sabato 31 gennaio 2015

Cantare "Fuori" dal coro: Street Clerks

La discografia italiana ha sempre ondeggiato tra due grandi polarità: il cantautorato, sempre più raro e legato al passato, e il melodico amoroso, con le varie Laure Pausini, Emme e Alessandre Amoroso che inneggiano all'amore in tutte le sue 50 sfumature di rosa. Il resto è una landa deserta degli stili, in cui nessuno sembra volersi avventurare, se non sporadici eroi underground che non troveranno mai spazio per esprimersi nel mercato convenzionale e finiranno irrimediabilmente ad affidare la propria notorietà al passaparola dei suoi pochi, affezionati fan. Siamo un paese particolarmente refrattario al nuovo, allergici a qualsiasi forma che abbia anche un leggero aroma di internazionalità. Suppongo si tratti di un attaccamento alle radici particolarmente fedele, come la passione per la tradizione culinaria o per il gesticolare selvaggio che ormai è diventata un'icona tutta nostrana.
La realtà dei fatti è però che tutto questo melodiare è diventato con il tempo una sorta di pianta infestante che ha invaso prati, boschi e giardini di casa, soffocando tutto il resto, ammazzando le peonie, strozzando le piantine di violette e sfrattando anche qualche ibiscus dalla sua dimora. Non cresce nient'altro che la pianta del melodico, sotto lo sguardo spesso indulgente, talvolta impotente del povero giardiniere, che non riesce proprio ad evitare la diffusione di queste piante canterine. Ma qualche volta, qualcuna di queste piantine bullizzate alza la testa, fa qualche mese di palestra, ingolla un paio di flaconi di vitamine e, tutta muscoli e charme, si impone a colpi di radici sul terriccio, creando una piccola zona pulita in cui può crescere libera, sotto le amorevoli cure del suo giardiniere. Sono i casi in cui compaiono le piccole perle della musica italiana, che dimostra come anche noi, tutti pizza e mandolino, siamo capaci di fare grande musica. E' così che un piccolo gruppo sconosciuto al mondo, un giorno, ha cominciato a brillare. Gli Street Clerks sono un gruppo formatosi nel 2007 che ha trovato il suo momento di visibilità grazie ad X factor, il talent che ha sfornato artisti come Marco Mengoni, Noemi e Giusi Ferreri. Il loro percorso sul palco è stato breve ma intenso ed è stata una pena (mia) vederli eliminare dopo poche puntate. Il mio lato paperino si è scatenato sotto forma di una marea di improperi biascicati contro il pubblico che non li aveva capiti e contro Simona Ventura che non li aveva valorizzati a dovere. Ma si sa, quando sei bravo, una volta che la luce ti ha colpito è difficile spegnere i riflettori. E anche il sole è rimasto affascinato da questo gruppetto di quattro ragazzetti dalle altezze variabili come i regoli che si usavano da bambini per imparare le proporzioni. Circa un anno dopo la loro sconfitta ad X factor, salta fuori il loro primo cd ufficiale dopo l'ep "Il ritorno di Beethoven", rimasto per lo più sconosciuto. Il titolo dice già tutto: Fuori. 

