sabato 25 aprile 2015

Oggi libera grazie a voi.

Oggi mi alzo e, aprendo la finestra, vedo il mio quartiere indaffarato, con il profumo del pane appena sfornato, i bambini che giocano nei cortili ed i panni pigri che ondeggiano appesi ai balconi. Oggi mi piego e prendo dalla libreria la mia copia del "Manifesto del Partito Comunista", lettura datami a scuola durante l'ultimo anno di liceo. Oggi indosso la maglia di Che Guevara perché ci credo, perché mi piace o semplicemente perché va di moda. Oggi ballo sulle note di Bella Ciao, e grido i suoi canti e batto le mani a tempo di musica. Oggi gioco con un bambino con Sindrome di Down, immaginando di essere due aviatori in un aereo fatto di cartone. Oggi mi intenerisco guardando una coppia lesbica che passeggia mano nella mano lungo i Navigli di Milano, perché sono belle illuminate dal lampione dell'amore. Oggi saluto i miei cari sapendo che ci ritroveremo a cena intorno alla stessa tavola. Oggi le mie paure sono scelte da me e nessuno può impormele. 
Oggi scendo in strada e cammino fiera, sulle strade difese dai giovani di ieri, accompagnata passo passo dai fantasmi della giovinezza strappata via a tutti, ai vivi e ai morti. Oggi poso un fiore, una pietra e un bacio su tutte le tombe dei fratelli e delle sorelle, dei figli e dei genitori che hanno imbracciato un fucile per lasciarmi oggi libera di leggere Pablo Neruda, di indossare il rosso fuoco della passione, di innamorarmi di chi desidero, di essere chi voglio essere, di scegliere senza costrizioni. Il coraggio non si insegna, ma si può ricordare, e si può ricordare l'orrore, il rimpianto, le scelte difficili che ci vengono risparmiate oggi, perché qualcun altro si è sacrificato per noi affinché i nostri occhi fossero limpidi e non offuscati dal fuoco, dalla morte, dal rumore sordo delle ossa che si spezzavano, dai colpi di pistola che sgretolavano crani, dal suono lugubre dell'ultimo respiro esalato da un compagno. Sconosciuti hanno lottato per noi affinché non dovessimo mai sapere cosa significa dimenticare come si sorride. Affinché potessimo annoiarci della monotonia della vita. Affinché fossimo liberi. Ed io sono sicuramente una di quelle fortunate che non ha dovuto scegliere se vivere o morire, e nel vivere, come vivere. Sono una di quelle anime che hanno la fortuna di poter dimenticare di essere libere, che possono scegliere quale musica ascoltare, quali libri leggere,quali persone frequentare, quali opinioni accogliere. E che non deve avere paura delle proprie idee. Sono una di quelle fortunate che non si stupisce di fronte ai libri di scuola che raccontano la verità, che guarda ormai dalla pagina successiva i luoghi che hanno fatto la Storia. Sono anche una delle poche che non ha avuto l'occasione di sentire i propri nonni parlare della guerra, perché la vita se li è portati dall'altro lato del mondo, lontano da quelle serate invernali di chiacchiere e memorie con i nipoti. E così mi sono costruita la mia quota di memoria, i miei racconti partigiani, attraverso i documentari, le memorie storiche e soprattutto, la musica. Il mio primo incontro partigiano, l'ho avuto grazie ai Modena City Ramblers, grazie a un Bella Ciao cantata sul palco del primo maggio di fronte ad una ragazzina estasiata davanti al televisore. 
Un gruppo che ha sempre lottato, tramite le sue canzoni, per il rispetto di diritti che questi nonni, questi compagni di giovinezza passata, hanno strappato palmo a palmo, pugno a pugno, vita a vita, a coloro che volevano imporre un solo modo di esistere. Ma le lacrime, quelle vere, sono arrivate con "Appunti Partigiani", un album interamente dedicato a questo periodo che troppo spesso si ricorda superficialmente, ma che in realtà si tende ad obliare. Perché fa male sentir parlare di stupri, violenze, esecuzioni sommarie, torture e fosse comuni. Spacca il corpo sapere che quelle gioventù sono a un passo dal nostro presente, intrappolate in una foto in bianco e nero come in un incantesimo crudele. Dilania l'anima sapere che quei vecchi, che oggi siedono sulle loro seggioline, fragili e anche un po' dimenticati, sono stati nostri coetanei che hanno dovuto uccidere per un ideale, sacrificare altri esseri umani e sporcarsi le mani di sangue per un futuro che noi ora diamo fin troppo per scontato. Schiaccia il cuore sapere che nel fondo di quegli occhi ci guarda un fratello della nostra stessa età, fucile in braccio come noi ora imbracciamo i nostri libri, elmetto in testa come noi ora indossiamo i nostri cappelli di lana, pelle coperta di terra come la crema che oggi idrata i nostri visi, gli stomaci vuoti come ora i nostri tavoli dopo la colazione. E lascia gonfi di lacrime immaginare chi avremmo potuto incontrare oggi lungo quelle strade se anche coloro che sono caduti fossero stati risparmiati. Quali storie, quali amori, quali amicizie, quali vite si sarebbero intrecciate con le nostre e mai lo faranno? La storia di ieri influenza ancora la storia di oggi, popolando il mondo di spettri di possibilità mancate, di futuri sprangati per sempre, di esistenze mai partite, accanto a coloro che non hanno fatto in tempo a vedere la liberazione dall'oppressore. Ma "Appunti partigiani" non ci nega niente, non ci nega l'orrore, non ci nega la lotta, non ci nega i ricordi, non ci nega le lacrime. Ed io piango, piango profondamente mentre ascolto queste voci, mentre mi riempio di gratitudine, mentre mi inondo di dolore e compassione. E conto ogni lacrima che scende lungo la mia guancia: uno, due, tre, quattro. Ed ogni lacrima è per un nome che non conosco, per un volto mai visto, per una storia mai udita. Ogni lacrima è dedicata ad ogni uomo, donna, bambino che ha lottato per me, figlia inconsapevole della rivoluzione, per un'anima ancora non nata ma già pensata, per una sorella di un popolo che mi ha abbracciata quando ancora non ero che vento tra gli alberi, per essere stata protetta quando ancora non ero altro che luce solare. La nostra è una generazione nata amata, come se in fondo fossimo tutti fratelli. E di fronte a tanta generosità, mi accorgo che le lacrime non bastano, le rughe sulla fronte non sono sufficienti, le strette al cuore non ripagano, le orecchie tese non sono nulla. 

