lunedì 26 giugno 2017

La sindrome del Topo Cagone

Nel paniere delle preoccupazioni di un ansioso sociale ci sono tante cose quante i regali nel sacco di Babbo Natale. La maggior parte di queste preoccupazioni sono utili quanto contare i granelli di sabbia nel deserto durante una tempesta o imparare a memoria l'elenco del telefono del 1993, ma comunque ci affliggono come se stessimo ideando la teoria della relatività per la prima volta. Tra queste pippe mentali degne di nota quanto un cinepanettone c'è tutto quel mondo chiaroscuro dei FAVORI.
Come avevo detto in passato, per noi i favori sono un argomento delicato: siamo bravi a farli ma pessimi a riceverli. In sintesi, il problema può essere indicato in quella che io chiamo la Sindrome del Topo Cagone. Permettetemi di inforcare i miei occhiali da intellettuale ed esporvi scientificamente la questione. Il topo cagone è uno degli animali mitici partoriti dalla mente di Stefano Benni nel suo bestiario immaginario, "Stranalandia" e, di base, la sua particolarità è quella di produrre una quantità di cacca sproporzionatamente superiore al cibo che ingerisce. Per citare Benni, "se mangia 3 ghiande, la mattina dopo deposita sulla spiaggia una torta di 3 quintali". Adesso, se sostituiamo il cibo (e i suoi puzzolenti prodotti di scarto) con i favori, otterremo la composizione chimica della Sindrome del Topo Cagone. Fondamentalmente, quando ci fanno un favore, o una gentilezza (che per noi sono sinonimi), ci sentiamo obbligati a restituirlo centuplicato. Potremmo applicare alla nostra sindrome una versione molto ignorante (e modificata) del principio del piano inclinato, secondo la formula:

massa del favore x ampiezza dell'inclinazione dell'ansia = velocità e portata della restituzione del favore.

ovvero, quanto più il favore sarà grosso e dato con gentilezza e quanto più l'ansia sarà alta, tanto più la restituzione sarà amplificata.
In parole povere, se ci regalano una caramella, noi dobbiamo fare una torta a 3 piani con sbuffi di panna e granella di nocciole. Se ci prestano un biglietto dell'autobus, noi dobbiamo come minimo ringraziare con un abbonamento annuale agli spettacoli del teatro alla Scala. Se ci fanno un complimento, dobbiamo a nostra volta farne uno di proporzioni più ampie. E non parliamo nemmeno di quando ci prestano soldi! In quel caso diventa una corsa contro il tempo, una sorta di attacco di dissenteria (per restare in tema) senza poter nemmeno accedere ad una pasticca di Imodium. Il denaro va restituito subito, anzi, prima di subito, dobbiamo essere più veloci delle onde radio, della luce, del tempo o di Poldo davanti ad una pila di hamburger (che poi, in fondo, è la somma di quanto detto sopra). I soldi scottano più di una colata di cera, sono implicanti quanto il sangue immaginario sulle mani di Lady Macbeth e ci spingono all'ossessione allo stesso modo.
La cosa peggiore è che questo tipo di favore non può essere vincolato all'incremento proporzionale del piano inclinato. Va restituito nell'esatta somma con cui è stato ricevuto, magari accompagnato da profondi inchini di deferenza riservati di solito solo all'Imperatore del Giappone. Tutt'altra faccenda sono invece gli inviti a pranzo, cena, merenda, dal gelataio o al bar per la seconda colazione. In questi casi l'attesa è consentita, a patto però di restare all'erta come un sonarista in un sottomarino della Seconda Guerra Mondiale: bisogna sondare l'area alla ricerca del prossimo afflusso di cibo a pagamento e quindi lanciare il missile, arpionare la pagnotta e pagare al posto di colui che ci ha sfamato la volta precedente. Poco importa se l'altro ci ha offerto una brioches e noi una degustazione di salumi tipici con carrello di formaggi biologici. L'importante è restituire il favore al più presto, in pompa magna ma con la naturalezza data solo dalle nostre straordinarie doti di dissimulazione. Il vero problema è che non sempre è possibile ricambiare il favore, soprattutto quando il favore te lo fa un perfetto estraneo. Quelle persone che ti lasciano il loro numero dal panettiere, quelle che ti inseguono per restituirti il guanto cadutoti accidentalmente o quelle che, semplicemente, sono deliziosamente gentili. Questa gente non la rivedremo mai più, quindi ci resterà un alone di gioia mista ad una crescente frustrazione legata all'impossibilità di ricambiare, facendoci sentire come uno di quei cavi elettrici attaccati alla corrente ma non al dispositivo da ricaricare. Alla fine, quindi, la Sindrome del Topo Cagone ci affligge alla stregua della fotosensibilità dei bambini in The Others, trasformando il bello in castelli di ansia allo stesso modo in cui il nostro ormai  celebre topo trasforma il cibo in castelli di cacca.
Duille
va così