In effetti questo album è quanto di più fuori dal panorama contemporaneo si possa trovare. E' un album che raccoglie l'eredità del cantautorato italiano e lo trasporta direttamente negli anni duemila, confezionandogli un look internazionale raffinato e divertente. I testi sono potenti, curati, delicati, con un pizzico di malinconia a cui non ci si arrende mai del tutto. L'album è un bilancio della vita che non si concede disfattismo, in cui ogni dolore, ogni perdita, ogni fallimento è analizzato, accolto, pianto e lasciato andare in un movimento di crescita che apre alla speranza del domani. Anche sentendo i testi più malinconici, non si può evitare di sorridere di fronte alla carica di positività che serpeggia nelle note e nella stessa scelta delle parole, dolci come il mare in cui il gruppo si vuole perdere. Un bagno di realtà che non lascia indifferenti ma che non taglia, che scuote ma non sradica, che fa crescere senza lasciare bruciature indesiderate. Che fa sentire grandi ma non vecchi. Il doppio filo di malinconia ed ottimismo che troviamo nell'album si intreccia e si allarga ad ogni pezzo, si scambia come un'onda di marea, consentendo un tuffo nell'emozione senza mai perdere il legame con il filo sotterraneo, che si sente, anche se non sempre si vede, rendendo tutto indefinito, impalpabile come lo zucchero a velo. Ascoltare i pezzi degli Street Clerks è come toccare l'acqua di un ruscello con la punta delle dita: si sente il contatto con il freddo, ma si finisce con il sorridere di fronte a quella frizzante energia che solletica le mani.
E tutto ciò è reso possibile dalla scelta melodica che recupera l'amore per la strumentalità, che oggigiorno stava smarrendosi tra sintetizzatori e programmi per pc. Ascoltando la musica degli Street Clerks si può giocare a isolare ogni strumento musicale, trattenerlo a lungo per poi lasciarlo andare come un pesce tra i flutti, guardandolo perdersi nella melodia. I bassi, la batteria, la mandola, la chitarra creano un'ambientazione folk americana quasi bluegrass che proietta direttamente verso campi ingialliti dal sole estivo e feste di paese sotto imponenti alberi. Un ritorno all'acustico che da' un tocco di leggerezza all'intero album, come uno sbuffo di vento che scompiglia i capelli. Una nota aerea come un palloncino che ci fa volare a pelo d'acqua su quei testi profondi come l'oceano. L'album, in questo continuo intreccio di malinconia e gioia, giocato su doppi livelli sia testuali che musicali, appare come un percorso lungo una vita, in cui si raccolgono i sassi e i fiori che abbiamo lasciato lungo la strada per poi concludersi con uno sguardo verso il futuro carico di speranza e di gioia grazie allo splendido pezzo conclusivo "Oggi". Ascoltare Fuori è come spalmarsi il balsamo sul cuore senza nascondere la realtà della vita, ma imparando a guardarla con tutta la luce possibile. Ci insegna che ogni attimo va vissuto pienamente, e che la bellezza della vita sta nelle gioie come nei dolori, perché anche i momenti più bui possono insegnarci a cantare forte e fuori, dove "tutto accade già". 
Duille



sabato 24 gennaio 2015

Quando l'influenza arriva senza appuntamento

Ci sono dei momenti in cui non si ha tempo da perdere. Tutto è incastrato al minuto, compresi i pasti e la doccia, ed ogni nuovo impegno implica lunghi meeting notturni con l'agenda che di solito si concludono con la testa dentro un sacchetto di carta per un attacco di iperventilazione da stress. In quei momenti diventiamo maratoneti con l'occhio fisso sulla meta, la determinazione è l'unica bevanda energetica che ci tiene in vita, l'ira sotterranea crea un'aura di elettricità intorno al nostro corpo che sposta le persone in strada così come Mosè aprì le acque e scacciamo la crisi di nervi con la paletta delle mosche (perché non abbiamo tempo per le crisi adesso). 
Beh, è in questi momenti in cui diventiamo supermen e wonderwomen del quotidiano che arriva l'influenza. Veniamo abbattuti da quei maledetti virus come se fossimo un qualunque alieno della Guerra dei Mondi, siamo mandati k.o. da creaturine invisibili come Maga Magò dopo il duello con Merlino. Ed è dura, durissima accettare che, per i prossimi quattro giorni, sarà il nostro corpo a prendere in mano la gestione dei locali. Ed è ancora più dura sentirlo gongolare con sguardo di disapprovazione e il ditino puntato mentre dice "Te la sei cercata". Anche il mio corpo ha deciso che era ora di prendersi una pausa. Ha mandato l'avviso di confisca dei beni già ieri pomeriggio, con una strana tosse che non preannunciava niente di buono, ma che ho scelto deliberatamente di ignorare. Non solo l'ho ignorata, ma la sera mi sono anche concessa un momento di stress costruttivo andando a cena fuori con degli amici. La serata è andata bene, ho mangiato come un tacchino ripieno di mele al forno con cuore di crema alla panna e gocce di cioccolato, ho chiacchierato e riso con i miei amici, ho superato i piccoli momenti di difficoltà legati al contatto con commensali e camerieri (le persone servizievoli mi spaventano quasi quanto i maleducati giudicanti) e mi sono complimentata con me stessa per aver combattuto con onore e successo la mia ansia sociale. Durante la serata però ho iniziato a sentirmi strana, affaticata, ma nel turbinio degli eventi  (e davanti a tutto quel ben di Dio edibile) non mi sono accorta che la televisione del mio salotto interiore era sparita e che stavano cambiando le serrature alle porte dell'appartamento mentale. Lo sfratto era imminente ed io ero distratta dal mio stomaco, chiaramente complice del grande dittatore che di lì a poco avrebbe preso possesso del trono. La tremenda verità si è palesata ai miei occhi una volta tolta l'armatura sociale e infilato il mio pigiama grigio con il cane sugli sci (e no, non è una battuta per far ridere, ho un pigiama con un brutto cane che scia): mal di testa, brividi di freddo e la curiosa sensazione di avere un grosso pollice sulle spalle intenzionato a fare di me un hamburger di plastilina. 