Forse, allora, devo provare a sorridere
e sorridendo sussurrare la parola più importante: Grazie.  

Duille




"Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere" (Bertold Brecht)

sabato 18 aprile 2015

La più grande rivoluzione della vita.

Quando ero piccola non capivo tante cose. Non capivo perché il cielo fosse blu, né perché le farfalle morissero se le toccavo. Non capivo perché i conigli avessero paura di me e di certo non capivo tutte quelle difficili cose da grandi che mi circondavano. A scuola non capivo bene perché dovessi riempire tutte quelle pagine di bastoncini del gelato, e poi di pancette, righette storte e circolini sopra quei paletti. Credo che a nessuno di noi sia mai stato raccontato che grande, incredibile rivoluzione stessimo facendo mentre riempivamo quelle pagine di stanghette e cerchietti. 
Mi piacerebbe tornare indietro nel tempo ed incontrare la piccola Duille, intenta a faticare su tutte quelle aste e letterine difficili da tenere insieme sullo stesso rigo. Mi piegherei alla sua altezza, la guarderei negli occhi e le direi: "Duille, tu non sai che incredibile avventura ti aspetta in compagnia di tutte quelle righe che adesso fatichi a trattenere sulla pagina. I più bei viaggi della tua vita li farai con loro, i più meravigliosi mondi li vedrai grazie a loro e gli amori più profondi li avrai per manciate di segni su quelle pagine che adesso riempi di righe. Piangerai le più struggenti lacrime su quelle parole e leggendo quelle strane coreografie di righe, ti si gonfierà il cuore della più travolgente passione e della più pura indignazione. Quella che stai facendo, bimba mia, è la rivoluzione della tua vita, la più grande rivoluzione, la rivoluzione massima. Dopo questo momento, nulla sarà più come prima." Forse non avrei capito niente neanche allora, probabilmente avrei pensato di star parlando con una pazza e quasi certamente sarei scappata dalla mamma perché "non si parla con gli sconosciuti", e io sono sempre stata un bimba che dava retta alla sua mamma! Però sarebbe stata comunque una grande verità. Imparare a leggere in effetti è la più grande rivoluzione della nostra vita, quella che cambia il modo di vedere il mondo, che plasma le nostre fantasie e ci insegna che per volare non si deve per forza avere le ali. Da quando ho imparato questa arte, non sono più riuscita a smettere di accumulare storie, riempire scaffali di libri fino a scoppiare, al punto da non sapere più dove ficcarli. Mi sono lasciata ispirare dalle vite raccontate in quelle pagine ed ho viaggiato in luoghi che non sapevo neanche esistessero e che mai esisteranno sulla nostra terra. Ogni libro è un passaggio dimensionale per un'altra realtà, come se avessimo a portata di mano uno stargate portatile o una certa cabina della polizia blu elettrico in tasca. 
I libri sono teletrasporti, sono formule magiche che ci fanno uscire dal nostro corpo, sono Peter Pan che ci guidano verso l'isola che non c'è. Ogni copertina è una porta che, una volta aperta, ci trascina in un turbinio di eventi che, pur non avendo nulla a che fare con noi, ci parla in un linguaggio che colpisce nel segno. Viviamo quelle vite come fantasmi o angeli custodi, al bordo delle strade che percorrono, dialoghiamo con le anime che incontriamo, creiamo legami e amicizie con i personaggi e di tanto in tanto torniamo a trovarli per ricordare il passato che abbiamo condiviso. Dicono che un libro sia un buon amico, ma io credo che sia molto di più di questo. I libri sono mondi, sono porte dimensionali, sono tappeti magici, sono soffitte calde e piene di cuscini in cui rifugiarsi, sono la nostra casetta sull'albero o la tenda indiana fatta con lenzuola vecchie e un tavolo. Sono saggi a cui chiedere consiglio, sono fazzoletti che asciugano le lacrime quando si soffre, sono abbracci caldi quando ci si sente soli. Sono coperte contro il freddo, sono amici che distraggono quando si è agitati, sono il beccuccio di sfiato della teiera del nostro cuore quando questa è ormai arrivata al bollore. Leggere cambia la vita, arricchisce di esistenze e di ricordi, e fa sì che ogni passo che calchiamo sulla terra sia anche il passo di tutte le Jane Eyre, Benjamin Malausséne, Harry Potter, Jo March, Frodo Baggins, Elizabeth Bennet, Winston Smith che abbiamo incontrato nella nostra strada. Siamo una vita composta di mille altre vite che si sono fuse in noi, regalandoci un pezzetto di loro a nostra scelta, quei frammenti che ci calzano meglio, che si incastrano alla perfezione nel nostro mosaico di colori. Diventiamo poliedrici, stanze affollate di persone, arche di Noè stracolme di voci, mischie uniche di storie che ci hanno toccato e ispirato. Siamo reduci di battaglie che ci hanno lasciato cicatrici profonde, siamo bocche allargate dalle risate sulla riva di un prato, siamo ribelli che hanno lottato contro il male del mondo, siamo adolescenti che hanno scoperto il primo amore almeno un milione di volte. Siamo questo e molto altro, nascosto nelle pieghe intorno agli angoli delle labbra, nelle rughe che partono a raggio dalla coda degli occhi, nelle onde di rabbia sulla fronte. 