lunedì 19 giugno 2017

Atmosfere

Dico sempre che quello che accade nei film sia una enorme forzatura della realtà. Meravigliosa, naturalmente, ma pur sempre una forzatura. Quegli incontri improbabili, quelle pose plastiche, quelle bellezze eteree che si perdono nei loro profondi pensieri dentro un bar, con la luce giusta che illumina perfettamente il loro lato migliore rendendole fantastiche madonne da incorniciare. Tutte balle. Splendide, inverosimili balle. Tanto impensabili nel mondo reale quanto desiderabili.
Eppure eccomi qui, in una specie di momento di metacoscienza, a guardarmi perplessa mentre, raggomitolata sul divano, e abbracciata alla mia copia dei Fratelli Karamazov così come Bridget Jones abbracciava il gelato, mi perdo per l'ennesima volta nel classico degli anni '90 "C'è posta per te". Una perfetta posa da film, anche se contornata dalla più cruda realtà, fatta di capelli arruffati, abiti più larghi di una taglia e da un brutto attacco di estate che mi rende lucida come un culturista prima della competizione. La cosa però non cambia il fatto che tutto diventi particolarmente bello quando guardo C'è posta per te. E' sempre così: mi scaldo come una borsa dell'acqua, mi ammorbidisco come se fossi stata messa dentro un barattolo di Coccolino alla lavanda, mi sento felice, anche se c'è un'umidità tale da far sudare anche il televisore. C'è posta per te è un gran bel film, ma non per i motivi che molti di voi potrebbero attribuire al mio doppio cromosoma X. Si tratta infatti di un film abbastanza semplice dal punto di vista della trama, con una storia d'amore poco originale e a tratti improbabile (ti potresti mai innamorare della persona che ha fatto fallire il negozio che hai ereditato dalla compianta mamma morta?), una Meg Ryan un po' troppo legnosa e scelte di sceneggiatura a volte un po' frettolose, probabilmente invocate in nome della magia Hollywoodiana e delle sue jazz fingers, che tutto possono. Quello che io amo di questo film, invece, sono le atmosfere. La New York dai palazzi di mattoni bianchi incorniciati da scale massicce e portoncini in ferro battuto. I caffè raccolti e romantici, dove andare a bersi un caffè in tazza grande e leggere un libro. I parchi sempre raggianti, anche in pieno inverno, e i mercati di quartiere in cui sentire lo spirito della comunità. Il tutto, naturalmente, senza che neanche un foglietto di carta, una cicca di sigaretta o, peggio, una cacca di cane fumante, magari appena scodellata dal barboncino di turno, vengano a turbare l'idillio visivo in cui siamo immersi. Una grande, meravigliosa finzione che è un po' un asso piglia tutto, un poutpourri di opposti che stranamente non stonano e che sembra capace nell'impossibile impresa di mostrare anche i demoniaci franchising che uccidono i piccoli imprenditori come altri pittoreschi angoli di paradiso che completano quella tavolozza di colori cittadina dalle tinte pastello. Ma non importa, ci concediamo la sospensione della realtà in cambio di un po' di emozione. Facciamo un atto di fede a tempo determinato. Giusto il tempo di girare l'angolo e arrivare a quella vetrina piena di promesse e a quell'insegna verde dalla grafica da Paese delle Meraviglie: "The Shop around the corner".
Casa. Quella libreria di legno scuro, dal pavimento a scacchi marroni, con dipinti sopra le pareti, i fiori freschi sul bancone, le luci di Natale sparse un po' ovunque. Quella vetrina che tiene il tempo delle stagioni, la porta a vetri con il campanello, i libri che sembrano ridere dagli scaffali. Questo è il grande regalo che ci rimarrà per sempre dentro e che mi porta continuamente a tornare a far visita a questo film. Le atmosfere sono tutto, è il ricordo che si annoda come un fazzoletto al cuore. Ed in C'è Posta per te è fatto soprattutto di pagine, di copertine, di illustrazioni. E' fatto di libri. Libri alle cene, libri con rose tra le pagine per riconoscersi, libri con cui incantare i bambini, libri su cui piangere per la fine di un sogno, libri che guardano i protagonisti mentre si scrivono mail. Io amo l'amore di Kathleen per i libri, la sua malinconia nel doverli lasciare andare, il ritornarvici, anche solo per un secondo, anche se costretta ad entrare nella libreria del nemico. L'amore per i libri che è qualcosa di più che semplice passione: è identità, è pura esistenza, l'idea di appartenere a qualcosa così profondamente che non si può lasciarla andare. L'amore per i libri è la vera fibra costitutiva del film, è l'atmosfera che l'impregna in ogni fotogramma, in modo sottile ma onnipresente. La potremmo definire un'atmosfera letteraria, che circonda tutto come un buon profumo di biscotti appena sfornati e che finisce coll'insinuarsi anche nella narrazione. I protagonisti, infatti, si raccontano come in un romanzo a puntate, costruiscono biografie romantiche l'uno dell'altro, si donano attraverso una tastiera e trasformano la quotidianità in qualcosa di eccezionale. E ditemi, non è questo che fanno i libri in fondo? Trovare farfalle in metropolitana?  Per me la risposta è già data da quell'abbraccio raggomitolato sul divano da cui tutto è iniziato. Sì, è proprio questo che fanno i libri.
Duille