Adesso, non so se per fare il colpo di stato il mio corpo si sia alleato con i virus a discapito delle forze dell'ordine o se la corruzione sia dilagata fino ad includere anche i globuli bianchi che hanno chiuso un occhio quando i virus hanno passato la dogana. Il fatto è che ora sono infebbrata, bloccata a letto e con una guerra intestina che sta lasciando vittime da entrambe le parti. La battaglia dentro di me si fa accanita, i fagociti fagocitano il fagocitabile, i virus prendono in ostaggio piastrine e cellule epiteliali, qualcuno tenta anche l'assalto alle tonsille, già ridotte a groviera da anni di influenze infantili e adulte. Il caos regna sovrano, e i bulli maltrattano anche il mio povero ipotalamo, facendo schizzare sopra e sotto il mio termometro interiore. Stanotte ci sono state scene da spazio profondo, con momenti in cui pensavo mi scorresse ghiaccio nelle vene alternati a deliziosi minuti di autocombustione che mi facevano pensare con brama a quei buchi nei laghi ghiacciati della Lapponia dove i pescatori pescano pesci già congelati e pronti per essere confezionati. Ed in tutto questo parapiglia fatto di strategie difensive, trincee tonsilliche e assalti delle tachipirine in dotazione temporanea, la mia mente razionale, da brava scassapalle, continua a recalcitrare e a lagnarsi come un marmocchio a cui hanno negato il lecca lecca. Si lamenta, da dentro la cella in cui è stata rinchiusa, della gestione poco solerte, dal lassismo delle truppe, dalla lentezza nella riconquista dei territori occupati, il tutto intervallato dalla frase che è stata quella che ha portato alla caduta del suo impero: "Io c'ho da fare!". E nel mezzo ci sono io, che sono entrambe queste parti e nessuna delle due e che, sinceramente, comincio a rompermi di queste liti tra fratelli. Io sto male, sono stanca e affaticata, voglio silenzio, pace e un mezzo centinaio di telefilm in cui affondare i miei dispiaceri. E magari anche una bella fetta di torta non mi farebbe poi tanto schifo! E invece mi tocca beccarmi gente che si lagna del Governo locale, altra gente che minaccia di lasciare ai virus il dominio delle tonsille ("e poi vediamo quanto ti lamenterai ancora con 40 di febbre") e sguardi di odio che non lasciano speranza di una riconciliazione pacifica. L'unica cosa che mi resta è intervenire personalmente, con una lavata di capo come non se ne vedevano dai tempi del 2012, quando ho avuto l'ultima tonsillite di proporzioni bibliche. Solo allora, dopo che le urla hanno riecheggiato per le stanze facendo rabbrividire anche i virus in assetto da guerra, cala il silenzio, la mente razionale si rannicchia nel suo giaciglio di paglia e il corpo ritorna in tutta fretta alle carte anatomiche che segnano l'andamento della battaglia. Finalmente, si può riposare. E questa volta, per davvero! 

Duille



domenica 18 gennaio 2015

Iniziando da un salto nel buio

Gli inizi sono momenti difficili per tutti, anche per i più coraggiosi avventurieri. Anche se sono contornati da un'aura luccicante e dal profumo di bucato appena lavato, la verità è che gli inizi sono la spina nel fianco di molti, se non di tutti. Ovunque sentiamo parlare di voltare pagina, ricominciare con un nuovo spirito, iniziare un nuovo percorso pieno di avvincenti novità.
L'inizio sembra l'occasione per reinventarsi, rinnovarsi e migliorarsi, quasi stessimo parlando di una gita dal parrucchiere o di una plastica facciale. Ma in realtà gli inizi spaventano e anche molto. Ogni inizio è carico di interrogativi sospesi, come se stessimo tenendo la cima di un nastro da bucato che si perde nella nebbia con tanti punti di domanda agganciati con delle mollette di legno. E se gli inizi fanno già paura al mondo, che effetto pensate possano fare ad un ansioso sociale? Esatto, il terrore più cupo! Iniziare per noi significa soprattutto tanta fatica, perché siamo persone a carburazione lentissima, ci muoviamo a un kilometro annuale, abbiamo bisogno di tempo per riadattarci ai ritmi, siano essi nuovi o vecchi. E poi, ogni inizio, nella nostra testa, fa rima con ignoto e l'ignoto è il buio. Inizio è una porta aperta sul buio, senza cartelli che ci diano un indizio di ciò che ci aspetta. Un buio nerissimo, quasi denso, in cui ci viene chiesto di buttarci senza avere neanche un piccolo spoiler, neanche una recensione microscopica dello scenario in cui andremo a parare. Senza neanche un paracadute (o un panettone) per attutire la caduta. Ed è allora, guardando quel buio che risucchia anche la luce, che ci assale la paura. La nostra, in fondo è una malattia degli inizi. Funzioniamo meglio nella routine, nel movimento pigro delle onde di un mare lontano. Anche perché, di fronte agli inizi, ci ricordiamo di aver dimenticato la scorta di coraggio a casa, nella tasca dell'altro cappotto (Accidenti!). Quindi, ricapitolando

