domenica 21 maggio 2017

Bowling (non) mon amour

Nella mia lunga esperienza da ansiosa sociale, ho avuto modo di affrontare diverse situazioni che definirò spiacevoli solo per non spaventare tutti con la mia attitudine al dramma perpetuo che, so bene, potrebbe risultare un tantinello eccessivo. Mettiamola così: quando parlo di spiacevolezza, voi immaginate l'emozione provata dalla regina Maria Antonietta davanti alla ghigliottina.
Ecco, quello è il vostro metro di paragone. Teniamo inoltre in conto che tali situazioni, da molti di noi interpretate come l'avvento dell'anticristo travestito da Ronald McDonald, risultano neutrali per l'universo, se non addirittura divertenti. Divertenti, capite? Riuscite già a cogliere il paradosso della nostra incomprensibilità? Lo sentite aleggiare col suo tanfo da eremita senza spazzolino sulle nostre esistenze? Capite quanto debba essere fastidioso sentirsi spaventati e contemporaneamente dei giganteschi imbecilli? E' come se fossimo in una puntata di The Walking Dead avendo come nemici gli orsetti del cuore. Siamo in un film horror a basso budget in cui il villain è una pecora mannara. O una palla da bowling bulla. Ebbene sì, è lei la protagonista di questa puntata di "a spasso per Wonderland". Il bowling per me è un luogo malefico quasi quanto la parrucchiera, che mi costringe ad una preliminare preparazione da soldato, un lavorìo da matematico alle prese con la teoria dei quanti durante l'evento e ad un periodo di depressurizzazione da palombaro nei giorni successivi. E allora, mi domanderete, perché ci vai? Ma per la necessità di fingermi una persona normale, ovvero la stessa motivazione che mi spinge a mettere piede in questo campo minato che voi chiamate società. Così anche stavolta, mi sono piegata a questa tortura legalizzata in nome dell'inserimento sociale, durante una serata tra colleghe. Naturalmente avevo passato i giorni prima guardando spezzoni dei Flinstones e ad esercitare la mia poker face, anche detta "faccia da bonzo", ovvero l'espressione dell'imperturbabilità che ho scelto come mia maschera ufficiale. Ho tentato di schiacciare le paure con tutto quello che avevo, dallo scacciamosche, alle rane, al DDT, finendo con l'evergreen della mia vita: impanicarmi fino ad essere fisicamente troppo stanca per potermi impanicare ulteriormente. Ho riflettuto, ho cercato di tranquillizzarmi a colpi di razionalità, ho ceduto all'emozione, ho negato il problema, ho avuto accessi d'ira con me stessa e momenti di sconforto depressivi, l'ho buttata sul ridere per non piangere, ho deciso di non andare, poi di andare in nome della scienza e del futuro, poi di non andare di nuovo, in vacca alla scienza e al futuro, ho abbracciato l'ipotesi della clausura e alla fine mi sono ritrovata davanti all'armadio a scegliere i vestiti più adatti all'occasione. Era iniziata l'operazione mimesi. Se proprio dovevo morire, che almeno gli altri non se ne accorgessero.
Adesso, prima di raccontarvi i dettagli della mia partita, urge una necessaria premessa, ovvero spiegarvi cosa renda il bowling simile ad una passeggiata nella grotta di Polifemo che "non ci vede più dalla fame". Ebbene, la questione ruota intorno a due problemi: il primo è l'esposizione mediatica. Il bowling è un gioco in solitaria che impone al giocatore di lanciare la palla su una pista sotto gli occhi di tutti. Tradotto in ansiolese: il bowling è una pratica di tortura medievale che si basa sulla gogna sociale attraverso prove impossibili quali far rotolare una palla di pietra su un piano orizzontale mentre si hanno gli occhi di tutti (estranei compresi) puntati addosso. Neanche la Santa Inquisizione avrebbe saputo fare tanto. Il secondo problema è l'ansia da prestazione. Per noi la qualità della prestazione è legata alle possibilità di inserimento sociale. Capite bene il mio livello di stress nel tentare di eccellere (o almeno essere decente) in un gioco in