domenica 4 giugno 2017

Ansia sociale e procioni rabbiosi

Parlare di ansia sociale non è facile perché si deve affrontare un intero mondo popolato da creature spaventose ed astute, tutte interessate a succhiarvi come ghiaccioli al limone e più organizzate di una banda di mafiosi. Oltre al Rimugiserpe e al Pipistrello (che ha avuto il suo articolo ad honorem qui), esiste un terzo componente dell'allegra banda dei musicanti di Brema: il PROCIONE RABBIOSO.
Il procione è fondamentalmente il braccio armato del Rimugiserpe, è un hooligan eternamente frustrato ma con grande padronanza del vocabolario, che ti passa a fil di spada grazie solo alle doti dell'insulto selvaggio. Il suo obiettivo è farti sentire una nullità, convincerti che tutto quello che fai (o che non fai) sia sbagliato ma, soprattutto, che tutto quello che accade sia colpa tua. Attenzione però, perché la colpa non riguarda solo le azioni sbagliate, ma il tuo stesso modo di stare al mondo. Fondamentalmente, il procione perora la causa del Rimugiserpe sostenendo la tua erroneità strutturale. Solo, lo fa in modo più energico. Laddove infatti il Rimugiserpe è tutta ragione, che ti smonta pezzo a pezzo a colpi di logica, lasciandoti nuda come un lumacotto sull'asfalto, il Procione è pura forza bruta, che ti scuote come un banano sotto al suo tifone di improperi fino a farti cadere tutti i nervi. Laddove il Rimugiserpe è dissuasione, il Procione è punizione: punizione per aver eluso il controllo della serpe razionale, mettendo il nasino da topo fuori casa, ma anche punizione per aver ceduto al suo controllo, rinunciando a quel gesto di autodeterminazione. Della serie, "mai 'na gioia", per usare un'espressione da giovinetti. Per capire l'impatto del Procione nella vita di un ansioso sociale, urgono dei riferimenti culturali esemplificativi: il procione è paragonabile all'indigestione dolorosissima che si sviluppa quando, per gola, si mangia il proverbiale boccone di troppo, o all'insulto dei compagni quando manchi la palla durante una partita di pallavolo. E' la signorina Rottermeier e la preside Trinciabue, è un ibrido di Vernon e Petunia Dursley con in mano il nodoso bastone di Dudley. Il procione, infatti, è maestro dell'insulto violento ma strategico, poichè sa colpire tutti i tuoi punti vitali come neanche Ken Shiro riuscirebbe a fare. Gironzola con un pugno di ferro fatto di frasi velenose come la mela della Strega di Biancaneve, ed il suo hobby preferito è urlartele, sputacchiando, ad un centimetro dell'orecchio come un caporal maggiore in preda ad un attacco di nonnismo. Come dicevo, viene sguinzagliato in molteplici occasioni, per esempio, quando l'approccio persuasivo del nostro Scoraggiatore razionale non raggiunge lo scopo di farci desistere dal nostro intento "suicida", ovvero quello di partecipare al Terribile Evento (che potrebbe essere una banalissima riunione, una cena tra amici o il chiedere una semplice informazione ad un passante), oppure quando, stanchi del continuo sabotaggio della nostra mente, rinunciamo direttamente all'evento per zittire il suo sibilante discorso. 