INIZIO = IGNOTO = BUIO = PAURA + CUORDICONIGLIO (che poi sarei io) 

E se a tutto questo aggiungiamo il Rimugiserpe che ci rema contro, direi che il quadrato è completo. Quando sei davanti a quella porta buia che sai di dover varcare, l'ultima cosa che vuoi sentire è una vocetta sibilante che ti ricorda quanto sei debole. Dovresti allearti con te stesso, ripeterti frasi di incoraggiamento, magari persino qualche elogio sulle grandi doti di combattente che sai non avere, ma che in certi momenti sei disposto a credere di possedere. Così, giusto per darsi la carica necessaria a fare il suddetto salto nel buio.
Ma l'ansia sociale ha un solo compito nella sua esistenza di grassa mangiapaure: metterti i bastoni tra le ruote in ogni modo possibile. E quindi s'ingegna, la fetente, scava nel profondo, apre tutti i faldoni della memoria per scovare ogni minimo difetto, ogni microscopico fallimento, ogni maledetta pagliuzza nel tuo maledetto occhio. E una volta trovata, perché la trova sempre, inizia il suo lento lavoro che non è solo un sussurrare all'orecchio: è una nenia che viene da dentro, come se le cellule stesse si unissero in un unico coro di sfiducia, e con loro lo stomaco, che si attorciglia come l'urlo di Munch, e i muscoli, che si pietrificano diventando granito, e i polmoni, che perdono il fiato, e il cuore, che dirige il ritmo di questo canto muto come un tamburo funebre. E alla fine ti ritrovi a farti scappare dalle labbra quella frase, che sentenzia la presa della tua Bastiglia personale: "Non ce la farai". Adesso, in questi momenti si possono fare due cose: allontanarsi dalla porta e farsi un giretto, con la scusa che ci riproverai più tardi ("Ritenta, sarai più fortunato!") oppure radunare le poche truppe partigiane rimaste fedeli ed iniziare la difesa della tua roccaforte psichica. Di nuovo. Ad ogni cambio di guardia - ad ogni nuovo anno, nuovo lavoro, fine delle vacanze, inizio di un ciclo scolastico - ci ritroviamo a fare la stessa battaglia, che ormai sa di vecchio e già visto come l'ennesima replica di Balto a Natale. Puzza anche già un po' di gorgonzola. Ogni inizio ci ritrova più stanchi del precedente, con sempre minori energie, e non esiste bacca di goji che ci possa rienergizzare.


Iniziare un nuovo percorso, muovere un passo verso quella strada futura ed ignota è una vera prova di determinazione, l'esito dell'ennesima litigata intrapsichica, che ovviamente ci lascia stanchi e rancorosi, il che ci rende i peggiori compagni di noi stessi. Non sono esattamente delle ottime premesse per un nuovo inizio dal sapor di bucato. Ogni inizio ci trova cercando di convincerci a fare le cose diversamente, a  partire verso il futuro stringendo un'alleanza con noi stessi,  solo per trovare il solito dispotico "No" della nostra controparte ansiosa. che non ne vuole proprio sapere di partire verso l'ignoto da soli e senza un falegname nerboruto inguantato nella sua camicia di flanella con i riquadri scozzesi e la barba da hipster. Non si fida di noi, dice, ci vede troppo gracilini e malaticci, non siamo un investimento vincente. E la maggioranza parlamentare, ricordo, ce l'ha lei! Quindi la nostra lotta è ancora più dura, dobbiamo essere creativi per strappare voti alla despota che si è installata sulla poltrona, lassù, nel Centro Operativo. La maggior parte delle volte, miracolosamente, la spuntiamo, ma sempre di poco. Riusciamo almeno a partire, ma sappiamo che sarà l'ennesima strada costellata da mille battibecchi, mille tentativi di sabotaggio e rabbiosi silenzi, che si sa, valgono più di mille parole. Quindi, nuovo inizio, vecchia vita. Almeno fino a quando anche l'ansia sociale non deciderà che il nuovo non è più nuovo, ma è diventato parte della routine. A pensarci bene, forse, la verità, è che, in fondo, un po' di paura ce l'ha anche lei!

