venerdì 4 luglio 2014

Quando il buffo è l'unico modo veritiero di raccontare una storia triste: Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata è indefinibile, indescrivibile, inspiegabile. E' arte nella sua forma più bizzarra e giocosa. Non si prende sul serio e, nel non farlo, diventa un capolavoro. Ammetto di essermi trovata davvero in difficoltà nel pensare a come parlarne, perché recensirlo è impresa troppo ardua per una lettrice come me. Ci ho provato, l'ho anche scritto nero su bianco su un buon vecchio foglio di carta. Ma,anche dopo due pagine scritte fitte, non ero soddisfatta. Perchè, lo ripeto, Ogni cosa è illuminata è indicibile con le parole. Forse lo potrei descrivere con delle immagini: è un sorriso, è una lacrima, è un cuore che batte di passione. Ogni cosa è illuminata è un microcosmo, un gioco, una commemorazione. E' un pensiero sussurrato all'orecchio, tra sè e sè, una malinconica canzone d'amore perduto. Ma forse potremmo definirlo più precisamente un libro matrioska.

Innanzitutto, è una matrioska di storie: due vicende, parallele ma intrecciate, si alternano durante tutto il romanzo. Scritte da mani diverse, si parlano tra loro per allusioni e non detti, consapevoli di star narrando la stessa storia, ma dal bordo di tempi distinti. Due autori diversi, con cuori diversi e menti diverse che si incontrano e si scontrano, nell'unico punto di contatto tra le due vicende: le lettere che Alex, giovane ucraino dall'inglese sgangherato e buffo, scrive a Jonathan, il giovane americano che ha guidato nel suo "molto rigido viaggio". Le lettere sono il grido ribelle di una gioventù, di un desiderio di felicità che viene negato anche nella finzione, ma a cui si anela rabbiosamente, di cui si esige il diritto. Perché Brod ha diritto di essere felice, e Yankel e Safran, e la Zingarella, e tutti noi. 
Ma la matrioska di cui parlo va oltre alla struttura con cui il romanzo è costruito. Si estende in ogni direzione: 
è una matrioska della parola, il cui significato ne contiene altri che si aprono l'uno dentro l'altro e ogni frase schiude domande da cui emergono altre domande.
E' una matrioska del tempo, in cui il presente guarda ad un passato che si sta già muovendo verso il futuro di un presente voltato all'indietro, alle radici della sua esistenza, in un eterno moto circolare.
E' una matrioska dello spazio, che lega i personaggi in una rete di ragnatele esistenziali, finchè essi si perdono in identità multiple, in cui non importa più chi sono, poichè diventano simbolo, emblema di un popolo, di un tempo e di una vita, ad indicare che noi siamo la nostra storia e che la storia del mondo siamo noi. 
Ma è anche un gioco stilistico perfetto, in cui l'autore mostra tutta la sua incredibile padronanza della lingua, la sua capacità di far vibrare di mille sfumature le corde di quei segni stampati. Foer sperimenta ogni stile e ogni struttura gli venga in mente, a partire dallo sgangherato quanto dolcissimo stile di Alex, che si "bussa il petto" per scusarsi, o che "sfagiola" le belle ragazze con cui diventa "carnale". A questi momenti malinconicamente ironici si alternano le pagine di Jonathan, che rievocano la storia di Trachinbrod dalle sue origini, quando "il carro di un tal Trachim B (secondo noi) cadde nel fiume", fino al dramma della sua fine, durante la Seconda Guerra Mondiale, usando una poesia a volte enigmatica, contenente sempre più significati di quanti riusciamo a cogliere.



E quando il dramma cala, inevitabile, sul piccolo Shtetl di Trachimbrod, Foer si concede uno stream of consciousness cavalcato dall'emozione, dall'urlo vuoto dell'orrore della Storia. Le parole si fondono, diventano flusso indistinto deformato, terrore senza fiato che corre in ogni direzione, senza capacitarsi mai del tutto, senza riconoscersi davvero nello specchio. E quando anche le parole non bastano più, allora è il silenzio muto della pagina bianca, del punto sospeso che toglie il respiro. 
Eppure, tutto questo non basta per spiegare Ogni cosa è illuminata. Forse dovrei semplicemente dire che è Arte, e l'arte non si può spiegare, ma solo vivere. E' un libro complesso, inizialmente difficile, confusivo, che mette alla prova. Ma se ci si lascia guidare dal flusso, si potrà sentire l'intima complessità dell'essere umano, la sua forza vitale, il suo amore passionale e carnale, le sue 613 tristezze e il suo scorrere eterno, perchè "il principio del mondo giunge spesso".



Senza dubbio il libro meglio scritto che mi sia capitato tra le mani, consigliatissimo, ma da leggere piano, assaporando a fondo ogni parola, ogni sottinteso e tutta la dolce malinconia che non lascia scampo, neanche nei momenti di allegria. Un libro che cambierà il modo di concepire la scrittura, perché Foer non è uno scrittore, ma uno scultore della parola.

p.s. vi consiglio di guardarvi anche lo splendido film da cui è tratto questo capolavoro. Guardatelo prima, durante o dopo la lettura, non vi rovinerà la magia delle pagine che andrete a leggere. E se non volete guardarlo per il libro, fatelo per Elijah! ;)


Duille
" Tu hai dei fantasmi? 
Sicuro che ho dei fantasmi. 
E come sono i tuoi fantasmi? 
Sono dentro le palpebre dei miei occhi. 
E' lo stesso posto dove abitano i miei fantasmi. 
Tu hai dei fantasmi? 
Sicuro che ho dei fantasmi. 
Ma tu sei un bambino. 
Io non sono un bambino. 
Ma tu non hai conosciuto l'amore. 
Questi sono i miei fantasmi, gli spazi nel mezzo dell'amore. "   



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