Leggere un libro è come fare un viaggio fuori e dentro di sé, ci fa uscire da noi ed essere altro per un momento, ma ci tuffa anche nel mare del nostro essere, lì, proprio al centro del corpo, nella pancia, per farci sentire tutto. Ogni storia letta ci rende più consapevoli di noi stessi, ci fa conoscere l'intera gamma delle emozioni, ogni volta con una leggera sfumatura nuova, fino a diventare oceani di tempere a cui ogni tanto si aggiunge una nuova cascata. Ma i libri sono anche creature che sfidano, che ci mettono alla prova. I libri testano la nostra resistenza, la nostra tenuta, ci chiedono di spingere sempre più in là i nostri limiti, ci chiedono di non avere paura di emozionarci e di sentire. Ci sfidano a piangere tutte le nostre lacrime, a ridere fino a farci venire male allo stomaco, ad innamorarci e lasciarci spezzare il cuore in milioni di pezzi, ci chiedono di affrontare il lutto una volta raggiunta l'ultima pagina. Ci domandano di fidarci di loro. Quando siamo fermi davanti ad uno scaffale ricolmo di libri, stiamo ascoltando il loro vociare, ci lasciamo chiamare, e quando allunghiamo la mano verso uno di loro, lo facciamo affidandoci, pur sapendo che non sarà un incontro piatto e sereno, ma un legame burrascoso, come un viaggio su un peschereccio in balìa delle onde, che ci lascerà cambiati, ma di cui non potremo più fare a meno. Non è una droga, ma una sete di conoscenza e di crescita che non si estinguerà mai. Leggere ci insegnerà a fantasticare con i sensi, ci farà immaginare non solo con la vista, ma con il tatto, l'udito, il gusto. Ci farà sentire i profumi dei fiori di ciliegio e il tanfo dei cadaveri, ci farà cogliere l'odore della paura e la rabbia travolgente. Ci farà venire la pelle d'oca quando le mani si sfioreranno, ci farà sentire le lacrime che scorrono sulle guance. Alcuni di loro passeranno semplicemente sotto i nostri occhi e li dimenticheremo in fretta, altri invece saranno le nostre anime gemelle per tutta la vita, i nostri migliori amici, lo scrigno dei nostri segreti, saranno loro che chiameremo casa.  Anche noi però doniamo qualcosa a loro, coccolandoli con le dita, annusandone le pagine, sentendo l'odore del passato sulla carta e il leggero odore di colla che li pervade, custodendoli e proteggendoli dalle intemperie. E' un dare e ricevere. Un fidarsi ed affidarsi reciproco. Un legame che dura un'intera vita. 
Così, se qualcuno mai mi chiederà perché si dovrebbe leggere, potrei dire solo una cosa: perché leggere significa vivere a colori.
Duille




domenica 12 aprile 2015

Pipistrelli neri in una notte di Transilvania

Se chiedete ad un ansioso sociale qual è l’emozione che prova più spesso, vi dirà che è l’ansia. Non a caso è parte integrante dell’etichetta che fodera le nostre maglie e ci rende comprensibili. Ma “ansia” è una di quelle classiche parole che non significano niente. E’ una porta chiusa dai contorni sbiaditi e dalla vernice scrostata a furia di passarci sopra le mani. Di solito ci limitiamo a gironzolare intorno a quell'uscio di legno convincendoci che quella targhetta racconti esattamente ciò che sentiamo. Ma se scaviamo più a fondo, sappiamo benissimo che non è "ansia" la parola che vorremmo dire davvero. E’ solo quella più semplice da pronunciare, quella più vaga e forse più accettabile dalle orecchie che ne sentiranno il suono. Ma la vera parola, quella che sentiamo urlare rabbiosa come un piccolo Hulk dentro il nostro vestito da Bruce Bannister, è PAURA. Sì, proprio lei. Una parola tabù come i peggiori improperi e le più oscene bestemmie. Paura. Un termine che produce più vergogna che essere beccati a conoscere