sabato 27 settembre 2014

Si alza il vento. Un addio con l'amaro in bocca

Quando ho saputo che "Si alza il vento" sarebbe stato l'ultimo lavoro del grande Hayao Miyazaki, ho avuto un momento di profonda tristezza. I film di Miyazaki non mi hanno accompagnata nel corso della vita, non sono stati miei fedeli compagni di infanzia, ma hanno comunque inciso profondamente sul mio essere. E' stata un'epifania durata diversi anni della mia adolescenza. Miyazaki ha forgiato il mio modo di pensare a me stessa, ha modellato i miei occhi perché potessero vedere oltre al visibile.
Mi ha insegnato cosa significhi sognare per immagini, mi ha mostrato le meravigliose creature che la fantasia può animare e mi ha sorpresa dimostrandomi come sia possibile commuoversi guardando un paesaggio di carta e matita. Mi ha fatto conoscere amici meravigliosi, personaggi dalle storie incredibili seppur, talvolta, incredibilmente semplici. Mi ha mostrato le sfumature dell'amore, i confini del cuore. Ha avuto coraggio, il buon Miyazaki, perché, guardando i suoi capolavori, emergono chiaramente le sue scelte fuori dal comune, a volte addirittura improbabili, ma che, chissà come, funzionano, come ingranaggi perfettamente oliati di un sogno fatto di fotogrammi. I personaggi spesso sono inseriti in mezzo alla vicenda senza alcun riferimento al passato, alla loro storia, senza agganci, senza il filo rosso della vita che li definisca. Sono solo le loro azioni ed espressioni a caratterizzarli, a darci le coordinate della loro anima. Spesso sono appena abbozzati, quasi bidimensionali, tranne quella piccola caratteristica che li riempie totalmente, e che li rende completi, nonostante non lo siano affatto. E' così che dimentichiamo che non hanno null'altro che loro stessi per descriversi, non hanno radici, non hanno apparente scopo, se non quello di continuare ad esistere, infinitamente. E' sorprendente, quasi una magia. Miyazaki, in fondo, da' consistenza ai sogni. I film di Miyazaki a volte sono senza storia come i suoi personaggi. Solo sequenze di eventi che si succedono senza un apparente fine, senza uno scopo più grande di loro.
Porco Rosso è solo un maiale volante che si affianca ad una ragazzina con una bella cotta per lui; Satsuki e Mei sono solo due ragazzine che sognano amici immaginari mentre aspettano la guarigione della madre; Kiki è solo una streghetta che cerca di iniziare una vita tutta sua in una nuova città, vicino al mare. Si racconta la vita, semplicemente, senza pretese, ma dimostrando la più grande verità: le piccole vite sono piene di energia, piene di senso, proprio perché sono vite.
E proprio perché raccontano di vite piccole in mondi grandi, sono film lenti, fatti di silenzi, di camminate in meravigliosi paesaggi ad acquerello, di sguardi d'intesa e capelli ritti dalla paura. Le parole sono curate nel dettaglio, ma spesso non sono essenziali. E per tutto questo, i film funzionano. Funzionano talmente bene che ci fanno sognare come bambini.
Così, di fronte al ritiro di questo grande creatore di sogni, ho sentito il desiderio di omaggiarlo andando per la prima volta a vedere una sua pellicola al cinema. Ho comprato il biglietto, mi sono seduta sulla poltroncina, ho aperto gli occhi e il cuore e ho guardato "Si alza il vento".
E ne sono rimasta piuttosto delusa. Cosa? Ho detto delusa? Cavolo! Ho detto delusa! Io! Da Miyazaki! Io, che ho fatto di Nausicaa la mia musa adolescenziale! Io, che sono stata incantata da Heidi! Io sto davvero per bocciare un film del grandissimo Miyazaki? Ma sono forse impazzita? Ma no, dai, sicuramente c'è un errore! Vergogna, Duille! Eppure...dai, guardiamo in faccia la realtà: il film non funzionava! E vi assicuro che il silenzio tombale che si è creato a fine proiezione la diceva lunga sull'opinione degli altri spettatori! Mai visto un silenzio più assoluto! Dicono che esistano tanti tipi di silenzi diversi e questo era sicuramente un "Non mi posso permettere di dire che il film faceva venire attacchi di narcolessia a più riprese". Ci sarebbe stato il linciaggio da parte della folla e del piccolo fan dentro di noi! E che fuggi fuggi! Nel giro di tre minuti eravamo tutti fuori, appartati in qualche angolino a metabolizzare la sconvolgente verità: il film non ci era piaciuto! Vi assicuro che la sorpresa (insieme alla noia) sono state le due emozioni che mi hanno accompagnata per tutto il tempo! Sono rimasta sorpresa ad annoiarmi e a domandarmi, a fine spettacolo, cosa non avesse funzionato per me. Perché gli elementi che portavano la firma di Miyazaki c'erano tutti: i personaggi un po' fuori fuoco ma iconici, la storia semplice e delicatissima, i meravigliosi paesaggi, la poesia ed i momenti onirici. C'era tutto.
Eppure, tutto non filava liscio, gli ingranaggi cigolavano troppo. Ho trovato la storia molto noiosa, troppo lenta, con troppi elementi accennati e poco approfonditi, come se il regista avesse voluto muoversi su diverse direzioni senza riuscire però a dare un orientamento definitivo alla narrazione. Gli elementi onirici sono interessanti, ma suonano un po' forzati, soprattutto visto che sono fortemente sganciati dalla vicenda principale. La poesia sembra inserita macchinosamente, quasi come se fosse obbligata. Il rapporto tra il protagonista e la sua amata è quasi trascurabile, poco incisivo, eccessivamente diluito. Lei è poi così abbozzata da non riuscire a ritagliarsi un posticino nel mio cuore. Non ricordo neanche come si chiamava! Vive solo in funzione del protagonista, ma non ha nessuna anima quando non è pensata da Giro. Ed è strano, perché i personaggi di Miyazaki, anche i più piccoli, esistono sempre, dentro e fuori dalla scena. Calcifer, il gatto bus, i mostri-tarlo e persino i demoni della polvere sono rimasti nell'immaginario collettivo, incisi indelebilmente nella nostra mente, più veri del vero, ad arricchire il mondo dei protagonisti. E  poi si è dato troppo spazio alle ricerche tecniche di Giro, ma questo credo che fosse inevitabile, dato che la storia parlava di un progettista. Non so, secondo me non ha funzionato affatto. L'ho trovato faticoso, a tratti noioso, forzatamente poetico. Può darsi che l'argomento non fosse di mio interesse, ma Miyazaki ha sempre saputo rendere interessante tutto ciò che toccava! Mi avrebbe catturata anche se avesse fatto un film di due ore su una maniglia della porta! Naturalmente, essendo un lavoro di Miyazaki, ci sono tanti piccoli particolari che lo hanno reso comunque valido, se non altro per il legame nostalgico con i precedenti lavori. I paesaggi tolgono il fiato, sono di una delicatezza e di una intensità che fanno vibrare il cuore, quasi commuovere. La scena del treno che viaggia nei campi sotto un gigantesco cielo di nuvole mi ha fatto sorridere di tutta la meraviglia di cui ero capace. Ho quasi sperato in un fermo immagine, per godermi quel quadro meraviglioso.