cui sono brava quanto un pinguino in una corsa campestre. Naturalmente, sapevo bene che questa serata avrebbe allungato di altri sei mesi la mia terapia. Eppure, eccomi lì, seduta sulla seggiolina, a sudare freddo mentre fingo una mimesi impossibile a colpi di sorrisi forzati e plasticose disinvolture. Quella sera, le mie preoccupazioni maggiori erano due: non beccare mai neanche un birillo (alias, fare la figura dell'acquirente a cui hanno rifiutato la carta di credito) e finire in fondo alla classifica. Quest'ultima cosa mi ossessionava, perché avrebbe confermato il mio mastodontico livello di sfigataggine che, come sempre secondo il principio della diffusione, sarebbe diventato l'ennesimo simbolo della mia pochezza esistenziale. Per farla breve: fai schifo a bowling = fai schifo in tutto, resterai sola e morirai circondata da gatti in una vecchia catapecchia, senza neanche un cane al tuo funerale. Lo so, è un tantino esagerato, ma giusto un pochino! Ovviamente, tutto questo fatalismo aumentava esponenzialmente il mio livello di stress nel momento del lancio della palla, a cui si aggiungeva l'imbarazzo di avere almeno 6 paia d'occhi puntati addosso. Sono stati 10 turni di agonia pura, in cui la mia attenzione si è focalizzata su tutto fuorché la palla. Non avevo idea di quale incantesimo dovessi pronunciare perché la palla andasse dove volevo, e comunque avevo cose più urgenti a cui badare, per esempio non farmi venire una crisi di nervi. Così ho spezzettato la mia attenzione e ho tentato la procedura del cerotto: strappo veloce e (si fa per dire) indolore.
Mentre sceglievo la palla (la più leggera per le mie braccine dai muscoli di carta velina), ho tenuto gli occhi bassi, applicando l'insegnamento del mio cane, secondo cui "se non ti vedo, non esisti". Quindi ho iniziato, per 10 volte, la camminata di Maria Antonietta verso la ghigliottina di birilli. Per 10 manche ho tenuto a bada i ruggiti del Serraglio, continuando a ripetermi che nessuno avrebbe badato a me, o giudicata né riso, e che comunque non ero mica Katy Perry, quindi perché qualcuno avrebbe dovuto guardarmi? Per 20 volte (due tiri per ogni manche), quando ho lanciato la palla, ho atteso, in un tempo che si dilatava all'infinito, che quella maledetta schifosa scivolasse in slow motion verso il mio destino. Ed immancabile, provvedevo ad una supplica con immaginaria prostrazione a terra verso questa palla di cannone riconvertita. Ad onor di cronaca, qualche birillo l'ho preso e ho fatto pochissimi tiri a vuoto. A rigor di cronaca, sono arrivata ultima lo stesso. Il momento più drammatico era però sempre quello in cui dovevo voltarmi per affrontare le mie colleghe alla fine dei miei tiri da pensionato. Temevo quegli sguardi come gli studenti temono lo sguardo della professoressa durante le interrogazioni. Solo il desiderio di diventare un tutt'uno con la sedia, che prometteva qualche minuto di totale invisibilità mi davano il coraggio di strappare anche quel cerotto. Per 10 volte ho raccolto le energie, ho messo la mia faccia da bonzo (sempre più tirata) e mi sono voltata, ghignando fintamente di fronte alla mia scarsezza atletica. La mia fortuna è stata che il locale che avevamo sciolto aveva l'aspetto tamarro e l'anima del nonno Pera, quindi a mezzanotte tutti a nanna e tanti saluti al secondo giro. Sia lodato il Cielo! Il mio sistema nervoso non avrebbe retto altri 10 tiri! Alla fine quindi, usando tutte le tecniche imparate in questi anni, posso dire di non essermi goduta appieno la serata, ma almeno di essere sopravvissuta senza desiderare di evaporare e, soprattutto, senza troppi sensi di colpa, che sono i nostri equivalenti del vostro post-sbornia. In fondo, per noi le regole sono chiare: sopravvivere innanzitutto. E se ci scappa pure una risata, beh, quello è tutto grasso che cola!
Duille 


0 commenti:

Visite

Powered by Blogger.

Post by mail!

Lettori fissi

Archivio blog