per filo e per segno tutte le vicissitudini amorose dei personaggi di Jersey Shore e dei suoi variopinti spin-off. Una sequenza di lettere alquanto bizzarra poi, se ci si pensa bene. Quasi un ossimoro, oserei dire. Un paradosso incredibile quelle lettere panciute e rotonde, scivolose e morbide se comparate ai pugni nello stomaco che riesce a sganciare con precisione da ninja, lasciandoci con il fiato corto e piegandoci in due come un panino cotto e maionese. La paura, oltre ad avere un posto d’onore negli scaffali vietati ai minori della nostra psiche (i ripiani alti per intenderci) detiene anche il monopolio della nostra mente come lo Stato spadroneggia sui tabagisti più incalliti. E’ innominabile come Voldemort ma costante come un porro sul naso particolarmente affezionato. 
Io me la immagino come un pipistrello nero che ci accompagna in ogni momento della giornata: ci tiene compagnia durante le notti insonni, ci porge il caffè fumante non appena apriamo gli occhi, ci accompagna mentre cerchiamo di incastrare un minuscolo biscottino nello stomaco improvvisamente della dimensione di una noce pecan e si aggrappa felice alle nostre tasche da canguro sottoculari mentre cerchiamo di scolpirci un'immagine che ci permetta di non essere scambiati per sopravvissuti ad un attentato. Il pipistrello non ha una voce propria, ma questo non significa che sia meno efficace nel suo intento: ci lancia ultrasuoni che interferiscono con i battiti cardiaci, accelerandoli e mandando troppo ossigeno al cervello, iperventilandoci, insomma. E mentre stride inudibile, svolazza allegramente sopra la nostra testa oscurando il sole e marchiando tutto ciò che vediamo con una curiosa ombra a forma di batsegnale, che non fa altro che allarmarci di più perché tutti sanno cos’è un batsegnale, anche chi non si considera un nerd. E’ una richiesta di aiuto, il segno di un pericolo imminente che solo un supereroe potrà sventare. Ma per noi che viviamo nella vita reale, non esiste alcun eroe della Marvel che ci possa aiutare, sappiamo già che non si presenterà nessuno, neanche il più spelacchiato cosplayer con abito comprato al mercato delle pulci. Siamo solo noi in questa trincea chiamata vita. Niente superpoteri contro lo tsunami di realtà che ci circonda, siamo equipaggiati con il peggior impermeabile giallo mangiato dalle tarme ed un ombrellino comprato per strada che si ribalterà al primo tocco di vento. E anche se non fosse così, anche se fossimo alla guida di un transatlantico e avessimo in una mano una ciambella salvavita e nell'altra un diploma di bagnino, il piccolo pipistrello ci svolazzerebbe intorno come un uccello del malaugurio, come uno di quegli avvoltoi che stanno nei paraggi quando la bestia di turno sta per tirare le cuoia, dandoci la sinistra impressione di non avere esattamente la fortuna dalla nostra. Ed è esattamente questo lo scopo del pipistrello: creare il dubbio, mostrarci uno scenario diverso dalla realtà, depotenziarci, renderci deboli come Superman dopo essersi strofinato una roccia di kriptonite per tutto il corpo. E proprio come la kriptonite, il passo successivo sarà l’attacco del villain di turno, che nel nostro caso è il Rimugiserpe, che ci farà sentire piccoli, insignificanti e con un leggero alito agliato. 
Il pipistrello è un mago dell’illusionismo, un genio dell’arredamento con una particolare predilezione per il gotico, che non aspetta altro che giocare con le luci per gettare ombre sinistre su tutto ciò che ci circonda, creando ambientazioni alla Edgar Allan Poe, smorzando i colori e slavandoli come dopo un giro di lavatrice particolarmente disastroso. 