Splendide anche le carrellate che mostrano la vita quotidiana del Giappone del Novecento, suggestive e struggenti! Ed ho amato follemente l'uso delle voci per interpretare i suoni del vento, dei motori degli aerei, del terremoto e degli incendi. La perfezione di quei suoni valeva da solo tutto il film. Se non posso salvare completamente il lavoro, non posso che dire che comunque Miyazaki si riconferma un genio, un delicatissimo bardo che sa usare ogni strumento umano per rendere magica la storia più semplice e microscopica.
Anche se stavolta ha fatto cilecca.

Duille


sabato 20 settembre 2014

Impossibile, impossibile amore.

Un vecchio splendido film iniziava con una frase emblematica: "La cosa più importante che tu possa fare è amare e lasciarti amare". Una frase semplice, quasi scontata. Ma non così scontata, se si tenta di applicarla ad un ansioso sociale. Se vista dalla nostra prospettiva, è una verità difficile da ricevere. Perché noi siamo campioni della prima metà della frase, ma siamo decisamente delle schiappe se ci spostiamo oltre quella piccola congiunzione. Quella "e" così innocua, così semplice, che vuole solo aprire possibilità, diventa ponte verso un mondo tutto nuovo, misterioso, pieno di parole impronunciabili, sentieri impraticabili, opportunità infattibili. Alla rassicurante campagna fatta di casupole, campi arati e prati fioriti, si sostituisce una foresta fitta, piena di alberi dalle folte chiome su cui arrampicarsi, cascate dal ruggito impetuoso e montagne da scalare. Un mondo tutto nuovo, selvatico, che ci chiede ciò che ci terrorizza maggiormente: Affidarci.