Duille 



sabato 10 gennaio 2015

Libertà senza geografie

Qualche giorno fa a tutta l'Europa è andata di traverso la brioches in simultanea, mentre la televisione annunciava la morte di 11 vignettisti del giornale satirico Charlie Hebdo, freddati da due terroristi islamici che avevano fatto irruzione nella sede parigina della rivista armati di kalashnikov. Il mondo occidentale si è fermato alla vista di queste immagini incomprensibili ed ho avuto l'impressione di vivere una replica in salsa europea dell'11 settembre: all'epoca avevo 13 anni e facevo la terza media. 
Non ho molti ricordi di quel giorno, ma solo delle immagini, come istantanee di un momento che ha sorpreso tutti, me compresa. Ricordo il tavolino basso su cui solevo fare i compiti, di legno chiaro e vetro temperato, che mi permetteva di osservare le mie gambe come se fossero tentacoli di polipo in un acquario. Ricordo la televisione accesa davanti a me che mostrava le immagini delle Torri Gemelle che esplodevano all'impatto degli aerei. Credo che allora non avessi davvero capito cosa stesse accadendo, ma penso che la sensazione interna che provai fosse quella che ho sentito adesso, in questa 11 settembre 2.0: un silenzio irreale. La mia mente non aveva proprio parole, niente da dire. Eravamo due bocche spalancate dalla sorpresa e dall'incredulità. L'unico momento in cui la mia testa smette di blaterare è quando succedono disastri di proporzioni bibliche a quanto pare. Oppure basta solo spiazzarla. In ogni caso credo di non essere l'unica ad avere questo genere di reazione quando succedono cose di questo tipo perché a giudicare dalla stasi generale di quel giorno direi che le cose erano due: o avevano tutti un principio di assideramento da tormenta di neve invisibile oppure erano sorpresi come lo ero io. Quando i cervelli hanno finalmente chiuso la bocca e hanno iniziato ad elaborare la mole di informazioni che ci intasavano i bulbi oculari e le orecchie, ci siamo finalmente resi conto della situazione. 11 persone erano morte. 11 giornalisti, per di più. Ed erano morti per aver pubblicato vignette satiriche. Adesso, a prescindere dalle proprie idee a riguardo, morire per aver fatto un disegno è una cosa terribile, inconcepibile ed inaccettabile. La Francia sicuramente l'ha pensata così, perché 66 milioni di persone si sono strette intorno ad un'unica lacrima e ad un ashtag, #jesuischarlie, che ha corso lungo la rete come una piccola luce elettrica. Il mondo si è indignato di fronte a queste matite spezzate, che sono diventate il simbolo di una libertà di stampa e di opinione a cui non si vuole e non si può fare a meno.

