivo anche nei momenti bui. Anche quando ci staremo prendendo a randellate sui denti, da brave masochiste, ricordiamo che passerà, che ne usciremo più forti e che, alla fine, ce la faremo anche noi!



Duille


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