In fondo, non è questo che chiede l'amore? Ci chiede di depositare le armi, di togliere le corazze, e lasciarci guardare per quello che siamo, nuda pelle sull'aria. Ci chiede di essere indifesi. O meglio, ci chiede di scegliere di essere indifesi. Ci chiede di fare la massima delle follie, solo sulla base di un presentimento, di un colpo di cuore più forte degli altri. E questo noi proprio non possiamo permettercelo. La nostra è una pelle perennemente ustionata, costantemente delusa da carezze troppo intense. Il nostro viso è solcato da canali in cui scorre la paura, sulla fronte, sulle guance, sugli angoli delle labbra e che scava certezze a forma di depressione. I nostri occhi parlano, ma nascosti dietro persiane fatte di diffidenza, che riproducono la forma di una pupilla. Non possiamo affidarci all'amore, perché il mondo è troppo intenso per noi. Gli abbracci tolgono il fiato, le parole tagliano la carne, gli sguardi scoprono con violenza. Togliere l'armatura, significa abbandonare la propria pelle, essere viva carne in un incendio di passione. Affidarci significa credere che l'amore sappia: sappia come avvicinarci senza scottarci, accarezzarci senza consumarci, guardarci senza distruggerci. Ma noi, in fondo, non crediamo nell'amore e non crediamo nella sua sapienza. Noi crediamo nell'abbandono, crediamo nella nostra imperfezione. Non crediamo nel legame che soffoca le paure, nei battiti del cuore che scaldano l'anima, non crediamo nell'eternità. Crediamo a ciò che conosciamo, cioè alla nostra fragilità e all'unicità di ogni attimo.
Siamo soffioni, per sopravvivere dobbiamo rimanere sotto la nostra teca di vetro, al riparo dai venti e anche dai sospiri dei sognatori. Noi non sappiamo come fare a farci amare, perché non crediamo che sia possibile amarci. Abbiamo paura dell'amore, di quello che potrebbe svelare, abbiamo paura del suo sguardo ardente. Perché quello sguardo, che agli altri chiede di essere indifesi, a noi chiede anche di essere perfetti. Perfetti ai suoi occhi, senza errori. Ci chiede di essere ciò che non siamo: brillanti, loquaci, intelligenti, interessati e interessanti, ma soprattutto, ci chiede di essere normali. Ma noi siamo l'opposto della normalità. Siamo atomi di luce che hanno imparato a giocare con le ombre che gettavano sugli steli d'erba, rassegnati all'idea di non poter mai diventare Sole. Abbiamo imparato ad alimentarci dei piccoli dettagli del mondo, arricchiti dalla nostra fantasia e dai nostri desideri. Abbiamo costruito una vita di sogni al bordo della nostra esistenza, facendocela bastare, saziandoci di illusioni ottiche. Siamo davvero solo nei suoni, nelle immagini, nelle parole scritte su minuscoli foglietti di carta, custoditi gelosamente. Siamo nel minuscolo, nell'inosservato. Come possiamo chiedere di capire e amare il secondo, quando si è tempo che scorre? Si può amare un battito di farfalla o un gomitolo di lana poggiato sul letto? E soprattutto, lo si potrà amare, quando si scoprirà che sarà sempre e solo un gomitolo di lana e non diverrà mai maglione? Così. scegliamo di amare di un amore a distanza, che si consuma lentamente, come una fiamma che però non avrà mai camino in cui ardere, perché non esisterà mai camino che possa convincerci che la nostra fiamma sia più speciale delle altre. 