La paura ci mostra tutto in una tonalità meno brillante e più sinistra, dai colori scuri illuminati solo dalla luce della luna; trasforma proposte allettanti in prove di abilità, incontri romantici in valutazioni del nostro fascino e feste con gli amici in campi di battaglia con tanto di zombie e sangue finto ad arredare le pareti. Agisce trasfigurando il mondo, aggiustando i battiti del cuore come degli ingranaggi di un orologio ottocentesco, calibrando i filtri dei nostri occhi scegliendo un antiquato color seppia, fino a trasformare una normale giornata in università in un percorso ad ostacoli tra le tombe della Transilvania in una notte di luna nuova, muniti solo di una matita spuntata. La paura crea ambienti spettrali, proietta ombre e definisce il mood della giornata, seguendo le sue più esaltate tendenze dark. E nel fare ciò riesce ad accomunare ansiosi sociali e non. Perché diciamocelo, la paura non è proprietà esclusiva dell’ansia sociale. Semplicemente, l’ansia ha pensato di dotarsene in grandi quantità, di ingrassare il suo pipistrello fino a renderlo capace di trasportare comodamente una coppia di nutrie con figli e bagagli. Ma in realtà siamo tutti circondati da pipistrelli neri che si salutano reciprocamente dalle nostre spalle e che, di tanto in tanto, spiccano il volo per creare quegli ambienti tetri e lugubri alla famiglia Addams, trasformando edifici in grandi lapidi nere, facendo spuntare un canino vampiro all'angolo della bocca della persona con cui stiamo parlando, allungando il fischio di una teiera fino a diventare l'ululato di un lupo nella notte. Ciò che ci distingue l'uno dall'altro non è la presenza o meno della paura, ma dove il pipistrello proietterà la sua ombra. Per alcuni potrebbe essere una proposta di matrimonio che trasforma il più bel principe azzurro in un rospo butterato che si è rigirato per giorni nella vaselina, per altri potrebbe essere fermarsi in un posto per più di qualche mese, per altri ancora potrebbe essere l'esame di maturità, visto come il tentativo legalizzato di mettere alla gogna dei poveri giovani ad un passo dalla libertà. 
Per me è tutto ciò che riguarda la socializzazione. Se vivessi in un bosco deserto sarei capace di lasciare il mio pipistrello sul primo ramo di passaggio, con un pacchetto di topini morti e un foglio di raccomandazione per il suo futuro impiego. Ma l'eremitaggio costa e io sono tutt'altro che ricca, quindi mi tocca continuare a tenere il pipistrello a tempo indeterminato, lasciando che giochi con le luci e le ombre così da creare scenari gotici anche in un negozio dell'IKEA. Però ho imparato una cosa in questi anni di convivenza con il pipistrello: la sua ombra ha un confine. Esiste un punto oltre il quale non può più intervenire. La paura funziona a corto raggio, a breve termine. Sui compiti imminenti e più prossimi riesce a dare il meglio di sé, a proporre ambientazioni alla Tim Burton, catapultandoci direttamente in una scena del Sesto senso o in una delle stanze della Casa infestata dal demonio. Ma se guardiamo un po’ più in là, oltre la punta delle nostre dita, potremo vedere un mondo molto più luminoso di quello in cui ci muoviamo, fatto di strade trafficate, tramonti accecanti e persone con le braccia aperte. Un mondo di possibilità eccitanti, di colori sgargianti e di sorrisi assolati, ben lontano dalla lugubre e pericolosa terra di Mordor in cui sembriamo intrappolati. Quello che dobbiamo fare è continuare a guardare oltre la punta delle dita, puntare gli occhi su quel faro dai colori vivi che brilla di libertà, che vibra di energia, che fa prudere la pianta dei piedi e che stuzzica le gambe invitandole a correre libere. Insomma, dobbiamo inscenare con noi stessi la celebre scena del Re Leone ("Guarda Simba, tutto ciò che è illuminato dal sole è il nostro Regno"). 
Se teniamo gli occhi fissi su quella Terra promessa e ci rigiriamo in bocca le parole di Mufasa, continueremo ad avanzare ignorando il pipistrello e ci ricorderemo  che quello che passa sotto le sue ali non è la realtà, ma solo una distorsione della vista, è uno specchio deformante che ci spinge a desistere. E ricordarci che siamo già immersi in quella Terra magica ci potrà aiutare a cercare qua e là punti non oscurati dalle ali del pipistrello: un angolino di marciapiede illuminato dal sole, una ciocca di capelli ricci che ci prende bonariamente in giro dalla testa di uno sconosciuto, un cane che ci fissa altezzoso da sotto la sua barba. E’ tutta una questione di prospettive, tutta una questione di sguardi. E di mani tese in avanti. 
Duille