In onore di questi involontari martiri della libertà, migliaia di matite e quaderni sono state sollevate in silenzio nei cieli francesi, al rintocco delle campane di Notre-Dome.Io stessa mi sono trovata a commuovermi di fronte a quei silenzi carichi di dolore, a quei rintocchi funebri che facevano accapponare la pelle e soprattutto a quelle matite che volavano nell'aria come bandiere statiche. Per un attimo ho visto una parte del mondo sana, che protesta in difesa di un ideale senza calpestarne altri, che sceglie la marcia silenziosa alla violenza e i simboli alle percosse. Per una volta non si sentivano canti di guerra contro il nemico, ma gesti di amore indignato per la libertà ferita. Per una volta non c'erano voci di odio, ma silenzi carichi di dolore e di cura verso quell'ideale violato. Corpi raggomitolati intorno a quella parola bruciata, come a volerla proteggere maternamente, senza desiderio di vendetta, ma solo con il bisogno di far battere tutti i cuori all'unisono in un tamburo funebre. Mi sono commossa e quasi inorgoglita a vedere questo lato del mondo che credevo ormai non esistesse più, e anche io mi sono unita a quella culla di corpi e di anime. Ma, man mano che passavano i giorni, mi sono ritrovata a vergognarmi di me stessa. Mi sono indignata ed orrorizzata di fronte a questo gesto gravissimo, al punto da scriverne anche qui, ma non ho mai dedicato parola alle migliaia di persone che muoiono nelle guerre in cui spesso anche l'Europa combatte, non ho mai versato lacrime per i giovani che combattono per i propri diritti in Russia rischiando la vita, non ho mai osservato un minuto di silenzio per tutti gli innocenti che vengono spazzati via ancor prima di conoscerla, la parola libertà. Ho lasciato che la geografia decidesse per chi fosse giusto raccogliersi in preghiera.Mi sono indignata per la ingiusta morte di 11 persone che esprimevano la loro libertà di stampa, ma non ho donato un pezzo del mio cuore a tutti coloro che, nel mondo, combattono per la stessa libertà e di cui spesso non conosco neanche il nome. 
Ho reso la mia sofferenza un gesto discriminatorio. Si piange per i francesi, non per i palestinesi, per gli afghani, per i cinesi o i congolesi. Sono arrivata al punto di trovare quasi quotidiano la morte di queste persone, tanto da non concedergli più di qualche ruga sulla fronte, per poi dimenticarli e continuare la mia vita, senza ashtag e senza pensarci troppo. E' più facile accettare quelle morti piuttosto che queste? E che diritto ho di preferire queste vite a quelle? Che diritto ho di scegliere per chi piangere? Può una vita avere meno valore di un'altra, se ugualmente innocente? Quanta disparità, quanto egoismo possiamo creare mentre crediamo di slanciarci in un gesto di compassione? Ed è allora che mi sono arrabbiata, soprattutto con me stessa e poi con il mondo; anche quel gesto così nobile e così positivo che avevo visto in quelle matite ha cominciato a puzzarmi di bruciato. Quelle matite hanno cominciato a marcire e quei quaderni a sciogliersi di fronte alla rivelazione che l'indifferenza si interrompe solo quando l'orrore arriva sotto casa. Ed io sono stata la prima a cadere in questa trappola. Da qui la mia rabbia per me stessa. Da qui anche la paura di essermi ormai assuefatta ad una morte lontana, come se ormai alcune zone del mondo fossero associate alla morte come l'Italia alla pizza. E quindi, risvegliandomi da questo momento di idealismo adolescenziale, ho deciso di fare tesoro di questa esperienza e di riparare, almeno per oggi, al mio errore passato e, purtroppo, futuro. E non cercherò di fare la moralista né riversare in questo spazio parole di melensante tristezza. Credo che questo breve momento di lucidità sia adatto a ricordare tutte quelle persone troppo spesso dimenticate e passate sotto i miei occhi senza toccarmi davvero. Voglio dedicare questo momento di dolore a tutti coloro che sono morti cercando la libertà che a noi è data così scontata, ai morti di oggi e ai morti del passato, ad Ahmed, il giovane poliziotto che è stato ucciso insieme ai vignettisti, a tutti gli omosessuali che ancora oggi, nel mondo, non hanno diritto di amare, e a tutte le persone etichettate come "diverse", che non hanno diritto di essere, pur essendo le più speciali di tutte. Dedico le mie lacrime ai compagni di Nelson Mandela, a Martin Luther King e ai suoi seguaci, a Peppino Impastato e a tutte le vittime di mafia, che sono state uccise per aver chiesto giustizia ed uguaglianza, ai desaparecidos argentini e cileni, lanciati dagli aerei per aver voluto essere liberi di scegliere cosa pensare e da chi essere rappresentati. Dedico i miei nastri a lutto a tutti i bambini morti sotto le bombe, che non hanno mai conosciuto un giorno senza sirene, alle donne che muoiono sotto le mani dei loro compagni solo perché hanno deciso di voler essere libere, e agli immigrati senza nome che dormono sul letto del Mediterraneo, strappati da una terra che amavano e alla ricerca di un mondo migliore che, con tutta probabilità, non avrebbero mai trovato. E dono tutto il mio cuore agli immigrati che invece ce l'hanno fatta, a passare quel mostruoso piccolo mare, e che ora lavorano schiavi nei campi di qualche uomo italiano per 15 ore a 20 euro al giorno. Presto la mia voce a tutti coloro che, come Malala, lottano, hanno lottato o sono morte in nome del diritto all'istruzione, per una vita migliore, per una felicità che sentono di meritare. Dono una parte della mia memoria agli schiavi del passato, ai dissidenti politici delle dittature di tutto il mondo, ai partigiani che hanno sacrificato la vita per un ideale di libertà. 


Quelle campane a morto suonano anche per voi, quella voce rugginosa è anche la vostra, dimenticati numeri sul cartellone della Morte, ed in ognuna di quelle matite potrete riposare anche voi, anime sparse per il mondo, potrete scrivere una nuova storia, con un finale diverso, che inizi con quella parola calpestata e avoi tanto cara, Libertà. E potrete accoccolarvi in quei cuori che adesso piangono questi 11 morti, perché cureranno anche le vostre ferite e quelle voci sussurreranno anche i vostri nomi, e se non li conosceranno, inventeranno parole che vi rappresentino, suoni che vi richiamino e melodie che faranno sentire a casa anche là, in quelle terre straniere. Oggi voglio piangere tutte le vite spezzate, come quelle matite, in nome di un ideale di libertà, soprattutto quelle che ho inevitabilmente dimenticato, ma che hanno sacrificato tutto in nome di quella piccola parola così tanto importante.
Oggi voglio piangere per chi è caduto o combatte ancora, con coraggio, per la Libertà di Essere.