Duille



sabato 6 settembre 2014

Tra un Niente e un Qualcosa

Leggere è un modo diverso di stare al mondo. E' un modo di arricchirsi abitando piccoli spazi e piccoli momenti. E' la porta di ingresso per una seconda vita, che si dipana nelle pause della nostra esistenza. E', insomma, una delle vie che ci permette di trasformare il Niente in Qualcosa. Foer ne parla a lungo nel suo ultimo libro, "Molto forte, incredibilmente vicino": nella loro casa, Anna e Thomas hanno costruito centinaia di spazi di Niente, che intervallano gli angoli di Qualcosa. Luoghi di Niente in cui essere niente, invisibili agli occhi dell'altro, incatturabili, come atomi di luce.
Attimi di Niente che diventano attimi di Qualcosa, appena si entra negli spazi della condivisione, spazi in cui ci si riveste dei propri ruoli, dei legami, in cui si torna ad essere un tassello del puzzle, un filo nella rete delle relazioni, in cui ci si ricorda di essere importante per qualcuno. E, leggendo quelle pagine, mi sono ritrovata a pensare a tutti i miei spazi di Niente, che sono anche i Niente di tante persone. I tragitti da un luogo all'altro, sono momenti di Niente tra due Qualcosa. L'attesa dal dottore è un momento di Niente statico. E talvolta, ci si ritrova incollati una mattonella di Niente ai piedi, diventando un Niente vivente, che desidera solo essere Qualcosa, disperatamente. Non c'è bisogno di scavare a lungo per trovare quelle maioliche, le collezioniamo sotto il letto, come piccole reliquie che a volte portano il nome di una persona, di un luogo o di un frammento di tempo. Tutti ne abbiamo qualcuna, nascosta sotto il tappeto. E accanto a quei Niente personali, che ci definiscono, ci forgiano e ci tagliano in modi del tutto unici, ci sono i Niente condivisi, momenti in cui si è Niente insieme, invisibili e soli non essendo del tutto soli. Sono i Niente in cui navighiamo mentre ci dirigiamo verso Qualcosa, i Niente in cui a volte anneghiamo ed in cui a volte ci rifugiamo. Niente dai mille colori, dai mille odori e dalle molteplici sfumature emotive. Possiamo restarvi per una vita intera, in quei Niente, aspettando l'arrivo di un Qualcosa che potrebbe o non potrebbe esistere, oppure possiamo permanervi solo un attimo, ritrovandoci bruscamente in un Qualcosa senza che ce l'aspettassimo. Basta uno sguardo a fissare i nostri colori, a dare forma al nostro movimento luminoso. Basta un pensiero, a trasformarci in Qualcosa. Un sorriso, a darci corpo. Un tocco a renderci pieni. In fondo, siamo noi, e gli altri in noi, a segnare con il gessetto gli spazi di Niente e di Qualcosa e a decidere quando siamo solo macchia di colore sparso nell'aria e quando siamo ricatturati come aquiloni sottratti alla luce troppo forte del sole. Speriamo spesso che siano gli altri a riunirci nella forma dell'amore, ma più spesso gli altri sono talmente impegnati ad essere Niente a loro volta, che non vedono altro che ombre di colore che si muovono sfuggevoli accanto a loro.
Ed anche noi, aggrappandoci a questa speranza di cotone, aspettando di essere riconosciuti dalle altre ombre, finiamo col perderci nel baluginio di luci che si mischiano davanti a noi, e dentro di noi. Ma rendendocene conto, possiamo ribaltare questo legame e darci corpo diventando lo sguardo che noi stessi bramiamo. Rendendo noi stessi, con i nostri occhi, il nostro pensiero e il nostro sorriso, il Niente in Qualcosa.Un cane che ci passa accanto. Un ragazzo con la testa per aria. Una bambina che mangia un gelato. Un riflesso di luce alla finestra di un palazzo. Una foglia che ci sfiora il viso. Riempiendo quei Niente di Qualcosa, ci diamo corpo e, nel farlo, rendiamo corpo anche le altre ombre. Trasformando i nostri Niente in Qualcosa, forse, potremo far diventare Qualcosa anche i Niente degli altri. E' quello che fanno gli artisti di strada, i pittori, i ragazzi che offrono abbracci gratuiti. Ma anche la fotografa in erba che si china in un angolo ad immortalare qualcosa di misterioso e che cattura la curiosità delle ombre, solo per un momento. Ma quel momento, non è già più Niente. E' diventato Qualcosa. E così leggere, attorcigliata al palo di un autobus per non cadere, completamente coinvolti nel testo, può essere un Qualcosa, qualcosa per sè, che vive nella vita parallela offerta dal testo, e qualcosa per un altro, che potrebbe domandarsi cosa provoca quel sorriso divertito e trattenuto, o quella lacrima frenata da una ruga sulla fronte. Lasciarsi coinvolgere dalle ombre, o perdersi al di là dello specchio di Alice, sono tutti modi di diventare Qualcosa, di dare senso ad un Niente che non esiste in quanto tale, ma solo come accumulo di Qualcosa che ancora non vediamo, ma che possiamo vedere.

Duille





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