sabato 4 aprile 2015

Tra il saluto di una foglia e la nascita di un fungo: Vento d'autunno

I libri hanno un grande dono, quello di farci vedere il mondo sotto una luce diversa, filtrata dal caleidoscopio di parole che quelle pagine hanno scelto per noi. Talvolta ci mostrano realtà che non conoscevamo, oppure semplicemente un lato della vita che avevamo ignorato finora. Ci parlano del bene, del male e delle sfumature che vi stanno in mezzo, ci raccontano le storie segrete che crescono nella mente degli scrittori e ci deliziano con i suoni delle parole scelte accuratamente come i lamponi in un cesto di vimini. E qualche volta, tra tutti quei libri che affollano gli scaffali delle librerie, ne trovi uno che racconta esattamente quello che senti. E' quanto mi è accaduto leggendo Vento d'Autunno, di Antonella Turchetti.
Un volumetto esile, che non pretende niente e non si vanta di essere nulla più che se stesso: una raccolta di filastrocche tematiche che, come il suo nome, scorre sotto gli occhi proprio come una raffica di vento, trascinando dietro di sé tutto il bello dell'autunno e tutto il vero di esso. E' un pezzetto di cuore, un frammento di sguardo, un'eco di risata e un pizzico di malinconia che si mischia ai colori dell'autunno, al profumo delle castagne arrosto, ai voli delle foglie dipinte coi loro colori di festa e alle carezze birichine del vento autunnale. In quelle parole rimate ed in quei ritmi troviamo tutta la magia dell'autunno, guardata contemporaneamente con l'allegra ingenuità di un bambino, con la malinconia di una giovane scrittrice innamorata della vita e attraverso il saggio occhio di una nonna salice. Un accordo vocale che abbraccia tutte le generazioni, un coro di sentire comuni che tessono i singoli fili di questo singolare periodo dell'anno. Vento d'autunno non nega nulla di quella che è forse la stagione più complessa e sincera fra tutte, in cui convivono armoniche tutte le sfumature del cuore e tutte le emozioni che si possono provare. L'autunno le legittima tutte, le accoglie nel suo grembo come una madre affettuosa e Antonella Turchetti si fa portavoce di quella deliziosa complessità, con modestia e sensibilità. Come un bardo d'altri tempi, ci prende per mano e ci accompagna alla scoperta di questa stagione dai contorni nostalgici, sfiorandoli con delicatezza nelle sue filastrocche più intimiste, come gli Aceri o barche nel vento, per poi tuffarci nelle gioie infantili suscitate da una nebbia misteriosa o da volpi indaffarate a bere il te. Ci mostra i preparativi per i grandi riposi, ma anche le rinascite che l'autunno porta con sé. Con la delicatezza di una foglia che ondeggia nell'aria, le parole di Antonella Turchetti mostrano un mondo magico e pieno di vita, dove al posto di una natura che si assopisce lentamente troviamo una seconda primavera che sboccia sotto i nostri occhi meravigliati, fatta di funghi che scuotono i loro cappelli stropicciati, castagne vanitose e ghiande sognatrici pronte a diventare querce. Anche i momenti di grande nostalgia sono vissuti e poi stemperati da un tocco di dolcezza, da addii trasformati in arrivederci affettuosi alla prossima primavera, da vite che non finiscono ma che si trasformano sempre, in una continua evoluzione naturale che riempie di speranza. Filastrocche frizzanti come l'aria di ottobre si alternano a poesie raccolte in se stesse come un germoglio sotto un tappeto di foglie, effervescenti rime che sanno di scoperte d'infanzia lasciano il posto a pennellate malinconiche che salutano gli ultimi colori estivi, il tutto legato da una cura per i dettagli che regala piccole perle all'angolo di ogni verso. 
Ma Vento d'autunno non è solo un libro di filastrocche, ma anche una tavolozza di immagini che si dipanano lungo il volume armonizzando con le parole come se fossero state dipinte dalla stessa mano. 