In entrambi i casi, il Procione partirà all'attacco seppellendoci di insulti fino a sotterrarci, mettere una lapide sulla nostra tomba e un necrologio sul giornale, usando frasi mantra dal suo più classico carnet di proposte, che prevede evergreen quali: "sei una fallita", "non riuscirai mai a combinare niente nella vita", "rimarrai triste e sola per sempre" e "nessuno ti amerà mai", per poi passare ad una sequela di rimproveri adattati al contesto di riferimento. Se saremo andati al Terribile Evento, il Procione provvederà a sbobinare ogni secondo della nostra serata facendoci notare, sempre a suon di urla e di insulti, quanto siamo stati inadeguati in questa o quella situazione e quanto ci siamo resi ridicoli con i nostri goffi tentativi di conversazione, il tutto supportato, ovviamente, dall'immancabile Rimugiserpe che provvederà ad indicarci i punti più salienti delle nostre inadempienze umane, creando una combo inarrestabile che avrebbe sconfitto pure i Power Rangers in versione robottone. Se invece avremo rinunciato, inizierà a rimproverarci del nostro fallimento come esseri umani, della nostra scarsa forza di volontà, della nostra vigliaccheria. Alla fine, in qualunque caso, il risultato sarà lo stesso: schernirci e sputarci addosso tutta la nostra inadeguatezza, la nostra pochezza intellettuale, la personalità di cartone, la presenza di un comodino, la simpatia di un muro bianco fissato per ore, l'arguzia di un tacchino e la forza di volontà di un bambino di fronte alle caramelle e ci consiglierà l'unica soluzione possibile per risolvere questo pasticcio costitutivo, ovvero la piattaforma ecologica. Come potrete aver capito, il Procione è un tipo diretto a cui non piacciono i giri di parole. Va fiero della sua onestà fin troppo sadica, un'onestà che, tra l'altro, sente di dover condividere a tutti i costi con le persone interessate, nella fattispecie noi poveri esseri portatori d'ansia, che non potremo sfuggire a quella che lui considera una dura verità capace però di forgiare il nostro carattere. Alla fine, ci ritroveremo a rintanarci come un gomitolo di lacrime nell'angolo più remoto del letto, aspettando la fine di questo bombardamento sui tetti della nostra città psichica. Perché, fortunatamente, anche il procione ha una barra dell'energia ad esaurimento e, per quanto gli piaccia tormentarci, si ritroverà ad un certo punto ad essere a corto di parole. La cosa fastidiosa (e un po' triste) è constatare che questo livello spropositato di rabbia venga in realtà da noi, che noi siamo il Procione e che quello sparare sulla croce rossa sia tutta farina del nostro sacco. Sono convinta però che, una volta interiorizzata questa verità, saremo in grado di riassorbire i nostri aguzzini come delle gelatine, liberandoci finalmente da tutta questa carica di non amore verso noi stessi. Nel frattempo, suggerisco di aprire l'ombrello per superare questo momento se non indenni, almeno asciutti.

Duille


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