Duille



lunedì 5 gennaio 2015

Pochi grammi di coraggio

La fine di un anno ci lascia con il bilancio di quanto abbiamo fatto - o non fatto - in quei 365 giorni. Facciamo i conti con i successi ottenuti e con quanto non siamo riusciti a realizzare. E, come sempre, ci ripromettiamo che nell'anno nuovo volteremo pagina, taglieremo la zazzera di insicurezze e diventeremo le superstar a cui siamo destinate. La dodicenne del nostro passato sarà fiera di noi, perché quest'anno spaccheremo! Ed è così che ci ritroviamo a fare la nostra lunghissima lista di buoni propositi, per motivarci ed iniziare con lo sprint giusto il nuovo anno. Abbiamo 365 giorni nuovi di zecca da riempire della nostra effervescente personalità. Il problema dei buoni propositi è però sempre lo stesso: spesso rimangono tali, piccole paroline di inchiostro su un foglio di carta che, nel migliore dei casi, perderemo dopo un paio di settimane e nel peggiore ci perseguiteranno come il miglior fantasma certificato dagli zii di Casper.
In fondo, diciamocelo, sembra che pianificare il futuro non sia mai stata garanzia di successo nella vita, no? Decidiamo che quest'anno mangeremo più sano, più verdure e meno schifezze e due giorni dopo scopriamo che è arrivata la befana e ci ha lasciato la calza più grassa, zuccherosa e peccaminosa mai vista, tanto che la nostra lista dei buoni propositi comincia già a sudare freddo. Ci riproponiamo di fare più ginnastica all'aria aperta ed ecco che di colpo compriamo un divano nuovo di zecca, ancora tutto da plasmare con le nostre forme morbide, rispettando i dettami del nostro nuovo sensei, Sheldon Cooper. E poi ci sono le persone come me, che convivono con quella simpatica canaglia dell'ansia sociale. Io ho imparato presto che i buoni propositi nel nostro caso non solo sono inutili, ma addirittura nocivi, per almeno due motivi: 
1- la nostra lista dei buoni propositi di solito è piuttosto triste e deprimente, con frasi del tipo "berrò un caffè da sola in un bar" oppure "non mi affamerò più per imbarazzo". Converrete con me che non è il massimo iniziare l'anno nuovo ricordandoci che la pazzia ci accompagna allegramente durante la notte di San Silvestro indossando il cappellino con gli strass e sventolando lumini brillanti. A volte invece, proprio per non cadere nel grigiume di propositi che ci facciano sentire ancora più sfigate di quanto non siamo, ci lanciamo in voli pindarici proponendoci imprese impossibili, del tipo "diventerò più socievole", "sarò meno giudicante verso me stessa", o addirittura "avrò meno paura". Tanto vale farla proprio fuori dal vaso e dire "diventerò la nuova padrona dell'universo" e non se ne parli più. 
2- Qualunque sia la lista dei buoni propositi, un ansioso sociale difficilmente la rispetterà. Basterà che la nostra amica ansia sociale faccia un salto portando biscottini alla fifa e croissant alla doppia insicurezza per farci distruggere tutti i nostri bei sogni dorati. Useremo la lista dei buoni propositi per soffiarci il naso dopo la prima violenta crisi di pianto dell'anno e ci dedicheremo subito alla nostra attività preferita: crogiolarci nel nostro dolore sentendoci delle fallite incomprese (infrangendo così il primo dettame della nostra lista ormai ricettacolo di germi) e fantasticando sulla possibilità di far carriera come monaca di clausura.