I disegni di Maria Sciarnamei, vera alter ego pittorica di Antonella Turchetti, riescono a tradurre in forme, linee e colori il cuore delle filastrocche, in un connubio visivo e acustico che lascia senza fiato. Le tavole che costellano le poesie sembrano invitare ad una sosta più lunga su ogni pagina, ad indugiare ancora un attimo sulle parole appena lette, a lasciare che le immagini diano nuove suggestioni ad arricchire il già variegato bouquet di impressioni ed emozioni che il testo ha suscitato. Ciò ci rivela l'importanza del tempo in un libro come questo. Vento d'Autunno infatti, come i disegni di Maria Sciarnamei ci suggeriscono, è un volume che chiede lentezza, che va assaporato come una pietanza raffinata e complessa, così da coglierne tutti i sapori, le fragranze, gli aromi che invadono corpo e sensi e stupirsi di note inusuali che rendono il tutto perfetto. Perché questa opera è fatta di dettagli, di piccole perle preziose nascoste in ogni filastrocca e che devono essere trovate, come una innovativa caccia al tesoro in cui la mappa è stampata a fuoco nel nostro cuore e che deve guidarci fino a trovare quella frase, quella parola o quell'immagine che farà vibrare le nostre corde e illuminare lo sguardo di meraviglia. Insomma, Vento d'Autunno va ascoltato proprio come l'autunno, carpendone i segreti dietro l'apparente semplicità con cui si presenta. Come l'autunno si mostra come semplice sfioritura dell'estate, anticamera del freddo inverno, così le filastrocche e le immagini di Vento d'Autunno possono dare l'impressione di essere un libro rivolto ad un pubblico di bambini, ma così non è. Esso è molto di più, è una poesia sonora e visiva adatta a tutte le età, perché parlata con le tre età dell'uomo e rinforzata dall'espressionismo delle immagini, capaci di arrivare al cuore con un colpo d'occhio, trovando una chiave rappresentativa nuova e d'impatto.
Un libro consigliatissimo per coloro che vogliono vivere un piccolo sogno ad occhi aperti, per chi vuole ritrovarsi a sorridere suo malgrado, per tutti gli amanti dell'autunno e per tutti coloro che hanno voglia di ricredersi su questa splendida, misteriosa, segreta stagione. 
Duille

P.s. link alle pagine facebook delle due autrici:
La Filastrocchiera
I disegni di M. Sciarnamei




"Vien l'Autunno scivolando, scivolando sulla brina, noci e ghiande va mangiando, già l'inverno s'incammina" (Autunno)

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