Quindi potete capire il mio scetticismo riguardo a queste liste improbabili. Ma nonostante ciò non sono certo immune al fascino di rinnovamento del nuovo anno. Semplicemente ho deciso di non iniziare un anno facendo la lista delle cose che dovrei cambiare nella mia vita. Insomma, mi sembra che ciascuno di noi sappia molto bene ciò che non va nella propria vita, non abbiamo bisogno di infierire ulteriormente scrivendolo nero su bianco infiocchettando il tutto di gloria propositiva. Vogliamoci un po' bene e lasciamolo nella nebulosa della nostra mente, a popolare piccole silent hill personali. E direi che sarebbe anche inutile filosofeggiare sul senso della vita scrivendo liste che inneggiano ad assaporare la semplicità delle cose, a prendersi del tempo per sè o ricordarsi di essere riconoscente di ciò che abbiamo. Anche quelle sono cose che abbiamo a mente tutti i giorni, semplicemente tendiamo a spedire anche loro a Silent Hill quando arriva il momento di applicarle. In fondo, chi ha voglia di essere riconoscente quando si sente una versione brutta di un ragno peloso? E chi può davvero avere voglia di assaporare le piccole gioie quotidiane quando scopriamo che la nostra amica se ne va in vacanza alle maldive, mentre la nostra idea di vacanza è montare una tenda nel salotto di casa? Per non parlare del solito tasto ansia sociale! Dovrei essere riconoscente di ciò che ho quando non riesco neanche ad andare dal parrucchiere senza sudare freddo? Diciamocelo, in quei momenti tutti vogliamo solo sentirci delle piccole fiammiferaie maltrattate dal destino e soffocare il dolore annegando in vagonate di dolci, patatine e tutto ciò che la nostra seconda guru, Bridget Jones, suggerisce per placare il mal di vita.


Ma se non possiamo fare né la lista dei buoni propositi né glorificare la nostra esistenza con pensieri di fasulla saggezza, cosa potremmo fare per festeggiare l'inizio del nuovo anno? Beh, di cose da fare ce ne sono tante. Per esempio, potremmo fare una lista di tutto quello che non faremo quest'anno, ad esempio "non diventerò ipocrita", oppure "non ucciderò gattini". Quella sarebbe una bella botta di autostima, perché di certo rispetteremo quei propositi. Io personalmente preferisco scegliere una sola parola che sia il mio faro per l'anno che verrà. L'idea è quella di scegliere un leitmotiv annuale, un punto fermo nel caos delle giornate. Non importa quante volte cadrò e quante volte uscirò dalla strada che ho scelto. Quando mi rialzerò potrò guardare il mio faro, laggiù, in fondo all'anno che mi ammicca allegro, e continuare a seguirlo, magari prendendo dei nuovi sentieri, ma indirizzandomi sempre verso quella luce. Niente di trascendentale, ovviamente, ma che volete, sono un'ansiosa sociale! Noi funzioniamo solo se voliamo basso e lavoriamo tanto di fantasia. La parola che ho scelto per me quest'anno è

Coraggio

 L'anno che è passato è stato molto duro, ho perso alcune persone care e ho avuto un paio di sberle di verità che mi hanno fatto girare su me stessa per diversi mesi. Quest'anno non mi aspetto che sia migliore nè peggiore, ma voglio affrontare tutto con coraggio, senza paura di faticare. So già che ci sarà tanto lavoro da fare, che in alcuni giorni sarà difficile convivere con me stessa e che spesso mi vorrò anche parecchio male. So che vorrò gettare la spugna più e più volte, che mi domanderò perché sono così e perché sto facendo questo percorso doloroso. So che mi fermerò sul ciglio della mia strada a piangere tutte le mie lacrime e che ad un certo punto del percorso sarò esausta e priva di forze. So che sentirò ogni giorno di non farcela e in alcuni momenti non ce la farò davvero. Ma, quando tirerò fuori il naso dal fazzoletto e alzerò la testa, voglio che quel faro laggiù, alla fine dell'anno, mi dica "Coraggio!" Solo questo. Coraggio. E questa parola mi darà la forza per rimettermi in cammino e ripartire ogni giorno. Quel faro mi darà la giusta prospettiva sul mondo. Perché in realtà il punto non è imparare ad apprezzare le piccole cose, ma imparare ad amare profondamente la propria vita, a godersi il panorama mentre si va a destinazione e a toccare con orgoglio le proprie cicatrici. Il coraggio ci permette di sentirci eroi di noi stessi, di prendere in mano la nostra vita e metterci in cerca del nostro destino. Essere coraggiosi per me non significa fare grandi cose, ma essere fieri di noi stessi anche quando avremo la faccia simile a quella di un sacco di iuta ripieno di paglia. Essere coraggiosi significa cercare il germoglio verde anche nel fango della palude, cercare fino a trovarlo, anche a costo di piantarlo noi.
Quindi per me questo sarà l'anno del coraggio, l'anno del sudore sulla fronte e della fatica, sempre alla ricerca del sorriso caduto nella polvere. Pochi grammi di coraggio alla volta.
Buon anno a tutti
Duille


Visite

Powered by Blogger.

Post by mail!

Lettori fissi

Archivio blog